Quella lettera, che non sarebbe stata scritta ove il maresciallo

Bellegarde non avesse avuto notizia che la giunta non riconoscea

l'esistenza della congiura, trasse di angustia i giudici, che mal

sapevano porre d'accordo i dettami, alquanto sommessi, della loro

coscienza e le ben note brame del governo. Dacchè l'imperatore

obbligavasi a non ratificare la condanna che venisse da loro proferita

contro gl'inquisiti; ogni scrupolo si dileguava. Se la forza della

verità costringevali a dichiarare la non-esistenza della congiura,

rimanea però tuttora il reato di non-rivelazione, del quale constava

in realtà, e sopra del quale poteasi senza troppa vergogna fondare una

condanna anche severa. Per le quali cose, dichiarò la giunta: 1.º non

esservi stata congiura; 2.º essersi proferite parole contro il

governo, e formati vaghi disegni, e non averne gli accusati

ragguagliata la pubblica autorità. Condannò essa perciò gli accusati

alla massima pena comminata pel reato di non-rivelazione, cioè _a

cinque anni di carcere duro_. Ma non si dovea essa frapporre

l'imperiale clemenza? Sì; e di fatti, tre anni dopo che gli accusati

erano stati, all'uscire dall'ultima udienza della giunta, ricondotti

nel carcere, la sentenza che li condannava a cinque anni di carcere

duro, ritornò da Vienna a Mantova, colla commutazione della pena in

diciotto mesi della detenzione medesima. Dietro le massime del vigente

diritto, i tre anni trascorsi avrebbero dovuto essere riguardati come

una più che sufficiente espiazione della pena commutata, ma S. M.

volle altrimenti. La detenzione degli accusati fino a quel punto, era

stata, in sua sentenza, non una pena, ma un mero provvedimento per la

pubblica sicurezza, nè potea diventare una pena se non dal momento in

cui veniva pubblicata la sentenza. Poco montava che quegl'infelici

gemessero in carcere da tre anni, mentre la pena da infliggersi loro

doveva essere una detenzione di soli diciotto mesi; fu forza dopo i

tre anni di carcere già sofferti subire ancora altri diciotto mesi di

detenzione, cosicchè la grazia imperiale valse ai captivi la

liberazione dalla pena per soli sei mesi. E sì che la promessa fatta

fare dall'imperatore di perdonare ogni cosa era quella sola che aveva

indotta la giunta, tutta composta dei più caldi zelatori di Casa

d'Austria, a proferire una condanna che ad essi stessi pareva non a

bastanza fondata.

Ho voluto descrivere insino all'ultimo la sorte toccata ai congiurati

del 1814, ed ho taciuto perciò gli avvenimenti accaduti nei quattro

anni ch'essi passarono in carcere. Ritorno ora indietro per adempire

il mio debito, cioè per far conoscere la storia della Lombardia

dall'anno 1814 sino ai dì nostri: storia invero assai incompleta,

siccome quella che non registra altro che congiure sventate o editti

promulgati, e nella quale non vedesi la nazione operare cosa veruna,

esercitare nè influenza nè autorità, spiegare nè facoltà nè tendenze,

fare in somma alcunchè nè per sè nè per mezzo de' suoi rappresentanti.

La nuova dell'incorporazione definitiva della Lombardia nei domini

austriaci, la cattura dei più ragguardevoli uffiziali dell'esercito

del cessato regno d'Italia, e il fatto della riscossione delle imposte

come per lo passato e senza il menomo alleviamento, avevano ingenerato

il malumore nel popolo. Gli avvenimenti accaduti nel mese di marzo

dell'anno 1815, o pur solo l'espettazione di essi ridestarono nei

cuori degl'Italiani la speranza di giorni migliori, e con la speranza

l'energia. Due personaggi fra' principali di Milano, uno de' quali

portava un nome illustre nell'aristocrazia; due personaggi che già si

erano mescolati nei fatti del 17 e del 20 aprile del 1814, e dei quali

ho taciuto i nomi, onde assegnar loro un posto appartato e non porgere

al lettore l'occasione di confonderli con altri autori dei fatti

medesimi, recaronsi dai primari ufficiali del governo e loro proposero

di far venire in città un grosso polso di contadini in occasione della

festa della Madonna di marzo, e di volgere poi la piena di que'

