CAPITOLO LVI.

_Processioni de' penitenti bianchi. — Paolo Guinigi si rende

padrone della signoria di Lucca. — Guerre civili a Bologna;

Giovanni Bentivoglio usurpa l'autorità sovrana. — Deposizione di

Wenceslao; Roberto di Baviera, suo successore, attacca senza

profitto Giovanni Galeazzo. Questi si rende padrone di Bologna;

muore improvvisamente._

1399 = 1402.

Mentre l'Italia teneva con inquietudine aperti gli occhi sopra le

pratiche di Giovanni Galeazzo, e che non sapeva prevedere in qual luogo

i Fiorentini troverebbero soccorsi per difendersi da questo terribile

avversario, l'attenzione dei popoli fu distratta dai progetti ambiziosi

del duca di Milano da un universale movimento di divozione, che per

alcuni mesi allontanò gli uomini da tutti gl'interessi temporali, per

non occuparli che intorno all'eterna salute. Grandi calamità percuotendo

l'Europa, facevano credere vicina la fine del mondo, e tremare i

Cristiani innanzi alla collera di Dio. Bajazette, Ilderim, sultano del

Turchi, aveva ridotta Costantinopoli quasi nella sua totale dipendenza;

nel 1399 aveva invase l'Ungheria e la Polonia, e minacciava tutta

l'Europa. Dietro di lui un conquistatore ancora più formidabile, Timour

o Tamerlano, sultano di Samarcanda, pareva apparecchiarsi alla conquista

dell'universo. L'incapacità di tutti i sovrani d'Occidente abbandonava i

loro stati all'anarchia ed alla ruina. L'imperatore Wenceslao era

ugualmente spregievole e dispregiato; Sigismondo d'Ungheria, suo

fratello, era perduto nell'amore de' piaceri; Carlo VI, re di Francia,

preso da follìa, e Riccardo II d'Inghilterra era stato deposto per dar

luogo a suo cugino Enrico IV, duca di Lancastro. Lo scisma che divideva

la Chiesa aveva palesati ai Cristiani i vizj de' loro pastori;

perciocchè questi si andavano reciprocamente accusando e calunniando;

mentre i devoti non dubitavano che la divisione della Cristianità non

provocasse sopra di lei la collera del cielo, e che la peste, che

ricominciava con violenza le sue stragi, non fosse un castigo

dell'oltraggiata divinità.

Un prete oltramontano, che gli uni dicono spagnuolo, altri scozese,

altri provenzale, scelse quest'istante per predicare la penitenza.

Dietro le sue esortazioni tutti i suoi uditori vestironsi di bianco, e

portando crocifissi innanzi a sè, recaronsi fino alla vicina città

cantando inni per implorare la misericordia del cielo, e per invitare

gli uomini alla pace ed alla penitenza. Questa pratica di divozione fu

introdotta in Italia dalla banda del Piemonte, e mentre passò di città

in città attraverso alla Lombardia, valicò ancora le Alpi liguri. Gli

abitanti della Polsevera, uomini, donne, fanciulli, in numero di cinque

mila, entrarono in Genova il 5 luglio del 1399, coperti di bianche

vesti[602]. Insegnarono ai Genovesi l'inno _stabat mater dolorosa_

ch'era stato recentemente composto, e dopo avere in nove giorni

terminato il loro pellegrinaggio, ed avere ridotti tutti coloro ch'erano

in guerra a riconciliarsi gli uni cogli altri, tornarono alle proprie

case.

[602] _Giorg. Stella Ann. Gen., l. III, p. 1172, t. XVII._

Appena partiti questi, i Genovesi si mossero per imitarli. Dopo avere

divotamente ascoltata la messa in sullo spuntar del giorno, dopo essersi

confessati e comunicati, tutti si vestirono di bianco, o piuttosto con

alcune lenzuola si fecero certe grandi sottane di tela, che coprivano

tutto il loro corpo, ed il volto. Il venerabile arcivescovo di Genova,

Giacomo del Fiesco, troppo debole e troppo vecchio per camminare, montò

un cavallo coperto pure di bianco, ed in tal modo condusse la

processione. Tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i fanciulli lo

seguivano appajati, cantando le litanie, e prostrandosi di tanto in

tanto per implorare sulla terra la celeste pace e misericordia. In

questo divoto spettacolo eravi qualche cosa di seducente; coloro che

avevano osato di porlo in ridicolo, non potevano meglio che gli altri

preservarsi da un sentimento che solo animava tutto un popolo. La

processione visitando tutte le chiese, tutte le cappelle di reliquie, in

Genova e ne' contorni, continuò per nove giorni il suo cammino e le sue

litanie. Il decimo giorno si riaprirono le botteghe, e tutti si

restituirono ai consueti affari; soltanto i più zelanti ed i più robusti

consacrarono questi nove giorni a portare più verso il levante questa

nuova divozione. Alcune processioni genovesi giunsero a Lucca ed a Pisa,

e comunicarono ai Toscani la loro istituzione. Lazzaro Guinigi capo di

una famiglia guelfa che in allora governava Lucca con un'autorità quasi

assoluta, non vide senza inquietudine l'arrivo di questa processione di

maschere, che poteva nascondere qualche stratagemma del duca di Milano,

o de' Pisani suoi nemici. Quando si fu rassicurato da questo primo

timore, concepì un'altra inquietudine, vedendo il movimento popolare che

eccitava questa pratica religiosa, e l'immensa folla che di già

apparecchiavasi ad uscire di Lucca in processione. Temette che la città

non rimanesse vuota e senza difensori, e che i suoi nemici ne

approfittassero per attaccarlo. In conseguenza la signoria di Lucca

vietò alle processioni dei bianchi di uscire dalle mura; ma non potè

impedire, che circa tre mila penitenti, che facevano portare un

crocifisso avanti a loro, non si recassero a Pescia, ove visitarono le

chiese, e persuasero le famiglie nemiche a riconciliarsi. Proseguirono

poi il loro viaggio per Pistoja alla volta di Firenze; in tutti i luoghi

per dove passavano vennero ricevuti con entusiasmo; ed in Firenze la

signoria li fece alloggiare e nutrire a spese del pubblico. Ne'

susseguenti giorni si videro arrivare nella stessa città simili

processioni da Pistoja, da Prato e da Pisa, le quali seguivano l'esempio

loro dato dai Lucchesi, e tutte furono accolte colla stessa

ospitalità[603].

[603] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 409. — Sozomeni Pistor. Hist. p.

