Indi si chiese: «Perchè non dir tutto all'abate Fantelli?»

Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da che mai il conte avesse

ricevuto la rivelazione improvvisa. «Gli dirò tutto — fece —; e che

egli rida e il mondo rida! Anzi!»

Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione del mondo,

ella dava al marito una prova d'amore sublime fino al sacrificio, e,

sollecitato e disposto da quella al suo amore, il marito non avrebbe

più resistito — n'era certa — alle altre prove e più seducenti prove

del suo amore.

*

Intanto La Fratta, di ritorno dalla dura battaglia, contemplava la

gravità della propria sconfitta e cercava rimedio a quello de' suoi

affetti che dolorava ferito: l'affetto di sè; giacchè l'altro pareva

rimasto estinto di colpo. Rifletteva il conte che raccomandando alla

dama di tacere, aveva obliato la natura di lei, e che s'ella parlasse

— e parlerebbe — il mondo riderebbe di lui e non di lei, della

quale, tanto era stramba, nulla poteva sorprendere. Anzi, mentre egli

considerava fra sè il capriccio di lei, si stupiva di non essersene

accorto prima; e si rassegnava a giudicar quel capriccio meno enorme di

quanto l'aveva giudicato prima.

Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto, pallido per sangue nobile

da secoli, con modi di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie,

gelosa della dama la quale egli serviva, se n'era accesa a dispetto del

mondo e del cavalier servente?

E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto, quello della dama,

che ancora non era spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo.

Peggio, assai peggio che la derisione del mondo, sarebbe la derisione

della marchesa quand'ella innamorasse e seducesse il marito!

Perciò il battuto, fugato, disperato La Fratta concepì il disegno di

salvare il suo decoro e la sua dignità nella stima del mondo e nella

stima della marchesa.

Ond'eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo trovò per istrada; e al

saluto di lui non fece nè parola nè cenno. L'Arnisio gliene chiese la

causa, e della risposta fu così poco contento da ammonire La Fratta

che non salutare chi merita rispetto e onore è villania. Ma poichè la

taccia di villania a chi merita rispetto e onore è grave ingiuria, il

conte trasse la spada: trasse la spada il marchese; e al terzo colpo la

lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario.

Pronto il marchese strinse con la pezzuola di batista il taglio che non

era profondo; poi domandò, senz'ira:

— Ora mi direte perchè un cavaliere come siete voi ha voluto attaccar

briga con un cavaliere come sono io.

— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda che s'aspettava —; per

provarvi che se da oggi in avanti non servirò più vostra moglie e non

entrerò mai più nella vostra casa, la colpa è vostra.

Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne capì meno di prima.

Ribattè:

— Spiegatevi!

E il conte:

— Vostra moglie è sdegnata con me e infastidita della mia servitù

perchè io, e non voi, ho scoperto ch'essa è innamorata di voi.

Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto La Fratta alla

rivelazione del polso; fors'anche con uguale timore volse il pensiero

al riso del mondo, e chiese, con tono e impeto d'incredulità e di

sorpresa:

— In che modo l'avete saputo? Ne siete sicuro?

— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è un segreto dell'abate

Fantelli; ma di ciò sono tanto sicuro, che solo per ciò un cavaliere

come sono io ha potuto attaccar briga con un cavaliere come siete voi!

A tali parole il marchese sorrise, e porgendo la mano ferita all'amico:

— Conte La Fratta — esclamò contento —, io vi ringrazio!

Come finì la Modestia.

_Bum! bururùm bum bum! — Bururùm bum bum! — Bum! Barnùm! — Cium!

papaciùm! cium cium!_

. . . . . . .

_La donna umile:_ — Che cos'è questo fragore? questo squillar di

trombe, strepitar di piatti e tuonar di gran cassa? Chi arriva?...

Oh! una carrozza a quattro cavalli: anzi, un carro trionfale; su

cui troneggia la più bella donna che io vedessi mai! Ha gli abiti

mirabilmente variopinti e fulgidi di gemme; e sotto di lei siedono

gentiluomini in tuba e cravatta bianca. Qualcuno invece della tuba

porta una corona d'alloro; qualcuno agita un ramo di mirto; qualche

altro ha il viso da bestia, fors'è una bestia.... Io arrossisco a

lasciarmi vedere. Mi nasconderò dietro la siepe.

_La donna sovrana:_ — Voi dite, postiglioni, che bisogna dar riposo

ai cavalli? A cavalli di razza quali i miei? Vi concedo mezzoretta.

Ma giuro che nemmeno per svago non viaggerò mai più per le campagne

d'Italia! Io son usa al treno lampo, alle automobili, agli aeroplani;

non ho tempo da perdere! Oggi, per vendere a pena un centinaio di

aratri a vapore, affollare d'infermi tre stabilimenti idroterapici,

aprire due esposizioni agricole, me la son presa comoda; ma ho

consumato un giorno e sciupati quattro puledri che vinsero le corse

a Longchamp, e che serbavo da galoppare piano piano in Inghilterra,

quando per caso mi ci trovassi in domenica. Però io ringrazio voi, miei

seguaci, d'avermi tenuta compagnia nel noiosissimo viaggio e vi porgo

un marengo perchè andiate all'osteria laggiù, a bere un litro alla

mia salute. Un marengo anche a voi, postiglioni e musici. Spicciatevi!

Quanto a voi, poeti, se v'aggrada, andrete qui intorno cercando il Gran

Pan.

Frattanto, in questa valletta ombrosa e fresca, io penserò un milione

di telegrammi da spedire domattina ai miei segretari sparsi nel mondo

per il progresso delle industrie, delle arti e dei commerci e mediterò

un nuovo modo d'annunziare il _Tot_ e le _Pink_.

.... Che frescura! Che quiete!

Avvezza al fracasso e alle corse sfrenate, quasi quasi mi vien sonno....

_La donna umile:_ — Ahi!

_La donna sovrana:_ — Chi va là, dietro la siepe?

_La donna umile:_ — Scusi, signora, se l'ho disturbata.... Uno spino mi

ha punto un piede....

_La donna sovrana:_ — Perchè cammini scalza? Vieni qui. Chi sei?

_La donna umile:_ — Un'infelice; una povera creatura.

_La donna sovrana:_ — Vedo. Le tue vesti non le comprasti certo nei

magazzini del Louvre; e la tua faccia par quella del mio amico Succi.

Che naso! Oh che naso!

_La donna umile:_ — Me l'han tirato in tanti, signora; ho provate tante

delusioni; ho patiti tanti disinganni!

_La donna sovrana:_ — Accostati; senza ritirarti in te stessa,

vergognosa! Come ti chiami?

_La donna umile:_ — Modestia.

_La donna sovrana:_ — Modestia? La nipote di madama Virtù, che presa

per un'aristocratica fu fatta ghigliottinare da Robespierre? La figlia

della Semplicità e del Buoncostume? la sorella dell'Onestà?

_Modestia:_ — Sì, signora....

_La donna sovrana:_ — Bel caso! bell'incontro! Da un pezzo non ho riso

così di gusto!

_Modestia:_ — Scusi, signora: la conosce lei mia sorella Onestà? Per

amor di Dio, mi dica se la conosce e se sa dov'è!... Non mi restava più

altri della mia famiglia. I miei parenti mi hanno abbandonata!...

_La donna sovrana:_ — Eh! Poco posso dirti. Molti e molti anni sono

essa mi chiese aiuto; ma era povera e non potemmo conchiudere nessun

affare; e d'allora in poi m'è uscita di vista.

_Modestia:_ — Sapesse quant'è che la cerco! Un giorno, in una grande

città, ci perdemmo in mezzo alla folla....

_La donna sovrana:_ — Non piangere. La troverai.

