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STUDI
INTORNO
ALLA STORIA DELLA LOMBARDIA
NEGLI ULTIMI TRENT'ANNI
E DELLE CAGIONI
DEL DIFETTO D'ENERGIA DEI LOMBARDI
_Manoscritto in francese di un Lombardo
voltato in italiano da un Francese_
PARIGI
1847
PARTE PRIMA
Chi abbia scorsa la Lombardia nella prima parte di questo secolo, chi
abbia studiato la storia d'Italia, chi abbia militato al fianco
degl'Italiani negli eserciti imperiali, ed in ispezieltà veduti i
ventisettemila o che soldati partiti dall'Alta Italia o dal reame di
Napoli perire tutti nelle gelide pianure della Russia o nei flutti
della Beresina, spirare da valorosi con la spada in pugno, senza
gemiti nè omei, cadere aggelati nell'atto di locarsi tra le file,
oppure percossi da accêtta nell'inchiodare l'ultimo cannone da essi
colà trascinato, se oggidì scendesse di nuovo dall'Alpi, crederebbe a
stento al testimonio degli occhi suoi propri, e si persuaderebbe forse
di essere sceso frammezzo ad un popolo ignoto e nuovo per lui. Che
avvenne egli mai in Lombardia da trent'anni a questa parte?
Gl'Italiani e i Lombardi al par degli altri, sono stati in ogni tempo
pur troppo agitati ed irrequieti. Leggi gli storici dell'Italia, e ti
si pareranno dinanzi fazioni senza numero che cozzano fra loro;
capi-parte che s'attraversan l'un l'altro, si scontrano a mezza la
via, e a vicenda si tolgono amici, fautori e sussìdi; città che
sollevansi contro i loro signori, e agevolmente discaccianli,
chiamandone altri in loro vece, od ingegnandosi di farne senza, col
governarsi a comune; signori discacciati che non di rado vengono
richiamati prima di avere avuto tempo d'uscire da un angusto
territorio; giurati loro nemici che fanno sacramento di servirli,
mentre i loro successori escono dalla porta opposta a quella per cui i
primi rientrano nella città capitale. Il papa, l'imperatore, il re di
Francia, e in séguito anche il re di Spagna, quei quattro grandi
indirizzatori di tutti i moti italici, da cui traevan profitto, si
spartivano a vicenda le città e le province italiane; ned io saprei se
si possa in tutta quanta la Penisola trovare una città che non abbia,
ed anche con breve intervallo di tempo, aperto le sue porte, e accolto
con tripudio pria questo, poi quello dei detti prìncipi. Non intendo
già, nel dettar queste linee, a fare un elogio del carattere italiano.
Potrà esso venir tacciato d'incoerenza, di leggerezza, di soverchia
ambizione, di incostanza, d'infedeltà e simili vizi. Ma almeno non gli
si può apporre l'inerzia, l'immobilità, la stupidità, la meticolosità,
l'indifferenza per le cose politiche. E per non parlare qui d'altri
che dei Lombardi, e della loro condotta nel tempo preceduto ai
trent'anni ultimi scorsi, dirò ch'essi mai non cessarono di spiegare
quell'operosità un po' irrequieta cui sono naturalmente disposti.
Dotato da Luigi XII d'una costituzione assai simigliante a quella onde
godono a presente la Francia e l'Inghilterra, giacchè essa conferiva
la potestà legislativa a due camere, la più alta delle quali era la
sola di cui il principe eleggesse i membri; il ducato di Milano si
serbò, più che tutti gli altri Stati italicii, in possesso del dritto
e del costume di dirigere l'andamento del suo proprio governo. Gli
Spagnuoli sminuirono le prerogative delle camere, senza però
annichilarle, e Giuseppe II, ad esempio de' suoi predecessori, a
pochissimo le ridusse. Ma questo principe, benefattore della
Lombardia, in quanto l'arricchì del bel sistema d'amministrazione
interna e di divisione territoriale, che con lievi modificazioni la
regge pur ora, lasciolle inoltre una indipendenza assai grande; cui
l'aristocrazia lombarda, la quale era allora in possesso di tutte le
alte cariche dello Stato, sapea far rispettare, con commendevole e
rara energia. Ricordasi tuttora in Milano una sovragiunta d'imposta
che l'imperatore volea far riscuotere sopra non so qual reddito in
Lombardia; e si rammenta che il conte Melzi, che allora teneva un
ragguardevole posto nello Stato, si oppose risolutamente a questa
novella imposta, e non avendo potuto indurre i Milanesi a ricusarla,
partissene subito per a Vienna, ove fu più avventurato, e ottenne la
rivocazione dell'ordine dato. E sì che di già in quel tempo le idee
che addussero la rivoluzione francese ferveano in Italia, e fra i
promotori di esse annoveravansi parecchi autorevoli membri
dell'aristocrazia milanese, filosofi, leggisti, istorici, poeti. Aveva
il Parini in un poema satirico, diviso in quattro parti, _il Mattino,
il Mezzogiorno, la Sera e la Notte_, vôlto spiritosamente in beffa i
rancidi e alquanto buffi costumi della eletta società. Gli è certo che
l'aristocrazia italiana, erede ad un tempo dei costumi francesi,
spagnuoli ed austriaci, ch'essa del resto aveva fusi insieme,
facendosi così un carattere suo proprio e per certi rispetti
originale, porgea molta materia ai sarcasmi del Parini. Allato ai
personaggi gravi e studiosi che amministravano le cose dello Stato,
una moltitudine di giovani signori e di giovani dame, tutti intenti
agli amori ed ai piaceri, spendevano il loro tempo a visitarsi a
vicenda ed a dir male del prossimo. Eranvi mariti che presentavano
alle loro consorti il cavaliere servente, cui destinavano essi
medesimi a compier l'ufficio indicato dal suo nome. Poche mogli
inoltre teneansi paghe del cavaliere dato dal marito, e la maggior
parte di esse si sarebbero vergognate di non trarsi dietro al
passeggio e in casa delle loro amiche e al teatro un numeroso codazzo
che rendesse testimonianza della possa dei loro vezzi. Era il codazzo
composto per l'ordinario da un _patito_, o, per meglio dire, da
parecchi _patiti_; perocchè come l'indica il nome (soffrente o
sofferto) il _patito_ era un amante sfortunato e universalmente noto
per tale; eravi pure (e pur troppo dobbiam confessarlo) l'_amante_, se
non che il buon costume d'allora portava ch'ei fosse unico. Avrei
torto davvero se dimenticassi i _galanti_, che potevano essere non men
numerosi che i _patiti_, e fra i quali annoveravansi parecchi abatini.
