IV.

Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non lasciò nulla; perchè — era

detto nel testamento — beneficando in vita aveva voluto vedere il buono

o cattivo uso del suo denaro; e per carità cristiana non aveva voluto,

beneficando in morte, che nessuno si compiacesse della sua morte. Erede

di tutto lasciò il nipote Gaspare; con solo l'obbligo di una donazione

al servo fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare un nipote

come lui, Gaspare, era impossibile trovare un servo come Luigi. Le

quali parole e la massima: «Ama te stesso un po' più del prossimo tuo»,

contennero Gaspare in così equa misura nel far la donazione che a lui

non parve compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere più di

quanto meritava.

— Signorino, è troppo! è troppo!

Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva la letizia di poter

vivere agiatamente, insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia

si ricordava del morto e mormorava spesso con gli occhi pieni di

lagrime: — Dove sarà mai, povero padrone?

Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli vecchi, dello zio, avevano

manifestato, più che il dolore della perdita, il presentimento doloroso

del comune destino: _hodie tibi, cras mihi._

E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo o che incontrava

per via, dicevano, tra mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti,

addirittura con la bocca:

— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco che ti ha tolto ogni incomodo

e lasciata l'eredità!

Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo il tuo dispiacere

d'aver perduto una persona che amavi, e, nello stesso tempo, il

piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo all'umano egoismo

avrebbero meritato scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro:

— Congratulazioni —, e invidiavano. Onde Gaspare doveva sfuggirli: a

mostrarsi afflitto, non gli credevano; e mostrarsi lieto nè voleva nè

poteva, essendo men tristo di loro.

Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva sempre più il bisogno

di un'anima che lo comprendesse.

.... Or come una sera rincasava, appena dentro la porta Gaspare udì

chiedere dall'alto:

— Sei tu?

Rispose:

— Nossignora, sono io.

Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco venuto ad abitare al primo

piano.

— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare, mentre accendeva un cerino.

Ma la signora continuava a fargli lume; ed egli, per non bruciarsi,

gettò il resto del cerino e salì più in fretta.

Ella disse: — Credevo fosse mio marito.

— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva Bicci, che era

corso a suonare il campanello.

Se non che Luigi o dormiva o era fuori.

— Colgo l'occasione — disse la signora — per farle, benchè in ritardo,

le mie condoglianze.

— Grazie.

Ed ella, nell'attesa, proseguiva:

— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo per soffrire!

— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con lo sguardo in alto quasi

intravvedesse lassù, nella vòlta, la ragione suprema della vita. E

Luigi non veniva! Tornò a suonare.

La signora Tredòzi sorrise.

— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo Luigi....

Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse morto anche Luigi?

Ma no, eccolo.

— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora. Grazie! Scusi!

— Buona notte, signor Bicci.

Perchè mai una donna così gentile e così bella (non per la prima volta

quella sera Gaspare l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani di un

ingegnere così brutto e così villano come quel Tredòzi?

Le cose che non piacciono, o che dispiacciono, sembrano anormali

ed enormi anche quando sono le più naturali del mondo; e questa

interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi ragionevolmente,

ricorse al pensiero di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva

la signora Silvia. Perchè mai una donnina tanto graziosa apparteneva a

un ingegner Tredòzi?

E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale, Gaspare volle

rivedere la signora; e si vedevano spesso. Ella dal balcone, a cui

si affacciava, e lui dalla finestra della sua camera, potevano anche

parlarsi.

Cominciarono infatti con i «buon giorno» e i «come sta?» e con quelle

parole che non giovano se non a confermare simpatia tra persone che

hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme: considerazioni del tempo;

accenni a qualcuno o a qualche cosa nella strada. Finchè essa ebbe un

favore da chiedere al signor Bicci: un libro, perchè si annoiava.

Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone già cinque, lei ne ritenne

uno solo; grata, nondimeno, e ancor più gentile e amabile. E nel breve

incontro, a cui il prestito aveva dato occasione, Gaspare apprese molte

cose. Prima di tutto, che la signora Silvia diveniva più bella più le

si andava vicino. Poi, che era infelice per colpa di quel tanghero: mai

a un teatro; mai a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi! Infine,

che era una signora molto colta e che perciò egli, il quale desiderava

essere cortese, avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni: e

uno alla volta, per godere più spesso della sua gradevole compagnia.

Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare ne portò

uno nuovo di stampa; e via via. Discorrevano di romanzi. Ma come

discorrere di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano d'amore. Che

se non sempre si trovavano d'accordo intorno al carattere delle

eroine e degli eroi, sempre però convenivano in un punto: non essere

possibile innamorarsi davvero senza commettere qualche sproposito.

Orbene, Gaspare un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito,

sbigottito: non di sentirsi innamorato della signora Silvia, che non

c'era da meravigliarsene (per la solitudine del suo cuore dopo la

perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano: di primavera), ma

stupito dell'aver scoperta innamorata di lui la signora Silvia!

Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio; e subito,

coll'intelligenza di un innamorato, egli scorse che all'articolo del

matrimonio lo zio aveva avuto a un tempo ragione e torto.

«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano». Certo: ma

non eran quelle donne lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano

gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per regola ingannare

sembra peggior cosa che essere ingannati, ingannare un Tredòzi non era

ingannare un amico o un marito che non meritasse di essere ingannato.

Un'eccezione, insomma; della quale lo zio moribondo non aveva avuto

tempo di avvertire la possibilità, e per la quale il nipote compirebbe

un'opera quasi pietosa confortando una povera donna.

— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere di commettere uno

sproposito, e tuttavia abbastanza sicuro che un tale amore non

trasgredirebbe al buonsenso fino a divenire una passione.

E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa, con un tremito alle

palpebre, prolungava un discorso vano, egli, col tono di un peccatore

che si confessa o di un infermo che palesa il suo male al medico:

— Signora — disse d'improvviso, — io.... l'amo!

La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita; s'alzò, ricadde; si

nascose il viso fra le mani, e — oh gioia! — si mise a piangere.

Novelle umoristiche · 第 34 / 52 题