1168._

Quando tutti gli stranieri penitenti furono partiti, i Fiorentini dal

canto loro si apparecchiarono a cominciare la loro corsa di divozione;

ed i priori per impedire il più che potevano a queste religiose

compagnie d'allontanarsi dalla città, diedero loro per guide pubblici

ufficiali. Il vescovo di Firenze accompagnato da quaranta mila persone,

visitava le chiese del vicinato, e riconduceva ogni sera i suoi

penitenti a dormire in città e nelle proprie case; ma un'altra truppa,

condotta dal vescovo di Fiesole, si pose in cammino alla volta d'Arezzo,

e quando giunse a Filigne si trovò composta di ventimila penitenti[604].

[604] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 410._

E per tal modo in tutto il tempo che si continuarono queste pie

scorrerie, non fu commessa violenza alcuna, nè tramata alcuna frode; e

quando le processioni giugnevano ancora ne' luoghi nemici, vi entravano

confidentemente, e vi si ricevevano con ospitalità. Dalla Toscana questa

pratica venne portata negli stati del papa, e da questi nel regno di

Napoli. Corse tutta l'Italia dall'una all'altra estremità, e non venne

fermata che dal mare[605].

[605] _Chron. Placent., t. XVI, p. 569. — Ann. Mediol., t. XVI, p.

832. — Math. de Griffonibus Memor. Histor., t. XVIII, p. 207. — Ann.

Estens. Jacobi de Delayto, p. 957. — Jannotii Manetti Histor.

Pistor., p. 1069. — Poggio Bracciolini Histor. Flor., p. III, p.

279. — Platina Histor. Mant., l. IV, p. 792. — Ann. Bonincontrii, p.

79. — Ann. Forolivien., p. 200. — Comment. Leon. Aretini de rebus

suo temp. gestis, t. XIX. p. 919. — Corio Stor. Milan., p. IV, p.

281._

Per altro il papa era ben lontano dall'incoraggiarla; trovandosi sempre

in guerra coll'antipapa e co' suoi proprj baroni e colle città del suo

stato, ogni movimento eccitava la sua diffidenza, onde condannò le

processioni dei bianchi come contrarie alla disciplina della Chiesa.

Ma non fu appena calmato questo universale movimento di divozione, che

si videro manifestarsi nuove trame del duca di Milano. Voleva egli

staccare i Lucchesi dall'alleanza de' Fiorentini, e la fermezza di

Lazzaro Guinigi, che allora reggeva questa repubblica, faceva vani tutti

i suoi tentativi. Pure un fratello di Lazzaro, che batteva la carriera

militare, aveva preso servigio sotto Giovanni Galeazzo, ed era in allora

di guarnigione a Pisa. Il governatore di questa città lo chiamò un

giorno in sua casa: «Felicitatevi, gli disse, che il duca di Milano,

nostro padrone, è intenzionato di farvi signore di Lucca; tutti i

partigiani della vostra casa vi seconderebbero se vostro fratello avesse

cessato di vivere, in quanto a me io tengo ordine di sostenervi con

tutte le truppe di cui posso disporre; d'altro più non si tratta che di

vedere se l'uomo cui sono riservate tante grazie, vuole rendersene

degno.» Il giovane Guinigi, che in ogni tempo era stato riputato uomo

leggiere, si lasciò abbagliare da tali offerte; assunse tutti gl'impegni

che volle il governatore, e la medesima sera passò a Lucca, ove chiesta

avendo una segreta conferenza col fratello, tosto che si trovò con lui

solo lo uccise a pugnalate. Subito dopo scese in piazza per chiamare il

popolo alle armi, siccome aveva concertato di fare col governatore di

Pisa, ma l'orrore del commesso delitto riunì tutte le persone contro di

lui; e Michele Guinigi ch'era in allora gonfaloniere lo fece arrestare,

e condannare immediatamente a morte[606].

[606] _Piero Minerbetti, c. 16, p. 416._

Giovanni Galeazzo non aspettavasi migliore successo da questa

cospirazione. Voleva la morte di Lazzaro Guinigi e l'aveva ottenuta. La

peste, che si manifestò subito dopo in Lucca, favorì gli ulteriori suoi

progetti. Nella state del 1400 si videro spesso morire in un solo giorno

cento cinquanta persone della città. Perirono quasi tutti i capi della

casa Guinigi; Michele il gonfaloniere, un altro Lazzaro, Bartolomeo, e

tutti coloro che godevano della pubblica considerazione, morirono gli

uni dopo gli altri[607]. I loro amici, i loro clienti fuggivano nelle

campagne e ne' più lontani paesi per evitare la mortalità; ed i

Ghibellini di già si lusingavano d'una vicina vendetta contro la casa

Guinigi, che gli aveva tanto tempo tenuti in basso stato[608].

[607] _Gio. ser Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, Rer. It., p. 799._

[608] _Ivi, p. 804._

Paolo Guinigi, il più giovane de' figli di Francesco, era rimasto a

Lucca: dotato di scarsi talenti e non risoluto, la di lui ambizione non

era superiore ai suoi mezzi. Ma un intrigante notajo, ser Giovanni

Cambi, che ci lasciò la storia di una rivoluzione di cui fu principale

agente, si rese padrone del suo spirito, e lo determinò ad approfittare

delle circostanze per innalzarsi alla tirannide. Gli fece credere che

s'egli non attaccava verrebbe attaccato in breve, e s'incaricò di tutte

le negoziazioni e di tutti gl'intrighi che lo dovevano condurre allo

scopo. Guinigi cominciò coll'abjurare il partito guelfo, e l'alleanza

de' Fiorentini, onde chiedere soccorso a Giovanni Galeazzo, il

sostenitore di tutti gli usurpatori; ed il duca ordinò al governatore di

Pisa di secondare il Guinigi con tutte le forze di cui poteva

disporre[609].

[609] _Gio. ser Cambi Cron. di Lucca, t. XVIII, Rer. It., p. 806._

Il gonfaloniere e gli anziani, che la sorte aveva designati per

governare Lucca nei mesi di settembre e di ottobre del 1400, erano

creature della casa Guinigi, onde gli permisero di corrompere i soldati,

di introdurre contadini in città, di occupare con gente armata il

palazzo e le strade vicine. Nella notte del 14 ottobre, e nella

susseguente mattina il gonfaloniere avendo adunati i dodici consiglieri

della balìa, dichiarò loro che per la sicurezza di Lucca e della

famiglia Guinigi, e pel mantenimento della libertà medesima, egli

credeva necessario di nominare Paolo Guinigi capitano della città e

delle milizie[610]. La balìa rigettò questa proposizione, e la ricusò

egualmente il consiglio ch'era adunato; ma Paolo Guinigi era sulla

piazza circondato dai soldati e dai contadini armati; il podestà erasi

dichiarato per lui, ed il gonfaloniere gli rimise, in nome della

repubblica, lo stendardo del popolo ed il bastone del comando[611].