subillati contadini contro le case dei Milanesi di cui era noto

l'attaccamento al cessato governo. Per proporre scopertamente

l'assassinio, anche politico, vi vuole un capitale d'impudenza che

dalla educazione viene riprovato e distrutto. Ond'è ch'io credo che

quei due non osassero dire che volevano toglier la vita ai partigiani

del governo franco-italico; ma dicessero all'incontro di non volere

far altro che incuter loro timore, onde far loro passare la voglia di

ribellarsi e strignerli fors'anche ad abbandonare la patria. Suppongo

anzi che le vere loro intenzioni non fossero diverse da quanto io

credo che dicessero. Checchè di ciò ne sia, il governo, più timoroso

che pago d'un siffatto appoggio, memore altresì di quanto era accaduto

il 20 marzo 1814 e di quanto erasi forte temuto di veder accadere nel

giorno appresso, e schivo al postutto dall'ammettere qualunque

cooperazione popolare, ributtò le pericolose proposte. Io dubito anzi,

che la forsennata devozione di quei due abbiagli mai inspirata una

piena fiducia. Ad ogni modo Milano fu quella volta preservato, mercè

la prudenza austriaca, dalle sciagure che apparecchiavanle i Milanesi

devoti di Casa d'Austria.

La guerra che poco stette a prorompere pose il governo austriaco nella

trista necessità d'imporre un accatto forzoso sopra i trafficanti

della Lombardia. E sebbene fosse di poco rilievo la somma accattata, e

favorevoli pei creditori i patti a cui astrignevasi il governo,

quell'accatto forte dispiacque all'intiera popolazione, la quale però

non fecevi contrasto veruno. Intendendosi nella seconda parte di

questo scritto a mostrare il come abbia il governo austriaco potuto

annichilire lo spirito pubblico e traviare il giudizio dei Lombardi,

non sarà inopportuno il riportare qui il bando promulgato intorno alle

cose di Napoli il giorno 5 aprile del 1815 dal maresciallo Bellegarde.

Così strana si è la favella del maresciallo in quel bando, e così

contraria ai più ovvii dati della storia e ai più chiari dettami del

buon senso, che quasi quasi gli si potrebbe attribuire un'intenzione

d'ironia. Il che facendo si andrebbe tuttavia di gran lunga errato.

Gli ufficiali del governo austriaco e l'istesso imperatore usano

sempre tali modi di parlare che per l'esagerazione loro sembrano

ironici; ma col mostrare insieme volto serio e cera d'uomini convinti,

ne danno ad intendere al popolo ed ai ragazzi. I quali, coll'ascoltare

abitualmente i ragionamenti di quei magistrati, nè trovar mai chi

faccia loro conoscere la verità, finiscono per tenere quei

ragionamenti come una precisa espressione dell'opinione generale.

Il menzionato bando è nei sensi che seguitano: «L'Europa cominciava

appena a rammarginar le sue piaghe. Riuniti in congresso a Vienna, i

potenti suoi padroni adoperavano con rara concordia a fermare le basi

d'una lunga pace, quando un impreveduto avvenimento astrinse di nuovo

tutte le nazioni (di già ammaestrate dall'esperienza, degli effetti

dell'ambizione d'un solo uomo) ad impugnare le armi. Potea tuttavia

l'Italia lusingarsi colla speranza di rimanere tranquilla frammezzo a

questi passeggeri sovvertimenti, e di già numerose truppe erano scese

dall'Alemagna a sua difesa; ma ecco che il re di Napoli, gittando la

maschera che dianzi l'avea sottratto al pericolo, senza premettere

alla guerra dichiarazione veruna, di cui altronde non potrebbe

allegare alcun motivo, contro la fede dei trattati coll'Austria, di

quei trattati cioè, ai quali egli deve la sua esistenza politica; ecco

che il re di Napoli minaccia col suo esercito di turbare la

tranquillità della bella Italia, e non contento di addurre il flagello

della guerra, tenta altresì di allumare dappertutto, mediante il vano

simulacro dell'independenza italiana, l'incendio devastatore della

rivoluzione che già gli spianava le vie della possanza per salire

dalla condizione di privato a quella di sovrano.