_Modestia:_ — Dove? dove?

_La donna sovrana:_ — In un paese dove non si distribuiscano commende.

_Modestia:_ — Oh Dio!... Dunque mia sorella è morta anche lei!

_La donna sovrana:_ — Non piangere, ti dico! Io non piango nemmeno ai

drammi di Ibsen. Raccontami piuttosto la tua storia.

_Modestia:_ — Uh! la mia storia!... Disperata, mi ero ridotta a vivere

qui nei dintorni, e ci campavo, perchè nessuno s'accorgeva che ci

fossi; quando la mia disgrazia volle, l'altro giorno, che diventasse

sindaco il salumaio del villaggio. Costui m'ha deferita all'autorità

giudiziaria quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza e forse

anarchica; e i carabinieri hanno già avuto l'ordine di arrestarmi se

entro otto giorni non mi trovo occupazione e domicilio.

_La donna sovrana:_ — Bene! Imparerai a stare al mondo!

_Modestia:_ — Per grazia di San Francesco mio protettore, ier sera

tardi, passando sotto le finestre d'una villa, udii leggere un

giornale: uno leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie invidia

i letterati e gli artisti italiani; perchè, egli dice, in Italia chi ha

dei meriti si fa strada da sè solo, e chi non ne ha, non riesce, come

in Francia, a spingersi innanzi con l'impudenza della _Réclame_....

_La donna sovrana:_ — Bada a come parli!

_Modestia:_ — Scusi.... Ripetevo le parole del Claretie.

_La donna sovrana:_ — Tira avanti!

_Modestia:_ — .... Non sapendo più dove andare, se anche in campagna

adesso mi odiano, avrei pensato di mettermi per cameriera presso

qualche scrittore o artista d'Italia....

_La donna sovrana:_ — Bella idea! Ti credevo ingenua; ma non sino a

questo punto. Ah ah!... E non mi conosci?

_Modestia:_ — Non ho questo onore.

_La donna sovrana:_ — Io discendo da quell'imperatrice che un amico

della tua famiglia, Giuseppe Parini, osò chiamare «venerabile» per

sarcasmo. In America ebbi a padre putativo un certo Barnum; ma,

oriunda di Francia, io, come un romanzo di Bourget, sono cosmopolita;

tanto che Policarpo Petrocchi m'introdusse senza scrupolo nel suo

vocabolario. Mio dominio, il mondo; tutti gli uomini si raccomandano a

me, s'arrendono alle mie lusinghe benedicendomi. Io sono la _Réclame_!

La _Réclame_ sono io!

_Modestia:_ — Oh San Francesco!

_Réclame:_ — Tu non mi fuggirai....

_Modestia:_ — Mi lasci andare! Per carità, mi lasci andare!

_Réclame:_ — Non mi fuggirai.... Non hai forza, povera diavola! Guarda:

invece che odiarti mi fai compassione!

_Modestia:_ — Dunque mi lasci.... La prego! La scongiuro!... Che cosa

vuole da me, Maestà?...

_Réclame:_ — Aiutarti, distoglierti dal tuo insano proposito. Hai visto

coloro che viaggiano meco?

_Modestia:_ — Maestà, sì.

_Réclame:_ — Bene: tra i miei musici cantano critici e giornalisti; i

miei fedeli, che hai veduti, sono letterati e artisti che all'annuncio

del mio arrivo son corsi a me dai loro eremi, ove attendevano a opere

luminose in una superba meditazione di conquista.

_Modestia:_ — E se tornano qua ora? se mi vedono?... Mi lasci andare!...

_Réclame:_ — No: non ti ravviseranno. Del resto, io li conosco per

bravi ragazzi che non farebbero male a una mosca, sebbene talvolta

nei loro grandi disdegni invochino il dio Terremoto. _In altri tempi

avrebbero forse conquistato un arcipelago_: adesso, non sono che

scrittori, i quali, come uomini d'intelligenza, vanno verso la Vita.

_Modestia:_ — Ah sì?... A far che cosa?

_Réclame:_ — Tante belle cose; fra cui l'_atto di Vita coronante il

rito misterioso come l'Orgia_.... Non arrossire.... Via! Dammi quel

libro ch'è là, nella mia carrozza, fra gli annunzi dell'_Emulsione

Scott_, dell'_Iperbiotina_ e del _Depilatorio Clauser_; e saprai altre

cose di gioia. Quello!... Brava!...

. . . . . . .

Ora ascolta come parla uno il cui pensiero è _bruciato dall'ambizione_.

«L'orgoglio e l'ebrezza del suo duro e pertinace lavoro; la sua

ambizione senza freno e senza limiti constretta in un campo troppo

angusto, la sua insofferenza acerrima della vita mediocre, la sua

pretesa ai privilegi dei principi, il gusto dissimulato dell'azione

onde era spinto verso la folla come verso la preda preferibile, il

sogno d'un'arte più grande e più imperiosa che fosse a un tempo segnale

di luce e strumento di soggezione, tutti i suoi sogni insaziabili di

predominio, di gloria e di piacere insorsero e tumultuarono in confuso

abbagliandolo....»

_Modestia:_ — Cieco! Quanto doveva essere infelice, questo peccatore!

_Réclame:_ — Al contrario, felicissimo: perchè la felicità _è tal cosa

che l'uomo deve foggiare con le sue proprie mani su la sua incudine_;

ed egli, il peccatore, in certi momenti, vedeva bene che _il mondo era

suo_!

_Modestia:_ — Con tutto il rispetto, io non lo credo! In letteratura i

fabbri potranno bearsi a batter le frasi perchè diano faville; ma nella

realtà le faville, se non acciecano, vanno a finire in niente, proprio

come questi sogni letterari!

_Réclame:_ — E che importa se ti paion sogni? Purchè tu ne sia esclusa.

_Modestia:_ — Ma anche lei, signora...; mi permetta dirle che anche lei

ne è esclusa. Non è mica la Gloria lei!

_Réclame:_ — La Gloria è un'illusione, di cui io sono la realtà! Vedi?

Tu stessa non ragioni più, perchè madama Ragione, tua bisavola, è

morta, non solo in arte, da un pezzo!

_Modestia:_ — Però io spero che non tutti i letterati d'Italia

vagheggeranno conquiste d'arcipelaghi o invocheranno il dio Terremoto.

_Réclame:_ — Se non tutti, molti! molti! Perchè al Verbo dei maestri,

i discepoli divengono armento. E se è vero che i discepoli sempre

esagerano i meriti dei maestri, non sola tu, ma anche tutti i tuoi

parenti prossimi e lontani sono spacciati! La Morale e l'Onore si

_suicideranno_ a vicenda, come due amanti infelici; le Virtù Teologali

e Cardinali emigreranno nel centro dell'Affrica, dove non siano ancor

giunti superuomini. Tu dove andrai?... _Quo vadis?_

_Modestia:_ — .... Quanto soffrire, o mio Dio, che insegnasti «Chi si

esalta sarà umiliato»! Dove andrò?... Non troverò nemmeno un letterato

vecchio o non più giovane che mi protegga?

_Réclame:_ — Non dubitare, cara mia, che pur cotesti vecchietti amano

me con animo pronto, sebbene con carne stanca! Quanti ne conosco che

seguono l'esempio di Vittore Hugo!

_Modestia:_ — Cioè?

_Réclame_: — Il buon Vittore diffondeva lui le lodi di sè per i

giornali della Francia.

_Modestia:_ — Ah! lo so, lo so! Tutti i mali vengono dalla Francia.

_Réclame:_ — Non credo. Già secondo quel tuo miserello Leopardi ogni

uomo celebre sempre diventò celebre dando fiato per primo alla sua

tromba.

