Ond'ecco tre deputazioni mandate dalla Lombardia alle PP. AA., ma con

istruzioni ben diverse. La prima, composta dal vicerè coi generali

Fontanelli e Bertoletti, era nunzia d'una potestà stabilita, e recava

ai Sovrani alleati le proposte d'una potenza allora declinante, ma non

ancora spenta. La seconda era quella del senato, e parlava in nome di

un corpo costituito, benchè riluttante col capo dello Stato. Non già

proposte recar doveva essa ai Potentati, ma sì preghiere, alquanto

però avvalorate dalla dignità del corpo che le proferiva. La terza,

infine, rappresentava un'autorità usurpata, una rivoluzione intrapresa

ed operata contro il capo dal quale procedeva la prima deputazione, e

il quale era il solo che potesse tuttora trattare da pari a pari coi

Sovrani alleati, e contro il corpo costituito da cui procedeva la

seconda deputazione, e che poteva solo in certo qual modo legalmente

eredare la potestà strappata al principe.

La rivoluzione, come abbiam detto, era trionfante in Milano, e tutti i

disegni dei rivoluzionari erano stati coronati da un pieno esito. Il

senato era abolito, il paese dichiarito contro il governo

italo-francese; l'armistizio stipulato dal principe Eugenio col

maresciallo Bellegarde, annullato col fatto; un nuovo governo

stabilito, voglioso di trattare direttamente in nome della contrada

cui rappresentava, con le PP. AA. Giova ora sapere come fosse accolta

al di fuori la notizia di questi avvenimenti.

L'arrivo a Mantova dei conti Guicciardi e Castiglioni, e le istruzioni

del senato ch'e' vi arrecavano, aveano chiarito il vicerè delle

disposizioni del popolo milanese verso di lui, senza però immutarne

(almeno in apparenza) i disegni. I deputati dell'esercito, ch'eran

pure i suoi, doveano già allora esser giunti vicino a Parigi. E quelli

del senato, che non poteano giugnere se non molto dopo, se doveano in

fatto ricusare di dichiarirsi in suo pro, non aveano però a chiedere

la sua esclusione dal trono d'Italia. Nè le PP. AA. sarebbero per

determinarsi a seconda dei desideri più o meno espressi del senato

italiano, ma sì a seconda delle scambievoli convenienze, e di altri

riguardi non meno rilevanti. Avrebbe il vicerè adoperato con troppo

precipizio ove indietreggiato avesse alla vista delle istruzioni date

dal senato ai conti Guicciardi e Castiglioni; ma la sua fidanza

nell'avvenire e nella benivoglienza dei Milanesi fu scemata d'assai.

Non tardò però guari a ricevere l'ultimo colpo. Le notizie del 20

d'aprile pervennero a Mantova. Grande e generale fu la costernazione

in quella città. I conti Guicciardi e Castiglioni si affrettarono a

pigliare il commiato dal vicerè e tornarono a Milano, ove furono

accolti come traditori per avere comunicato con lui. L'esercito

raunossi al grido: _Viva il principe Eugenio_! e i capi suoi accorsero

a recargli le più calde proteste di devozione dei loro soldati.

Supplicarono anzi acciò fosse loro concesso di muovere a Milano,

pigliandosi essi l'assunto di ridurre, senza spargimento di sangue, a

migliori sentimenti e a miglior senno la popolazione milanese.

Caldissime erano le loro istanze; procedeano da nobili cuori, devoti

alla gloria della patria, da animi semplici, ma retti, che nella

pratica dei pericoli avevano acquistato un senso squisito per

iscorgere subito i veri mezzi di salvezza.

Se il principe Eugenio fosse stato italiano, egli avrebbe potuto

aderire alle instanze dell'esercito; ma, straniero qual era, nessuno

sarebbesi mosso a credere che s'egli facea violenza al voler

nazionale, proponevasi tuttavia il miglior pro della nazione istessa;

nè quel che più monta, la sua stessa coscienza l'avrebbe ricisamente

assolto. No, il principe Eugenio non provava per l'Italia quel tale

sentimento sì forte e sì puro ad un tempo, che nel seguirne le

ispirazioni non debbasi mai temer di misfare; egli era privo di quella

infallibile guida. Che aveva egli in quella vece? Il suo interesse

particolare. Or chi potrà biasimarlo di non avere ascoltato

suggerimenti che egli stesso poteva attribuire ad un così ignobile

consigliero?

