abboccaronsi nella città di Guastalla. Il vicerè andò in calesse al
luogo convenuto; accompagnato da un segretario e da un aiutante di
campo. Giunto a Guastalla, scese all'albergo in cui trovavasi di già
il re di Napoli, e si trattenne con lui per tre ore. All'uscire dalla
conferenza, il vicerè raggiunse i suoi compagni, che stavano
aspettandolo sulla piazza posta davanti all'albergo medesimo, e
comandò brusco si attaccassero i cavalli: salito poi nel calesse
coll'aiutante di campo e col segretario, stette un lungo tempo pensoso
e tacito. Finalmente con dispetto esclamò: «Non puossi far nulla con
cotestui; egli non vuole punto farsi capace che la caduta del tronco
si trae dietro necessariamente la caduta dei rami». Aggiunse in
appresso alcune parole che parevano alludere ad un disegno che era
stato da lui stesso inutilmente proposto a Murat. I due che lo
accompagnavano in quella congiuntura, o certamente almeno uno di essi,
ch'era uomo di alto intelletto ed eloquentissimo, tentarono di far
capace il vicerè che il suo posto era in mezzo del popolo di cui aveva
accettata la sovranità, anzichè al séguito di un capo che gliel'avea
data dianzi. Era il vicerè una di quelle menti corte cui giova
appuntellar con imagini i propri raziocini, e che non si sceverano
facilmente da un'idea di cui sieno o autori o editori, per ciò solo
che troppo arduo fora per loro il surrogarvene un'altra. Il poco
frutto delle giudiziose instanze dei compagni del vicerè in quella
congiuntura, non mi fa meravigliare. La comparazione dei rami che
cadono inevitabilmente quando l'albero è atterrato, era pel principe
Eugenio un argomento irrepugnabile, contro del quale l'acume
dell'istesso Machiavelli sarebbesi spuntato. Sarebbe stato forse più
fruttuoso il contraporre un'altra imagine a quella posta innanzi dal
vicerè; il fargli, cioè, avvertire che prima di scagliare la scure
contro l'albero o troppo vecchio o condannato a perire per qualunque
altro motivo, l'ortolano spesse volte ne recide un ramo, e,
ripiantatolo diligentemente, lo inaffia, lo pota, lo protegge, lo
cresce, cosicchè diventi albero alla sua vôlta. Questa semplicissima
risposta avrebbe fatto, o ch'io m'inganno di grosso, maggior
impressione nell'animo del vicerè, che non le più sottili deduzioni
della più sana politica.
Giunse il 16 di aprile dell'anno 1814. Ognun sa che l'esercito
franco-italo, ritrattosi sul Mincio, vi si reggeva in buona
condizione, e che gli ultimi fatti d'arme erangli iti a seconda. Le
notizie dei fatti accaduti a Parigi indussero il vicerè ad appigliarsi
a quei partiti dai quali aveva fino allora aborrito. Semplice ormai,
e, per così dire, facile diventava il suo cómpito. Egli avea chiuso
l'orecchio alle insinuazioni dei sovrani alleati, da cui era stato
eccitato a scostarsi dall'imperatore e ad assicurare a sè stesso e a'
suoi successori un trono in Italia. Avea ributtato i consigli e le
instanze di Murat, che lo esortava a seguire il proprio esempio,
aggiungendovi che, se troppo grave eragli il collegarsi coi nemici del
suo benefattore, ei potea tuttavia, senza fraudare il debito della
riconoscenza, adoperarsi da sè per la propria salvezza, e giovarsi pel
suo proprio pro delle forze cui imperava. Avea in somma, finchè
l'imperatore potè essere sorretto, consacrata a lui ogni sua possa e
facoltà. Ma ora, caduto l'imperatore, pareva che i vincoli che univano
il servitore al signore, il figliuolo al padre, il beneficato al
benefattore, si fossero naturalmente disciolti. E, invero, la notizia
dell'ingresso dei Sovrani alleati in Parigi, e della abdicazione
dell'imperatore, data in Fontainebleau, mutò di repente e la posizione
e i disegni del vicerè. Ei tosto depose l'intenzione di guerreggiare,
chè bene addavasi di non potere da solo reggersi contro tutta quanta
l'Europa, in quei pachi dipartimenti italici cui possedeva tuttora.