_Modestia:_ — Oh il mio Giacomo!... Poverello! Ma io lo consolavo

augurandogli la giustizia del Tempo....

_Réclame:_ — Invano! Ai miei cenni egli dubitava che pur questa fosse

un'illusione; egli prevedeva il giorno in cui io avrei proclamato

all'universo l'ultimo e supremo trionfo della scienza e la mia gran

vittoria su tutti i letterati della terra.

Infatti la gloria del Leopardi s'è già estinta nella fredda

considerazione scientifica de' vizi e de' malanni che alla sua poesia

furono come l'_humus_ ai funghi; e il giorno della mia vendetta e della

mia vittoria universale è venuto.

Sin la Fortuna, un dì superba al par di Giuno, mi chiede vita, e

tutti gli dei d'Olimpo rivivono per me, e la Natura che io denudai

alla libidine del Naturalismo, che ho velata di nebbia alle lussurie

dell'Idealismo, mi chiama: le ho concesso oggi, per questi campi,

quest'ora del mio desto riposo.

Odi tu la sua voce che mi saluta?

_Modestia:_ — Non sento niente.

_Réclame:_ — Tu non puoi sentirla. I tuoi sensi non sono usi a

_incontrare il mistero e a rabbrividirne_. Il fatto è che la Natura,

essendo poesia, ha bisogno del mio soccorso, perchè ha bisogno dei

poeti suoi interpreti, che sono miei schiavi.

_Modestia:_ — E i prosatori?

_Réclame:_ — La poesia si fa anche in prosa, scioccherella!, quando la

prosa si mette in versi e nelle porcherie i sensi diventano _strumenti

d'infinita virtù..., atti a penetrare i misteri più reconditi, a

scoprire i segreti più reconditi_. Ma tu non puoi comprendere....

Piuttosto, dimmi: Perchè gli scrittori scrivono?

_Modestia:_ — Per conforto all'amore e alla sventura.

_Réclame:_ — Rispondi bene, o torno a leggere!... «Colui il quale molto

ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha goduto....»

_Modestia:_ — Basta, basta.... Dirò che scrivono per guadagnare.

_Réclame:_ — In Italia? Nemmeno gli agenti delle tasse dan valore ai

libri!

_Modestia:_ — Non so, allora....

_Réclame:_ — Non mentire!

_Modestia:_ — Dirò che scrivono per la gloria....

_Réclame:_ — Bene!... Ma oggi chi crede più che l'anima sopravviva

al corpo? Dunque gli scrittori, nel dubbio di non poter visitare le

biblioteche in ispirito, fra secoli, a conoscere quali opere vi si

leggeranno, fan bene a rincorrere la gloria, per ogni via, finchè

sono in vita. Aggiungi che oggi la chimica insegna come l'inchiostro

e la carta dei libri moderni, a differenza dei cinquecentisti e

delle pergamene, sono facile preda di microbi, e fra tre o quattro

secoli non saranno intelligibili che i libri in carta a mano: proprio

quelli degli scrittori ricchi, dilettanti. Dunque il tempo commetterà

enormi ingiustizie senza saperlo, alla maniera dei giurati; e così ai

romanzieri e ai poeti val meglio provvedere alla loro fama presente,

finchè sono in vita.

_Modestia:_ — Che disperazione! Non capisco più nulla.... Ma San

Francesco.... Oh! Ora che mi ricordo.... I letterati non sono i soli

artisti italiani invidiati da Giulio Claretie. Mi restano i pittori!

_Réclame:_ — Perchè no? Tu andrai al loro cospetto nel costume di

quelle donne che stanno in chiesa, presso una bara, nell'_Ultimo

Convegno_; e ti farai credere, con cotesto naso, una modella. Poh! con

qualche moina riuscirai forse a ingannarne qualcuno. Tuttavia, credimi,

ti troverai a disagio; perchè, dopo l'invenzione del prerafaelismo

le modelle digiunano. Io poi ho elevato le imagini prerafaelite agli

annunzi d'ogni cosa; a tutti i muri e a tutte le cantonate; sicchè i

pittori riconoscono anch'essi da me la loro insolita fortuna.

_Modestia:_ — Gli scultori, dunque...?

_Réclame:_ — Gli scultori ti odiano. È per colpa tua che essi han da

fare pochi monumenti!

_Modestia:_ — I musici.... Andrò da un musico....

_Réclame:_ — Perchè egli dedichi a te, invece che a sè stesso, le sue

opere? Spera, spera! Per amor mio, fino i sacerdoti di quel Dio che

insegnò: «Chi si umilia sarà esaltato», oggi hanno un conforto alle

passioni antiche della politica e della corruttela: nei loro giornali

possono leggere fra i telegrammi della cronaca artistica «.... Al

duetto di Gesù con la Maddalena, tutto il tempio scoppiò in frenetici

applausi....»

_Modestia:_ — È finita!... Dove andrò, o Signore?...

_Réclame:_ — _Quo vadis?_... Ahi!... Non ti resta che venire al mio

servizio. Metterò qualche volta i tuoi abiti a mia cugina l'Ipocrisia,

e metterò a te gli abiti e la maschera di lei....

_Modestia:_ — Piuttosto morire!

_Réclame:_ — Via! via! Aspetta almeno a quando avrai marito, per fare

come Lucrezia romana, che dopo l'ultimo piacere si tramandò, o per te,

o per l'Onore o per me o per tutti noi insieme, all'immortalità.

_Modestia:_ — No! subito, o morire o fuggire dal consorzio civile!

Andrò al polo nord!...

_Réclame:_ — Come il dottor Cok! E tu cammini a piedi, a piedi scalzi

e senza un soldo in tasca; così quando arrivassi alla terra degli

Esquimesi troveresti ch'essi avrebbero già attaccati ai loro blocchi

di ghiaccio, duri più del marmo, gli avvisi di casa Bertelli e di

casa Suchard; e quando arrivassi nel cuore dell'Affrica, troveresti

i cannibali già intenti a leggere i romanzi italiani tradotti in

francese.

Ma ecco i miei fedeli. — To'! Me l'aspettavo! Sono tutti ubbriachi

fradici. Anche i poeti, che, poverini, han preferito Lieo al Grande

Pan....

Postiglioni, mi raccomando a voi....

. . . . . . .

Addio, Modestia, fatti coraggio!

. . . . . . .

Un urlo straziante, una scossa della vettura.... Che cosa è stato? Ah

niente! S'è gettata la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto le

ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio che Maupassant trovò per

uno de' suoi personaggi: un plagio; e neanche i plagi commuovono più le

fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi in una campagna solitaria ove non

c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè stessa in vita, neppure

morendo la Modestia ha saputo provvedere alla propria fama. Doveva

finire così!

L'entusiasta punito.

Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira più i palpiti e i raggi

delle stelle? Ma l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti a un

fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati oggidì s'intendono nella bramosia

dell'argento lunare e preferiscono la povertà delle tenebre; ma Carlo

Dònnola beveva il latte della luna con tal gioia che le pupille gli

s'inumidivano come a uno spirituale liquore s'inumidiscono le pupille

d'un ebro. E se in noi fu esausta dall'artificio l'ammirazione per i

fiori, tanto che d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di cera»,

a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava tuttavia di «carne»; e

contemplata e annusata a lungo una bella rosa pallida, egli elevava

il naso elevando gli occhi, come a una visione, e «Dolce signora —

esclamava mestamente — io v'amo!»

Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora vergine alle impressioni

della natura; bensì che era in lui una nativa, particolare attitudine

a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta la vita; ad avvertire

quel che gli altri spesso, mortificati dal brutto, non avvertono e che

egli con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale rivelava per mezzo

degli aggettivi, spiccioli o a coppie, «stupendo! sovrano! — superbo!

squisito! — supremo! sovrumano! — straordinario! sublime!»

Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un poeta; giacchè si sa, e

Teofilo Gautier lo dice, che i poeti vedono il bello dove non è:

«_Les poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes pour

maîtresses_»: Carlo Dònnola invece vedeva il bello dov'era. Così mentre

altri alle esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura, egli

s'arrestava d'improvviso dinanzi a qualche grazioso ninnolo statuario,

il quale all'occhio comune era impercettibile fra tanti orrori; o

ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano gli altri, egli solo,

súbito, indicava o la minima parte o la linea lodevole.

Quante volte nelle tele sciagurate di colore e di disegno non vantava

giustamente l'intenzione del pittore? E, non a torto, quando in

cospetto a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura moderna,

egli notava: — Che bel camino! — Beato lui! A una sinfonia d'imitazione

wagneriana cadeva ogni possa anche nel più classicista ascoltatore e

critico; ma Dònnola riteneva, per zufolarle dopo, quelle poche note che

erano state come una fugace spera di sole tra una nebbia folta o in una

roboante tempesta.

Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche magnifico scrittore

moderno molti si smarrivano a cercare pensiero e sentimento; ma egli,

pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui meraviglia.

— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E l'idea?

E lui:

— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea. Simbolismo!

Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno, sebbene in fama di stupido.

L'uomo d'ingegno, veramente, è infelice, perchè non meno ammira il

bello di quel che s'offenda del brutto; invece Carlo viveva felice

pascendosi soltanto di bellezza. Quando però venne il dì che lo vidi

soffrire, allora io non dubitai più oltre che la sua fama di stupido

era ingiusta.

*

Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore della bellezza femminile

che vedendo oggi una più bella donna, non dispregia per essa la

donna lodata o amata ieri. Carlo non procedeva nemmeno a confronti:

progrediva nell'entusiasmo, perchè la sua fortuna ogni giorno gli

recava innanzi creature in tutto o in parte più mirabili. Gli amici se

ne affliggevano, invidiosi. — _Excelsior!_ — dicevano ironicamente. —

Ma trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo precipitare! —

Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa Gurli; la sposò

e continuò a salire. Infatti la conoscenza della perfezione non si

acquista che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle indagini e

alla percezione del bello. D'altra parte, il bello e il bene, secondo

i filosofi, sono una cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi

nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo non aveva mai conosciuto

se non i saggi che delle loro grazie la legge morale (cioè il bene

entro certi limiti) concede alle donne di porgere al mondo, a tutti:

il resto è o dovrebbe essere per il solo eletto, per il marito. E

divenuto per la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute rivelazioni,

innumerevoli meraviglie, estetiche scoperte, portentose gioie,

straordinarie squisite stupende supreme sublimi esclamazioni.

Io strinsi amicizia con lui appunto in quei giorni che il matrimonio

lo traeva all'estasi. Oramai, come insufficienti, dimenticava gli

aggettivi dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più, come esigua,

l'esclamazione «divina» riserbata fino allora per lode sintetica a

qualche esemplare del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo, senza

dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia sovrumana. Tale, quale un

uomo antico a cui una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava

in me le confidenze che gli alleviavano la felicità soverchia.

— Teresa — mi disse una volta — è sterile. Pensa: nessuna deformazione,

nessun danno per la sua bellezza!

— La corporale bellezza di Teresa — un'altra volta mi accertava — è

nulla a paragone dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua!

E io, da amico sincero, da amico che eccitava l'imaginativa a

comprendere così prezioso tesoro, per poco non gli dicevo:

— Deh! fammela sentire!

*

Or bene, quest'uomo nato a bearsi della vita e degno, degnissimo della

felicità; quest'uomo....

Conviene ripeterlo: Carlo amava anche la virtù: che è la bellezza

dell'animo non caduca, non fragile alle offese dei malanni, non

deperibile alla diuturna ingiuria del tempo; che è il balsamo

conservatore dell'amore coniugale, la maglia di salute per le anime

sensibili a quelle intemperie le quali conturbano lo spirito moderno,

e penetrano e soffiano tra le domestiche pareti, e raffreddano il

sentimento in guisa che la ragione scusi poi l'«incompatibilità di

carattere», la «separazione», il divorzio, il vizio, l'a....dulterio!

Ah quando le malattie non isciupassero troppo presto in Teresa il

formoso corpo per cui Dònnola era assorto a gustarne l'anima, a poco

a poco, senz'accorgersene, egli assisterebbe all'opera distruggitrice,

lenta e assidua, degli anni: scolorate, anzi, le belle forme; pacati i

sensi; sfiorita la giovinezza, più libera risplenderebbe l'intima virtù

che agli occhi almeno del suo Carlo renderebbe Teresa giovanilmente

amabile sino alla vecchiaia.

Ebbene, quest'uomo io lo rividi non un anno dopo il matrimonio e non lo

riconobbi subito.

— Che hai? Cos'hai fatto, Carlo?

Portava abiti alla moda, ma con l'abbandono di un _lion_ che ritorni

verde da una bisca; avrei potuto scommettere che quel giorno non

s'era mutato, lui!, di camicia; e i baffi, erti una volta ad arco, gli

spiovevano simili ai baffi di un cinese.

Rispose:

— Mah!... — E alzò il capo in una vana scossa dal peso enorme che

l'abbatteva.

— Tua moglie.... è ammalata?

— No no. — Disse «no no» a mezza voce, triste, negando insieme e non

negando. Sembrava più confermare che negare.

— Forse — io insistetti per pietà, mentre già sorridevo per conforto —

forse è incinta?

— No no. — Negava e non negava. E m'attristai anch'io credendo

d'indovinare, finalmente.

— Un.... aborto?

— No no —; come dianzi.

Allora con rapida memoria io, che avevo il dovere di confortarlo,

riandai quanti malanni possono colpire una donna; con rapido esame

li paragonavo a quella disperazione abbandonata e quasi muta; nè a

tanta afflizione trovai convenir altra sventura che una che non era da

esprimere se non con una perifrasi misericorde.

— Scusami, Carlo, se insisto...; ma a un amico come me.... Di' dunque:

l'isterismo.... fa certi scherzi..., passeggeri però; di cui si

guarisce....

No, Teresa non era impazzita. Eppure, egli non negava del tutto neppur

questo!

— Ti dirò poi — Dònnola m'interruppe, stendendomi la mano.

Oh!...

Oh Dio! Senza chiedergli più nulla gli strinsi la mano, gli dissi: —

Coraggio —; gli dissi con uno sguardo che avevo compreso tutto!... Sua

moglie lo tradiva.

Lo tradiva! Ma quantunque io leggessi molti romanzi francesi e

italo-francesi, quantunque frequentassi il teatro drammatico, non

sapevo persuadermi che quella donna avesse tradito l'amico mio prima

d'un anno dalle nozze. A poco a poco, dubitai d'aver errato nella mia

interpretazione e ricordai che nel lasciarmi Carlo mi aveva quasi detto

con gli occhi: «Tradimento, sì; ma che tradimento intendi?»

Forse era un'infedeltà di nuovo genere. Poi riflettei su quel suo

negare e non negare a ogni mia precedente dimanda....

Forse Teresa?... E mi convincevo così, adagio adagio, d'una colpa e

d'una sciagura mostruosa a cui fossero parti integrali il morbo, la

figliazione, l'aborto, la demenza, il tradimento, la turpitudine;

sebbene non potessi chiaramente definire qual cosa mai l'indegna moglie

avesse fatta. Quando....

.... Ah sì, povero Carlo!... Non m'ingannavo più! Che colpa! che

sciagura! che orrore! quando ricevetti:

_Petali e corolle

versi

di

Teresa Gurli Dònnola_.

L'agnello.

