XIII.

Nè mai sarebbe stato così giusto il proverbio che tutto il male

non viene per nuocere, se Erminia avesse seguitato a lungo nel buon

mutamento. Riprese a uscire di giorno e di sera; riprese a discorrere

e, grazie a Dio, senza litigare. Ma tanta felicità poteva durare un

pezzo?

E sopravvenne di nuovo la noia nell'animo dell'isterica donna, con

la intollerabile intolleranza d'ogni cosa, d'ogni persona; nessuno al

mondo avrebbe saputo da che lato prenderla. Non poteva soffrire neanche

le persone che avessero avuta qualche somiglianza di gusti con lei.

Infatti una volta all'_Eden_, ove egli si divagava ma si annoiava

Erminia, Gaspare scorse, non più rivisto da anni, il più caro compagno

e più allegro amico della prima giovinezza: Gino Monarchi, un pittore

già in fama a Parigi; e benchè ricordasse il consiglio dello zio

«Sta lontano agli artisti» (il povero zio l'aveva anche esortato ad

ammogliarsi!), egli lo chiamò:

— Ehi, Monarchi!

— Oh! Chi vedo!... Bicci!

— Tu, qua?

— Tu, qui?

A un abbraccio cordiale e a baci fraterni tenne dietro la presentazione

della signora.

Il Monarchi era un bel giovane; forse troppo elegante, con la caramella

all'occhio destro e copiosi capelli alla simbolista; ma un parlatore

delizioso, un osservatore arguto. Parlò d'arte, di Parigi, fino

d'Orvieto. «Erminia ne resterà contenta» pensava Gaspare. Invece, chi

lo crederebbe?, quando se ne fu andato Erminia disse:

— Mi è molto antipatico, il tuo amico! Se verrà a trovarmi prima di

partire, farò dirgli che non sono in casa.

Nè del Monarchi si discorse mai più; nè più lo rividero, tranne, da

lungi, due o tre sere a teatro.... A teatro?

Sì, Erminia ebbe all'improvviso questa nuova smania, una nuova pazzia!

Convinta che per essere notati a Milano bisognava spendere, si mise

a spendere e a spandere rovinosamente in gioielli e abiti; e dal suo

palco pretendeva insegnar «il buon gusto nella moda» alle milanesi!

«Non basta seguire la moda!» diceva.

Come il marito l'ammonì che non erano abbastanza ricchi da impartire

cotesto insegnamento, ella gli si scagliò contro:

— Perchè mi hai sposata, se non puoi mantenermi? Dov'è la mia dote?

Quando, con chi l'hai consumata? — E così via, fino a giungere allo

svenimento e alle convulsioni.

C'era da temere si rinnovassero anche le invocazioni di «Enrico!

Enrico!» e le pratiche spiritiche. Per evitar tutto ciò Gaspare lasciò

dunque correre, rassegnato alla rovina. «Qualche santo — pensava — mi

aiuterà».

E infatti un bel giorno Erminia si disse stanca; desiderosa di quiete

e di solitudine. Un santo era intervenuto.

Ma troppa grazia! Perchè essa cominciò anche a meditare il suicidio;

e lo diceva. Che giorni per un marito di cuore e di coscienza! Mentre

a casa attendeva quali ore di tregua le ore dell'ufficio, all'ufficio,

lui, il povero marito, dubitava di trovarla, al ritorno, impazzita del

tutto, oppure asfissiata.

Un Calvario! E non era più possibile tirare avanti un pezzo così. E

solo un colpo di fortuna poteva ridar la pace a Gaspare Bicci.

*

Verso le cinque pomeridiane egli saliva le scale di casa sua, superando

ogni gradino con lo sforzo di chi ascenda al patibolo.... Quand'ecco,

era appena davanti all'uscio, che l'uscio si spalancò alla disperazione

della cuoca.

— La signora.... non c'è più!

Morta?

— Dov'è andata? — chiese lui, livido e anelante.

— Dove sarà andata? — chiese, per risposta, la donna.

Nell'angoscia Gaspare rispondeva a sè stesso: «Ad annegarsi. È finita!

Ma che guaio!»

— Di', parla! A che ora?...

— Dopo colazione, è uscita con la valigetta.

Ad annegarsi con la valigetta?

— E non ti ha detto nulla?

— Sissignore; che c'è una lettera per lei, su lo scrittoio.

— Ah! Meno male!

Si precipitò nello studio. Lesse:

«_Gaspare_,

«Io ti ho reso molto infelice.... Lo riconosco lealmente, e ti giuro

che mi annegherei se non fossi persuasa di saper rendere felice

Gino Monarchi. Vado con lui a Parigi. Tu vieni in Francia: vi faremo

divorzio; così sarai libero di trovarti una donna degna di te. Addio.

