_Disfatta del conte d'Armagnacco alleato dei Fiorentini. — Bella
ritirata di Giovanni Acuto; pace di Genova. — Uccisione dei
Gambacorti in Pisa. — Protezione accordata dai Fiorentini a
Francesco di Gonzaga, ed a Niccolò III d'Este. L'imperatore
Wenceslao accorda a Giovan Galeazzo il titolo di duca di
Milano._
1390 = 1395.
La lotta dei Fiorentini con Giovanni Galeazzo Visconti aveva cominciato
con uno strepitoso avvenimento. Il fuoruscito cui avevano dato asilo
nella loro città veniva di nuovo riconosciuto capo di un popolo fedele;
erano tolti al nemico i tributi di una ricca provincia, ricuperati i
castelli d'una importante frontiera, ed aperta la comunicazione colla
Germania e con Venezia. I Veneziani avevano celatamente somministrate
armi e danaro al Carrara, ed il timore di Giovanni Galeazzo li
persuadeva a favorire il figlio di un uomo che avevano perseguitato con
tanto accanimento. Tutti questi vantaggi eransi conseguiti prima che
giugnesse il duca Stefano di Baviera in Italia; e doveva credersi che
un'armata potente e valorosa, doviziosamente provveduta di danaro e di
vittovaglie, e condotta da un principe animato da personale risentimento
avrebbe approfittato con calore degli ottenuti vantaggi. Ma in breve si
potè osservare quanto la forza del carattere, più assai che la potenza
ed il valore ed i talenti, contribuisca al felice esito delle
intraprese. Tra gli alleati di Francesco da Carrara niuno erasi posto in
campagna con minori mezzi di lui, eppure egli solo superò di lunga mano
tutti gli altri, perchè portava nelle sue intraprese una ferma
risoluzione di vincere, un coraggio ed una perseveranza maggiori d'ogni
ostacolo.
Il duca Stefano di Baviera aveva di già mancato ai suoi obblighi verso
le repubbliche di Firenze e di Bologna, seco non conducendo che sei mila
uomini, invece di dodici mila. Non pertanto la sua armata era tuttavia
formidabile, e veniva consigliato caldamente ad entrare nel territorio
milanese, per battere alla spicciolata i generali di Giovanni Galeazzo,
prima che tutti fossero tornati dai confini della Toscana, e per
incoraggiare alla ribellione i suoi segreti nemici. Ma il Visconti aveva
saputo agghiacciare l'attività del bavaro con ricchi doni. Il duca si
era accampato dietro al canale delle Brentelle, e ricusava di avanzarsi
al di là di queste naturali fortificazioni, offrendosi in pari tempo
mediatore tra gli alleati e suo cugino il signore di Milano, che più non
risguardava come l'uccisore di Barnabò suo suocero; chiedeva nuovi
sussidj e ritardava tutte le operazioni militari[494]. Il suo
raffreddamento risvegliò finalmente tanti sospetti, che i medesimi
alleati gli permisero di ritirarsi in Germania; egli partì, seco
portando molto danaro guadagnato con dispendio della sua gloria[495].
[494] _Piero Minerbetti an. 1390, c. 30, p. 224. — Poggio
Bracciolini Hist. Fior., l. III, p. 258. — Ann. Bonincontrii
Miniat., t. XXI, p. 56. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l. XXVI, t.
II, p. 443. — Scipione Ammirato Stor. Fior. l. XV, p. 809._
[495] Gli aveva avvisati pochi anni avanti il Petrarca:
_Nè v'accorgete ancora_
_Del bavarico inganno, ec._
La diversione della Marca Trivigiana aveva intanto liberati i Fiorentini
di una parte delle truppe spedite contro di loro. Giovanni Galeazzo
aveva richiamati i suoi corazzieri di Siena[496], ove Giovanni d'Azzo
degli Ubaldini, loro capitano, era morto il 24 di giugno[497]. Giacomo
del Verme erasi ritirato dal Bolognese, dove aveva prima condotta
un'altra armata; e Giovanni Acuto, generale dei Fiorentini, aveva
approfittato del loro allontanamento, per avanzarsi fino a Parma con
mille ottocento lance[498]. Dal canto suo Francesco da Carrara guastò il
Polesine di Rovigo ed obbligò in tal modo il marchese d'Este a
rinunciare all'alleanza di Giovan Galeazzo. Il trattato di pace di
questo signore cogli alleati venne segnato il 30 ottobre: prometteva il
marchese di accordare libero passaggio alle loro truppe a traverso a'
suoi stati per attaccare il conte di Virtù, ed a tale condizione riebbe
tutto quanto gli aveva tolto il Carrara[499].
