Il visconte e il Marchal recaronsi di fatti il dì prefisso in casa del

Rasori, che stava aspettandoli con l'avvocato Lattuada e il colonnello

Gasparinetti. Entrato il visconte, presentollo il Rasori a' suoi

amici, dicendo: «Eccovi, signori, il signor visconte di Saint-Aignan,

di cui mi fo io mallevadore»; e poi rivoltosi al visconte, gli disse:

«Eccovi, o signore, i signori Lattuada e Gasparinetti, di cui mi fo

parimenti mallevadore». Si pigliò tosto a ragionare, gl'interrotti

progetti furono riposti in campo, i nomi dei congiurati passati a

rassegna, novelli disegni discussati. Non ne farò minuto racconto,

perocchè niuno di questi novelli disegni fu seriamente stabilito.

Troppo acceso era il desiderio dell'insorgimento nei liberali

italiani; laonde non era possibile che ne investigassero profondamente

i mezzi, le speranze e i pericoli. Quello che si fermò, egli era di

ristaurare ad ogni costo il passato, di cancellare dalla storia

italiana i due mesi ultimi scorsi, di tentarlo almeno, di non

trascurare perciò veruna occasione, e di non badare ai pericoli. Avea

il Lattuada portato le varie minute di costituzione fra le quali tra'

congiurati militari non era ancora stata fatta l'elezione; ed a

speciale richiesta del visconte si assunse l'incarico di compilare

colla scorta di quei diversi progetti una costituzione. Il colonnello

Gasparinetti promise di stendere un bando per l'esercito, e il Rasori

un manifesto al popolo. Il Marchal dovea incontanente recarsi dal re

di Napoli per assicurarsi della cooperazione di lui; e il Rasori

partire alla vôlta di Douvres per porre sotto la protezione del

Reggente il novello Stato italiano; dopo del che, reduce in Francia,

otterrebbe, volendo colà accasarsi, giusta le promesse del

Saint-Aignan, un'onorata e lucrosa carica. Il visconte poi dovea far

pagare al Lattuada per mezzo d'un banchiere di Lugano un milione di

franchi, destinato a pagare la diserzione che facea di mestieri nei

reggimenti italiani partiti alla vôlta dell'Austria. Indettatisi in

questi termini, i quattro congiurati si separarono promettendo di

riunirsi di nuovo il 26 di novembre, e di recare al convegno un

progetto definitivo di costituzione, un bando all'esercito e un

manifesto al popolo. Furono tutti fedeli alla promessa nel giorno

prefisso; ma l'impostore, che giunse per l'ultimo, entrò trepidante e

smanioso nella sala della conferenza, dicendo ch'era stato seguito da

emissari di polizia, che aveane veduti parecchi cammin facendo, ed

eragli forse venuto fatto di sottrarsi alla vista loro coll'allungare

il passo; ma che in tale condizione di cose era necessario deliberar

prontamente e subito separarsi. Facea l'impostore egregiamente la sua

parte. Sembrava sbigottito e sdegnato ad un tempo, volgeasi

bruscamente di quando in quando per vedere se non aveva alcuno dietro,

e coll'occhio ardente, col volto acceso, parlava ad alta voce,

gestiva, si dimenava. Trasse anzi di tasca una pistola da due colpi,

cui disse carica, e depostala sul tavolino, presso il quale i

congiurati, rimasi a tale atto interdetti, erano raccolti, esclamò:

«Vengano, vengano questi bricconi, questi sciaurati, e se alcuno fa

mostra di pormi le mani addosso, avrà a che fare, per Dio! con la mia

pistola». Acchetatosi poscia alquanto, pregò gli amici di entrar

presto in materia. Avevano i signori Lattuada, Rasori e Gasparinetti

deposto sul tavolino le carte che arrecavano e ch'erano state

dall'impostore bene adocchiate. Non appena le ebbe egli prese in mano

e cominciatane la lettura, che l'aia della figliuola del Rasori entrò

a furia nella sala e avvertì il padrone che la strada era piena di

gente, e la casa accerchiata da agenti della polizia e soldati. A

questa notizia, il visconte è côlto da un nuovo accesso di furore;