_Bèee...._

Niveo bioccolo, con le quattro zampe legate in mazzetto; raccolto,

dentro il canestro, nel giaciglio di erba ancor fresca, a quando a

quando l'agnellino alzava il capo, che subito gli ricadeva come in

un abbandono o in un esaurimento di disperazione. Allora sui miti

occhi cristiani cadevano le palpebre; indi, ecco: languido languido lo

sguardo sembrava cercar di nuovo la landa troppo presto perduta e di

nuovo spegnersi a quel fervore di luce, mentre dalla gola riarsa e dal

petto ansioso tornava l'invocazione della perduta madre:

_Bèee_.

Prorompeva il frastuono della musica; rombava, negli intervalli, il

susurrio delle voci e lo scalpiccio della folla; e, per tutto, saluti,

richiami, risa, sorrisi. Allegria.

Sempre triste, il professore Riccardo Biscaglia entrò nella sala. E

allorchè, nell'avvicinarsi là dove suscitavano ammirazione i doni in

mostra per la lotteria, udì pervenire dal cesto la voce di duolo, egli

tese il capo.

Oh come soavi quei due occhi cilestri che sembravano cercare due occhi

fraterni!

Infatti: una fanciulla si avvicinò. Oh come sembrò palpitante il petto

chiuso nella veste bianca allorchè la signorina ebbe scorta la bestiola

che soffriva! Non era un inganno di civetteria; non un pretesto a farsi

notare; spontaneamente, inconsciamente quasi, ella alzava una mano

quasi a indicare ed accusare la tortura delle quattro zampe strette

nel vincolo di seta, mentre al doloroso _bèee_ rispondeva, vòlta alla

madre: — Poverino!

*

E poverino anche lui, il professor Biscaglia; il quale era un

uomo molto triste; sempre triste; prima di tutto perchè essendosi

arrotondata ogni anno più la sua pancia, l'annoso abito delle occasioni

solenni era andato restringendosi così che il _gilet_ gli comprimeva

lo stomaco e i calzoni stentavano ad acquistare in larghezza quel dito

di misura che perdevano in lunghezza; e i piedi, non coperti sino al

collo e al calcagno, apparivano più grandi di quanto erano. Erano così

grandi!

Ma, oltre questi particolari disturbi, rattristava Riccardo Biscaglia

il dolore universale, e l'aveva recato seco pur alla festa di

beneficenza. E a tanto pessimismo il professore non aveva motivi

dallo Schopenhauer o dal Leopardi: non dagli studi; bensì dall'antico

contrasto dell'istinto poetico con la realtà della vita. Se il

Governo rinsavisse e comprendesse che, dopo o avanti la cultura della

terra, ciò che più importa è la cultura delle menti e degli animi, i

professori sarebbero pagati meglio: pagati meglio, si distrarrebbero

anch'essi in modi leciti e onesti e si avrebbero quindi meno poeti di

dolore e meno scapoli. Senza dubbio un aumento di stipendio avrebbe

attenuata in Biscaglia l'antitesi tra il Sancio Panza e il Don

Chisciotte che discordavano entro di lui, quando il primo gli diceva:

— Non prendere moglie, per carità! Tu sei troppo povero per una ricca

e troppo più povero per una povera —; e il secondo l'incitava: — Cerca

e trova la tua Dulcinea ideale: colei che, nè ricca nè povera, e bella,

sana, buona, ti faccia parere men brutta l'esistenza!

Ahimè! Chi può andare in cerca della felicità senza quattrini in tasca?

Ma sconsolato Tartarin, perchè le sue cacce si limitavano a sorprendere

e colpir spropositi nei cómpiti dei discepoli, nè più gloriosa

conquista poteva vantare in un mese che quella delle cento e tante

lire puntualmente riscosse al ventisette, Biscaglia se la prendeva,

più che col Governo, con la mala educazione che corrompe le ragazze.

— È l'educazione del cuore che manca! — diceva lui. — Se l'adulterio

apparisse non una desiderabile offesa alle leggi, ma una cattiva

azione, una crudeltà, egli, per star meglio, avrebbe compiuto fino il

sacrificio di sposare una ricca, e non si sarebbe adirato nemmeno col

Governo, nè rattristato alla fatalità del dolore umano. Questo, è vero,

l'induceva a frequenti sfoghi di versi. Ma a che pro'? Gli editori

non credono più nei poeti, e le ragazze, corrotte e senza cuore, alla

malinconia preferiscono stare allegre.

*

Quella sera dunque Biscaglia era entrato alla festa, solo, con un

solo biglietto per la lotteria, non aspettandosi uno spettacolo che

lo commovesse così dolcemente: la creatura nel cesto e la creatura che

stava a guardarla. Nessuna, nessun'altra di tante signore e signorine

che vi erano, si era fermata compassionando dinanzi all'agnello. Tutte

agognavano i premi di gran prezzo; tutte, tranne quella madre e quella

figlia, civettavano intorno, stupide di mente e di cuore.

— Poverino! Vedi, mamma, com'è carino, com'è bellino? — E poichè anche

la madre disse: — Povera bestiola! —, fu manifesta una affinità di

sentire tra l'animo materno e il figliale e fu certo per Biscaglia che

chi meritasse la pietà della madre meriterebbe anche la pietà della

figlia o viceversa.

.... — Estrazione — gridarono a un tratto. — Estrazione!

Seguì maggior ressa di gente. Più pronte, le signore s'affollavano

intorno al palco donde era venuto stentoreo l'annuncio e dove un

signore in _frac_ scampanellava per avviso ai più lontani.

— Estrazione!

Già si cominciava.

— Numero!...

— Attenti!...

— Cinquantotto!

Biscaglia chinò lo sguardo sul suo biglietto, senza meravigliarsi di

non aver lui il 58 e di udire un altro gridare: — L'ho io! — Era stato

vinto un magnifico vaso d'argento.

— Numero...!: quattordici!

Sì! Biscaglia aveva il quattrocentododici! E intanto il nuovo vincitore

si portava via un'altra bella cosa.

— Numero...!: due!

Il professore scosse le spalle; mise il biglietto in tasca e si mosse.

Già era disgraziato in tutto! Del resto, quand'anche vincesse, bella

consolazione! Non un premio di lotteria l'avrebbe mutato d'infelice in

felice, nè avrebbe diminuito a' suoi occhi il dolore universale.

— Numero...!: ventisei!

Piuttosto invidiava un suo collega, il quale ora ciarlava appunto

con quella mamma e quella bionda figliola così pietose. Gli sarebbe

piaciuto di tentare un po' l'anima della ragazza in qualche poetico

discorso e avrebbe voluto esserle presentato dal collega; ma,

disgraziato sempre, non osava nemmeno accostarsi al gruppo.

— Numero...!: quattrocentododici!

Eh? Che? Quattrocento...? Non era il suo? Sì sì: l'aveva lui, il

professore Riccardo Biscaglia, il 412!

— L'ho io! — E lo mostrava. — Io!

— Bravo! — gridò dal gruppo il collega.

Biscaglia avanzò, rosso in viso, coraggiosamente. Ma diè indietro alla

vista del premio.

L'agnello!

— Un agnello! — esclamarono i prossimi al banco. — Un agnello! —

l'agnello! — Si rideva; si applaudiva.

E Biscaglia salì e quindi discese dal palco; pallido come chi ascende

al patibolo senza speranza di discendere.

— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega, a vederlo col cesto

nelle mani.

Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di spirito, che assumendo

quasi il valore di una lode meritata per un'ardua prova rianimò il

professore. E di animo ne aveva bisogno: _ella_ era lì dinanzi e

sorrideva un po' triste; diceva con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei

e non io?»; e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre la mano

senza guanto, bella, ripassava sul capo dell'agnellino; e gli occhi e

la bocca del professore, che pareva una balia col fantolino in braccio,

non dicevan nulla.

— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega; aggiungendo la

presentazione:

— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi.

— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse la mamma.

— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa bestiola! — disse la figlia.

_Bèee...._

Allora cesto e agnello per poco non caddero di mano a Biscaglia, tale

fu l'urto che l'amico gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che,

del resto, era venuta anche a lui.

— Cosa vuoi fartene tu? — chiese l'altro.

Onde Biscaglia parlò, rosso rosso:

— Se la signorina mi permettesse.... Ella potrebbe averne maggior cura

di me.... Io non ho moglie....

— Ma sicuro! E non ha nè erba nè ovile — disse l'altro.

All'offerta, la figlia guardò la mamma; la mamma annuì; ringraziarono;

e il candore e l'innocenza, avvolti di nuove carezze, passarono dal

professor Riccardo Biscaglia al soave dominio della signorina Irma

Crocchi.

*

Più e meglio che alla follia, Riccardo Biscaglia s'innamorò

assennatamente; perchè era un amore nato da un affetto non cieco:

dall'ammirazione della bontà; perchè più che la bellezza aveva potuto

sul suo cuore quella prima vista della signorina Irma nell'attitudine

compassionevole. La bellezza è caduca; non la bontà, se spontanea; non

la gentilezza, se sincera e nativa. Essere amato da tale donna forse

non sarebbe stato consolazione ad ogni travaglio, ad ogni dolore, ad

ogni fatica, a tutti i danni della vita? A tutti, forse no; per la

fatalità del dolore umano; ma a molti sì. E ahi! Riccardo Biscaglia,

per quell'eterno conflitto che alimentava in sè stesso, vivrebbe e

morirebbe scapolo. Infatti quell'angelo che era la signorina Irma

non poteva essere che troppo povera. Ma egli l'amava. Ma egli aveva

l'obbligo di una visita alle signore che avevano accolto il suo dono.

Deliberò di adempiere a questo dovere, e solo per accertarsi e

mantenere con maggior forza il cervello a posto, chiese a quel tale

collega: — Le Crocchi non han mezzi, eh?

— Han qualche cosa.

Oh! Nè povera nè ricca! Era l'ideale nella realtà!

Ma ci fu dunque il sole

Su questa terra un dì?

Fu il raggio che infrange il nuvolo; fu il faro nelle tenebre

tempestose. Diveniva possibile la conciliazione dell'idea col

sentimento; dell'amore col senno, della poesia con la prosa! Irma

possedeva un cuore — tanto cuore! — e possedeva qualche cosa più di

quanto costi una capanna a comperarla in due, o a prenderla in affitto

in due! Egli dunque poteva domandar la mano della signorina che

amava! La felicità non era dunque illusione! Benedetto l'agnellino!

Dell'agnello Biscaglia fece il paraninfo del suo amore, il compagno

de' suoi sogni, l'argomento delle sue rime, il simbolo del suo cuore.

_Bèee...._

Or come Don Chisciotte e Sancio Panza erano d'accordo mentre Tartarin

saliva il Righi, così erano d'accordo adesso nell'animo del professore

Biscaglia mentre egli saliva _quelle_ scale.

Una.... Due.... Tre.... Abitavano molto in alto, le signore. Salendo

crescevano i palpiti, calava il sangue. Smorto, anelante, il professore

si arrestò all'ultimo pianerottolo; dove, a una porta, lesse il nome:

_Crocchi_.

Nessun dubbio; quell'angelo stava là dentro.

Ma lui si sentiva così smorto che non ardì toccar súbito il bottone

del campanello; e prima si fregò le guance con le mani. L'atto però gli

parve ridicolo; temè che qualcuno fosse a guardarlo o a spiarlo per la

finestra della scala; si volse....

Dalla finestra della cucina, di contro, pendeva, spaccato, l'agnello.

Tradotta in tedesco da C. Brenning e pubblicata (1902) in

_Feuilleton Zeitung_, _Zürcher Post_, _Düsseldorfer Zeitung_,

_Frankfurter Nachrichten_, _Neueste Nachrichten für Elberfeld_,

_Dortmunder Zeitung_, _Unterhaltungs-Beilage_, _Die Selbsthilfe_,

_Hansa-Theater_, _Neue Saarbrücker Zeitung_.

Il falcone.

Nel medio evo:

per le signore d'oggidì.

Il castellano di Ripalta s'era allevato con amore un valletto di

nome Ugo e con desiderio, esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare,

attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere. Nè di quel bene

del signore per il valletto ingelosiva madonna Ginevra, poichè la

giovinezza di lei fioriva infeconda e il ragazzo, tenuto quasi in conto

di figlio, le risparmiava i rimbrotti del marito.

Madonna viveva lieta. L'amore del marito, le cacce e il conversare

con le sue donne e cogli ospiti, le divagavano la vita uguale e

solitaria del castello non meno che le faccende casalinghe, cui

essa accudiva umilmente. Come rideva a osservar le galline, che al

solo vederla chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro e si

disputavano in frotta avida e litigiosa il becchime che gettava, così

rideva se a diporto il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato,

o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse peggio che lo strappo il

rattoppo; e mentre cuciva presso la finestra, dalla quale scorgeva

l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella cantava e i villani, giù

nella valle, udivano limpide e schiette le cadenze della sua bella

voce.

Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra era amata dai servi,

quantunque fosse anche temuta perchè gli occhi del padrone vedevano

tutto con gli occhi di lei e perchè ogni capriccio di lei diventava la

volontà del sire. Solo Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro,

e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno fingendosi egli sdegnato

e mesto; sicchè lei finiva con immergergli le dita tra i capelli

folti, per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava tutta in

un'occhiata.

Veramente molte cose erano permesse a Ugo. Poteva arrampicarsi su

per gli alberi dell'orto a inzepparsi di frutta; poteva ordire le più

strane burle al vecchio maggiordomo o assestare un pugno allo scudiero

che gli minacciava un pugno; poteva spiare dietro una porta l'ancella

che si stava spogliando; che, accusato alla padrona, la padrona rideva,

e accusato al padrone, il padrone taceva.

Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il valletto parve mutare

costume, e il signore notò lo studio di lui a imitarlo affinchè

nessuno, neppure madonna Ginevra, lo considerasse più un ragazzo.

Egli stesso, Ugo, sentiva mutarsi; sentiva una smania di cose nuove,

d'altri svaghi, d'altri luoghi, d'altri pensieri; mentre la vita e la

natura che fervevano attorno a lui gli rivelavano cose sconosciute

e gli suscitavano sensazioni nuove. E intanto che la forza sensuale

si sviluppava in lui e per l'istintiva penetrazione della pubescenza

egli imparava da tutta la natura il segreto dell'amore, quel desiderio

peranche indefinito gli avvolgeva il cuore di una insolita tristezza e

tenerezza. Amava, già amava, senza sapere chi amasse e senza sapere che

amava.

Ma risalendo un giorno dalla valle al castello (era di fitto meriggio e

sotto la forza del sole il mondo dormiva d'un sonno fervido) Ugo a un

tratto udì cantare lontana, dall'alto, simile a un'allodola, madonna

Ginevra; e d'un tratto l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi

sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma di persona viva: madonna

Ginevra!

La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle mani della padrona, al

valletto tremavano le mani. Egli se n'accorse, sebbene non chinasse lo

sguardo; amava da uomo; senza paura amava, e senza vergogna.

Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente innamorata ebbe allora

da fantasticare! Secondando i ricordi delle storie, che gli avevano

raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per gloria delle loro

dame, e invidiando a sè stesso i pochi anni che gli mancavano alla

piena giovinezza, s'imaginava vincitore di tornei in cui madonna

Ginevra l'assisteva sorridendo, o difensore e salvatore di madonna in

un notturno assalto di nemici.