[496] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. IX, p. 170._
[497] _Piero Minerbetti, c. 27, p. 222._
[498] _Ivi, c. 31, p. 225._
[499] _Ivi, c. 34, p. 228. — Cherubino Ghirardacci Stor. di Bologna,
l. XXVI, p. 447._
Press'a poco nel medesimo tempo in cui il conte di Virtù richiamava le
sue truppe da Siena, la peste erasi manifestata in questa città, e vi
faceva grandissima strage. Gli antichi capi del partito guelfo, i
Tolomei ed i Malavolli, vedevano con dolore, che la patria loro,
oppressa da questo flagello, prendesse parte ad una guerra, nella quale
stavano per lei tutti i pericoli della perdita e perfino la vittoria
poteva essere funesta. I Fiorentini, colla mediazione di questi
gentiluomini, facevano vantaggiose proposizioni di pace, ma l'alleanza
del conte di Virtù aveva dato in quella repubblica una grandissima
influenza al partito ghibellino ed a' suoi capi, i Salimbeni; e questi
erano così fattamente acciecati dall'odio che portavano ai Guelfi, che
per nuocere loro erano perfino apparecchiati a sagrificare la libertà e
l'indipendenza della patria[500].
[500] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, l. IX, p. 170. — Piero
Minerbetti 1390, c. 38, p. 232. — Scip. Ammirato Stor. Fiorent., l.
IV, p. 810._
In sul declinare dell'anno Andrea Cavalcabò, intimo consigliere di
Giovanni Galeazzo, fu chiamato a Siena in qualità di senatore[501].
Questo nuovo magistrato domandò alla signoria, a nome del conte di
Virtù, che Siena lo riconoscesse suo sovrano pel comune vantaggio della
fazione ghibellina, ed affinchè Giovanni Galeazzo, capo della medesima,
potesse dirigere i suoi attacchi contro i comuni nemici, con maggiore
attività ed unione. I Salimbeni presentarono in allora al consiglio
generale un progetto di decreto portante che il popolo di Siena
supplicava Giovanni Galeazzo ad accettare la città ed il suo territorio
per governarlo a suo beneplacito, e con un potere non meno assoluto di
quello che aveva sopra Milano, Pavia e qualunque altra delle città
sottomesse al suo dominio. La lettura di questa vergognosa proposizione
eccitò le più vive opposizioni per parte di tutti gli amici della
libertà; ma i Ghibellini erano sostenuti dalle truppe che Giovanni
Galeazzo aveva lasciate in Siena sotto il comando di Giovanni Tedesco
dei Tarlati. Essi attaccarono i Malavolti e gli amici della libertà; ne
uccisero venti prima che avessero potuto porsi in sulle difese; ne
fecero molti altri prigionieri, tra i quali Niccolò Malavolti, al quale
tagliarono il capo insieme a non pochi, che si erano a lui uniti[502].
Posero il fuoco alle case di molti repubblicani che perirono tra le
fiamme[503]; disarmarono tutti i cittadini e fecero una nota dei
quattrocento più riputati, cui ordinarono di uscire di città, avanti che
la campana cessasse di suonare. Questi cittadini, inseguiti dai loro
nemici e dalle truppe mercenarie di Francesco Tarlati, uscirono dalla
città piangendo, seguiti dalle loro spose e figli che ferivano il cielo
colle loro grida: ma lungi che i loro oppressori si muovessero a
compassione, fecero dietro di loro chiudere le porte, e li condannarono
a perpetuo esilio[504].
[501] Il senatore di Siena, come quello di Roma, era un giudice
supremo o podestà.
[502] _Orl. Malav. Stor. di Siena, p. II, l. IX._
[503] _Piero Minerbetti Stor. Fior. c. 88, p. 232._
[504] _Ivi, c. 41, p. 235._
Ma quando i Salimbeni ebbero ottenuta questa vittoria sui loro rivali, e
che per soggiogare Siena l'ebbero spogliata de' più riputati cittadini,
un avanzo di vergogna o di tardo rimorso li fermò, avanti che dessero
compimento ai loro criminosi progetti. Il decreto per assoggettare Siena
a Giovanni Galeazzo passò bensì nel consiglio generale il 15 marzo 1391;
ma seppero far nascere ostacoli per ritardarne l'esecuzione,
moltiplicandoli accortamente fino alla conclusione della pace; e non fu
che nella susseguente guerra, otto anni dopo, che finalmente Siena fu
data in piena sovranità a Giovanni Galeazzo[505]. Da lungo tempo egli
era padrone delle fortezze del territorio, teneva truppe in città,
disponeva de' soldati e delle entrate dello stato; onde gli emigrati
guelfi di Siena più non riconoscendo la loro patria caduta in servitù,
cercarono un rifugio in Firenze, ed aprirono ai Fiorentini i castelli di
cui erano tuttavia padroni[506].
[505] _Il 6 settembre 1399. Malavolti, p. II, l. IX, p. 185._
[506] _Ivi, p. 171._
I due terzi delle spese della guerra contro Giovanni Galeazzo dovevano
essere a carico dei Fiorentini, ed un terzo soltanto a carico dei
Bolognesi; pure gli ultimi meno ricchi e meno perseveranti erano di già
scoraggiati dall'enormità delle spese che avevano fitte nella prima
campagna[507], e la signoria di Firenze dovette fare molte rimostranze
per ridurli a raddoppiare i loro sforzi onde ottenere una onorevole
pace. Firenze aveva fatti i più grandi apparecchi, e senza lasciarsi
scoraggiare dal poco successo della spedizione del duca di Baviera,
determinò di far attaccare il Visconti ne' confini più lontani della
Toscana.
