istruzioni ben diverse. La prima, composta dal vicerè coi generali
Fontanelli e Bertoletti, era nunzia d'una potestà stabilita, e recava
ai Sovrani alleati le proposte d'una potenza allora declinante, ma non
ancora spenta. La seconda era quella del senato, e parlava in nome di
un corpo costituito, benchè riluttante col capo dello Stato. Non già
proposte recar doveva essa ai Potentati, ma sì preghiere, alquanto
però avvalorate dalla dignità del corpo che le proferiva. La terza,
infine, rappresentava un'autorità usurpata, una rivoluzione intrapresa
ed operata contro il capo dal quale procedeva la prima deputazione, e
il quale era il solo che potesse tuttora trattare da pari a pari coi
Sovrani alleati, e contro il corpo costituito da cui procedeva la
seconda deputazione, e che poteva solo in certo qual modo legalmente
eredare la potestà strappata al principe.
La rivoluzione, come abbiam detto, era trionfante in Milano, e tutti i
disegni dei rivoluzionari erano stati coronati da un pieno esito. Il
senato era abolito, il paese dichiarito contro il governo
italo-francese; l'armistizio stipulato dal principe Eugenio col
maresciallo Bellegarde, annullato col fatto; un nuovo governo
stabilito, voglioso di trattare direttamente in nome della contrada
cui rappresentava, con le PP. AA. Giova ora sapere come fosse accolta
al di fuori la notizia di questi avvenimenti.
L'arrivo a Mantova dei conti Guicciardi e Castiglioni, e le istruzioni
del senato ch'e' vi arrecavano, aveano chiarito il vicerè delle
disposizioni del popolo milanese verso di lui, senza però immutarne
(almeno in apparenza) i disegni. I deputati dell'esercito, ch'eran
pure i suoi, doveano già allora esser giunti vicino a Parigi. E quelli
del senato, che non poteano giugnere se non molto dopo, se doveano in
fatto ricusare di dichiarirsi in suo pro, non aveano però a chiedere
la sua esclusione dal trono d'Italia. Nè le PP. AA. sarebbero per
determinarsi a seconda dei desideri più o meno espressi del senato
italiano, ma sì a seconda delle scambievoli convenienze, e di altri
riguardi non meno rilevanti. Avrebbe il vicerè adoperato con troppo
precipizio ove indietreggiato avesse alla vista delle istruzioni date
dal senato ai conti Guicciardi e Castiglioni; ma la sua fidanza
nell'avvenire e nella benivoglienza dei Milanesi fu scemata d'assai.
Non tardò però guari a ricevere l'ultimo colpo. Le notizie del 20
d'aprile pervennero a Mantova. Grande e generale fu la costernazione
in quella città. I conti Guicciardi e Castiglioni si affrettarono a
pigliare il commiato dal vicerè e tornarono a Milano, ove furono
accolti come traditori per avere comunicato con lui. L'esercito
raunossi al grido: _Viva il principe Eugenio_! e i capi suoi accorsero
a recargli le più calde proteste di devozione dei loro soldati.
Supplicarono anzi acciò fosse loro concesso di muovere a Milano,
pigliandosi essi l'assunto di ridurre, senza spargimento di sangue, a
migliori sentimenti e a miglior senno la popolazione milanese.
Caldissime erano le loro istanze; procedeano da nobili cuori, devoti
alla gloria della patria, da animi semplici, ma retti, che nella
pratica dei pericoli avevano acquistato un senso squisito per
iscorgere subito i veri mezzi di salvezza.
Se il principe Eugenio fosse stato italiano, egli avrebbe potuto
aderire alle instanze dell'esercito; ma, straniero qual era, nessuno
sarebbesi mosso a credere che s'egli facea violenza al voler
nazionale, proponevasi tuttavia il miglior pro della nazione istessa;
nè quel che più monta, la sua stessa coscienza l'avrebbe ricisamente
assolto. No, il principe Eugenio non provava per l'Italia quel tale
sentimento sì forte e sì puro ad un tempo, che nel seguirne le
ispirazioni non debbasi mai temer di misfare; egli era privo di quella
infallibile guida. Che aveva egli in quella vece? Il suo interesse
particolare. Or chi potrà biasimarlo di non avere ascoltato
suggerimenti che egli stesso poteva attribuire ad un così ignobile
consigliero?