Eragli aperta la via delle pratiche, ed egli entrovvi senza sostare.
Le cose dettegli un tempo dal re di Baviera in nome de' Sovrani
alleati gli ritornarono allora in mente, ed egli si diliberò di trarre
profitto dalle favorevoli disposizioni onde credeva che quei principi
fossero tuttora mossi a favor suo. Ben s'accorgeva allora che la nuova
sua patria dovea essere l'Italia, e che non v'era altrove, fuori di
questa contrada, posto per lui. Ond'è che non si fece pregare a
conchiudere, il 16 aprile del 1814, col maresciallo Bellegarde,
comandante le truppe austriache, un armistizio pel quale egli lasciava
in mano degli Alleati le piazze forti poste al di là dell'Adige, e si
obbligava a rimandare in Francia le truppe francesi, e ad inviare
incontanente a Parigi oratori dell'esercito e del governo a chiedere
ai Sovrani alleati la conservazione del reame d'Italia. Promettea
Bellegarde, dal canto suo, di rimanersene col suo esercito entro i
confini dei dipartimenti italici cui già occupava, e d'aspettare
l'esito de' passi che si doveano tentare a Parigi.
Non appena fu sottoscritto quell'armistizio, che le truppe francesi
avviaronsi alla vôlta dell'Alpi, e il vicerè, spediti a Parigi i
generali Fontanelli e Bertoletti in qualità di oratori dell'esercito
presso le Potenze Alleate, ragguagliò il duca di Lodi, presidente del
Consiglio dei ministri del regno d'Italia, delle cose operatesi,
ingiugnendogli di convocare il senato per la nomina di quei senatori
che si doveano spedire oratori a Parigi. Raunò in pari tempo il vicerè
presso di sè le truppe italiane, e con un bando od ordine del giorno
loro notificò gli atti e' provvedimenti ai quali era devenuto,
dichiarandosi pronto oramai a dedicarsi tutto per la salvezza della
nazione italiana. Tentò pure in allora di tirar dalla sua alcuni
ufficiali malcontenti, e fra essi il generale Mazzucchelli, cui nominò
capo del suo stato-maggiore generale. Era il Mazzucchelli malcontento
di fatti, e dal malumore erasi di già lasciato trasportare più oltre
che non potesse supporre il vicerè. Affatto inaspettata gli pervenne
in Milano la lettera della sua nomina, la quale trovò, tornando a casa
sua da una congrega tenuta dai malcontenti coll'intenzione appunto di
abbracciare un partito sul modo da tenersi per atterrare il governo
del vicerè. Adescato forse quel generale dall'alto ufficio
conferitogli, o timoroso di tradire sè stesso e i suoi disegni col
farsi vedere poco sollecito di accettare quel novello favore, partì
immantinenti alla vôlta di Mantova, dove il vicerè avea traslocato il
suo quartier-generale, senza neppure farne edotti i suoi amici. I
quali rimasero alla vôlta loro attoniti alla notizia della súbita
partenza di lui alla vôlta del campo nemico, ed entrarono in tanta
apprensione, che due di loro, il marchese Fagnani e l'avvocato Reina,
si ricoverarono subito subito in Isvizzera. Vano fu tuttavia questo
timore, nè il governo del vicerè ebbe sentore alcuno di quella
cospirazione.
Ad onta dei bandi viceregali e delle promozioni testè menzionate,
l'esercito italico rimase attonito e costernato in sulle prime dalla
notizia dell'armistizio conchiuso fra il principe Eugenio e il
maresciallo Bellegarde. Ma ben presto si dileguò quella costernazione.
Il generale Teodoro Lecchi assicurò l'esercito che il vicerè non
s'indurrebbe giammai ad abbandonarlo, e che ogni sforzo di lui
tenderebbe, all'incontro, a stabilirsi fermamente in mezzo
all'esercito stesso ed in Italia. Le quali assicurazioni mutarono
repentinamente in trasporti di gioia e di riconoscenza le mormorazioni
che prima si erano udite. Gli è certo, di fatti, che i generali
Fontanelli e Bertoletti, partitisi pria del 20 d'aprile da Mantova per
a Parigi, e latori di istruzioni ufficiali per non chiedere altro che
la conservazione e l'independenza del reame d'Italia, erano stati
inoltre incaricati, non solo dal vicerè, ma e dall'esercito, di far
instanza acciò al principe Eugenio venisse data la corona italica.
