Mentre che queste accuse andavano attorno di bocca in bocca, e

ridestavano nell'intimo de' cuori l'odio che vi si ammucchiava da

lungo tempo, i capi delle fazioni austriaca-mitigata ed italica-pura,

o italo-austriaca, preferendo apertamente le vie legali,

apparecchiavano una protesta contro il senato ne seguenti termini

concepita: «Dando retta alla pubblica voce, il senato nella sua seduta

del 16 corrente, seduta intorno alla quale nulla è trapelato al di

fuori, avrebbe discussato e deciso un affare della massima importanza

per il reame. Ammettendo che nelle presenti congiunture sia necessario

di appigliarsi a straordinari provvedimenti, i sottoscritti giudicano

cosa indispensabile il convocare, conformemente ai princìpi della

nostra costituzione, i collegi elettorali, nei quali soli è posta la

legittima rappresentanza nazionale». E a quest'atto erano apposte

meglio che cencinquanta firme, prime fra le quali eran quelle dei capi

dei varii partiti. Allato dei nomi dei conti Confalonieri e Porro, dei

Ciani, de' Verri, de' Bossi, de' Triulzi, ec., i più ragguardevoli

degl'Italici sedicenti puri, vedeansi i nomi dei conti Alfonso

Castiglioni, Giulio Ottolini e Antonio Greppi, austriaci puri; quello

del conte Giovanni Serbelloni, austriaco mitigato, e quello perfino

del barone Trecchi, partigiano, forse unico, dell'Inghilterra. Questa

petizione o protesta, come che voglia appellarsi, era indirizzata al

podestà di Milano, conte Durini, il quale, dopo averla sottoscritta

egli pure, la trasmise al presidente del senato, conte Veneri.

Siffatti compensi erano certamente fatti per privare il senato d'ogni

forza morale, e poteano anche aver per effetto lo scioglimento di quel

consesso. Ma ciò non bastava; era duopo, come ho detto testè, di far

trascorrere la popolazione talmente, che fosse poi impossibile il

rappattumarla col governo esistente. Or quando mai una popolazione la

rompe essa irremissibilmente con un governo? Ognun lo sa: egli è

quando commette un gran misfatto. Era adunque duopo che il popolo

milanese commettesse un misfatto contro alcuno de' primari ufficiali

dello Stato. E a ciò s'intesero di comune accordo certi membri dei

diversi partiti macchinanti contro il governo italo-francese.

Io sarò ora imperiosamente costretto a proferire nomi ben noti,

irrogando a parecchi di essi un severo biasimo. Ogni giorno vengono

meno alcuni degli uomini che furono oculari testimoni delle scene

tremende di quel tempo, e la maggior parte di loro si portano seco

nella tomba il segreto ch'ei possedevano, e cui la storia ha diritto

di conoscere. Il perchè, lasciato in disparte ogni riguardo di

persone, io mi affretto a raccogliere le mie ricordanze e quelle dei

miei contemporanei, a fine di apparecchiar materiali agli storici

futuri dell'Italia.

Il mese d'aprile dell'anno 1814 è certamente per molti de' Lombardi

argomento di angosciosa e amarissima ricordanza; e più d'uno di essi

tentò di poi di liberarsi da quell'angosciosa memoria, sagrificando

alla patria le sostanze, la quiete, la sicurezza e la libertà. Altri,

meno scrupolosi, furono cionnonpertanto puniti dal disdegnoso

abbandono di quegli stessi in pro dei quali ei si fecero traditori ed

assassini. I primi vogliono essere trattati con maggiore riguardo

degli altri; ma la verità dee essere conta sia riguardo agli uni, che

riguardo agli altri; e basterà avvertire, pria d'entrare in materia,

che gli uni s'ingannavano nel far giudizio delle cose, gli altri nel

far ragione degli effetti che queste cose doveano partorire per loro.

Il conte Gambarana, già promotore e indirizzatore della rivoluzione di

Pavia, ed altro de' capi della fazione austriaca pura, era il più

operoso e il più risoluto fra tutti i cospiratori. Trovò modo costui

d'indettarsi col generale Pino, capo della fazione muratista, e di

ficcarsi nella brigata liberale che tenea le sue congreghe in casa

della damigella Bianca Milesi, e in casa di madama Traversa, moglie

d'un avvocato nativo di San Nazzaro, terra della Lomellina.