[507] _Leon. Aret. Stor. Fior., l. X. — Poggio Bracciolini Hist.
Fior., l. III, p. 261._
Il conte Giovanni III d'Armagnacco godeva allora in Francia grandissima
riputazione: sua sorella Beatrice aveva sposato Carlo Visconti figlio di
Barnabò, e quest'ultimo, che cercava ogni mezzo di vendicare la morte
del padre e di ricuperarne l'eredità, aveva persuaso Armagnacco a levare
un'armata per attaccare Giovanni Galeazzo. Due ambasciatori fiorentini,
Rinaldo Gianfigliazzi e Giovanni de' Ricci, portarono in dono cinquanta
mila fiorini al conte Giovanni, promettendo inoltre di pagare il soldo
di un esercito di quindici mila cavalli, ch'egli prometteva di condurre
in Lombardia. Invano Giovanni Galeazzo per allontanare questo turbine
mandò ragguardevoli doni al conte d'Armagnacco, che tutti vennero
ricusati; e questo signore proseguì gli apparecchi del suo armamento,
che furono terminati soltanto nel mese di luglio[508].
[508] _Piero Minerbetti 1390, c. 46, p. 238. — Scipione Ammirato, l.
XV, p. 816._
Giovanni Acuto aveva intanto attraverso al territorio ferrarese condotta
l'armata fiorentina a Padova, ove a mille quattrocento lance ch'egli
comandava, ne aveva aggiunte seicento di Bologna e duecento di Padova,
in tutto sei mila seicento corazzieri, con mille duecento arcieri ed un
grosso corpo di fanteria; e con questo esercito marciò il 15 maggio alla
volta di Milano[509]; ed attraversando il territorio di Vicenza e di
Verona, entrò in quello di Brescia. Aveva dietro di sè lasciati il
Mincio e l'Oglio, e la sola Adda lo separava da Milano, da cui non era
lontano più di quindici miglia. Tre ambasciatori fiorentini che
seguivano l'armata fecero il 24 giugno celebrare in riva all'Adda ed in
presenza de' nemici giuochi e corse per la festa di san Giovanni
decollato protettore di Firenze[510].
[509] _Piero Minerbetti 1391, c. 8, p. 247. — Poggio Bracciolini
Hist. Flor., l. III, p. 260._
[510] _Leonardo Aretino Hist., l. X._
Mentre ciò accadeva, da un altro lato il conte d'Armagnacco scese in
Lombardia ne' primi giorni di luglio, dopo aver chiuse le orecchie alle
istanze dei duchi di Berry, di Borgogna e di Clemente VII, che
favorivano Giovan Galeazzo. Gli ambasciatori fiorentini, che seguivano
Armagnacco, avevano ordine di condurlo sulla destra del Po fino sotto a
Pavia, di fargli attraversare il fiume solamente dopo il confluente del
Ticino, e di raggiugnere così, evitando ogni battaglia, l'armata d'Acuto
che lo stava aspettando nel territorio di Brescia.
Giovanni Galeazzo aveva opposto al conte d'Armagnacco Giacomo del Verme
con due mila lance, e quattro mila pedoni. Questa truppa per altro
tenevasi chiusa in Alessandria e senza la presunzione del conte
d'Armagnacco il piano della campagna fatto dai dieci della guerra di
Firenze avrebbe probabilmente avuto buon fine[511]. Ma questo signore
che nell'età di ventott'anni aveva di già conseguite grandi vittorie,
sprezzava sovranamente le truppe italiane, che gli erano opposte. Quando
vide che Giacomo del Verme chiudevasi in Alessandria, invitò alcuni de'
suoi a venire con lui a rompere le loro lance contro le porte di questa
città, e perchè il loro numero non iscusasse la villa delle truppe del
Visconti, non prese seco che il fiore de' suoi cavalli, e si avanzò il
25 luglio fino ai piedi delle mura. Cammin facendo ributtò due corpi di
cavalleria, che vennero ad attaccarlo l'un dopo l'altro; ma quando il
del Verme ebbe sicura notizia che dietro la truppa che vedeva non eranvi
altri corpi nascosti, e che il grosso dell'armata trovavasi più di
quattro miglia lontano, fece per un'altra porta sortire trecento lance,
cui ordinò di circondare il nemico, prendendolo alle spalle, mentre con
tutto il rimanente della sua cavalleria veniva egli ad attaccarlo di
fronte.
