A mezzo circa il dicembre il re di Napoli e il vicerè d'Italia

abboccaronsi nella città di Guastalla. Il vicerè andò in calesse al

luogo convenuto; accompagnato da un segretario e da un aiutante di

campo. Giunto a Guastalla, scese all'albergo in cui trovavasi di già

il re di Napoli, e si trattenne con lui per tre ore. All'uscire dalla

conferenza, il vicerè raggiunse i suoi compagni, che stavano

aspettandolo sulla piazza posta davanti all'albergo medesimo, e

comandò brusco si attaccassero i cavalli: salito poi nel calesse

coll'aiutante di campo e col segretario, stette un lungo tempo pensoso

e tacito. Finalmente con dispetto esclamò: «Non puossi far nulla con

cotestui; egli non vuole punto farsi capace che la caduta del tronco

si trae dietro necessariamente la caduta dei rami». Aggiunse in

appresso alcune parole che parevano alludere ad un disegno che era

stato da lui stesso inutilmente proposto a Murat. I due che lo

accompagnavano in quella congiuntura, o certamente almeno uno di essi,

ch'era uomo di alto intelletto ed eloquentissimo, tentarono di far

capace il vicerè che il suo posto era in mezzo del popolo di cui aveva

accettata la sovranità, anzichè al séguito di un capo che gliel'avea

data dianzi. Era il vicerè una di quelle menti corte cui giova

appuntellar con imagini i propri raziocini, e che non si sceverano

facilmente da un'idea di cui sieno o autori o editori, per ciò solo

che troppo arduo fora per loro il surrogarvene un'altra. Il poco

frutto delle giudiziose instanze dei compagni del vicerè in quella

congiuntura, non mi fa meravigliare. La comparazione dei rami che

cadono inevitabilmente quando l'albero è atterrato, era pel principe

Eugenio un argomento irrepugnabile, contro del quale l'acume

dell'istesso Machiavelli sarebbesi spuntato. Sarebbe stato forse più

fruttuoso il contraporre un'altra imagine a quella posta innanzi dal

vicerè; il fargli, cioè, avvertire che prima di scagliare la scure

contro l'albero o troppo vecchio o condannato a perire per qualunque

altro motivo, l'ortolano spesse volte ne recide un ramo, e,

ripiantatolo diligentemente, lo inaffia, lo pota, lo protegge, lo

cresce, cosicchè diventi albero alla sua vôlta. Questa semplicissima

risposta avrebbe fatto, o ch'io m'inganno di grosso, maggior

impressione nell'animo del vicerè, che non le più sottili deduzioni

della più sana politica.

Giunse il 16 di aprile dell'anno 1814. Ognun sa che l'esercito

franco-italo, ritrattosi sul Mincio, vi si reggeva in buona

condizione, e che gli ultimi fatti d'arme erangli iti a seconda. Le

notizie dei fatti accaduti a Parigi indussero il vicerè ad appigliarsi

a quei partiti dai quali aveva fino allora aborrito. Semplice ormai,

e, per così dire, facile diventava il suo cómpito. Egli avea chiuso

l'orecchio alle insinuazioni dei sovrani alleati, da cui era stato

eccitato a scostarsi dall'imperatore e ad assicurare a sè stesso e a'

suoi successori un trono in Italia. Avea ributtato i consigli e le

instanze di Murat, che lo esortava a seguire il proprio esempio,

aggiungendovi che, se troppo grave eragli il collegarsi coi nemici del

suo benefattore, ei potea tuttavia, senza fraudare il debito della

riconoscenza, adoperarsi da sè per la propria salvezza, e giovarsi pel

suo proprio pro delle forze cui imperava. Avea in somma, finchè

l'imperatore potè essere sorretto, consacrata a lui ogni sua possa e

facoltà. Ma ora, caduto l'imperatore, pareva che i vincoli che univano

il servitore al signore, il figliuolo al padre, il beneficato al

benefattore, si fossero naturalmente disciolti. E, invero, la notizia

dell'ingresso dei Sovrani alleati in Parigi, e della abdicazione

dell'imperatore, data in Fontainebleau, mutò di repente e la posizione

e i disegni del vicerè. Ei tosto depose l'intenzione di guerreggiare,

chè bene addavasi di non potere da solo reggersi contro tutta quanta

l'Europa, in quei pachi dipartimenti italici cui possedeva tuttora.