Confalonieri, Porro, Bossi, Ciani, ec., faceano parte di quella

brigata, e se non si può facilmente supporre ch'ei rimanessero affatto

stranieri di quanto faceavisi, la cosa non è tuttavia impossibile,

poich'essi erano in quel mentre tutti intenti a far girare attorno la

surriferita protesta contro il senato, e nell'infausto giorno 20

aprile furono veduti aggirarsi, anzi nei dintorni del palazzo del

senato, che nel quartiere del Marino. Il conte Gambarana ben conoscea

la mite e quieta tempra del popolo milanese, e sapea benissimo che la

più fiera stizza ond'esso fosse capace, dovea sfogarsi in meri

gridori, e non reggerebbe giammai contro le lagrime e le

supplicazioni. È generale opinione ch'egli abbia conferito con

Traversa intorno a siffatta difficoltà. Questo avvocato, nativo,

siccome ho detto, della Lomellina, avea in sua gioventù accumulato

immensi averi, coltivando, come fittaiuolo, un gran podere del

Novarese, ed era pienamente edotto della tempra della popolazione di

quella provincia, del carattere, bisogni di essa, ec. Giusta la voce

pubblica, avrebbe il Traversa proposto al conte Gambarana di far

scendere dal Novarese a Milano un numero assai ragguardevole d'uomini

rozzi e risoluti, che, allettati in sulle prime dall'esca del lucro,

sarebbero in seguito trattenuti dalla passione del trambusto, dei

pericoli, e forse anco del sangue. Io non vo' già dire che il Traversa

conoscesse appieno tutti i divisi del conte Gambarana; e crederei

volontieri che li ignorasse, o pensasse almeno di non dar mano ad

altro che ad una sedizione all'un di presso innocente, a minacce, a

vociferazioni, e non già al più spaventevole assassinio. Nulla voglio

tuttavia tacere di quanto può spargere alcuna luce sopra il tristo

giorno 20 d'aprile, e perciò duolmi d'avere a soggiugnere che il

Traversa credeva avere particolare ragione di lagnarsi del ministro

delle finanze, il conte Prina, perocchè, essendo stato proposto per la

dignità senatoria, non potè ottenerla; mortificazione o smacco ch'egli

attribuì, fors'anco a torto, a male uffizio del ministro Prina.

Contadini della provincia di Novara e d'altre circonvicine province

giunsero successivamente, ma in gran numero, a Milano, nel giorno 19 e

nel mattino del 20 di aprile. L'incarico loro dato era quello di

uccidere un qualche gran personaggio, od anche parecchi, purchè ad

ogni modo spargessesi sangue, A ognuno di essi erano promesse sei lire

al giorno per tutto quel tempo che fossero assenti dalle case loro; ma

quegli che finì di uccidere il ministro Prina ricevette grossa somma

di danaro da parte, se non di propria mano, del conte Gambarana.

L'arrivo però di questa moltitudine di abitatori del contado, il

sinistro loro aspetto, le armi che sforzavansi di nascondere, e le

parole che loro uscivano di bocca, dovevano porre in trepidazione la

pubblica autorità. Il signor De Capitani, segretario generale del

ministro dell'interno, e fungente allora l'ufficio di ministro,

recossi in persona, la mattina del 20 d'aprile, al ministero della

guerra per chiedere quel numero d'uomini ond'eravi bisogno per

mantenere il buon ordine. Or come dovette egli meravigliarsi all'udire

che due corpi di soldatesche erano appunto partiti la notte precedente

alla vôlta di Sesto Calende, che il nemico, per quanto diceasi,

accennava volere sopraprendere! Ma crebbe bentosto il suo stupore

dietro la negativa datagli poi subito dal generale Bianchi d'Adda,

allora preposto provvisionalmente al ministero della guerra. «Le mie

istruzioni», così risposegli, balbettando, quel generale, «non mi

concedono di mettere le mie genti alla vostra disposizione;

indirizzatevi a tal fine ad un ufficiale superiore, per esempio, al

generale Pino». Replicava forte il De Capitani, che il generale Pino,

benchè ufficiale superiore, non avea comando in Milano, ned era

ministro della guerra, o faciente le veci del ministro, ma si trovava

in Milano senza corpo d'esercito e senza ufficio determinato. Non potè

ottenere altra risposta, e andossene convinto di non dover fare il

menomo fondamento sopra il concorso della forza armata.

