Pensava inoltre il conte Prina che in siffatte congiunture i membri

del governo non doveano abbandonare il loro posto, e domandava agli

astanti che mai sarebbe dello Stato se le minacce popolari e i privati

timori potessero giustificare la fuga degli uomini cui esso era

affidato. E avea certamente ragione; perocchè non sapea che la sua

perdita era stata previamente giurata, non già dal popolo di Milano,

ma da coloro che si celavano dietro di esso; e che l'istessa sua

perdita doveva essere il segnale della caduta definitiva del governo,

come pure della totale rovina dell'independenza italiana. Stavasi egli

pertanto tranquillamente occupato nel suo gabinetto allorchè il sordo

mormorío della moltitudine che ringhiosa appressavasi lo sorprese,

senza turbarlo tuttavia; ma raddoppiatosi repentinamente il rumore, e

mutato, per così dire, di carattere, alcuni domestici accorsero

ansanti e gli gridarono, traversando in fretta le stanze per cercare

un uscita, che le porte del palazzo erano state atterrate, e che la

plebaglia saliva le scale. Colpito allora dall'inaspettato avviso, nè

più potendo dissimularsi il pericolo che gli sovrastava, tentò egli di

nascondersi sotto i tetti del palazzo, donde sperava poter passare in

una casa vicina. Egli era altronde convinto pur sempre, che solo

abbisognavagli guadagnar tempo, e che la forza armata non potea

tardare gran fatto ad accorrere sul luogo del tumulto. Il suo

nascondiglio fu bentosto scoperto. Vedendosi allora in balía d'un

popolo furibondo, il Prina sforzossi di dire alcune parole, chiedendo

che gli esponessero i loro gravami e si tenessero certi della sua

premura nel farvi ragione; ma niuno diedegli retta. Lo gettarono a

terra, lo trascinarono presso una finestra che dava sulla strada, e lo

gettarono a capo in giù a quelli che lo aspettavan di fuori, ponendo

cura tuttavia di non finirlo sul colpo.

La scena che tenne dietro è una di quelle che lasciano un'indelebile

traccia nella storia della nazione che se n'è fatta colpevole. Il

generale di divisione barone Pein fu il solo che, animosamente

scagliatosi frammezzo a quella frenetica calca, scongiurolla di non

bruttarsi d'un inutile delitto e di lasciare la vita al ministro. Non

solo non gli si diè retta, ma rivoltosi per un istante contro di lui

il furore popolare, gli furono lacerati o strappati gli abiti di

dosso, e solo a grave stento ei potè scampar dal pericolo. Ho detto

che le truppe erano chiuse ne' loro quartieri con ordine di non

uscirne. Il generale Pino passeggiò per più ore col conte Luigi Porro

poco stante dal luogo in cui commetteasi il più feroce degli

assassinii. Ei disse alcune parole alla moltitudine, che, secondo gli

uni, tendevano ad inanimirla, e, per quanto disse egli stesso, non

erano, all'incontro, che rimostranze e consigli pacifici. Le vie per

le quali il Prina fu strascinato erano gremite d'uomini in buon

assetto, che si riparavano dalla pioggia con ombrelli di seta. Ma

niuno di costoro fecesi innanzi nè a fine di ammansar con parole il

furor popolare, nè a fine di strappargli di mano a forza la vittima.

Affranto dalla caduta e dai colpi che gli fioccavano addosso da ogni

parte, il Prina giacea steso a terra nella via del Marino, dinanzi al

suo proprio palazzo. Un vinaio, la cui casa sorgea lì presso,

cogliendo un momento in cui la moltitudine parea titubante intorno a

che avesse a farsi di quel corpo immobile, gli si avventò sopra, sel

pigliò in braccio, corse a casa sua, entrovvi, chiuse la porta e la

sbarrò; e lieto poscia di questo primo successo, portò il ministro

nella sua cantina, ove sperava poterlo nascondere. Ma l'istessa azione

di quell'onesto avea fatto ridesta dalla passaggera inerzia

l'addensata moltitudine; credette essa avere perduta la sua preda, ed

agognò subito un'altra vittima che ne tenesse il luogo; è anzi

verosimile che non sarebbesi più appagata d'una sola. Scagliarono una

grandine di sassi contro la casa del vinaio, ne ruppero le imposte; e

taluno propose di appiccarvi il fuoco, acciò nessuno di quelli che vi

si erano rinchiusi potesse scampare. Udiva il vinaio queste minacce, e

non erane atterrito; ma il ministro, al quale pochi istanti di riposo

aveano ridonato un po' di forza, comprese non esservi più scampo per

sè, ed anzi aver egli a cagionare la perdita di chi avea tentato di

salvarlo, se rimanea quivi. Alzossi pertanto, e trascinatosi a stento

per la scala fino alla porta di strada, l'aperse e presentossi di

nuovo alla moltitudine, dicendo: «Sfogate sopra di me l'ira vostra, e

almeno ch'io ne sia la sola vittima». Volle pure pregare, ma

l'inferocita impaziente moltitudine non gliene diede tempo;

