_I Genovesi si danno al re di Francia. — Tentativo di Giovanni
Galeazzo sopra Samminiato; ricomincia la guerra. — Disfatta dei
Milanesi a Governolo; tregua. — Gherardo di Appiano vende Pisa a
Giovanni Galeazzo. Gli si danno ancora Siena e Perugia._
1396 = 1399.
Le perdite cagionate dalla guerra di Chiozza avevano privati i Genovesi
di ogni influenza sul rimanente dell'Italia; onde nello spazio di
quattordici anni non avemmo che due volte occasione di parlare di loro,
quando liberarono Urbano VI assediato in Nocera, e quando colla loro
mediazione ristabilirono la pace fra Giovanni Galeazzo e la repubblica
fiorentina. Non pertanto questi quattordici anni erano stati un periodo
di continue agitazioni e burrasche. Le fazioni erano diventate più
violente, e le guerre civili da loro occasionate privavano i Genovesi di
ogni influenza sui loro vicini. Per ultimo le rivoluzioni si resero così
frequenti, che i cittadini, più non trovando garanzia nelle leggi da
loro pubblicate, o protezione ne' magistrati, ch'essi medesimi avevano
nominati, si assoggettarono volontariamente ad un monarca straniero,
affinchè il suo giogo s'aggravasse egualmente sugli oppressori e sugli
oppressi.
In verun'altra repubblica non eransi mai contate nello stesso tempo
tante fazioni come in Genova. Perciò tra tutti i popoli d'Italia, i
Genovesi passavano per i più volubili ed impazienti. Le fazioni dei
Guelfi e dei Ghibellini non erano per anco spente, sebbene da lungo
tempo non esistesse più l'oggetto per cui s'erano formate. Antichi odj
dividevano ancora le famiglie che si erano altre volte battute, e tali
odj passavano di padre in figlio come parte dell'avito retaggio. Di
quando in quando queste nimicizie scoppiavano di nuovo, ed ogni zuffa
era quasi sempre foriera di rivoluzione nello stato. Un'altra rivalità
segregava i nobili dai cittadini. I primi erano esclusi
dall'amministrazione: le quattro più potenti famiglie dei Doria, degli
Spinola, dei Grimaldi e dei Fieschi eransi rifugiate ne' loro feudi, e
facevano la guerra alla repubblica senza essere in pace fra di loro.
Invano venivano esclusi da ogni partecipazione al governo, i proprj
vassalli, le proprie fortezze loro assicuravano sempre un distinto rango
nello stato; l'asprezza delle montagne, le naturali fortificazioni delle
valli loro agevolavano la difesa dei proprj feudi: i nobili non temevano
nei proprj castelli l'odio del popolo e la vendetta degl'irritati loro
concittadini; ed a dispetto delle leggi trasmettevano di secolo in
secolo ai loro discendenti i loro odj e le loro forze.
Tra le famiglie de' cittadini, loro succedute nell'amministrazione dello
stato, eranvene quattro che s'innalzavano al di sopra de' borghesi, come
le quattro famiglie nobili s'erano innalzate sopra la nobiltà; ed ognuna
aveva un partito nel popolo cui aveva dato il proprio nome. I capi di
queste quattro famiglie erano Antoniotto Adorno, Pietro Fregoso, Antonio
di Montalto e Lodovico Guarco, ognuno de' quali aspirava alla dignità di
doge della repubblica, ed ognuno ottenne la volta sua quest'onore da'
suoi partigiani. Dall'anno 1390 al 1394, dieci rivoluzioni mutarono in
Genova dieci volte il primo magistrato della repubblica, e si vide il
trono ducale a vicenda occupato dai capi di nuove famiglie o da
cittadini che appartenevano ad un altro partito de' borghesi, chiamato
lo stato di mezzo. In questi stessi anni scoppiarono altre turbolenze,
perciocchè i partiti vinti fecero molti inutili tentativi per riprendere
la superiorità[552].
[552] Ecco l'ordine cronologico nel quale questi dogi efimeri
succedettero ad Antoniotto Adorno, che, nel 1390, regnava per la
seconda volta.
1390 Giacomo Fregoso;
1391 Antoniotto Adorno III;
1392 Antonio di Montalto;
1393 Pietro Fregoso, Clemente Promontorio, Francesco Giustiniani,
1394 Antonio di Montalto II, Nicolò Zoalio, Antonio Guarco, Antonio
Adorno IV.
— _Uberti Folietæ Hist. Genuens., l. IX, p. 495._
Come nelle guerre civili del precedente secolo le famiglie nobili
avevano avuto de' vassalli che loro erano affezionatissimi, così le
famiglie borghesi avevano clienti sempre apparecchiati a versare il loro
sangue, e ad esporre i loro beni per il personale trionfo del capo della
loro fazione. Lo scopo di tutte queste guerre civili pareva limitato ad
innalzare sul trono ducale l'idolo dell'uno o dell'altro partito. Ma il
potere de' nobili e quello de' grandi cittadini aveva un altro
fondamento: i primi comandavano a contadini nati ne' loro feudi, e che
vivevano sui loro poderi, i secondi comandavano a marinaj e ad artigiani
che facevano lavorare. I Genovesi esercitavano il commercio marittimo
coll'attività di un popolo libero; i mercanti non aspettavano, stando
ne' loro fondachi, i risultamenti delle loro speculazioni, scorrevano i
mari sopra navi destinate ugualmente alla guerra ed al commercio;
vivevano sempre insieme ai marinaj che tenevano al loro soldo, che
avvezzavano all'ubbidienza ed al rispetto, e che si affezionavano coi
beneficj. Spesso ogni figlio d'una casa numerosa comandava un vascello,
ed alcune migliaja d'uomini venivano perciò assoldati da una sola
famiglia, cui l'abitudine, la riconoscenza e l'amore assicuravano la
loro ubbidienza.
Inoltre i capi dei varj partili erano uomini eminentemente distinti.
Antonio di Montalto, ch'era assai giovane, aggiugneva a straordinario
valore rara moderazione e clemenza. Antoniotto Adorno, cui
un'insaziabile ambizione non lasciava un istante di riposo, era dotato
di un vasto e raro ingegno, aveva grandi e nobili maniere, cuore
generoso, nome rispettato da tutti i principi d'Europa, e la sua gloria
aveva acquistato grandissimo lustro nella spedizione fatta sulle coste
di Barbaria l'anno 1388 per reprimere le piraterie dei Mori. Aveva
assediato nella sua capitale il re di Tunisi, e costrettolo a dare la
libertà a tutti gli schiavi cristiani, a pagare una somma di danaro per
le spese della guerra, e promettere che in avvenire i suoi sudditi non
eserciterebbero la pirateria[553]. Quattro volle Antoniotto Adorno aveva
ottenuto di sedere sul trono ducale, ed avrebbe meritato un distinto
rango tra i grandi uomini, se una smisurata ambizione non gli avesse
fatto in più circostanze adoperare i suoi talenti a danno della patria.
[553] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 491._
La famiglia degli Adorni era attaccata alla fazione ghibellina, ed
Antoniotto aveva coltivata l'amicizia di Giovanni Galeazzo Visconti, e
lo aveva favorito nel trattato di pace, di cui era stato mediatore, tra
questo principe e la repubblica fiorentina. Aveva invece ottenuto in
tempo del suo esilio l'assistenza del Visconti, allorchè aveva tentato
di riavere colle armi la dignità ducale. Ma i soccorsi di Giovanni
Galeazzo erano sempre interessati; egli prendeva parte nelle turbolenze
di Genova, sperando di ricuperare sopra questa città l'autorità di cui
aveva goduto l'arcivescovo di Milano suo pro-zio; e le moltiplicate
rivoluzioni del 1393 e 1394 gli davano speranza di giugnere a questo
scopo. In questi due anni diede potenti soccorsi ad Antoniotto Adorno in
allora esiliato; ma quando lo vide ristabilito sul trono ducale col
favore della rivoluzione del 3 settembre 1394, cercò di rovesciarlo, e
si affezionò il partito di Montalto e di Guarco per fargli guerra.