«_Erminia._»

— Sciagurato! — gridò Gaspare volto il pensiero al traditore.

Per altro, gli sembrava che una mano benefica gli levasse, o dalle

spalle, o dal petto, o dal cuore — non sapeva da qual parte, certo

d'addosso — un enorme peso; e tant'era il sollievo, che gliene conseguì

una mitigazione all'ira, un senso di dolcezza; e tant'era buono, Bicci,

che a poco a poco il sollievo e la dolcezza gli si convertirono in un

senso di pietà.

«Sciagurato! — ripetè, a bassa voce. — S'accorgerà presto di qual

natura è quella donna!» «Dopo tutto — aggiunse in un risveglio

d'irresistibile letizia —, meglio a lui che a me!»

E quasi fuori di sè medesimo, o piuttosto ritornato interamente a

se medesimo, da morte a vita, scrisse — senza nemmeno riflettere che

arriverebbe prima lui della lettera —:

«_Caro Luigi_,

«Un amico mi ha portata via la moglie. Sono salvo, libero, felice;

l'uomo più fortunato del mondo! E corro a Bologna da te.

«_Il tuo Gaspare._»

Una “scampanata„.

In Romagna.

Tornavano dalla parrocchia, dopo i vesperi, frotte loquaci di donne,

uomini e fanciulli e coppie amorose, sorridenti o serie nel loro

bisbiglio; i dami col garofano all'occhiello.

Una gran dolcezza primaverile calava dal cielo, ove serenamente moriva

il lume crepuscolare e, sensibile e ineffabile, si effondeva dalla

terra ove il nuovo verde pareva velarsi a poco a poco e oscurarsi e,

lontano, sparire. Come due ragazzi s'arrestarono per tirar sassate in

un ricovero di passeri, nel fitto del cinguettio, il nonno d'uno di

loro ammonì a voce aspra:

— Lasciateli stare, poveri animalini! — Ubbidirono; lanciarono i sassi

nel fiume; e nel ricovero di fronde le piccole voci ripresero richiami,

proteste, confidenze, querele, saluti.

A un punto della strada, la Faziòla e Fulgenzio, che venivano fra gli

ultimi, l'uno dal lato destro, l'altra a sinistra, si videro.

— Buona sera, Fulgenzio.

— Buona sera, Faziòla.

— Il sole è calalo bene. Avremo bel tempo anche domani.

— Ce n'è bisogno.

— Dove siete a lavorare, adesso?

— Vanghiamo le vigne.

— Sarete in molti.

— Quindici o sedici.

— E han fatto «caporale» Giulio, eh?

— Giulio.

— Povero Fulgenzio! Non c'era era ragione di farvi torto.

— Chi comanda ha sempre ragione.

Dopo una pausa lei chiese:

— Ma è vero quel che dicono?

— Dicono.

La loro malignità non andava più oltre dell'accennare alla ciarla che

Giulio dovesse ai meriti della moglie la nomina a capo degli operai

braccianti.

— Per fortuna non avete famiglia da mantenere, voi.

— Oh! io mi contento che Dio mi lasci la salute. Ma.... — E l'infelice

guardò la Faziòla sorridendo in quella sua maniera di bontà ingenua per

cui appariva men brutto e più triste: — .... Ma se mi viene una febbre,

io non ho un cane che mi porti una goccia d'acqua.

Allora, quantunque compiangesse lui, la Faziòla sospirò per sè.

— Meglio non aver nessuno, che aver dei cani, per modo di dire, che vi

porterebbero via il boccone di bocca, se potessero.

— Non vi trattan bene in casa?

Essa volle attenuare.

— Capirete anche voi: le annate vanno scarse e uno di più in famiglia,

aggreva.

— Ma voi lavorate.

— Questo è vero. C'è la tela da fare? Tocca a me. C'è da rappezzare la

roba? Tocca a me; la sera o la mattina. Al dì, o si va alla foglia, o

all'erba con le ragazze; o s'aiuta la reggitora. In ozio non ci sto;

quest'è vero.

Era disgraziata anche lei, la parte sua, povera Faziòla!

Quindi Fulgenzio riprese:

— Avete fatto male a non maritarvi un'altra volta, quando eravate a

tempo.

— Le vedove che non han quattrini si lascian dove sono; lo sapete pure.

Piuttosto voi, Fulgenzio, perchè non avete preso moglie?

Entrambi s'erano già dimenticati d'aver riconosciuto un vantaggio in

lui il non aver famiglia da mantenere; e lui tornò a sorridere.

— Chi volete che mi prendesse?