»Non meno straniero dell'Italia che nuovo nell'ordine dei sovrani,

egli volge con ostentazione agl'Italiani parole che appena si

addirebbero ad un Alessandro Farnese, ad un Andrea Doria, ad un

Trivulzio il Magno; e si dà per capo della nazione italiana, la quale

pure possiede proprie dinastie, regnanti da secoli ed ha veduto

nascere nelle più liete sue contrade tutta l'augusta famiglia che

regge col paterno suo freno un sì gran numero di nazioni. Or questo re

d'una dell'estremità dell'Italia vorrebbe traviare gl'Italiani con la

speciosa idea dei naturali confini, e farli correre dietro alla

fantasima di un unico regno, a cui sarebbe appena possibile assegnare

una capitale: tanto è vero che la natura stessa vuol che l'Italia sia

pârtita in più Stati, ammaestrandoci con ciò, non dall'ampiezza del

territorio, non dal massimo numero della popolazione, non dalla forza

dell'armi assicurata essere la felicità dei popoli; ma bensì piuttosto

dalle buone leggi, dalla reverenza degli antichi costumi e dallo

stabilimento di una parca amministrazione. Ond'è che la Lombardia

ricorda tuttora con sensi d'ammirazione e di gratitudine i nomi

immortali di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo.

»Non pago d'ingannare le moltitudini eccitandole a correre dietro alla

fantasima dell'independenza italiana, il re di Napoli vuol pure trarre

in errore gl'Italiani poco prudenti, e indurli a credere che una

segreta disposizione ad assecondare i suoi disegni nutriscano quei

potentati medesimi che con meravigliosa prestezza rinnovellano ora

appunto i loro formidabili armamenti terrestri e marittimi, e che

bentosto con un atto pubblico daranno al mondo una pruova novella

della loro unione indispensabile sotto il vessillo delle stesse

massime. Non pare egli invero che, assoggettata al re di Napoli,

l'Italia potrebbe chiamarsi indipendente? Chi può dubitare che i

potentati non siensi fatti ormai capaci, non potersi dare nè pace nè

tregua con un uomo che non ha il menomo riguardo alle proprie

promesse, nè agli atti di generosità ond'è stato ricolmo dai suoi

vincitori?

»I benefizi sparsi dal nostro augustissimo imperatore e re, 1.^o su

tutto l'esercito italiano, niun membro del quale (purchè suddito) è

stato lasciato privo di mezzi di sostentamento; 2.^o su tutto il

numeroso ordine degli uffiziali civili; la cura paterna adoperata dal

governo austriaco, non appena restituito in Italia, a riunire tutti i

partiti in un solo ed a trattarli tutti come figliuoli, senz'aver

riguardo nè all'opinioni politiche, nè agli anteriori portamenti di

ognuno, seguendo anzi per quegl'istessi che l'hanno astretto ad usar

rigore, l'ispirazione di un sentimento affatto paterno; sono tutte

cose talmente notorie, che senz'altro distruggono le calunnie con

tanta enfasi spacciate dal re di Napoli!

»Lombardi! Naturalmente sincero e in niun modo vantatore per sistema,

il governo austriaco vi ha promesso la tranquillità, il buon ordine

pubblico ed una amministrazione paterna. Egli atterrà quanto vi ha

promesso. Sovvengavi dei tempi felici anteriori al 1796, delle

instituzioni di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo; paragonate

quel sistema di governo con quello che vi toccò sopportare di poi, e

che, fondato sopra i medesimi princìpi, vi fu annunziato con le stesse

mendaci espressioni che ora vengonvi indirizzate. La vostra soverchia

credulità alle promesse della democrazia francese, vi ha tratti di già

in rovina; siate omai più prudenti e non dimenticate che dopo

l'esperienza la vostra colpa sarebbe più grave che non sia stata

dianzi. La docilità del vostro carattere, la riflessione, frutto delle

vostre cognizioni, e l'attaccamento che il vostro augusto principe si

merita per tanti titoli, vi scorgano, v'inducano a protegger sempre il

buon ordine pubblico, e a difendere il trono e la patria.

»Milano, il 5 d'aprile 1815.

»_Il Governatore generale_

»Maresciallo BELLEGARDE.»

Ora che era egli Murat? Re d'una parte dell'Italia. Quali erano le sue

truppe? Truppe italiane. Quali i suoi divisamenti? Discacciar gli

stranieri dall'Italia, e riunire la Penisola sotto uno stesso governo.

E questi fatti emergono essi dalla lettura del bando di Bellegarde?