Questa mala fede, che nulla aveva provocato, apri finalmente gli occhi
ad Antoniotto Adorno, il quale vide che un segreto nemico avvelenava
tutte le fazioni della sua patria, e s'avanzava verso il compimento de'
suoi odiosi progetti col rapido indebolimento della repubblica; vide che
l'autorità di verun doge non potrebbe consolidarsi finchè Giovanni
Galeazzo sarebbe sempre apparecchia o a soccorrere tutti i ribelli e
tutti i nemici dell'ordine; vide finalmente che Genova non era
abbastanza forte per resistere sola ad un così ambizioso vicino.
Nel 1396 Carlo VI era re di Francia; e di già questo monarca era stato
preso da quegli accessi di follìa, che spesso rendevanlo incapace di
governare, e che lasciarono il regno in balìa delle rivali fazioni di
Borgogna e d'Orleans. Una nazione che avrebbe voluto compiutamente
sottoporsi all'autorità monarchica, non sarebbesi lasciata tentare di
darsi un sovrano, che ne poteva farsi ubbidire dai suoi sudditi, nè
preservarli dalle guerre civili e straniere. Ma se i Genovesi si
determinavano di riconoscere un re, non volevano in pari tempo che fosse
abbastanza destro ed ambizioso per usurpare tutti i poteri dello stato,
ed assicurarsi per sempre la di lei sudditanza. La vera debolezza e
l'apparente forza di Carlo VI erano forse ciò che loro meglio conveniva.
Il suo solo nome poteva difenderli contro le aggressioni di Giovanni
Galeazzo, ed intimidire le rivali fazioni; ma egli doveva coll'amore non
col timore governare un paese lontano e separato da' suoi stati da alte
montagne. Antoniotto Adorno per dare la pace alla sua patria, e più
ancora per isventare i progetti di Giovan Galeazzo, trattò coi ministri
di Carlo VI, sotto la di cui protezione offrì di porre la repubblica di
Genova.
Il trattato venne finalmente sottoscritto il 25 ottobre del 1396 dopo
lunghe dispute sia coi ministri regj sia colle diverse fazioni genovesi.
Prometteva il re di mandare un vicario francese per governar Genova
coll'autorità esercitata dal doge, e sotto le stesse leggi. Il consiglio
della repubblica doveva avere lo stesso numero di Guelfi e di
Ghibellini, di cittadini e di nobili; ma il presidente doveva sempre
essere Ghibellino. Il vicario del re doveva avere due voci in consiglio,
ove tutto si sarebbe deciso a pluralità di suffragi. Carlo non poteva nè
stabilire nuove imposte, ne immischiarsi in verun modo nelle finanze
della repubblica. Non aveva pure in sua mano le fortezze dello stato,
tranne dieci castelli datigli per sua sicurezza. Per ultimo i Genovesi
si riservarono la particolare loro alleanza coll'imperatore de' Greci e
col re di Cipro, la scelta tra i partiti che dividevano, in tempo dello
scisma, la Chiesa, e l'integrità del loro territorio; prometteva il re
di Francia di non trasmettere ad altri sovrani una sovranità unicamente
accordata alla sua persona[554].
[554] _Ubert. Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 510. — Georg.
Stellae Ann. Genuens., l. III, p. 1151._
Sotto tali condizioni, quando fossero state osservate, la repubblica di
Genova veniva a conservare la sua libertà tutta intera, acquistando per
la protezione del re di Francia maggiore sicurezza senza detrimento
della sua gloria. Ma il popolo era troppo riscaldato dalle passioni, per
rimanere subordinato a così temperata autorità; ed i vicarj reali erano
troppo stranieri ad una libera costituzione per rimanere entro i limiti
della medesima. Antoniotto Adorno morì nella peste del 1397 in privata
condizione, nella quale era volontariamente entrato, prima che le
passioni del popolo, calmate da questo trattato, scoppiassero di nuovo.
Ma nel 1398 la guerra civile, riaccesa dai partiti di Montalto e di
Guarco, e continuata poi dai Ghibellini contro i Guelfi, si manifestò
con tanto furore, che il vicario reale fuggì a Savona, e cinque grandi
battaglie si diedero nell'interno della città dal 12 agosto al primo di
settembre. Trenta de' più magnifici palazzi furono bruciati, e spianati
moltissimi pubblici e privati, edificj di modo che i danni della
repubblica ammontarono a più d'un milione di fiorini. Lo spossamento
universale costrinse all'ultimo le due fazioni a fare la pace, e Colardo
di Calleville, vicario reale nominato da Carlo VI, tornò in Genova per
governare la repubblica con più estesi poteri che prima non aveva[555].
[555] _Ubertus Folieta Hist. Genuens., l. IX, p. 514._
Il duca di Milano aveva presa parte il quest'ultima guerra civile,
siccome aveva fatto nelle precedenti; sovvenne di truppe e di Danaro
Antonio di Guarco ed Antonio di Montalto, ma l'aveva fatto assai
celatamente, per non provocare la collera della Francia; onde per tema
di compromettersi non aveva raccolto alcun frutto delle sue pratiche.
Giovanni Galeazzo ad una smisurata ambizione aggiugneva una grandissima
timidità. Sebbene fosse sempre in guerra, non vedeva mai le sue armate,
chiudevasi nel suo castello di Pavia di dove usciva poche volte e sempre
circondato da numerosa guardia. Tra i suoi generali aveva uomini
riputatissimi per talenti e per valore, ma non pertanto la guerra
trattata per mezzo loro aveva sempre un carattere di timidità. Non
permetteva mai d'attaccare se non sapeva di avere una marcata
superiorità di forze, e quando aveva a fronte un'armata di uguali forze
ordinava di non avventurare alcuna battaglia generale; faceva chiudere
le sue truppe nella città, abbandonando le campagne alla licenza
militare, ed aspettando che il tempo o le sue pratiche avessero
indeboliti i nemici. Con tanta pusillanimità perdette vantaggi quasi
sicuri, e non ottenne giammai dalla sua situazione o dalle sue forze
tutto quanto poteva sperarne.
Ma più che nelle armi otteneva vantaggio dalle sue negoziazioni,
perciocchè aveva l'arte di dividere e di sciogliere le leghe che si
andavano formando contro di lui, addormentando con false promesse e con
vane lusinghe d'amicizia coloro che voleva attaccare. Poco suscettibile
di collera o di risentimento, non entrava mai in guerra per vendicarsi:
ma nè l'amicizia, nè la memoria di passati servigi lo trattenevano
quando aveva risolto di nuocere. Non arrossiva di apparire perfido e
bugiardo, e non aveva altro consigliere che la propria ambizione
modificata dalla timidità. Pare che le sue parole non avrebbero dovuto
ispirare veruna confidenza, e che a forza di mentire avrebbe dovuto
ridursi in situazione di non poter più ingannare: ma gli uomini,
principalmente quando sono deboli, non si disabusano giammai interamente
dell'illusione della parola. Rendesi necessario troppo coraggio per
cercare un'increscevole verità, che un potente nemico tenta di
nasconderci; troppa risolutezza vuolsi a considerare sempre di fronte un
imminente pericolo, dal quale si può allontanare lo sguardo; finalmente
l'esclusione d'ogni verità nelle relazioni socievoli cagiona una così
desolante confusione, che non può sopportarsi. Un impostore non è mai
tanto screditato perchè la sua parola non possa più ingannare.
I Fiorentini ebbero soli in Italia il coraggio di giudicare Giovanni
Galeazzo; e malgrado le sue carezze ed i giuramenti lo tennero sempre
d'occhio come un nemico apparecchiato a piombare sopra di loro; invece i
piccoli principi e i deboli popoli, erano tutti l'uno dopo l'altro
vittime de' suoi artificj. Bonifacio IX e la repubblica di Venezia
partecipavano di questo acciecamento; essi non ardivano rivocare in
dubbio la fedeltà del duca di Milano, o sospettare soltanto che non
avesse a mantenere i trattati che lo legavano; quindi non prendevano le
necessarie misure per difendere, il primo lo stato della Chiesa, l'altro
il dominio di san Marco, qualunque volta Giovanni Galeazzo avesse
determinato di attaccarli.