Eragli aperta la via delle pratiche, ed egli entrovvi senza sostare.

Le cose dettegli un tempo dal re di Baviera in nome de' Sovrani

alleati gli ritornarono allora in mente, ed egli si diliberò di trarre

profitto dalle favorevoli disposizioni onde credeva che quei principi

fossero tuttora mossi a favor suo. Ben s'accorgeva allora che la nuova

sua patria dovea essere l'Italia, e che non v'era altrove, fuori di

questa contrada, posto per lui. Ond'è che non si fece pregare a

conchiudere, il 16 aprile del 1814, col maresciallo Bellegarde,

comandante le truppe austriache, un armistizio pel quale egli lasciava

in mano degli Alleati le piazze forti poste al di là dell'Adige, e si

obbligava a rimandare in Francia le truppe francesi, e ad inviare

incontanente a Parigi oratori dell'esercito e del governo a chiedere

ai Sovrani alleati la conservazione del reame d'Italia. Promettea

Bellegarde, dal canto suo, di rimanersene col suo esercito entro i

confini dei dipartimenti italici cui già occupava, e d'aspettare

l'esito de' passi che si doveano tentare a Parigi.

Non appena fu sottoscritto quell'armistizio, che le truppe francesi

avviaronsi alla vôlta dell'Alpi, e il vicerè, spediti a Parigi i

generali Fontanelli e Bertoletti in qualità di oratori dell'esercito

presso le Potenze Alleate, ragguagliò il duca di Lodi, presidente del

Consiglio dei ministri del regno d'Italia, delle cose operatesi,

ingiugnendogli di convocare il senato per la nomina di quei senatori

che si doveano spedire oratori a Parigi. Raunò in pari tempo il vicerè

presso di sè le truppe italiane, e con un bando od ordine del giorno

loro notificò gli atti e' provvedimenti ai quali era devenuto,

dichiarandosi pronto oramai a dedicarsi tutto per la salvezza della

nazione italiana. Tentò pure in allora di tirar dalla sua alcuni

ufficiali malcontenti, e fra essi il generale Mazzucchelli, cui nominò

capo del suo stato-maggiore generale. Era il Mazzucchelli malcontento

di fatti, e dal malumore erasi di già lasciato trasportare più oltre

che non potesse supporre il vicerè. Affatto inaspettata gli pervenne

in Milano la lettera della sua nomina, la quale trovò, tornando a casa

sua da una congrega tenuta dai malcontenti coll'intenzione appunto di

abbracciare un partito sul modo da tenersi per atterrare il governo

del vicerè. Adescato forse quel generale dall'alto ufficio

conferitogli, o timoroso di tradire sè stesso e i suoi disegni col

farsi vedere poco sollecito di accettare quel novello favore, partì

immantinenti alla vôlta di Mantova, dove il vicerè avea traslocato il

suo quartier-generale, senza neppure farne edotti i suoi amici. I

quali rimasero alla vôlta loro attoniti alla notizia della súbita

partenza di lui alla vôlta del campo nemico, ed entrarono in tanta

apprensione, che due di loro, il marchese Fagnani e l'avvocato Reina,

si ricoverarono subito subito in Isvizzera. Vano fu tuttavia questo

timore, nè il governo del vicerè ebbe sentore alcuno di quella

cospirazione.

Ad onta dei bandi viceregali e delle promozioni testè menzionate,

l'esercito italico rimase attonito e costernato in sulle prime dalla

notizia dell'armistizio conchiuso fra il principe Eugenio e il

maresciallo Bellegarde. Ma ben presto si dileguò quella costernazione.

Il generale Teodoro Lecchi assicurò l'esercito che il vicerè non

s'indurrebbe giammai ad abbandonarlo, e che ogni sforzo di lui

tenderebbe, all'incontro, a stabilirsi fermamente in mezzo

all'esercito stesso ed in Italia. Le quali assicurazioni mutarono

repentinamente in trasporti di gioia e di riconoscenza le mormorazioni

che prima si erano udite. Gli è certo, di fatti, che i generali

Fontanelli e Bertoletti, partitisi pria del 20 d'aprile da Mantova per

a Parigi, e latori di istruzioni ufficiali per non chiedere altro che

la conservazione e l'independenza del reame d'Italia, erano stati

inoltre incaricati, non solo dal vicerè, ma e dall'esercito, di far

instanza acciò al principe Eugenio venisse data la corona italica.