Le parole del generale Bianchi d'Adda chiudevano un senso della più

alta gravità; poichè esprimevano il fatto che le truppe non erano più

sottomesse ai loro capi legittimi e regolari, ma solamente ad uno dei

capi della rivoluzione che stava per prorompere.

Che faceva egli allora il generale Pino, questo soldato salito in

alto, questo congiurato, già riguardato da' suoi eguali e da' suoi

superiori come loro capo, questo generale di secondo grado, che,

testimone della caduta dell'imperatore, presumeva di potere assidersi

nel seggio di lui? Egli era quel desso che avea fatto partire per a

Sesto Calende i due corpi da me menzionati; ma non parendogli

sufficiente questa precauzione, il mattino del giorno 20 facea

chiudere tutte le truppe nei loro quartieri. Il che è sì vero, che

essendo venuto fatto al signor Vercelloni di raccozzare quaranta o che

granatieri de' veliti e quarantotto dragoni a cavallo sotto il comando

del capitano Bosisio, cui condusse alla prefettura di polizia, che era

pochi passi stante dal luogo in cui accadevano gli orrendi fatti che

sto per descrivere, in quella appunto che questa poca soldatesca,

giusta gli ordini del prefetto di polizia Giacomo Villa, stava per

recarsi al luogo del tumulto, il colonnello Cima, aiutante di campo

del generale Pino, frettoloso accorrendo, ingiunse al capitano Bosisio

di ricondurre immantinenti i suoi soldati nel proprio quartiere, e di

tenerveli chiusi fino a nuovo ordine. Io debbo qui riferire un'altra

circostanza di fatto, toccante il generale Pino, che merita di essere

ricordata: ed è che appunto nel mattino del 20 di aprile questo

generale riscosse una somma di cinquantamila franchi, statagli da poco

conceduta a titolo di gratificazione dal vicerè.

Due catastrofi, funeste entrambe del pari alla independenza italiana,

segnalarono l'infausto giorno 20 d'aprile. Mi fo ora a descrivere la

prima in ordine di tempo, la quale fu pure la meno deplorabile.

I senatori eransi indettati di raunarsi di bel nuovo il 20 d'aprile,

sebbene i loro deputati, eletti nel dì 17, i conti Guicciardi e

Castiglioni¹, fossero già pervenuti a Mantova per ricevere i

passaporti e le credenziali dal vicerè, e insieme un salvocondotto del

maresciallo Bellegarde, onde imprendere poi il viaggio per a Parigi.

Benchè il tempo fosse piovoso, il che per lo consueto basta ad

attutare la turbolenza della plebaglia, poterono agevolmente i

senatori addarsi che l'accesso al palazzo era ingombro d'una

moltitudine stranamente composta di cere mal note, nella quale uomini

in assetto decente vedeansi frammisti ad altri che sembravano,

all'incontro, appartenere agl'infimi ordini della società. Avvertirono

certamente eziandio i senatori che il palazzo non era custodito giusta

il consueto, giacchè vi era di guardia un drappelletto di forse otto o

dieci reclute. Ma checchè volgessero in mente a tale proposito, le

loro riflessioni furono tosto interrotte dal mormorio che sorgeva in

quella moltitudine all'arrivo di quei senatori che la pubblica voce

indicava come spalleggiatori della proposta del duca di Lodi, e dalle

acclamazioni con le quali erano salutati i senatori noti per essersi

dichiariti contrari a quella proposta.

¹ Il conte Testi era rimasto a Milano per cagione di mala salute.

Riuniti nella solita aula delle consulte, e non punto intimiditi dal

romore che udivasi al di fuori, udirono i senatori la lettura del

processo verbale della seduta precedente, e l'approvarono: dopo del

che il presidente conte Veneri comunicò, non però ufficialmente, al

senato la protesta di cui qui sopra ho riportato i termini, e la

lettera d'invio del podestà Durini, che accompagnavala. Non appena fu

terminata questa lettura, che il capitano Marini, additto al comando

della piazza, chiese instantemente, in nome del corpo degli ufficiali

della guardia civica, di essere ammesso al periglioso onore di

custodire e difendere l'assemblea del senato. Ottenutane la venia,

concedutagli con fidanza e riconoscenza, lo stesso capitano Marini

accorse con una grossa mano di guardie nazionali, e discacciò

brutalmente i soldati stanziali che erano appostati alle porte stesse

dell'aula del senato.