Alla testa del governo fiorentino trovavasi sempre la fazione degli
Albizzi, che aveva ripigliata l'amministrazione degli affari l'anno
1381, dopo l'espulsione de' Ciompi. Questa fazione, composta d'antichi
Guelfi e di cittadini per ricchezze e per natali prossimi alla nobiltà,
aveva sempre avuti per capi i migliori politici dell'Italia; uomini che
abbracciavano a colpo d'occhio il presente e l'avvenire, e gl'interessi
tutti de' principi d'Europa; uomini che avevano saputo chiamare dalle
estremità della Francia e della Germania alleati alla repubblica
fiorentina; uomini finalmente che non perdevano il coraggio nelle
calamità, che per variare delle circostanze non rinunciavano alla data
fede, ed alla protezione della libertà d'Italia, che riguardavano come
proprio debito. Maso degli Albizzi, capo di questa fazione, eccitava, a
dir vero, la gelosia de' suoi concittadini; e gli Alberti ed i Medici
facevano di quando in quando alcuni sforzi per rialzarsi. Donato
Acciajuoli, che dopo l'Albizzi era il maggior cittadino di Firenze, e
che fin allora era stato con lui d'accordo, tentò egli medesimo nel
gennajo del 1396 di far richiamare gli esiliati e di ristabilire qualche
eguaglianza tra i due partiti; ma fu prevenuto e confinato a Barletta,
insieme a molti altri che avevano preso parte nella sua congiura[556]:
onde Maso degli Albizzi meglio assicurato nell'interno col bando
dell'Acciajuoli, fu in libertà di volgere tutta l'attenzione ai maneggi
del duca di Milano.
[556] _Piero Minerbetti 1395, c. 14, p. 354. — Memor. Storiche di
Ser Naddo, p. 158. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 849._
Giovanni Galeazzo aveva trattato con quasi tutti i capitani delle
compagnie di ventura. Egli loro assicurava una mezza paga costante,
mercè la quale questi avventurieri si obbligavano a tornare al suo
servizio colla loro piccola armata, quando il duca ne aveva bisogno.
Mentre stavano a mezza paga guerreggiavano per conto loro, e vivevano
col saccheggio in mezzo a' paesi che il duca non proteggeva contro di
loro. In tal modo Giovanni Galeazzo indeboliva in tempo di pace coloro
che voleva poi attaccare; quando si riconciliavano con lui, non perciò
erano liberati da queste armate, le quali continuavano le ostilità in
proprio nome. Quando il Visconti voleva in piena pace sorprendere
qualche piazza, cassava una delle compagnie al suo soldo, dandole
ostensibile congedo, ed incaricandola segretamente dell'esecuzione del
suo progetto. Se andava a male, dichiarava di non essere risponsabile
della sua condotta; ma se l'intrapresa riusciva, egli ne raccoglieva
solo tutto il frutto. I Fiorentini, sempre vigilanti, non permisero
quasi mai a queste compagnie d'invadere il loro territorio, ma non
seppero impedire che non guastassero spesso quello de' loro alleati.
Dopo inutili lagnanze determinarono di adottare lo stesso diritto delle
genti, usando rappresaglie sopra gli alleati del duca di Milano, e
facendo loro sentire in seno alla pace le vessazioni de' soldati, delle
quali eransi essi lagnati lungo tempo. Assoldarono adunque Bartolomeo
Boccanera di Prato con una compagnia di due mila cavalli e di mille
pedoni; non molto dopo lo congedarono, ordinandogli celatamente di
entrare nello stato di Pisa.
Bartolomeo prese la strada di questa città in giugno del 1396 con i
Gambacorti ed il conte Niccola di Montescudajo; ma essi si avanzarono
fin presso alle mura senza che, come lo avevano sperato, si facesse
internamente alcun movimento[557]. Giovanni Galeazzo mandò sei mila
cavalli in Toscana per difendere la signoria di Pisa, ed i Fiorentini
non raccolsero che pentimento e vergogna dall'intrapresa loro, come
sempre accade alle persone dabbene, quando vogliono adoperare le armi
de' malvagi. Presero per altro nuove truppe al loro soldo sotto gli
ordini di un gentiluomo di Guascogna detto Bernardo di Serres[558];
intavolarono nello stesso tempo negoziazioni per riconciliare la
signoria di Pisa e la repubblica di Lucca, tra le quali eranvi state
alcune ostilità.
[557] _Piero Minerbetti, 1396, c. 3, p. 359._
[558] Gli storici fiorentini lo chiamano _Bernardone_. — _Piero
Minerbetti, c. 4, p. 361. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 854._
Maso degli Albizzi dall'altro canto era passato in Francia, come
ambasciatore dei Fiorentini, per assicurare alla repubblica i soccorsi
di questa potenza, in caso che di nuovo scoppiasse la guerra con
Giovanni Galeazzo. La casa di Francia aveva oramai coll'Italia interessi
più immediati, dopo che la signoria di Genova erasi data al re, e dopo
che la città di Asti era venuta in mano del duca d'Orleans come dote di
Valentina Visconti. Carlo VI acconsentì dunque il 29 settembre 1396 a
firmare un'alleanza difensiva, in forza della quale il re e la
repubblica si guarentivano vicendevolmente l'integrità de' loro stati. I
Fiorentini promettevano al re, quando fosse attaccato in Italia,
un'armata ausiliaria di tre mila cavalli; in cambio il re prometteva di
spedire in loro ajuto, nel caso di bisogno, un'armata degna di portare
le sue insegne e di essere capitanata da un principe del sangue. Se gli
alleati erano attaccati, e se difendendosi facevano conquiste, quelle di
Lombardia dovevano appartenere alla Francia, e quelle di Toscana alla
repubblica[559].
[559] _Piero Minerbetti, c. 7, p. 363. — Sozomeni Pistor. Hist., t.
XVI, p. 1162. — Memor. Stor. di ser Naddo di Montecatini, p. 158. —
Scipione Ammirato, l. XVI, p. 853._
Quest'alleanza rialzò il coraggio dei Fiorentini e de' loro confederati
d'Italia, che vennero ammessi a prendervi parte. Per altro non procurò
loro verun reale vantaggio. Un avvenimento, accaduto circa lo stesso
tempo all'altra estremità dell'Europa, privò tutt'ad un tratto i
Francesi di uomini e di danaro, e gli alienò per alcun tempo da lontane
intraprese. Un migliajo di cavalieri francesi, il fiore della nobiltà
del regno, erano passati in Ungheria sotto la condotta di Giovanni conte
di Nevers, figliuolo del duca di Borgogna, per difendere Sigismondo
contro il formidabile Bajazette Ilderim, che pareva disposto a tentare
la conquista di tutta la Cristianità. La loro presunzione fu cagione
della disfatta del re d'Ungheria, accaduta a Nicopoli il 28 settembre;
ma il loro valore rese lungo tempo incerta una battaglia nella quale
perirono cento mila uomini. Tutti i cavalieri francesi morirono
combattendo, o furono uccisi dopo la vittoria, tranne ventiquattro
signori, che col conte di Nevers furono ammessi a riscattarsi; fu
portata la taglia del solo duca di Nevers a dugento mila fiorini, e
quella degli altri cavalieri, tra i quali distinguevansi Enguerrando di
Coucy, il maresciallo Boucicault, ed il conte d'Eu, esaurì di danaro la
Francia[560].
[560] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 364. — Jo. de Thwrocz Chron.
Ungar., l. IV, c. 8, p. 221. — Gibbon Decline and fall of the Empir.