L'Austria non istava però senza inquietudine, e il possesso delle

novelle sue province non pareale assicurato a bastanza. Troppo pieno

era stato il trionfo, sicchè non poteano non tenergli dietro alcuni

rovesci; e la prudente Austria è più tranquilla allorchè ha fatto ai

suoi avversari alcune concessioni di poco rilievo, di quello che sia

quando gli ha spietatamente maltrattati. I fatti del 1815, la

rinnovellazione della guerra, il malumore che essa non potea non

ravvisare nel popolo milanese, furono per essa come i segni forieri

del rovescio che tien dietro al troppo splendido trionfo, e le fecer

provare un certo quale pentimento di essersi allora lasciata

trascinare dalla foga del trionfo, talmente da porre in disparte il

sistema delle transazioni. L'Austria si mostrò giudiziosa, perocchè

fece, senz'esservi in verun modo costretta, una concessione. Quanto

essa concedette era ben poco certamente; ma ciò non monta. In politica

non vi è concessione facile quando è spontanea, ed il governo che ne

fa una in grazia delle congiunture è meglio che accorto, perchè si può

dir saggio.

Il giorno dopo l'incorporazione della Valtellina e delle contee di

Bormio e di Chiavenna nella Lombardia austriaca, che fu il 16 d'agosto

del 1815, un bando novello del maresciallo Bellegarde annunziava ai

Lombardi che, mossa dal sentimento di predilezione sempre mai

dimostrato a' suoi Stati d'Italia, S. M. Imperiale e Reale erasi

degnata di porre l'ultima mano all'adempimento delle benefiche sue

intenzioni, formando coi detti suoi Stati un regno Lombardo-Veneto.

L'atto della creazione di questo regno andava unito al bando. La

nomina di un vicerè, che facesse dimora per sei mesi dell'anno in

Milano e per altretanto tempo in Venezia, l'istituzione di una corte e

dei grandi ufficiali di essa, la conservazione dell'ordine della

Corona ferrea, l'obbligo imposto ad ogni re del regno Lombardo-Veneto

di cignersi il capo con la famosa corona dei re longobardi, la

divisione del reame in due governi, di cui Venezia e Milano dovevano

essere i capiluoghi, la suddivisione dei governi in più province,

delle province in distretti e di questi in comuni, e la promessa di un

pronto ordinamento del novello reame; tali erano le disposizioni

contenute nell'atto promulgato in Vienna il 7 agosto 1815 per la

creazione del Regno Lombardo-Veneto.

Alcunchè era in fatti pei Lombardi, che avevano perduto tutto, il

trovarsi di nuovo in possesso del loro nome e della loro qualità

d'Italiani. Fin qui, dal 12 di giugno dell'anno precedente in poi,

eransi chiamati austriaci, e la bella loro contrada veniva designata

in tutti gli atti solenni come una provincia dell'imperio austriaco,

senz'avere nemmeno un nome suo proprio. L'annunzio della creazione

d'un vicerè che avesse a risiedere in Italia poteva intendersi come

una promessa d'independenza di questa contrada, o almeno come un

obbligo implicito di appartare in certo qual modo il governo

lombardo-veneto dal gabinetto di Vienna, lasciando che quello dêsse

sesto alle sue proprie cose nel modo che piacessegli o poco meno.

In questo senso i partigiani dell'Austria faceano le viste d'intender

quell'atto, e in questo senso parimenti l'intendeano in Vienna alcuni

della stessa casa imperiale. Ond'è che l'arciduca Antonio, stato

dall'imperatore il 7 di marzo del 1816 innalzato alla dignità di

vicerè del Regno Lombardo-Veneto, umilmente espose a S. M. ch'ei

s'intendeva di esercitare in questo reame le facoltà istesse ch'erano

già state attribuite all'arciduca Ferdinando. Ma a questo modo non la

intendeva l'imperatore; il quale anzi proponevasi d'invigilar

l'amministrazione del suo novello reame più strettamente di quanto

erasi fatto da' suoi antenati quando la contrada era in grado di

semplice provincia del loro imperio. Dovè l'arciduca persuadersi come

non altro gli toccherebbe avere che il mero titolo di vicerè, e come,

nello Stato Lombardo-Veneto, quale voleasi dal fratello ch'esso fosse,

non vi era posto di mezzo tra il governatore e l'imperatore, che viene

a dire non dovervi esser posto per un vicerè. L'imperatore si avvide

dal canto suo di essersi ingannato nel proporsi di conferire al

fratello un simulacro soltanto di potestà; e con poco stento si arrese

alle instanze dell'arciduca, che lo supplicò di dare ad altri la

dignità ch'eragli stata esibita. Fu a lui pertanto surrogato

l'arciduca Ranieri, la scelta del quale corrispose pienamente alle

intenzioni dell'imperatore.