Infatti da giovane era anche più brutto e più magro, sembrava più

zoppo; sembrava tirasse l'anima coi denti.

— Una ragazza non dico — la Faziòla rispose. — Le ragazze han delle

pretese; ma una donna quieta....

— Trovarla una donna quieta!

Tacquero, mentre la Faziòla diceva fra sè e a occhi bassi, nel

silenzio: «Oh non c'ero io?» Almeno così egli credette, perchè sorrise

ed esclamò commosso:

— Ah, lo capisco il mio sbaglio! Avrei dovuto sposarvi voi, Faziòla!

Voi eravate proprio la donna per me.

— E io vi avrei preso, Fulgenzio!

Mormorò l'uno:

— Adesso è fatta.

— Adesso è fatta — mormorò l'altra.

Nè parlaron più finchè furono vicini a casa.

Ma quando la Faziòla stava per augurar la buona notte, lasciar la

strada e passare la siepe, Fulgenzio, fermo, si guardò attorno,

raccolse il fiato e con voce tremula disse:

— Sentite: la gente può dir quel che vuole; ma io, di una donna ne ho

proprio bisogno.

— Lo dico anch'io.

— Se voi mi voleste....

Alla proposta lei si mise a ridere forte.

— Ma siete matto? Ho cinquant'anni; sono vecchia....

— Mi volete?

Ridevano tutti e due, tanto la cosa era seria; tanto egli temeva un no

e tal voglia aveva lei di rispondere sì.

Ma vinse la ragione.

— Bisogna pensarci su, per non pentirsi dopo.

— Pensiamoci. Domenica ne discorreremo.

— Va bene. Buona notte, Faziòla.

— Buona notte, Fulgenzio.

*

Avevano una settimana per pensarci; ed era troppo; e la settimana fu

lunga. Finchè aveva sperato di migliorare un po' la sua condizione

risparmiando il corpo malconcio, Fulgenzio aveva sperato anche di

trovar donna non molto innanzi con gli anni la quale lo compensasse

della giovinezza perduta senza amore; ma cadutagli ogni speranza e

presunzione, doveva ringraziar Dio se la Faziòla lo voleva! Era una

brava donna, che a opera nei campi o a tessere, guadagnerebbe tanto da

non tornargli di peso; una buona donna da cui, quando Dio lo chiamasse

per primo a sè, avrebbe amorevole assistenza. Davvero?... Non seduceva

la Faziòla il solo interesse? Non si era sparsa voce ch'egli aveva da

parte qualche soldo? Questo sospetto lo infastidiva; ma, insomma, la

donna era buona o no? Sì, era buona. E allora, via il pensiero maligno!

Quanto a lei, la Faziòla, uscir di quella casa in cui i parenti la

trattavano da serva e le invidiavano il pane che mangiava; e faticar

meno, e vivere in casa sua, giudicava tal fortuna che a rifiutarla le

sarebbe parso d'offendere la Provvidenza. Pure un ritegno le restava.

Perchè? si sentiva il coraggio di sfidare la gente, o no....

Finalmente venne la domenica a chiuder la settimana dell'attesa e

dell'incertezza.

— Come la mettiamo? — chiese, al ritorno dai vesperi, Fulgenzio. E

sorrideva in quel suo modo faticoso.

— Ho paura del mondo.

— Io no; non ci bado io!

— Ci faranno la «scampanata».

— E che la facciano!

Egli cercò inanimirla; e tanto disse, che lei accondiscese. Pur mentre

incoraggiava, quella giusta apprensione degli scherni che turberebbero

forse per anni la loro pace; quel timore dell'avversione o della

condanna pubblica, toglieva ardimento a lui stesso e l'induceva, il dì

dopo, a interrogare l'arciprete. — A costo di spender qualche cosa, non

si potevano evitare le pubblicazioni matrimoniali? —

— Impossibile!

L'arciprete però fece coraggio a Fulgenzio: — Non badassero a rispetti

umani! —

— Un po' di meraviglia in principio, eppoi smetteranno.

— È quel che dico anch'io.

Altro che meraviglia! Fu stupore, fu ilarità mal repressa per tutta la

chiesa quando l'arciprete disse dall'altare:

— Si pubblica per la prima volta la domanda di matrimonio di Fulgenzio

Landi con la Violante Stradelli vedova Faziòli.

E, dopo, la fidanzata non osava più uscir dalla porta di casa,

avvelenata in casa dalle canzonature dei nipoti e dei pronipoti; nè il

fidanzato osava cercarla. Essa ignorava in che modo resisteva lui alla

tempesta. E Fulgenzio sorrideva e taceva.

«Presto o tardi smetteranno!»

