avevano essi pure i loro partigiani, i quali, benchè uniti per la
difesa d'una stessa causa, erano però mossi da diversi motivi. La
massima parte dell'esercito aderiva pur sempre al suo capo, perchè
questo capo avealo spesso condotto alla vittoria, perchè il reggimento
imperiale era un reggimento militare, perchè i prìncipi locati
dall'imperatore sui varii troni dell'Europa, ed anzi l'imperatore
stesso, non eran altro che soldati saliti da basso in alto grado; il
che dava ad ogni soldato una segreta speranza di grande avanzamento.
L'esercito e il principe Eugenio erano stretti fra loro da
quell'invisibile vincolo onde sono stretti gli uomini che hanno
insieme tentato grandi fatti, e durato stenti, fatiche e pericoli.
Camerati ei sono, e questo titolo è più sacro talvolta, che non sia
quello di amico. Avea pure il vicerè alcuni partigiani fra i membri
dell'amministrazione, e quelli in ispezieltà che appartenevano
all'antico ducato di Modena e Reggio. Gli abitatori di quella
provincia d'Italia, gente svegliata ed operosa, perspicace e risoluta,
eransi mostrati, fin dai princìpi della potenza napoleonica, caldi
fautori delle novelle idee che la rivoluzione francese portava
inscritte nei suoi vessilli. Giustamente pregiati dall'imperatore, che
travedere seppe, frammezzo alla effervescenza delle passioni liberali,
il pratico senno ond'essi erano copiosamente forniti, e chiamati nei
consigli imperiali, concorsero efficacemente i Modenesi alla creazione
di quel codice che forma per avventura oggidì il più bel titolo per
cui l'imperatore debba essere con grata ricordanza onorato dalla
posterità. Lo scambievole affetto dei Modenesi e del governo
franco-italico fu poi in seguito sempre fomentato da meriti e
rimeriti; talmente che, in occasione delle turbolenze insorte nella
seconda metà dell'aprile del 1814, i membri della così detta _fazione
estense_ furono quelli che con maggior calore sostennero fino agli
ultimi istanti il principe di già vinto.
Meriterei la taccia d'ingiusto inverso alla mia patria se non
confessassi che il partito eugeniano non constava già solo di militari
devoti per istinto ai loro capi, a quella guisa che il cane al padrone,
di ufficiali del governo, ed in ispezieltà di ufficiali modenesi.
Eranvi, eranvi certamente uomini prescienti del prossimo avvenire, i
quali, veggendosi presi di mezzo tra la potenza imperiale tentennante,
e quella floridissima degli alleati, e volendo sfuggire alle strette
della prima, del pari che a quelle della seconda, e perciò conoscendo
il bisogno imperioso di reggersi da sè medesimi, temevano sopra ogni
cosa quella diminuzione delle forze italiane che potea provenire dal
porle in opera intestinamente, e quell'indebolimento dei vincoli che
stringevano ancora la nazione italiana, il quale dovea derivare dalla
introduzione di mutamenti nella costituzione dello Stato. Eranvi,
certo, uomini di tal fatta, ed io ne conobbi parecchi, i quali
dicevano: «La nostra presente condizione non è beata, e siamo vogliosi
di migliorarla; ma per ottenere l'intento è forza accordarci con
potentati che non potrebber vedere di buon occhio le nostre riforme. Ci
troviamo perciò in grado di dover esigere date condizioni in ricompenso
dell'appoggio che daremo a questo, anzichè a quell'altro sovrano. Ma
qual è di loro cui sia più necessario il nostro appoggio, e che perciò
più volonterosamente si adatterà alle riforme chiestegli da noi in
iscambio? Non è egli il più debole? Ecchè? Dobbiamo ottener grandi
concessioni, e ci faremo a chiederle al più forte, a quello che può
agevolmente far senza di noi? Sarebbe questa una vera mattía,
perciocchè, se imponesi la legge al debole, il forte l'impone egli
stesso».