Dei primi anni dell'austriaca dominazione poco altro mi rimane a dire,

se non che, essere stata la Reggenza provvisionale disciolta il 1.º di

gennaio del 1816 per dare luogo ad un consiglio di governo, di cui fu

presidente il governatore conte Saurau, e che era composto di dieci

consiglieri, fra i quali il vicepresidente fu il conte Jacopo

Mellerio; non essere stato in alcuna guisa alleviate le imposte, nè

anche quando venne raffermata la pace; essere stato abolito l'antico

ufficio di polizia del dipartimento dell'Olona, e date le attribuzioni

di quello alla direzione generale di polizia di Milano; essere stati i

sudditi italiani di S. M. l'imperatore d'Austria dimoranti fuor dello

Stato, richiamati nello Stato medesimo, sotto pena, in caso di

contumacia, di essere puniti a' termini dei decreti dell'anno 1812;

agl'Italiani sudditi dell'Austria che militavano pel re di Napoli

essere stata comminata la morte civile e la confisca dei beni se non

si toglievano immantinenti da quegli stipendi; essere stata (per legge

del 26 agosto 1815, sottoscritta in nome della Reggenza dal suo

segretario Strigelli, e la quale tuttora è in vigore) promessa una

mercede di sei fiorini a qualunque persona non militare che arrestasse

un prigioniero di guerra fuggitivo, e il quale si tenesse nascosto o

errasse senza scorta. I termini con cui conchiudevasi quella legge

sono i seguenti: «La presente determinazione è _specialmente_

applicabile ai militari ed agli ufficiali civili delle nazioni

francese ed italiana, i quali, appartenendo in origine al reame di

Napoli, sono stati mandati sotto buona scorta militare nell'interno

della monarchia austriaca». Farò quivi notare che tutte le leggi

repressive di un qualche misfatto o delitto contengono la formale

ingiunzione ad ogni buon cittadino di denunziare il colpevole. I

medici e i chirurgi non sono già eccettuati da un tale avvilitivo

obbligo; chè anzi una legge del 9 di maggio de 1816 minaccia loro

un'aspra pena ove tardino più di ventiquattr'ore a ragguagliare i

maestrati delle ferite cui sono chiamati a medicare, oppur anche delle

malattie, accidenti, ec., che possono essere effetto di un qualche

delitto e in cognizione delle quali sono venuti per l'adempimento del

loro ufficio. Aggiugnerò inoltre che i dazi tra la Lombardia e l'altre

parti dell'impero austriaco non furono aboliti; il che privò la

contrada dell'unico e tenue vantaggio che avrebbe potuto curarle la

sua riunione a un grande Stato; che le prefetture, le sotto

prefetture, i tribunali e tutti i corpi amministrativi o giudiziari

componenti l'amministrazione franco-italica mano mano si cessarono; e

le circoscrizioni del territorio vennero ristabilite come a' tempi di

Maria Teresa. Ma a questo riguardo conviene dire che una tale

spartizione, del pari che l'ordinamento comunale antico e riposto in

vigore, erano certamente da preferirsi a quelli che l'imperatore

Napoleone aveva importati di Francia. Un novello codice civile fu

promulgato o per meglio dire, con regia patente del 28 settembre 1815,

fu esteso alla Lombardia il codice vigente nel resto della monarchia,

con questo però che non cominciasse ad aver vigore che dal 1.^o di

gennaio del 1816. I dritti matrimoniali vennero ordinati dal 1.^o di

luglio 1815 in poi con una patente del 20 aprile dell'anno medesimo.