biastemmia, si frega il fronte colle mani, si dimena proferendo parole

interrotte; e approfittando dello stupore che a bella posta destava

nelle sue vittime, s'avventa anzi tutto sopra la sua pistola, poi

sopra la minuta di costituzione, il bando e il manifesto, e gridando

voler andare a rompere il cranio a quegli sfacciati bricconi, non li

temer punto, ec., balza fuori rapidamente dalla sala e dalla casa,

lasciando i signori Rasori, Lattuada, Gasparinetti e Marchal più

inquieti di quella gran furia e delle conseguenze che aver potea per

chi vi si era dato in preda, che non pensosi di sè stessi.

Ov'erasene egli andato l'impostore? Chi lo avesse seguito, avrebbelo

visto sguizzare in mezzo agli agenti della polizia, parlare a bassa

voce coi principali di loro, ricevere graziosamente le loro

congratulazioni, e poi trottare sollecito alla casa del suo congiunto

il maresciallo Bellegarde, per annunziargli l'esito felice della sua

frode. Volendo finir presto di parlar di costui, licenzierommi a

romper l'ordine cronologico per riferire quanto gli accadde molt'anni

di poi. Reduce in Francia, passeggiava un giorno il Marchal sotto i

portici del Palazzo Reale, quando l'aspetto d'un uomo che camminava

pochi passi stante, ridestò in lui repentinamente angosciose memorie.

In pochi momenti potè il Marchal convincersi che punto non s'ingannava

e che aveva realmente dinanzi agli occhi il falso visconte di

Saint-Aignan. Corsegli contro difilato, e tenendolo afferrato con una

mano gagliarda, gli sferrò con l'altra quante bastonate potè.

Torniamo ai congiurati. La precipitosa partenza del visconte, e la

scomparsa delle rilevanti carte ch'erano sul tavolino non tardarono a

destare in loro forti sospetti. Pensarono certamente a salvarsi

fuggendo in istraniere contrade; ma non vi si seppero indurre presto

abbastanza. A rilento sempre si suole fare una risoluzione penosa, e

solo all'ultima estremità si cede ad una convinzione angosciosa.

Rasori, Gasparinetti, Lattuada e Marchal pensavano sì sgomentati alla

scomparsa del segreto emissario della Francia e dell'Inghilterra, ma

non erano però lungi dal credere che si tenesse nascosto in alcun

luogo; non doversi, dicevano anche fra loro, fare giudizio d'alcuno

con tanta precipitazione; avere il tempo chiariti ben altri misteri.

Niun d'essi, altronde, avea fatto sperimento della politica austriaca.

Nei tempi che corrono si fugge, si emigra, si abbandona la patria

senz'avere di gran lunga motivi così gravi di inquietudine.

Due o tre giorni dopo la narrata scena, il medico Rasori e i suoi tre

amici vennero arrestati. Il maresciallo Bellegarde aveva in mano prove

esuberanti per trarre a perdizione quei quattro infelici; ma ciò non

bastavagli. Ei volea porre addosso le mani sopra i complici della

congiura militare, e a questo fine soltanto aveva fatta ordire la

picciola congiura secondaria in cui si erano immischiati quei quattro

soltanto. Aveva già egli per via dei rapporti del falso visconte,

piena cognizione dei particolari della congiura militare; ma non sapea

come recare dinanzi ai giudici cosiffatti rapporti, e arrovellavasi

dal desiderio di strappar di bocca ai captivi delle confessioni simili

a quelle ch'erano state fatte all'impostore, suo cugino. Un uomo,

divenuto poi celebre nei fasti dell'austriaca polizia, uno di quelli

che più adoperarono nel fabbricare quella ampia ed inestricabile rete

che avviluppa tutti i Lombardi, e che talmente costringe le facoltà

naturalmente libere del loro intelletto, da annichilirle, vo' dire il

signor Pagano, si prese l'assunto di captare la confidenza dei

captivi. Ed ecco il come vi si accinse.