Altro che smettere! Dio sapeva quel che preparavano per il dì delle

nozze!

Fortunatamente l'arciprete ebbe un buon consiglio; e allorchè, nel

gran giorno, la gente accorse alla prima messa per assistere allo

sposalizio, apprese che da due ore gli sposi eran già fatti e che già

erano a casa loro.

— Stamattina ce la siam cavata — sospirava la Faziòla. — Il peggio sarà

stasera.

Ripeteva Fulgenzio:

— Non ci pensate.

Intanto si vedeva che lui ci pensava.

Attendevano, intanto, a riordinar la casa, oh senza alcuna smania di

sposi novizi!: irritati, al contrario, che a loro due, così quieti e

consapevoli degli anni e dei malanni che portavano addosso, il mondo

attribuisse simili sciocchezze.

Molte erano le faccende. Anzitutto, il letto, primo talamo della

Faziòla, da riconnettere; e i pagliericci da riempir di foglie, e

i cuscini da rifare; quindi, ripulire le masserizie, riordinare e

spartire la biancheria e i panni che meritavano rattoppi; e nettar la

cucina in modo che non ci fosse da vergognarsi nemmeno se v'entrassero

l'arciprete e il fattore.

— Ah le mani d'una donna! — diceva Fulgenzio strofinando, dentro, il

paiolo.

Inoltre, si prepararono il desinare di nozze con le tagliatelle in

brodo e il lesso.

— Sono dieci anni che non ho sentito un poco di manzo; da quando si

maritò mia sorella — confessò Fulgenzio.

Similmente la Faziòla gustava il vino.

— Buono! Buono! Non me ne davano mai, in casa, a me!

E, d'improvviso, il vino le fece concepire l'idea mirabile, che schiarì

del tutto il malumore in entrambi. Se dessero da bere agli offensori?

— Ho fatto un pensiero curioso — lei disse. — Se dessimo da bere?...

Fulgenzio ascoltava, sorridendo; approvando,

— Sì, sì! Un bel pensiero! Sicuro!... Rideremo! — E rideva.

— Il vino dove lo mettiamo?

— In un bigoncio.

E poco dopo egli fermò il bigoncio nella carriola; e andò alla fattoria

a riempirlo di quello buono.

Ma al ritorno vide la moglie desolata, pentita d'averlo indotto alla

grave spesa.

— Ne avremmo tante delle spese da fare! — Infatti mancavano di questo;

mancavan di quest'altro....

Allora Fulgenzio si sentì in obbligo di consolarla; di rivelarle il

segreto contenuto nell'animo a fatica. Trasse dalla tasca della giacca

il libercolo.

— Guardate qui! Non siamo poi disgraziati come vi credete.

— Cos'è?

— Il libretto della cassa di risparmio.

Essa aveva spalancati gli occhi; guardava; ma non sapeva leggere.

— Dice — spiegò Fulgenzio — che ci ho settecento franchi, senza i

frutti.

— Ma vi fidate voi a lasciarli in mano di altri?

— Eh! alla cassa....

— Io no: io non mi fido di nessuno! Volete vedere dove li tengo, io?

Salirono nella camera del talamo. Ivi lei, rimestato che ebbe in

fondo alla cassapanca, elevò la calza trionfale, sonante e gravida del

gruzzolo; e disse, sgroppandola e riversandola sul letto:

— Contiamoli. Non so neanche quanti me ne abbia.

Il marito aveva le lagrime agli occhi men per la gioia che per

il rimorso di quel suo dubbio, che la donna l'avesse sposato per

interesse. In un'occhiata si vedeva che dei quattrini n'aveva più lei!

Altre lagrime, non di gioia, non di rimorso velavan gli occhi della

moglie.

— Sono quei pochi — disse — che mi rimasero dopo la morte di Faziòli,

e quelli che misi insieme a vendere la roba quando perdei il ragazzo.

Ma se fosse vissuto il suo figliuolo, oh no, non avrebbe pensato a

rimaritarsi, a cinquant'anni!

— Povera la mia Faziòla! — esclamò, intenerito, Fulgenzio.

Per impedire ogni tenerezza e per sottrarsi alla dolorosa memoria, lei

ripetè:

— Contiamoli.

Cominciarono il conto, il loro sguardo si riaccendeva mentre

distinguevano le monete e le ammucchiavano sorte per sorte, ed

enumeravano i biglietti di banca; mentre il vino, a cui non erano

avvezzi, ferveva loro nel sangue. Così, a poco a poco, i diversi

sentimenti si confusero in una gioia comune.

E il marito non potendo terminare il conto, distese le magre braccia a

un timido abbraccio.

— Povera la mia donna!