[610] _Ser Cambi Cron. di Lucca, p. 806._

[611] _Ivi, p. 807, 808._

La limitata autorità che fu in allora attribuita a Guinigi, non bastò a

soddisfare questo nuovo signore, o piuttosto il suo intrigante

consigliere. Il primo prese motivo da una trama da lui scoperta per

domandare ed ottenere un assoluto potere; in principio del susseguente

anno soppresse la signoria degli anziani, e si alloggiò egli stesso nel

pubblico palazzo[612].

[612] _Ivi, 811._

Mentre i Fiorentini vedevano con estrema inquietudine la città di Lucca

staccarsi dalla loro alleanza, e l'usurpatore, che l'aveva fatta serva,

cercare l'appoggio del tiranno di Lombardia, venivano informati che

quest'ultimo, ossia il governatore che aveva mandato a Perugia, erasi

per sorpresa impadronito della città d'Assisi[613]. Di già la guerra

pareva inevitabile, quando il solo generale in cui avessero piena

confidenza, messer Broglio, morì di peste il 15 luglio ad Empoli[614].

La loro città era pure travagliata dallo stesso flagello; ma mentre vi

spargeva lo spavento, sorprendeva ancora taluno de' loro nemici.

Uguccione di Casale, signore di Cortona, morì quando si apparecchiava a

lasciare l'alleanza della repubblica per accettare quella del Visconti,

e suo figlio Francesco che gli successe, rimase fedele ai Fiorentini.

Nello stesso tempo morì Roberto conte di Popi; egli aveva sempre fatto

la guerra ai Fiorentini, ed era l'alleato di tutti i loro nemici; ma

morendo supplicò la repubblica ad accettare la tutela de' suoi figli. La

signoria accolse la sua domanda ed amministrò la tutela di questo nemico

con non minor prudenza che generosità[615].

[613] _Piero Minerbetti, 1400, c. 2, p. 420._

[614] _Ivi, c. 5, p. 422. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 878._

[615] _Bonincontrii Miniat. Ann., p. 81._

In novembre di quest'anno, si scoprì in Firenze una cospirazione, nella

quale i Ricci, gli Alberti, alcuni Adimari, Strozzi e Medici erano

entrati per ricuperare la loro antica parte al governo. Alcuni de'

congiurati avevano trattato, senza saputa degli altri, col duca di

Milano, l'anima di tutte le congiure d'Italia; ed i movimenti che si

osservarono nelle sue truppe a Siena ed a Pisa, convinsero, ch'egli solo

avrebbe raccolti tutti i frutti della cospirazione, se ella non veniva

scoperta. I più colpevoli de' suoi capi perirono sul patibolo[616]. Ma

non era per anco passato lo spavento cagionato da questa trama, che una

nuova rivoluzione privò di libertà l'ultima delle repubbliche che

rimanesse attaccata al partito fiorentino.

[616] _Piero Minerbetti, c. 11, p. 428. — Sozomeni Pistor. Histor.,

p. 1170. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 879._

La repubblica bolognese era da qualche tempo governata dalla fazione che

portava il nome dello scacchiere, essendo stata la contraria fazione de'

Maltraversi esiliata. Trovavansi alla testa della prima nel 1398 due

cittadini dotati di sommi talenti, e che godevano grandissima

riputazione, Nanne Gozzadini e Carlo Zambeccari. Ambiziosi ambidue

volevano elevarsi oltre il grado che si conviene a cittadini d'uno stato

libero, e pensarono di formarsi un partito separato, per soppiantarsi

vicendevolmente, ed occupare la sovranità. Il Gozzadini sceglieva i suoi

partigiani nella fazione dominante, e per piacer loro perseguitava o

esiliava quelli della contraria parte. Lo Zambeccari all'opposto

assumeva la protezione degli oppressi, e colla sua dolcezza e

moderazione aveva intorno a sè riuniti tutti coloro ch'erano affezionati

al partito Maltraversa[617]. Il 6 maggio 1398 fece prendere le armi al

popolo, e costrinse il senato ad accordare un'amnistia generale, ed a

richiamare tutti i fuorusciti[618]. Quest'atto di clemenza accrebbe

molto il credito dello Zambeccari, e la sua pubblica riconciliazione coi

Gozzadini che tenne dietro a quest'avvenimento, pareva promettere un

nuovo periodo di prosperità alla repubblica di Bologna.

[617] _Jacobi de Delayto Ann. Esten., t. XVIII, p. 931._

[618] _Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna, t. II, l. XXVII, p.

496. — Mathei de Griffonibus Memor. Histor. p. 205._

Ma, sebbene questa pacificazione fosse stata consolidata da matrimonj

tra le due famiglie, Nanne Gozzadini la turbò bentosto. Egli si associò

Giovanni Bentivoglio, gentiluomo i cui talenti ed attività uguagliavano

la smisurata ambizione, e dopo avere seco convenuto intorno ai mezzi di

sollevare il popolo, impegnò Giovanni, conte di Barbiano, capitano

ch'era stato lungamente al soldo dei Bolognesi, a secondarlo colla sua

compagnia di ventura. I partigiani dei Gozzadini, e tutta la fazione

dello scacchiere doveva prendere le armi in principio del 1399, occupare

la porta della strada san Donato, per aprirla al Barbiano, ed introdurre

in città i suoi soldati. Il Gozzadini s'impadronì realmente di questa

porta; ma il Barbiano, ritardato da un impreveduto ostacolo, non arrivò

all'ora convenuta. Carlo Zambeccari al primo allarme aveva ragunata una

numerosa e determinata truppa, e gli sarebbe stato agevole cosa

l'opprimere i suoi nemici; ma tostocchè questi offrirono proposizioni di

pace, egli dichiarò che non verserebbe il sangue de' suoi concittadini,

qualunque fosse il danno che gliene verrebbe dalla sua clemenza. Chiese

che il Gozzadini ed il Bentivoglio deponessero le armi coi loro alleati,

ed uscissero di città. Il primo fu relegato a Genova, l'altro a Zara, e

la sedizione fu compressa senza spargimento di sangue[619].