Egli è omai costante che i capi del partito sedicente italico puro

passeggiavano in quell'ora all'intorno del palazzo del senato, e ad

alta voce ragionavano intorno alle domande contenute nella ridetta

protesta, cioè intorno al richiamo dei deputati ed alla convocazione

dei collegi elettorali. Il più ragguardevole di questi capi era senza

contrasto il conte Confalonieri, e fu egli appunto il più gravemente

accagionato degli eventi di quel tristo giorno. Credettesi egli stesso

in debito di pubblicare un opuscolo, per propria difesa. Ma noi diremo

che se è difficile l'indursi a dare retta a tutte le taccie

appostegli, non lo è meno il rassegnarsi ad ammettere per intiero la

sua propria apologia, aggiuntochè uomini degni di fede per ogni

rispetto manifestamente gli contradicono in parecchi punti. Egli fu

dipinto come l'istigatore di tutti i moti del 20 di aprile; ma sembra

che egli voglia insinuare non solo d'esserne stato straniero, ma anzi

d'averli intieramente ignorati, e d'essere stato spinto unicamente dal

caso o dalla curiosità nel palazzo del senato il giorno 20 d'aprile.

La prima ipotesi è troppo trista per non essere ammessa senza gravi

ragioni, che al postutto non esistono; giacchè non v'è pruova alcuna

che il conte Confalonieri abbia o provocato o diretto la sanguinosa

catastrofe con cui si chiuse quella giornata. Quanto è al credere,

com'egli dice, che la sola fatalità l'abbia condotto in quel giorno

per le vie di Milano, la è cosa quasi impossibile. La protesta contro

il senato era in gran parte opera sua, ed egli l'avea presentata qua e

là a ciascuno de' suoi amici acciò la sottoscrivessero. Ei vi

manifestava un invincibile mal fidanza verso il senato e i deputati da

esso inviati; ed anzi vi proponeva di surrogare al senato i collegi

elettorali, il che era lo stesso che atterrare il senato. Ben sapea

egli che la sua protesta doveva esser discussa e dibattuta dai

senatori; or crederemo noi ch'ei si trovasse a caso alla porta del

senato, dov'ei poteva agevolmente conoscere l'esito della protesta

medesima. Il popolo che attorniava il palazzo, e che poco poi lo

invase, domandava per l'appunto le cose enunziate nella protesta; e il

conte Confalonieri si fece poi ben tosto, come diremo, l'interprete

del popolo stesso presso il senato. Dovremo noi credere che la

protesta scritta e la protesta fatta con alte grida e col corredo di

minacce e d'ingiurie siensi trovate concordi d'incanto, e sempre a

caso? Chi potrà mettere in dubbio che queste popolari dimostrazioni

non fossero state predisposte dagli autori medesimi della protesta?

Io, per me, desidero di non trovar colpevole alcuno de' miei fratelli

di patria, e sono altronde pronto sempre ad ammettere che quelli

altresì le cui azioni meritano il più acerbo biasimo, non sieno stati

traviati se non dalla rettitudine medesima delle loro intenzioni. Ma

non potrei lasciarmi trarre più oltre; e laddove i fatti non sono

dubbi in verun modo, laddove le cagioni di questi fatti sono aperte,

io non posso, nè per compiacenza, nè per privati riguardi, tacere la

verità¹.

¹ Così, per quanto tocca la condotta del conte Confalonieri nel

giorno 20 aprile, io credo giustizia non imputare a lui

l'uccisione del ministro Prina. Ma solo coll'attribuirgli

un'eccessiva condescendenza potrebbesi assolverlo del pari da

ogni partecipazione alla sommossa ch'ebbe per iscopo ed obbietto

l'abolizione del Senato. Ventura è per lo storico, il quale non

senza grave rammarico condannerebbe il Confalonieri, che, mentre

il primo di quegli atti fu un misfatto, il secondo non sia stato

altro che un fallo ed un errore.