Intanto l'avviso ufficiale del conchiuso armistizio, e l'ordine di
convocare il senato per la nomina dei due oratori del governo da
spedirsi a Parigi, erano già pervenuti al gran-cancelliere
guarda-sigilli e presidente del Consiglio dei ministri, il conte Melzi
d'Eril, duca di Lodi.
I partiti che più sopra ho tentato di dipingere, scindevano anche i
membri stessi del governo e del senato. Il duca di Lodi, i conti
Paradisi, Vaccari e Prina, il conte Veneri, presidente del senato, e
molti altri de' principali personaggi erano schiettamente additti
all'ordine di cose allora esistente; ma il maggior numero dei senatori
entravano a parte delle speranze e dei desidèri dei partiti che
tenevano il di mezzo fra gli Austriaci-puri e gl'Italici. Credettero
questi di giovare alla patria cospergendo di triboli e d'ostacoli la
perigliosa via per la quale il governo franco-italico vacillante
incedea. Essi pure preparavano, a propria insaputa, il trionfo dei
fautori di Casa d'Austria; ma per quanto avversi fossero al governo
esistente, si conduceano però, nel consesso di cui faceano parte, con
un po' di quel pratico senno ond'erano dotati, e sopratutto con quello
spirito di moderazione che dovea dispiacere a que' violenti ed
irragionevoli che componeano per la massima parte le fazioni
austriaca, liberale, muratista, ec., poste al di fuori del governo.
Videsi di fatti, poco poi, quell'istesso senato che ricusava di
chiedere alle potenze alleate per re d'Italia il vicerè, fatto segno
alle invettive della plebaglia, e disciolto colla forza da essa, qual
colpevole di abbietti sensi, e di servilità verso il principe Eugenio,
e qual traditore dell'indipendenza italiana. Tale è pur sempre il
destino di coloro che presumono di traccheggiarsi fra' partiti
estremi, senz'abbracciarne o riprovarne alcuno.
La notte del 16 venendo al 17 aprile il duca di Lodi avea fatto
convocare il senato pel dì susseguente. Riunitosi il senato, il conte
Veneri, presidente, lessegli anzi tutto 1.° la lettera di convocazione
del duca di Lodi; 2.° un messaggio di questi; 3.° un'idea di decreto.
Nulla eravi di particolare nella lettera di convocazione. Il messaggio
del duca di Lodi al senato non intendeva ad altro che a spiegare le
cause che lo tenevano inchiodato in letto, e a far avvertire
quant'attenzione richiedesse l'argomento per cui era stato convocato
quel corpo. L'idea, infine, di decreto che il duca proponeva al
senato, conteneva una breve esposizione di motivi, ed era concepita
come segue:
Art. 1.° Una deputazione del senato si recherà senza dilazione presso
l'imperatore d'Austria, e lo supplicherà di ordinare la cessazione
delle ostilità fin dopo il definitivo stanziamento dei destini
dell'Italia per parte delle Potenze Alleate.
Art. 2.° S. M. l'imperatore d'Austria sarà inoltre supplicato a volere
intercedere presso gli altri Sovrani alleati a fine di ottenere che
l'Italia sia ammessa a godere dell'independenza e di tutti i benefizi
promessi all'Europa intiera.
Art. 3.° S. M. l'imperatore d'Austria sarà supplicato inoltre a voler
ottenere dagli altri Sovrani che, conformemente al quarto articolo
degli Statuti nazionali italici, l'Italia sia infine assoggettata ad
un principe independente, ed in ispezieltà al principe Eugenio, il
quale per le sue virtù, le sue cognizioni e la sua condotta si è
meritato giustamente la reverenza e l'amore degl'Italiani, ec.
