Bellegarde non avesse avuto notizia che la giunta non riconoscea
l'esistenza della congiura, trasse di angustia i giudici, che mal
sapevano porre d'accordo i dettami, alquanto sommessi, della loro
coscienza e le ben note brame del governo. Dacchè l'imperatore
obbligavasi a non ratificare la condanna che venisse da loro proferita
contro gl'inquisiti; ogni scrupolo si dileguava. Se la forza della
verità costringevali a dichiarare la non-esistenza della congiura,
rimanea però tuttora il reato di non-rivelazione, del quale constava
in realtà, e sopra del quale poteasi senza troppa vergogna fondare una
condanna anche severa. Per le quali cose, dichiarò la giunta: 1.º non
esservi stata congiura; 2.º essersi proferite parole contro il
governo, e formati vaghi disegni, e non averne gli accusati
ragguagliata la pubblica autorità. Condannò essa perciò gli accusati
alla massima pena comminata pel reato di non-rivelazione, cioè _a
cinque anni di carcere duro_. Ma non si dovea essa frapporre
l'imperiale clemenza? Sì; e di fatti, tre anni dopo che gli accusati
erano stati, all'uscire dall'ultima udienza della giunta, ricondotti
nel carcere, la sentenza che li condannava a cinque anni di carcere
duro, ritornò da Vienna a Mantova, colla commutazione della pena in
diciotto mesi della detenzione medesima. Dietro le massime del vigente
diritto, i tre anni trascorsi avrebbero dovuto essere riguardati come
una più che sufficiente espiazione della pena commutata, ma S. M.
volle altrimenti. La detenzione degli accusati fino a quel punto, era
stata, in sua sentenza, non una pena, ma un mero provvedimento per la
pubblica sicurezza, nè potea diventare una pena se non dal momento in
cui veniva pubblicata la sentenza. Poco montava che quegl'infelici
gemessero in carcere da tre anni, mentre la pena da infliggersi loro
doveva essere una detenzione di soli diciotto mesi; fu forza dopo i
tre anni di carcere già sofferti subire ancora altri diciotto mesi di
detenzione, cosicchè la grazia imperiale valse ai captivi la
liberazione dalla pena per soli sei mesi. E sì che la promessa fatta
fare dall'imperatore di perdonare ogni cosa era quella sola che aveva
indotta la giunta, tutta composta dei più caldi zelatori di Casa
d'Austria, a proferire una condanna che ad essi stessi pareva non a
bastanza fondata.
Ho voluto descrivere insino all'ultimo la sorte toccata ai congiurati
del 1814, ed ho taciuto perciò gli avvenimenti accaduti nei quattro
anni ch'essi passarono in carcere. Ritorno ora indietro per adempire
il mio debito, cioè per far conoscere la storia della Lombardia
dall'anno 1814 sino ai dì nostri: storia invero assai incompleta,
siccome quella che non registra altro che congiure sventate o editti
promulgati, e nella quale non vedesi la nazione operare cosa veruna,
esercitare nè influenza nè autorità, spiegare nè facoltà nè tendenze,
fare in somma alcunchè nè per sè nè per mezzo de' suoi rappresentanti.