Intanto l'avviso ufficiale del conchiuso armistizio, e l'ordine di

convocare il senato per la nomina dei due oratori del governo da

spedirsi a Parigi, erano già pervenuti al gran-cancelliere

guarda-sigilli e presidente del Consiglio dei ministri, il conte Melzi

d'Eril, duca di Lodi.

I partiti che più sopra ho tentato di dipingere, scindevano anche i

membri stessi del governo e del senato. Il duca di Lodi, i conti

Paradisi, Vaccari e Prina, il conte Veneri, presidente del senato, e

molti altri de' principali personaggi erano schiettamente additti

all'ordine di cose allora esistente; ma il maggior numero dei senatori

entravano a parte delle speranze e dei desidèri dei partiti che

tenevano il di mezzo fra gli Austriaci-puri e gl'Italici. Credettero

questi di giovare alla patria cospergendo di triboli e d'ostacoli la

perigliosa via per la quale il governo franco-italico vacillante

incedea. Essi pure preparavano, a propria insaputa, il trionfo dei

fautori di Casa d'Austria; ma per quanto avversi fossero al governo

esistente, si conduceano però, nel consesso di cui faceano parte, con

un po' di quel pratico senno ond'erano dotati, e sopratutto con quello

spirito di moderazione che dovea dispiacere a que' violenti ed

irragionevoli che componeano per la massima parte le fazioni

austriaca, liberale, muratista, ec., poste al di fuori del governo.

Videsi di fatti, poco poi, quell'istesso senato che ricusava di

chiedere alle potenze alleate per re d'Italia il vicerè, fatto segno

alle invettive della plebaglia, e disciolto colla forza da essa, qual

colpevole di abbietti sensi, e di servilità verso il principe Eugenio,

e qual traditore dell'indipendenza italiana. Tale è pur sempre il

destino di coloro che presumono di traccheggiarsi fra' partiti

estremi, senz'abbracciarne o riprovarne alcuno.

La notte del 16 venendo al 17 aprile il duca di Lodi avea fatto

convocare il senato pel dì susseguente. Riunitosi il senato, il conte

Veneri, presidente, lessegli anzi tutto 1.° la lettera di convocazione

del duca di Lodi; 2.° un messaggio di questi; 3.° un'idea di decreto.

Nulla eravi di particolare nella lettera di convocazione. Il messaggio

del duca di Lodi al senato non intendeva ad altro che a spiegare le

cause che lo tenevano inchiodato in letto, e a far avvertire

quant'attenzione richiedesse l'argomento per cui era stato convocato

quel corpo. L'idea, infine, di decreto che il duca proponeva al

senato, conteneva una breve esposizione di motivi, ed era concepita

come segue:

Art. 1.° Una deputazione del senato si recherà senza dilazione presso

l'imperatore d'Austria, e lo supplicherà di ordinare la cessazione

delle ostilità fin dopo il definitivo stanziamento dei destini

dell'Italia per parte delle Potenze Alleate.

Art. 2.° S. M. l'imperatore d'Austria sarà inoltre supplicato a volere

intercedere presso gli altri Sovrani alleati a fine di ottenere che

l'Italia sia ammessa a godere dell'independenza e di tutti i benefizi

promessi all'Europa intiera.

Art. 3.° S. M. l'imperatore d'Austria sarà supplicato inoltre a voler

ottenere dagli altri Sovrani che, conformemente al quarto articolo

degli Statuti nazionali italici, l'Italia sia infine assoggettata ad

un principe independente, ed in ispezieltà al principe Eugenio, il

quale per le sue virtù, le sue cognizioni e la sua condotta si è

meritato giustamente la reverenza e l'amore degl'Italiani, ec.