[619] _Math. de Griff. Mem. Hist., p. 206. — Cron. Miscel. di Bol.,

p. 564. — Cher. Ghirardacci Stor. di Bol., l. XXVII, p. 500._

Lo stesso partito eccitò nel medesimo anno una seconda sedizione, che

venne egualmente compressa dai talenti e dal coraggio di Carlo

Zambeccari. Questo cittadino acquistava ogni giorno una maggiore

considerazione, ed un maggiore ascendente nella repubblica, quando la

peste si manifestò in Bologna e portò la desolazione ne' consiglj. In

uno stesso giorno morirono Carlo Zambeccari ed i suoi più zelanti

partigiani, Obizzo Lazzari e Giacomo Griffoni. Questi due uomini soli

avrebbero potuto prendere il suo luogo, e farne scordare la

perdita[620]. Il partito Maltraversa, che richiamato dall'esilio dallo

Zambeccari, erasi posto sotto la sua protezione, venne assai più

maltrattato dalla peste che il contrario partito. Il senato si trovò

bentosto costretto a richiamare dal loro esilio Nanne Gozzadini e

Giovanni Bentivoglio. Questi, appena ritornati, fecero prendere le armi

ai loro partigiani, attaccarono i Maltraversi, di cui uccisero un gran

numero, e forzarono il senato ad esiliare quasi tutti i capi della casa

Zambeccari[621].

[620] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVII, p. 505. — Math. de Griff., p.

206. — Ann. Esten. Jacobi de Delayto, p. 956._

[621] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVII, p. 507._

Appena Gozzadini e Bentivoglio si videro vincenti che si divisero per

cogliere i frutti della vittoria. Il Gozzadini ricercò tutti i suoi

partigiani nel popolo e furono le persone della classe infima che cercò

di promuovere agl'impieghi. Il Bentivoglio per lo contrario prese i

nobili sotto la sua protezione, ed ottenne di farsi risguardare come

loro capo. Gli storici bolognesi lo fanno discendere da un bastardo del

re Enzio che morì prigioniero in questa città. Ma questa favolosa

origine prova soltanto che la famiglia dei Bentivoglio non era antica,

nè aveva avuta uomini che la illustrassero, poichè se ne cercava

l'origine in così vicini tempi[622]. Per altro siccome al Bentivoglio

non bastava l'appoggio dei nobili, si riconciliò colla vinta fazione dei

Zambeccari, ed ottenne dal senato il decreto del loro richiamo[623].

Siccome non aveva altro scopo che il suo personale innalzamento, e non

quello del partito, sapeva meglio che il suo avversario riunire sotto la

sua condotta uomini di contrarj interessi e di opposti principj.

[622] Infatto Giacomo di Delayto dice che la famiglia Bentivoglio

non era illustre. _Ann. Estens., t. XVIII, p. 962._

[623] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 511._

In tutto il 1400 i due capi di parte continuarono le loro pratiche l'uno

contro l'altro senza venire alle mani. Mentre il Gozzadini confidava nel

favore del popolo, il Bentivoglio, sicuro dell'amicizia dei nobili e de'

Maltraversi, aveva inoltre contratta una segreta alleanza con Astorre

Manfredi, signore di Faenza, che trovavasi allora in guerra coi

Bolognesi; e colla sua mediazione entrò pure in trattato col duca di

Milano, sempre apparecchiato a soccorrere tutti i cospiratori.

Quando il Bentivoglio ebbe tutto apparecchiato, e che si credette sicuro

dell'esito con alcune prove che aveva fatte delle proprie forze, il 27

febbrajo del 1401, diede ordine a suo figlio Bente Bentivoglio di

prendere le armi co' suoi partigiani e soldati, mentre egli medesimo

trattenne nel palazzo pubblico Nanne e Bonifaccio Gozzadini, che vi si

trovavano nello stesso tempo che il Bentivoglio. La piazza pubblica fu

vivamente attaccata da Bente e valorosamente difesa da Gozzadino

Gozzadini; ma rimasto gravemente ferito quest'ultimo, e molti riputati

cittadini uccisi dall'una parte e dall'altra, ed il popolo mostrando

alla fine di decidersi a favore dei Bentivoglio, rimasero questi padroni

del campo di battaglia e del palazzo pubblico.

Giovanni Bentivoglio usò moderatamente della vittoria, rese la libertà

ai Gozzadini prigionieri, offrì loro la sua amicizia, richiamò gli

esuli, e dopo avere nel corso d'un mese ricompensati i suoi partigiani,

accarezzati i vinti nemici ed adulato il popolo, si fece proclamare

signore di Bologna, il 28 marzo 1401, da un consiglio generale di

quattro mila cittadini[624].

[624] _Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p. 517. — Math. de

Griffonibus Mem. Hist., p. 208. — Cron. Miscella di Bologna, p.

567._

La notizia della rivoluzione di Bologna riempì Firenze di costernazione.

La lega formata contro il Visconti per la difesa della libertà italiana

era disciolta. Più non rimaneva alcun popolo libero alleato della

repubblica; e, ad eccezione di Francesco da Carrara, tutti i principi,

de' quali aveva abbracciati gl'interessi, eransi staccati dalla sua

causa. Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, che i Fiorentini

avevano difeso con tanto dispendio nell'ultima guerra, erasi nel

successivo anno riconciliato col Visconti, colla mediazione di Carlo

Malatesta suo generale[625]. Il marchese Niccola d'Este cercava dal

canto suo di assicurarsi la neutralità nella prossima guerra, e

quest'anno stesso si recò a Milano per farsi amico del duca[626]. Non

perciò la signoria di Firenze si scoraggiò: mandò ambasciatori a

Giovanni Bentivoglio per felicitarlo intorno alla sua nuova dignità, e

per persuaderlo a non abbandonare l'alleanza dei Guelfi, ch'era sempre

stata utile a Bologna. Infatti il Bentivoglio, sebbene di già entrato in

negoziazioni col duca, non volle farsi suo alleato, e promise di

conservare la neutralità[627]. Ma la signoria, che poco contar poteva

sopra di lui, stese nello stesso tempo le sue viste fuori d'Italia, e si

sforzò di trarre profitto da una rivoluzione accaduta in Germania, per

attirare da questa contrada in Lombardia un difensore dei diritti del

popolo, un vendicatore degli oppressi.

[625] _Platina Hist. Mantuana, l. IV, p. 789-791._

[626] _Gio. Battista Pigna Stor. de' Princ. d'Este, l. V, p. 442. —

Cron. di Piero Minerbetti, 1401, c. 7, p. 361._

[627] _Leon. Aretino, l. XII. — Cherub. Ghirardacci, l. XXVIII, p.