Rom., c. 64, t. XI, p. 242._
Ma la repubblica fiorentina non si era appoggiata alla sola alleanza del
re di Francia. I dieci della guerra si erano data cura d'accrescere le
milizie dello stato, ed avevano spedito Bernardone con tutte le loro
truppe a Pescia in principio del 1397, per impedire l'invasione del loro
territorio. Dal canto suo Alberico da Barbiano aveva condotti sei mila
cavalieri nello stato di Lucca; e questo generale avventuriere aveva
seco i più valorosi capitani d'Italia. La compagnia di san Giorgio, da
lui formata vent'anni prima aveva loro servito di scuola; Pagolo Orsini
e Pagolo Savelli di Roma, Ottobon Terzo di Parma, Ceccolino de'
Michelotti di Perugia, Broglio di Chieri in Piemonte, e Luca di
Canale[561] erano i suoi principali luogotenenti; questi rialzavano
l'onore della milizia italiana e ravvivavano lo spirito guerriero di
questa nazione. Il conte Alberico di Barbiano riceveva un soldo da
Giovanni Galeazzo, ed era venuto a Lucca per suo ordine; ma non pertanto
egli pretendeva di essere entrato in Toscana come condottiere, non come
generale del duca di Milano. Barbiano vide con piacere l'armata
fiorentina stabilirsi a Pescia perchè egli non aveva intenzione
d'attaccare la Val di Nievole, ma di aspettare l'effetto di una congiura
tramata a Samminiato.
[561] _Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 69._
Samminiato, posto a metà strada tra Firenze e Pisa, è un forte castello
fabbricato sulla sommità d'un colle, di dove scuopresi una vasta
estensione di pianure. L'Arno gli scorre alle falde, ed i due fiumi
l'Elsa e l'Era vi mettono foce uno a destra e l'altro a sinistra di
Samminiato. Questa terra, oggi dichiarata città, conteneva circa sei
mila abitanti, i quali eransi molto tempo conservati liberi, ma erano in
appresso caduti sotto il dominio de' Fiorentini per colpa delle
divisioni nate tra le famiglie de' Mangiadori e de' Ciccioni[562].
[562] _Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 70._
Benedetto Mangiadori aveva ricorso a Giovanni Galeazzo per iscuotere col
di lui ajuto questo giogo straniero. Erasi egli stabilito in Pisa; ma il
17 marzo si presentò avanti a Samminiato, un'ora prima di mezza notte,
con diecisette compagni d'armi. Pretendeva di aver cose importanti da
comunicare ad Antonio Davanzati, vicario fiorentino, ed entrò
immediatamente col suo seguito nella corte del pubblico palazzo, ove fu
ricevuto senza diffidenza. In tutte le città i palazzi del governatore
erano fortificati; quello di Samminiato appoggiavasi alle mura ed aveva
due uscite, una nell'interno della piazza, l'altra nella campagna. Il
Mangiadori, ammesso all'udienza del vicario, sguainò la spada,
slanciossi sopra di lui e l'uccise: il corpo del governatore coperto di
ventotto ferite, e quello d'uno de' suoi ufficiali, vennero gittati in
sulla piazza dai congiurati, che si trovarono in tal modo padroni del
palazzo; essi poi liberarono tutti i prigionieri, chiamarono a
riprendere le armi per ricuperare la libertà gli abitanti di Samminiato;
ed accesero fuochi per dare il convenuto segno a Pisa, ond'essere
soccorsi[563].
[563] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 71. — Marangoni Chron. di Pisa,
p. 815. — Piero Minerbetti, c. 12, p. 368. — Scipione Ammirato, l.
XVI, p. 856._
In fatti gli abitanti di Samminiato presero le armi, e rimasero alcun
tempo indecisi intorno a ciò che loro convenisse di fare; ma in ultimo
ascoltarono l'affetto loro pei Fiorentini, attaccarono con molto
coraggio il palazzo difeso da Mangiadori e dai suoi compagni prima che
loro giugnessero i soccorsi di Pisa. Volle l'accidente che il capitano
di Giovanni Galeazzo, che s'avanzava per sostenere Mangiadori, si
scontrasse in un corpo di Fiorentini che inseguivano alcuni banditi.
Egli tenne sicuro, vedendoli, che l'intrapresa di Samminiato fosse mal
riuscita, e si ritirò. Mangiadori, dopo avere resistito lungo tempo,
fuggì a traverso ai precipizj, sui quali s'innalzano le mura della
città, seguito dai pochi suoi compagni che non erano stati uccisi, o
fatti prigionieri[564].
[564] _Sozomeni Pistoriensis, t. XVI, p. 1163. — Leonardo Aretino,
l. XI._
Era stata annunciata a Firenze la morte del vicario di Samminiato, e la
perdita di questa fortezza; tale notizia aveva sparsa nel popolo la più
alta costernazione. Se Giovan Galeazzo restava padrone di così forte
piazza, nel centro della Toscana, gli sarebbe stato agevole lo spingere
ogni giorno le sue scorrerie fin sotto alle mura di Firenze, e di
ruinare la repubblica con una lenta guerra senza timore di essere
ridotto ad una battaglia, o forzarlo a dare addietro. Ma quando seppesi
in appresso, che la città era salvata, e che il palazzo del vicario era
stato ripreso dai cittadini, la trepidazione fece luogo al desiderio
della vendetta. I priori adunarono immediatamente un consiglio di
seicento _richiesti_, loro fecero il quadro degl'intrighi del duca di
Milano e delle innumerevoli infrazioni de' trattati di pace, e chiesero
se non tornava meglio di esporsi ad un'aperta guerra, piuttosto che
riposare ancora sui giuramenti di un uomo perfido, che non rispettava le
più sacre promesse. Di comune assenso i cittadini domandarono la guerra,
e sollecitarono la signoria a spingerla vigorosamente[565].
[565] _Piero Minerbetti, c. 13, p. 370. — Scip. Ammirato, l. XVI, p.
857._
Il conte Alberico di Barbiano, vedendo sventata la sua intrapresa di
Samminiato, attraversò il territorio di Pisa e venne ad unirsi presso
Siena ad altre truppe di Giovanni Galeazzo. Portò in tal modo la sua
armata a dieci mila cavalli, con un ragguardevole corpo
d'infanteria[566]. Mentre girava al di fuori intorno ai confini della
repubblica fiorentina, Bernardone coll'armata della repubblica seguiva
al di dentro la linea degli stessi confini per chiuderne l'ingresso. Ma
in ultimo questo generale si lasciò sorprendere da un'astuzia del
nemico, che minacciava lo stato d'Arezzo. Bernardo sforzavasi di
chiudergli questa provincia, quando Barbiano penetrò per Chianti in Val
di Greve, s'innoltrò fino alle porte di Firenze, guastò la Val d'Arno
inferiore, e fece in tutte le campagne un'immensa preda, perchè non
essendo dichiarata la guerra, i contadini non avevano pensato a riporre
nelle terre murate i loro bestiami e gli altri effetti[567].
[566] _Leon. Aretino, l. XI._
[567] _Piero Minerbetti, c. 14, p. 370. — Memor. Storiche di ser
Naddo, p. 159. — Ann. Boninc. Miniat., t. XXI, p. 72. — Marangoni
Cron. di Pisa, p. 816._
Frattanto dopo dieci giorni di saccheggio l'armata milanese tornò nello
stato di Siena, ed i Fiorentini trovarono in breve la maniera
d'indebolirla, prendendo al loro soldo Pagolo Orsino, Biordo de'
Michelotti e Cecchino suo fratello, che seco conducevano parte della
cavalleria del duca. Giovanni di Barbiano, fratello d'Alberico, lo
abbandonò ancora esso per andare in Romagna in servigio de' Bolognesi;
ed i Fiorentini, invece di temere per sè medesimi, si videro bentosto a
portata di mandare considerabili soccorsi a Francesco di Gonzaga, nello
stesso tempo attaccato dal Visconti[568].