Il sostituire alla soldatesca stanziale la guardia civica nella difesa

di un luogo attaccato dal popolo, egli è un favorire al trionfo di

quest'ultimo. Non appena in fatti la guardia del palazzo senatorio fu

essa affidata ai soldati cittadini, che la calca, tenuta pocanzi in

rispetto da un drappello di truppa stanziale, passò arditamente

dinanzi alla guardia civica, irruppe negl'interni cortili e fin nel

vestibolo del palazzo. Il conte Confalonieri era in mezzo alla folla,

e la sua voce, naturalmente sonora, faceasi talmente sentire, che il

capitano Marini esortollo a recarsi a parlare al senato in nome del

popolo; al che rispose il Confalonieri, non aver lui carattere

ufficiale veruno che lo licenziasse a farsi organo del voto popolare.

Andava il tramestío crescendo al di fuori, e i senatori cominciavano a

mettersi in apprensione. I conti Verri, Massari e Felici uscirono

dall'aula, e recatisi in mezzo alla moltitudine, quella esortarono a

dichiarare recisamente il suo desiderio. Non ottennero in risposta che

grida confuse ed inarticolate, che davan suono di minaccia e

d'invettiva anzichè di proposta e di domanda. Rientrati nel luogo

delle consulte, ne uscirono un'altra, e poi di nuovo una terza volta,

e sempre infruttuosamente, insino a tanto che il conte Verri, avendo

ravvisato nella calca il conte Confalonieri, a lui difilato si volse,

pregandolo di fargli conoscere che cosa si volesse quell'agitata

moltitudine: al che il Confalonieri non si peritò di rispondere;

volersi dal popolo il richiamo dei deputati e la convocazione dei

collegi elettorali. Un ignoto pose in mano del conte Verri un

polizzino scritto, dicendogli lo leggesse ai colleghi; e questo

polizzino, che non fu letto pubblicamente, solo perchè non ebbevi il

tempo da ciò, era di carattere evidentemente contrafatto, e suonava

così: La Spagna e l'Alemagna hanno scosso il giogo francese; l'Italia

dee fare altretanto.

Avea la calca oltrepassato il vestibolo, salita la scala, e

affollavasi alla porta dell'aula delle consulte, e intanto la guardia

civica, non che respingerla, parea lasciarle a bella posta aperto

l'adito.

Erano di già entrati nell'aula delle consulte alcuni uomini d'alta

statura, di cera terribile, male in assetto, che proferivano solo

minacce e bestemmie, di quei tali insomma che vedonsi repentinamente

apparire nei giorni delle rivoluzioni per isparire in appresso quando

la quiete è ricondotta, e il cui concorso è riguardato come una

sciagura, forse inevitabile, dagli amici della libertà; e di già

s'appressavan costoro con curiosa premura ai vecchi senatori, fermi ed

immoti, quando il conte Verri, accorrendo per l'ultima volta presso i

colleghi, disse loro, non aver essi più di due minuti per deliberare,

dopo del che tutto sarebbe perduto. Parecchi ufficiali della guardia

civica, fra' quali trovavasi il capo di battaglione Pietro Ballabio,

si precipitarono in quella nell'aula, pallidi e spaventati. Il conte

Benigno Bossi, altro dei capi della fazione dei sedicenti Italici

puri, esclamò doversi promettere al popolo il richiamo dei deputati e

la convocazione dei collegi elettorali; altri a lui si unirono per

indurre i senatori a questa sì grave concessione. Allora il

presidente, ben s'avvedendo che a lui sarebbe data la colpa se

avveniva una carnificina, scrisse di suo proprio moto e senza

consultare alcuno de' suoi confratelli, queste parole sur un pezzo di

carta: «Il senato richiama i deputati e convoca i collegi». Ma questa

carta, recata subito al popolo, non fu accolta a quel modo che dovea

aspettarsi il conte Veneri. Temevasi che, attutato il tumulto, il

senato non venisse ad altra deliberazione che avesse per effetto di

annullare la prima. Le grida continuarono, e il conte Bossi ricomparve

nell'aula significando a' senatori come il popolo non acconsentisse a

ritirarsi se non era anzi tutto disciolta la seduta. Fu forza

sottomettersi di nuovo, e un altro scritto uscì dalle mani del

presidente il quale diceva. «La deputazione è richiamata, i collegi

convocati, e la seduta è sciolta».