Eran questi, per lo più, giovani cui non garbava applicarsi
stabilmente, o che appartenevano a più dame; oppure, come ho detto,
erano anche abatini, fratelli minori dei più grandi signori, che del
sacerdozio non avean altro che l'abito nero, del letterato, che
l'abilità di porre insieme malamente delle rime, e dell'uomo mondano,
che la permissione di seguir da pertutto la dama eletta, di portarle
attorno in braccio il cagnuolo prediletto, e di sopportarne umilmente
le capresterie.
Cosiffatti costumi eran tali invero da eccitare il disprezzo e
l'indignazione degli uomini di cuore e d'ingegno, che, nati
nell'ordine privilegiato, aborrivano i privilegi, ed esposti a perdere
tutto ove si mandassero ad atto le dottrine dell'uguaglianza,
adoperavano pure con quanta autorità potevano a propagarle e ad
inculcarle. La brigata chiamata _il Caffè_, e composta dei tre
fratelli Verri, del marchese Beccaria, di Paolo Frisi, del Longhi, del
Visconti e di molti altri, rappresentava il partito delle nuove idee.
I vecchi dignitari dello Stato e la gioventù effemminata
rappresentavano quello dei vecchi pregiudizi. E, come immancabilmente
doveva accadere, i primi volgevansi verso la Francia, gli altri
strettissimamente all'Austria aderivano. Quando gli eserciti francesi
scesero il pendío italico delle Alpi, furono accolti con gran tripudio
da una gran parte della popolazione, e appena s'accorsero
dell'esistenza dei malcontenti, che se ne stavano quatti all'oscuro.
Fuvvi in Lombardia un governo rivoluzionario, composto d'Italiani;
fuvvi un Comitato di pubblica salvezza; e se non vi accaddero le
sanguinose scene del 2 d'agosto e del 5 di settembre, non deesi ciò
attribuire all'indifferenza popolare, ma sì al carattere benigno
degl'Italiani, ed in ispezieltà dei Lombardi.
Vi fu veramente la sommossa di Pavia, che diede luogo al saccheggio di
quella città; fatto sanguinoso e superfluo, che dagli avversari de'
Francesi fu loro per un lungo tempo rinfacciato. Videsi in Milano e in
tutta la repubblica Cisalpina un sentimento quasi universale di
dispetto pel piglio un po' tracotante con cui il Primo Console e poi
l'Imperatore faceva introdurre le riforme inviate di Francia nella
costituzione della repubblica. Imponendo queste riforme a forza,
quando non poteva farle accettare volonterosamente dalla contrada,
egli facea precedere la promulgazione di quei novelli statuti da
annunzi di protestazioni di riconoscenza e di giubilo, cui poneva in
bocca dei popoli ricalcitranti. Furonvi in Lombardia nel 1809, al
tempo della sollevazione del Tirolo a pro dell'Austria, molte congiure
fra i nemici occulti della Francia e i perturbatori del Tirolo; ma
queste nimicizie, questi contrasti sono cose, per così dire, da nulla
in paragone delle guerre di rivoltosi che insanguinarono il mezzodì
dell'Italia per tutto il tempo che durò la dominazione francese, o
poco meno.
I due partiti rimasero per lunga pezza a fronte l'uno dell'altro; e
mentre i difensori delle idee novelle si strignevano attorno ai
Francesi, offrendosi loro devoti; i fautori dell'antico reggimento
carteggiavano con Vienna, e speravano tutto dal tempo e
dall'impetuosità dei loro avversari. Il broncio italiano non potrebbe
tuttavia durar gran fatto; perocchè quegli che tiene il broncio
condannasi da sè a non far nulla, e l'Italiano, poco contemplativo,
vuole anzi tutto e ad ogni costo operare. A poco a poco i malcontenti
si ammansarono, e negli ultimi anni del regno napoleonico in Italia le
nobili case lombarde che non erano rappattumate col governo, e i capi
delle quali non tenevano una carica di qualche fatta, erano assai
poche. Tutta quanta l'amministrazione, tranne pochissime eccezioni,
era affidata a' nativi, e gli uffizi dell'esercito italico erano per
la massima parte dati ad uomini italiani. Con tuttociò l'entusiasmo
col quale i Francesi erano stati accolti in Italia, era spento. I
filosofi amici dell'eguaglianza dolevansi che non uno dei pregiudizi
da loro aborriti fosse stato distrutto. La disuguaglianza fra' varii
ordini di cittadini sussistea come in addietro, e se più agevol cosa
era omai l'aver posto negli ordini privilegiati, ne conseguiva
soltanto che, siffatta disuguaglianza non movendo più a sdegno il
popolo come pria, trovavasi perciò stesso più sodamente fondata. Gli
antichi amministratori del paese agevolmente riconoscevano essere le
imposte divenute più gravose, e la novella interna amministrazione
essere più dispendiosa, in onta che le entrate dello Stato non fossero
accresciute se non transitoriamente e per poco, dal concorso di gente
straniera venuta di Francia in Lombardia. Nè tralasciavano essi di
notare che questi stranieri, poveri per lo più, anzichè arrecarvi un
aumento di capitali, venivano ad arricchirsi; dal che conchiudevano
che, sebbene il danaro girasse più rapido di pria d'una in altra mano,
non erane perciò accresciuta la quantità. E come mai avrebb'essa
potuto venire accresciuta intanto che nè il traffico nè l'industria
aveano avuto giammai stimolo, soccorso od impulso veruno? Le genti pie
e di austere massime non entravano nel palazzo del vicerè senza
provare un certo quale segreto raccappriccio; chè di bocca in bocca
correano novelle di donne sedotte, di zitelle a forza stuprate, di
mariti o di padri maltrattati od anche uccisi. Le incestuose tresche
della famiglia de' Buonapartidi parevano constatate. Gli stessi
sollazzi con cui il vicerè argomentavasi di trarre alla sua una parte
del popolo, a male volgeano per lui. Andavano subito fuori le voci:
che in un tal ballo in maschera erano comparse vestimenta indecenti;
che in una partita di caccia una coppia notoriamente adultera era per
più ore scomparsa, e al suo ritorno era stata con istomachevoli
acclamazioni salutata.