La condotta del vicerè in quel punto fu onorata per ogni verso. Fu

semplice, schietta, ricisa; ma fu terribile per gl'Italiani. «Non

voglio», diss'egli a tutti, a' suoi generali, ai suoi soldati, ai suoi

congiunti, alla consorte, ai nemici, «non voglio pormi per forza a

capo di una contrada che non mi desidera. L'Italia è già pur troppo da

commiserarsi; essa lo è da gran tempo, e sta per esserlo vieppiù; io

non debbo aggravare i suoi guai aggiugnendovi la guerra civile, e

tutti i flagelli che l'accompagnano. Io mi pensava potermi reggere

ancora dopo la caduta dell'imperatore, e ciò per la speranza di trarre

a salvezza la contrada che mi è stata affidata. Questa contrada

ributta il mio appoggio; e ciò basta. Me ne ritorno al mio

benefattore, al mio capo, al padre mio, a colui del quale io aveva

sempre desiderato di condividere il destino». Era il vicerè edotto, in

allora, del trattato di Fontainebleau, che assicurava a Napoleone uno

Stato fuori di Francia, vale a dire in Italia. Sordo ormai alle

instantissime suppliche di tutti coloro che faceano retto giudizio

della condizione dello Stato italiano, il principe Eugenio conchiuse

il 23 di aprile col maresciallo Bellegarde un'altra convenzione, per

la quale quest'ultimo entrava in possesso non solo della capitale, ma

e dei dipartimenti da cui per lo innanzi era stato escluso. Questa

convenzione, rimasta segreta fino al giorno 26, e sospettata soltanto

dalle truppe italiane, sparse fra esse la più angosciosa inquietudine.

Pensieri di ribellione covavano in tutti quegli animi, e parole di

minaccia uscivano dalle labbra di tutti i soldati, insieme con le

espressioni della più intiera devozione verso il principe Eugenio e

con le più calde suppliche acciò non partisse. Ma tutto era omai

indarno. La principessa Amalia, sgravatasi quindici giorni prima, era

venuta a raggiungere il principe Eugenio, suo marito, in Mantova, seco

portando la numerosa sua famiglia. La guardia regia recossi il 26 a

Milano, ov'era stata chiamata dalla provvisionale Reggenza. Il

principe Eugenio avea di già fatto rimettere, la mattina del giorno

stesso, al prefetto Vismara del dipartimento dell'Olona; lo scettro e

la corona d'Italia, che prima egli avea tolti seco, per tema che si

preziosi oggetti non cadessero in mano dei nemici. Alla sera del 26

l'ultima convenzione del vicerè e del maresciallo Bellegarde fu

pubblicata; e un reggimento austriaco entrò tosto nella città di

Mantova per pigliarne possesso. Alle quattro antimeridiane del

seguente giorno, 27 d'aprile, il principe Eugenio, la principessa

Amalia, i loro figliuoli, scesero lo scalone del palazzo, seguiti

soltanto da alcuni fidi servitori, ma aspettati alla porta dagli

ufficiali e dai soldati dell'esercito italiano, che li salutarono

piangendo, non senza rinnovellare ancora una volta le loro proposte,

le loro offerte, le loro preghiere. Il principe mostrossi forte

commosso, e disse poche parole; ma questa volta fu dalla commozione

impedito di proferirne di più. Dolsegli forse allora di avere sì tardi

cominciato a riguardare l'Italia come la sola contrada in cui potevano

avverarsi per lui splendidi destini.