Lei sorrise.

Fu un momento. In quel momento avrebbero dato fors'anche il libretto

della cassa e tutte quelle monete per tornare indietro di dieci anni;

ma la sposa subito tornò in sè:

— Sono vecchia, Fulgenzio!

Nè lui insistette; ebbe anche lui la coscienza della sua propria

insania; e ripresero il conto.

*

.... La turba frenetica avanzava avanzava. Era una gara a chi

strepitasse più forte: un fracasso di secchi battuti a furia; di

cassette di latta bastonate senza tregua; di coperchi picchiati

l'un contro l'altro come piatti striduli; di campanacci — quelli che

s'appendono al collo de' buoi per la fiera — scossi da instancabili

mani; e corna di bue roboanti, e voci umane fatte bestiali: grugniti,

gallicini, ragli, fischi. Un ex soldato, trombettiere, si sfiatava

nel suo strumento; un cacciatore, con meno fatica, sparava a quando

a quando colpi di schioppo all'aria, e due cani abbaiando e latrando

s'introdussero nella compagnia.

La dimostrazione veniva solenne, memorabile. All'infernale sollazzo

dava motivo e impeto l'oscura coscienza rusticana, avversa a che

la vecchiaia presuma cosa da giovani, e offesa da una vedovanza

interrotta. Nessuno di coloro pensava certo che invece di schernire un

connubio ridevole e sozzo, scherniva l'alleanza di due povere anime e

di due timorosi egoisti condotti dalla fortuna a reciproco soccorso.

Ma la Faziòla e Fulgenzio ridevano.

— Sono qui! — disse la donna. — Vado a smorzare il lume.

A posta, per far credere che erano a letto e per accrescersi il piacere

dell'improvvisata, l'avevano acceso nella camera nuziale.

Quindi, al mancar di quella luce, le oscene grida e le risa superarono

tutti i suoni.

— Adesso accendiamo il lanternino.

Così fecero, nascosti sotto la scala; e attesero.

— Bisogna lasciarli un po' sfogare — ammoniva Fulgenzio.

— Sentite la voce di Mauro?

— E quel della tromba chi sarà?

— È Martino dell'Argine.

— Che matti!

— Vogliamo ridere!

Ma in quel punto il cacciatore sparò due colpi.

— Anche delle schioppettate!

E la moglie:

— Non ci faran del male, eh? Quando si è matti!...

— Lasciatemi andare innanzi.

Innanzi lui, con la carriola su cui il bigoncio; dietro, andò la donna

col bicchiere e il lanternino.

A quell'apparizione improvvisa, chi tacque un istante, chi sonò o

soffiò con più lena; e in massa tutti s'appressarono alla porta.

_Miauu...; chicchiricchì...; ohn: ohn: ohn!...; buum buum buum...;

taratatà taratatà, taratatà...; cococodè!...;_ e, prevalenti,

strazianti, i _cian cian_ dei metalli e il _dan dan_ dei campanacci.

— Bravi ragazzi! Bravi! Venite a bere!... Ohe!... gente! Chi vuol bere?

— Vino buono, vino buono! — ripeteva la Faziòla. — E di cuore, ragazzi!

Súbito porse il bicchiere pieno a colui che ebbe di fronte. Quegli

lasciò cadere la secchia disarmonica per bere d'un fiato, e gridar

dopo:

— Viva gli sposi!

— A voi! — disse la sposa riempiendo a sua volta il bicchiere per un

altro.

Gli ultimi, di dietro, sospingevano: — Cosa c'è? — Cosa fanno?... Dan

da bere! — Un bigoncio! — Ohe! ci siamo anche noi! — Vino!

Di súbito la meraviglia, l'ammirazione e un senso quasi di gratitudine

avevan còlti gli animi; di súbito, secondo avviene nella gente rude, i

cuori s'erano aperti a un sentimento nuovo, opposto.

Non come altri, nella condizione loro, la Faziòla e Fulgenzio avevano

gettato dalla finestra, per vendicarsi, immonde cose o inani minacce;

o non avevan taciuto, essi, in una vile rassegnazione; ma passavan da

bere, e vino buono! Succedevano alle grida folli e ai motti sconci,

voci di gioia e motti che esprimevan benevolenza; e tutti in una volta.

— La fanno da signori, gli sposi!

— Viva gli sposi!

— Ehi! Faziòla! Il primo che nascerà voglio tenervelo io al battesimo!

— Guardatevi dai compari, Fulgenzio!

— Adesso che ha moglie, Fulgenzio diventerà caporale anche lui!

— No, no! la Faziòla non gli farà torto!

— Fulgenzio è geloso!

— Fulgenzio è pacifico!