Il colonnello Gasparinetti era interrogato da un maggiore austriaco,

cui assisteva il signor Pagano. Negava egli tutto, e così le promesse,

come le minacce erano state indarno adoperate per espugnare la sua

costanza. Una mattina, il maggiore austriaco interruppe

l'interrogatorio per uscire un istante, lasciando il prigioniero solo

col signor Pagano. Il quale, appressatosi tosto guardingo al

colonnello Gasparinetti, non senza guardarsi attorno, quasi per tema

di essere sorpreso: «Colonnello», dissegli a bassa voce e con tuono

commosso, «colonnello, guardate che cosa vi facciate. Non vi avvedete

voi che vi perdete, nell'impugnare ostinatamente quello che tutti i

vostri complici hanno confessato? Nissuno di loro vi ha risparmiato, e

voi, per timore forse di metterli in pericolo vi attenete a questo

fatale sistema d'impugnativa! Ahi! perchè non avete un po' più di

confidenza in me? Non sono io pure italiano? Poss'io vedere un

Italiano, un compatriota correre ciecamente alla perdita senza gemere,

senza tentare d'oppormici?» Fattisi udire in quella i passi del

maggiore austriaco, il Pagano tornossene tacito al suo posto.

Rientrato il maggiore, fu ripigliato l'interrogatorio, ma il

colonnello Gasparinetti rimase alcun tempo senza rispondere, assorto

nelle sue meditazioni, tetro, costernato. Alzossi alla fine, e movendo

il passo verso la tavola sulla quale il maggiore scrivea, dissegli

lentamente e col tuono di un uomo che si è indotto ad una difficile

risoluzione: «Scrivete, signore. Io, colonnello Antonio Gasparinetti,

eromi fermamente proposto di lasciarmi mozzare il capo anzichè

proferire una sola parola che potesse nuocere ai miei amici; ma poichè

essi stessi hanno parlato, poichè hanno preferito il compenso della

confessione a quello della impugnativa, farò com'essi in

quest'occasione, come ho fatto in molt'altre. Dichiaro pertanto

ec.....» E qui sì lo scopo della congiura, che i nomi dei congiurati,

i mezzi di cui poteano valersi, i loro disegni, i sussidi nei quali

speravano, ogni cosa, in somma, fu esposta coi più minuti suoi

particolari dal colonnello Gasparinetti.

Convien dire che la confessione sia un atto che corrisponde a un

qualche segreto istinto del cuore umano, perocchè non solo vediamo gli

uomini determinarvisi agevolmente, ma anche compierla con trasporto

allorchè vi si sono determinati. E invero il Gasparinetti non si

ristrinse in questa circostanza a narrare i fatti noti agli altri

captivi, e cui potea supporre essere stati svelati da loro; ma espose

perfino i propri pensieri, le speranze ch'egli avea concepite, le

parole dettegli in privato da questo o quello dei congiurati non

ancora arrestati. Riferì fra altre cose che, avendo un giorno

incontrato il generale Teodoro Lecchi, questi aveagli detto,

stringendogli la mano: «Animo, mio caro Gasparinetti; se Fontanelli

ricusa di condurci, ho buona speranza che Zucchi sottentri in sua

vece». Il che era vero; ma perchè riferirlo dacchè non era stato udito

da testimoni e dacchè il generale Lecchi era tuttora libero? Questo

bisogno di dir tutto spiattellatamente, anche a giudici, fu ancor più

forte pel comandante Cavedoni, il quale, sostenuto pochi giorni poi ed

esortato a confessare progetti già ben noti altronde, non si fece

molto pregare. Dopo avere risposto alle interrogazioni fattegli,

trascorse più oltre, esponendo le idee sue proprie, e come ei si

proponesse d'unirsi ai rivoluzionari di Modena dopo avere aiutato il

trionfo della rivoluzione di Milano. Il quale soverchio di confidenza

fu poi cagione che il Cavedoni, poich'ebbe terminato di espiare in

Mantova il reato di congiura contro l'imperatore d'Austria, fu

consegnato nelle fiere mani del duca di Modena. Nè con ciò finirono le

sue sciagure. Arrestato un'altra volta a Modena, nè meglio schermitosi

dalle instanze de' suoi interrogatori, fu nuovamente condannato.