Questi erano sensi veramente assennatissimi; ma non il senno, bensì la
passione, la sconsigliatezza informa i partiti. Mentrechè i varii
partiti surti contro il governo viceregale, affaccendavansi,
cospiravano e trascorrevano a maneggi che difficile si è il
qualificare, gli assennati, di cui ho testè fatto menzione, non avean
nemmeno pensato a numerarsi, a conoscersi, e tampoco a pigliare alcun
provvedimento per far prevalere la loro opinione. Deploravano essi
l'acciecamento dei loro avversari; sforzavansi di aprir loro gli occhi
coi ragionamenti; erano ascoltati con deferenza, ed anche con
reverenza, ma appena erasi dileguato nello spazio il suono della loro
voce, le ree passioni, l'invidia, l'ambizione forsennata, i privati
rancori, gli stolti e ridicoli divisi superavano agevolmente la sana e
incontrovertibile argomentazione di quei veri politici.
Ho sin qui parlato di tre partiti, l'austriaco, l'italico, il
francese, promettendo di far poscia cenno degli altri partiti di
mezzo, che s'incrocicchiavano fra loro e per certi versi si
confondevano. Cionnonpertanto, ho di già accennato, relativamente al
partito francese, che questo pârtivasi in due categorie, l'una dei
fidiservitori dell'imperatore o del vicerè, ufficiali di milizia o
civili; l'altra degli uomini saputi ed illuminati, che comprendevano
il gran pericolo che traevasi dietro il tentare un interno
ravvolgimento mentre il nemico affacciavasi alle porte, risoluto
d'aprirvisi il passo a forza. Gli altri due partiti suddividevansi
anch'essi, come il francese, in due categorie. Ed anzi la seconda
categoria del partito austriaco e quella del partito italico
rassomigliavansi talmente, che facile era lo scambiarle l'una per
l'altra. Ed ecco il come.
Il partito austriaco puro volea, per così dir, cancellare con un
tratto di penna i quindici anni della dominazione francese; unire di
nuovo la contrada all'impero austriaco; riporla in quelle medesime
condizioni da cui tratta aveanla gli eserciti francesi; far giuramento
di fedeltà al discendente di Maria Teresa e di Giuseppe II. L'esercito
austriaco era accampato sulla riva manca dell'Adige; l'esercito
italiano si rannicchiava, ned era fuor di ragione l'immaginarsi
prossimo il dì felice in cui quest'ultimo avrebbe cessato di far
contrasto ai progressi dell'esercito nemico. In espettazione di questo
giorno bramato non v'era da far altro che rimanersi tranquilli, scavar
sordamente le fondamenta del governo viceregale, e dargli poi l'ultimo
crollo quando fosse prossimo alla caduta, e infine aprir le porte
all'esercito austriaco allorchè non vi fosse più per custodirle
l'esercito italiano. Ben sapeva questo partito quel ch'ei si voleva; e
se procedeva a rilento, la via battuta da lui guidavalo però
dirittamente alla meta.
Allato a questi amici sviscerati di Casa d'Austria eranvene altri più
timidi, od alquanto imbevuti delle idee moderne, i quali professavano
di non riguardare l'Austria altrimenti che come una delle nazioni
collegatesi per restituire all'oppressa Europa la pace, concedendo ad
ognuno degli Stati europei buone leggi, independenza e libertà. Era
l'Austria, a detta loro, la naturale protettrice dell'Italia; e ad
essa aspettavasi più specialmente il brigarsi delle cose italiane.
Solo una strettissima lega con l'Austria potea dare all'Italia le
forze necessarie per costituirsi e reggersi, e all'Italia giovava per
avventura una certa quale lieve dependenza dall'Austria a fine di
risarcirla dei danni cui soffriva cotidianamente pel pro dell'Italia.
Non era infatti giustissima cosa il pagare, almeno in parte, le spese
d'una guerra sostenuta dall'Austria coll'unico intento di liberare
l'Italia? Non si doveva egli desiderare di essere sempre custoditi da
quei soldati austriaci che erano gli autori della nostra liberazione,
contro le nuove irruzioni che i Francesi potessero tentare?
L'imperatore Napoleone stava per cadere dal trono, e dovendo il
principe Eugenio essergli compagno nella caduta, era forza offerire a
un altro principe la corona italica. Ora a chi mai poteva essere più
degnamente offerta questa corona, che ad un principe di quella
medesima stirpe che sì nobilmente portavala prima della conquista
francese, a un consanguineo di quel generoso e clemente sire che mai
non avea cessato dal riguardare l'Italia con paterna benivoglienza?