[568] _Leon. Aretino, l. XI. — Ann. Boninc., p. 73. — Scipione
Ammirato, l. XVI, p. 858._
Senza dichiarazione di guerra Giovanni Galeazzo aveva fatti entrare il
31 marzo nel territorio mantovano due armate. Ugolotto Biancardo,
governatore di Verona, conduceva la prima, ad aveva fatti condurre in
coda diversi battelli, onde attraversare o il lago, o il Mincio a
Guarolda[569]. Giacomo del Verme con un'altra armata avanzavasi al
mezzogiorno del Po con intenzione di passarlo a Borgoforte. L'uno e
l'altro volevano penetrare in quella parte del territorio di Mantova che
trovasi tra il lago, il Po, il Mincio e l'Oglio. Questa piccola
provincia, chiamata il _Serraglio_, era la più ricca d'ogni altra;
perchè nelle precedenti guerre non era mai stata esposta ai guasti de'
nemici; ma per lo spazio di tre mesi e mezzo i generali milanesi
tentarono invano di gittare un ponte sul Po o sul Mincio, ed in così
lungo spazio di tempo la guerra si ristrinse ad alcune rapide
incursioni, ed a pochi assedj di castelli. I Mantovani tenevano a
Borgoforte un ponte sul Po, la di cui testa era fortificata, e con ciò
impedivano ai loro nemici di navigare sul fiume. Giacomo del Verme aveva
adunata una flotta di grandi battelli nella parte superiore del Po, ma,
fermato al ponte di Borgoforte, non poteva giugnere fino al Serraglio.
Quando il 14 luglio un impetuoso vento secondando la corrente delle
acque, egli lanciò alcuni vascelli incendiarj contro il ponte che
chiudeva il passaggio, e lo bruciò malgrado la coraggiosa resistenza di
Francesco da Gonzaga. Le campagne lungo tempo rispettate del Serraglio
vennero allora abbandonate ai guasti de' soldati[570].
[569] _Platina Hist. Mantuana, l. IV, p. 763._
[570] _Platina Hist. Mant., l. IV, p. 778. — Jacobi de Delayto Ann.
Est., p. 942._
Quando i Fiorentini ebbero notizia di quest'infausto avvenimento,
staccarono dalla loro armata Carlo Malatesta, Pagolo Orsini e Filippo di
Pisa, con tre mila cavalli per soccorrere il Gonzaga. Soccorrendo
l'alleato, calmavano pure nel loro campo una sedizione che stava per
iscoppiare. Il loro generale Bernardone, sotto pretesto di ristabilire
la disciplina, aveva fatto tagliare la testa, trasportato dalla collera
e dalla gelosia, a Bartolomeo Boccanera di Prato, uno de' capitani che
servivano sotto di lui. Ma i condottieri erano troppo lontani dal
conoscere quella cieca ubbidienza che si esige a' nostri giorni dalle
truppe: non credevano essi, che il generale avesse diritto d'ordinare il
loro supplicio, e domandavano ad alta voce vendetta contro Bernardone
per aver fatto perire uno de' loro compagni d'armi[571].
[571] _Leon. Aretino Hist. Flor., l. XI. — Scip. Ammirato, l. XVI,
p. 860._
Mentre che l'armata ausiliaria de' Fiorentini avanzavasi per Ferrara
sopra Mantova lungo la destra del Po, rimontava questo fiume una flotta
formata dal signore di Padova. Era composta di sette galere veneziane
che Francesco da Carrara aveva noleggiate. La repubblica di Venezia,
senza voler dichiarare la guerra a Giovanni Galeazzo, secondava
nascostamente gli sforzi de' suoi nemici per resistergli; aveva
agevolato l'armamento del signore di Padova, e permesso a Francesco
Bembo, nobile veneziano, di assumerne il comando. Trecento barche o
battelli, somministrati dal Carrara e dal marchese d'Este,
accompagnavano le sette galere. Delle due armate milanesi quella di
Ugolotto Biancardo era nel Serraglio, ed assediava il castello di
Governolo al confluente del Po e del Mincio, e quella di Giacomo del
Verme trovavasi accampata in faccia allo stesso castello sull'altra riva
del Po verso mezzodì. Un ponte di battelli innanzi a Governolo
assicurava la loro comunicazione[572]. Tutte queste posizioni vennero
attaccate contemporaneamente il 28 agosto 1397. Il ponte di battelli fu
rotto e bruciato dal Bembo, e cento settanta barche milanesi, che
stavano ancorate al disopra del ponte, caddero in potere del vincitore.
Il Malatesta coi Fiorentini e loro alleati attaccò Giacomo del Verme.
Francesco di Gonzaga, secondato da una sortita della guarnigione di
Governolo piombò sopra Ugolotto Biancardo, ed i Milanesi vennero rotti
su tutti i punti. Sei mila uomini e due mila cavalli furono uccisi o
presi, e le molte ricchezze trovate ne' due accampamenti vennero
abbandonate al saccheggio[573].
[572] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 826. — Ann. Estens. Jacobi de
Delayto, l. XVIII, p. 925._
[573] _Andrea Gataro, p. 830. — Jacobi de Delayto Ann. Estens., p.
937. — Memorie Stor. di ser Naddo da Montec., t. XVIII, p. 169._
Questo cronachista termina il suo racconto con tale avvenimento. —
_Sozomeni Pistor. Hist., p. 1164. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di
Venezia, p. 763. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 863._
Dopo questa segnalata vittoria la guerra si andò rallentando finchè si
venne a stabilire una tregua. I Veneziani che si erano compromessi con
Giovanni Galeazzo, senza che volessero apertamente dichiararsi contro di
lui, cercarono di ristabilire la pace in Lombardia: essi temevano di
venire alla risoluzione che dovevano prendere in breve, e non pensavano
che a guadagnar tempo. Offrirono la loro mediazione alle potenze
belligeranti e fu accettata. Dopo otto mesi di negoziati sentirono
all'ultimo la difficoltà di conciliare interessi lesi da una lunga serie
di perfidie. Si può fondare un trattato sopra la forza e sopra il
diritto di conquista; ma è più difficile il negoziare sopra basi
stabilite dalla frode e dalla mala fede. Lo spergiuro, più che
l'oltraggio o la crudeltà, rende impossibile la pace. Finalmente i
Veneziani proposero di mantenere ognuno de' contraenti nello stato in
cui si trovava, e senza nulla decidere intorno al diritto, di
conchiudere soltanto una tregua di dieci anni, la quale venne infatti
soscritta l'11 maggio del 1398, sotto la guarenzia della repubblica di
Venezia[574].
[574] _Piero Minerbetti, c. 24, p. 385. — Sozomeni Pistor. Hist., p.
1165. — Jacobi de Delayto Ann. Estenses, p. 930._
Prima che la vittoria ottenuta a Governolo avesse calmata l'inquietudine
de' Fiorentini, una sedizione fu in sul punto di rovesciare quel governo
che formava la forza e la sicurezza della repubblica. Il 4 agosto otto
giovani delle illustri famiglie dei Medici, dei Ricci, degli Spini e de'
Cavicciuoli, comparvero armati nelle strade, chiamando il popolo a
rovesciare ciò ch'essi chiamavano la tirannia degli Albizzi.
Attraversarono Firenze circondati da una folla di gente che gli andava
considerando con sorpresa, e li seguiva senza corrispondere alle loro
grida. Le spie loro avevano rivelato che troverebbero Maso degli Albizzi
sulla piazza di san Pietro maggiore; ma tardarono pochi minuti, ed
invece uccisero due suoi clienti, sperando di commuovere il popolo colla
vista dello sparso sangue. Si fermarono finalmente nel portico della
cattedrale, ove ricominciarono ad invitare i cittadini alle armi ed alla
libertà; ma nella folla che li circondava mantenevasi un cupo silenzio.