La è cosa da notarsi che nè il principe Eugenio, nè il maresciallo

Bellegarde si diedero il minimo pensiero del novello governo

instituito in Milano, e dei tanti atti col quale sforzavasi questo

d'illustrare il suo avvenimento. Come era facile a prevedersi, nè

l'uno nè l'altro non faceano caso se non delle potestà costituite e

riconosciute per legali, se non per legittime. Due eranvene in Italia

a fronte l'una dell'altra; la potestà franco-itala e la potestà

austriaca. Dichiarandosi contro di quella, la contrada non faceva

altro che dichiarirsi a pro di questa, e a tal modo fecero ragione

delle cose la potestà trionfante non meno che quella decaduta. Quant'è

al governo rivoluzionario, che, non essendo sostenuto dall'esercito,

avea creduto di piantarsi di mezzo tra i due partiti nemici e farsi

riverire da entrambi, non ne fu fatto pur cenno nella novella

convenzione che dava l'Italia agli Austriaci. Solo questi fecero le

viste di riguardarlo come una congrega di buoni cittadini, solleciti

di scampare la patria loro dagli orrori dell'anarchia e di farla

passare, senz'agitazioni e trambusti, nelle mani dei suoi signori

legittimi. Si può inoltre supporre che, affrettandosi di consegnare

tutta la Lombardia agli Austriaci, il principe Eugenio realmente

avvisasse di preservarla in tal modo dalle sciagure d'una guerra

civile che facilmente poteva accendersi fra l'esercito e i cittadini

milanesi. Ma se questa fu sollecitudine del nostro meglio, fu

certamente sollecitudine funesta; perocchè per noi, che abbiamo

assaggiato i frutti ch'essa produsse, è ormai evidente che meglio

sarebbe stato l'incorrere nei più sanguinosi ravvolgimenti, e

immergerci in tutti gli orrori della guerra civile, anzichè aprir

l'ádito nelle nostre città a un solo dei soldati austriaci.

Quanto stupore dovette allora occupare gli animi degl'Italiani

sedicenti puri, che teneano in Milano la somma delle cose unitamente

con gli Austriaci mitigati e gli Austriaci puri, quando furono edotti

della convenzione conchiusa tra il vicerè e il maresciallo Bellegarde,

nella quale niun cenno faceasi di loro e dei fatti loro, e in

conseguenza della quale le truppe austriache marciavano alla vôlta

della capitale! Checchè ne sia, niun d'essi parve sgomentato; e quanto

a me, son disposto a credere che attribuirono la mossa delle truppe

austriache, non già alla convenzione conchiusa col principe Eugenio,

ma alla segreta missione dei conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni,

partitisi da Milano alla sera del 20 alla vôlta del quartiere generale

austriaco. A tal modo gli animi traviati trovano pur troppo

frequentemente degl'ingegnosi compensi per prolungare la durata delle

grate loro illusioni! Altronde, quando pure alcuni di coloro che

reggevano allora in Milano, non avessero data alla gita dei conti

Porro e Serbelloni maggior importanza di quella ch'essa avea,

l'appressarsi dei reggimenti austriaci poteva essere da loro spiegato

favorevolmente e conformemente ai sogni degl'Italiani. La deputazione

dei collegi elettorali era partita per a Parigi, e non alla vôlta del

quartiere generale austriaco. Qual meraviglia se il maresciallo

Bellegarde conducea le sue truppe verso la città che, sollevatasi

contro il nemico di lui, era rimasta senza forze militari in cui poter

fidare, senza protezione? Qual dubbio che il maresciallo e le sue

genti non si ritraessero sollecite e non isgombrassero senza indugio

la città, il giorno dopo il ritorno degli statuti fondamentali del

regno d'Italia e dell'atto di nomina del novello monarca? Chi ponga

mente che tutti i nemici del governo franco-italo non altrimenti

riguardavano la spedizione delle Potenze Alleate, che come una

crociata contro il dispotismo militare e a pro dei popoli, potrà farsi

per avventura capace di quell'acciecamento sì strano, ma del quale mi

fo ad arrecare le pruove.

L'esercito non era ancora rassegnato a sottomettersi. Uno de' suoi

capi, col quale mi sono abboccato in quel torno, diceami: «Siamo

avvezzi da sì lungo tempo a vederli (gli Austriaci) fuggire dinanzi a

noi, che non possiamo indurci ad accettarli per padroni». Aveva il

vicerè esortato gli ufficiali del suo esercito a ben ponderare le cose

prima di pigliare un partito; «perocchè», diceva egli loro, «se

ricusate di sottomettervi, ad onta della convenzione da me

sottoscritta, vi farete rei di ribellione militare, e vi esporrete ai

più gravi pericoli».

Ma ad onta di queste ammonizioni, la tentazione fu troppo forte pei

generali italiani ch'erano allora in Mantova. La fortezza era ben

munita di vettovaglie e di munizioni da guerra, in guisa da poter

reggere anche per un anno. Le truppe francesi, non ancora uscite

d'Italia e malcontente del destino loro apparecchiato in Francia,

offerivansi pronte a combattere di conserva coi generali italiani ed a

militare sotto i loro ordini. I generali Grenier e Serras ne aveano

fatta formale promessa. Parecchie piazze forti reggeansi tuttora a

fronte degli Austriaci; Murat non era lontano. Se l'esercito italiano

non conseguiva l'intento d'impedire agli Austriaci l'occupazione

definitiva della Lombardia, esso poteva almeno ottener patti migliori.