Per tutte queste considerazioni, l'Italia potea sperare di dipendere
in certo qual modo e in forza d'una maniera d'accordo, per così dire
misto, dall'imperatore d'Austria; porre le sue piazze forti nelle mani
di presìdi austriaci, pagare all'Austria un tributo stanziato dalla
gratitudine, ed ubbidire a un principe della schiatta austriaca. A
siffatte condizioni, accettevoli certamente dopo la sconfitta, ma non
mai pría della pugna, i partigiani mitigati dell'Austria ristrignevano
i loro desidèri. E se può allegarsi una qualche ragione in favor loro,
questa si è che l'Italia, in fatto d'independenza e di libertà, era
ancora a peggior partito condotta sotto il regno dell'imperatore
Napoleone, che non sarebbe stata sotto l'imperatore d'Austria ove i
loro disegni si fossero incarnati.
Eccomi ora a parlare del partito che cagionò realmente la perdita
dell'Italia e che mirabilmente servì ai disegni dell'Austria. Fu esso
il partito dei liberali italiani, partito che pretendeva l'onorato
titolo di italico puro, e che assai poco differiva da quello degli
Austriaci mitigati. Gli ambiziosi mal soddisfatti dell'esercito, i
membri non meno ambiziosi dell'aristocrazia milanese, i quali, avendo
eletto l'aringo delle cariche di corte, anzichè di quelle della
milizia e del governo, vedeano indispettiti fioccar gli onori, il
credito e le ricchezze sopra i guerrieri e sopra i primari ufficiali
dello Stato, e rimanerne privi i cortigiani; parecchi giovani
doviziosi, rosi da gelosia del favore che il vicerè ed altri ufficiali
francesi godeano presso alcune dame; un numero assai ragguardevole di
teste matte o poco sode, che si studiavano di parlare il linguaggio
degli eroi d'Alfieri; e certe altre di quelle teste irrequiete e
agitate cui pare sempre bello ciò che non è, e sfornito di ogni pregio
ciò che è; tali erano gli uomini che componevano il partito italico
sedicente puro, ma che meglio sarebbe stato chiamato il partito
italo-austriaco. Eravi allora in Italia una potenza dileguantesi;
eravi un'altra potenza che faceasi innanzi covidosa per coglierne il
retaggio; e, infine, eravi un'altra potenza ancora, la quale,
spiccatasi dalla prima per non lasciarsi trarre con essa nell'abisso,
sforzavasi di resistere alla seconda, procurando di tirar dalla sua
tutti gli avanzi dell'una che poteano scampar dalle mani dell'altra. A
quale di queste tre potenze vorrassi credere che il partito di cui
parlo abbia voluto attaccarsi? A nessuna. Acciecato da un ineffabile
soverchio di superbia, entrò in isperanza di poter dare l'ultimo
crollo al governo imperiale, di potere sdegnosamente ributtare le
proposte di Murat, e di far testa all'esercito austriaco. E come
sperava esso di potere impedire i progressi di quest'esercito? Voleva
forse adoperare a quest'uopo le schiere francesi rimaste in Lombardia?
No e poi no. Proponevasi di conseguire il suo intento con bei
discorsi, con deputazioni pacifiche, coll'invocare quei dilicati
sentimenti d'onore, di probità, di generosità, dai quali i Sovrani
collegati, ed in ispezieltà l'imperatore d'Austria, dovevano
certissimamente essere informati. E come mai darsi a credere che le
truppe austriache volessero passare il Mincio e venire a Milano,
quando i Milanesi, dolcemente sì, ma nobilmente le richiedessero di
non farlo? A pensare solamente ad un tal fatto, richiedevasi un grado
di perversità raro veramente, e i Sovrani alleati a buon diritto
avrebbero potuto chiamarsi offesi di un tale sospetto!
Non è egli da stupire che non uno di questi pretesi uomini di Stato
abbia posto mente alla forza onde ogni corpo costituito è di per sè
dotato? che non uno abbia detto fra sè: «Tristo è il governo presente;
ma tal quale esso è, dobbiamo sorreggerlo a tutta possa in questo
momento, per ciò solo che esiste e che noi stessi non esistiamo, qual
nazione, altrimenti che per esso, cioè a patto di avere un governo
stabilito. Stringiamocegli intorno; sorreggendolo, dirigiamolo;
parliamo in suo nome; operiamo parimenti in suo nome. Non concediamo
che infrangasi il vincolo che ci tiene insieme uniti, che il nemico ci
colga appartati gli uni dagli altri, nè che si giovi della caduta del
governo esistente per imporcene un altro a suo senno?» Siffatte
considerazioni non vennero in mente ad alcuno di quei liberali;
adoperarono essi senza posa a gittar via le armi, a spianare le mura,
ad atterrare le porte; scagliarono in mare l'ultima loro áncora di
salute, e quando poi la tempesta venne ad infuriare, quando gli
eserciti austriaci ebbero inondato il territorio, quando uscì fuor la
parola che della Lombardia faceva una provincia austriaca, quando gli
avanzi delle antiche e preziose libertà nazionali furono spietatamente
annichiliti, allora parve che si ridestassero come da lungo sonno;
volsero attorno stupidi sguardi, e gettarono profondi sospiri. Un tale
rammarichio non era, invero, una sofficiente espiazione.
