ridestavano nell'intimo de' cuori l'odio che vi si ammucchiava da
lungo tempo, i capi delle fazioni austriaca-mitigata ed italica-pura,
o italo-austriaca, preferendo apertamente le vie legali,
apparecchiavano una protesta contro il senato ne seguenti termini
concepita: «Dando retta alla pubblica voce, il senato nella sua seduta
del 16 corrente, seduta intorno alla quale nulla è trapelato al di
fuori, avrebbe discussato e deciso un affare della massima importanza
per il reame. Ammettendo che nelle presenti congiunture sia necessario
di appigliarsi a straordinari provvedimenti, i sottoscritti giudicano
cosa indispensabile il convocare, conformemente ai princìpi della
nostra costituzione, i collegi elettorali, nei quali soli è posta la
legittima rappresentanza nazionale». E a quest'atto erano apposte
meglio che cencinquanta firme, prime fra le quali eran quelle dei capi
dei varii partiti. Allato dei nomi dei conti Confalonieri e Porro, dei
Ciani, de' Verri, de' Bossi, de' Triulzi, ec., i più ragguardevoli
degl'Italici sedicenti puri, vedeansi i nomi dei conti Alfonso
Castiglioni, Giulio Ottolini e Antonio Greppi, austriaci puri; quello
del conte Giovanni Serbelloni, austriaco mitigato, e quello perfino
del barone Trecchi, partigiano, forse unico, dell'Inghilterra. Questa
petizione o protesta, come che voglia appellarsi, era indirizzata al
podestà di Milano, conte Durini, il quale, dopo averla sottoscritta
egli pure, la trasmise al presidente del senato, conte Veneri.
Siffatti compensi erano certamente fatti per privare il senato d'ogni
forza morale, e poteano anche aver per effetto lo scioglimento di quel
consesso. Ma ciò non bastava; era duopo, come ho detto testè, di far
trascorrere la popolazione talmente, che fosse poi impossibile il
rappattumarla col governo esistente. Or quando mai una popolazione la
rompe essa irremissibilmente con un governo? Ognun lo sa: egli è
quando commette un gran misfatto. Era adunque duopo che il popolo
milanese commettesse un misfatto contro alcuno de' primari ufficiali
dello Stato. E a ciò s'intesero di comune accordo certi membri dei
diversi partiti macchinanti contro il governo italo-francese.
Io sarò ora imperiosamente costretto a proferire nomi ben noti,
irrogando a parecchi di essi un severo biasimo. Ogni giorno vengono
meno alcuni degli uomini che furono oculari testimoni delle scene
tremende di quel tempo, e la maggior parte di loro si portano seco
nella tomba il segreto ch'ei possedevano, e cui la storia ha diritto
di conoscere. Il perchè, lasciato in disparte ogni riguardo di
persone, io mi affretto a raccogliere le mie ricordanze e quelle dei
miei contemporanei, a fine di apparecchiar materiali agli storici
futuri dell'Italia.
Il mese d'aprile dell'anno 1814 è certamente per molti de' Lombardi
argomento di angosciosa e amarissima ricordanza; e più d'uno di essi
tentò di poi di liberarsi da quell'angosciosa memoria, sagrificando
alla patria le sostanze, la quiete, la sicurezza e la libertà. Altri,
meno scrupolosi, furono cionnonpertanto puniti dal disdegnoso
abbandono di quegli stessi in pro dei quali ei si fecero traditori ed
assassini. I primi vogliono essere trattati con maggiore riguardo
degli altri; ma la verità dee essere conta sia riguardo agli uni, che
riguardo agli altri; e basterà avvertire, pria d'entrare in materia,
che gli uni s'ingannavano nel far giudizio delle cose, gli altri nel
far ragione degli effetti che queste cose doveano partorire per loro.
Il conte Gambarana, già promotore e indirizzatore della rivoluzione di
Pavia, ed altro de' capi della fazione austriaca pura, era il più
operoso e il più risoluto fra tutti i cospiratori. Trovò modo costui
d'indettarsi col generale Pino, capo della fazione muratista, e di
ficcarsi nella brigata liberale che tenea le sue congreghe in casa
della damigella Bianca Milesi, e in casa di madama Traversa, moglie
d'un avvocato nativo di San Nazzaro, terra della Lomellina.