Non appena il presidente conte Veneri ebbe terminata questa lettura,

il conte Guicciardi, austriaco mitigato, surse a parlare, e propose di

investigare anzitutto se la convocazione straordinaria del senato

fatta dal guarda-sigilli fosse regolare, o se, all'opposto, il duca di

Lodi non paresse adoperare piuttosto da capo dello Stato, mentre in

realtà non era altro che capo del governo. Aggiunse, non potersi

procedere alla elezione d'un nuovo re senza prima avere ottenuta

certezza che il trono era vacante di fatto e di dritto, cioè

senz'avere ricevuto la notizia ufficiale della morte del re o della

sua rinunzia, la quale ultima, inoltre, non si potea tenere per valida

se non con certe date condizioni. Parve che il conte Guicciardi

volesse trarre in lungo la cosa; e per chi pone mente che in questo

momento le truppe francesi sgombravano la Lombardia, che l'armistizio

non dovea durare se non fino all'adempimento della missione dei

deputati lombardi a Parigi, e veniva naturalmente a cessare se questa

non avea luogo, per chi pone mente a ciò non vi può essere dubbio

intorno alle vere intenzioni di costui.

Rispose il conte Dandolo, doversi quistioni siffatte non altrimenti

discussare che da una commissione; e fece instanza acciò in sull'atto

si procedesse alla nomina di commissari, e si dessero a questi almeno

due giorni di tempo per bene investigare la cosa. Indarno i conti

Veneri, Paradisi e Vaccari cerziorarono il senato che il vicerè con

sua lettera aveva fatto abilità al duca di Lodi di convocare il senato

semprechè le congiunture lo richiedessero; che per isbaglio

unicamente, e non a bella posta, egli si era espresso in modo che

pareva adoperare piuttosto qual capo dello Stato, che qual capo del

governo; invano invocarono un comitato segreto: «Non usò mai il

senato», rispose il Guicciardi, «di ridursi in comitato segreto».

Inutili furono eziandio le loro instanze acciò il senato venisse a

diffinitiva risoluzione nel giorno stesso. Stanchi alla fine di tante

contradizioni, pregarono i senatori: avvertissero che l'armistizio non

avea altro scopo che quello di aspettare l'esito delle pratiche da

affidarsi ai deputati lombardi; badassero che nulla farebbe sostare le

truppe austriache al di là del Mincio e fuori di Milano, se il senato

non mandava suoi deputati a Parigi. L'esercito raccolto in Mantova

aver già (aggiugnevano i conti Veneri, Paradisi ed altri) acclamato re

d'Italia il principe Eugenio.

Il ricusare, dopo questi assennati e forti avvertimenti, di nominar

deputati e di dar loro le necessarie instruzioni era tuttuno che

dichiarare apertamente che le truppe austriache sarebbero le

benvenute; ed un certo quale nazional pudore non concedeva in

quell'epoca una confessione siffatta. Coloro che in sulle prime si

erano mostrati disposti a non fare alcun caso del messaggio del duca

di Lodi, si tacquero; ed essendosi abbracciata la proposta del conte

Dandolo, si stanziò che la commissione comporrebbesi di sette membri,

dei quali ecco i nomi: i conti Dandolo, Guicciardi e Verri, il

marchese Castiglioni, e i signori Costabili, Cavriani e Bologna. Non

uno di quelli che avevano propugnata la proposta di un comitato

segreto, o anche soltanto il messaggio del duca di Lodi, venne eletto

membro di questa commissione, la quale fu tosto dal presidente Veneri

invitata a riferire al senato sul datole incarico alle otto

pomeridiane del giorno medesimo.

I conti Dandolo, Guicciardi e Verri andarono in nome della commissione

suddetta dal duca di Lodi per essere ragguagliati delle facoltà

ch'egli avea, e della gravità dei casi. Appagati intorno a questi due

punti, riunironsi coi loro colleghi, e la sera medesima presentarono,

giusta l'invito ricevuto, al senato il loro rapporto, nel quale

faceano le seguenti proposte: 1.° Il senato invierà tre deputati alle

grandi potenze per tributare loro il proprio omaggio, e supplicarle di

far cessare le ostilità, e di concedere all'Italia l'independenza. 2.°

Coglierà il senato con premura quest'occasione per offerire al

principe Eugenio la protesta della perfetta sua stima e del sincero

suo attaccamento.