La condotta del vicerè in quel punto fu onorata per ogni verso. Fu
semplice, schietta, ricisa; ma fu terribile per gl'Italiani. «Non
voglio», diss'egli a tutti, a' suoi generali, ai suoi soldati, ai suoi
congiunti, alla consorte, ai nemici, «non voglio pormi per forza a
capo di una contrada che non mi desidera. L'Italia è già pur troppo da
commiserarsi; essa lo è da gran tempo, e sta per esserlo vieppiù; io
non debbo aggravare i suoi guai aggiugnendovi la guerra civile, e
tutti i flagelli che l'accompagnano. Io mi pensava potermi reggere
ancora dopo la caduta dell'imperatore, e ciò per la speranza di trarre
a salvezza la contrada che mi è stata affidata. Questa contrada
ributta il mio appoggio; e ciò basta. Me ne ritorno al mio
benefattore, al mio capo, al padre mio, a colui del quale io aveva
sempre desiderato di condividere il destino». Era il vicerè edotto, in
allora, del trattato di Fontainebleau, che assicurava a Napoleone uno
Stato fuori di Francia, vale a dire in Italia. Sordo ormai alle
instantissime suppliche di tutti coloro che faceano retto giudizio
della condizione dello Stato italiano, il principe Eugenio conchiuse
il 23 di aprile col maresciallo Bellegarde un'altra convenzione, per
la quale quest'ultimo entrava in possesso non solo della capitale, ma
e dei dipartimenti da cui per lo innanzi era stato escluso. Questa
convenzione, rimasta segreta fino al giorno 26, e sospettata soltanto
dalle truppe italiane, sparse fra esse la più angosciosa inquietudine.
Pensieri di ribellione covavano in tutti quegli animi, e parole di
minaccia uscivano dalle labbra di tutti i soldati, insieme con le
espressioni della più intiera devozione verso il principe Eugenio e
con le più calde suppliche acciò non partisse. Ma tutto era omai
indarno. La principessa Amalia, sgravatasi quindici giorni prima, era
venuta a raggiungere il principe Eugenio, suo marito, in Mantova, seco
portando la numerosa sua famiglia. La guardia regia recossi il 26 a
Milano, ov'era stata chiamata dalla provvisionale Reggenza. Il
principe Eugenio avea di già fatto rimettere, la mattina del giorno
stesso, al prefetto Vismara del dipartimento dell'Olona; lo scettro e
la corona d'Italia, che prima egli avea tolti seco, per tema che si
preziosi oggetti non cadessero in mano dei nemici. Alla sera del 26
l'ultima convenzione del vicerè e del maresciallo Bellegarde fu
pubblicata; e un reggimento austriaco entrò tosto nella città di
Mantova per pigliarne possesso. Alle quattro antimeridiane del
seguente giorno, 27 d'aprile, il principe Eugenio, la principessa
Amalia, i loro figliuoli, scesero lo scalone del palazzo, seguiti
soltanto da alcuni fidi servitori, ma aspettati alla porta dagli
ufficiali e dai soldati dell'esercito italiano, che li salutarono
piangendo, non senza rinnovellare ancora una volta le loro proposte,
le loro offerte, le loro preghiere. Il principe mostrossi forte
commosso, e disse poche parole; ma questa volta fu dalla commozione
impedito di proferirne di più. Dolsegli forse allora di avere sì tardi
cominciato a riguardare l'Italia come la sola contrada in cui potevano
avverarsi per lui splendidi destini.