Confalonieri, Porro, Bossi, Ciani, ec., faceano parte di quella
brigata, e se non si può facilmente supporre ch'ei rimanessero affatto
stranieri di quanto faceavisi, la cosa non è tuttavia impossibile,
poich'essi erano in quel mentre tutti intenti a far girare attorno la
surriferita protesta contro il senato, e nell'infausto giorno 20
aprile furono veduti aggirarsi, anzi nei dintorni del palazzo del
senato, che nel quartiere del Marino. Il conte Gambarana ben conoscea
la mite e quieta tempra del popolo milanese, e sapea benissimo che la
più fiera stizza ond'esso fosse capace, dovea sfogarsi in meri
gridori, e non reggerebbe giammai contro le lagrime e le
supplicazioni. È generale opinione ch'egli abbia conferito con
Traversa intorno a siffatta difficoltà. Questo avvocato, nativo,
siccome ho detto, della Lomellina, avea in sua gioventù accumulato
immensi averi, coltivando, come fittaiuolo, un gran podere del
Novarese, ed era pienamente edotto della tempra della popolazione di
quella provincia, del carattere, bisogni di essa, ec. Giusta la voce
pubblica, avrebbe il Traversa proposto al conte Gambarana di far
scendere dal Novarese a Milano un numero assai ragguardevole d'uomini
rozzi e risoluti, che, allettati in sulle prime dall'esca del lucro,
sarebbero in seguito trattenuti dalla passione del trambusto, dei
pericoli, e forse anco del sangue. Io non vo' già dire che il Traversa
conoscesse appieno tutti i divisi del conte Gambarana; e crederei
volontieri che li ignorasse, o pensasse almeno di non dar mano ad
altro che ad una sedizione all'un di presso innocente, a minacce, a
vociferazioni, e non già al più spaventevole assassinio. Nulla voglio
tuttavia tacere di quanto può spargere alcuna luce sopra il tristo
giorno 20 d'aprile, e perciò duolmi d'avere a soggiugnere che il
Traversa credeva avere particolare ragione di lagnarsi del ministro
delle finanze, il conte Prina, perocchè, essendo stato proposto per la
dignità senatoria, non potè ottenerla; mortificazione o smacco ch'egli
attribuì, fors'anco a torto, a male uffizio del ministro Prina.
Contadini della provincia di Novara e d'altre circonvicine province
giunsero successivamente, ma in gran numero, a Milano, nel giorno 19 e
nel mattino del 20 di aprile. L'incarico loro dato era quello di
uccidere un qualche gran personaggio, od anche parecchi, purchè ad
ogni modo spargessesi sangue, A ognuno di essi erano promesse sei lire
al giorno per tutto quel tempo che fossero assenti dalle case loro; ma
quegli che finì di uccidere il ministro Prina ricevette grossa somma
di danaro da parte, se non di propria mano, del conte Gambarana.
L'arrivo però di questa moltitudine di abitatori del contado, il
sinistro loro aspetto, le armi che sforzavansi di nascondere, e le
parole che loro uscivano di bocca, dovevano porre in trepidazione la
pubblica autorità. Il signor De Capitani, segretario generale del
ministro dell'interno, e fungente allora l'ufficio di ministro,
recossi in persona, la mattina del 20 d'aprile, al ministero della
guerra per chiedere quel numero d'uomini ond'eravi bisogno per
mantenere il buon ordine. Or come dovette egli meravigliarsi all'udire
che due corpi di soldatesche erano appunto partiti la notte precedente
alla vôlta di Sesto Calende, che il nemico, per quanto diceasi,
accennava volere sopraprendere! Ma crebbe bentosto il suo stupore
dietro la negativa datagli poi subito dal generale Bianchi d'Adda,
allora preposto provvisionalmente al ministero della guerra. «Le mie
istruzioni», così risposegli, balbettando, quel generale, «non mi
concedono di mettere le mie genti alla vostra disposizione;
indirizzatevi a tal fine ad un ufficiale superiore, per esempio, al
generale Pino». Replicava forte il De Capitani, che il generale Pino,
benchè ufficiale superiore, non avea comando in Milano, ned era
ministro della guerra, o faciente le veci del ministro, ma si trovava
in Milano senza corpo d'esercito e senza ufficio determinato. Non potè
ottenere altra risposta, e andossene convinto di non dover fare il
menomo fondamento sopra il concorso della forza armata.