avventoglisi addosso con quell'impeto con cui il fanciullo afferra il

trastullo da lungo tempo bramato, e sopra di esso intraprese le più

orribili esperienze, come se avesse voluto conoscere qual somma di

patimenti possa l'uomo durare senza morire, e libare a centellini il

calice della vendetta. Il conte Prina fu strascinato vivo per le vie

di Milano per ben quattr'ore, coperto di fango e d'oltraggi, battuto,

spinto, punzecchiato dagli spuntoni degli ombrelli. Finchè ebbe voce,

non cessò di proferire tratto tratto la sacra parola di misericordia,

e finchè ebbe facoltà di muover le membra, sforzossi di tenere giunte

le mani. Da taluno che in lui s'abbattè quand'esso avea già perduto e

la voce e il moto, mi è stato detto ch'egli era allora sfigurato del

tutto, nè dava più altro segno di vita che alcuni soffocati singulti.

Cessò di vivere, non già che fosse mortalmente ferito, ma perchè evvi

un termine alle corporali torture, e le forze dell'uomo sono limitate.

Il suo cadavere fu recato nel palazzo del Broletto, e niuno dei tanti

che dalla curiosità, dall'astio, o dall'affetto furono tratti a

vederlo, potè ravvisarlo, tanto sfigurato era quel cadavere pei patiti

strapazzi. A mala pena serbava aspetto di umana creatura, eppure i

chirurghi chiamati a constatarne il decesso, dichiararono, niuna delle

ferite ond'egli era coperto essere stata tale da determinarne la

morte. Il soverchio dei patimenti e la disperazione l'aveano spento.

Tratto era il dado; tutte le fazioni opposte ai Francesi credeansi

averla vinta, ma in realtà gli Austriaci puri erano i soli vincitori.

Alla notizia della morte del ministro, le porte dei quartieri delle

truppe furono aperte, e le soldatesche si sparsero per la città onde

impedire novelli attentati. Urgentissimo era di fatti il bisogno del

braccio della forza armata, perciocchè la folla, inebriata da quel

primo sangue, proferiva di già altri nomi, e quello fra altri del duca

di Lodi, e formava parecchi sinistri disegni. Non appena fu essa però

edotta dell'appressarsi della truppa, che si disciolse, gettando grida

meno spaventose, ma non meno significative delle prime, e quello fra

altre: Viva il re Pino. Non si tralasciò di dire che, se la calca così

subitaneamente si disciolse alla notizia dell'arrivo dei soldati, ciò

avvenne perchè la sua sete di vendetta era saziata, e che più

difficile cómpito sarebbe stato il ridurla al dovere quando il Prina

tuttora vivea. Ma un fatterello atterra del tutto questa opinione.

Intanto che la moltitudine era tuttora inferocita contro la sua preda,

e che il palazzo delle finanze era saccheggiato e demolito, coloro che

stavano nella strada scorsero un pezzo di grondaia, che, distaccato

dal tetto, pendea sulla strada; parve loro che fosse un cannone, e

gridarono esservi nel palazzo artiglieria e doversi far fuoco sopra di

loro. Questo falso e ridicolo all'erta bastò pure a volgere in fuga un

grandissimo numero di quegli assassini e di quei saccomanni; ma

essendosi troppo presto riconosciuta la verità, gli uni e gli altri

incontanente si riposero all'opera.

Una parola dobbiam dire ancora del conte Prina. La plebaglia, che

spianò quasi affatto il palazzo di lui per la speranza di trovarvi

tesori nascosti, non vi trovò altro che la mobiglia ond'è fornita ogni

casa abitata. Quanto è al suo patrimonio, è cosa costante oramai che

egli non ne avea, e che la sua famiglia alla morte di lui nulla eredò.