[511] _Piero Minerbetti Ist. Fior., c. 18, p. 260._
Era quasi mezzo giorno, e perchè il caldo era grandissimo, i Francesi,
che avevano di già sostenute due scaramuccie trovavansi affaticati, ed i
loro cavalli più abbattuti de' cavalieri. Il conte d'Armagnacco quando
vide uscire di città Giacomo del Verme fece metter piede a terra ai suoi
cavalieri, formandone una falange serrata, che fece avanzare colle lance
basse contro la cavalleria italiana. Del Verme evitò il primo urto e
volteggiando intorno alla medesima se la trasse dietro, allontanandola
dal luogo in cui i Francesi avevano lasciati i loro cavalli. Il peso di
un'armatura che non era fatta per combattere a piedi, l'ardore del sole,
la polvere oppressero i cavalieri d'Armagnacco, che inseguivano il loro
nemico senza poterlo raggiugnere nè combatterlo. Tutt'ad un tratto si
videro circondati dalle trecento lance ch'erano uscite d'Alessandria per
un'altra porta, e tolti tutti i loro cavalli da cui si erano
incautamente allontanati. La cavalleria li caricò poi alle spalle mentre
Giacomo del Verme gli attaccava di fronte. Questi cavalieri francesi di
sperimentato valore sostennero due ore un'ostinata pugna contro nemici
che li circondavano da ogni lato: ma la maggior parte de' guerrieri omai
vinti dalla propria imprudenza, dalla sete, dalla fatica e dall'ardore
del sole, furono parte tagliati a pezzi, parte fatti prigionieri. Il
conte d'Armagnacco fu condotto ferito in Alessandria, ove morì poco
dopo, non senza sospetto di veleno fattogli dare da Giovan Galeazzo.
Il campo francese ch'era rimasto a qualche distanza, venne
immediatamente attaccato da Giacomo del Verme. I soldati privi del loro
generale e de' migliori ufficiali si abbandonarono ad un panico terrore;
i contadini eransi tutti armati contro di loro, e, postisi in guardia
delle strade, uccidevano senza pietà i fuggitivi che si abbattevano in
loro. Tutto il resto dell'armata abbassò le armi. I soldati spogliati di
armi, di cavallo e di quanto avevano, vennero rilasciati, e ritornarono
in Francia elemosinando; gli ufficiali furono tenuti prigionieri, come
pure i due ambasciatori fiorentini, i quali non furono da Giovanni
Galeazzo rilasciati che molto tempo dopo contro grossa taglia[512].
[512] _Piero Minerbetti 1391, c. 18, p. 260. — Leon. Aretino Istor.
Fior., l. X. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 262. —
Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 57. — Sozomeni Pistor.
Histor., t. XVI, p. 1146. — Memor. Stor. di Ser Naddo. Deliz. degli
Erud. t. XVIII, p. 125. — Bernardino Corio Storie Milanesi, p. III,
p. 271. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 819._
Giovanni Acuto, ch'erasi avanzato fino nella Ghiara d'Adda, trovavasi
dopo la rotta d'Armagnacco in grandissimo pericolo: due grandi fiumi
dietro di lui tagliavangli la ritirata, e Giacomo del Verme avanzavasi
per attaccarlo colle sue truppe vittoriose. Acuto, appena avuto avviso
della disfatta de' Francesi, portò il suo campo alquanto a dietro fino
al borgo di Paterno nel Cremonese, ma colà venne raggiunto dai nemici,
che stabilirono il loro quartiere generale soltanto un miglio e mezzo
lontano dal suo, sull'opposta riva d'un piccolo fiume.
L'armata fiorentina doveva nella sua ritirata attraversare varj grandi
fiumi in presenza del nemico, ed Acuto conobbe che non potrebbe
effettuarne con sicurezza il passaggio senza aver prima ottenuta qualche
vittoria sull'armata che lo inseguiva. Si chiuse nel suo campo con tutte
le apparenze del timore, e lasciò avvicinare ai suoi trinceramenti i
corazzieri di Giacomo del Verme che venivano ad insultarlo; quattro
giorni si tenne così chiuso, ed accrebbe l'audacia de' nemici. Il
quinto, mentre le truppe del Visconti si erano avanzate in maggior
numero, mostrandosi disposte a voler sforzare le linee, piombò
subitamente sopra di loro con tanto impeto, che presto le sgominò, e
prese loro più di mille duecento cavalli[513].
[513] _Leon. Aretino, l. X. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 58. —
Scipione Ammirato, l. XV, p. 818._
Quando Acuto ebbe ottenuto questo vantaggio si rimise in marcia e passò
l'Oglio senza impedimento, non osando i suoi nemici, che più cautamente
lo seguivano, attaccare le sue ordinanze. Guadagnò pure sopra di loro
una marcia, e passò ancora il Mincio senza che un solo soldato di Giovan
Galeazzo si mostrasse su quelle sponde. Ma doveva passare l'Adige, e la
difficoltà era maggiore, sia a cagione della rapidità di questo fiume,
sia perchè i nemici eransi di già appostati lungo le dighe che lo
contengono. I piani della Lombardia sono quasi tutti inferiori al
livello de' fiumi che gli attraversano, e le acque sono tenute nel loro
letto artificiale da dighe che le sostengono alte abbastanza perchè
possano versarsi nel mare. Ma quando queste dighe sono rotte, i fiumi
inondano la campagna e vi formano laghi e paludi che non possono
asciugarsi che con lungo lavoro. Il piano in cui erasi posto Acuto tra
il Po a mezzogiorno, l'Adige a settentrione ed il Polesine di Rovigo a
levante, venne tutt'ad un tratto inondato da Giacomo del Verme che aveva
fatte rompere le dighe dell'Adige. Questo fiume, abbandonato il suo
letto, precipitavasi nella valle veronese (così chiamansi i bassi piani
cui circondano le più elevate dighe de' fiumi), ed andava formando
intorno al campo fiorentino un lago, che sempre più alzavasi, e più omai
non vedevansi che acque a perdita di vista, che minacciavano di coprire
lo stesso terreno occupato dall'armata. Si cominciava ad avere mancanza
di vittovaglie, e Giacomo del Verme, avendo finalmente riunite tutte le
sue truppe, chiudeva la sola uscita che sembrava rimanere ai Fiorentini.