— Viva gli sposi!

— Viva l'allegria!

Il trombettiere impose silenzio.

— Zitti! state zitti! — e avventava scapaccioni ai ragazzi più ostinati

nel frastuono. — Adesso gli sposi ballano la monferina! — La proposta

fu accolta da applausi; la monferina fu intonata dalla tromba, cantata

e zufolata; mentre altri tentavano di convincere Fulgenzio, il quale si

schermiva con ambedue le braccia.

— Ho gambe da ballare io, matti che siete? — Rideva dimenandosi fra le

mani e le braccia che l'urtavano, lo spingevano.

— Avanti! Forza! — Forza, Fulgenzio!

— Lasciatemi stare! Lasciatemi andare!

Ma la Faziòla diede al marito la prima prova di abnegazione; una gran

prova, anzi, di virtù. Comprendendo che per acquetarli era necessario

che lei almeno accondiscendesse, tosto s'adattò al ballo con l'agilità

e la disinvoltura de' suoi vent'anni e del ballerino che combinò a

saltarle di contro.

Ebbene: la virtù fu premiata; Fulgenzio lasciato tranquillo; e, per

emulazione più che per burla, i giovani gettarono i recipienti sonori,

i campanacci e i corni; e in mancanza di donne, si misero a ballare

tra loro, intanto che Fulgenzio attingeva e offriva il vino attorno con

viso lieto.

— Chi ne vuole, ragazzi?... È poco, ma volentieri.... Finchè ce n'è!...

Di cuore!

Quando egli ebbe vuotato il bigoncio e il trombettiere perduto il

fiato, tutti ripresero gli strumenti del baccano.

Adesso però ciascuno dava dentro nel suo con l'anima d'un inno glorioso.

.... — Felice notte!

— Viva gli sposi!

— Viva l'amore!

— Viva l'allegria!

*

.... E finalmente gli sposi andarono a letto, felici per il sollievo

del peso che aveva preoccupato a lungo il loro animo; per il piacere

d'una vittoria guadagnata, in disuguale battaglia, con l'astuzia; per

la gioia d'essersi sottratti, anche in avvenire, a beffe o biasimi,

meritando invece indulgenza e benevolo ricordo.

E aggiungendosi a ciò un eccitamento intimo, di reciproca gratitudine,

e la certezza di giorni meno tristi, forse ebbero allora la

persuasione! che avevano saputa togliere agli altri l'illusione, che

a torto prima presupposta in essi, aveva indotta la terribile turba a

tanto sbattere, gridare e scampanare.

Il polso.

Nel settecento:

per i mariti d'oggidì.

Difficile dire se il conte La Fratta amasse più sè stesso o la marchesa

Arnisio; ma poichè per acquistarsi dal mondo e dalla marchesa la lode

di cavaliere perfetto e per secondare gli stimoli del cuore insisteva

da un anno a servire con cura paziente e con indulgente costanza una

dama così mutabile di pensiero e di animo, egli certo amava troppo

sè stesso e oltre il necessario a un cavalier servente egli amava

l'Arnisio.

A dire il vero, e a sua scusa, ella esercitava tuttavia su di lui

l'attraenza dell'ignoto e del nuovo; la virtù quasi d'un fascino

arcano; quantunque, a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute

molte singolarità e usanze e malizie. Già sapeva La Fratta quando fosse

bene contrapporsi e quando fosse meglio accondiscendere a quello che

alla dama piacesse affermare; già aveva appreso a distinguere su le

sue labbra rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia sottile

che vi segnasse il sorriso; già comprendeva tutto quanto comandasse

o esprimesse dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto: anche, tra

lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed era spesso — l'esperienza

e la consuetudine avevano sancita una specie di prammatica ai modi

e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava parlare di mille cose per

divagarne il pensiero doloroso e pesante, e a lei bastava rispondere,

a diritto o a rovescio, no, sempre no, o sì, sempre sì.

Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; ma una cosa non

sapeva: se ella avesse il cuore o non l'avesse. «L'ha o non l'ha?»

egli si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni giorno più nella

ricerca dell'ignoto n'era più avvinto dal fascino; cosicchè ogni giorno

più s'innamorava della dama e di sè, che con sua gloria resisteva a

servirla.