522._

L'autorità imperiale erasi in Germania ormai ridotta al nulla; il capo

di quella confederazione era privo di mezzi costituzionali, per dirigere

quel corpo composto di tanti membri indipendenti, e per mantenere la

pace fra tanti rivali. Le guerre civili, e le ricompense che gli

elettori avevano chieste per ogni elezione[628], avevano tutte dissipate

le entrate imperiali, e tutte annullate le prerogative e le

giurisdizioni che la costituzione aveva riservate ai signori abituali.

Per molto tempo i Tedeschi avevano risguardata ogni concessione

strappata agl'imperatori come un acquisto fatto a favore della libertà;

ma in sul declinare del quattordicesimo secolo, riconoscevano alla fine

che l'indebolimento della primitiva costituzione della Germania altro

risultamento non aveva avuto, che continue guerre interne, o piuttosto

uno stato permanente di assassinio, ed al di fuori un'estrema debolezza,

che poteva diventare ruinosa all'epoca in cui i progressi dei Turchi

minacciavano tutta l'Europa.

[628] _Wahl capitulation._

Quando i principi secolari ed ecclesiastici cominciarono a sentire le

tristi conseguenze della debolezza degl'imperatori, invece di convenire

che l'avevano provocata essi medesimi col loro spirito di indipendenza,

ne accusarono l'incapacità del monarca ch'essi avevano spogliato; ed il

carattere di Wencislao, in allora regnante, dava verosimiglianza

all'accusa. Questo principe, dopo due deboli esperimenti per ristabilire

la pace in Germania[629], erasi chiuso nel suo regno di Boemia, come se

il rimanente dell'impero non lo riguardasse; ed ancora ne' suoi stati

ereditarj la sua ghiottonerìa e la sua negligenza l'avevano reso tanto

spregevole, che i suoi sudditi l'avevano tenuto due volte in prigione.

[629] La pace d'Egra del 1389, che doveva osservarsi per sei anni, e

la seconda pace di Francoforte del 1398, che doveva durare dieci

anni.

Le lagnanze ed i rimproveri de' Tedeschi consigliarono finalmente gli

elettori ad adunarsi nel 1399 a Marpurgo per deporre Wencislao come

incapace[630]. Essi procedettero con estrema lentezza. Il 22 marzo 1400

diedero udienza agli ambasciatori dell'imperatore; e siccome le sue

giustificazioni non soddisfacevano, citarono il monarca a comparire

personalmente a Rensè, l'undici agosto. Wencislao non ubbidì, ed il 20

agosto del 1400 quattro elettori lo dichiararono decaduto dalla dignità

imperiale[631]; ed all'indomani elessero in sua vece Roberto, elettore

palatino.

[630] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 10, t. V, p. 36._

[631] I tre elettori ecclesiastici e l'elettore palatino.

La capitolazione che imposero al nuovo monarca l'obbligava a prendersi

cura degli affari d'Italia. Desideravano i principi che l'imperatore si

trovasse di bel nuovo abbastanza ricco e potente per difendere la

Germania; ma essi non intendevano di spogliare sè medesimi per

arricchirlo. Parve loro che il migliore spediente fosse quello di

riempire il tesoro imperiale a spese dell'Italia. Il commercio aveva

arricchita questa contrada, mentre la Germania era rimasta povera; le

entrate di Firenze, di Venezia, di Genova, o di Bologna superavano

quelle dei duchi d'Austria o di Baviera, e le ricchezze di Giovanni

Galeazzo sorpassavano quelle di tutto l'impero. Credevano i Tedeschi

questa sproporzione ancora più grande, e risguardavano l'Italia quale

inesauribile sorgente di danaro. Sarebbesi detto che l'investitura

accordata da Wencislao al duca di Milano li privasse d'un'entrata

esigibile, e togliesse all'impero una delle sue provincie, poi ch'essi

obbligarono espressamente Roberto, il nuovo re de' Romani, ad annullare

tale investitura, ed a ricondurre il milanese sotto l'immediata

sovranità dell'impero. Per pagare le spese di questa guerra gli

assegnarono l'entrata delle città d'Italia che occuperebbe[632].

[632] _Schmidt Hist. des Allemands, l. VII, c. 10, p. 44._

Per soddisfare alle condizioni imposte, Roberto aveva spediti

ambasciatori in Italia per notificarvi la sua elezione. Questi

ambasciatori giunsero a Firenze il 30 gennajo del 1401; chiesero che la

repubblica accordasse la sua amicizia all'eletto imperatore e lo

ajutasse a farsi riconoscere dal papa. Infatti i Fiorentini nominarono

deputati per accompagnare a Roma gli ambasciatori dell'imperatore; ma nè

le loro istanze, nè quelle di Francesco da Carrara[633], non persuasero

Bonifacio IX ad esporsi alla collera del duca di Milano.

[633] _Memorie di Jacopo Salviati, uno degli ambasciatori

fiorentini, t. XVIII, Deliz. degli Erud., p. 199. — Piero

Minerbetti, 1400, c. 12, p. 430. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 882._

I Fiorentini trovavansi ancora in pace con questo duca, se pure può

darsi il nome di pace ad uno stato di diffidenza, e di vicendevoli

ingiurie. Ogni giorno vedevansi sviluppare nuove trame formate dal

Visconti. In agosto di quest'anno Riccardo Cancellieri coi suoi

partigiani tentò di dare Pistoja in mano al duca di Milano. I

Panciatichi, da più secoli rivali della sua famiglia, lo prevennero e lo

cacciarono fuori di città, ma egli sorprese il castello della Sambuca, e

di là continuò per tre anni una guerra da pirata nel territorio di

Pistoja; la quale non si terminò che colla soppressione di tutti i

privilegj di Pistoja, e coll'intera unione di questa città allo stato

fiorentino[634].

[634] _Piero Minerbetti, 1401, c. 6, p. 438. — Jannotii Manetti

Hist. Pistor., p. 1070. — Cron. di Lucca di ser Giovan Cambi, p.

824. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 884._

Dopo tante offese i Fiorentini più non dovevano avere rispetti per il

duca di Milano. Roberto loro scriveva dal canto suo di volere caldamente

agire contro il Visconti che aveva cercato di farlo avvelenare dal suo

medico[635]. Prometteva di condurre in Italia sufficenti forze per

togliere al Visconti tutti gli stati che aveva usurpati. Francesco da

Carrara doveva aprirgli l'ingresso della Lombardia, ed i Fiorentini

pagargli nel mese di ottobre duecento mila fiorini per le spese della

guerra, ed un'eguale somma sei mesi più tardi, quando si troverebbe di

già nel territorio del duca di Milano[636].