Tutte queste incolpazioni, quantunque certamente esagerate, non erano
al tutto destituite di fondamento. I princìpi per cui era stata
addotta la rivoluzione francese vedeansi ormai riguardati come massime
di utopisti, e chi si fosse provato a ricordarne uno solo, quand'anche
fosse stato un eroe, si sarebbe veduto riguardato come un pazzo, e un
pazzo pericoloso. La contrada gemea sotto il peso delle imposte, che
il governo non si curava di proporzionare ai sussidi di quella: le
disonestà, infine, della corte delle Tuilerie e dell'altre da essa
dipendenti non erano in tutto sogni della calunnia. Se non che sarebbe
stata giustizia l'avvertire che i re legittimi non erano stati nemmen
essi esemplari di puro e casto costume; sarebbe stata giustizia lo
sceverare in quei racconti il vero dall'esagerato; come pure il porre
nella lance del pubblico giudizio le virtù degli uni qual contrapeso
de' vizi di alcuni altri. E se un tal genere di ricompenso fossesi
ammesso, Milano avrebbe avuto, anzi che no, a lodarsi della famiglia
del suo principe; chè la perfetta bontà della viceregina, la
principessa Amelia di Baviera, la sua carità, inesauribile del pari
che la sua pazienza, la sua rigida pietà, come i candidi e severi suoi
costumi, doveano preponderare d'assai su quelle certe leggerezze di
cui il principe Eugenio era di certo incolpato, e fors'anco colpevole.
Fra questa generale mala contentezza ebbe principio la spedizione
contro la Russia. Meglio che vensettemila uomini partirono dalla
Lombardia, entrante l'estate dell'anno 1812, sotto il supremo governo
del vicerè, e quello secondario del generale di divisione Pino.
L'esercito italico era giunto il 1° di luglio oltre il Niemen, e il
vicerè si rallegrava in vedendolo, alla distanza di seicento leghe
dall'Italia, in buona ordinanza e in florida salute. Ma ben presto
cambiavasi l'aspetto delle cose. Le pugne continue e il freddo, che di
giorno in giorno ingagliardiva, addecimavano le schiere italiane, a
tal che il 13 di settembre, quando il generale Pino, che era rimasto
al suo posto poco stante da Mosca, giunse con la sua divisione in
quella città di già data alle fiamme, il numero delle soldatesche
ch'ei comandava era ridotto da quattordicimila a quattromila. Eppure
questa stessa divisione Pino fu quella che pochi giorni di poi si
avventò con cieco impeto contro un polso di Russi che avevano
discacciato i Francesi dalle occupate alture, e che, signoreggiando
così la pianura, tribolavano l'esercito nel suo passaggio. Ripresero
gl'Italiani quelle alture, ma la gloria d'impadronirsi d'un luogo
ond'erano stati discacciati i Francesi, costò loro ben caro. Il
freddo, la fame, la fatica e gli agguati dei Russi faceano ogni giorno
perire i migliori dei nostri soldati. Gli uni s'allontanavano dalle
file in cerca di cibo, e, soprapresi dai Russi, erano trucidati; altri
sostavano un istante onde ricuperare con un po' di riposo le forze, e
il freddo che li coglieva, non concedea più loro di risorgere. Era
duopo passare a guado i fiumi, e immergersi talvolta nell'acqua fino
al mento, e tirarsi dietro i carri di munizioni ed i cannoni, pei
quali erano venuti meno i cavalli. Era forza sopratutto camminare di
notte tempo, a fine di deludere la vigilanza nemica. Gli ufficiali
ch'ebbero parte in quella spedizione ricordano tuttora che un giorno
in cui il vicerè era accorso per mettersi alla testa della guardia
regale italiana, egli vide repentinamente diradarsi le file di quella,
e la confusione regnare per un istante in tutto il corpo. Appressatosi
maggiormente, gli fu subito chiara la cagione del fatto; ed era che
trentadue granatieri della guardia stessa erano tutti ad un tratto
stramazzati a terra, morti dal freddo. Si narra di ufficiali
superiori, i quali, scortati soltanto da una dozzina o che d'uomini,
si videro assaltati nella meschina capanna in cui riposavano, da
parecchie centinaia di Cosacchi, i quali non osando superare a viva
forza gli steccati che la capanna circondavano, ritraevansi
sull'alture vicine, donde minacciavano poi o di abbruciar la capanna,
o di far fuoco sopra chiunque ne uscisse.
È noto ad ognuno come l'esercito italiano giugnesse alla sera sulle
rive della Beresina, e come assai piccolo fosse il numero di quelli
che si trovarono in grado di ubbidire agli ordini ricevuti e di
passare la sera stessa il fiume. È noto altresì che il ponte fu rapito
dall'impeto dell'acque nella susseguita notte, attalchè gl'Italiani
s'avvidero, appena ridesti, che l'ultima speranza di salvezza era loro
tolta. Non si perderono d'animo tuttavia; chè subito soldati ed
ufficiali del corpo del genio e dell'esercito tutto si posero
alacremente all'opera per costruire un nuovo ponte, benchè i lavori
erano continuamente interrotti dal fuoco dei Russi, i quali senza posa
tribolavano quel non più esercito, ma turba d'uomini estenuati e
cadenti. Ei fu sulle rive stesse della Beresina, e in quella che si
dovea tentare il passaggio, che il Ciavaldini, soldato del traino,
inchiodò l'ultimo cannone che rimanesse agl'Italiani, dicendo: «Tu non
ci puoi più servire; ma almeno non servirai ad altri contro di noi».