Finalmente l'Arnisio, agli scatti di stizza e alle bizze nel brio e

alle arie annoiate alternando gli accordi e i riposi e gli assensi,

cominciò ad accarezzarlo di certe occhiate tanto lunghe e sentimentali

ch'egli credette di giungere a proda: il sentimento deriva dal cuore;

dunque il cuore l'aveva! Nè il cuore della marchesa doveva battere per

altri che per lui, che da un anno la serviva con cura paziente e con

indulgente costanza; non per altri. Ond'ecco La Fratta a studiare di

quale e quanto e quanto duraturo amore fosse capace il cuore piccoletto

della graziosa Arnisio. Perchè ella non aveva con lui quelle espansioni

compiute, quei confidenti abbandoni e neppure quei moti meditati o

spontanei di gelosia che tutte le donne amando, o fingendo d'amare,

sogliono avere. E nello studio La Fratta aguzzò così i suoi occhi e

il suo pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della dama che,

ahimè!, troppo credette d'apprendervi.

Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche e le remissioni

di donna usata alla vita; i capricci, le allegrezze, le noie traevan

forse cagione non solo dall'indole bizzarra, ma da un intimo, segreto

travaglio che le eccitava e tribolava lo spirito: lo sguardo di lei,

spesso stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta, dicevan forse

che il suo spirito vagava dietro un inafferrabile bene, finchè, con

uno sforzo mal nascosto di volontà, non le riuscisse di riaversi o

mentire; e allora abbondava di cachinni e di frizzi, cattiva a un

tempo e vezzosa. Anche, l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece che

la simulazione d'un malanno alla moda, poteva essere la dissimulazione

di un urgente rovello; gli sdegni di lei contro lui non erano forse,

come egli aveva sempre creduto, modi di civetteria sagace, ma più tosto

non rattenuti impeti di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate,

quelle occhiate lunghe e sentimentali, potevano non essere tardi e

magri compensi alle fatiche della sua servitù, ma, tutt'al più, segni

di compassione per lui in una confessione oramai manifesta: «Il cuore

l'ho, oh se l'ho!; ma non per voi, povero conte!» Or bene, il conte

La Fratta non disse alla marchesa Arnisio come Publio a Barce nel

melodramma del Metastasio:

Se più felice oggetto

Occupa il tuo pensiero,

Taci, non dirmi il vero.

Lasciami nell'error!

È pena che avvelena

Un barbaro sospetto;

Ma una certezza è pena

Che opprime affatto un cor;

no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di sè, che premevano

l'animo del conte e vi si rafforzavano senza confondersi, lo

sospingevano ad accertare la verità; l'uno, perchè chi è innamorato

talora dubita a torto; l'altro, perchè, se non dubitasse a torto, egli

ritraendosi a tempo non compromettesse la sua dignità e la sua fama di

_cavaliere di spirito_.

Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira il caso d'un patito

che con zelante servitù e con dabbenaggine inconscia facesse riparo

all'amore ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in odio le satire.

O, dunque, la marchesa amava alcuno di quelli che le farfalleggiavano

intorno, il quale, come minore del conte, ella non potesse assumere

a servirla senza scapito agli occhi del mondo; o amava chi attendeva,

incurante o ignaro di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa.

E come ella avrebbe lasciato La Fratta nel dubbio, ed egli non voleva

restarci, egli interrogava il mistero, scrutava, investigava. Ma

invano: tal donna era l'Arnisio che davanti a niuna persona e in niuna

circostanza perdeva il predominio di sè; nè mai, appuntando i suoi

sospetti su questo o su quello che a lei fosse d'intorno, il conte

riusciva a sorprenderle in volto ombra alcuna di rossore o di pallore,

di smarrimento o di vergogna. Il mistero per La Fratta permaneva fitto,

fosco, quasi spaventevole; e il suo caso diveniva pietoso e tendeva a

diventare ridicolo.

Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate Fantelli: un abate di

umore giocondo e di mente arguta, caro a tutte le dame di cui conosceva

le corde più sensibili al tocco delle sue allusioni e de' suoi frizzi,

nè men caro agli amici, cui giovava d'esperienza e di senno.

L'abate consigliò: — Tastale il polso.

Come La Fratta non comprendeva, quegli aggiunse:

— Nè i palpiti del cuore nè i battiti del polso si possono frenare.

Allorchè ricorderai alla marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo

cuore batterà più forte, e non potrai sentirlo, ma il suo polso batterà

più in fretta e tu potrai sentirlo.

Al conte questa parve un'invenzione mirabile. L'abate continuò:

— Non si falla; ma ricordati che io confido la ricetta alla tua

segretezza.

— Son cavaliere! — rispose La Fratta. E corse dalla marchesa Arnisio.

*

Essa, all'entrare del conte, era abbandonata sul canapè con la testa

reclinata mollemente e la mano sinistra su gli occhi. Ai passi lievi

dell'amico non si mosse; e al saluto di lui e al bacio di lui su la sua

destra, rispose con un sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.

— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta.

— Sì — rispose ella in tono flebile.