Ora qual esser dovea il destino di Milano? Qual partito abbraccierebbe

il vicerè? Con qual occhio riguarderebbero le potenze alleate gli

eventi del 20 d'aprile?

I conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni recaronsi alla sera del 20

nel quartier militare detto di Santa Marta, e gridarono entrandovi che

le cose erano ite meglio di quel che potessesi ragionevolmente

sperare. Con ciò intendevano a dire, certamente, che il furor della

plebe erasi appagato d'una sola vittima. Pochi momenti dopo uscirono

da quel quartiere e dalla città, e trasferironsi al quartiere generale

austriaco per ragguagliare il maresciallo Bellegarde dei fatti

operati, e dei cambiamenti sopragiunti nella condizione della

contrada, e per invocare il possente patrocinio di lui.

Il partito sedicente italico puro brigavasi intanto della convocazione

dei collegi elettorali, e lusingavasi colla credenza che lo Stato

fosse omai posto in salvo; poichè la cosa stava per comporsi fra il

paese stesso, rappresentato dai collegi, e i Sovrani alleati,

solleciti e teneri della felicità di esso.

I Muratisti subivano in questo mentre una trasformazione. Già in

occasione della conclusione dell'armistizio tra il vicerè e il

maresciallo di Bellegarde, Murat avea tentato di appressarsi a Milano

per la parte di Piacenza; ma erane stato impedito dagli Austriaci, i

quali aveangli inoltre fatta minaccia, nel caso ch'egli proseguisse il

cammino, di rompere ogni alleanza con lui e di entrare dal canto loro

nel territorio milanese, come pure nel reame di Napoli. I progetti del

re di Napoli essendo con ciò sventati, il generale Pino, capo del

partito muratista, imaginava un piano novello, in cui la prima parte

doveva essere la sua. Le grida _Viva il re Pino_! mandate da una parte

della plebaglia il 20 aprile, non erano state proferite a caso, e il

generale Pino, che aveale probabilissimamente suggerite, erasene

tuttavia ringalluzzito e insuperbito; accadendo a lui ciò che accade

non di rado all'autore d'una novella composizione dramatica, di

sentirsi, cioè, commosso fino alle lagrime dai plausi pagati colla

propria moneta. Gli è certo, almeno, che il generale Pino passò la

notte del 20 venendo al 21 d'aprile nella speranza e nell'ansiosa

espettazione del più glorioso degli avvenimenti. Un tale, degnissimo

di fede, essendosi in quella notte recato da lui per essere edotto dei

provvedimenti fatti onde assicurare la pubblica tranquillità, trovollo

assiso dinanzi allo specchio, col capo tra le mani del parrucchiere,

che gli pettinava, arricciava e impolverava la chioma. Ei s'aspettava

probabilmente di essere chiamato dal popolo, nè volea presentarglisi

in un disordine naturalmente poco imponente. La quale coniettura mi

sembra avvalorata dalle parole che il generale Pino disse con lieto

piglio, e fregandosi le mani, a colui che veniva così per tempo a

visitarlo. _Che avverrà mai ora? E chi sa?_ soggiunse dopo un breve

silenzio. _Chi era egli, al postutto, il primo re? Un soldato

fortunato, e null'altro_. Ecco a qual punto trovavasi, il 20 d'aprile,

la fazione de' Muratisti.

Mi si conceda qui di ripetere, dopo tant'altre, una considerazione

triviale. Egli è più difficile assunto l'attutare l'ira popolare, che

non l'eccitarla. Tutti coloro che col massimo sforzo aveano preparati

i fatti del 20 d'aprile, erano paghi ormai dell'accaduto, e volevano

subitamente sostare sulla sdrucciolevole china delle rivoluzioni e

degli attentati. Il senato non esisteva più, perocchè non ardiva

congregarsi, ed era in sua vece convocata un'altra autorità. Il popolo

milanese l'aveva rotta irremissibilmente per un misfatto col governo

italo-francese. L'opera di distruzione era compiuta, e doveasi

sollecitamente riedificare alcun che sopra quelle recenti rovine.