Arrestato poi finalmente la terza volta, e di nuovo in Modena, e

prevedendo un trattamento eguale a quello che aveva di già subito due

volte, si uccise colle proprie mani con una pistolettata, e giunse in

tal modo a preservarsi dal fatale sdrucciolo delle confessioni;

sdrucciolo da cui i ministri della polizia austriaca sanno ottimamente

trarre partito.

L'Austriaco non si affretta mai, eppure avviene di rado che le sue

vittime gli sfuggano di mano; perocchè valentissimo è nell'attutare la

loro vigilanza mentre si accinge a colpirle mortalmente. Nulla aveva

il Gasparinetti taciuto o travisato; e il Lattuada, edotto di ciò, si

era appigliato al partito di dire d'aver porto orecchio ai disegni di

congiura unicamente per conoscer bene le cose e renderne edotto il

governo. La cattura degli altri congiurati potea seguitare davvicino

queste deposizioni, eppure parecchi giorni trascorsero nei quali il

governo lentamente arrotava l'armi sue, apparecchiava le insidie in

cui volea far cadere i suoi nemici, facea chiamare gli uomini nei

quali maggiormente confidava, ec. ec.; nè di questi giorni giovaronsi

i congiurati per ripararsi in luogo di salvezza. Ma conviene sapere

che il governo austriaco vi provvide come mi fo a narrare.

Il conte Alfonso Litta, colonnello al soldo d'Austria e fratello del

duca Litta, erasi ognora segnalato per la sua devozione all'imperatore

Francesco. Il suo figliuolo aveva all'incontro militato nell'esercito

franco-italico in qualità di scudiere del principe Eugenio, ed erasi

ognora portato da leal guerriero. Aveva il cuore assai freddo e corto

il senno; ma era tutt'altro uomo da quello che avrebbe dovuto essere

per abbandonare gli antichi amici o rinnegare i sentimenti cui

professati aveva una volta. Ad onta del suo affetto inverso alla Casa

d'Austria, il conte Alfonso Litta era non meno onesto del figlio, nè

più avveduto di lui. Ben conosceva costoro il governo; ond'è che uno

de' principali personaggi in carica di quei tempi studiò il modo di

far assapere destramente al conte Litta che l'imperatore conosceva

appieno tutta la congiura militare, ed era risoluto di non punire per

questa volta uomini traviati da antichi affetti, ma che questa

generosa determinazione non si estenderebbe fino a coloro che si

facessero rei d'un secondo attentato, ec. ec. Queste consolanti

assicurazioni furono tosto dal conte Alfonso Litta partecipate al

figliuolo, il quale corse subito in cerca del generale Teodoro Lecchi.

Trovatolo, al teatro della Scala, lo trasse in disparte e dissegli,

sapersi dal governo ogni cosa: «Parto incontanente», rispose il

generale. «No», replicò il contino, «ciò non è necessario, io so per

buon canale che il governo vuole lasciar cadere questa cosa: nulla

avete a temere per ora, ma guardatevi bene a quello che farete per

l'avvenire. La clemenza usata ora dell'imperatore, lo indurrebbe ad

essere doppiamente severo in un'altra occasione».

I due amici, ciò detto, si separarono, lieto il Litta di avere

sconsigliato al generale un passo falso qual era l'abbandono della

patria, e rassicurato il Lecchi, il quale conosceva il come la

famiglia Litta fosse in grazia del governo. Ma non passarono tre

giorni ch'ei venne catturato, e con esso il generale Bellotti, e i

signori Cavedoni, Brunetti, Pagani, Gerosa e Caprotti.

Tutti i particolari della congiura erano stati così esattamente

esposti dal colonnello Gasparinetti e dal Lattuada, che ai novelli

arrestati era impossibile l'attenersi alla impugnativa. La sola

quistione che potesse tuttora venir dibattuta fra' giudici e gli

accusati era quella dell'esistenza d'un comitato direttore; esistenza

di cui i giudici diceansi di già accertati, e la quale era dagli altri

impugnata risolutissimamente. La giunta a cui venne affidata

l'istruzione del processo e il giudizio componeasi del conte Cardani,

presidente, dei giudici Freganeschi, Bonacina, Borghi e Gianni, e del

regio procuratore Draghi; tutti di già celebri per l'astio feroce che

aveano mostrato contro i liberali nei fatti del 1799.