Non appena il presidente conte Veneri ebbe terminata questa lettura,
il conte Guicciardi, austriaco mitigato, surse a parlare, e propose di
investigare anzitutto se la convocazione straordinaria del senato
fatta dal guarda-sigilli fosse regolare, o se, all'opposto, il duca di
Lodi non paresse adoperare piuttosto da capo dello Stato, mentre in
realtà non era altro che capo del governo. Aggiunse, non potersi
procedere alla elezione d'un nuovo re senza prima avere ottenuta
certezza che il trono era vacante di fatto e di dritto, cioè
senz'avere ricevuto la notizia ufficiale della morte del re o della
sua rinunzia, la quale ultima, inoltre, non si potea tenere per valida
se non con certe date condizioni. Parve che il conte Guicciardi
volesse trarre in lungo la cosa; e per chi pone mente che in questo
momento le truppe francesi sgombravano la Lombardia, che l'armistizio
non dovea durare se non fino all'adempimento della missione dei
deputati lombardi a Parigi, e veniva naturalmente a cessare se questa
non avea luogo, per chi pone mente a ciò non vi può essere dubbio
intorno alle vere intenzioni di costui.
Rispose il conte Dandolo, doversi quistioni siffatte non altrimenti
discussare che da una commissione; e fece instanza acciò in sull'atto
si procedesse alla nomina di commissari, e si dessero a questi almeno
due giorni di tempo per bene investigare la cosa. Indarno i conti
Veneri, Paradisi e Vaccari cerziorarono il senato che il vicerè con
sua lettera aveva fatto abilità al duca di Lodi di convocare il senato
semprechè le congiunture lo richiedessero; che per isbaglio
unicamente, e non a bella posta, egli si era espresso in modo che
pareva adoperare piuttosto qual capo dello Stato, che qual capo del
governo; invano invocarono un comitato segreto: «Non usò mai il
senato», rispose il Guicciardi, «di ridursi in comitato segreto».
Inutili furono eziandio le loro instanze acciò il senato venisse a
diffinitiva risoluzione nel giorno stesso. Stanchi alla fine di tante
contradizioni, pregarono i senatori: avvertissero che l'armistizio non
avea altro scopo che quello di aspettare l'esito delle pratiche da
affidarsi ai deputati lombardi; badassero che nulla farebbe sostare le
truppe austriache al di là del Mincio e fuori di Milano, se il senato
non mandava suoi deputati a Parigi. L'esercito raccolto in Mantova
aver già (aggiugnevano i conti Veneri, Paradisi ed altri) acclamato re
d'Italia il principe Eugenio.
Il ricusare, dopo questi assennati e forti avvertimenti, di nominar
deputati e di dar loro le necessarie instruzioni era tuttuno che
dichiarare apertamente che le truppe austriache sarebbero le
benvenute; ed un certo quale nazional pudore non concedeva in
quell'epoca una confessione siffatta. Coloro che in sulle prime si
erano mostrati disposti a non fare alcun caso del messaggio del duca
di Lodi, si tacquero; ed essendosi abbracciata la proposta del conte
Dandolo, si stanziò che la commissione comporrebbesi di sette membri,
dei quali ecco i nomi: i conti Dandolo, Guicciardi e Verri, il
marchese Castiglioni, e i signori Costabili, Cavriani e Bologna. Non
uno di quelli che avevano propugnata la proposta di un comitato
segreto, o anche soltanto il messaggio del duca di Lodi, venne eletto
membro di questa commissione, la quale fu tosto dal presidente Veneri
invitata a riferire al senato sul datole incarico alle otto
pomeridiane del giorno medesimo.
I conti Dandolo, Guicciardi e Verri andarono in nome della commissione
suddetta dal duca di Lodi per essere ragguagliati delle facoltà
ch'egli avea, e della gravità dei casi. Appagati intorno a questi due
punti, riunironsi coi loro colleghi, e la sera medesima presentarono,
giusta l'invito ricevuto, al senato il loro rapporto, nel quale
faceano le seguenti proposte: 1.° Il senato invierà tre deputati alle
grandi potenze per tributare loro il proprio omaggio, e supplicarle di
far cessare le ostilità, e di concedere all'Italia l'independenza. 2.°
Coglierà il senato con premura quest'occasione per offerire al
principe Eugenio la protesta della perfetta sua stima e del sincero
suo attaccamento.
