"Perche devo venire con voi?"
"Per la fucilazione."
"Che diamine! Credo bene che loro abbiano intenzione di scherzare."
"Noi mai scherzare."
Ho avuto per la prima volta paura. Io che sono stato diverse volte in
Germania, io che ho avuto sempre ottimi rapporti coi tedeschi, non li
riconoscevo piu. Stavano tutti fermi nella mia stanza, ma tutti aprivano
la bocca con quelle loro mandibole, che parevano _il delinquente
congenito_ del dottor Pertusius.
"Scusate, perche fucilare? Forse perche non mi servo piu della Casa X***
di Lipsia?"
_Nein!_ Non era per ragioni commerciali, era perche io avevo detto che
bisognava spaccare la testa ad Attila. "Etzel spaccare la testa a voi!"
"Lo credo bene. E pensare che prima che voi metteste su quella brutta
faccia, eravamo tanto amici, che si puo dire eravate voi i padroni di
Milano. Del resto, non sono stato io, e stata la contessina, anzi e
stato Cioccolani a dire che bisogna spaccare la testa ad Attila."
"Allora fucilare anche contessina, anche Cioccolani."
"Ma se quelli son vostri amici! E poi l'han detto in poesia. Si dicono
tante cose in Italia, in poesia. Credano, signori, con questo sistema
delle fucilazioni, loro concluderanno pessimi affari."
Macche! Tiran giu le coperte del letto.
Ho fatto un atto energico. Ho girato la chiavetta, e quelle brutte
imagini sono state cancellate dalla luce elettrica.
*
Mi sono riaddormentato; ma al mattino -- come un lampo -- mi e sembrato
di vedere la contessina Ghiselda. Essa si rifletteva su la specchiera
che e di fronte al mio letto. Le chiome le servivano da accappatoio, ma
per vestito aveva soltanto la sua bellezza. Essa era dolce e
liquefacente come un _fondant_.
Ahime, non era Ghiselda! Era Desdemona che apriva le finestre, e un
raggio del sole di Milano feri la specchiera. Un brivido mi percorse il
cuore. "Ah, signora -- esclamai, -- come Ginetto Sconer la avrebbe resa
felice!"
*
Guardo il mio letto, e penso che dovro disdire al mobiliere la
ordinazione del suo fratello gemello. Guardo il mio salone, e penso che
io non ci collochero Oretta, non ci collochero Ghiselda.
Povere mie belle poltrone deserte, miei bei tappeti! Povero Ginetto
Sconer, che rimarra solo, solo, solo!
Mi e venuta allora una certa commozione che e arrivata quasi sino agli
occhi.
Ma non pensiamoci piu.
Mi consolero scrivendo le mie memorie. Cio sara utile anche nella
eventualita che il Fisco voglia mettere una tassa sui celibi come si
dice: io potro allora dimostrare che a me non mancava la buona volonta.
Anzi le dettero.
*
Cosi avendo deliberato, mi recavo in un ufficio di copisteria ad
ordinare una dattilografa, quando in via Dante un signore si ferma e mi
guarda. Anch'io allora mi fermo e lo guardo. Ma lui prosegue, e anch'io
proseguo. Ma dopo un po' si volta e mi guarda.
Evidentemente mi ero voltato anch'io, altrimenti non mi sarei accorto
che lui si era voltato.
Allora siamo tornati indietro tutti e due, e ci siamo trovati a faccia a
faccia.
-- Scusi lei chi e? -- domando io.
-- E appunto quello che io mi domandavo -- risponde lui --: lei chi e?
Finalmente ci siamo riconosciuti. Era il pasticciere di P***.
-- E lei -- disse -- e quel signore....
--.... che ha fatto tante spese nel suo negozio. Ahime, si; sono io.
-- Che tempi, signore, che tempi -- esclamo lui. -- Proibita la
fabbricazione dei dolci. Ah, non lo sa? La nostra industria e la sola
sacrificata. Quelle belle torte, quei bei _fondants_, quelle sfogliate
che erano la nostra gloria! Quei _marrons glaces_, si ricorda?
-- Ah, i _marrons glaces_!
-- Che cosa metteremo piu nelle nostre vetrine? Fichi secchi, castagne
secche, qualche dattero. Ero venuto a Milano per una partita di
caramelle di Torino....
Questo richiamo del passato mi esaspero.
-- Ah, le famigerate caramelle! Buon giorno.
E piantai quel signore sul marciapiede, perche era stato lui a darmi
referenze sbagliate sul _bottoncin di rosa_. Una referenza sbagliata,
tanto in commercio quanto in diplomazia, puo avere conseguenze
incalcolabili. Del resto non creiamoci piu illusioni: le rose, oggi,
nascono aperte.