Gli arcieri s'innoltravano per arrestarli, onde, presi da spavento, si
rifugiarono in chiesa, ove furono inseguiti ed incatenati. Confessarono
innanzi al podestà ed al capitano del popolo che avevano avuto
intenzione d'uccidere Maso degli Albizzi, e di rovesciare il governo;
onde furono condannati a perdere la testa sulla piazza del palazzo[575].
[575] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 378. — Memorie di ser Naddo da
Montecatini, p. 167. — Sozomeni Pistoriens. Histor., p. 1164. —
Bonincontrii Miniat. Annales, p. 74. — Scipione Ammirato, l. XVI, p.
861._
Mentre continuavansi in Venezia le negoziazioni di pace, Giovanni
Galeazzo ne manteneva altre più segrete in ogni città per accrescere il
suo potere. La prima delle trame da lui formate scoppiò in Pisa. Jacopo
d'Appiano, che aveva usurpata la tirannide in questa città, contava in
allora settantacinque anni[576]. Vanni, il maggiore de' suoi figliuoli,
che le sue relazioni col duca di Milano, e la sua contesa coi
Lanfranchi, avevano armato contro Gambacorta, era morto nel mese di
ottobre, ed i suoi fratelli non mostravano nè talenti, nè energia. Il
signore di Pisa, inquieto intorno alla sorte di sua famiglia, mandò a
chiedere soccorso a Giovanni Galeazzo per mantenere la sua autorità.
Infatti il duca fece passare a Pisa Pagolo Savelli con trecento lance,
ed incaricò tre ambasciatori d'assicurare l'Appiano della sua protezione
e del suo affetto. Ma il 2 gennajo del 1398 questi ambasciatori si
fecero aprire a mezza notte la casa del vecchio signore di Pisa, e gli
chiesero a nome del loro padrone le chiavi delle cittadelle di Pisa, di
Livorno, di Piombino e di Cascina. Jacopo loro rispose che la sua
persona ed ogni suo avere appartenevano al duca di Milano, ma che non
poteva dargli le fortezze dello stato senza il consentimento degli
anziani della repubblica. Promise di adunarli all'indomani mattina, e
con questa promessa persuase, non senza difficoltà, gli ambasciatori del
duca a ritirarsi. Ma non erano appena usciti dalla sua casa, che si
apparecchiò a difendere la signoria che gli si voleva togliere. Adunò i
suoi soldati, fece armare il popolo, di già irritato contro il duca per
le vessazioni de' suoi soldati, ed allo spuntare del giorno fece
attaccare nella sua casa Pagolo Savelli. Questo capitano fu fatto
prigioniero unitamente agli ambasciatori, ed i suoi soldati di
cavalleria furono parte uccisi, e parte spogliati delle armi e scacciati
di città. Un segretario del Savelli palesò innanzi ai tribunali tutta la
trama del suo padrone, ed i Pisani, che avevano contro di lui cospirato,
furono severamente puniti[577].
[576] _Piero Minerbetti, c. 20, p. 384._
[577] _Piero Minerbetti c. 25, p. 387. — Sozomeni Pistor. Hist., p.
1165. — Bonincontrii Miniat. Ann., p. 15. — Marangoni Cronache di
Pisa, p. 817. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 865._
I Fiorentini spedirono immediatamente a Pisa a felicitare la signoria ed
il popolo d'essersi sottratti al laccio loro teso dal duca di Milano,
protestandosi apparecchiati a difenderli qualora Giovanni Galeazzo
facesse contro di loro uso della forza. Gli ambasciatori de' Fiorentini
vennero accolti con viva gioja dai Pisani, e pareva che dovesse
conchiudersi tra i due popoli una nuova pace; ma Giovanni Galeazzo,
sempre padrone di contenere le sue passioni, sapeva simulare la calma
quando si credeva che dovesse manifestare la collera. Approvò altamente
la condotta de' Pisani, dichiarò che qualunque volta i suoi commissarj
abusavano delle loro facoltà, o i suoi soldati delle loro armi, per
vessare i principi o i popoli, li vedeva con piacere puniti. Abbandonò i
prigionieri al risentimento del signore di Pisa, ed ottenne di farlo
dubitare ch'egli avesse avuto parte nella trama[578]. Jacopo d'Appiano
fece allora sorgere nuove difficoltà per ritardare il trattato coi
Fiorentini, ricusò in appresso di conchiudere una pace separata, e
chiese soltanto di essere compreso nella tregua generale, che in questo
medesimo tempo trattavasi a Venezia, e che fu pubblicato per dieci anni
in tutte le città il 29 maggio del 1398.
[578] _Piero Minerbetti, c. 26, p. 389. — Leon. Aretino, l. XI. —
Corio Istor. Milan., p. IV, p. 279. — Scipione Ammirato, l. XVI, p.
866._
Pochi mesi dopo la pubblicazione di questa tregua, Jacopo d'Appiano morì
il 5 settembre del 1398. Aveva avuto cura di far riconoscere suo
figliuolo Gherardo per capitano del popolo, e di fargli prestare
giuramento dalle milizie[579], onde la morte di Jacopo non fu cagione di
rivoluzioni. Ma suo figlio, occupando dopo di lui la signoria, si
sentiva mal sicuro, onde cercò appoggi all'estero, e fu detto che
offrisse ai Fiorentini di entrare nella loro alleanza, se questi
volevano mantenere in Pisa a loro spese seicento cavalli e duecento
fanti per difenderlo contro gli ammutinamenti de' suoi sudditi. I
Fiorentini ricusarono di farsi garanti d'una tirannide[580], desiderando
piuttosto di vedere i Pisani rimessi al godimento della libertà, ed i
Gambacorti ristabiliti nella loro patria. Giovanni Galeazzo, meno
scrupoloso, offrì a Gherardo d'Appiano di comperare la sovranità di Pisa
ad altissimo prezzo, promettendogli duecento mila fiorini colla signoria
dell'isola d'Elba e di Piombino. Gherardo rimandò gli ambasciatori
fiorentini troppo pericolosi indagatori delle sue azioni; fece entrare
in città quattro mila uomini delle truppe milanesi; diede loro in mano
tutte le fortezze ed in appresso pubblicò il trattato conchiuso col duca
di Milano[581].
[579] _Piero Minerbetti, 1398, c. 6, p. 395. — Scipione Ammirato, l.
XVI, p. 869._
[580] _Leonardo Aretino, l. XI. — Annales Bonincontrii Miniat., p.
76. — Marangoni Croniche di Pisa, p. 819. — _Tronci pone in dubbio
questa negoziazione, _Ann. Pisani, p. 487._
[581] _Piero Minerbetti, c. 13, p. 398. — Scip. Ammirato, l. XVI, p.
870._
I Pisani più non erano in tempo di prendere le armi quando seppero di
essere stati indegnamente venduti ad un padrone straniero. Tentarono
almeno di smuovere l'Appiano colle loro preghiere; «Poichè volete, gli
dissero, rinunciare alla signoria, rendete alla vostra patria l'antica
sua libertà. Noi siamo disposti a ricuperarla questa libertà pel prezzo
che vi fu offerto dal duca di Milano, ed anche a maggior prezzo se
volete. Non caricatevi dell'obbrobrio di vendere come schiavi i vostri
concittadini, di vendere uomini la di cui libertà risale a più rimota
età che non quella di verun altro popolo toscano. Potremmo noi forse,
noi Pisani, piegarci alla volontà d'un principe? Potremo noi soffrire
che la passione vinca la ragione, e la forza la giustizia? Vero è che
noi abbiamo volontariamente affidata a vostro padre un'autorità sovrana,
e siamo apparecchiati a riconoscere questa medesima autorità in voi, suo
figliuolo; ma noi vi abbiamo risguardato sempre come nostro concittadino
piuttosto che come nostro padrone, e se voi non volete assoggettarvi
alla fatica del governo, la vostra patria vi ridomanda quella libertà e
quei diritti che aveva soltanto alienati per soverchia confidenza in
voi. Colla libertà ella riavrà l'antico splendore, ma sotto il potere
d'uno straniero la vedremo in breve perdere la numerosa sua popolazione,
il suo splendore, le sue ricchezze[582].»