La nuova dell'incorporazione definitiva della Lombardia nei domini
austriaci, la cattura dei più ragguardevoli uffiziali dell'esercito
del cessato regno d'Italia, e il fatto della riscossione delle imposte
come per lo passato e senza il menomo alleviamento, avevano ingenerato
il malumore nel popolo. Gli avvenimenti accaduti nel mese di marzo
dell'anno 1815, o pur solo l'espettazione di essi ridestarono nei
cuori degl'Italiani la speranza di giorni migliori, e con la speranza
l'energia. Due personaggi fra' principali di Milano, uno de' quali
portava un nome illustre nell'aristocrazia; due personaggi che già si
erano mescolati nei fatti del 17 e del 20 aprile del 1814, e dei quali
ho taciuto i nomi, onde assegnar loro un posto appartato e non porgere
al lettore l'occasione di confonderli con altri autori dei fatti
medesimi, recaronsi dai primari ufficiali del governo e loro proposero
di far venire in città un grosso polso di contadini in occasione della
festa della Madonna di marzo, e di volgere poi la piena di que'
subillati contadini contro le case dei Milanesi di cui era noto
l'attaccamento al cessato governo. Per proporre scopertamente
l'assassinio, anche politico, vi vuole un capitale d'impudenza che
dalla educazione viene riprovato e distrutto. Ond'è ch'io credo che
quei due non osassero dire che volevano toglier la vita ai partigiani
del governo franco-italico; ma dicessero all'incontro di non volere
far altro che incuter loro timore, onde far loro passare la voglia di
ribellarsi e strignerli fors'anche ad abbandonare la patria. Suppongo
anzi che le vere loro intenzioni non fossero diverse da quanto io
credo che dicessero. Checchè di ciò ne sia, il governo, più timoroso
che pago d'un siffatto appoggio, memore altresì di quanto era accaduto
il 20 marzo 1814 e di quanto erasi forte temuto di veder accadere nel
giorno appresso, e schivo al postutto dall'ammettere qualunque
cooperazione popolare, ributtò le pericolose proposte. Io dubito anzi,
che la forsennata devozione di quei due abbiagli mai inspirata una
piena fiducia. Ad ogni modo Milano fu quella volta preservato, mercè
la prudenza austriaca, dalle sciagure che apparecchiavanle i Milanesi
devoti di Casa d'Austria.
La guerra che poco stette a prorompere pose il governo austriaco nella
trista necessità d'imporre un accatto forzoso sopra i trafficanti
della Lombardia. E sebbene fosse di poco rilievo la somma accattata, e
favorevoli pei creditori i patti a cui astrignevasi il governo,
quell'accatto forte dispiacque all'intiera popolazione, la quale però
non fecevi contrasto veruno. Intendendosi nella seconda parte di
questo scritto a mostrare il come abbia il governo austriaco potuto
annichilire lo spirito pubblico e traviare il giudizio dei Lombardi,
non sarà inopportuno il riportare qui il bando promulgato intorno alle
cose di Napoli il giorno 5 aprile del 1815 dal maresciallo Bellegarde.
Così strana si è la favella del maresciallo in quel bando, e così
contraria ai più ovvii dati della storia e ai più chiari dettami del
buon senso, che quasi quasi gli si potrebbe attribuire un'intenzione
d'ironia. Il che facendo si andrebbe tuttavia di gran lunga errato.
Gli ufficiali del governo austriaco e l'istesso imperatore usano
sempre tali modi di parlare che per l'esagerazione loro sembrano
ironici; ma col mostrare insieme volto serio e cera d'uomini convinti,
ne danno ad intendere al popolo ed ai ragazzi. I quali, coll'ascoltare
abitualmente i ragionamenti di quei magistrati, nè trovar mai chi
faccia loro conoscere la verità, finiscono per tenere quei
ragionamenti come una precisa espressione dell'opinione generale.
Il menzionato bando è nei sensi che seguitano: «L'Europa cominciava
appena a rammarginar le sue piaghe. Riuniti in congresso a Vienna, i
potenti suoi padroni adoperavano con rara concordia a fermare le basi
d'una lunga pace, quando un impreveduto avvenimento astrinse di nuovo
tutte le nazioni (di già ammaestrate dall'esperienza, degli effetti
dell'ambizione d'un solo uomo) ad impugnare le armi. Potea tuttavia
l'Italia lusingarsi colla speranza di rimanere tranquilla frammezzo a
questi passeggeri sovvertimenti, e di già numerose truppe erano scese
dall'Alemagna a sua difesa; ma ecco che il re di Napoli, gittando la
maschera che dianzi l'avea sottratto al pericolo, senza premettere
alla guerra dichiarazione veruna, di cui altronde non potrebbe
allegare alcun motivo, contro la fede dei trattati coll'Austria, di
quei trattati cioè, ai quali egli deve la sua esistenza politica; ecco
che il re di Napoli minaccia col suo esercito di turbare la
tranquillità della bella Italia, e non contento di addurre il flagello
della guerra, tenta altresì di allumare dappertutto, mediante il vano
simulacro dell'independenza italiana, l'incendio devastatore della
rivoluzione che già gli spianava le vie della possanza per salire
dalla condizione di privato a quella di sovrano.