Era così persuaso che Acuto non aveva altra speranza di salute che
quella di deporre le armi, che fece interpellare Giovanni Galeazzo, in
qual modo voleva che gli fossero dati i nemici[514]. Per mezzo d'un
trombetta mandò ad Acuto una volpe in una gabbia. L'Inglese ricevendo
questo simbolico regalo incaricò il messo di dire al generale milanese,
che la sua volpe non pareva melanconica, senza dubbio perchè sapeva per
quale porta uscire dalla sua gabbia[515].
[514] _Piero Minerbetti, c. 165 p. 257._
[515] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 264._
Verun altro generale che Acuto conosciuto non avrebbe, nè osato tentare
quest'uscita; ma il vecchio soldato che univa somma prudenza a grande
coraggio, aveva inspirata tanta confidenza alle sue truppe, che queste
mai non bilanciavano a seguirlo, qualunque fosse il cammino pel quale le
conduceva. Acuto lasciò le tende alzate e piantati gli stendardi nel
luogo elevato in cui aveva tracciato il suo campo e prima che spuntasse
il giorno entrò arditamente nella campagna inondata, avanzandosi alla
testa della sua armata dalla banda delle dighe dell'Adige, sette in otto
miglia al di sotto di Legnago. Camminò così tutto il giorno e parte
della seguente notte avendo l'acqua fino al ginocchio de' cavalli.
Veniva alquanto ritardata la marcia dalla melma entro la quale spesso
affondavano i soldati, e dai canali, di cui per le sovrapposte acque più
non distinguevansi le rive. Attraversò in tal modo tutta la valle
veronese e giunse in faccia a Castel Baldo sulla riva dell'Adige, il di
cui letto non aveva più acqua. In questo castello che apparteneva al
signore di Padova ristorò le truppe dai sostenuti disagi. I più deboli
cavalli erano periti in così difficile e pericolosa marcia; ma l'armata
della lega era salvata, e Giacomo del Verme non s'arrischiò di
attraversare le acque per inseguirla[516].
[516] _Piero Miner. 1391, c. 16, p. 257. — Leon. Aretino, l. X. —
Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 264. — Chron. Est., t.
XV, p. 523._
I Fiorentini non avevano osato sperare che il loro generale uscirebbe
dal laccio cui erasi lasciato prendere, e credevano di aver perdute una
dopo l'altra le più belle armate che la repubblica avesse mai allestite.
Non perciò si scoraggiarono; richiamarono una terza armata, che sotto
gli ordini di Luigi di Capoa, figliuolo del conte d'Altavilla, guastava
allora il territorio di Siena, e che quasi tutti aveva distrutti i
raccolti di questa provincia. Luigi di Capoa tornò a Firenze con quattro
mila cavalli[517], e ben tosto dopo vi giunse lo stesso Acuto, dopo
avere lasciati a Padova mille duecento cavalli per proteggere Francesco
da Carrara.
[517] _Piero Minerbetti, c. 5, p. 245, e c. 12, p. 252. — Scipione
Ammirato, l. XV, p. 823._
Giacomo del Verme vedendo che l'Acuto gli era fuggito di mano cercò
almeno di giugnere in Toscana prima di lui. Attraversò il Po ed il
territorio di Piacenza, valicò gli Appennini, scese nella val di Magra
ed entrò per Sarzana nello stato fiorentino. Scorse il Lucchese, il
Pisano, il Volterrano e s'avanzò fino a Siena; ma l'Acuto, cui Giovanni
di Barbiano, generale dei Bolognesi, erasi unito, tenne dietro
strettamente al del Verme, per impedire che guastasse le campagne. Ne'
mesi di settembre e di ottobre le due armate si osservarono e si
minacciarono senza però venire mai ad una battaglia. Giacomo del Verme,
dando a dietro, attraversò la val d'Elsa, passò l'Arno, e scorse parte
del Pistojese; ma l'Acuto lo seguiva da vicino, onde i di lui soldati
non potevano disperdersi per ruinare il paese. Il generale milanese,
giunto a Montecarlo nella Val di Nievole, ebbe ancor esso paura d'essere
circondato dalle superiori forze de' Toscani; abbandonò a mezza notte il
campo, e fuggì a traverso gli Appennini dopo avere perduta parte
dell'infanteria[518].
[518] _Piero Minerbetti, c. 24, 25, p. 268. — An. Sanesi anonimi, t.
