Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei genitori è il più gran
dolore umano, sarebbe disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè
nacque postumo e perdè la madre non ancor giunto agli anni della
discrezione. Egli però riconosceva che per lui, orfano, era stata una
fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre e da madre, con alterna
vicenda, a seconda dei casi, lo zio Giorgio e Luigi.
Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza, Gaspare non
vedeva che rose senza spine. Fin delle scuole e degli studi, che
angustiano e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata memoria; così per
tempo aveva saputo adattarsi alle necessità del mondo; tanto affetto
gli era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole gli era parso ciò che
appariva disagevole agli altri. A superar gli esami tranquillamente
lo zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio precettore, il quale
valeva una mediocre enciclopedia; e a guida negli svaghi e nei sollazzi
gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo il guinzaglio.
Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età cioè, in cui tutti
pericolano — lo zio lo sorresse donandogli trattati d'igiene e
trattati intorno le cause e le forme di morbi insanabili: per di più,
le precauzioni non essendo mai troppe, gli regalò il codice penale.
Così Gaspare crebbe sano di mente e di corpo; non di molto ingegno,
ma abbastanza da comprendere che il grande ingegno rende infelici;
abbastanza di cuore da commiserare il prossimo suo, ma non tanto tenero
da patir danni, a mo' dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di
buon senso da persuadersi che i desideri superiori ai mezzi tolgono
quiete e pace, e da scorgere in sè e fuori di sè prove indubbie della
sua buona fortuna.
Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi non gli avrebbe
invidiata la nativa arrendevolezza ai bisogni, alle convenienze, alle
contingenze, ai consigli della ragione?
Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno delle due sole pretese in cui
lo zio Giorgio insisteva. L'una: che suo nipote dimostrasse come i
ricchi debbano servire la patria ugualmente ai poveri e come l'anno di
volontariato sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che suo nipote
conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che troppe volte è meglio
un asino morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini vivi superano i
dottori vivi, e quelli credono aver necessità di questi, è lecito trar
partito dal comune pregiudizio.»
Ora, a proposito della laurea, Gaspare non dubitava che presto o tardi,
scampato agli scogli della licenza liceale, appagherebbe lo zio e se
stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto alla milizia, sapeva bene
che i volontari d'un anno soffrono, invisi come «signori», le angherie
dei caporali e dei sergenti, e che, essendo egli un giovane istruito,
diventerebbe presto un bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari.
Niente, dunque, volontariato!
La qual preparazione ad ambedue gli impegni dell'avvenire gli era
così tranquilla, e quasi così grata, che la fortuna avrebbe potuto
risparmiarsi la fatica di soccorrerlo.
Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste dubbio gli penetrò per la
prima volta nell'animo: che la fortuna sua portasse jettatura agli
altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò nella traduzione
del greco; s'ingarbugliò in un maledetto periodo ipotetico, lungo
lungo, da cui tutto il resto dipendeva in connessione logica e da cui
egli, per quanto tirasse, non riusciva a strappare un senso razionale.
E le ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione in buona
copia; già i professori guardavano biechi, passando, ai fogli pieni di
cancellature e di triboli, che non davan speranza di prossima fine.
E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il cómpit; quindi, in breve,
molti; dei quali chi tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà
quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche questa è fatta!»; e tutti
con la colazione davanti agli occhi e l'anima alleggerita.
Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte; si curvavano
sempre più sulle sudate carte e sui vocabolari copiosi e indifferenti;
inghiottivano, sentendosi mancare le idee, la speranza e la lena, un
pezzetto di cioccolata o s'attaccavano alla bottiglietta del cognac;
si compromettevano con segni di richiamo e gettiti di pallottoline che
recavano in seno una domanda o una risposta, un'invocazione d'aiuto o
l'aiuto d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna e la materna
angoscia.
Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi.
A un tratto il compagno di destra mise un profondo sospiro; guardò con,
negli occhi, la gioia della vittoria e insieme una luce di carità; poi
chiese a Dicci, piano piano:
— E tu?
— Se non ci fosse quest'ottativo....
— A te! copia...; ma cambia le frasi.
.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale, si salvò anche dal
greco; e il compagno che l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco!
L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero di leva.
In un gran camerone, pieno di fallaci speranze e d'un'allegria
fittizia, egli attendeva rassegnato e tranquillo.
— Bicci Gaspare!
.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale.
— 824!
— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che aveva più vicini; un operaio.
Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento che non
toccherebbe a lui ventura simile; a quel povero giovane, che col padre
o la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava un numero alto
e n'aveva necessità, per rimanere in terza categoria.
Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne la sorte; e con un
cordiale augurio ne accompagnò la mano entro l'urna.
— 12!
«Jettatore! jettatore!»
Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un pudore arcano, Gaspare non
osava confidarlo nemmeno allo zio; non prevedeva che questi l'avrebbe
consolato subito in quattro parole: La jettatura è un pregiudizio così
stupido che fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e alla bontà
degli uomini poco intelligenti. Quanto alla fortuna, sia o non sia
sottoposta alla divinità, essa è una potenza innegabile. Bada però che
è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è quasi sempre la disgrazia
dell'altro; e che ciò che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia
domani.
Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo zio. Ma Gaspare si consolò
da sè per una diversa riflessione: dal non avere egli mai un forte mal
di capo; dal non prendersi neppure un grosso raffreddore, non dovevan
conseguire le pleuriti e le polmoniti altrui.
Per fortuna non conosceva dei medici i quali gli dicessero che,
secondo la scienza moderna, anche il raffreddore è un'infezione, la
benefica natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e per le bestie,
moltitudini di microbi frigoriferi; onde se la fortuna risparmia
qualche suo prediletto dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono, di
microbi, a danno degli altri uomini e delle altre bestie.
Gaspare tuttavia non credeva d'essere un uomo fuori del genere o
sottratto alle conseguenze del peccato originale, ed era appena uscito
dal dubbio della jettatura che cadde in un timore più forte. Ricordava
che suo padre e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue e della
fibra, eran morti giovani entrambi per malattie casuali e violente.
Non avrebbe egli la medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto d'un
colpo; come una giustizia sommaria che lo rimetterebbe nella regola
dell'infelice destino umano!
E per evitare un tal colpo egli era condotto a desiderare qualche
piccola disgrazia: una piccola malattia, un fiasco alla Scuola di
applicazione.
Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se non con lode,
senz'infamia. Non ebbe subito impiego; ma non lo cercò, avendo modo
di vivere modestamente, di leggere romanzi, disegnare, dipingere alla
meglio, suonare alla peggio il pianoforte e andare a spasso: di vivere,
insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui.
Una sera lo zio Giorgio venne a casa male in gambe, e con un gran
freddo addosso.