La è cosa da notarsi che nè il principe Eugenio, nè il maresciallo
Bellegarde si diedero il minimo pensiero del novello governo
instituito in Milano, e dei tanti atti col quale sforzavasi questo
d'illustrare il suo avvenimento. Come era facile a prevedersi, nè
l'uno nè l'altro non faceano caso se non delle potestà costituite e
riconosciute per legali, se non per legittime. Due eranvene in Italia
a fronte l'una dell'altra; la potestà franco-itala e la potestà
austriaca. Dichiarandosi contro di quella, la contrada non faceva
altro che dichiarirsi a pro di questa, e a tal modo fecero ragione
delle cose la potestà trionfante non meno che quella decaduta. Quant'è
al governo rivoluzionario, che, non essendo sostenuto dall'esercito,
avea creduto di piantarsi di mezzo tra i due partiti nemici e farsi
riverire da entrambi, non ne fu fatto pur cenno nella novella
convenzione che dava l'Italia agli Austriaci. Solo questi fecero le
viste di riguardarlo come una congrega di buoni cittadini, solleciti
di scampare la patria loro dagli orrori dell'anarchia e di farla
passare, senz'agitazioni e trambusti, nelle mani dei suoi signori
legittimi. Si può inoltre supporre che, affrettandosi di consegnare
tutta la Lombardia agli Austriaci, il principe Eugenio realmente
avvisasse di preservarla in tal modo dalle sciagure d'una guerra
civile che facilmente poteva accendersi fra l'esercito e i cittadini
milanesi. Ma se questa fu sollecitudine del nostro meglio, fu
certamente sollecitudine funesta; perocchè per noi, che abbiamo
assaggiato i frutti ch'essa produsse, è ormai evidente che meglio
sarebbe stato l'incorrere nei più sanguinosi ravvolgimenti, e
immergerci in tutti gli orrori della guerra civile, anzichè aprir
l'ádito nelle nostre città a un solo dei soldati austriaci.
Quanto stupore dovette allora occupare gli animi degl'Italiani
sedicenti puri, che teneano in Milano la somma delle cose unitamente
con gli Austriaci mitigati e gli Austriaci puri, quando furono edotti
della convenzione conchiusa tra il vicerè e il maresciallo Bellegarde,
nella quale niun cenno faceasi di loro e dei fatti loro, e in
conseguenza della quale le truppe austriache marciavano alla vôlta
della capitale! Checchè ne sia, niun d'essi parve sgomentato; e quanto
a me, son disposto a credere che attribuirono la mossa delle truppe
austriache, non già alla convenzione conchiusa col principe Eugenio,
ma alla segreta missione dei conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni,
partitisi da Milano alla sera del 20 alla vôlta del quartiere generale
austriaco. A tal modo gli animi traviati trovano pur troppo
frequentemente degl'ingegnosi compensi per prolungare la durata delle
grate loro illusioni! Altronde, quando pure alcuni di coloro che
reggevano allora in Milano, non avessero data alla gita dei conti
Porro e Serbelloni maggior importanza di quella ch'essa avea,
l'appressarsi dei reggimenti austriaci poteva essere da loro spiegato
favorevolmente e conformemente ai sogni degl'Italiani. La deputazione
dei collegi elettorali era partita per a Parigi, e non alla vôlta del
quartiere generale austriaco. Qual meraviglia se il maresciallo
Bellegarde conducea le sue truppe verso la città che, sollevatasi
contro il nemico di lui, era rimasta senza forze militari in cui poter
fidare, senza protezione? Qual dubbio che il maresciallo e le sue
genti non si ritraessero sollecite e non isgombrassero senza indugio
la città, il giorno dopo il ritorno degli statuti fondamentali del
regno d'Italia e dell'atto di nomina del novello monarca? Chi ponga
mente che tutti i nemici del governo franco-italo non altrimenti
riguardavano la spedizione delle Potenze Alleate, che come una
crociata contro il dispotismo militare e a pro dei popoli, potrà farsi
per avventura capace di quell'acciecamento sì strano, ma del quale mi
fo ad arrecare le pruove.
L'esercito non era ancora rassegnato a sottomettersi. Uno de' suoi
capi, col quale mi sono abboccato in quel torno, diceami: «Siamo
avvezzi da sì lungo tempo a vederli (gli Austriaci) fuggire dinanzi a
noi, che non possiamo indurci ad accettarli per padroni». Aveva il
vicerè esortato gli ufficiali del suo esercito a ben ponderare le cose
prima di pigliare un partito; «perocchè», diceva egli loro, «se
ricusate di sottomettervi, ad onta della convenzione da me
sottoscritta, vi farete rei di ribellione militare, e vi esporrete ai
più gravi pericoli».
Ma ad onta di queste ammonizioni, la tentazione fu troppo forte pei
generali italiani ch'erano allora in Mantova. La fortezza era ben
munita di vettovaglie e di munizioni da guerra, in guisa da poter
reggere anche per un anno. Le truppe francesi, non ancora uscite
d'Italia e malcontente del destino loro apparecchiato in Francia,
offerivansi pronte a combattere di conserva coi generali italiani ed a
militare sotto i loro ordini. I generali Grenier e Serras ne aveano
fatta formale promessa. Parecchie piazze forti reggeansi tuttora a
fronte degli Austriaci; Murat non era lontano. Se l'esercito italiano
non conseguiva l'intento d'impedire agli Austriaci l'occupazione
definitiva della Lombardia, esso poteva almeno ottener patti migliori.
