La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse perchè non ne aveva avute
altre mai in vita sua.
Sentendo irreparabile il danno del morbo e prossima l'ora, parlò al
nipote con la serenità d'un savio antico. E disse:
— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo il suo esempio; io, al
contrario, non so proprio che consigli darti.
Disse Gaspare:
— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso sta tranquillo.
Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui languiva il sorriso
abituale:
— Credi che io abbia paura della morte? No no. Muoio volentieri:
_rerum novarum cupiditate_. E poi, son convinto di aver già sofferto
abbastanza.
Nella faccia serena gli si vedeva ora che aveva sofferto molto, povero
zio Giorgio! Seguitava:
— Tu, per soffrir meno, provati a fare in molte cose il rovescio di
quel che ho fatto io. Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non
dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e per crederci fermamente,
non dimandarti mai se ci credi fermamente. Non confidar troppo nella
scienza, perchè in fondo a ogni vero che essa scopre, rimane un
mistero. Prendi moglie....
Gaspare, a cui sino a questo punto pareva non aver udito nulla di
nuovo, spalancò gli occhi.
— Prendi moglie. Una buona moglie è una vincita al lotto, lo so;
ma, non ostante il calcolo delle probabilità, al lotto qualcuno
vince. Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti gli scapoli
sono ingannati, o, che è peggio, ingannano.... In politica, sii
conservatore: è il solo partito che progredisca senza che nessuno
se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar bandiera o di
retrocedere.... Ama l'arte, ma sta lontano dagli artisti. Ama la
poesia, ma temi la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo Dio....
E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto. Non giovando a
risollevarlo dimanda alcuna, nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito
per il medico.
Questi, che di grande appetito faceva colazione, credette lo
disturbassero per un vano timore; cosicchè, quando arrivò, trovò
l'infermo avviato a migliorare.
— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando al letto. — Il medico
assicura che sei fuori di pericolo.
— Allora..., son bell'e spacciato.
Infatti non parlò più che verso sera, allorchè mormorò:
— Vado.
E aggiunse:
— Buona permanenza.
Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per emulazione quasi,
cordialmente, Gaspare avrebbe forse risposto: — Buon viaggio — se
Luigi, dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato in singhiozzi
costringendo a singhiozzare anche lui.
Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma il corpo, con le fibre che
gli avanzavano salde, la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia
penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava lo strappo finale. Per
fortuna i minuti furono pochi.
— Zio!... zio!
Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero gli occhi, uno per uno, e
lo baciarono: prima Gaspare, poi Luigi.
Quindi il servo accese una candela e attese, silenzioso, tutto in
lagrime. Attese a lungo; ma come Gaspare, col capo fra le mani, non
dava segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse ancora o meditasse,
Luigi gli si accostò.
— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio! Vada a prendere un po'
d'aria. Adesso qui....
Alla mente di Gaspare corse la visione delle tristi cose alle quali la
morte obbliga i superstiti; nè tardò a pensare, con gratitudine, che
l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando nel servo non avesse
avuto allora e sempre il migliore amico.
Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera; e lasciatolo
nell'altra, poco dopo vi rientrava con una tazza.
— A lei! Una goccia di brodo....
Gaspare consentì senza voglia. E domandò:
— Ti par proprio che sia morto volentieri?
— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo più....
Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva alla parete.
— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza: c'è il ritratto. Ma non
sentir più la sua voce.... Quella voce, mai più!...
Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro a lui.
Così:... morto. E l'anima?
Era, quel brutto giorno, una bella domenica alla metà di marzo, al
tempo che già ferve per tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare
Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada affollata, solo,
raccolto in sè; quasi sotto un peso opprimente; e dopo aver pensato
agli uffici di pietà che gli restavano da compiere e alle forme di
lutto da osservare, ripensava al mistero della morte.
Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario, per morir
volentieri, aver sofferto molto, ecco che anche il soffrire diventa un
benefizio. Ma si è sempre a tempo.»
Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco anche nelle gambe.
Ah zio, zio! perchè morire? così buono!... Quand'ecco, a scorgere una
carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al fiaccheraio e salì.
— Dove vuoi; per un'ora.
Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo zio Giorgio aveva patito
assai? Oltre che la passione d'amore, a cui serviva di richiamo il
tavolino delle esperienze spiritiche, quali altri guai aveva avuto quel
nobile cuore?
A queste dimande risponderebbe forse qualche carta lasciata, per
memoria, nello scrittoio; insieme col testamento.
Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva provveduto in bel modo e in
perfetta regola alle sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote
l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di una giusta donazione a
Luigi e all'infuori d'alcuni lasciti per beneficenza.
Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di nulla, nè il patrimonio
dello zio, il quale troppo per l'addietro aveva speso a pro' della
patria e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo. Di più: agenti e
fattori ladri; disgrazie di grandinate e carestie, etc.
A conti fatti....
Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene: tanto, la possidenza di
Poggiogrande; tanto, la risaia di San Piero; tanto, la villa: una villa
malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria, laggiù, in una pianura
malinconica.... Un ristauro sarebbe stato necessario.
In questo mentre il fiaccheraio, libero per quell'ora del suo arbitrio,
credè che il più bel luogo ove condurre un signore svogliato e senza
meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare, a mo' di chi si
ridesta d'improvviso, si vide fra la gente che andava al passeggio o ne
tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in fretta:
— No di qua! Torna indietro!
Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar gli occhi....
Dio! che bellezza!
Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice; con due occhi tra
celesti e verdi, meravigliosi, portentosi! Che occhi!
In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava, quegli occhi
gli scoprirono in viso una sciagura; indovinarono che egli non aveva
nessuno, non madre, non sorella, non moglie a consolarlo; affermarono:
io, per consolarvi almeno come moglie, verrei in carrozza, a casa
con voi, piuttosto che andare al giardino, alla musica, con la mamma;
promisero, quegli occhi, pur mostrando di promettere invano, conforto,
pietà, fede, amore! E tutto in un istante!
Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta, avrebbe lì per lì
composto un inno alla donna in genere; alla donna, del cui sublime
ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì, e per la prima volta,
gli occhi di quella giovinetta.
La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci. Vaso di consolazione.
Incitamento alla vita perchè essa si rinnovi in altre vite. Tesoro....
«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio che lo zio Giorgio gli
aveva dato affinchè stesse di buon animo, con Luigi.
E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace e profonda
acquistavano la significazione d'una volontà che così, per divina
grazia, si manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra.
«Ammógliati».
Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione quale di carezza
lunga, continua; e il suo sguardo a poco a poco avvertiva come un
fervore di luce che s'andava definendo in un miraggio di felicità.