Le parole del generale Bianchi d'Adda chiudevano un senso della più
alta gravità; poichè esprimevano il fatto che le truppe non erano più
sottomesse ai loro capi legittimi e regolari, ma solamente ad uno dei
capi della rivoluzione che stava per prorompere.
Che faceva egli allora il generale Pino, questo soldato salito in
alto, questo congiurato, già riguardato da' suoi eguali e da' suoi
superiori come loro capo, questo generale di secondo grado, che,
testimone della caduta dell'imperatore, presumeva di potere assidersi
nel seggio di lui? Egli era quel desso che avea fatto partire per a
Sesto Calende i due corpi da me menzionati; ma non parendogli
sufficiente questa precauzione, il mattino del giorno 20 facea
chiudere tutte le truppe nei loro quartieri. Il che è sì vero, che
essendo venuto fatto al signor Vercelloni di raccozzare quaranta o che
granatieri de' veliti e quarantotto dragoni a cavallo sotto il comando
del capitano Bosisio, cui condusse alla prefettura di polizia, che era
pochi passi stante dal luogo in cui accadevano gli orrendi fatti che
sto per descrivere, in quella appunto che questa poca soldatesca,
giusta gli ordini del prefetto di polizia Giacomo Villa, stava per
recarsi al luogo del tumulto, il colonnello Cima, aiutante di campo
del generale Pino, frettoloso accorrendo, ingiunse al capitano Bosisio
di ricondurre immantinenti i suoi soldati nel proprio quartiere, e di
tenerveli chiusi fino a nuovo ordine. Io debbo qui riferire un'altra
circostanza di fatto, toccante il generale Pino, che merita di essere
ricordata: ed è che appunto nel mattino del 20 di aprile questo
generale riscosse una somma di cinquantamila franchi, statagli da poco
conceduta a titolo di gratificazione dal vicerè.
Due catastrofi, funeste entrambe del pari alla independenza italiana,
segnalarono l'infausto giorno 20 d'aprile. Mi fo ora a descrivere la
prima in ordine di tempo, la quale fu pure la meno deplorabile.
I senatori eransi indettati di raunarsi di bel nuovo il 20 d'aprile,
sebbene i loro deputati, eletti nel dì 17, i conti Guicciardi e
Castiglioni¹, fossero già pervenuti a Mantova per ricevere i
passaporti e le credenziali dal vicerè, e insieme un salvocondotto del
maresciallo Bellegarde, onde imprendere poi il viaggio per a Parigi.
Benchè il tempo fosse piovoso, il che per lo consueto basta ad
attutare la turbolenza della plebaglia, poterono agevolmente i
senatori addarsi che l'accesso al palazzo era ingombro d'una
moltitudine stranamente composta di cere mal note, nella quale uomini
in assetto decente vedeansi frammisti ad altri che sembravano,
all'incontro, appartenere agl'infimi ordini della società. Avvertirono
certamente eziandio i senatori che il palazzo non era custodito giusta
il consueto, giacchè vi era di guardia un drappelletto di forse otto o
dieci reclute. Ma checchè volgessero in mente a tale proposito, le
loro riflessioni furono tosto interrotte dal mormorio che sorgeva in
quella moltitudine all'arrivo di quei senatori che la pubblica voce
indicava come spalleggiatori della proposta del duca di Lodi, e dalle
acclamazioni con le quali erano salutati i senatori noti per essersi
dichiariti contrari a quella proposta.
¹ Il conte Testi era rimasto a Milano per cagione di mala salute.
Riuniti nella solita aula delle consulte, e non punto intimiditi dal
romore che udivasi al di fuori, udirono i senatori la lettura del
processo verbale della seduta precedente, e l'approvarono: dopo del
che il presidente conte Veneri comunicò, non però ufficialmente, al
senato la protesta di cui qui sopra ho riportato i termini, e la
lettera d'invio del podestà Durini, che accompagnavala. Non appena fu
terminata questa lettura, che il capitano Marini, additto al comando
della piazza, chiese instantemente, in nome del corpo degli ufficiali
della guardia civica, di essere ammesso al periglioso onore di
custodire e difendere l'assemblea del senato. Ottenutane la venia,
concedutagli con fidanza e riconoscenza, lo stesso capitano Marini
accorse con una grossa mano di guardie nazionali, e discacciò
brutalmente i soldati stanziali che erano appostati alle porte stesse
dell'aula del senato.