Furono gl'inquisiti tratti a Mantova, e chiusi in una torre le cui

fondamenta sono piantate nel lago fangoso che circonda la città: dati

in balía ad uomini della fatta di quelli che componevano la

commissione, aveano fortissima cagione di temere, e difficilmente

perciò poteva essere serbato il segreto intorno alla esistenza del

comitato direttore. Ma pure dovendo essi venire tuttora processati e

giudicati secondo il codice di processura criminale del regno

d'Italia, avevano difensori, doveano comparire in pubblico, e potevano

protestare contro quei violenti o crudeli trattamenti che loro fossero

stati fatti: era perciò duopo valersi di nuovo della astuzia.

Essendo il generale Teodoro Lecchi il più ragguardevole tra'

congiurati, non era possibile che l'esistenza del comitato direttore

fossegli rimasta occulta; epperciò sopra di lui pose in opera la

giunta i suoi artifizi. Il signor Ghisilieri, nuova maniera che era di

giudice-dilettante, avea per costume d'entrare ogni mattina per tempo

nella camera del generale, sorprendendolo così appena desto. Egli

conosceva l'indole mite ed affettuosa di lui, l'affetto quasi

appassionato ch'esso nodriva per la propria famiglia, la divozione di

lui inverso la madre, la quale dal canto suo, pia e tenera com'era, lo

prediligea fra tutti i suoi figliuoli, e non potea rassegnarsi a

quella sciagura, tanto più che, sentendosi presso a morte, temeva di

non più rivederlo. Non ignorava il Ghisilieri alcuno di questi

particolari, e studiavasi di trarne profitto. Dopo chieste

affettuosamente notizie della salute e della disposizione d'animo del

generale, diceagli: «Vengo in questo punto di casa vostra. Ah quanto

siete amato! Quante lagrime fa spargere la vostra sventura!» Nominava

allora le persone più strettamente congiunte col generale, attribuendo

ad ognuna di esse commoventi parole. Poi veniva a parlare della madre

del generale. Moribonda allora nel letto per un insulto apopletico,

essa era priva di cognizione; ma il figlio non erane edotto, e il

Ghisilieri gliela dipingeva, all'incontro, come unicamente preoccupata

del destino del figliuolo, e solo intenta a trovare il modo di

procacciarsi l'immensa felicità di vederselo presso. «Vostra madre»,

soggiugneva il Ghisilieri, «è una santa donna, ma non può stare senza

di voi, e se non ritornate nelle sue braccia, essa morrà disperata».

Continuava il Ghisilieri in su quest'andare finchè avesse tratto a

forza le lagrime agli occhi e sulle guance al generale; poi quando lo

vedea tutto commosso e tremante, quando leggevagli in volto o ne'

sussulti del petto agitato, il veementissimo desiderio di tornare fra'

suoi, allora, facendo le viste di seguire il naturale corso del suo

pensiero che da questo subbietto del discorso lo conduceva ad un

altro, veniva a parlare del processo. «E questo comitato direttore»,

diceagli, «perchè mai vi ostinate a negarlo? Il vostro processo

sarebbe finito bentosto, se mutaste favella, e così disporreste tutti

i giudici in vostro pro. Io vi parlo in nome di vostra madre, datemi

fede», nè cessava dal ragionare in tal modo se non in quanto il

generale cessava di rispondergli. Egli è inutile l'avvertire che il

generale, uscito di prigione, seppe non senza stupore che il signor

Ghisilieri non era mai stato una volta in casa di lui, nè mai avea

veduto alcuno dei membri della famiglia Lecchi! Il comitato direttore

non fu confessato da veruno, e forse non esisteva nemmeno.

Compiutasi l'istruzione del processo, venne l'ora della sentenza.