[635] _Piero Minerbetti, 1401, c. 4, p. 436. — Sozomeni Pistor., p.

1172._

[636] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 440. — Leoni Aretino, l. XII._

La guerra d'Italia dovendo farsi a nome della nazione germanica, ed in

forza di un decreto del collegio elettorale, Roberto ordinò all'armata

dell'impero di adunarsi a Trento. A seconda delle costituzioni avrebbe

dovuto ammontare a trenta mila cavalli, ma non se ne trovarono a Trento

quindici mila[637]. Roberto, preso il comando dei Bavari, ch'erano tre

mila, affidò a Francesco da Carrara gl'Italiani emigrati di Lombardia,

lasciando le truppe dell'impero sotto gli ordini del burgravio di

Norimberga, e del duca Leopoldo d'Austria[638]. Prima di porsi in

cammino, Roberto aveva intimato a Giovanni Galeazzo di evacuare tutte le

città dell'impero che ingiustamente occupava, cui il Visconti rispose

d'esserne stato investito dal legittimo imperatore Wencislao, e che non

si lascerebbe spogliare da un usurpatore[639].

[637] _Piero Minerbetti, c. 10, p. 442. — Scip. Ammirato, l. XVI, p.

885._

[638] _And. Gataro Istor. Padov., p. 841._

[639] _Bernard. Corio Stor. Milanesi, p. IV, p. 284._

Gli apparecchi che il duca aveva fatti per difendersi erano

proporzionati all'importanza della guerra. Aveva levata una

straordinaria contribuzione di seicento mila fiorini ne' suoi stati, ed

aveva posto ai confini un esercito di tredici mila cinquecento corazze,

o dodici mila fanti[640]. Era quest'armata comandata da Giacomo del

Verme di Verona, ed era quasi tutta formata di soli soldati italiani.

Trovavansi sotto di lui quasi tutti i capitani che da circa vent'anni

eransi resi famosi nelle guerre d'Italia. Il conte Alberico di Barbiano,

Facino Cane, Ottobon Terzo di Parma, Galeazzo di Mantova, Taddeo del

Verme, Galeazzo ed Antonio Porro di Milano, il marchese di Monferrato,

Carlo Malatesta di Rimini, ed altri. Tutti questi capitani avevano più

volte comandate intere armate; ognuno di loro aveva un corpo di truppe

separato ch'erasi volontariamente attaccato alla di lui fortuna, e che

dipendeva da lui solo[641].

[640] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 441. — Ann. Mediol., c. 163, p.

834._

[641] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 841._

Da lungo tempo le truppe italiane più non avevano combattuto contro

armate tedesche; ma gl'Italiani come i Tedeschi, rammentando le vittorie

delle antiche compagnie avventuriere, non dubitavano della superiorità

degli oltramontani. I Fiorentini menavano di già trionfo, quando Roberto

entrò il 21 di ottobre sul territorio di Brescia, ed il duca di Milano,

per evitare una disfatta, aveva ordinato ai suoi generali di chiudersi

nelle città fortificate.

Ma Giacomo del Verme ed i suoi capitani avevano una più adequata

opinione del proprio valore, e delle loro truppe. Dopo avere assaggiato

il nemico in alcune scaramucce, ed avere così renduta ai soldati

italiani la sicurezza che dovevano avere, Giacomo del Verme uscì di

Brescia il terzo giorno ed attaccò il primo l'armata imperiale. La

Germania e l'Italia impararono con eguale sorpresa dall'esito di questa

battaglia a conoscere la superiorità della cavalleria italiana. I

Tedeschi non avevano altrimenti perfezionata la loro armatura o la loro

tattica nel corso dell'ultimo secolo, ed i freni e le briglie erano

troppo deboli perchè potessero signoreggiare il loro cavallo nel calore

della pugna. Per lo contrario gl'Italiani, dopo che avevano riaperta la

carriera militare, avevano fatto uso del loro ingegno inventore e della

loro industria per rendere più forte l'armatura, per avvezzarsi a più

rapide evoluzioni, per rendere più docili i cavalli e perfezionarne il

movimento[642]. Il primo incontro tra le due armate decise della

vittoria; il burgravio di Norimberga, opposto al marchese di Monferrato,

fu rovesciato da cavallo; il duca Leopoldo d'Austria, che combatteva

contro Carlo Malatesta, fu fatto prigioniere; e l'armata imperiale

sarebbe stata tutta disfatta, se Giacomo da Carrara non ne proteggeva la

ritirata con un corpo di cavalleria italiana che serviva sotto

l'imperatore[643].

[642] _Leon. Aret., l. XII. — Ejusdem Comment. Rer. suo temp. gest.

919._

[643] _Andrea Gataro Stor. di Pad., p. 842. — Pog. Bracciol. Hist.

Fior., p. 282._

Tale rotta scoraggiò affatto gl'imperiali, perchè non potevano

ascriverla nè ad inferiorità di numero, nè a sorpresa, nè a svantaggio

di terreno, nè a militare astuzia. Leopoldo d'Austria, fatto

prigioniero, non fu sordo alle proposizioni di Giovanni Galeazzo; venne

rilasciato il terzo giorno, ma per seminare nel campo imperiale il

sospetto e la diffidenza. Dichiarò ben tosto, e lo stesso fece

l'arcivescovo di Colonia, di voler tornare in Germania. Le istanze

dell'imperatore e degli ambasciatori fiorentini non valsero a ritenerli;

e dopo la loro partenza Roberto medesimo si trovò così debole, che

ritirossi verso Trento[644].

[644] _Piero Minerbetti, c. 10, p. 443. — Cron. di Lucca di Gio. Ser

Gambi, t. XVIII, p. 826. — Sozomeni Pistor. Hist., p. 1174._

Per altro l'imperatore non sapeva risolversi a rivedere la Germania

senza vendicarsi della ricevuta rotta; non voleva pure rinunciare del

tutto ai sussidj dei Fiorentini, de' quali non aveva avuta che la più

piccola parte. Il 6 di novembre tornò dunque a dietro, ed entrò in

Padova con quattro mila cavalli; perciocchè era stato costretto a

licenziare le truppe dell'impero che avevano chiesto il loro congedo, e

non rimanevagli danaro per pagare la piccola armata che non abbandonò le

sue insegne. Perciò entrando in Padova, chiese avanti ogni altra cosa se

erano giunti in questa città ambasciatori fiorentini che potessero

sovvenirgli alcuni sussidj[645].