Egli è omai costante che i capi del partito sedicente italico puro
passeggiavano in quell'ora all'intorno del palazzo del senato, e ad
alta voce ragionavano intorno alle domande contenute nella ridetta
protesta, cioè intorno al richiamo dei deputati ed alla convocazione
dei collegi elettorali. Il più ragguardevole di questi capi era senza
contrasto il conte Confalonieri, e fu egli appunto il più gravemente
accagionato degli eventi di quel tristo giorno. Credettesi egli stesso
in debito di pubblicare un opuscolo, per propria difesa. Ma noi diremo
che se è difficile l'indursi a dare retta a tutte le taccie
appostegli, non lo è meno il rassegnarsi ad ammettere per intiero la
sua propria apologia, aggiuntochè uomini degni di fede per ogni
rispetto manifestamente gli contradicono in parecchi punti. Egli fu
dipinto come l'istigatore di tutti i moti del 20 di aprile; ma sembra
che egli voglia insinuare non solo d'esserne stato straniero, ma anzi
d'averli intieramente ignorati, e d'essere stato spinto unicamente dal
caso o dalla curiosità nel palazzo del senato il giorno 20 d'aprile.
La prima ipotesi è troppo trista per non essere ammessa senza gravi
ragioni, che al postutto non esistono; giacchè non v'è pruova alcuna
che il conte Confalonieri abbia o provocato o diretto la sanguinosa
catastrofe con cui si chiuse quella giornata. Quanto è al credere,
com'egli dice, che la sola fatalità l'abbia condotto in quel giorno
per le vie di Milano, la è cosa quasi impossibile. La protesta contro
il senato era in gran parte opera sua, ed egli l'avea presentata qua e
là a ciascuno de' suoi amici acciò la sottoscrivessero. Ei vi
manifestava un invincibile mal fidanza verso il senato e i deputati da
esso inviati; ed anzi vi proponeva di surrogare al senato i collegi
elettorali, il che era lo stesso che atterrare il senato. Ben sapea
egli che la sua protesta doveva esser discussa e dibattuta dai
senatori; or crederemo noi ch'ei si trovasse a caso alla porta del
senato, dov'ei poteva agevolmente conoscere l'esito della protesta
medesima. Il popolo che attorniava il palazzo, e che poco poi lo
invase, domandava per l'appunto le cose enunziate nella protesta; e il
conte Confalonieri si fece poi ben tosto, come diremo, l'interprete
del popolo stesso presso il senato. Dovremo noi credere che la
protesta scritta e la protesta fatta con alte grida e col corredo di
minacce e d'ingiurie siensi trovate concordi d'incanto, e sempre a
caso? Chi potrà mettere in dubbio che queste popolari dimostrazioni
non fossero state predisposte dagli autori medesimi della protesta?
Io, per me, desidero di non trovar colpevole alcuno de' miei fratelli
di patria, e sono altronde pronto sempre ad ammettere che quelli
altresì le cui azioni meritano il più acerbo biasimo, non sieno stati
traviati se non dalla rettitudine medesima delle loro intenzioni. Ma
non potrei lasciarmi trarre più oltre; e laddove i fatti non sono
dubbi in verun modo, laddove le cagioni di questi fatti sono aperte,
io non posso, nè per compiacenza, nè per privati riguardi, tacere la
verità¹.
¹ Così, per quanto tocca la condotta del conte Confalonieri nel
giorno 20 aprile, io credo giustizia non imputare a lui
l'uccisione del ministro Prina. Ma solo coll'attribuirgli
un'eccessiva condescendenza potrebbesi assolverlo del pari da
ogni partecipazione alla sommossa ch'ebbe per iscopo ed obbietto
l'abolizione del Senato. Ventura è per lo storico, il quale non
senza grave rammarico condannerebbe il Confalonieri, che, mentre
il primo di quegli atti fu un misfatto, il secondo non sia stato
altro che un fallo ed un errore.