I generali Teodoro Lecchi, Palombini e Paolucci, e il segretario

Ignazio Prina partirono la notte del 23 da Mantova, e giunsero a

Milano il 24. Recaronsi tosto in casa del generale Pino, il quale si

alzava appunto da tavola quando gli venne annunziata la loro visita.

Parecchie persone erano allora in casa del generale, il quale,

chiamati i deputati di Mantova nella sala stessa ov'era raccolta la

brigata, abboccossi con loro alla presenza di tutti. Erano venuti quei

generali ad offrire al generale Pino, allora comandante di tutte le

truppe del regno, il comando, più rilevante certamente e più

onorifico, dell'esercito italiano raccolto in Mantova, che si

proponeva di far testa alla invasione austriaca. Dopo avergli

descritte le forze che avevano a disposizione e manifestate tutte le

loro speranze, i generali Lecchi, Paolucci e Palombini caldamente

esortarono il Pino di farsi egli pure a riparare lo Stato dalla

occupazione austriaca, e andavano infiammandosi nel dire,

all'avvenante che i pericoli della patria e la contentezza di

preservarnela si venivano rappresentando più fortemente alla commossa

fantasia. Ignorando il Pino l'obbietto della visita dei suoi colleghi,

ei gli aveva accolti col sorriso sulle labbra, e per prevenire in

certo qual modo le congratulazioni che si aspettava, erasi mosso

incontro ai tre generali con cera d'uomo contento, dicendo: «Ebbene!

che avete voi detto laggiù di quanto è qui accaduto? La cosa è stata

condotta assai bene; giacchè al postutto, voleavi una vittima: bastò

una sola, e l'elezione non fu cattiva». Ma il piglio aggraziato del

Pino mutossi bentosto quando il Lecchi ebbegli risposto che il conte

Prina era un valent'uomo, onestissimo e ragguardevolissimo, e che non

avea meritato per verun modo il funesto destino che lo aveva percosso.

Le proposte dei generali di Mantova finirono d'indispettire il Pino.

Non dava già egli più retta che con mente distratta alle loro istanze,

quando gli venne in mente doversi antivenire l'effetto che siffatti

ragionamenti potevano produrre sull'animo degli astanti. Perciò

interruppe le parole de' suoi colleghi, esclamando con isdegnosa

impazienza: _Non parliamo, non parliamo, cari amici, di queste cose;

eseguite la convenzione; abbiate piena ed intiera fiducia nelle

intenzioni degli Alleati, perocchè essi vogliono, siatene ben certi,

l'independenza italiana quanto e più di quello che sia da noi medesimi

desiderata_. Furono queste le parole dette dal Pino. All'udirle, il

generale Palombini s'istizzì; predisse al Pino il disprezzo che

concepirebbero di lui gli Austriaci, l'abbandono in cui ognuno lo

lascerebbe, lo scapito che ne soffrirebbe la sua riputazione: ma tutto

fu indarno. Non se n'offese nemmeno, il Pino: strinsesi nelle spalle e

continuò a replicare ch'era d'uopo scuotere il giogo de' vecchi

pregiudizi, porre dall'uno dei canti gl'ingiusti sospetti, riconoscere

i buoni intendimenti delle PP. AA., ec. Andaronsene i generali di

Mantova colla disperazione in cuore; ma, come dirò più sotto, non

abbandonarono sì presto i loro divisi.

Il giorno 26 di aprile entrava in Milano, seguìto da un polso di

truppe, il commissario imperiale Annibale Sommariva, e vi promulgava

il bando che seguita.

«Il commissario imperiale Annibale di Sommariva, ciambellano, capo

dell'ordine di Maria Teresa, generale, tenente maresciallo, e

colonnello proprietario d'un reggimento di corazzieri di S. M.

l'imperatore d'Austria, prende possesso in nome delle Alte Potenze

Alleate dei dipartimenti, distretti, città e luoghi tutti appartenenti

al regno d'Italia e che le truppe alleate non hanno ancora

conquistato;

»Esorta il popolo italiano a stare aspettando con calma e fiducia

quella più felice sorte che bentosto daranno all'Europa (mercè i

gloriosi fatti d'arme degli Augusti Sovrani Alleati) i preziosi

benefizî della pace.