[645] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 444._

Gli ambasciatori ch'egli aspettava con tanta impazienza arrivarono poco

dopo, ma non disposti a prestarsi a tutti i suoi desiderj. Erano già

stati pagati all'imperatore cento dieci mila fiorini a conto de'

promessi sussidj, ed i Fiorentini si lagnavano ch'egli non aveva dal

canto suo soddisfatte le condizioni del trattato. Non aveva, essi

dicevano, condotto abbastanza gente per assalire il Visconti, ed inoltre

non aveva mostrata la debita perseveranza. Non era già per trattenersi

tre giorni nel territorio del duca di Milano e per licenziare in

appresso l'armata, che il collegio degli elettori lo aveva invitato a

scendere in Italia; nè la repubblica gli aveva per così piccola cosa

aperti i suoi tesori. Firenze non gli rimproverava una disfatta, essendo

ogni generale esposto agl'infortunj della guerra; ma gli rinfacciava il

congedo accordato alle truppe dell'impero, quando poteva ancora tenere

la campagna. Non pertanto offrivano gli ambasciatori di pagare i novanta

mila fiorini, ch'essi ancora gli dovevano, purchè guarantisse

d'impiegargli nel fare la guerra al Visconti[646].

[646] _Piero Minerbetti, c. 12, p. 445._

Siccome si accusavano vicendevolmente di aver male osservato il

trattato, l'imperatore ed i Fiorentini lasciarono la cosa in arbitrio

de' Veneziani; e Roberto passò a Venezia, ove fu ricevuto con molta

magnificenza. Il senato di Venezia vedeva con estrema inquietudine

l'ingrandimento di Giovanni Galeazzo, e senza osare di dichiararsi

apertamente contro di lui, favoriva i suoi nemici il meglio che poteva.

Non pertanto la signoria sperava di aver celate al duca le sue pratiche,

ed evitata la sua collera, perchè questi dissimulava il suo

risentimento, e non ne faceva lagnanza. Scordavano i Veneziani che il

Visconti divideva sempre i suol nemici prima di combatterli. Il doge ed

il suo consiglio cercarono di riconciliare l'imperatore coi Fiorentini;

esortarono il primo a mettersi in campagna, i secondi a somministrare il

danaro, rifiutando essi di nulla fare, quasi che non si trattasse della

loro libertà e di quella dell'Italia. Durante queste negoziazioni

l'armata di Roberto andava ogni giorno diminuendo, ed il suo

indebolimento scoraggiava gli ambasciatori fiorentini. Il trattato stava

per rompersi, e l'imperatore era già apparecchiato a tornare in

Germania, ma fu trattenuto; i Fiorentini pagarono sessantacinque mila

fiorini a conto, ed egli promise di mantenere il suo quartiere generale

in Padova, e di ricominciare in primavera la guerra con maggior

vigore[647].

[647] _Piero Minerbetti, c. 14, p. 447. — And. Gataro Stor. Padov.,

p. 845. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 887._

Ma le sue forze non erano più temute, e Giovanni Galeazzo invece di

pensare a dividere i suoi nemici, non temette di provocarne un nuovo.

Dichiarò la guerra a Giovanni Bentivoglio, ed in dicembre spedì contro

di lui Alberico da Barbiano, personale nemico del signore di Bologna.

Mentre il Bentivoglio si adoperava per giugnere alla signoria, aveva

promesso al Visconti di cedergli poi la sovranità di Bologna per un

convenuto prezzo; ma quando si trovò in possesso della medesima più non

pensò a cederla[648]. Alberico adunò tutti i nemici del Bentivoglio e

gli emigrati bolognesi ne' suoi castelli di Barbiano e di Luco in

Romagna. Col loro ajuto occupò in principio del 1402 molti castelli in

su quel confine; ma una malattia fermò le sue conquiste, e diede

opportunità al Bentivoglio di sorprendere il suo campo con una compagnia

di corazzieri fiorentini, e di ricuperare i castelli che aveva

perduti[649].

[648] _Piero Minerbetti, c. 3, p. 435._

[649] _Ivi, 1401, c. 1, p. 449. — Ghirard. Stor. di Bol., l. XXVIII,

p. 527._

Intanto Luigi, duca di Baviera, ed il vescovo di Spira erano passati a

Firenze come ambasciatori di Roberto. Questi, vedendo il suo onore

compromesso, desiderava la continuazione della guerra, ma trovavasi

privo di mezzi; e se la repubblica non provvedeva sola a tutte le spese

della sua armata, gli era impossibile il mantenerla[650]. I dieci della

guerra a Firenze opinarono, che quando Roberto altro non doveva essere

che il generale delle loro truppe, ogni altro capitano costerebbe alla

repubblica meno di un imperatore, e le sarebbe più subordinato.

Risposero adunque di essere apparecchiati ad eseguire il loro trattato

di sussidj, purchè Roberto adempisse dal canto suo ai suoi obblighi, e

ricusarono di fare ulteriori sagrificj[651]. L'imperatore, dopo il

ritorno de' suoi deputati, rinunciò finalmente alla sua spedizione, ed

il 15 aprile prese la strada della Germania[652].

[650] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 450._

[651] _Ivi._

[652] _Ivi, 1402, c. 1, p. 453. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 889._

Giovanni Galeazzo attaccando il Bentivoglio l'aveva sforzato a gettarsi

tra le braccia dei Fiorentini; era stata fra loro stipulata il 20 marzo

1402 una stretta alleanza[653]; ed ancora prima la repubblica aveva di

già mandato nello stato di Bologna Bernardone, suo generale, colla

maggior parte de' suoi corazzieri. Giacomo del Verme vi entrò nel mese

di maggio con sei mila cavalli e guastò tutte le campagne. Subito dopo

una seconda armata, sotto gli ordini di Alberico da Barbiano, venne ad

accamparsi a tre miglia dalla città. Bernardone, che aveva da prima

tracciato il suo campo a Casalecchio, voleva ritirarsi innanzi a forze

superiori, e chiudersi in Bologna, persuaso che il Barbiano non sarebbe

per intraprendere l'assedio di questa città. Ma Giovanni Bentivoglio,

con una presunzione non giustificata da veruna gloria militare, volle

arrischiare una battaglia. Bernardone, che gli era subordinato, scrisse

a Firenze per rappresentare la pericolosa sua situazione, ne, ed

aspettando riscontro, fortificò, come seppe meglio, il suo campo di

Casalecchio[654]. Il 26 giugno venne attaccato da Alberico; i Bolognesi,

che detestavano il giogo del Bentivoglio, rifiutarono di

combattere[655], e malgrado la vigorosa resistenza de' corazzieri il

campo fiorentino, fu forzato, Bernardone fatto prigioniere, come pure

due figliuoli di Francesco da Carrara, e la più parte de' suoi

cavalieri[656].