Il sostituire alla soldatesca stanziale la guardia civica nella difesa
di un luogo attaccato dal popolo, egli è un favorire al trionfo di
quest'ultimo. Non appena in fatti la guardia del palazzo senatorio fu
essa affidata ai soldati cittadini, che la calca, tenuta pocanzi in
rispetto da un drappello di truppa stanziale, passò arditamente
dinanzi alla guardia civica, irruppe negl'interni cortili e fin nel
vestibolo del palazzo. Il conte Confalonieri era in mezzo alla folla,
e la sua voce, naturalmente sonora, faceasi talmente sentire, che il
capitano Marini esortollo a recarsi a parlare al senato in nome del
popolo; al che rispose il Confalonieri, non aver lui carattere
ufficiale veruno che lo licenziasse a farsi organo del voto popolare.
Andava il tramestío crescendo al di fuori, e i senatori cominciavano a
mettersi in apprensione. I conti Verri, Massari e Felici uscirono
dall'aula, e recatisi in mezzo alla moltitudine, quella esortarono a
dichiarare recisamente il suo desiderio. Non ottennero in risposta che
grida confuse ed inarticolate, che davan suono di minaccia e
d'invettiva anzichè di proposta e di domanda. Rientrati nel luogo
delle consulte, ne uscirono un'altra, e poi di nuovo una terza volta,
e sempre infruttuosamente, insino a tanto che il conte Verri, avendo
ravvisato nella calca il conte Confalonieri, a lui difilato si volse,
pregandolo di fargli conoscere che cosa si volesse quell'agitata
moltitudine: al che il Confalonieri non si peritò di rispondere;
volersi dal popolo il richiamo dei deputati e la convocazione dei
collegi elettorali. Un ignoto pose in mano del conte Verri un
polizzino scritto, dicendogli lo leggesse ai colleghi; e questo
polizzino, che non fu letto pubblicamente, solo perchè non ebbevi il
tempo da ciò, era di carattere evidentemente contrafatto, e suonava
così: La Spagna e l'Alemagna hanno scosso il giogo francese; l'Italia
dee fare altretanto.
Avea la calca oltrepassato il vestibolo, salita la scala, e
affollavasi alla porta dell'aula delle consulte, e intanto la guardia
civica, non che respingerla, parea lasciarle a bella posta aperto
l'adito.
Erano di già entrati nell'aula delle consulte alcuni uomini d'alta
statura, di cera terribile, male in assetto, che proferivano solo
minacce e bestemmie, di quei tali insomma che vedonsi repentinamente
apparire nei giorni delle rivoluzioni per isparire in appresso quando
la quiete è ricondotta, e il cui concorso è riguardato come una
sciagura, forse inevitabile, dagli amici della libertà; e di già
s'appressavan costoro con curiosa premura ai vecchi senatori, fermi ed
immoti, quando il conte Verri, accorrendo per l'ultima volta presso i
colleghi, disse loro, non aver essi più di due minuti per deliberare,
dopo del che tutto sarebbe perduto. Parecchi ufficiali della guardia
civica, fra' quali trovavasi il capo di battaglione Pietro Ballabio,
si precipitarono in quella nell'aula, pallidi e spaventati. Il conte
Benigno Bossi, altro dei capi della fazione dei sedicenti Italici
puri, esclamò doversi promettere al popolo il richiamo dei deputati e
la convocazione dei collegi elettorali; altri a lui si unirono per
indurre i senatori a questa sì grave concessione. Allora il
presidente, ben s'avvedendo che a lui sarebbe data la colpa se
avveniva una carnificina, scrisse di suo proprio moto e senza
consultare alcuno de' suoi confratelli, queste parole sur un pezzo di
carta: «Il senato richiama i deputati e convoca i collegi». Ma questa
carta, recata subito al popolo, non fu accolta a quel modo che dovea
aspettarsi il conte Veneri. Temevasi che, attutato il tumulto, il
senato non venisse ad altra deliberazione che avesse per effetto di
annullare la prima. Le grida continuarono, e il conte Bossi ricomparve
nell'aula significando a' senatori come il popolo non acconsentisse a
ritirarsi se non era anzi tutto disciolta la seduta. Fu forza
sottomettersi di nuovo, e un altro scritto uscì dalle mani del
presidente il quale diceva. «La deputazione è richiamata, i collegi
convocati, e la seduta è sciolta».