Riuniti nella grand'aula del palazzo, accerchiati da numerosi soldati,

avevano di già gli accusati udito la lettura dell'atto di accusa e le

dispute dei loro difensori, quando giunse colà un messo latore di una

lettera indirizzata al presidente del tribunale. La prese questi, e

lettala, la consegnò al giudice che sedeva a destra di lui, il quale

la diede all'altro, e così via via, sicchè fu letta da tutti i membri

del tribunale. Tutti, leggendola, davano segno non dubbio di

soddisfazione, di rispetto e di commozione, alcuni perfino sorrisero

nel guardare i prigionieri, e il presidente, facendo le viste di non

potersi tenere, proferì a mezza voce le parole _buona notizia_. Per

quanto significative fossero quelle testimonianze, non poterono

rassicurare i prigionieri contro l'effetto probabile delle conclusioni

fiscali, lette subito dopo dal regio procuratore, e nelle quali

richiedeasi dal magistrato contro di loro la capitale condanna. Ond'è

che quando, usciti dalla sala, furono ricondotti nel carcere, la

curiosità loro intorno alla lettera la cui lettura avea tanto

visibilmente commosso il tribunale, era indebolita d'assai. Non

tralasciarono però essi d'interrogare intorno al contenuto di quella

lettera le guardie che gli accompagnavano, e seppero che vi si leggeva

la formale assicurazione delle misericordiose disposizioni di S. M.

inverso a loro.

S'imagini ora quale fosse lo stato di questi uomini accusati di

congiura militare, indeboliti da una prigionia di già assai lunga, e

da morali torture, e i quali dopo avere udito il regio procuratore far

contro di loro instanza per la capitale condanna, venivano ricondotti

nel carcere per aspettarvi la lettura della loro sentenza. Gl'istanti

che passano tra la chiusura dei dibattiti e la lettura della sentenza

non sono essi più angosciosi di quelli che precedono la morte? Non si

concentra essa su quei brevi istanti la compassione che sentesi pei

condannati a pena capitale?

Ora in questa sì terribile condizione, in questa crudele espettazione,

di cui si tenta di sminuir la durata per gli stessi malfattori, il

governo austriaco lasciò gli accusati per ben tre anni! Non mancò

tuttavia un pretesto per colorire questo inconcepibile obblio delle

leggi dell'umanità; e questo pretesto, al par di tutti quelli cui

l'Austria s'appiglia, fu da goffo e da ipocrita. A udire i membri e

gli amici del governo, per mera pietà furono gli inquisiti lasciati in

dubbio del loro destino. E perchè la condanna non poteva essere

altrimenti che asprissima, e perchè, d'altra parte, S. M. avea fatto

promettere una rilevante mitigazione degli effetti di quella

inevitabile severità; perciò in sulle prime il pretesto potea parere

plausibile; ma apparve poi chiaramente l'impostura quando, scorsi i

tre anni, tornò la sentenza da Vienna. Si vide allora che il giudizio

della commissione, tutt'altro era che spaventevolissimo per

gl'inquisiti, perocchè non eravi riconosciuta l'esistenza d'una

congiura. Or dunque, perchè mai i pretesi autori d'una congiura che

non era esistita, erano essi lasciati da tre anni a gemere nel fondo

d'una prigione? perchè mai lasciar loro ignorare il proprio destino? E

in ciò appunto si ravvisa in tutta la sua bruttura l'austriaca

doppiezza. Si sarà già avveduto il lettore che ciò non poteva avere

altro fine che quello di prolungare l'orribile incertezza da cui

trovavansi angosciati i captivi. Ma perchè mai, con quale pretesto

erano essi tenuti in carcere, mentre del fatto di cui erano accusati

non constava punto? Si rammenti quella lettera consolante che nel

giorno del giudizio era andata in giro per le mani dei giudici, e avea

sui pallidi loro volti ricondotto i segni della contentezza e della

tenerezza. Quella lettera, scritta dall'istesso maresciallo Bellegarde

al presidente della giunta, contenea, siccome ho detto,

l'assicurazione delle intenzioni di S. M. di usar clemenza; ma

aggiugneva che acciò l'imperiale clemenza potesse brillare in tutto il

suo splendore, era d'uopo apparecchiarle un bel campo, una degna

occasione. Ond'è che i membri della giunta venivano eccitati a

procedere col massimo rigore contro gli accusati, a condannarli ad

ogni modo ed alla massima pena applicabile, a fine di lasciare alla

sovrana generosità un libero corso.

Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi · 第 8 / 15 段