Poco stette l'imperatore a partirsene alla vôlta della Francia,
lasciando a Murat il governo dell'esercito; ma questi non tardò molto
a seguire l'esempio del suo signore, addossando al principe Eugenio
l'imperiale vicariato. La partenza di quei due, che meriterebbe
fors'anco il nome più tristo di abbandono, finì di gettar lo sgomento
e la confusione fra le grame reliquie del grand'esercito. Gli
ufficiali e soldati facevano a gara nell'abbandonare le insegne; o,
per dir meglio, non fuvvi più corpo d'esercito, e i pochi soldati che
giunsero a salvamento, fuggirono sbrancati, senz'armi, e quasi senza
vestimenta, e, che fu più funesto, senza veruno indirizzamento. Giunto
a Marienwerden, rassegnò il vicerè gli uomini che lo seguivano, e non
ne trovò che dugentotrentatrè, di cui cenventuno ufficiali e
centododici sottufficiali o gregari. Ad Heilsberg fece batter di nuovo
la chiama per rassegnare le truppe, ma non vide sfilare altri alla sua
presenza che quei dugentrentatrè passati di già a rivista in
Marienwerden. Scrisse allora al ministro di guerra del reame d'Italia,
esser l'esercito d'Italia ricisamente ridotto a quei duecentotrentatrè
uomini; che tuttora sperava giugnessero due altre colonne, di
cencinquanta all'incirca ciascuna; ma non rimanere altro certamente
dei ventitremila trecentonovantasette soldati partitisi da Milano la
primavera trascorsa. La perdita non fu però ad ogni modo tanta quanta
supponevala il vicerè; conciossiachè, oltre a quei trecento ch'erano
da lui aspettati, altri ancora raggiugnessero le file; per modo che il
numero de' guerrieri italiani scampati dall'eccidio può essere
determinato in un migliaio all'incirca.
Se una tanta sciagura doveva alienare i Lombardi dall'imperatore, più
ancora conferirono ad esacerbare viemaggiormente gli animi in
quell'occasione la condotta e le parole del vicerè. Nel carteggio di
lui con quei della sua famiglia o con gli ufficiali dello Stato, ne'
suoi manifesti, ne' suoi bandi cotidiani, trapela ad ognora quel
sentimento fatale di soprastanza di cui un Francese stenta sempre
moltissimo a sceverarsi inverso all'estrano. Eransi partiti i Lombardi
dal loro bel paese, abbandonando il mite loro clima, rinunziando ogni
conforto, ogni agio della vita, correndo ad esporsi ai più crudeli
stenti, alle fatiche, ai geli, ai patimenti, alla schiavitù e alla
morte, e tutto ciò per una causa tutt'altro che propria, e dalla quale
non aspettavano alcun pro per la patria loro. Non era egli in debito
di dar loro alcuna testimonianza di benivolenza, colui pel quale
sagrificavano volonterosi persino le vite, e il quale avea di già
acerbamente delusa la loro speranza, col non mai adempire la promessa
loro fatta della nazionale independenza? L'Italia, la cui esistenza
come Stato independente era mallevata dal trattato di Lunevilla,
avrebbe potuto, senza parer troppo esigente, riguardarsi come lesa nei
suoi diritti dalla Francia, e contro di essa chiarirsi; eppure, non
che astenersene, consentiva a servirla, e faceale omaggio, non solo
delle sue ricchezze, ma e del sangue generoso de' giovani suoi figli.
Pareva il vicerè ignaro affatto delle vere relazioni che tra la
Francia e l'Italia passavano. Non avvisava la spedizione di Russia
come una guerra sanguinosissima, da cui l'Italia non s'aspettava alcun
pro, e cui essa accorreva con tutte le sue forze, unicamente per la
migliore satisfazione della Francia; parea quasi ch'egli la tenesse
per una festa, o in certo qual modo, uno spettacolo, nel quale i
Francesi teneansi certi di fare comparsa immensamente avvantaggiata,
mentre gl'Italiani, gente disadatta e balorda, eranvi ammessi alla
coda de' Francesi, solo perchè non se l'avessero troppo a male, e per
effetto della graziosa condescenderza de' Francesi medesimi. Buon pro
per l'onore italiano che i fatti parlano alto abbastanza di per sè, e
rendono onoratissima testimonianza della bravura e della gagliardia
delle soldatesche italiche. Nè il vicerè stesso ricusava loro le lodi;
ma in quel tuono con cui pronunziavale, eravi alcunchè di offensivo.
Il tale corpo non mancò di coraggio, il tale altro si è diportato
valorosamente, oppure si è mostrato degno di marciare a fianco dei
Francesi, il tale ufficiale ha dato saggio di buon senno e di sangue
freddo. Sono questi, in vero, elogi; ma chi non iscorge a prima vista
che le parole, verbigrazia, di sangue freddo e di buon senno sono le
più rimesse onde si possa far uso per designare il merito militare?
Chi non s'avvisa che se un Francese, e non un Italiano, fossesi dovuto
rimeritar di lode, sarebbero stati, invece di quei vocaboli, usati
quelli d'intrepidità e di genio? Bastava dare una guardata ai
bullettini del grande esercito, e paragonarli ai bandi fatti dal
principe Eugenio all'esercito d'Italia, per vedere, dall'un de' lati,
l'espressione quasi poetica d'una fiducia e d'un'ammirazione
sconfinata, e dall'altro, freddi complimenti per una condotta affatto
inaspettata. Eppur queste schiere italiane erano quella medesime da
cui il maresciallo Macdonald ricusava di separarsi, perchè, a sua
detta, la loro intrepidità, il loro ardore, la loro obbedienza
riuscivangli troppa preziose; quelle dêsse che il generale Foix
paragonava a lioni, che il maresciallo Suchet agognava di tener seco
in Spagna, e delle quali l'imperatore stesso, parlando nel campo di
Torgau col generale Fontanelli, diceva: «Con centomila soldati pari ai
vostri, Eugenio sarebbe di già sul Danubio». Io cito questi varii,
eppure uniformi giudizi per dar a divedere che il tuono freddo e un
cotal poco disdegnoso del principe Eugenio, era effetto de' suoi
privati sentimenti, ned era in verun modo giustificato dalla condotta
delle truppe italiane.