Mal si potrebbero descrivere lo stupore e la costernazione degli
uomini assennati e non traviati dalla passione, allorchè udirono
cosiffatte proposte. Esclamarono che si doveva anzitutto o nominare il
principe sotto il cui governo l'Italia volea rimanere, oppur nulla
chiedere alle Potenze; perocchè il chieder loro la felicità,
l'independenza e la pace in termini generali era lo stesso che darsi
in balía, senza veruno schermo, al loro beneplacito. «Ecchè?» dicevano
essi con ardore e quasi con disperazione; «non vedete voi che dal
punto che il regno d'Italia rimane vacante, esso non esiste più? Non
vedete voi che, abbandonando il principe Eugenio, voi stessi vi date
in preda dei suoi nemici? Non istate già per recare proposte alle
Potenze Alleate, ma state per deporre a' loro piedi le vostre libertà,
la vostra independenza. E che cosa significano quelle proteste di
stima e di attaccamento che fate al principe Eugenio, allora appunto
che ricusate d'unirvi con lui? Possibile che non sentiate che queste
vane formole diventano, in siffatte congiunture, un insulto anzichè un
omaggio?»
Ragionarono a lungo, e bene, ma senza frutto veruno. Chi si oppose più
ostinatamente, e diciamolo pure, con le più triste ragioni,
all'instanze dei partigiani del vicerè, fu il conte Guicciardi. Chi
non ha conosciuto costui, e si farà a leggere ciò ch'egli disse in
quella occasione, potrà dirlo insensato. Quanto a me, che già tempo
fui in grado di apprezzare la meravigliosa sagacità e la somma
scaltrezza del conte Guicciardi, io debbo con mio rammarico fare di
lui un tutt'altro giudizio. Rideva senza dubbio in sè stesso il
Guicciardi dei meschini suoi raziocini; ma si avvedeva che, ad onta
della meschinità di essi, bastavano quei raziocini agli animi
prevenuti che lo ascoltavano; s'avvedeva che così impediva l'invio
della deputazione, o almeno faceva in modo ch'essa non altro recasse
alle potenze alleate che vane ciance; s'avvedeva che la potenza
franco-italica stava per crollare, che l'imperatore d'Austria
rientrerebbe trionfante nell'antiche sue province; e tutte queste cose
vedendo, faceva a queste belle speranze il sagrifizio della sua
riputazione di assennato parlatore.
Ecco adunque i motivi che il Guicciardi allegava, il 17 aprile del
1814, per opporsi alla proposta del duca di Lodi, del presidente
Veneri, ec. Sia il lettore avvertito che ho sott'occhio il processo
verbale della seduta del senato.
Diceva il Guicciardi: essersi i senatori astretti per giuramento ad
osservare gli statuti organici del reame; il 1.° e il 4.° di quegli
statuti porre nella linea di successione al trono un figliuolo
legittimo del re, prima di un figliuolo adottivo; doversi pertanto
offerire prima al re di Roma la corona d'Italia, tranne che fossegli
già stata conferita la corona di Francia. Parve che il conte Prina non
tenesse meritevole questa obbiezione d'una seria confutazione; ond'è
che, ammettendo senz'altro che i dritti del re di Roma erano più sacri
di quelli del principe Eugenio, propose di stendere un novello
capitolo in questi termini: _I deputati del senato recheranno a
cognizione dei sovrani alleati il dritto eventuale alla corona
italica, conferito dal 1.° e dal 4.° dei nostri statuti organici;
dritto che l'ammirazione e la riconoscenza della nazione hanno viepiù
consacrato_. Ma il conte Guicciardi non si dovea dar vinto sì presto.
Rispose che il dritto eventuale non poteva essere invocato insino a
tanto che il dritto positivo non avea cessato di esistere. Procedette
poscia a parlare della sconvenevolezza che i Lombardi proponessero ai
Sovrani alleati, ed in ispezieltà all'ambasciatore d'Austria, di
coronare il principe Eugenio, contro del quale aveano le tante volte
combattuto.
La proposta del duca di Lodi e quella della commissione essendo state
poste alle voci, vinse quest'ultima. I conti Moscati e Mengotti
ottennero solo che le proteste di rispetto e di attaccamento al
principe Eugenio sarebbero indirizzate dal senato ai Sovrani alleati,
e non al principe stesso, in guisa che potessero queste proteste
venire riguardate come un tacito e modesto voto. Invano il conte
Vaccari tentò di fare stanziare il capitolo proposto dal conte Prina
sul dritto eventuale del principe Eugenio, chè con poco stento il
conte Guicciardi ne ottenne la reiezione. Infine, i deputati eletti
dal senato furono appunto esso conte Guicciardi, il conte Castiglioni
e il conte Testi, ministro.