Numeroso era questo partito, conciossiachè componessesi della massima
parte dell'aristocrazia milanese. Ho detto già come i giovani membri
di questa aristocrazia, che aveano ambìto le cariche di corte,
credessero lesi i loro diritti dalla preferenza che il governo dava
continuamente agli ufficiali dell'esercito e dello Stato sopra i
ciambellani e gli scudieri. Un altro motivo, non meno puerile, ma più
ancora assurdo di quello accennato, concorrea per avventura nel far
ligi al partito sedicente liberale alcuni membri della nobiltà
milanese. Strappar la corona dalle mani del principe Eugenio, non
lasciarla afferrare da Murat, tale si era l'intento degli sforzi di
questo partito. Ora da ciò dovea di necessità derivare che il trono
italico rimanesse vacante. Sopra di chi andrebbe adunque a cadere la
scelta delle potenze alleate? Dubbioso partito era quello di conferire
il titolo di re d'Italia ad un membro d'una delle case regnanti,
perchè così eccitavasi la gelosia di tutte le altre. Un principe
nativo era per avventura più adattato, perciocchè non dava luogo, per
la sua propria irrilevanza, alle rivalità e alle gelosie dei
potentati. Posta una tale massima, vedeasi chiaro che ciascuno dei
membri dell'aristocrazia milanese poteva aspirare a sottentrare in
luogo del vicerè. Colui che avrebbe saputo ingraziarsi colle potenze
alleate, mostrarsi più autorevole presso la popolazione milanese,
contribuire più potentemente a far cadere il governo franco-italico; e
che pel lustro del nome, l'altezza della propria condizione, la
riputazione di accortezza, la pieghevolezza disinvolta del carattere,
sarebbe apparso tale da giustificar la scelta dei sovrani alleati;
costui diventerebbe lo stipite fortunato di una schiatta di re. Io non
imputerò già questi matti pensieri ad alcuno in particolare, ma bensì
dirò che assai temo, non abbiano essi influito nell'accrescere il
fiero astio del partito liberale italico contro l'ordine di cose
allora esistente. Chi sa quante menti furono allettate da quell'esca
sgraziata, quanti cuori ambiziosi fremettero, in quel tempo, per
l'ansia d'una corona, se non independente, simile almeno a quella
degli altri prìncipi d'Italia, o a quella che i Visconti, i Gonzaga o
gli Estensi possedevano un tempo?
Eranvi sì in questo partito, del pari che in tutti gli altri, alcuni
uomini il cui animo, naturalmente onesto, era solo traviato da falsi
raziocini e dalla passione. Coloro, per esempio, che non avevano occhi
se non per vedere i torti del governo francese, credevano giusto il
muovere mari e monti per atterrarlo. Coloro ch'eransi veduti sì
crudelmente delusi e traditi da Napoleone, sentivansi tratti
invincibilmente a confidare nei nemici dello stesso imperatore,
ragionando all'un di presso in questi termini: «Abbiamo qui due
partiti, l'uno a fronte dell'altro; se la slealtà, la mala fede, la
durezza dell'animo e l'avidità sono il tristo corredo del primo, la
probità, il candore, la mansuetudine, la generosità saranno certamente
le doti dell'altro. Ora, il primo si è il governo francese; buttiamoci
adunque con piena fiducia nelle braccia degli Alleati, e guardiamoci
bene dal concepire il minimo sospetto contro di loro». Questo
linguaggio, ch'è pure strano assai, era adunque parlato da due classi
d'uomini; la prima composta di animi naturalmente piccioli e stolti,
cui acciecava per altra parte una soverchia vanità; l'altra, di uomini
talmente indispettiti contro il governo francese, che ottimo loro
pareva tutto che non procedesse da quest'obbietto della loro
avversione; di uomini i quali, avendo rivolta contro di esso ogni loro
diffidenza, non si trovavano più nell'intimo del cuore che miti
sentimenti da rivolgere al resto del mondo.