La durezza di cuore è meno offensiva del disprezzo, ma però spiace
talmente, che difficil cosa ella è il rimanere affezionato inverso a
quegli che la dimostra. Fa stomaco il modo con cui il vicerè
ragguagliava il conte Fontanelli, ministro di guerra, del quasi totale
eccidio dell'esercito italico. Un capitano, per vero dire, non piange
i soldati che gli cadono a fianco, perocchè lo stesso destino gli è
forse riserbato, e coll'intenerirsi sopra chi non è più, ei può temere
d'apparir timoroso per sè medesimo. Ned io vo' punto che il principe
Eugenio avesse recitata l'orazione funebre dei ventisettemila Italiani
sepolti nelle pianure della Russia, nè pretenderei che a loro riguardo
egli avesse spesa alcuna frase patetica, e detto altrimenti che: i
ventisettemila uomini partitisi meco sono ridotti a dugentrentatrè;
fate altre leve, e mandatemi gente abbastanza per surrogare gli
estinti; ma vorrei sotto queste parole, asciuttissime in vero,
travedere un'angosciosa commozione ch'egli tentasse di occultare. Mi
si opporrà certamente che la scrittura non dà altro che le parole, e
che sarebbe irragionevole il pretendere ch'essa disveli commozioni che
lo scrittore non volle esprimere. Una tale opinione può essere
savissima; io però forte mi attengo all'opinione contraria. Mi si
dieno due scritti contenenti l'uno e l'altro le stesse parole; ma il
primo de' quali sia stato vergato sotto l'impulso d'un potente, benchè
represso, affetto, e il secondo, all'incontro, non sia altro che il
resultato di un calcolo; e la lettura del primo mi commoverà, forse a
mia insaputa, mentre dall'altro non sarò punto punto commosso. Non si
dà forse persona, per quanto io avviso, la quale non abbia provato
alcun che di simile a quello ch'io dico. Saravvi alcuno che, leggendo
un qualsiasi racconto, non siasi sentito di repente commosso e quasi
colpito nel cuore da una parola semplicissima in sè stessa, e che per
la centesima volta fors'anco gli cade sott'occhio senza che mai gli
abbia fatto dianzi un tale effetto?
Il comico o risibile non sembra esso, del pari che il patetico,
connesso per un certo quale misterioso vincolo con una tal parola,
espressa in quel tal momento, con quella tale giacitura? E ciò donde
deriva? da che lo scrittore, commosso egli stesso o dal dolore o
dall'allegria, imprime nella frase uscita allora allora dal suo cuore
o dal suo spirito, una parte della disposizione che gli diede la
forma. Questa frase ha ricevuto dal suo autore una fisionomia, la
quale, simile in tutto alla fisionomia del volto umano, non
potrebb'essere attribuita a causa veruna fisica e materiale.
Tornando al principe Eugenio, io dico che quegli il quale si è sentito
commosso nell'intimo del cuore dal racconto delle sciagure provate dai
nostri nella Russia, sente dileguarsi rapidamente la sua commozione al
leggere le lettere e i rapporti del vicerè d'Italia, tranne che
l'indignazione sottentri allora alla mestizia. Da siffatti documenti
sarebbe impossibile il ritrarre che si tratti d'uomini estinti e di
altri destinati a perir come quelli. Vi troviamo prescritto che nel
numero uno vadano a fondersi i numeri due, tre, quattro, cinque, tanti
insomma che valgano a formare un soddisfacente complesso; che un tale
stato di ufficiali di un corpo sia conservato, in difetto del suo
reggimento; e particolarmente e anzi tutto che altri uomini giovani e
atanti sieno strappati dalle braccia di un vecchio genitore, d'una
consorte, d'una famiglia bisognosa, per mandarli, lontan lontano dalla
patria loro, a compire le vuote file, a saziar la vendetta e l'odio
del nemico: e ciò a qual fine? A quello di servire all'ambizione d'un
uomo e di un popolo stranieri entrambi dell'Italia; di sorreggere
alcuni istanti di più uno stato di cose per cui l'ultim'ora dovea ben
presto scoccare, e che null'altro avea fruttato agl'Italiani che
menzognere promesse, e quindi speranze deluse.
Conferivano pure altre circostanze ad aggravar l'avversione de'
Lombardi inverso al vicerè. E diremo anzi tutto, per non omettere di
notare le più puerili, che vi conferivano i portamenti dei conti
Paradisi e Vaccari, due dei principali sostegni del partito francese
in Italia. Il conte Paradisi, di Modena, era un dotto, un
bell'ingegno, uomo d'aspetto aggraziato, di nobili e affabilissimi
modi, ricco assai, di nome chiaro e di grande autorevolezza. Non così
ben nato, nè così dovizioso, nè dotato di tanta grazia come il conte
Paradisi, il conte Vaccari, suo amico, ponea, per così dire, in comune
con lui il suo capitale d'ingegno e il bel conversare, a tal che l'uno
e l'altro formavano come il centro d'una eletta brigata in cui
difficil cosa era l'ottenere l'accesso. Coloro cui piace segnare
attorno a sè stessi come un cerchio cui a pochi è dato superare, non
sanno di quant'ire contro di sè medesimi facciano sacco. I
begl'ingegni sono sempre un po' mal visti dal vulgo; ma una brigata di
begl'ingegni che tengasi a bella posta appartata per non mischiarsi
con esso, dee tenersi certa d'incorrere pienamente nell'odio e
nell'ira sua. In una città poco ragguardevole per ampiezza e per
frequenza di abitatori, in un tempo di generale irritazione, e di
effervescenza delle passioni politiche, ambiziose, egoiste, non v'è
calunnia, non beffa, non ischerno da cui una brigata di begl'ingegni
possa preservarsi. In Francia, ai tempi della Rivoluzione, al boia
davasi il carico di disciogliere siffatte brigate. Nell'anno 1814, in
Milano, quantunque le cose non paressero disposte per nulla onde dar
luogo ad un sì tragico scioglimento, poco mancò tutta via che il conte
Paradisi e i suoi amici non iscontassero con la vita il fio di aver
voluto godere il poco grave diletto di mostrarsi da più di quei che li
circondavano.