»Non meno straniero dell'Italia che nuovo nell'ordine dei sovrani,
egli volge con ostentazione agl'Italiani parole che appena si
addirebbero ad un Alessandro Farnese, ad un Andrea Doria, ad un
Trivulzio il Magno; e si dà per capo della nazione italiana, la quale
pure possiede proprie dinastie, regnanti da secoli ed ha veduto
nascere nelle più liete sue contrade tutta l'augusta famiglia che
regge col paterno suo freno un sì gran numero di nazioni. Or questo re
d'una dell'estremità dell'Italia vorrebbe traviare gl'Italiani con la
speciosa idea dei naturali confini, e farli correre dietro alla
fantasima di un unico regno, a cui sarebbe appena possibile assegnare
una capitale: tanto è vero che la natura stessa vuol che l'Italia sia
pârtita in più Stati, ammaestrandoci con ciò, non dall'ampiezza del
territorio, non dal massimo numero della popolazione, non dalla forza
dell'armi assicurata essere la felicità dei popoli; ma bensì piuttosto
dalle buone leggi, dalla reverenza degli antichi costumi e dallo
stabilimento di una parca amministrazione. Ond'è che la Lombardia
ricorda tuttora con sensi d'ammirazione e di gratitudine i nomi
immortali di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo.
»Non pago d'ingannare le moltitudini eccitandole a correre dietro alla
fantasima dell'independenza italiana, il re di Napoli vuol pure trarre
in errore gl'Italiani poco prudenti, e indurli a credere che una
segreta disposizione ad assecondare i suoi disegni nutriscano quei
potentati medesimi che con meravigliosa prestezza rinnovellano ora
appunto i loro formidabili armamenti terrestri e marittimi, e che
bentosto con un atto pubblico daranno al mondo una pruova novella
della loro unione indispensabile sotto il vessillo delle stesse
massime. Non pare egli invero che, assoggettata al re di Napoli,
l'Italia potrebbe chiamarsi indipendente? Chi può dubitare che i
potentati non siensi fatti ormai capaci, non potersi dare nè pace nè
tregua con un uomo che non ha il menomo riguardo alle proprie
promesse, nè agli atti di generosità ond'è stato ricolmo dai suoi
vincitori?
»I benefizi sparsi dal nostro augustissimo imperatore e re, 1.^o su
tutto l'esercito italiano, niun membro del quale (purchè suddito) è
stato lasciato privo di mezzi di sostentamento; 2.^o su tutto il
numeroso ordine degli uffiziali civili; la cura paterna adoperata dal
governo austriaco, non appena restituito in Italia, a riunire tutti i
partiti in un solo ed a trattarli tutti come figliuoli, senz'aver
riguardo nè all'opinioni politiche, nè agli anteriori portamenti di
ognuno, seguendo anzi per quegl'istessi che l'hanno astretto ad usar
rigore, l'ispirazione di un sentimento affatto paterno; sono tutte
cose talmente notorie, che senz'altro distruggono le calunnie con
tanta enfasi spacciate dal re di Napoli!
»Lombardi! Naturalmente sincero e in niun modo vantatore per sistema,
il governo austriaco vi ha promesso la tranquillità, il buon ordine
pubblico ed una amministrazione paterna. Egli atterrà quanto vi ha
promesso. Sovvengavi dei tempi felici anteriori al 1796, delle
instituzioni di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo; paragonate
quel sistema di governo con quello che vi toccò sopportare di poi, e
che, fondato sopra i medesimi princìpi, vi fu annunziato con le stesse
mendaci espressioni che ora vengonvi indirizzate. La vostra soverchia
credulità alle promesse della democrazia francese, vi ha tratti di già
in rovina; siate omai più prudenti e non dimenticate che dopo
l'esperienza la vostra colpa sarebbe più grave che non sia stata
dianzi. La docilità del vostro carattere, la riflessione, frutto delle
vostre cognizioni, e l'attaccamento che il vostro augusto principe si
merita per tanti titoli, vi scorgano, v'inducano a protegger sempre il
buon ordine pubblico, e a difendere il trono e la patria.
»Milano, il 5 d'aprile 1815.
»_Il Governatore generale_
»Maresciallo BELLEGARDE.»
Ora che era egli Murat? Re d'una parte dell'Italia. Quali erano le sue
truppe? Truppe italiane. Quali i suoi divisamenti? Discacciar gli
stranieri dall'Italia, e riunire la Penisola sotto uno stesso governo.
E questi fatti emergono essi dalla lettura del bando di Bellegarde?