Ma dopo che il senato ebbe in tal guisa sottoscritta la sua propria

sentenza; dopo che quel corpo, autorevolissimo per le qualità de' suoi

membri, e vero consesso nazionale, e conservatore naturale delle

pubbliche libertà, fu per così dire scomparso dinanzi all'ira sciocca

ed alle false prevenzioni d'una plebaglia demente, questa plebaglia,

non che chiamarsi paga, ricusò di ritirarsi. Furono, all'incontro, i

senatori violentemente detrusi dai loro seggi; e dovettero, inseguiti

(alcuni almeno di loro) dagli schiamazzi e dalle invettive della

moltitudine, traversarne lentamente le file, e ritirarsi mesti e

confusi nelle loro case. Il popolo poi irruppe nell'aula ond'erano

usciti i senatori, e in pochi istanti riempiè tutto quanto il palazzo.

Ebbe allora principio il saccheggio, nel quale concorrendo l'odio

degli uni con la cupidigia degli altri, tutti gl'imperiali emblemi, i

mobili, le tende e perfino i vetri delle imposte furono o rotti o

rubati. Corse voce allora, e fu replicata anche da poi, che il conte

Confalonieri strappò di sua mano dal muro un ritratto dell'imperatore,

e dopo averlo trapassato da parte a parte col suo ombrello, gettollo

dalla finestra. Egli ha acremente impugnato quest'accusa, la quale non

sembra tuttavia grave a trafatto. Il conte Confalonieri teneasi nelle

file dei nemici dell'imperatore e del vicerè, e questa nimistà gli fu

guida in quel tempo, influendo nelle sue opinioni. L'azione

attribuitagli d'avere strappato e lacerato il ritratto dell'imperatore

sarebbe stata senza dubbio screanzata; ma non era tale, al postutto,

da far torto o danno ad alcuno; e ognuno sa che l'urbanità delle

civili brigate non è la regola a cui i rivoluzionari sono tenuti

d'attenersi sulla piazza pubblica.

I senatori eransi cionnonpertanto ritirati nelle proprie case senza

impedimento; nè goccia di sangue era stata sparsa. Il popolo non era

trascorso a sufficienza; e certi membri dei diversi partiti eransi

indettati per provocare, come necessaria, una seria sommossa. Furono

udite alcune voci, che proferivano un nome odiato dal popolo, perchè

d'uomo riguardato generalmente come il rappresentante del vessatorio

sistema delle finanze imperiali; ed era il ministro delle finanze,

conte Prina. Nel concetto popolare questo ministro passava per ricco

sfondato, e il sacco della sua casa credeasi dover fruttare almen

quanto l'escavazione d'una miniera di diamanti. Non eravi forse uomo

del popolo, il quale nel pagare le eccessive imposte che

l'opprimevano, non ne desse al ministro istesso tutta la colpa. Ei

passava per uomo che si studiasse di scoprire ogni giorno un qualche

nuovo compenso per aggravar la miseria del popolo; e si supponea che,

cessando egli di esistere, sarebbero tosto a terra le imposte. Così

ragionava il popolo, e chi fece udire pel primo alla moltitudine

accalcata nel palazzo del senato, il nome del Prina, ben sapea

d'aprire con ciò un ampio aringo al furore ed all'avidità popolare.

Il palazzo senatorio, e i luoghi circonvicini furono ben presto

deserti. La moltitudine avviossi rapida verso il palazzo del Marino, e

s'ingrossò, via facendo, di tutti quelli ch'eransi riserbati per

l'ultima scena. La moltitudine mal custodisce il segreto, e il grido

della trama ordita contro il ministro era giunto e a lui e a' suoi

congiunti ed amici. La mattina stessa del 20 d'aprile un congiunto del

Prina l'avea scongiurato di cansarsi dai pericoli che lo minacciavano,

e di lasciarsi condurre in una carrozza fino a Pavia, ove egli avrebbe

potuto agevolmente rimanersi celato o passare in uno Stato straniero.

Ributtò il Prina ostinatamente le instanze ed offerte del suo

congiunto. «Perchè mai», diceva egli, l'ira del popolo dovrà volgersi

contro di me piuttosto che contro gli altri membri del governo? E

altronde che è mai l'ira del popolo milanese, che è il più bonaccio

del mondo? Poche parole basteranno ad acchetarlo, e se non bastassero,

la città è ella priva di forza armata? un drappello di granatieri

passeggerà coll'arme al braccio dinanzi alla mia casa, e ognuno

tornerassene a casa sua».

Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi · 第 4 / 15 段