[582] _Poggio Bracciolini, l. III, p. 279. — Sozomeni Pistor., p.
1166. — Piero Minerbetti, c. 15, p. 399._
Gherardo d'Appiano non si lasciò smuovere dalle preghiere de' suoi
concittadini; aveva data la sua parola, e forse più non era in suo
potere il rivocarla. In febbrajo del 1399 abbandonò la città e le
fortezze di Pisa al commissario del duca di Milano, incaricato di
prenderne il possesso, e ritirossi nel castello di Piombino. La signoria
che si era riservata abbracciava l'isola d'Elba, ed i Castelli di
Populonia, di Suvereto e di Scarlino. Così cominciò il principato di
Piombino, che conservossi due secoli nella casa d'Appiano, e che in
appresso venne poi riunito alla corona di Napoli[583].
[583] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 77. — Marangoni, Cron. di Pisa,
p. 820._ Un altro figlio di Jacopo d'Appiano viveva povero nella
Liguria ai tempi di Sozomeno. _Hist. p. 1153_.
Il duca di Milano mandò a Pisa un governatore, che affrettossi di
dichiarare ai Fiorentini essere mente del suo padrone d'osservare
scrupolosamente la tregua convenuta a Venezia, e di comportarsi da buon
vicino[584]. Ma nel medesimo tempo gli emissarj di Giovan Galeazzo
avevano persuasi il conte di Poppi, feudo del Casentino, e tutti gli
Ubertini a darsi al duca. Questi gentiluomini montanari, rompendo i loro
trattati colla repubblica, sforzavansi di provocare una nuova guerra coi
loro assassinj[585]. Altri agenti del duca si adoperavano in Perugia per
ridurre questa repubblica a proclamarlo suo signore.
[584] _Piero Minerbetti, c. 16, p. 400._
[585] _Piero Minerbetti 1399, c. 1, p. 402. — Scip. Ammirato, l.
XVI, p. 871._
Poichè nel 1393 i plebei ed i Guelfi, rientrati in Perugia avevano
occupata la suprema autorità, ucciso Pandolfo Baglioni, e costretti i
lori nemici a salvarsi colla fuga, questa repubblica, a vicenda
travagliata da guerre civili o straniere, non aveva goduto un solo
istante di riposo. Molti gentiluomini della Marca d'Ancona, del ducato
di Spoleti e del patrimonio di san Pietro, facevano il mestiere di
_condottieri_; possedevano in queste province fortezze, ove si
ritiravano quando non erano impegnati nel servigio d'alcuno, ed in
questi intervalli di riposo saccheggiavano i loro vicini, per tenere
esercitati i loro soldati, spingendo talvolta le loro scorrerie fin
presso alle porte di Perugia[586]. Tra i nobili ed i cittadini di questa
repubblica alcuni pure esercitavano la stessa professione, ed allora
prendevano una parte più attiva nelle turbolenze della loro patria: la
compagnia di ventura che formavano per servire a qualche principe
straniero, era in appresso impiegata talvolta a cagionare rivoluzioni
nella repubblica, o a farle la guerra. Braccio da Montone, uno de' più
celebri generali italiani del quindicesimo secolo, era signore del
castello di Montone, vicino a Perugia. Attaccato alla fazione dei nobili
e dei Baglioni egli era stato fatto prigioniere pochi anni dopo l'ultima
rivoluzione, e rilasciato poi a condizione di dare il castello ereditato
dai suoi antenati in mano ai proprj nemici[587]. Biordo dei Michelotti,
altro condottiere, era capo della fazione del popolo a Perugia; la sua
compagnia di ventura aveva più volte guastato il territorio di Pisa e di
Siena, ed aveva attirate severe rappresaglie sopra i Perugini[588].
Biordo erasi impadronito nel 1395 di Todi, ed in appresso d'Orvieto; si
era fatto dichiarar signore di queste due città tolte ai Malatesti, ed
aveva in tal modo offeso papa Bonifacio IX, dal quale dipendevano[589];
aveva quindi sforzato questo pontefice a nominarlo suo vicario nelle
città da lui occupate[590].
[586] _Piero Minerbetti 1393, c. 30, p. 333._
[587] _Vita Brachii Perus., t. XIX, l. I, p. 444._
[588] _Piero Minerbetti 1394, c. 7, 337._
[589] _Piero Minerbetti 1393, c. 5, p. 348._
[590] _Ivi, c. 16, p. 358_. — L'anno 1397 Biordo dei Michelotti era
signore nello stesso tempo di Todi, Orvieto, Assisi, Nocera, ed
altri castelli. _Pomp. Peliini Stor. di Perugia, p. II, l. X, p.
89._
Non doveva riuscire agevole cosa il contenere nell'uguaglianza
repubblicana, chi, cittadino di Perugia, era principe in alcune vicine
città, e comandava senza intervento d'altri ad un'armata assoldata;
perciò Biordo de' Michelotti era in qualche modo signore di Perugia. Il
di lui credito, del quale per altro egli non aveva ancora abusato,
inspirò gelosia ad alcuni cittadini: lo zelo della libertà, o forse
l'ambizione d'innalzarsi sopra le ruine di un uomo potente, li trasse in
una congiura. L'abate di san Pietro di Perugia, che era della casa
Guidalotti, legata ai Michelotti dall'amicizia e dall'attaccamento allo
stesso partito, entrò il 10 marzo con suo fratello ed alcuni amici nella
casa di Biordo; disse di voler parlargli in disparte, e quando Biordo
ebbe licenziate le persone che trovavansi con lui, l'abate gli pose la
mano sulla sprilla dicendogli: «Biordo, Biordo, il popolo di Perugia non
vuole tiranni.» Era questo il segno convenuto coi congiurati, i quali
sguainarono all'istante i pugnali ed uccisero Biordo[591]. La famiglia
di Biordo, che non aveva concepito verun sospetto, non s'accorse di
nulla, ed i congiurati uscirono senza ostacolo, e recaronsi alla
cattedrale per arringare il popolo: ma invece di trovarlo disposto a
ricompensarli, non udirono intorno a loro che minacce e voci di
vendetta. Ebbero per altro il tempo di fuggire coi cavalli che tenevano
a tal uopo apparecchiati, ma le case loro furono dal popolo svaligiate,
ed uccisi alcuni de' loro parenti[592].
[591] Biordo aveva in allora quarantasei anni. _Pompeo Pellini, l.
X, p. 97._
[592] _Piero Minerbetti 1397, c. 27, p. 390. — Pompeo Pellini,
Istor. di Perugia, t. II, l. X, p. 94_.
Papa Bonifacio era probabilmente il principal motore di questa
cospirazione, ed aveva fatto avanzare con un corpo d'armata fino a tre
miglia da Perugia Malatesta de' Malatesti, uno de' signori di Rimini,
per sostenere i congiurati. Ma il popolo affezionato a Biordo più assai
che non pensavano il papa o l'abate di san Pietro, non si alienò per la
di lui morte dal suo partito, ed il Malatesta fu costretto di ritirarsi
senza avere raccolto alcun frutto dalla cospirazione da lui
spalleggiata[593].
[593] _Piero Minerbetti, c. 27, p. 391._
Un fratello di Biordo, Ceccolino dei Michelotti, aveva il comando
d'Assisi, questa città gli fu tolta per sorpresa dagli abitanti, i
quali, essendosi ribellati, si diedero a Broglio, altro condottiere che
il papa aveva mandato nel loro paese[594]. Questo con mille cinquecento
cavalli guastò quasi tutto il territorio di Perugia; da un altro canto
Ugolino dei Trinci, signore di Foligno, stringeva pure i Perugini, i
quali trovaronsi in tale angustia, che ricorsero a Giovanni Galeazzo, ed
erano sopra pensiero di darsi a lui per difendersi dal papa e dai
condottieri[595]. I Fiorentini, avvisati opportunamente di questo
trattato, spedirono subito ambasciatori a Perugia, per confortare il
popolo a conservare la sua libertà, ed a riconciliarsi colla
Chiesa[596]. In pari tempo rappresentarono al papa il pericolo cui si
esponeva, spingendo i Perugini alla disperazione, poichè gli sforzava a
gettarsi tra le braccia del Visconti. Gli fecero sentire, che se il duca
di Milano metteva una volta piede negli stati della Chiesa, non
tarderebbe a spogliarla di tutti. Con tali considerazioni lo persuasero
a riprendere Perugia sotto la sua protezione mercè il pagamento di
dodici mila fiorini, che gli stessi Fiorentini sovvennero ai Perugini;
perchè questi erano stati in modo ruinati dalle guerre civili, che non
sapevano come pagare così piccola contribuzione[597].