[653] _Piero Minerbetti, c. 22, p. 453._

[654] _Poggio Bracciolini, l. IV, p. 288._

[655] _Cherub. Ghirard., l. XXVIII, p. 532._

[656] _Piero Minerbetti 1402, c. 7, p. 457. — Cron. di Bolog., p.

571. — Bonincont. Miniat. Ann., p. 87. — Sozomeni Pistor. Histor. p.

1175. — Andrea Gataro Stor. Padov., p. 853._

Giovanni Bentivoglio era fuggito in Bologna, e sperava ancora di poter

difendere la sua capitale; ma il suo emulo Nanne dei Gozzadini trovavasi

nel campo nemico con tutti gli emigrati bolognesi. Giovanni Galeazzo

aveva loro promesso di ripristinare la repubblica, e tale speranza aveva

loro procurati in città molti partigiani. Nella notte successiva alla

battaglia, si attrupparono, gridando: _viva il popolo, muoja il

Bentivoglio!_ Questi li battè coraggiosamente nelle strade, ove ebbe

uccisi sotto di lui due cavalli. In questo tempo altri insorgenti

aprirono ai Milanesi la porta chiamata Saragossa. Il Bentivoglio li si

fece loro incontro, e cercò di difendere il passo coi soldati che gli

erano rimasti; ma perchè più non aveva che un pugno di gente, fu fatto

prigioniere, e due giorni dopo ucciso per ordine di Alberico da

Barbiano[657]. Bardo Rittafè, uno de' due ambasciatori fiorentini, che

trovavansi in Bologna, morì per le riportate ferite. L'altro, Niccola

d'Uzzano, fu fatto prigioniere con molti suoi compatriotti: era in

allora uno dei dieci della guerra, e dei principali capi dello

stato[658].

[657] _And. Gataro, p. 854._

[658] _Piero Minerbetti, c. 8, p. 458. — Math. de Griffon. Hist., p.

209. — Cron. di Bologna, p. 572. — Cherubino Ghirardacci, l. XXVIII,

p. 533._

Il duca di Milano aveva promesso al Gozzadini di rimettere Bologna in

libertà, ed infatti permise che si eleggessero di nuovo gli anziani, e

che tutti gli ordini si dessero a nome della repubblica; ma all'indomani

la sua cavalleria corse le strade per prendere possesso della città; un

nobile bolognese, Jacopo Isolani[659], propose la signoria al duca di

Milano; il simulacro della repubblica fu atterrato, e Nanne de'

Gozzadini forzato di nuovo ad emigrare[660].

[659] _Jacobi de Delayto Ann. Esten., p. 971._

[660] _Ghirardacci, l. XXVIII, p. 536. — Math. De Griffonibus, p.

210._

Dopo la conquista di Bologna Giovanni Galeazzo piuttosto che spingere

immediatamente le sue armate nel territorio fiorentino, pensò di ruinare

il commercio di questa repubblica, togliendole ogni comunicazione col

mare e cogli altri stati dell'Italia. I Fiorentini più non erano ammessi

ne' porti di Pisa e del Sienese, ed erano ridotti a quello di Motrone

presso di Pietra Santa in Lunigiana[661]. Di là per passare a Firenze la

strada attraversa una parte dello stato di Lucca. Giovanni Galeazzo

mandò ottocento cavalli in Val di Serchio, per togliere questo solo

passaggio ai mercanti fiorentini[662]. In pari tempo Riccardo

Cancellieri, padrone del castello della Sambuca, infestava tutto il

territorio di Pistoja colle sue scorrerie, e nuovi tentativi eransi

fatti per sorprendere Samminiato; gli Ubaldini avevano fatto ribellare

parte delle montagne, e minacciavano Firenzuola[663]. Da ogni parte la

guerra si avvicinava al territorio fiorentino. Da dieci anni in poi

questa repubblica sosteneva una lotta disuguale contro il duca di

Milano; ella trovavasi spossata dalle crescenti spese, e da una

continuazione di rovesci; altro alleato più non restavale che il signore

di Padova, questi ancora aveva bisogno d'essere soccorso, anzicchè poter

dare ajuto altrui. L'imperatore era stato costretto a ritirarsi; il

papa, senza credito e senza forze, sopportava in silenzio gli oltraggi

che ricevuti avea da Giovanni Galeazzo, e non voleva provocare il suo

sdegno. Venezia, acciecandosi intorno ai pericoli che correva, ricusava

di combattere per la libertà d'Italia; la Francia, malgrado la sua

fresca alleanza coi Fiorentini, non le aveva dato un solo soldato;

Genova, Perugia, Siena, Pisa, Lucca e Bologna avevano perduta la loro

libertà. Ma quando più non restava un solo difensore alla repubblica

fiorentina, parve che il cielo la soccorresse. La peste manifestossi in

Lombardia: Giovanni Galeazzo per evitarla, lasciò Pavia, e venne a

chiudersi in Marignano, ove suo zio Barnabò erasi rifugiato in altra

simile circostanza. Ma il contagio lo attaccò. Era di già infermo quando

apparve in cielo una cometa, onde il Visconti, dedito com'egli era

all'astrologia, più non dubitò che questo fenomeno non fosse il sicuro

annunzio della sua morte. «Ringrazio Dio, egli disse, d'aver voluto che

si mostrasse in cielo agli occhi di tutti gli uomini un segno della mia

chiamata[664].» L'evento giustificò il presagio; il duca di Milano morì

il 3 settembre del 1402, e l'equilibrio d'Italia ch'egli aveva quasi

rovesciato, si ristabilì da sè stesso[665].

[661] Pietra Santa non appartiene alla Lunigiana, ma sibbene alla

Versilia, ed è posta sulla strada da Massa di Carrara a Lucca. _N.

d. T._

[662] _Cron. di Lucca di Ser Cambi, p. 835._

[663] _Piero Minerbetti, c. 9, p. 459._

[664] _Ann. Bonincontrii Miniat., p. 88._

[665] _Piero Minerbetti 1402, c. 12, p. 461. — Leonardo Aretino_, il

quale chiude con quest'avvenimento il suo dodicesimo ed ultimo

libro. — _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 858. — Jacobi de Delayto

An. Esten., p. 972. — Marangoni Cron. di Pisa, p. 824. — Scipione

Ammirato, l. XVII, p. 893._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16) · 第 11 / 15 题