Per altro, quell'ardore e il compiacimento di quell'ardore patirono

presto il freddo dell'ignara noncuranza della dama, la quale aveva

due grand'occhi solo per vedere, non per osservare; e poichè egli non

fallava più, tal cura e tal forza metteva nel servirla, essa non aveva

neppur più ragione d'immergergli le dita tra i capelli.

Fino a quando essa avrebbe dunque ignorate le sue pene?

E col volgere dei mesi l'affetto di Ugo s'andò come condensando in modo

più virile; onde la sua fantasia, cedevole ai richiami e agli impeti

dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore della giovinezza,

l'abituava a desiderare nella bella donna le delizie corporali e le

gioie della colpa. A poco a poco egli perdette, così, la baldanza, il

coraggio, la fede del suo amore; e il timore lo prese che il sire ne

scoprisse il segreto e l'intenzione.

Passarono mesi; passò un anno. Ma quanto più gli diminuiva la speranza,

tanto più cresceva in lui la bramosia di essere soddisfatto.

Madonna Ginevra era sempre bella e fresca: rosa fresca in tutta la sua

bella fioritura. Come spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto

certe occhiate desiose del marito a lei! Con che travaglio percepiva

negli occhi e nel riso di madonna gli assensi e le promesse! Il

desiderio sensuale, non più vago e dimesso ma deciso e tempestoso,

affaticava l'animo del valletto non più riposato nei primi propositi;

e il pensiero di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno

insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva morire d'amore;

avrebbe alla prima buona circostanza rivelata alla dama la sua passione

sconsolata.

Avvenne che una mattina, montando il suo cavallo migliore e seguito

da scudieri in vesti nuove, il sire di Ripalta partì per una festa.

Quantunque fosse quello il giorno aspettato dal valletto con penoso

e lungo desiderio, tuttavia appena il signore fu scomparso al basso

del colle, tra le macchie, egli, nell'imminenza della felicità se

l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo malanno se madonna non

volesse ascoltarlo o mancasse a lui il coraggio d'ottenere ascolto,

provò un turbamento grande di paura. Pensava: «Prima di notte le dirò

tutto. Le dirò il bene che le voglio. Ma come comincerò?»

E il sole cadeva che non aveva ancora trovato il modo acconcio per

incominciare. Quando però, la sera, si fu accorto che la padrona

era entrata nelle sue stanze, non più dubitando salì, s'introdusse

guardingo, spinse francamente quella porta.

Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un po' discinta, sedeva su la

cassapanca: alzati, al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe Ugo

e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa e sorridente disse: —

Vieni, vieni. Cosa vuoi?

A Ugo, rinfrancato, precipitò in mente la dimanda che s'era proposto

di far dopo, e raccolto il fiato bastevole per non restare a mezzo,

chiese:

— Madonna, se chierico o cavaliere, borghese o valletto, non importa

chi amasse da gran tempo una bella donna, damigella o dama, contessa

o regina, non importa chi, e non avesse cuore di dirglielo, sarebbe

savio?

La domanda piacque a madonna, lieta non ostante l'assenza del marito;

e per burlarsi del ragazzo, gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche un

valletto, purchè fosse bello e valente come te, dovrebbe parlare. Chi

ama non sia vile; e ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno

almeno compassione.

Ugo con tutta l'anima bevve quelle buone parole e quasi ebbro di gioia

esclamò: — Madonna Ginevra, ecco! sono io! Come ho patito, io, per voi!

Aiutatemi, madonna!

La dama non rise: non credè che il ragazzo volesse burlarsi lui di lei,

perchè gli scorse la passione in faccia; anzi indispettita d'essersi

lasciata cogliere e offesa da quell'audacia, gridò severa: — Ah, ma

tu sei matto! Che mi vai cicalando con le tue fole? Che so io dei

tuoi amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa l'ho risposto? Vattene,

vattene! Oh come godrà il sire quando glielo dirò! Vattene!

Stordito, con gli occhi spalancati e disperati, Ugo non si mosse. Nel

tumulto dei pensieri, ebbe forza di cercare la suprema invocazione alla

pietà della dama, l'affermazione estrema del suo amore e una minaccia

quasi di vendetta all'acerbità di lei; e disse: — Voi mi sgridate

così, e la colpa è vostra. Perchè non mi ammazzate piuttosto? Meglio

morire!... In fe' di Dio, io non mangerò più finchè non mi avrete

accontentato! — E con un'angoscia che pareva lo strozzasse, uscì di là.

Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che gli è venuto in mente a

quel ragazzo?»; poi, nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripetè:

«Cosa gli è venuta in mente?»; infine, si distese sotto le lenzuola e,

come il marito era lontano, s'addormentò senz'altro pensiero, col riso

su le labbra.

Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato tosto il suo rovello,

per non piangere si dimenò a lungo nel letto e non riuscì a chiudere

occhio prima d'essersi convinto che la prova che si era imposta era

degna d'un cavaliere innamorato, se era prova che davvero gli metteva

in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la mattina, ebbe fatica, quasi

pena a riandare il fatto della sera innanzi; capì d'aver commessa

un'imprudenza; credè fino d'aver commesso un grosso errore, fino

un'azione da ragazzo; e si provò a dimenticare. Non poteva: in che

modo comparire al cospetto di madonna? E l'amore gli diè ragione; gli

rinfocolò la fantasia; gli fece parer eroica la deliberazione presa.

Quando furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso qua — segnava lo

stomaco —; non potrò più mangiare. — E non si alzò.

Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non ingoia nulla —

risposero. Nè egli cedè ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo

dì una serva gli portò una tazza di latte appena munto, spumante, che

faceva voglia, e un'altra un ovo ancora caldo. Ma chiudeva gli occhi

e rifiutava. Anche, tardi, il maggiordomo fu a trovarlo e gli porse,

dondolandolo per il gambo, un grappolo d'uva primaticcia con acini neri

e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina tra altri ancora rossi ed

in agresto: egli lo divorò un momento con gli occhi, resistette e lo

respinse.

Allora il maggiordomo venne dove madonna Ginevra, che quel giorno non

cantava, ricuciva un vecchio saio, e mentre ordinava alcune cose per la

stanza, quasi fra se, il vecchio disse:

— Tornerà il padrone; ma non staremo allegri.

— Perchè? — chiese con simulata indifferenza la padrona.

Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giù neanche un granello d'uva.

Madonna Ginevra arrossì; si levò; si recò alla cameruccia del valletto.

Stava il valletto con le palpebre abbassate perchè nel languore

dell'inedia tutto ondeggiava dinanzi al suo sguardo; e aveva il

viso stanco e smorto smorto. Trasalì ai passi leggeri della dama,

riconoscendola.

— Valletto Ugo, dormi? — chiese lei dolcemente.

Egli disse:

— Per l'amor di Dio, madonna, abbiate compassione di me!

Ed essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da me non avrai

mai grazia nella bella maniera che domandi! È questa la tua ricompensa

al bene che il padrone ti vuole? È questa l'affezione che gli porti?

Tornerà....

— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato più che ardito.

— Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le ossa!

— Ma non mangerò! — conchiuse Ugo.

La dama uscì col proposito di dire ogni cosa al marito appena fosse

giunto. Però, intanto che cuciva, ebbe timore che il marito la

rimproverasse d'aver tentata per capriccio e accarezzata in qualche

modo la folle passione del valletto; e a nascondergli la verità, non la

rimprovererebbe di non averlo sovvenuto con un medico e con medicine e

con premure? Che imbroglio! Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi.