XIX, p. 396. — Scipione Ammirato, l. XV. p. 825._
Le potenze belligeranti cominciarono a sentire il peso della guerra,
senza che l'una o l'altra avesse conseguiti gli sperati vantaggi;
diverse potenze amiche eransi offerte mediatrici, ed Antoniotto Adorno,
che questo stesso anno aveva ricuperato colle armi il trono ducale,
persuase il signore di Milano ed i Fiorentini a mandare a Genova i loro
ambasciatori. Vi giunsero pure con ampie facoltà quelli di Bologna e di
Francesco da Carrara; e Riccardo Caraccioli, gran maestro di Rodi, fu
incaricato dal papa di presedere al loro congresso.
Gli ambasciatori avevano convenuto intorno alle basi del trattato di
pace: ma poi scelsero arbitri il doge di Genova ed il gran maestro di
Rodi, perchè decidessero intorno ai particolari non ancora decisi.
Adorno era Ghibellino e perciò parziale pel Visconti, ma il popolo di
Genova favoriva i Fiorentini[519]. Gli arbitri, dopo lunghe disamine,
dettarono finalmente le condizioni della pace il 28 gennajo 1392 sotto
le forme d'una sentenza arbitramentale. A Francesco Novello di Carrara
conservarono Padova ed il suo territorio, tranne Bassano e due altri
castelli; ma gl'imposero un tributo di mille fiorini, ch'egli ed i suoi
successori pagherebbero per cinquant'anni al signore di Milano. I
Bolognesi ed il marchese d'Este vennero compresi nella pace del signore
di Padova quale alleati de' Fiorentini; il signore di Mantova, i Sienesi
ed i Perugini come alleati di Giovan Galeazzo. Finalmente gli arbitri
proibirono ai Fiorentini d'immischiarsi negli affari di Lombardia, ed a
Giovan Galeazzo di prendere parte in quelli di Toscana, tranne la
vicendevole protezione degli alleati loro, riconosciuti dalle due
parti[520].
[519] _Piero Minerbetti, c. 39, p. 282._
[520] _Leon. Aretino, l. X, verso il fine. — Poggio Bracciolini, l.
III, p. 269. — Chron. Estense, t. XV, p. 525. — Scipione Ammirato,
l. XV, p. 829._
Ma perchè Antoniotto Adorno, uno degli arbitri, aveva in più maniere
data a conoscere la sua parzialità, la signoria di Firenze, prima che si
pronunciasse la sentenza, determinò di non accettarla. A tale notizia
molti ambasciatori si ritirarono dal congresso, e gli arbitri non
pronunciarono intorno ad alcuni articoli ancora in disputa, fra i quali
la liberazione del vecchio Francesco da Carrara che Giovanni Galeazzo
teneva sempre in prigione, il possesso del castello di Lucignano, ed
altri meno importanti oggetti. Non pertanto quando la sentenza degli
arbitri fu nota a Firenze, la signoria l'accettò qual era per mettere
fine alle calamità della guerra, e la fece pubblicare il 18 febbrajo del
1392. Nel congresso di Genova uno degli arbitri aveva domandato che le
parti guarentissero l'osservanza della pace; cui Guido Neri, uno degli
ambasciatori fiorentini, rispose: «la nostra guarenzia sarà la spada,
poichè Giovanni Galeazzo ha sperimentato le nostre forze, e noi abbiamo
provate le sue[521].»
[521] _Leon. Aretino, l. X. — Annales Bonincontrii Miniat., p. 62. —
Scipione Ammirato, l. XV, p. 830._
Ma la guarenzia che i repubblicani fiorentini trovavano nel loro
coraggio non poteva bastare a Francesco da Carrara. Questo principe,
lontano da' suoi alleati e troppo debole per difendersi solo, aveva più
a temere di Giovan Galeazzo in pace che in guerra. La sola amicizia dei
Veneziani poteva essere la sua salvaguardia, onde tutto adoperò per
conciliarsela. Dopo varie pratiche andò in ultimo egli stesso a Venezia
il 5 marzo 1393, ed ottenuta dal doge Antonio Venieri pubblica udienza,
domandò che la repubblica scordasse i torti di suo padre; promise d'ora
in poi di essere verso la signoria come un figliuolo ubbidiente e
rispettoso, e chiese per sè e per tutta la sua famiglia la protezione
della repubblica. Dopo questa solenne riconciliazione, colmato di onori
dai Veneziani, tornò nella sua capitale[522], ansioso di condurre a fine
la liberazione di suo padre per la quale offriva una grossa taglia. Ma
prima che fosse accettata, il vecchio Carrara morì in prigione il 6
ottobre del 1393. Il conte di Virtù mandò il corpo di questo sventurato
principe a Padova, ov'ebbe dal figliuolo magnifici funerali[523].
[522] _Andrea Gataro, p. 811._
[523] _Ivi, p. 814._
Il trattato di Genova, rendendo la pace alla repubblica fiorentina ed
alla Toscana, non assicurava per altro la loro tranquillità. Giovanni
Galeazzo cercava colle sue pratiche di ridurre a compimento una
conquista che non aveva potuto fare a forz'aperta. Egli aveva, siccome
ancora i Fiorentini, licenziata la maggior parte delle truppe; ma i
soldati congedati dalle due potenze unironsi in compagnie di ventura,
sulle quali il Visconti non lasciava di conservare una segreta
influenza. Egli le spinse a più riprese in Toscana, ma i Fiorentini col
loro fermo contegno le allontanarono ogni volta dai proprj confini[524].