Il codice dei delitti e delle gravi trasgressioni politiche,

promulgato il 9 di luglio del 1815, fu posto in vigore pel 1.^o di

novembre successivo. Venne regolarmente instituito l'ufficio di

censura della stampa, e i due giornali ch'erano allora pubblicati in

Milano furono bentosto soppressi per cessare ogni competenza con la

_Gazzetta di Milano_, giornale a cui dava aiuto il governo. I monachi

e frati d'ambi i sessi riebbero i loro monisteri e' loro antichi

privilegi; e i benefizi ecclesiastici tornarono ad essere una sorgente

inesauribile di agi ed anche di ricchezze pel clero.

Non rimanea più omai nello Stato e nelle leggi vestigio alcuno dei

princìpi rivoluzionari pocanzi trionfanti. Non solo era vinta la

democrazia, ma niuno degli ordini del popolo era in verun modo

partecipe del governo del paese. Nè solo era sbandito il principio

della libertà illimitata di coscienza; ma niuno potea pubblicare un

pensiero che non fosse in tutto conforme alle particolari dottrine dei

censori. Lo spirito del decimottavo secolo erasi affatto dileguato; e

il clero tornato non meno potente di quanto ei fosse stato, non dirò

ai tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II, ma a quelli della

dominazione ispanica. Il divorzio era abolito; restituite le antiche

linee daziarie, riposta nel pristino suo splendore la nobiltà di

nascita; persino i nomi venuti in uso a' tempi della rivoluzione e del

regno italico per indicare i varii corpi dello Stato o le parti

diverse del territorio aveano dato luogo ai nomi disusati del

precedente secolo.

Ma non istavano già in questo i guai della Lombardia. Perdendo

repentinamente tutti i beni acquistati duranti i moti rivoluzionari, e

ridotta all'andazzo antico delle istituzioni meramente monarchiche e

dei pregiudizi di cui siffatte istituzioni sono, al postutto,

l'espressione, la Lombardia avea perduto altresì ogni reliquia

d'independenza, ogni segno d'una propria esistenza. Portava essa,

invero, il titolo di regno Lombardo-Veneto; ma le sue soldatesche,

mandate in Austria, erano vestite di bianca assisa; il vessillo

giallo-nero sventolava su tutti gli edifizi; l'aquila bicipite

campeggiava nel suo stemma. E per toccare d'altri più rilevanti

riguardi, ad onta dell'incontrastabile pro della novella spartizione

del territorio e del novello ordinamento comunale, tutte le

attribuzioni dei maestrati di comune, di distretto, di provincia ed

anche di capoluogo si ristrignevano nel presentare a Vienna i divisi

dei quali utile o necessaria stimavano l'effettuazione. Il dritto

austriaco tornava ad essere il dritto lombardo-veneto; i tribunali di

prima e di seconda instanza erano, per vero dire, indipendenti dai

tribunali dell'istesso ordine sedenti in Vienna; ma il tribunale

supremo di revisione, stanziato in Verona, non era altro che un brano

del tribunale supremo di giustizia sedente in Vienna. Tutte le nomine

da Vienna procedevano, e tutto, nel modo di amministrazione cui era

stata assoggettata la Lombardia, attestava la condizione secondaria e

dipendente cui essa trovavasi condotta. Dovrassi far avvertire che i

princìpi in onore presso gli Austriaci erano in ogni modo ripugnanti

col senno e con l'onestà della popolazione lombarda? Chi non

comprenderà a bella prima il sentimento di avversione e di fastidio

che travagliare dovea i cuori dei Lombardi alla lettura di quelle

leggi che loro prescriveano formalmente la delazione e lo spieggiare?

Il senno italiano poteva esso non trovarsi stomacato nel leggere

l'esposizione dei motivi delle leggi più oppressive, e nel veder quivi

vantate ora la predilezione di S. M. inverso a' suoi Stati italiani,

ora la paterna sua sollecitudine a pro de' sudditi, il suo

incomparabile amore e cose simili? I Lombardi, ch'eransi testè aperto

il passo per a traverso l'Europa, e aveano così di fresco spiegata

tanta energia, potevano essi vedersi senza stizza trattati come

fanciulli da quella nazione che mispregiavano più d'ogni altra,

costretti a rimettersi in tutto quanto riguardavali all'arbitraria

determinazione del governo, e tacciati poi d'ingratitudine se

tentavano di muoversi e di respirare a loro senno? Potevano essi

rassegnarsi senza ripugnanza ad uno stato di cose che pienamente

annullava la loro esistenza politica?

Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi · 第 9 / 15 段