Il segretario degli ordini del principe Eugenio, per nome conte
Méjean, erasi tirato addosso, più ancora che non avessero fatto i
conti Paradisi e Vaccari, lo sprezzo e l'odio de' Milanesi. Era il
Méjean francese, e godea dell'assoluta fiducia del vicerè; talmente
che se non vi si fosse attraversato l'espresso e formale divieto
dell'imperatore, sarebbe salito in pochi anni alle più eccelse dignità
dello Stato. Coloro che hanno praticato costui quand'era in auge,
accertano ch'ei non difettava di abilità; ma quanto alle doti del
cuore, egli non gode di fama sì buona. Questo difetto era in lui
ricompensato da un'ammirazione cieca per l'imperatore e pel vicerè;
ammirazione di cui esagerava talmente l'impressione, che non potea non
irritare così lo spirito un po' beffardo de' Lombardi. Io ho in questo
momento sott'occhio una lettera del Méjean al Villa, prefetto di
polizia in Milano, data da Mantova il dì 30 marzo 1814, nella quale
egli sclama contro la voce che correa d'un armistizio pattuito fra il
principe Eugenio, e i duci delle truppe nemiche, asserendo esser
quella voce non solo falsa, ma destituita d'ogni verosimiglianza; chè
niuno era, a sua detta, in grado di dover pattuire alcunchè di simile,
e non avea nemmeno le facoltà necessarie a tal uopo. L'armistizio, che
fu sottoscritto di fatti il 16 aprile susseguente, diè poi una formale
smentita alle previsioni del conte Méjean; ma il poco intendimento
ch'egli in quell'occasione appalesava è ancora scusabile a paragone di
quello ch'ei mostra nell'istessa lettera quando si prova a far
giudizio della difficile condizione in cui si trovavano posti i suoi
signori. Dopo di essersi lagnato che le mosse delle truppe nemiche
attorno a Lione intercettavano le comunicazioni, per modo ch'egli era
ignaro della marcia dell'esercito imperiale, aggiunge le seguenti
parole: «Ma esse non possono ritardarle più a lungo (le notizie di
Parigi). E poi, chi sa se le mosse del nemico attorno a Lione non
sieno volute dall'imperatore? Per quanto a me, non ne stupirei».
Nel conte Méjean poneva il principe Eugenio, siccome ho detto, la
massima fiducia. Questo prototipo dei cortigiani, degli uomini saliti
in alto da abbietta fortuna, che si ostinava a non tenere i successivi
e prolungati rovesci degli anni 1813 e 1814, che per effetti dei
sublimi, comunque incomprensibili, segreti concepimenti
dell'imperatore; e che degli sgraziati eventi d'allora non trovava
possibili che questi due scioglimenti: o una splendida e decisiva
vittoria riportata dall'imperatore, o un accordo onorato di pace tra
l'imperatore stesso e gli altri potentati; con istentato disdegno
parlava dei timori di quelli fra' Lombardi ch'erano amici dei
Francesi, e delle speranze di quegli altri ch'erano o partigiani
dell'Austria o fautori dell'independenza italica; e faceasi dagli uni
e dagli altri odiare, perchè si mostrava non mai dimentico di
appartenere alla nazione conquistatrice e di trovarsi accasato presso
la vinta.
Giova qui riferire un fatto il quale, benchè accaduto dopo i tempi di
cui parlo, può tuttavia essere contemplato nell'enumerazione delle
accuse fatte al vicerè. Offese questi sconsigliatamente il generale
Pino, affidandogli un poco rilevante comando in una delle città della
Romagna; e questa mortificazione del Pino fu, se non una delle cause,
uno almeno dei pretesti della defezione di lui, della quale mi
toccherà parlare in appresso. Basti qui avvertire che l'accordo fatto
tra Murat e Pino non rimase a lungo occulto al generale Zucchi, che ne
venne in cognizione per una lettera del re di Napoli al Pino,
cadutagli nelle mani, dalla quale evidentemente appariva il tradimento
di quest'ultimo.
L'involontario ribrezzo che ogni uomo onorato prova a bella prima
contro una delazione qualsiasi, un sentimento forse di amicizia per un
antico commilitone, la vergogna fors'anche di svelare il tradimento di
un concittadino, congiunti probabilmente ad altri motivi ch'io ignoro,
trattennero il generale Zucchi dal recare al vicerè la lettera
venutagli in mano. Correva allora la metà di febbraio, e il principe
Eugenio, aggiugnendo alla passata una nuova imprudenza, lasciava
intanto il generale Pino senza ufficio e bisogna in Milano, dicendo
aspettare buona occasione per valersi del senno di quel generale. Il
carteggio di quell'anno tra il vicerè e il Pino, ben mostra da quale
insaziabile cupidigia fosse roso quest'ultimo; perocchè, sebbene
avesse un salario di 145,000 franchi all'anno, non cessava perciò dal
chiedere continuamente danaro, e dal lagnarsi della misera condizione
in cui diceva essere. Nel vicerè poi si scorge da quel carteggio una
dispettosa impazienza delle importunità di quel soldato in alto
salito, il quale con un'entrata di 145,000 diceasi povero e tacciava
d'ingratitudine altrui. Prudentemente avrebbe allora adoperato il
vicerè, se avesse dissimulato il disprezzo che in lui eccitavano le
instanze del generale; ma conviene tuttavia confessare non esservi
cosa più atta a stomacare un cuore retto ed onesto, che il vedere un
uomo fortunato il quale si lagna del suo destino, frammezzo alle
pubbliche calamità. Conturbato dalle dolenti parole che gli volgevano
da ogni parte i parenti dei giovani soldati morti in Russia, non che
quelli dei soldati più giovani ancora, ch'erano chiamati allora
all'armi ed alla difesa della patria; testimonio degl'immensi
sacrifici di sangue e di sostanze che l'Italia continuava a fare a pro
dell'imperatore; consapevole della gravità delle circostanze e della
condizione quasi disperata delle cose; temendo per la propria
consorte, pei propri figli, per sè medesimo; con quale occhio poteva
egli il vicerè leggere queste lettere in cui il Pino faceva continue
istanze per nuove elargizioni a suo favore? Non è però dubbio che il
tuono asciutto e alcun po' beffardo con cui il principe Eugenio
raccomandava al ministro della guerra le domande del generale, non
abbia conferito ad accrescere la stizza e il malumore di questi.