Troppo per avventura mi sono diffuso a narrare i particolari di quella
memorabile seduta del senato. I fatti di cui segue la descrizione
varranno a mia giustificazione; perciocchè, in vedendo lo sdegno
popolare prorompere bentosto contro la così detta bassa condescendenza
del senato al minimo volere del principe Eugenio, mi si perdonerà
d'avere per lo minuto descritto i sentimenti ostili da cui,
all'incontro, era mosso il senato verso il vicerè.
Intanto che questi dibattiti avvenivano nell'aula del senato, i
partiti del di fuori si agitavano, si credean prossimi al trionfo, e
disponevansi ad afferrarlo. Pareva giunto per tutti l'istante di
operare; chè l'imperatore Napoleone era caduto, e il vicerè non potea
cansarsi dal cader esso pure, se non col sostegno degl'Italiani.
Doveano dunque omai gl'Italiani accertar la caduta del vicerè,
negandogli il loro appoggio. Gli Austriaci mitigati si deliziavano nel
numerare anticipatamente i tanti benefizi di cui Casa d'Austria
avrebbeli senza dubbio ricolmati. I Muratisti s'aspettavano di momento
in momento l'arrivo della vanguardia del re di Napoli; i sedicenti
Italiani-puri argomentavansi d'indovinare qual sarebbe il principe a
cui le Potenze Alleate affiderebbero la cura della felicità della
Penisola; infine gli Austriaci-puri faceano più retto giudizio delle
cose, e si aspettavano il pieno conseguimento dei loro voti. Un solo
timore angustiava ancora questi animi, altronde agitati, e turbava la
loro letizia: ed era che l'esercito, come correane voce, fossesi
dichiarito pel vicerè. Or quest'esercito, italiano di nascita, non
meno che d'animo, non era privo d'alcun ascendente sul resto della
nazione. Arrogesi che il governo, costituito e perciò stesso dotato
d'una certa quale forza, era composto di ufficiali per la maggior
parte fedeli e intendenti. La diminuzione d'alcune imposte, lo
stanziamento di uno o due provvedimenti desiderati dal popolo, poteano
trarsi dietro una subitanea resipiscenza della pubblica opinione, e
far risorgere la devozione e l'affetto laddove testè non si udiva
altro che il sordo mormorio della malacontentezza e dell'odio. Ad ogni
patto era d'uopo impedire che avvenisse un tale cambiamento. Ed ecco
il come si governarono, per conseguire il loro intento, i nemici de'
Francesi.
Disciogliere violentemente il governo, far sì che la popolazione
milanese trascorresse a tali eccessi da rendere impossibile ogni sua
riconciliazione col principe Eugenio, tale esser doveva lo scopo degli
Austriaci puri, degli Austriaci mitigati, dei Muratisti e degl'Italici
sedicenti puri. Il senato era allora per la città di Milano, il corpo
veramente investito della potestà amministrativa e politica. Importava
adunque assai l'atterrarlo, e per quest'uopo si pose in opera due modi
diversi. Fu sparsa anzi tutto la voce che il senato avea stanziata la
perdita dello Stato, che i più formali impegni erano stati contratti
nella seduta del 17 aprile col principe Eugenio, che questi era stato
accertato nel modo più positivo come non si sarebbe accettato accordo
di sorta co' suoi nemici, nè sottoscritto alcun trattato che non
avesse per fondamento la ricognizione definitiva di lui qual re
d'Italia. Dipendere, diceasi, i destini dello Stato dal buon volere
delle Potenze Alleate; esser queste mosse verso gl'Italiani dai più
propizi sensi, ma opporsi la dignità loro a che esse venissero mai sur
un piede di eguaglianza a trattato con un soldato salito ad alto
grado, ch'era stato sempre loro nemico. Eppure in siffatta congiuntura
ostinarsi il senato ad esigere quell'unica cosa che le Potenze Alleate
non consentirebbero giammai a concedere; cioè la ricognizione del
principe Eugenio a re d'Italia; rigettar esso ogni altro compenso da
questo all'infuori; ributtare ostinatamente le benevole ed amichevoli
profferte delle Potenze, volere pertanto immerger di nuovo lo Stato
nei guai della guerra e in tutti quegli orrori che ne conseguitano;
esser pertanto il massimo flagello della patria e risoluto a
spietatamente sagrificarla.