Mal si potrebbero descrivere lo stupore e la costernazione degli

uomini assennati e non traviati dalla passione, allorchè udirono

cosiffatte proposte. Esclamarono che si doveva anzitutto o nominare il

principe sotto il cui governo l'Italia volea rimanere, oppur nulla

chiedere alle Potenze; perocchè il chieder loro la felicità,

l'independenza e la pace in termini generali era lo stesso che darsi

in balía, senza veruno schermo, al loro beneplacito. «Ecchè?» dicevano

essi con ardore e quasi con disperazione; «non vedete voi che dal

punto che il regno d'Italia rimane vacante, esso non esiste più? Non

vedete voi che, abbandonando il principe Eugenio, voi stessi vi date

in preda dei suoi nemici? Non istate già per recare proposte alle

Potenze Alleate, ma state per deporre a' loro piedi le vostre libertà,

la vostra independenza. E che cosa significano quelle proteste di

stima e di attaccamento che fate al principe Eugenio, allora appunto

che ricusate d'unirvi con lui? Possibile che non sentiate che queste

vane formole diventano, in siffatte congiunture, un insulto anzichè un

omaggio?»

Ragionarono a lungo, e bene, ma senza frutto veruno. Chi si oppose più

ostinatamente, e diciamolo pure, con le più triste ragioni,

all'instanze dei partigiani del vicerè, fu il conte Guicciardi. Chi

non ha conosciuto costui, e si farà a leggere ciò ch'egli disse in

quella occasione, potrà dirlo insensato. Quanto a me, che già tempo

fui in grado di apprezzare la meravigliosa sagacità e la somma

scaltrezza del conte Guicciardi, io debbo con mio rammarico fare di

lui un tutt'altro giudizio. Rideva senza dubbio in sè stesso il

Guicciardi dei meschini suoi raziocini; ma si avvedeva che, ad onta

della meschinità di essi, bastavano quei raziocini agli animi

prevenuti che lo ascoltavano; s'avvedeva che così impediva l'invio

della deputazione, o almeno faceva in modo ch'essa non altro recasse

alle potenze alleate che vane ciance; s'avvedeva che la potenza

franco-italica stava per crollare, che l'imperatore d'Austria

rientrerebbe trionfante nell'antiche sue province; e tutte queste cose

vedendo, faceva a queste belle speranze il sagrifizio della sua

riputazione di assennato parlatore.

Ecco adunque i motivi che il Guicciardi allegava, il 17 aprile del

1814, per opporsi alla proposta del duca di Lodi, del presidente

Veneri, ec. Sia il lettore avvertito che ho sott'occhio il processo

verbale della seduta del senato.

Diceva il Guicciardi: essersi i senatori astretti per giuramento ad

osservare gli statuti organici del reame; il 1.° e il 4.° di quegli

statuti porre nella linea di successione al trono un figliuolo

legittimo del re, prima di un figliuolo adottivo; doversi pertanto

offerire prima al re di Roma la corona d'Italia, tranne che fossegli

già stata conferita la corona di Francia. Parve che il conte Prina non

tenesse meritevole questa obbiezione d'una seria confutazione; ond'è

che, ammettendo senz'altro che i dritti del re di Roma erano più sacri

di quelli del principe Eugenio, propose di stendere un novello

capitolo in questi termini: _I deputati del senato recheranno a

cognizione dei sovrani alleati il dritto eventuale alla corona

italica, conferito dal 1.° e dal 4.° dei nostri statuti organici;

dritto che l'ammirazione e la riconoscenza della nazione hanno viepiù

consacrato_. Ma il conte Guicciardi non si dovea dar vinto sì presto.

Rispose che il dritto eventuale non poteva essere invocato insino a

tanto che il dritto positivo non avea cessato di esistere. Procedette

poscia a parlare della sconvenevolezza che i Lombardi proponessero ai

Sovrani alleati, ed in ispezieltà all'ambasciatore d'Austria, di

coronare il principe Eugenio, contro del quale aveano le tante volte

combattuto.

La proposta del duca di Lodi e quella della commissione essendo state

poste alle voci, vinse quest'ultima. I conti Moscati e Mengotti

ottennero solo che le proteste di rispetto e di attaccamento al

principe Eugenio sarebbero indirizzate dal senato ai Sovrani alleati,

e non al principe stesso, in guisa che potessero queste proteste

venire riguardate come un tacito e modesto voto. Invano il conte

Vaccari tentò di fare stanziare il capitolo proposto dal conte Prina

sul dritto eventuale del principe Eugenio, chè con poco stento il

conte Guicciardi ne ottenne la reiezione. Infine, i deputati eletti

dal senato furono appunto esso conte Guicciardi, il conte Castiglioni

e il conte Testi, ministro.