Mi fo ora a parlare di quei giorni che tennero dietro immantinenti
alla ritratta dalla Russia. Già prima di quegli sciaurati eventi il
conte Fontanelli, ministro della guerra, aveva avviato verso il Nord
la brigata Zucchi. La divisione Palombini fu in appresso richiamata di
Spagna, e contemporaneamente con le novelle leve s'incamminò per alla
Russia. Ventottomila Italiani raggiunsero il vicerè in Alemagna, e
formarono sotto gli ordini suoi una parte di quell'immensa linea
militare che distendevasi dal Baltico all'Adriatico. L'esercito degli
alleati, più numeroso dell'esercito imperiale, e schieratogli dinanzi,
procedeva mentre l'altro indietreggiava. Entrambi giunsero a tal modo,
da un canto, fino al Reno, e dall'altro, per a traverso le Alpi, fino
all'Adige.
Ond'ecco il vicerè risospinto di posto in posto, di piazza in piazza,
da Mosca a Verona. Le province venete erano invase dalle truppe
austriache, quantunque Venezia reggessesi tuttora contro il blocco. La
neutralità svizzera poco stette ad essere violata, per lo che i
Francesi poterono giustamente temere d'essere assaliti a' fianchi come
pure quasi alle spalle; il re di Napoli parea vacillante nella fede
dell'alleanza, e il grido che corse bentosto della sua defezione non
permetteva al vicerè di volgersi confidentemente a lui. Nè deesi poi
sdimenticare che grande era la defezione nell'esercito italiano fra'
soldati che appartenevano alle province occupate dall'Austria. Il
desiderio di difendere o almeno di proteggere le proprie case, il
timore di tirar rappresaglie addosso alle proprie famiglie col rimaner
nelle file de' Francesi, si affacciavano allo spirito dei Veneti come
tanti motivi più gravi e più sacri, che non fosse il debito di fedeltà
ad una causa straniera e ad un padrone parimenti straniero.
Le avversità che parevano piovere sopra l'imperatore e i suoi,
ridestarono nei cuori degl'Italiani certi pensieri che la sola
necessità avea fino allora attutati. Non era dunque più invincibile
l'imperatore; l'arte di far chinare dinanzi a sè ogni cosa era da lui
perduta; non era più altro che un uomo col quale si potea trattare, e
cozzare altresì con successo. Non appena entrò questa convinzione
negli animi degl'Italiani, che parve infranto subitamente il giogo e
con esso il vincolo che univa a forza tutte le volontà italiane; di
modo che sursero, quasi per incanto, un gran numero di partiti. Dei
quali sarammi concesso menzionar qui i principali.
Gli antichi partigiani di Casa d'Austria vedeano le truppe del
discendente di Maria Teresa e di Giuseppe II giunte in distanza di due
giornate di cammino dalla capitale, e andare intanto ritraendosi su
tutta quanta la linea quelle dell'usurpatore. Sentivano spirare dal
canto loro quel soffio misterioso della vittoria che dà animo anche ai
meno intrepidi, e che, volgendosi all'uno o all'altro dei campi nemici,
sembra, per così dire, diffondere anticipatamente lo sgomento in quello
degli eserciti che dee andare in rotta, e la letizia del trionfo in
quello che è destinato a riportarlo di fatto. Pei veri e fidi
partigiani di Casa d'Austria, com'erano i conti Giuseppe Gambarana,
Alfonso Castiglioni, Ghislieri, Giulio Ottolini, il marchese Maruzzi di
Venezia e parecchi altri, la rivoluzione e la dominazione francese nel
reame d'Italia non erano altro che accidenti, passeggera tempesta che
il sole del governo austriaco dovea dissipare ben presto. Non toccava
loro far altro che affrettare quell'avventurato ritorno, e perciò potea
giovare l'addormentare quegl'indisciplinati ragazzi ch'eransi
infiammati all'udire le voci di progresso, di libertà, d'independenza,
di gloria, e che non ancora sapevano pregiare al giusto suo valore
l'amministrazione quieta, regolare e inalterabile di Casa d'Austria.
Scaltri erano questi Austriaci puri, nè la dissimulazione in politica
era loro punto ripugnante. Perciò la vinsero.
Dopo il partito austriaco rimaso vincitore, io pongo il partito
italico che avrebbe dovuto vincere, riserbandomi d'accennare in
seguito i partiti di mezzo, talmente vicini fra loro da confondersi
insieme. Il partito italico, denominato anche _muratista_, proponevasi
di separar l'Italia dalla Francia, non meno che dalle potenze
collegate, e farla stare e camminare da sè, col mezzo delle forze che
già in essa esistevano e delle quali potea valersi in sull'atto.
Queste forze ad ostro erano comandate da Murat, a borea dal principe
Eugenio. Opportuna cosa è qui pertanto l'investigare sino a qual punto
il re di Napoli e il vicerè d'Italia fossero meritevoli dell'assoluta
fiducia degl'Italiani.
Per corto che fosse il senno del re di Napoli, i fatti avevano parlato
a sì alta voce, ch'egli pure doveva averne inteso il linguaggio.