Quand'ecco s'udì il corno in lontananza e uno scudiero venne ad

annunziare che il castellano arrivava in compagnia di più ospiti. «Chi

sa — riflettè madonna Ginevra — che a vedere il padrone non lo domi la

vergogna?»

Così quando nel tinello, in cui su la tavola imbandita col più ricco

vasellame fumavano le vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie gli

disse: — È a letto da tre giorni, e non tocca cibo, per un capriccio.

Provatevi voi a rimettergli il giudizio.

Il marito volle andare a vederlo; ed essa lo seguì.

— Cos'hai? — domandò il sire entrando.

Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello stomaco, che non mi va giù

niente.

— Non è vero! — ribattè subito la dama. — Non è vero! Per il male che

ha, potrebbe mangiare, — Poi rivolta a Ugo disse: — Adesso io gli dirò

perchè digiuni da tre giorni. Mangerai?

— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose. Raccoglieva gli

spiriti a vincere, morendo, la battaglia; e il signore, cui piacque

quella risposta così franca e cui dava sospetto l'aria misteriosa della

moglie, già incolpava la moglie di qualche torto verso Ugo. Ma Ginevra

soggiunse: — Il giorno che partiste, a sera, osò entrare nella mia

camera mentre mi spogliavo.... —; onde il sire capì che il torto era

proprio del ragazzo e: — Perchè? — le domandò impaziente.

La dama invece tornò a chiedere al valletto:

— Mangerai?

Egli, che era risoluto di morire, negò ancora col capo, sospirando.

— Io mi spogliavo — proseguì la dama —, e lui venne da me, tutto

strano, a domandarmi.... Imaginate!

— Insomma! — fece il sire.

— Mangerai? — ripetè la dama per l'ultima volta. E per l'ultima

volta: — No! — ripetè forte Ugo, che teneva fissi gli occhi negli

occhi di madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia a stento,

riprendeva: — Mi richiese...; — ma il marito senza più badarle, come

nella reticenza comprendesse quanto imaginava, con collera afferrò il

braccio del valletto e gridò bieco: — Cosa le chiedesti?

Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà virile che l'amore

rendeva ineluttabile; disperato amore, più forte della morte; tale,

che madonna Ginevra ammirandone la fermezza minacciosa insieme e

supplichevole e temendo a un punto stesso per sè e per lui l'ira del

marito che minacciava con quasi brutale veemenza, vinta dalla pietà,

dall'ammirazione e forse dall'amore (quel ragazzo ormai era un bel

giovine) concepì un'idea provvida e sagace.

— Mi chiese — rispose lei — il vostro falcone pellegrino, che non

dareste a nessuno, nè a conte, nè a principe, nè ad amico; e, per

averlo, s'è impuntato a digiunare.

Alle parole della donna il credulo marito contenne l'ira; anzi rise

e disse: — Oh! se il tuo male è questo, non voglio che tu ne muoia!

Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Dopo, uscì.

Ma la dama prima d'andarsene si fece più presso a Ugo, che la speranza

aveva ravvivato e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:

— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti vorrò contento. — Meglio

che con le parole ella prometteva sorridendo con uno sguardo lungo e

tenero come una carezza.

Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.

In Arcadia.

Rioronco, su l'Appennino, è lontano quasi trenta miglia da Bologna

e dieci dal men grosso paese, Castello. La strada che vi menava una

volta era per lungo tratto il greto del fiume Idice, e poi una carraia,

stretta fra balzi e rotta spesso da lavine, della quale non avrebbe

potuto rendersi comparativa idea neppure chi avesse vista una via di

Milano scomposta per prova di un nuovo pavimento. Ma, or è qualche

anno, fu condotta dalla costa dell'Idice una strada comunale che

passando di lassù doveva contribuire anch'essa ai fatti di questo

racconto. E lassù, dal sagrato della chiesa, il luogo è delizioso:

aperto davanti e al di sopra di colline o più basse montagne, di cui

una ha nome dall'antica Pieve, e chiuso, dietro, da monti più alti, su

cui sorgono evidenti i tozzi campanili di San Martino, di San Giorgio

e di Cignano. Fra i castagneti appaiono le case bianche; tra balze,

fratte e pioppi il rio va a cadere nell'Idice, che ai dì sereni si

distende in nitido e obliquo letto per la plaga occidentale, alla

pianura.

Di forestieri a Rioronco non capitano che i carabinieri, a quando a

quando, o, pur troppo, il cursore del comune. La scuola è distante e

fuori della strada nuova. Un giornale vecchio d'un anno, se pervenga a

chi sa leggere, è un foglio pieno di meravigliose novità.

Anche, a pochi passi dalla chiesa, un'osteria serve da spaccio

d'ogni genere; fin di sigari toscani, i quali, stagionati come sono,

mitigherebbero il più fiero nemico della «Regia Privativa.»

Ma oltre questi benefizi, e oltre i bei castagneti che, se non ci si

metta la malattia della foglia, producono assai, e le belle vigne,

che, se non le guastano malanni delle foglie e del grappolo, producono

assai; oltre la terra fertile di formentone e di meliga, il rio Rosso

ha per i più poveri qualche pesce e molti gamberi; qualche anguilla e

tanti ranocchi!

I ranocchi si prendono la notte con la «facella»; ciò e un pugno di

canne le quali, accese, bruciano adagio e alla cui fiamma quelle

curiose bestiole si destano, espongono a fior d'acqua e di fra le

alighe il capo stupefatto, e restano immote, fisse, incredule ai loro

stessi occhi, non si sa bene di che cosa. Forse scambiano quella luce

con l'aurora, o credono a qualche scientifica scoperta degli uomini; il

fatto sta, che nell'estasi sono raccolti e gettati in un sacco, dove,

al ruvido contatto della tela con le loro membra tenerelle, imparano

giù prima d'esser fritte che vantaggio ci sia in questo mondo a farsi

delle illusioni.

Quanto agli altri animali del rio Rosso — detto Rosso per le sue

sabbie bionde, ma senza traccia d'oro —, si prendono trattenendo

con una chiusa la corrente e con le pale gettando l'acqua fuori

del borrone finchè questo rimanga asciutto. Che piacere allora! Gli

uomini afferrano anguille che si appiattano nella melma e pesci che si

raccomandano a bocca aperta e muta; e i ragazzi aggrappano i gamberi,

e poi godono a vederli arrossare, retrocedendo su le bracie come eroi

che tentino uno scampo senza voltarsi indietro.

Di pernici e starne, a dir vero, non abbondano oggigiorno neanche

i boschi di Rioronco; tuttavia la cacciagione vi è meno scarsa che

in pianura; e d'inverno i ragazzi dissimulano lacci e trappole e in

primavera fan posta ai nidi con la poetica speranza d'allevarsi in

gabbia o un cardellino, o un fringuello, o un merlo. Il quale di solito

— ingozza che t'ingozzo — basisce per il troppo pane biascicato che gli

s'impartisce con troppo buon cuore.

Tutti buoni, o quasi, lassù! Non si ricorda a Rioronco un solo

omicidio: una baruffa vi è un avvenimento come un furto di pollaio;

intorno al quale di casa in casa si discorre per un mese, e del quale

non si fa denuncia poichè quasi sempre si sa da tutti in che pentole

quelle due o tre galline andarono a finire. Nè i costumi vi sono

corrotti come nei paesi dove le mamme fan la guardia alle figliole

fidanzate. Notevole soltanto, a questo proposito, è l'innocente manìa

per cui dopo sette, o otto, o talvolta nove mesi di matrimonio, i

padri cercano nel lunario e propongono alla moglie puerpera i nomi

più strambi e difficili, da storpiare barbaramente sul neonato o sulla

neonata che vanno a battezzare.

Novelle umoristiche · 第 44 / 52 题