I generali Teodoro Lecchi, Palombini e Paolucci, e il segretario
Ignazio Prina partirono la notte del 23 da Mantova, e giunsero a
Milano il 24. Recaronsi tosto in casa del generale Pino, il quale si
alzava appunto da tavola quando gli venne annunziata la loro visita.
Parecchie persone erano allora in casa del generale, il quale,
chiamati i deputati di Mantova nella sala stessa ov'era raccolta la
brigata, abboccossi con loro alla presenza di tutti. Erano venuti quei
generali ad offrire al generale Pino, allora comandante di tutte le
truppe del regno, il comando, più rilevante certamente e più
onorifico, dell'esercito italiano raccolto in Mantova, che si
proponeva di far testa alla invasione austriaca. Dopo avergli
descritte le forze che avevano a disposizione e manifestate tutte le
loro speranze, i generali Lecchi, Paolucci e Palombini caldamente
esortarono il Pino di farsi egli pure a riparare lo Stato dalla
occupazione austriaca, e andavano infiammandosi nel dire,
all'avvenante che i pericoli della patria e la contentezza di
preservarnela si venivano rappresentando più fortemente alla commossa
fantasia. Ignorando il Pino l'obbietto della visita dei suoi colleghi,
ei gli aveva accolti col sorriso sulle labbra, e per prevenire in
certo qual modo le congratulazioni che si aspettava, erasi mosso
incontro ai tre generali con cera d'uomo contento, dicendo: «Ebbene!
che avete voi detto laggiù di quanto è qui accaduto? La cosa è stata
condotta assai bene; giacchè al postutto, voleavi una vittima: bastò
una sola, e l'elezione non fu cattiva». Ma il piglio aggraziato del
Pino mutossi bentosto quando il Lecchi ebbegli risposto che il conte
Prina era un valent'uomo, onestissimo e ragguardevolissimo, e che non
avea meritato per verun modo il funesto destino che lo aveva percosso.
Le proposte dei generali di Mantova finirono d'indispettire il Pino.
Non dava già egli più retta che con mente distratta alle loro istanze,
quando gli venne in mente doversi antivenire l'effetto che siffatti
ragionamenti potevano produrre sull'animo degli astanti. Perciò
interruppe le parole de' suoi colleghi, esclamando con isdegnosa
impazienza: _Non parliamo, non parliamo, cari amici, di queste cose;
eseguite la convenzione; abbiate piena ed intiera fiducia nelle
intenzioni degli Alleati, perocchè essi vogliono, siatene ben certi,
l'independenza italiana quanto e più di quello che sia da noi medesimi
desiderata_. Furono queste le parole dette dal Pino. All'udirle, il
generale Palombini s'istizzì; predisse al Pino il disprezzo che
concepirebbero di lui gli Austriaci, l'abbandono in cui ognuno lo
lascerebbe, lo scapito che ne soffrirebbe la sua riputazione: ma tutto
fu indarno. Non se n'offese nemmeno, il Pino: strinsesi nelle spalle e
continuò a replicare ch'era d'uopo scuotere il giogo de' vecchi
pregiudizi, porre dall'uno dei canti gl'ingiusti sospetti, riconoscere
i buoni intendimenti delle PP. AA., ec. Andaronsene i generali di
Mantova colla disperazione in cuore; ma, come dirò più sotto, non
abbandonarono sì presto i loro divisi.
Il giorno 26 di aprile entrava in Milano, seguìto da un polso di
truppe, il commissario imperiale Annibale Sommariva, e vi promulgava
il bando che seguita.
«Il commissario imperiale Annibale di Sommariva, ciambellano, capo
dell'ordine di Maria Teresa, generale, tenente maresciallo, e
colonnello proprietario d'un reggimento di corazzieri di S. M.
l'imperatore d'Austria, prende possesso in nome delle Alte Potenze
Alleate dei dipartimenti, distretti, città e luoghi tutti appartenenti
al regno d'Italia e che le truppe alleate non hanno ancora
conquistato;
»Esorta il popolo italiano a stare aspettando con calma e fiducia
quella più felice sorte che bentosto daranno all'Europa (mercè i
gloriosi fatti d'arme degli Augusti Sovrani Alleati) i preziosi
benefizî della pace.