[594] Questo capitano, la di cui famiglia diede in appresso alcuni
marescialli alla Francia, discendeva da una delle sette principali
famiglie di Chieri, piccola città del Piemonte. Viene spesso
chiamato Broglia ed anche Brogliole. _Lodrisio Crivelli de Vita
Sfortiae Vicecom., t. XIX, p. 360._
[595] _Piero Minerbetti 1398, c. 11, p. 397._
[596] Fu questa la prima ambasciata di Jacopo Salviati, che ne
lasciò memoria. _Delizie degli Erud. t. XVIII, p. 175._
[597] _Piero Minerbetti 1398, c. 17, p. 400. — Pompeo Pellini Ist.
di Perugia, p. II, l. XI, p. 100-107._
Ma Giovan Galeazzo non rinunciava così facilmente alle speranze che
aveva una volta concepite: il papa aveva congedato il Broglio, ed il
duca di Milano, senza prenderlo al suo servizio, lo persuase con grossi
regali a rientrare nel Sienese e nel Perugino l'anno 1399 per guastarne
i territorj, spargendo voce che la compagnia di ventura da lui comandata
riceveva soldo dai Fiorentini. Attribuendo in tal maniera le proprie
frodi ai suoi nemici, ottenne di seminare la diffidenza fra le tre più
grandi repubbliche della Toscana[598].
[598] _Piero Minerbetti 1399, c. 3, p. 404. — Sozomeni Pistor.
Hist., p. 1167._
La repubblica di Siena non era meno esausta, nè meno debole della
Perugina. Una lunga guerra con Firenze, i guasti delle compagnie di
ventura, e più di tutto la violenza e l'imprudenza del proprio governo,
alla testa del quale vedevansi uomini della più abbietta classe del
popolo, concorrevano a ruinare lo stato: per colmo di mali la peste
erasi manifestata in questa città; poichè questa fatale epidemia aveva
in sul declinare del secolo ricominciate in Italia le sue stragi con non
minore violenza di quello che avesse fatto cinquant'anni prima. I
Sienesi nello stato d'estrema debolezza, cui trovavansi ridotti, erano
estremamente agitati, perchè vedevano prossima al suo termine l'alleanza
convenuta per dieci anni con Giovanni Galeazzo, il 22 settembre del
1389. Sebbene in suo cuore il duca non desiderasse meno di loro di
rinnovare questo trattato, andava però promovendo difficoltà; ingrandiva
i suoi passati servigj, e dichiarava di non volere per l'innanzi
proteggere che i proprj sudditi. Accrescendo in tal modo l'inquietudine
de' Sienesi, li fece all'ultimo risolvere di darsi a lui. Le condizioni
furono regolate dopo lunghe conferenze; e fu convenuto, che il
luogotenente del duca a Siena avrebbe due voci nella signoria, e che
questa, e il senatore ed il capitano del popolo verrebbero conservati
nell'antica loro autorità. Obbligatasi il duca a non accrescere le
imposte, a non mutare le leggi, e finalmente a non trasmettere a verun
altra persona la propria sovranità, che doveva conservarsi ereditaria di
maschio in maschio nella sua famiglia. Il consiglio generale di Siena
accettò il 6 di novembre queste convenzioni, ed il giorno 11 dello
stesso mese, nell'ora indicata dagli astrologi, otto procuratori
nominati dalla città fecero cessione agli ambasciatori del duca di
Milano della sovranità della repubblica di Siena[599].
[599] _Annali Sanesi an. 1399, t. XIX, p. 413. — Malavolti Storia di
Siena, p. II, l. X, p. 185. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 872._
L'esempio di Siena fece una gagliarda impressione sopra gli abitanti di
Perugia. Il duca di Milano aveva mandati nella loro città ambasciatori,
i quali adoperavano ogni mezzo di seduzione per guadagnarli. Aveva
assoldato Ceccolino dei Michelotti, ch'era sottentrato nel credito di
Biordo, suo fratello: egli distribuiva regali tra i più riputati
cittadini, ed adulava il basso popolo promettendogli feste e piaceri.
Invano gli ambasciatori fiorentini cercavano coi loro discorsi di
riaccendere l'amore di libertà, invano offrivano l'assistenza della loro
repubblica per difendere Perugia. I medesimi priori di Perugia proposero
al consiglio generale di dare la signoria al duca di Milano sotto
condizioni press'a poco uguali a quelle convenute coi Sienesi. Ottocento
cavalli vennero introdotti in città da Otto Bon Terzo, uno de' generali
del Visconti, e nell'istante indicato dagli astrologi, il 21 gennajo
1400, un'ora avanti il tramontare del sole, la bandiera del duca di
Milano fu innalzata nella piazza di Perugia e portata in processione
intorno alle mura[600].
[600] _Piero Minerbetti 1399, c. 14, p. 414. — Sozom. Pistor. Hist.,
p. 1169. — Bern. Corio Istor. Milan., p. IV, p. 281. — Scipione
Ammirato, l. XVI, p. 875._ — Il trattato trovasi in compendio presso
il Pellini, _Istor. di Perugia, p. II, l. XI, p. 117._
E per tal modo, dopo l'ultima pace stipulata col duca di Milano, i
Fiorentini vedevano questo principe dilatare le sue conquiste
tutt'all'intorno del loro territorio. Siena, Pisa e Perugia dalla parte
della pianura, i conti di Poppi e di Bagno ed i feudi degli Ubertini dal
lato delle montagne erano passati sotto il suo dominio, e non pertanto i
Veneziani, garanti dell'ultimo trattato, non osavano parlare per
impedire i progressi di Giovanni Galeazzo[601].
[601] _Leon. Aret., l. XI._
Sotto un altro punto di vista l'isolamento de' Fiorentini era ancora più
terribile, perchè lo spirito di libertà s'andava spegnendo in tutta
l'Italia. Genova, Perugia e Siena eransi volontariamente date ad un
padrone; Pisa era stata venduta; Lucca e Bologna, che ancora
pretendevano di essere libere, trovavansi in preda ad interne
dissensioni che presagivano vicina la loro ruina; Venezia, chiudendosi
nelle sue lagune, pareva che pensasse di abbandonare l'Italia
all'infelice sua sorte; Roma stagnava ne' vizj della schiavitù: il regno
di Napoli e la Lombardia avevano perfino dimenticato il vocabolo libertà
e questa terra così ferace in altri tempi di cittadini e di eroi pareva
abbandonata da tutte le virtù e da tutti i sentimenti sublimi. Un
tiranno vile e perfido si adoperava nel distruggere in Italia tutto
quanto portava ancora l'impronta della lealtà e dell'onore; non si
riprometteva prosperi successi che In ragione de' crescenti vizj dei
popoli, e rallegravasi quando Vedeva un governo abbracciare la sua
fraudolente politica, tenendosi allora sicuro di poterlo presto
soggiogare. Tali erano i funesti presagi che accompagnavano la fine del
quattordicesimo secolo. Per ultimo la peste si manifestò
contemporaneamente in molte parti dell'Italia, ed i popoli, atterriti da
così grande calamità, riconoscevano i gastighi che si erano meritati, e
piegavansi innanzi alla divina maestà per implorare la sua misericordia.