L'Austria non istava però senza inquietudine, e il possesso delle
novelle sue province non pareale assicurato a bastanza. Troppo pieno
era stato il trionfo, sicchè non poteano non tenergli dietro alcuni
rovesci; e la prudente Austria è più tranquilla allorchè ha fatto ai
suoi avversari alcune concessioni di poco rilievo, di quello che sia
quando gli ha spietatamente maltrattati. I fatti del 1815, la
rinnovellazione della guerra, il malumore che essa non potea non
ravvisare nel popolo milanese, furono per essa come i segni forieri
del rovescio che tien dietro al troppo splendido trionfo, e le fecer
provare un certo quale pentimento di essersi allora lasciata
trascinare dalla foga del trionfo, talmente da porre in disparte il
sistema delle transazioni. L'Austria si mostrò giudiziosa, perocchè
fece, senz'esservi in verun modo costretta, una concessione. Quanto
essa concedette era ben poco certamente; ma ciò non monta. In politica
non vi è concessione facile quando è spontanea, ed il governo che ne
fa una in grazia delle congiunture è meglio che accorto, perchè si può
dir saggio.
Il giorno dopo l'incorporazione della Valtellina e delle contee di
Bormio e di Chiavenna nella Lombardia austriaca, che fu il 16 d'agosto
del 1815, un bando novello del maresciallo Bellegarde annunziava ai
Lombardi che, mossa dal sentimento di predilezione sempre mai
dimostrato a' suoi Stati d'Italia, S. M. Imperiale e Reale erasi
degnata di porre l'ultima mano all'adempimento delle benefiche sue
intenzioni, formando coi detti suoi Stati un regno Lombardo-Veneto.
L'atto della creazione di questo regno andava unito al bando. La
nomina di un vicerè, che facesse dimora per sei mesi dell'anno in
Milano e per altretanto tempo in Venezia, l'istituzione di una corte e
dei grandi ufficiali di essa, la conservazione dell'ordine della
Corona ferrea, l'obbligo imposto ad ogni re del regno Lombardo-Veneto
di cignersi il capo con la famosa corona dei re longobardi, la
divisione del reame in due governi, di cui Venezia e Milano dovevano
essere i capiluoghi, la suddivisione dei governi in più province,
delle province in distretti e di questi in comuni, e la promessa di un
pronto ordinamento del novello reame; tali erano le disposizioni
contenute nell'atto promulgato in Vienna il 7 agosto 1815 per la
creazione del Regno Lombardo-Veneto.
Alcunchè era in fatti pei Lombardi, che avevano perduto tutto, il
trovarsi di nuovo in possesso del loro nome e della loro qualità
d'Italiani. Fin qui, dal 12 di giugno dell'anno precedente in poi,
eransi chiamati austriaci, e la bella loro contrada veniva designata
in tutti gli atti solenni come una provincia dell'imperio austriaco,
senz'avere nemmeno un nome suo proprio. L'annunzio della creazione
d'un vicerè che avesse a risiedere in Italia poteva intendersi come
una promessa d'independenza di questa contrada, o almeno come un
obbligo implicito di appartare in certo qual modo il governo
lombardo-veneto dal gabinetto di Vienna, lasciando che quello dêsse
sesto alle sue proprie cose nel modo che piacessegli o poco meno.
In questo senso i partigiani dell'Austria faceano le viste d'intender
quell'atto, e in questo senso parimenti l'intendeano in Vienna alcuni
della stessa casa imperiale. Ond'è che l'arciduca Antonio, stato
dall'imperatore il 7 di marzo del 1816 innalzato alla dignità di
vicerè del Regno Lombardo-Veneto, umilmente espose a S. M. ch'ei
s'intendeva di esercitare in questo reame le facoltà istesse ch'erano
già state attribuite all'arciduca Ferdinando. Ma a questo modo non la
intendeva l'imperatore; il quale anzi proponevasi d'invigilar
l'amministrazione del suo novello reame più strettamente di quanto
erasi fatto da' suoi antenati quando la contrada era in grado di
semplice provincia del loro imperio. Dovè l'arciduca persuadersi come
non altro gli toccherebbe avere che il mero titolo di vicerè, e come,
nello Stato Lombardo-Veneto, quale voleasi dal fratello ch'esso fosse,
non vi era posto di mezzo tra il governatore e l'imperatore, che viene
a dire non dovervi esser posto per un vicerè. L'imperatore si avvide
dal canto suo di essersi ingannato nel proporsi di conferire al
fratello un simulacro soltanto di potestà; e con poco stento si arrese
alle instanze dell'arciduca, che lo supplicò di dare ad altri la
dignità ch'eragli stata esibita. Fu a lui pertanto surrogato
l'arciduca Ranieri, la scelta del quale corrispose pienamente alle
intenzioni dell'imperatore.