»Conferma la Reggenza provvisionale di Milano, del pari che i pubblici
ufficiali che sono in carica presentemente e nella città suddetta e
negli altri luoghi summenzionati.
»Milano, il 26 aprile 1814.
»SOMMARIVA».
Tutto era adunque perduto. Il reame d'Italia non esisteva più, pel
fatto dello scioglimento del suo governo e dell'abdicazione del suo
principe. Dei due eserciti che contendevansi il possesso dell'Alta
Italia, l'uno, cioè l'esercito nazionale, non avea più capo che
volesse condurlo, nè parola sacra per rannodarlo. Gli Austriaci,
quegli eterni nemici di ogni libertà, quei giurati nemici della
italica independenza, occupavano tutta quanta la contrada,
confermavano od abolivano i magistrati stabiliti, e cominciavano a far
le viste di non addarsi dell'esistenza dei collegi elettorali, testè
tanto potenti, predisponendosi in tal guisa a dichiarirli aboliti; il
che avvenne di lì ad un mese.
Le illusioni non erano tuttavia distrutte peranco pienamente. Eravi
presso ai Sovrani alleati, raccolti allora in Parigi una deputazione
dei collegi elettorali, e da questa aspettavasi la salvezza
dell'Italia. Toccare ad essa, dicevasi, l'esporre i bisogni della
contrada, e il pattuire le condizioni della sottomissione ad un
novello governo. Non si poneva mente che sgraziatamente il paese erasi
di già sottomesso, e che non v'era più cosa da offrire in iscambio
delle instituzioni e della indipendenza richiesta.
I deputati dei collegi a Parigi non tralasciarono di affaccendarsi.
Fecero visite agli ambasciatori, ai ministri; le loro proposte non
erano dissennate; i princìpi che invocavano erano sacri certamente.
Fuvvi uno di quei ministri (quello di Prussia, se non erro) il quale
mostrossi premuroso per loro, ed abboccossi più volte con uno di essi,
il conte Alberto Litta, uomo di grande ingegno e di squisitissimo
garbo. «Io vorrei pure aiutarvi», diceva un giorno quel ministro al
Litta, «e parecchi de' miei colleghi vorrebbero essi pure assicurare
alla bella vostra contrada una certa quale indipendenza. Ma eccovi
tutto il nodo della faccenda: potete voi tenere in arme, per poche
settimane ancora, trenta o che mila uomini? Con questo puntello è
facile che ottenghiate l'intento; ma senza di esso, non pensateci
nemmeno».
Mentre che siffatti discorsi faceansi in Parigi, i soldati Francesi
valicavano a rilento, coll'arme al braccio, le Alpi, col cuore
contristato e sgomentato, e nell'istesso mentre i generali italiani
ch'erano venuti ad offrire il comando dell'esercito al generale Pino,
a patto ch'ei si chiuderebbe con loro nella fortezza di Mantova e ne
serrasse le porte in faccia agli Austriaci, ritornavansene ributtati
disdegnosamente da quel generale, che gli aveva esortati a confidare
in tutto e per tutto nella generosità degli Alleati. Ahi! ch'io non so
se la dolorosa istoria dei nostri errori gioverà a farci far senno in
avvenire!
La Reggenza provvisionale proseguì per alcun tempo ancora ad
esercitare gli uffici suoi, adempiendoli nel modo che ci facciamo a
narrare. Nel 27 di aprile del 1814 promulgò essa un bando al popolo
del regno d'Italia, nei termini che seguitano. Trattasi di un
documento autentico, poichè venne inserito nel _Bullettino delle
leggi_, ond'io credo prezzo dell'opera il riferirlo.
«Gli eserciti delle Alte Potenze alleate entrano ora in questa parte
del territorio italiano ch'essi non avevano ancora occupata. Queste
Alte Potenze vogliono il buono stato e la felicità della nazione.