L'imperatore stava per cadere; suoi vicari dovevano essi cader
secolui, oppure tentare di reggersi da sè? Non era difficile cosa il
dar risposta ad una tale domanda; e certo coloro che hanno
rimproverato Murat di tradimento, si son mostrati a trafatto esigenti
in fatto di fedeltà. L'imperatore, per vero, era il benefattore del re
di Napoli; ma la caduta di questo re non poteva fare aiuto alcuno
all'imperatore; che anzi solo col serbare la sua corona avrebbe potuto
Murat in alcun tempo render servigi all'imperatore o ai membri della
famiglia di lui. Nè già dovea Murat volgere l'armi sue contro il
cognato, ma dichiarare soltanto, che col salire il trono di Napoli
egli avea cessato di tenersi per un luogotenente dell'imperatore dei
Francesi, ed erasi fatto italiano, e come principe italico voleva
difendere la propria patria contro una novella invasione. Un suo
accordo a tal uopo col principe Eugenio; l'uso fatto dall'uno e
dall'altro delle loro forze congiunte per custodire i passi dell'Alpi;
l'aperta chiamata fatta da loro pel concorso dell'Italia intiera alla
difesa della causa italiana, ecco quel tanto che doveasi fare, e che
ai due membri della famiglia imperiale, fra' quali era allora diviso
l'imperio della Penisola, avrebbe fruttato la gratitudine e la
devozione della massima parte degl'Italiani, ed una splendida
condizione, e la reverenza di tutta quanta l'Europa. Ho detto già che
Murat aveva inteso i dettami dei fatti accaduti, ma debbo aggiugnere
che inteseli solo imperfettamente. Imperciocchè, se avvidesi esservi
per lui in Italia un cómpito da eseguire, se addiedesi che l'ostinarsi
a cadere con l'imperatore, per ciò solo che l'imperatore cadeva, era
sciocchezza, anzi che fedeltà, andò poi errato grandemente nella
scelta di un appoggio. Da vero soldato qual era, Murat non vedeva
altro che l'esercito, cioè le truppe imperiali dall'un canto, e quelle
delle potenze alleate dall'altro; e perchè le prime cancellavano, ne
trasse ch'era forza volgersi alle seconde e riunirsi con esse. Quant'è
alla Italia, non pareva essa altro a Murat che una sedia sulla quale
desiderava sedersi egli stesso, e non già un corpo animato, una
nazione investita del dritto e della facoltà di determinare il proprio
destino. Tenendo ad accordi colle potenze alleate, Murat incorse la
taccia d'essersi collegato coi nemici del suo cognato e del suo
signore, e in vece di farsi il capo d'un partito ragguardevolissimo,
che solo sarebbe stato degno del nome di partito italico, videsi fatto
seguace di quella cieca fazione che si aspettava dalla grandezza di
una delle potenze confederate il ritorno dell'età dell'oro.
Il principe Eugenio poi non dava rêtta ad altro che a' consigli d'una
fedeltà affatto cavalleresca. Egli non si era mai anzi tenuto per
altro che per un luogotenente dell'imperatore, e non aveva governata
altrimenti l'Italia, che come una provincia dell'ampio impero
francese. Ciò appunto aveagli alienato gli animi della massima parte
degl'Italiani; ma per altra parte è debito di giustizia il dire che
quel suo affetto alla Francia ed all'imperatore non si dileguò nemmeno
di poi che la Francia fu invasa e l'imperatore balzato dal trono.
Fintanto che la proposta di separarsi dall'imperatore e di stabilirsi
in Italia, a lui giunse dal canto delle potenze alleate per mezzo del
re di Baviera, suo suocero, il principe Eugenio sempre la ributtò.
L'esempio di Murat preoccupavagli e angosciavagli l'animo. Ma non lo
vinse. Però egli pure tenea per nulla l'Italia, e quando venne il
giorno in cui diliberossi di farla sostegno a sè medesimo, era già
troppo tardi e l'Italia aveala rotta affatto con lui. Avrò più sotto
occasione di parlare delle disposizioni personali del principe
Eugenio; e qui mi basta indicare i motivi che indussero i partigiani
dell'independenza assoluta dell'Italia a volgersi verso Murat, e
contro Eugenio. Il generale di divisione Pino e il crocchio militare
che gli si stringeva attorno, dandosi l'aria d'un partito, e ch'era
composto degli amici, dei congiunti e degli aiutanti di campo del
generale stesso, non che il conte Luino, capo della direzione generale
di polizia, e il generale Giuseppe Lecchi, si erano indettati col re
di Napoli. Vedesi dalla prima qual potente alleato fossesi procurato
il partito muratiano, tirando dalla sua il direttore della polizia.
Imperocchè la polizia imperiale aveva gran parte nella condotta della
cosa pubblica; lo spionaggio largamente spaziava; il segreto delle
private corrispondenze era violato senza scrupolo; e le precauzioni
ingiunte alla polizia e i mezzi ond'essa disponeva doveano indurre in
timore che nulla di quanto riguardava lo Stato potesse ad essa
rimanere lungo tempo celato. Ora che cosa doveva accadere quando il
capo stesso della polizia era egli pure complice di una cospirazione?
Doveva, giusta ogni probabilità, avvenire che la cospirazione
ottenesse il suo intento; perciocchè l'indole stessa degli uffici
affidati al capo della polizia richiedeva che la potestà di questo
ufficiale fosse assoluta e disciolta da ogni sopravegghianza, o, per
dirla in più precisi termini, che i suoi andamenti e la sua condotta
rimanessero celati alla vista di tutti. Mi si risponderà per
avventura, che il partito muratiano non potè conseguire l'intento suo,
ad onta della cooperazione del capo della polizia; ma io farommi ad
esporre più sotto le cagioni che vi si opposero, e dirò intanto, che
questo partito dovea, per seguire l'intendimento degli stessi suoi
capi, nulla tentare a Milano se non contro il governo del vicerè.
Questo partito, simile in ciò a tutti gli altri che ferveano allora in
Italia (tranne, ben inteso, il partito francese), indirizzava i suoi
sforzi contro la potenza di già vacillante dell'imperatore e dei suoi
luogotenenti. Tutti volevano aspettare il giorno dopo la vittoria per
ravvisarsi, numerarsi, dividersi, combattersi, perseguitarsi e
spegnersi vicendevolmente. Ben sapevano i partigiani dell'Austria che,
atterrato il governo esistente, non si frammetterebbe più ostacolo tra
l'esercito austriaco e Milano; e i partigiani di Murat si teneano
certi dal canto loro, che, non appena fossesi avverata la rimozione e
la ritirata del vicerè, il re di Napoli, accorrendo a marcia sforzata,
avrebbe occupata la Lombardia, prima che gli eserciti delle potenze
alleate avessero fatto alcun passo. Un terzo partito, di cui entrerò
fra poco a parlare, voleva esso pure, ed anzi tutto, la caduta
dell'ordine stabilito.