I capi di questo partito, che assumeva a vicenda il nome di partito
liberale o di partito italico puro, erano i conti Carlo Verri,
Federico Confalonieri, Luigi Porro, Benigno Bossi, il marchese Carlo
Castiglioni, Jacopo Ciani, ecc. Potrei fare il nome di molti altri, se
non dovessi ristrignermi ad accennare i membri più importanti di
questo partito, che sono pur quelli di cui non si puonno mettere in
dubbio da veruno le rette intenzioni.
Non so bene se giovi porre accanto di queste formidabili opinioni che
cagionarono la rovina d'Italia, l'altra, più innocente, che si
aspettava la salute e l'independenza della patria dalla generosità
della Gran-Brettagna. Il lord Bentinck avea per vero pubblicato di
fresco un bando od ordine del giorno, in cui si leggevano queste
parole: «Pare e sembra che le potenze alleate, e la Gran Brettagna in
particolare, abbiano stabilito di volere l'independenza italiana».
Egli è vero altresì che l'istesso lord, che allora trovavasi a Genova,
non ometteva di recarsi in compagnia de' liberali italiani e di
lusingarli con belle parole: il che non so a qual altro fine tendesse,
se non a quello di prendersi spasso di loro; perciocchè in che mai
potea giovare alla Gran-Brettagna l'ingraziarsi presso un
picciolissimo numero di Italiani? E la Gran-Brettagna, sì bene edotta,
com'era, del destino che le potenze alleate apparecchiavano ai popoli,
poteva essa ignorare che il desiderio anche unanime di tutta Italia
non doveva essere riguardato per nulla? Checchè ne sia di ciò, il
barone Trecchi, giovane noto per la sua eleganza e la sua anglomania,
e uomo certamente onorato e ingegnoso del pari, ma pure incapace, in
quell'epoca almeno, di alcun grave pensiero, recossi a Genova dal lord
Bentinck per trattare con lui del destino dell'Italia. I particolari
di quell'abboccamento non mi sono punto noti; io non so altro se non
che vi fu di mezzo un vessillo coi colori italiani dato e ricevuto; ma
ignoro poi se sia il Trecchi che l'abbia arrecato al Bentinck per
fargliene omaggio, o se il Bentinck abbiane fatto dono egli al Trecchi
per inanimirlo. Questo partito, che non fece parlare di sè gran fatto,
non ebbe influenza nelle cose che trattavansi allora in Milano¹.
¹ Io non vo' già negare che l'Inghilterra non fosse in quell'epoca
la potenza mossa da minor interesse a volere la perdita del
regno d'Italia, e perciò quella altresì in cui più
opportunamente poteva l'Italia confidarsi; ma dico che il passo
fatto dal barone Trecchi presso il lord Bentinck era di niuna
conseguenza: perocchè in Italia non eravi partito inglese, e
l'Inghilterra, pria di prendersi briga, avrebbe richiesto non
solo che un tale partito esistesse, ma altresì che fosse più
potente di tutti gli altri insieme riuniti.
La cura di delineare e dipingere le disposizioni degli animi in questi
tempi, mi ha costretto a trasandare in quest'ultime pagine la
cronologica serie dei fatti. La ripiglio adesso per non più
scostarmene.