La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania almeno quel giorno

opportuna a' suoi fini.

— Chi l'avrebbe detto ierisera? — seguitò egli, non per rammentare il

tempo felice nella miseria ma per avviarsi súbito alla meta. Prima però

chiese: — Desiderate un po' di melissa?

— Sì — ripetè la marchesa, perchè di prammatica quel giorno era il sì;

e trasse un breve sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle

labbra.

— Che sguardo febbrile! — disse il conte prima ch'ella riabbassasse

le pálpebre; e sedutosi a lato di lei e recatosi il cedevole braccio

di lei su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il polso

attentamente.

Toc.... toc.... toc...: nelle arterie, che rigavano d'una trama

azzurrina la bella carne bianca, il sangue perveniva dal cuore pulsando

all'avambraccio in misura placida ed uguale.

— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva il cammino).

Corgnani giurava di perdere a tarocchi perchè lo costringevate a

guardarvi, tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne d'avervi ravvisata

a Versailles in una procace figurina di Boucher o di Fragonard;

Terenzi proclamò che nessuna dama di Parigi saprebbe ballar meglio di

voi il _paspié_. — E ristando, per prudenza: — No — disse — non avete

febbre. — Pure, come più d'una volta aveva profittato dell'emicrania

per tenere a lungo nelle sue una mano della dama, ritenne invece

il polso, e riandando le vicende della sera innanzi, passata con

lei alla conversazione di una dama illustre, e riferendone vanità e

pettegolezzi, con abile arte potè nominare coloro di cui aveva maggior

sospetto. Ma il polso batteva sempre uguale e placido.

«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?» domandava intanto La

Fratta a sè stesso. «Quello non può essere: proviamo quest'altro.»

Proseguì nell'esame e nella tentazione a quel polso ritmico e muto

sinchè ebbe percorsa invano la via che si era proposta. Oramai

retrocedeva; s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava in nuovi

dubbi. Infine, s'appigliò a chi gli capitò dinanzi al pensiero:

— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per l'Arboldi;

sdilinquiscono tutt'e due, il duchino e vostro marito.

Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse; gli era parso; ma non

era possibile che il sangue di una dama come la marchesa Arnisio si

commovesse al ricordo di un vagheggino quasi adolescente! Per altro, la

marchesa era così strana....

— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi non preferirà quel bamboccio

a un cavaliere qual è vostro marito. — Non c'era più dubbio! La

marchesa amava il duchino; amava — strana donna! — il frutto acerbo!;

il polso che aveva confessato era lì pronto a ripetere la confessione.

Il duchino! Per prima vendetta il conte volle discorrere e burlarsi

di lui affinchè, magari, la capricciosa dama arrabbiasse o magari,

piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria rifluì placido ed

uguale.... E solo allora, trasecolando, La Fratta ebbe un'idea, un

lampo, quasi un fulmine: — il marito?... — Parlò del marito.

E nessun dubbio: a parlare del marito e dell'Arboldi il polso

precipitava, martellava, scottava! Come scottato, il conte abbandonò il

braccio della dama e balzò in piedi. Stupito, stordito, non sapeva più

che si dicesse. Diceva:

— Dunque, se l'abate Fantelli.... No, non è possibile! — Ed era

possibile!... Appena si fu ricomposto, senza esitare, rapido, asserì:

— Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; ditemi, non è

vero?

— Sì — rispose la dama; ma poteva essere il sì di prammatica.

— Siete innamorata di.... vostro marito!

La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice. Invece la dama, la quale,

meravigliata anch'essa, era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, la dama

ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, e scoperta dal

conte, e sentì tant'odio per il conte, che frenò la curiosità e tacque.

— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro marito?

— Sì! — E questo non fu il solito sì; fu un sì aspro, secco,

trafiggente. L'altro continuò:

— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitù solo per la moda?

— Sì!

— .... e io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, senza accorgermene?

— Sì!

La Fratta divenne rosso. Ma era cavaliere, e si contenne.

— Dunque — conchiuse solennemente — non vi annoierò più, signora

marchesa! Solo permettetemi l'ultimo consiglio: se non volete far

ridere il mondo, non riferite questo nostro colloquio all'abate

Fantelli. — E per un supremo sforzo di galanteria cercò di baciare la

destra dal polso febbrile e loquace. Ma la marchesa ritrasse la destra;

ond'egli, senza guardarla, di corsa uscì dalla camera.

La tenda era appena ricaduta dietro di lui quando la dama, alzatasi

vispa e gaia come quella che da un mese non aveva avuta emicrania, con

un lungo sospiro di soddisfazione esclamò: — Finalmente!

Novelle umoristiche · 第 43 / 52 题