Troppo per avventura mi sono diffuso a narrare i particolari di quella

memorabile seduta del senato. I fatti di cui segue la descrizione

varranno a mia giustificazione; perciocchè, in vedendo lo sdegno

popolare prorompere bentosto contro la così detta bassa condescendenza

del senato al minimo volere del principe Eugenio, mi si perdonerà

d'avere per lo minuto descritto i sentimenti ostili da cui,

all'incontro, era mosso il senato verso il vicerè.

Intanto che questi dibattiti avvenivano nell'aula del senato, i

partiti del di fuori si agitavano, si credean prossimi al trionfo, e

disponevansi ad afferrarlo. Pareva giunto per tutti l'istante di

operare; chè l'imperatore Napoleone era caduto, e il vicerè non potea

cansarsi dal cader esso pure, se non col sostegno degl'Italiani.

Doveano dunque omai gl'Italiani accertar la caduta del vicerè,

negandogli il loro appoggio. Gli Austriaci mitigati si deliziavano nel

numerare anticipatamente i tanti benefizi di cui Casa d'Austria

avrebbeli senza dubbio ricolmati. I Muratisti s'aspettavano di momento

in momento l'arrivo della vanguardia del re di Napoli; i sedicenti

Italiani-puri argomentavansi d'indovinare qual sarebbe il principe a

cui le Potenze Alleate affiderebbero la cura della felicità della

Penisola; infine gli Austriaci-puri faceano più retto giudizio delle

cose, e si aspettavano il pieno conseguimento dei loro voti. Un solo

timore angustiava ancora questi animi, altronde agitati, e turbava la

loro letizia: ed era che l'esercito, come correane voce, fossesi

dichiarito pel vicerè. Or quest'esercito, italiano di nascita, non

meno che d'animo, non era privo d'alcun ascendente sul resto della

nazione. Arrogesi che il governo, costituito e perciò stesso dotato

d'una certa quale forza, era composto di ufficiali per la maggior

parte fedeli e intendenti. La diminuzione d'alcune imposte, lo

stanziamento di uno o due provvedimenti desiderati dal popolo, poteano

trarsi dietro una subitanea resipiscenza della pubblica opinione, e

far risorgere la devozione e l'affetto laddove testè non si udiva

altro che il sordo mormorio della malacontentezza e dell'odio. Ad ogni

patto era d'uopo impedire che avvenisse un tale cambiamento. Ed ecco

il come si governarono, per conseguire il loro intento, i nemici de'

Francesi.

Disciogliere violentemente il governo, far sì che la popolazione

milanese trascorresse a tali eccessi da rendere impossibile ogni sua

riconciliazione col principe Eugenio, tale esser doveva lo scopo degli

Austriaci puri, degli Austriaci mitigati, dei Muratisti e degl'Italici

sedicenti puri. Il senato era allora per la città di Milano, il corpo

veramente investito della potestà amministrativa e politica. Importava

adunque assai l'atterrarlo, e per quest'uopo si pose in opera due modi

diversi. Fu sparsa anzi tutto la voce che il senato avea stanziata la

perdita dello Stato, che i più formali impegni erano stati contratti

nella seduta del 17 aprile col principe Eugenio, che questi era stato

accertato nel modo più positivo come non si sarebbe accettato accordo

di sorta co' suoi nemici, nè sottoscritto alcun trattato che non

avesse per fondamento la ricognizione definitiva di lui qual re

d'Italia. Dipendere, diceasi, i destini dello Stato dal buon volere

delle Potenze Alleate; esser queste mosse verso gl'Italiani dai più

propizi sensi, ma opporsi la dignità loro a che esse venissero mai sur

un piede di eguaglianza a trattato con un soldato salito ad alto

grado, ch'era stato sempre loro nemico. Eppure in siffatta congiuntura

ostinarsi il senato ad esigere quell'unica cosa che le Potenze Alleate

non consentirebbero giammai a concedere; cioè la ricognizione del

principe Eugenio a re d'Italia; rigettar esso ogni altro compenso da

questo all'infuori; ributtare ostinatamente le benevole ed amichevoli

profferte delle Potenze, volere pertanto immerger di nuovo lo Stato

nei guai della guerra e in tutti quegli orrori che ne conseguitano;

esser pertanto il massimo flagello della patria e risoluto a

spietatamente sagrificarla.

Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi · 第 3 / 15 段