A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla signora Bicci non piaceva.
Una città, a parer suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare
e in tutto sprovveduta del senso d'arte: bastava a convincerne
l'architettura plebea e goffa, d'un fasto da _parvenus_. La Galleria?
Un ridotto per i cantanti a spasso e le _cocottes_. Il Duomo?... Oh il
Duomo d'Orvieto!
Quanto Erminia avrebbe preferita la mistica solitudine d'Orvieto al
pandemonio di Milano! Una donna invero, Erminia Roccaforte, da fare un
poeta, o un eroe. Suo marito, al contrario, si sentiva non più che un
borghese pacifico nell'equilibrio delle sue facoltà; un ingegnere al
Genio Civile; un uomo che aveva nome Gaspare, che si chiamava Bicci, e
a cui Milano sembrava la più bella città del mondo.
Diversi i gusti, diversi gli animi. In breve la dimora a Milano fu
causa e pretesto ai dissidi, dei quali per l'addietro la gelosia era
parsa la sola cagione; in breve appicchi e ripicchi si acuirono. Che
giovava a Gaspare l'arrendersi?
Fomite alla discordia era anche il trovarsi d'accordo. Se egli dava
torto alla moglie, erano raffacci, lagrime, svenimenti, convulsioni:
un inferno; e se le dava ragione o taceva, essa inveleniva perchè non
voleva la considerasse malata o matta.
Addio al tempo in cui la sventura era sconosciuta e non temuta! Addio
sereni giorni del celibato! Addio voluttuosi giorni della luna di
miele!
E come per l'addietro si era compiaciuto di non aver figlioli,
risparmiandosi tutte le pene dell'allevamento e dell'educazione, così
adesso il povero Gaspare attribuiva alla mancanza dei figli la sua
disgrazia coniugale. E almeno avesse avuta la suocera, che per lui
sarebbe stata, adesso, di sollievo. Ridotto a desiderare la suocera!
Ma finalmente Erminia si ammalò davvero.
— Isterismo — disse il medico. — Si distragga! — E al marito —: La
distragga.
Ahi! come distrarre una creatura che preferiva Orvieto a Milano? che
non voleva uscire di casa? che non voleva veder nessuno e non conoscer
nessuno? che non parlava quasi più? E venne il dì che a Gaspare parvero
invidiabili i giorni in cui almeno si litigava.
Durante quel silenzio ostinato e irragionevole della sua signora i più
neri pensieri, i più foschi sospetti trovavano luogo pur nella testa di
Bicci; tali, che una sera anticipò d'un'ora il ritorno a casa, abbreviò
la consueta passeggiata e la sosta al caffè. Anticipare, lui, d'un'ora,
il ritorno a casa? Non solo! Non solo! Quatto quatto entrò: al buio,
nell'ingresso; poi, in punta di piedi, venne alla cucina. Buio anche
là. Avanzò allora fino all'uscio della camera da pranzo, ascoltando...;
e udì, lieve come un sospiro:
— Enrico!
Oh non aveva dunque avuto torto di sospettare! Infami!
Furibondo, irriconoscibile, quale un uomo che non s'è adirato mai
in vita sua, Gaspare spalancò l'uscio.... E la signora e la serva,
senza far motto, lasciarono andare il tavolino su cui avevano tenute a
contatto le mani.
— Via! Via di casa mia! Fuori di qua! Domattina.... A te! A te! — e con
voce strozzata, dopo avere indicata la porta, il padrone trasse, gettò,
venti, trenta lire alla serva che lo contemplava stupita.
— Vattene! Vattene!
— Ma cosa ho fatto?
— Tener mano!... Via! fuori!
— Ma che male c'è? — cominciarono a dire insieme le due donne.
— Via! Via!
Sempre più minaccioso, con la destra in alto, lui, Bicci, Gaspare!,
spinse con la sinistra la serva al di là dell'uscio e si volse. Erminia
sorrideva sarcastica.
— Sei impazzito? — ella chiese. — Non m'hai insegnato tu? non mi dicevi
tu che faceva così tuo zio?
A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che la sciagurata aveva
fatto e faceva d'una confidenza ricevuta al tempo della luna di
miele, Gaspare non trovò più parola: perdè forza o fiato: cadde a
sedere su di una seggiola e si strinse il capo tra le mani. Muoveva
a pietà; quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo il capo,
tranquillamente, ella si mise a leggere il giornale.
«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre Gaspare diceva tra sè, già
stupito lui stesso d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo
un poco.... Può darsi che sia da considerare, questo fatto che mi ha
esasperato, come uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo....
Ma no: è una cosa tremenda; che faceva terrore a un filosofo quale mio
zio.... Un'esperienza? È in questo caso un delitto! un delitto enorme;
tant'è vero che non è nemmeno contemplato nel codice! Sì, un tradimento
mostruoso...: intendersi con l'amante morto quando il marito è vivo!
Orribile!... Eppure, Erminia ci ride...; e anche la serva non ci vedeva
niente di male.... La scienza positiva ne ride.... Ma insomma!, io ho o
non ho il diritto di riposare almeno la notte? di dormire i miei sonni
tranquilli?...»
Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula e bassa:
— Erminia, a te sembra una cosa da nulla quella che a me sembra una
colpa grandissima. Un accordo tra noi due non è dunque più possibile;
bisognerà venire alla separazione.
Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida. Gaspare proseguì:
— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier Squiti....
Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì, si fece seria; e quindi
scoppiò in pianto dirotto, e cominciò a lamentarsi e a scongiurare:
— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro che non lo farò più.... Mai
più!
Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva, anche da lontano, del
cavalier Squiti, o la paura di essere ancora condannata al clarinetto,
il fatto fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione di veder
pentita la colpevole come Gaspare vide Erminia, quella sera.