[524] _Piero Minerbetti 1391, c. 47, p. 290; 1392, c. 1., p. 293; c.
9, p. 299._
Verso lo stesso tempo Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, passò
per Bologna e Firenze, rendendosi a Roma sotto pretesto d'un
pellegrinaggio; ma infatti per formare una potente lega che si opponesse
agli ambiziosi progetti d'ingrandimento di Giovanni Galeazzo. Fino a
tale epoca aveva avute con questo principe strettissime relazioni
d'amicizia; ma un odio implacabile, un ardente desiderio di vendetta
prese il luogo dell'antica amicizia. Il Gonzaga aveva avuta per moglie
una figlia di Barnabò Visconti, cugina ad un tempo e cognata di Giovanni
Galeazzo. Ma quest'ultimo temeva che in cambio di rispettare questo
doppio legame, ella non pensasse che a vendicare suo padre Barnabò,
ch'egli avea fatto morire di veleno, e suo fratello Carlo Visconti da
lui spogliato della paterna eredità. Risolse adunque di rapirle
l'affetto del marito, credendo per tal via di meglio assicurarsi
l'attaccamento del Gonzaga. L'ambasciatore del Visconti avvisò il
signore di Mantova, che sua moglie lo tradiva, ed assicurò questo
principe che potrebbe averne le prove in una criminosa corrispondenza
ch'era in sua mano il sorprendere nel di lei appartamento. Egli stesso
aveva effettivamente nascoste nel luogo che gl'indicava le supposte
lettere: queste si trovarono, ed il segretario della principessa, posto
alla tortura, confessò tutto quanto si voleva, onde il Gonzaga in un
eccesso di furore fece tagliare la testa alla moglie, dalla quale aveva
già avuti quattro figli, ed appiccare il segretario[525]. Ma questo
infernale intrigo venne finalmente scoperto, ed il Gonzaga, tormentato
dai rimorsi, più non respirò che vendetta contro colui che aveva spinta
sua moglie sul patibolo. Giovanni Galeazzo, più non potendolo avere tra
i suoi alleati, si affrettò di essere il primo ad accusarlo; e si dolse
con tutte le corti del supplicio della principessa di Mantova sua cugina
e cognata[526].
[525] _Piero Minerbetti, 1390, c. 49, p. 240. — Sozomeni Pistor.
Histor., t. VI, p. 1145. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 813._
[526] _Platina Histor. Mantuana, t. XX, l. III, p. 756._
Intanto il Gonzaga, di ritorno da Roma, adunò a Mantova un congresso per
formare un'unione tra i Guelfi, e l'otto di settembre del 1392 venne
sottoscritto un trattato di alleanza tra le repubbliche di Firenze e di
Bologna, ed i signori di Padova, Ferrara, Mantova, Ravenna, Faenza ed
Imola. Si obbligavano i confederati a concorrere con tutte le loro forze
al mantenimento dell'equilibrio e della pace d'Italia, ed a difendersi
vicendevolmente quando alcuno di loro venisse attaccato[527].
[527] _Piero Minerbetti, 1392, c. 2, p. 293. — Poggio Bracciolini,
l. III, p. 270. — Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1150. —
Scipione Ammirato, l. XVI, p. 834._
Ma nello stesso tempo Giovan Galeazzo strascinava nel suo partito la
repubblica di Pisa, alleanza quanto per lui vantaggiosa altrettanto
nociva ai Fiorentini. Questa repubblica dopo il 1366, in cui Pietro
Gambacorti col soccorso de' Fiorentini era tornato in patria, era stata
sempre da lui governata. Ogni anno egli era stato confermato nella
carica di capitano generale, e, sebbene si foss'egli condotto con molta
moderazione e modestia, tutte le più importanti magistrature erano state
accordate alla di lui famiglia; ed i suoi nipoti facevano spesso sentire
al popolo col loro fasto e colla loro insolenza, ch'egli era vicino a
perdere la libertà. Il disinteressamento di Pietro Gambacorti, la sua
affabilità ed i suoi costumi repubblicani ritardavano ancora i progressi
del malcontento. Era egli affezionato ai Fiorentini per riconoscenza e
per inclinazione ereditaria; era inoltre alleato di Giovanni Galeazzo, e
mentre aveva cercato d'essere il mediatore tra le due potenze, aveva
conservata alla sua patria una costante pace. I Pisani, malgrado
l'antico loro odio verso i Fiorentini, sentivano il prezzo della
presente prosperità, e Pietro avrebbe indubitatamente conservata fino
alla morte la sua autorità sui proprj concittadini, se non avesse avuto
la sventura d'accordare la sua confidenza ad un traditore.
Il Gambacorti aveva nominato cancelliere perpetuo della repubblica
Jacopo d'Appiano, ch'era inoltre diventato il suo più intimo
consigliere. Il padre dell'Appiano era nato di poveri parenti nel
territorio fiorentino; si era attaccato ai Gambacorti, e quando Carlo IV
aveva incrudelito così barbaramente contro questa famiglia, aveva
perduta ancor'esso la testa sul patibolo coi suoi protettori. Pietro
Gambacorti aveva per riconoscenza chiamato presso di sè Jacopo d'Appiano
che era press'a poco della sua età, e nel quale unicamente fidava[528].