Dei primi anni dell'austriaca dominazione poco altro mi rimane a dire,
se non che, essere stata la Reggenza provvisionale disciolta il 1.º di
gennaio del 1816 per dare luogo ad un consiglio di governo, di cui fu
presidente il governatore conte Saurau, e che era composto di dieci
consiglieri, fra i quali il vicepresidente fu il conte Jacopo
Mellerio; non essere stato in alcuna guisa alleviate le imposte, nè
anche quando venne raffermata la pace; essere stato abolito l'antico
ufficio di polizia del dipartimento dell'Olona, e date le attribuzioni
di quello alla direzione generale di polizia di Milano; essere stati i
sudditi italiani di S. M. l'imperatore d'Austria dimoranti fuor dello
Stato, richiamati nello Stato medesimo, sotto pena, in caso di
contumacia, di essere puniti a' termini dei decreti dell'anno 1812;
agl'Italiani sudditi dell'Austria che militavano pel re di Napoli
essere stata comminata la morte civile e la confisca dei beni se non
si toglievano immantinenti da quegli stipendi; essere stata (per legge
del 26 agosto 1815, sottoscritta in nome della Reggenza dal suo
segretario Strigelli, e la quale tuttora è in vigore) promessa una
mercede di sei fiorini a qualunque persona non militare che arrestasse
un prigioniero di guerra fuggitivo, e il quale si tenesse nascosto o
errasse senza scorta. I termini con cui conchiudevasi quella legge
sono i seguenti: «La presente determinazione è _specialmente_
applicabile ai militari ed agli ufficiali civili delle nazioni
francese ed italiana, i quali, appartenendo in origine al reame di
Napoli, sono stati mandati sotto buona scorta militare nell'interno
della monarchia austriaca». Farò quivi notare che tutte le leggi
repressive di un qualche misfatto o delitto contengono la formale
ingiunzione ad ogni buon cittadino di denunziare il colpevole. I
medici e i chirurgi non sono già eccettuati da un tale avvilitivo
obbligo; chè anzi una legge del 9 di maggio de 1816 minaccia loro
un'aspra pena ove tardino più di ventiquattr'ore a ragguagliare i
maestrati delle ferite cui sono chiamati a medicare, oppur anche delle
malattie, accidenti, ec., che possono essere effetto di un qualche
delitto e in cognizione delle quali sono venuti per l'adempimento del
loro ufficio. Aggiugnerò inoltre che i dazi tra la Lombardia e l'altre
parti dell'impero austriaco non furono aboliti; il che privò la
contrada dell'unico e tenue vantaggio che avrebbe potuto curarle la
sua riunione a un grande Stato; che le prefetture, le sotto
prefetture, i tribunali e tutti i corpi amministrativi o giudiziari
componenti l'amministrazione franco-italica mano mano si cessarono; e
le circoscrizioni del territorio vennero ristabilite come a' tempi di
Maria Teresa. Ma a questo riguardo conviene dire che una tale
spartizione, del pari che l'ordinamento comunale antico e riposto in
vigore, erano certamente da preferirsi a quelli che l'imperatore
Napoleone aveva importati di Francia. Un novello codice civile fu
promulgato o per meglio dire, con regia patente del 28 settembre 1815,
fu esteso alla Lombardia il codice vigente nel resto della monarchia,
con questo però che non cominciasse ad aver vigore che dal 1.^o di
gennaio del 1816. I dritti matrimoniali vennero ordinati dal 1.^o di
luglio 1815 in poi con una patente del 20 aprile dell'anno medesimo.