Malagevole era l'impresa, anzi tutto, perchè le diverse fazioni

ch'eransi indettate per atterrare il governo esistente discordavano

essenzialmente fra di loro intorno al novello governo da instituirsi,

e poi, perchè la plebaglia, assaggiato che ebbe il sangue e il sacco,

non pareva disposta a sostare in sì bel cammino a piacimento di quei

medesimi che l'aveano da principio sguinzagliata. Ho accennato testè

la trasformazione subìta dalla fazione muratista, e l'ansiosa

espettazione in cui il generale Pino, capo di essa, avea passato la

notte del 20 venendo al 21. Le ore intanto erano scorse, e giunto il

giorno, il generale Pino aveva scorse in grande assisa le vie della

città, senza essere stato acclamato monarca. In queste congiunture,

non rimaneva al Pino altro partito da abbracciare che quello di unirsi

alla fazione degl'Italici sedicenti puri, a quella fazione che

riguardava i sovrani alleati come tanti protettori disinteressati, e

forse in segreto si lusingava colla speranza che alcuno de' membri

dell'aristocrazia milanese fosse chiamato dall'imperatore d'Austria

per salire sul trono d'Italia. Unendosi con questo partito, che

reggeva per ora la somma delle cose, il generale Pino ponevasi fra'

candidati alla corona d'Italia, fra' quali l'Austria dovea dare

sentenza. Erasi perciò operata la unione dei Muratisti e degl'Italici

sedicenti puri. Quanto è agli Austriaci puri ei se ne rimasero quieti;

chè dal 20 aprile in poi poterono tenersi sicuri della vittoria.

La mattina del 21 l'aspetto della città era cupo e terribile. Uomini

armati, collo sguardo torvo e il portamento altiero, scorrevano le

strade, biastemmiavano nomi fino allora riveriti, segnando le case dei

ricchi cittadini, proferendo minacce e facendosi animo a vicenda alle

vie di fatto. Le guardie daziarie avevano abbandonato il loro posto

alle porte della città, non valendo a difenderle contro la moltitudine

armata che accorreva dal contado per partecipare il sacco generale,

cui ognuno aspettavasi.

I due partiti momentaneamente riuniti, quello cioè dei Muratisti,

ond'era capo il generale Pino, e quello degl'Italici liberali o

Italici sedicenti puri, fra' quali era inscritto il podestà conte

Durini, provvidero in quel modo che parve loro acconcio al

ristabilimento dell'ordine e della quiete. Alla sera del 20 d'aprile

il conte Durini fece promulgare un bando in cui diceva al popolo: il

senato, propriamente parlando, non esistere più; essere convocati pel

giorno 22 i collegi elettorali; doversi nel seguente giorno riunire il

Consiglio comunale, e sedere permanentemente insino a tanto che le

congiunture lo richiedessero; avere il generale Pino assunto il

comando di tutte le forze allora esistenti nella città.

La mattina del 21, e mentre che la plebaglia furibonda stendeva tavole

di proscrizione, il Consiglio comunale elesse una reggenza

provvisoria, composta del generale Pino, dei conti Carlo Verri,

Giacomo Mellerio, Giberto Borromeo, Alberto Litta, Giorgio Giulini, e

del signor di Bazzetta: tutti i quali, tranne il generale Pino e il

conte Carlo Verri, erano Austriaci più o men puri.

Il generale Pino pubblicò poscia un suo bando od _ordine del giorno_

nel quale esortava il popolo a confidare in lui, e ad aspettare

pazientemente l'esito degli accordi che il novello governo stava per

fare con le Potenze alleate. Eccitavalo nel tempo stesso a dichiarirsi

intorno alla forma di governo cui preferisse, poichè, diceva, i

collegi elettorali sono convocati quali rappresentanti della nazione,

la quale dee, significando loro il voler suo, porli in grado di

uniformarvisi. Aggiugnea poscia alcune parole per giustificare il duca

di Lodi, più d'altri esposto all'ira del popolo, rovesciando ad un

tempo sopra altri senatori la colpa e il biasimo di cui tentava

sgravare il duca di Lodi. Il vicario generale capitolare unì la sua

voce a quelle del generale e del podestà, e ordinò pubbliche preci pel

ristabilimento della pace e dell'ordine. Appostaronsi truppe attorno

ai principali palazzi ed alle case in ispezieltà minacciate. Il

generale Pino accorreva dall'uno all'altro di quei corpi così

appostati, procurando d'inanimirli con le sue parole; ma la folla, che

il giorno innanzi avea mandate quelle grida ed acclamazioni ond'egli

erasi inebbriato, vedendoselo ora contro, l'oppresse di motti acerbi e

contumeliosi, e lo inseguì con oltraggioso schiamazzo. Anche i soldati

furono attaccati, e si videro più d'una volta costretti ad isgombrare

la piazza posta davanti al palazzo del vicerè, ed a nascondere in quel

palazzo i suoi cannoni.