*
Il giorno seguente la mia governante Desdemona mi avverte che c'e una
signorina che chiede di me.
-- Fate entrare nel salotto.
Entro anch'io. Ma dove e? Ah, eccola la.
Era la dattilografa.
Stava in posa, con una manina guantata sopra il mio pianoforte
Bechstein. Una penna del suo cappellino andava in giu, l'altra in su
come l'elica di un aeroplano. Del volto si vedeva soltanto un naso a
falce, e un occhio solo, perche l'altro era nascosto dal cappello. Ma
quell'occhio era piu grande del vero. Senza il faro di quell'occhio non
la avrei distinta, perche il mio salotto e grande e lei era piccola. La
sua magrezza era cosi impressionante che quasi riusciva seducente.
Mi accosto: essa mandava un profumo violento, ma dozzinale. Sorrido,
perche certo costei ignora di trovarsi di fronte al gerente della ditta
X*** e compagni.
Dice il suo nome. Essa, collocandola in serie, sarebbe la signorina
Zeta.
Ma io la chiamero _la signorina Ossobuco_.
Combiniamo per il giorno seguente, ed io stabilisco un compenso adeguato
per le sue prestazioni.
-- Ma e agile lei? -- domando.
Si spoglia in un momento le braccia dei lunghi guanti e mi agita in
faccia le mani con grazia e rapidita.
Le braccia sono due stecchi, ma le mani sono carine.
Ma rimane li in piedi; cioe la signorina non se ne va.
-- Scusi -- domando -- ha qualche cosa da comunicare?
Fa capire di si; ha qualche cosa da comunicare.
-- Prego, s'accomodi.
Si accomoda su l'angolo di una poltrona.
E esitante. Desidera sapere se io sono _coniugato_ o se sono un _signore
solo_.
Stupisco di questa domanda indiscreta.
-- Perche mi dispiace -- dice --; ma io sono una signorina che ha il suo
onore.
-- Questo non mi riguarda -- rispondo dignitosamente. -- Lei ha degli
scrupoli?...
Ma non mi risponde.
Sta li, mi guarda, sorride.
-- Prego, prego -- aggiungo in fretta e concludo: -- Se ha degli
scrupoli, lei puo andare.
Non se ne va, e mi dice che no, non ha degli scrupoli. Ma ha voluto
preavvisarmi perche....
-- Perche lei e una signorina che ha il suo onore: me lo ha gia detto.
Rimane un po' interdetta; si alza, e mi guarda con occhio lontano come
fanno i conigli.
Dice: -- E poi si vede che lei e cavaliere.
-- Purtroppo.
E una iettatura: io non mi imbatto che in signorine vestali.
*
Domenica e stata la prima seduta. Nel mio salotto _Louis Kenz_: le
finestre sono aperte sul giardino; e io sono seduto -- in pijama di seta
candida -- dentro la mia poltrona inglese, quando la signorina e
entrata.
Avevo fatto portare dallo stabilimento una macchina da scrivere con il
nastro nuovo.
La prego di mettersi in liberta.
Gli occhi di lei, dilatati dall'ammirazione, guardano il giardino. Ora
si vedono tutti e due gli occhi, in quanto si e levata il cappello. E
una testolina piena di piccoli ricci, ma graziosi.
-- Ah, signore -- esclama -- pare qui di essere in campagna.
Cosi e a Milano. Appena vedono un po' di verde, dicono di essere in
campagna. Ah, la campagna? Lei crede ancora alla virtu della campagna!
Ma e un'illusione.
Veramente non e per questo: e perche lei e anemica, e avrebbe bisogno
della campagna. -- Ma come si fa? -- mi domanda. La signorina e
lavoratrice, e deve vivere del proprio onesto lavoro.
-- Ah, non e facile per una signorina vivere del proprio onesto lavoro!
Non rispondo a queste interrogazioni ed esclamazioni. Indico il tavolino
dove ho fatto disporre la macchina, e comincio a dettare: _Cav_, scriva
pure per intero, _cavalier Ginetto Sconer_.
Scrive; ma ecco la signorina si interrompe e dice: -- Mi favorisca uno
sgabello perche volo sui piedi.
Guardo, e infatti non toccava terra.
Suono, e compare Desdemona.
-- Desdemona, vi prego, portate uno sgabello per le estremita della
signorina.
(Mi pare che Desdemona non obbedisca con quella premura che costituisce
una sua prerogativa).
Dunque continuiamo:
_Cavalier Ginetto Sconer, fisonomia rosea, da cui spira intelligenza e
coraggio; capigliatura solida, denti solidi, tutto solido._
Qui la signorina si interrompe: osa guardarmi con quel naso
impertinente, e poi si mette a ridere. Mi pare un po' audace.