Ma dopo che il senato ebbe in tal guisa sottoscritta la sua propria
sentenza; dopo che quel corpo, autorevolissimo per le qualità de' suoi
membri, e vero consesso nazionale, e conservatore naturale delle
pubbliche libertà, fu per così dire scomparso dinanzi all'ira sciocca
ed alle false prevenzioni d'una plebaglia demente, questa plebaglia,
non che chiamarsi paga, ricusò di ritirarsi. Furono, all'incontro, i
senatori violentemente detrusi dai loro seggi; e dovettero, inseguiti
(alcuni almeno di loro) dagli schiamazzi e dalle invettive della
moltitudine, traversarne lentamente le file, e ritirarsi mesti e
confusi nelle loro case. Il popolo poi irruppe nell'aula ond'erano
usciti i senatori, e in pochi istanti riempiè tutto quanto il palazzo.
Ebbe allora principio il saccheggio, nel quale concorrendo l'odio
degli uni con la cupidigia degli altri, tutti gl'imperiali emblemi, i
mobili, le tende e perfino i vetri delle imposte furono o rotti o
rubati. Corse voce allora, e fu replicata anche da poi, che il conte
Confalonieri strappò di sua mano dal muro un ritratto dell'imperatore,
e dopo averlo trapassato da parte a parte col suo ombrello, gettollo
dalla finestra. Egli ha acremente impugnato quest'accusa, la quale non
sembra tuttavia grave a trafatto. Il conte Confalonieri teneasi nelle
file dei nemici dell'imperatore e del vicerè, e questa nimistà gli fu
guida in quel tempo, influendo nelle sue opinioni. L'azione
attribuitagli d'avere strappato e lacerato il ritratto dell'imperatore
sarebbe stata senza dubbio screanzata; ma non era tale, al postutto,
da far torto o danno ad alcuno; e ognuno sa che l'urbanità delle
civili brigate non è la regola a cui i rivoluzionari sono tenuti
d'attenersi sulla piazza pubblica.
I senatori eransi cionnonpertanto ritirati nelle proprie case senza
impedimento; nè goccia di sangue era stata sparsa. Il popolo non era
trascorso a sufficienza; e certi membri dei diversi partiti eransi
indettati per provocare, come necessaria, una seria sommossa. Furono
udite alcune voci, che proferivano un nome odiato dal popolo, perchè
d'uomo riguardato generalmente come il rappresentante del vessatorio
sistema delle finanze imperiali; ed era il ministro delle finanze,
conte Prina. Nel concetto popolare questo ministro passava per ricco
sfondato, e il sacco della sua casa credeasi dover fruttare almen
quanto l'escavazione d'una miniera di diamanti. Non eravi forse uomo
del popolo, il quale nel pagare le eccessive imposte che
l'opprimevano, non ne desse al ministro istesso tutta la colpa. Ei
passava per uomo che si studiasse di scoprire ogni giorno un qualche
nuovo compenso per aggravar la miseria del popolo; e si supponea che,
cessando egli di esistere, sarebbero tosto a terra le imposte. Così
ragionava il popolo, e chi fece udire pel primo alla moltitudine
accalcata nel palazzo del senato, il nome del Prina, ben sapea
d'aprire con ciò un ampio aringo al furore ed all'avidità popolare.
Il palazzo senatorio, e i luoghi circonvicini furono ben presto
deserti. La moltitudine avviossi rapida verso il palazzo del Marino, e
s'ingrossò, via facendo, di tutti quelli ch'eransi riserbati per
l'ultima scena. La moltitudine mal custodisce il segreto, e il grido
della trama ordita contro il ministro era giunto e a lui e a' suoi
congiunti ed amici. La mattina stessa del 20 d'aprile un congiunto del
Prina l'avea scongiurato di cansarsi dai pericoli che lo minacciavano,
e di lasciarsi condurre in una carrozza fino a Pavia, ove egli avrebbe
potuto agevolmente rimanersi celato o passare in uno Stato straniero.
Ributtò il Prina ostinatamente le instanze ed offerte del suo
congiunto. «Perchè mai», diceva egli, l'ira del popolo dovrà volgersi
contro di me piuttosto che contro gli altri membri del governo? E
altronde che è mai l'ira del popolo milanese, che è il più bonaccio
del mondo? Poche parole basteranno ad acchetarlo, e se non bastassero,
la città è ella priva di forza armata? un drappello di granatieri
passeggerà coll'arme al braccio dinanzi alla mia casa, e ognuno
tornerassene a casa sua».