»Conferma la Reggenza provvisionale di Milano, del pari che i pubblici

ufficiali che sono in carica presentemente e nella città suddetta e

negli altri luoghi summenzionati.

»Milano, il 26 aprile 1814.

»SOMMARIVA».

Tutto era adunque perduto. Il reame d'Italia non esisteva più, pel

fatto dello scioglimento del suo governo e dell'abdicazione del suo

principe. Dei due eserciti che contendevansi il possesso dell'Alta

Italia, l'uno, cioè l'esercito nazionale, non avea più capo che

volesse condurlo, nè parola sacra per rannodarlo. Gli Austriaci,

quegli eterni nemici di ogni libertà, quei giurati nemici della

italica independenza, occupavano tutta quanta la contrada,

confermavano od abolivano i magistrati stabiliti, e cominciavano a far

le viste di non addarsi dell'esistenza dei collegi elettorali, testè

tanto potenti, predisponendosi in tal guisa a dichiarirli aboliti; il

che avvenne di lì ad un mese.

Le illusioni non erano tuttavia distrutte peranco pienamente. Eravi

presso ai Sovrani alleati, raccolti allora in Parigi una deputazione

dei collegi elettorali, e da questa aspettavasi la salvezza

dell'Italia. Toccare ad essa, dicevasi, l'esporre i bisogni della

contrada, e il pattuire le condizioni della sottomissione ad un

novello governo. Non si poneva mente che sgraziatamente il paese erasi

di già sottomesso, e che non v'era più cosa da offrire in iscambio

delle instituzioni e della indipendenza richiesta.

I deputati dei collegi a Parigi non tralasciarono di affaccendarsi.

Fecero visite agli ambasciatori, ai ministri; le loro proposte non

erano dissennate; i princìpi che invocavano erano sacri certamente.

Fuvvi uno di quei ministri (quello di Prussia, se non erro) il quale

mostrossi premuroso per loro, ed abboccossi più volte con uno di essi,

il conte Alberto Litta, uomo di grande ingegno e di squisitissimo

garbo. «Io vorrei pure aiutarvi», diceva un giorno quel ministro al

Litta, «e parecchi de' miei colleghi vorrebbero essi pure assicurare

alla bella vostra contrada una certa quale indipendenza. Ma eccovi

tutto il nodo della faccenda: potete voi tenere in arme, per poche

settimane ancora, trenta o che mila uomini? Con questo puntello è

facile che ottenghiate l'intento; ma senza di esso, non pensateci

nemmeno».

Mentre che siffatti discorsi faceansi in Parigi, i soldati Francesi

valicavano a rilento, coll'arme al braccio, le Alpi, col cuore

contristato e sgomentato, e nell'istesso mentre i generali italiani

ch'erano venuti ad offrire il comando dell'esercito al generale Pino,

a patto ch'ei si chiuderebbe con loro nella fortezza di Mantova e ne

serrasse le porte in faccia agli Austriaci, ritornavansene ributtati

disdegnosamente da quel generale, che gli aveva esortati a confidare

in tutto e per tutto nella generosità degli Alleati. Ahi! ch'io non so

se la dolorosa istoria dei nostri errori gioverà a farci far senno in

avvenire!

La Reggenza provvisionale proseguì per alcun tempo ancora ad

esercitare gli uffici suoi, adempiendoli nel modo che ci facciamo a

narrare. Nel 27 di aprile del 1814 promulgò essa un bando al popolo

del regno d'Italia, nei termini che seguitano. Trattasi di un

documento autentico, poichè venne inserito nel _Bullettino delle

leggi_, ond'io credo prezzo dell'opera il riferirlo.

«Gli eserciti delle Alte Potenze alleate entrano ora in questa parte

del territorio italiano ch'essi non avevano ancora occupata. Queste

Alte Potenze vogliono il buono stato e la felicità della nazione.