Italiani! voi avete dato saggio di nobiltà di carattere, e il
sentimento di patria è in voi sì potente, che non lascia campo allo
spirito di parte. Gl'interessi privati sono al tutto postergati da
ciascuno di voi; la brama della quiete e della tranquillità, il
desiderio d'avere un governo savio ed indipendente sono scolpiti nel
cuor di tutti; nè havvi un solo italiano che non pruovi il bisogno di
un novello ordine di cose. Le Alte Potenze Alleate non hanno impugnate
le armi se non pel massimo pro dei popoli, nè alcuno combattè mai per
l'impulso di princìpi più generosi. Saranno questi princìpi tramandati
alla tarda posterità dalla storia, la quale registrerà fra' nomi
immortali quelli dei Sovrani oggidì regnanti. Sovvengavi, o Italiani,
di queste benefiche sovrane intenzioni; accogliete come vostri veri
liberatori i soldati che hanno esposto le vite per la vostra salvezza;
accoglieteli con l'affettuosa ospitalità loro dovuta. Aprite loro le
vostre domestiche mura, confidando in tutto e per tutto nelle sagge
disposizioni che saranno date dalla Municipalità. Fate che i trasporti
dell'universale letizia sieno e vivi e dignitosi e tranquilli ad un
tempo, e non permettete che cosa alcuna venga ad intorbidare questa
calma generale che le autorità civili, militari e religiose a sì grave
stento hanno ristabilita.
»La Reggenza provvisionale di governo, fidente nella cognizione che
possiede del carattere italiano, e assicurata delle intenzioni dei
vostri liberatori, vi avverte che le loro truppe entreranno domani
nella capitale, e che il debito e le circostanze portano che alloggi
privati sieno posti a disposizione degli ufficiali. Ella è inoltre
persuasa che la riconoscente accoglienza della capitale sarà ottimo
esempio per tutto il regno.
»Milano, 27 aprile 1814.
»VERRI, presidente,--Giorgio GIULINI,--Giberto
BORROMEO,--Giacomo MELLERIO,--PINO, generale
di divisione,--Giovanni BAZZETTA.
»S.-G. STRIGELLI».
Il tempo che trascorse da questo giorno veramente nefasto e il 12 del
seguente mese di giugno fu speso dalla Reggenza ad ampliare il dritto
di caccia, a sminuire alcune imposte, e a rimuovere il ministro della
guerra generale Fontanelli, per surrogargli il generale Bianchi
d'Adda, quel desso che avea ricusato il 20 di aprile al De Capitani le
truppe da questi richieste per frenare i tumulti.
In questa giugneva in Milano il maresciallo conte di Bellegarde; il
quale promulgò il 25 di maggio l'editto imperiale che lo costituiva
commissario plenipotenziario per le province del regno d'Italia, «ora
distrutto, e già appartenenti alla Lombardia austriaca», compresovi lo
Stato di Mantova, e i dipartimenti situati sulla riva sinistra del Po.
Confermava il Bellegarde la Reggenza provvisionale nell'ufficio,
arrogandosene la presidenza; e dichiarava disciolti il Senato, il
Consiglio di Stato e i collegi elettorali.
Finalmente, il giorno 12 di giugno del 1814, la popolazione milanese,
ridestata dai pubblici preconi, che vendevano gli esemplari di un
bando novello, vi lesse quanto seguita:
«Noi, Enrico conte di Bellegarde, ciambellano, consigliere, ec., ec.,
ec., ec.
»La pace conchiusa in Parigi il 30 del prossimo passato maggio ha
stabilito sopra sicure e salde fondamenta la tranquillità e i destini
dell'Europa.
»Fu anche per essa determinata la sorte di questa contrada.
»Popoli della Lombardia, degli Stati di Mantova, di Brescia, di
Bergamo e di Crema, una sorte felice vi è destinata; le vostre
province sono diffinitivamente aggregate all'impero d'Austria.
»Voi rimarrete tutti riuniti ed egualmente protetti sotto lo scettro
dell'augustissimo imperatore e re Francesco I, padre adorato de' suoi
sudditi, sovrano desideratissimo degli Stati che godono della felicità
di appartenergli.
»Dopo avere compiuta con la gloria dell'armi la massima delle imprese,
egli si reca in mezzo a' suoi sudditi, a' suoi popoli, alla sua
capitale, ove la prima sua cura sarà il dare alle vostre province una
forma di governo soddisfacente e durevole, ed un ordinamento acconcio
ad assicurare la futura vostra felicità.