Il corpo tutto dei mercanti stava intanto trepidante pel timore che la

città tutta da un istante all'altro venisse funestata dalle stragi e

dal sacco. Mentre che il Consiglio comunale e il generale Pino

chiamavano all'armi tutti i cittadini; questi, antivenendo la

chiamata, uscivano armati dalle case loro, si raccoglievano in

drappelli e scorreano le strade, e quelle a preferenza che conduceano

all'ampia dogana attinente all'Uffizio del Dazio-grande.

La plebaglia non parea contuttociò in verun modo intimorita da questi

apparecchi di difesa. Le truppe stanziali erano in poco numero; i

cittadini accorsi spontaneamente all'armi non erano assuefatti alle

pugne; cosicchè la plebaglia potea, mercè della prevalenza del numero

e dell'impeto, prevalere sugli uni e sugli altri. Una fortuita

circostanza mutò lo stato delle cose.

Fra i moschetti di cui i cittadini aveano potuto armarsi aveavene di

quelli rimasti fuor d'uso per un lungo tempo, e la cui baionetta era

come inchiodata dalla ruggine alla cima della canna. Erasi dato ordine

che le baionette fossero tolte via, ma uno dei drappelli di quei

volontari non poteva ubbidire per la narrata cagione. Comparve esso

pertanto frammezzo alla calca colle baionette in asta: la moltitudine

mostrossene indegnata e gridò: abbasso le baionette. Ma quel drappello

non poteva ubbidire al grido, come non avea potuto al comando;

epperciò, quasi non facesse caso del popolar desiderio, proseguì a

marciare; e vedendosi assalito a sassate, pose le baionette in resta,

ed inoltrandosi a passo concitato contro la plebe, fecela

indietreggiare disordinata. L'esempio dato da quel drappello fu tosto

imitato dall'altre schiere armate: la resistenza militare diventò di

repente più grave ed acre, e gli assembramenti popolari si

disciolsero.

Ma non appena dileguaronsi i timori cagionati dalla perseveranza del

tumultuar della plebe, che gli autori o promotori dei fatti del 17 e

del 20 d'aprile, si riposero all'opera e mossero con passo sicuro

verso lo stabilimento d'un novello ordine di cose. Il Consiglio

comunale avea convocato i collegi elettorali, i quali, instituiti da

prima unicamente per proporre al governo i candidati a certe cariche

determinate, si trovarono trasformati subitamente in depositari della

sovrana potestà. Assembratisi il giorno 22, benchè in numero

insufficiente, confermarono la novella provvisionale Reggenza,

riserbandovisi di aggiugnervi altri membri appartenenti ai

dipartimenti non ancora invasi dalle truppe alleate. E non solo

confermarono nel comando di tutte le forze dello Stato il generale

Pino, ma disciolsero tutti i pubblici ufficiali lombardi, sia civili

che militari, dal giuramento di fedeltà inverso al governo del vicerè,

loro ingiungendo di prestare alla reggenza un altro giuramento giusta

la formola da essa già compilata. La deputazione mandata a Parigi dal

senato fu dichiarata, da questi effimeri despoti, richiamata da ogni

ufficio, e, quel che più montava, l'istesso senato fu dichiarato

abolito. I captivi per reati d'opinione, di coscrizione, di frodo

delle tasse furono liberati, e si bandì l'amnistia pei disertori, pei

contumaci o refrattari ed altri. Cosiffatti decreti sono, a parer mio,

piucchè sufficienti per dimostrare irrefragabilmente come i collegi

elettorali erano allora in uno stato di mente che ritraeva della

pazzia; ma ove il lettore, proclive all'indulgenza, non volesse

attribuire quella farraggine di decreti stanziati in sull'orlo, per

così dire, del precipizio, ad altro che a soverchio d'impreveggenza,

io aggiugnerò ancora ai già riferiti particolari, la risoluzione che

nel giorno 22 precedette la chiusura della seduta dei collegi

elettorali. Ordinavasi per essa che i Sovrani o i ministri delle

grandi Potenze, i comandanti in capo delle truppe degli Alleati, e

quelli dell'esercito italiano venissero immantinenti ragguagliati dei

provvedimenti dati dai collegi elettorali, e fra altre cose, della

nomina del generale Pino; aggiugnendovisi qual coronide, che si avesse

a compilare un indirizzo per richiedere le Potenze Alleate di

concorrere a stabilire la felicità dell'Italia. In tal modo un corpo

illegalmente convocato, abusante le facoltà conferitegli dalla legge,

un corpo assumentesi in proprio e senza veruna legale autorizzazione

la parte di sovrano, un corpo, infine, a trafatto rivoluzionario e

privo d'ogni appoggio, si dava, pieno di folle fidanza, in balía di

coloro che ambivano il suo posto, e si lusingava pazzamente con la

speranza di essere sorretto da loro! Inutil cosa è ormai il mostrare

la sciocchezza di quei disegni; che furono dal fatto spietatamente

atterrati.