Il codice dei delitti e delle gravi trasgressioni politiche,
promulgato il 9 di luglio del 1815, fu posto in vigore pel 1.^o di
novembre successivo. Venne regolarmente instituito l'ufficio di
censura della stampa, e i due giornali ch'erano allora pubblicati in
Milano furono bentosto soppressi per cessare ogni competenza con la
_Gazzetta di Milano_, giornale a cui dava aiuto il governo. I monachi
e frati d'ambi i sessi riebbero i loro monisteri e' loro antichi
privilegi; e i benefizi ecclesiastici tornarono ad essere una sorgente
inesauribile di agi ed anche di ricchezze pel clero.
Non rimanea più omai nello Stato e nelle leggi vestigio alcuno dei
princìpi rivoluzionari pocanzi trionfanti. Non solo era vinta la
democrazia, ma niuno degli ordini del popolo era in verun modo
partecipe del governo del paese. Nè solo era sbandito il principio
della libertà illimitata di coscienza; ma niuno potea pubblicare un
pensiero che non fosse in tutto conforme alle particolari dottrine dei
censori. Lo spirito del decimottavo secolo erasi affatto dileguato; e
il clero tornato non meno potente di quanto ei fosse stato, non dirò
ai tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II, ma a quelli della
dominazione ispanica. Il divorzio era abolito; restituite le antiche
linee daziarie, riposta nel pristino suo splendore la nobiltà di
nascita; persino i nomi venuti in uso a' tempi della rivoluzione e del
regno italico per indicare i varii corpi dello Stato o le parti
diverse del territorio aveano dato luogo ai nomi disusati del
precedente secolo.
Ma non istavano già in questo i guai della Lombardia. Perdendo
repentinamente tutti i beni acquistati duranti i moti rivoluzionari, e
ridotta all'andazzo antico delle istituzioni meramente monarchiche e
dei pregiudizi di cui siffatte istituzioni sono, al postutto,
l'espressione, la Lombardia avea perduto altresì ogni reliquia
d'independenza, ogni segno d'una propria esistenza. Portava essa,
invero, il titolo di regno Lombardo-Veneto; ma le sue soldatesche,
mandate in Austria, erano vestite di bianca assisa; il vessillo
giallo-nero sventolava su tutti gli edifizi; l'aquila bicipite
campeggiava nel suo stemma. E per toccare d'altri più rilevanti
riguardi, ad onta dell'incontrastabile pro della novella spartizione
del territorio e del novello ordinamento comunale, tutte le
attribuzioni dei maestrati di comune, di distretto, di provincia ed
anche di capoluogo si ristrignevano nel presentare a Vienna i divisi
dei quali utile o necessaria stimavano l'effettuazione. Il dritto
austriaco tornava ad essere il dritto lombardo-veneto; i tribunali di
prima e di seconda instanza erano, per vero dire, indipendenti dai
tribunali dell'istesso ordine sedenti in Vienna; ma il tribunale
supremo di revisione, stanziato in Verona, non era altro che un brano
del tribunale supremo di giustizia sedente in Vienna. Tutte le nomine
da Vienna procedevano, e tutto, nel modo di amministrazione cui era
stata assoggettata la Lombardia, attestava la condizione secondaria e
dipendente cui essa trovavasi condotta. Dovrassi far avvertire che i
princìpi in onore presso gli Austriaci erano in ogni modo ripugnanti
col senno e con l'onestà della popolazione lombarda? Chi non
comprenderà a bella prima il sentimento di avversione e di fastidio
che travagliare dovea i cuori dei Lombardi alla lettura di quelle
leggi che loro prescriveano formalmente la delazione e lo spieggiare?
Il senno italiano poteva esso non trovarsi stomacato nel leggere
l'esposizione dei motivi delle leggi più oppressive, e nel veder quivi
vantate ora la predilezione di S. M. inverso a' suoi Stati italiani,
ora la paterna sua sollecitudine a pro de' sudditi, il suo
incomparabile amore e cose simili? I Lombardi, ch'eransi testè aperto
il passo per a traverso l'Europa, e aveano così di fresco spiegata
tanta energia, potevano essi vedersi senza stizza trattati come
fanciulli da quella nazione che mispregiavano più d'ogni altra,
costretti a rimettersi in tutto quanto riguardavali all'arbitraria
determinazione del governo, e tacciati poi d'ingratitudine se
tentavano di muoversi e di respirare a loro senno? Potevano essi
rassegnarsi senza ripugnanza ad uno stato di cose che pienamente
annullava la loro esistenza politica?