Italiani! voi avete dato saggio di nobiltà di carattere, e il

sentimento di patria è in voi sì potente, che non lascia campo allo

spirito di parte. Gl'interessi privati sono al tutto postergati da

ciascuno di voi; la brama della quiete e della tranquillità, il

desiderio d'avere un governo savio ed indipendente sono scolpiti nel

cuor di tutti; nè havvi un solo italiano che non pruovi il bisogno di

un novello ordine di cose. Le Alte Potenze Alleate non hanno impugnate

le armi se non pel massimo pro dei popoli, nè alcuno combattè mai per

l'impulso di princìpi più generosi. Saranno questi princìpi tramandati

alla tarda posterità dalla storia, la quale registrerà fra' nomi

immortali quelli dei Sovrani oggidì regnanti. Sovvengavi, o Italiani,

di queste benefiche sovrane intenzioni; accogliete come vostri veri

liberatori i soldati che hanno esposto le vite per la vostra salvezza;

accoglieteli con l'affettuosa ospitalità loro dovuta. Aprite loro le

vostre domestiche mura, confidando in tutto e per tutto nelle sagge

disposizioni che saranno date dalla Municipalità. Fate che i trasporti

dell'universale letizia sieno e vivi e dignitosi e tranquilli ad un

tempo, e non permettete che cosa alcuna venga ad intorbidare questa

calma generale che le autorità civili, militari e religiose a sì grave

stento hanno ristabilita.

»La Reggenza provvisionale di governo, fidente nella cognizione che

possiede del carattere italiano, e assicurata delle intenzioni dei

vostri liberatori, vi avverte che le loro truppe entreranno domani

nella capitale, e che il debito e le circostanze portano che alloggi

privati sieno posti a disposizione degli ufficiali. Ella è inoltre

persuasa che la riconoscente accoglienza della capitale sarà ottimo

esempio per tutto il regno.

»Milano, 27 aprile 1814.

»VERRI, presidente,--Giorgio GIULINI,--Giberto

BORROMEO,--Giacomo MELLERIO,--PINO, generale

di divisione,--Giovanni BAZZETTA.

»S.-G. STRIGELLI».

Il tempo che trascorse da questo giorno veramente nefasto e il 12 del

seguente mese di giugno fu speso dalla Reggenza ad ampliare il dritto

di caccia, a sminuire alcune imposte, e a rimuovere il ministro della

guerra generale Fontanelli, per surrogargli il generale Bianchi

d'Adda, quel desso che avea ricusato il 20 di aprile al De Capitani le

truppe da questi richieste per frenare i tumulti.

In questa giugneva in Milano il maresciallo conte di Bellegarde; il

quale promulgò il 25 di maggio l'editto imperiale che lo costituiva

commissario plenipotenziario per le province del regno d'Italia, «ora

distrutto, e già appartenenti alla Lombardia austriaca», compresovi lo

Stato di Mantova, e i dipartimenti situati sulla riva sinistra del Po.

Confermava il Bellegarde la Reggenza provvisionale nell'ufficio,

arrogandosene la presidenza; e dichiarava disciolti il Senato, il

Consiglio di Stato e i collegi elettorali.

Finalmente, il giorno 12 di giugno del 1814, la popolazione milanese,

ridestata dai pubblici preconi, che vendevano gli esemplari di un

bando novello, vi lesse quanto seguita:

«Noi, Enrico conte di Bellegarde, ciambellano, consigliere, ec., ec.,

ec., ec.

»La pace conchiusa in Parigi il 30 del prossimo passato maggio ha

stabilito sopra sicure e salde fondamenta la tranquillità e i destini

dell'Europa.

»Fu anche per essa determinata la sorte di questa contrada.

»Popoli della Lombardia, degli Stati di Mantova, di Brescia, di

Bergamo e di Crema, una sorte felice vi è destinata; le vostre

province sono diffinitivamente aggregate all'impero d'Austria.

»Voi rimarrete tutti riuniti ed egualmente protetti sotto lo scettro

dell'augustissimo imperatore e re Francesco I, padre adorato de' suoi

sudditi, sovrano desideratissimo degli Stati che godono della felicità

di appartenergli.

»Dopo avere compiuta con la gloria dell'armi la massima delle imprese,

egli si reca in mezzo a' suoi sudditi, a' suoi popoli, alla sua

capitale, ove la prima sua cura sarà il dare alle vostre province una

forma di governo soddisfacente e durevole, ed un ordinamento acconcio

ad assicurare la futura vostra felicità.

Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi · 第 6 / 15 段