I collegi elettorali e i loro partigiani avevano cionnonpertanto

parecchi giorni ancora di rispitto, duranti i quali potevano

impunemente e senza ostacoli far la parte di sovrani. La seduta del 23

aprile ebbe principio con la nomina del consigliere di Stato Lodovico

Giovio a presidente d'essi collegi, dopo del che il presidente novello

esortò i collegi a meglio esprimere le loro domande alle potenze

alleate, chiedendo loro, esempigrazia, _instituzioni liberali e un

capo independente, il quale, ignoto a tutti ancora per alcuni istanti,

potesse tuttavia fin d'ora accogliere nel suo cuore i nostri voti e

ricevere le nostre benedizioni_.

Piacque il consiglio ai collegi, i quali, senza pure demandare, come

porta l'usanza delle assemblee deliberanti, la cosa alla disamina di

una commissione, furono solleciti di compilare, nella seduta medesima,

il futuro statuto italiano.

Mi saprà grado per avventura il lettore del divisamento di cansargli

la fatica di leggere il minuto ragguaglio delle operazioni dei

collegi, e crederassi istruito sufficientemente con la cognizione dei

capitoli contenenti le domande formali dei collegi elettorali alle

Potenze Alleate. Gli è ben inteso che i collegi parlavano in nome

della nazione italiana, e domandavano per essa quanto seguita:

Art. 1.° L'independenza assoluta del novello Stato italiano destinato

a tenere il luogo dell'antico regno d'Italia, sia ch'esso serbi la

stessa denominazione, sia che assuma quella che sarà preferita dalle

PP. AA.

Art. 2.° La maggiore possibile estensione del novello Stato, ma però

tale che possa conciliarsi con gl'interessi e le vedute delle PP. e

col novello equilibrio d'Europa.

Art. 3.° Una costituzione liberale, di cui sieno base la divisione

delle potestà esecutiva, legislativa e giudiziaria, e l'assoluta

independenza di quest'ultima; una rappresentanza nazionale

esclusivamente incaricata a fare le leggi e a regolare le imposte;

costituzione che assicuri la libertà individuale, la libertà del

commercio e la libertà della stampa, e che astringa a strettissimo

sindacato tutti i pubblici ufficiali.

Art. 4.° La facoltà di fare questa costituzione, attribuita ai collegi

elettorali.

Art. 5.° Un governo monarchico, ereditario giusta il grado di

primogenitura, e un principe la cui origine e le cui doti possano

farci sdimenticare i mali che abbiamo sofferti durante il governo ora

caduto.

La massima parte degli elettori avvisava che questi capitoli avevano

ancora un senso troppo vago, ed avrebbeli desiderati più espliciti; ma

essendo stato risposto da taluno che _non convenivasi legar le mani

alle PP. AA._, una tale considerazione prevalse. Aggiunsesi solamente

nella susseguente seduta, _doversi chiedere un principe nuovo, onde

rimuovere il sospetto che il paese serbasse tuttora un po' di

affezione al principe decaduto_. Volsesi ai Sovrani una preghiera per

ottenere _la libertà di tutte le vittime sagrificate ad una causa

ingiusta_, che viene a dire di tutti quelli ch'erano imprigionati per

avere cospirato contro il governo franco-italo. Stanziarono infine i

collegi che un'ambasceria composta d'illustri cittadini avesse a

recarsi al quartiere generale delle Potenze Alleate per manifestare ai

sovrani i voti della rappresentanza nazionale italiana. E furono

eletti a tale uopo Marcantonio Fè, di Brescia, il conte Federico

Confalonieri, il conte Alberto Litta, il marchese Giangiacomo

Trivulzio, Giacomo Ciani e Pietro Ballabio, milanesi, sei membri in

tutto, non noverato Giacomo Beccaria, che facea l'ufficio di

segretario della deputazione.

Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi · 第 5 / 15 段