Ho detto che il vicerè era al suo quartier generale di Verona, e le
truppe della Lega accampate sulla opposta riva dell'Adige. Egli vi
ricevette, entrante il novembre dell'anno 1813, una lettera
dell'imperatore, il quale, vedendosi rispinto ogni dì e fino nei suoi
propri Stati dalle forze soverchianti degli Alleati, ingiugneva al
vicerè di abbandonare l'Italia e di ridursi in Francia con tutte le
sue truppe italiane e francesi, onde raccozzare così lo sforzo intiero
del suo partito. Fu il principe Eugenio immerso da questo comandamento
nelle più crudeli perplessità. Contuttochè egli fosse sinceramente
affezionato e devoto all'imperatore, suo padre adottivo e suo
benefattore; contuttochè nodrisse una preferenza pur troppo viva per
la sua patria, a detrimento dell'Italia, il vicerè era uomo tuttavia,
e principe, e padre di famiglia: vo' dire che non avrebbe rinunziato
senza rammarico ad un'alta condizione, ad uno splendido aringo, a una
corona independente. Ritirandosi con le sue truppe in Francia, poteva
Eugenio ritardar la caduta dell'imperatore; ma allontanandosi dal
paese cui egli governava tuttora, e che poteva essergli conservato, ei
rendeva certa la caduta propria. Difettava evidentemente il vicerè di
idee chiare e ferme quanto a politica. Fra quali partiti aveva egli
l'elezione? Serbar fede all'imperatore, servirlo sino all'ultimo e
perire con lui;--o abbandonare l'imperatore, e volgersi dalla parte
delle potenze alleate, come avea fatto il re di Svezia, e come parea
volesse fare Murat;--o separarsi dall'imperatore, senza contrarre
alleanza coi nemici di lui, lo sposar francamente la causa dei popoli
a lui sottomessi, chiamandosi apertamente loro capo e loro difensore
ad un tempo. Il primo partito sarebbe stato nobile, ma dissennato; il
secondo, giudizioso, ma vile; il terzo, nobile, giudizioso e generoso
ad un tempo. Ma Eugenio non seppe abbracciarne ricisamente alcuno. Non
era già sì devoto all'imperatore da indursi a rifiutare una corona di
cui potea non essere debitore ad altri che a sè stesso, e rifiutarla
per ciò solo che non la dovrebbe all'imperatore. La rettitudine del
suo cuore inducevalo a ributtar con isdegno le offerte che gli
venivano fatte da parte degli Alleati. La condotta e i disegni di
Murat eran tuttora per lui un enimma ch'ei si proponeva di spianare.
«Alla fine poi», diceva egli fra sè, «ove tra me e Murat non possa
seguire accordo, ove la caduta dell'imperatore diventi inevitabile,
sarà giunto per me il tempo di provvedere ai miei interessi e di
cercare appoggio là dove posso trovarne senza arrossire; cioè nel
popolo italiano, e nell'esercito, che non ha mai ricusato di
seguirmi».
Ma egli era troppo tardi, siccome ho detto, allorchè il vicerè
s'appigliò al partito di rivolgersi all'Italia.
Se alcuno, impugnando le mie conjetture, ricusasse di ammettere che
dal vicerè vennero fermati in quell'epoca tali progetti, io
chiederogli il come si possa spiegare in quest'ultima ipotesi la sua
contumacia agli espressi comandamenti dell'imperatore, il quale,
chiamandolo a sè con tutte le sue truppe, ingiungevagli di abbandonare
l'Italia. Un solo motivo, o per meglio dire, pretesto, allegò il
vicerè per palliare la sua disubbidienza. Disse cioè di temere la
diserzione dei soldati italiani, i quali, divelti dalla propria patria
e tratti verso la Francia, verrebbero a sapere l'occupazione del loro
paese per parte delle truppe nemiche. Ed allegava in prova le molte
diserzioni recentemente accadute nell'esercito, di soldati nativi dei
dipartimenti occupati dalle truppe nemiche. «Se i soldati delle
province venete», diceva egli, «mi abbandonano per accorrere alla
difesa dei loro propri lari, che fia per accadere allorchè tutto
quanto l'esercito si troverà nella istessa condizione in cui si
trovano ora le soldatesche native delle province venete?» E noi diremo
che darsi potea veramente che una parte dell'esercito disertasse pria
di passare le Alpi; e che inoltre le truppe italiane si comportassero
in Francia con minor animo ed ardore che in Italia; ma soggiugneremo
che in ricompenso le truppe francesi che il vicerè tenea presso di sè
avrebbero pugnato con raddoppiato valore se fossero state condotte
alla custodia dei confini della loro patria. Il vicerè non aveva egli
ragione di temere che all'udire dell'irruzione in Francia delle truppe
della Lega, i soldati francesi che erano da lui trattenuti in Italia,
non disertassero da una contrada straniera per accorrere a salvare la
loro terra natia? No, il timor puerile d'una diserzione in massa non
fu quello che indusse il principe Eugenio a resistere ai comandamenti
dell'imperatore, ma bensì il pensiero, forse non ancora del tutto
fermato nel cuor suo, di non abbandonar la contrada in cui poteva
ancora conseguire uno splendido posto. Il 9 di novembre del 1813 fu il
giorno in cui il vicerè scrisse all'imperatore il come e il perchè non
ottemperasse a' suoi comandamenti.