[528] _Scip. Amm., l. XV, p. 794, e l. XVI, p. 853._
Appiano, uomo di grande ingegno e di somma accortezza, aveva a sè
richiamati i principali affari, si era formate molte creature, ed
un'opinione oramai indipendente da quella del suo protettore[529]. Erasi
dichiarato zelante partigiano di Giovanni Galeazzo, aveva mandato suo
figlio al servigio del signore di Milano; e questi essendo stato fatto
prigioniere dai Fiorentini quando Giacomo del Verme fuggì da Montecarlo,
il Visconti, per ottenere la sua libertà, l'aveva cambiato con un
ambasciatore fiorentino preso col conte d'Armagnacco. Questo singolare
favore di Giovanni Galeazzo aveva fatto sospettare che l'attaccamento
dell'Appiano aveva per base un piano più esteso. I Fiorentini che
vedevano quest'uomo adunare satelliti, ed approfittare dell'odio de'
Pisani contro Firenze per fortificare il suo partito, prevennero più
volte il Gambacorti di tenere gli occhi aperti sopra di lui[530]. Ma
Pietro, incapace di un tradimento egli medesimo, non poteva sospettare
reo un altro, e soprattutto non poteva credere che un vecchio di
settant'anni, allevato in casa sua fino dalla prima fanciullezza, che
gli andava debitore di tutta la sua grandezza, che aveva tenuto uno de'
suoi figli al sacro fonte[531], volesse in sul finire della vita tradire
il suo vecchio benefattore.
[529] _Bernardo Marangoni Chron. di Pisa, p. 810._
[530] _Poggio Bracciolini, l. III, p. 270._
[531] _Memorie Storiche di ser Naddo di Montecatini. Delizie degli
Eruditi, t. XVIII, p. 133._
Jacopo d'Appiano era aperto nemico di Giovanni de' Lanfranchi, ed
assicurava di avere adunati alcuni soldati soltanto per difendersi
contro questo gentiluomo[532]. Pietro Gambacorti volle riconciliare
questi due cittadini; chiamò a sè il Lanfranchi, e mentre questi usciva
dalla di lui casa il 21 ottobre fu attaccato dai satelliti di Jacopo
d'Appiano, ed ucciso nella strada con suo figlio che aveva voluto
difenderlo[533]. Gli assassini si rifugiarono in casa dell'Appiano;
Pietro li fece domandare, ed Appiano li ricusò. Frattanto la città era
in tumulto, i cittadini prendevano le armi, ed i Bergolini, antichi
partigiani dei Gambacorti, accorrevano ad offrire il loro ajuto a
Pietro. Rispose questi che l'affare doveva terminarsi colle vie
ordinarie della giustizia, senza cagionare movimenti in città, e si
limitò a far armare la guardia, di cui ne mandò parte ad occupare il
ponte vecchio sotto il comando di suo figliuolo. Jacopo d'Appiano non
aveva la stessa moderazione; aveva chiamati da Lucca de' fantaccini o
_masnadieri_, ed inoltre riuniva intorno a sè tutti i più caldi Raspanti
e Ghibellini. Quando si trovò abbastanza forte mandò suo figlio ad
attaccare ponte vecchio. Lorenzo, ferito nel difenderlo, si ritirò
allora colla sua truppa avanti alla casa de' Gambacorti. Jacopo
d'Appiano giunse bentosto sulla stessa piazza per attaccarlo, e la zuffa
sarebbe stata assai lunga e dubbioso l'esito, se Pietro, vedendo dalla
finestra il suo vecchio amico che s'avanzava, non avesse vietato di
tirare contro di lui. Richiestovi da Jacopo egli discese per trattare,
ed acconsentì ad allontanarsi dalla calca solo con lui. Appiano,
chiamandolo suo compare gli stese la mano: era questo il segno convenuto
cogli assassini, che subito lo circondarono, e l'uccisero mentre stava
per montare a cavallo. I suoi amici si dispersero in sul momento, la sua
casa fu saccheggiata, e Jacopo d'Appiano s'avviò verso la piazza degli
anziani, ov'era rimasto un altro figlio del Gambacorti alla testa del
rimanente della guardia: dopo breve resistenza pose in fuga quei
soldati, e fece il figlio dell'estinto amico prigioniere; i figliuoli di
Pietro, tutti e due feriti, perirono avvelenati in prigione avanti il
settimo giorno[534].
[532] _Marangoni Croniche di Pisa, p. 811._
[533] _Piero Minerbetti, 1392, c. 18, p. 305._
[534] _Piero Minerbetti, 1392, c. 20, p. 308. — Chron. Esten., t.
XV, p. 528. — Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1152. — Memor.
Storiche di ser Naddo, p. 132. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 836.
— Paolo Tronci Ann. Pisani, p. 472._
Intanto andavano giugnendo in città moltissimi fanti assoldati da Jacopo
di Appiano, come pure contadini e banditi, ai quali si abbandonarono le
case de' principali Bergolini e de' più ricchi mercanti fiorentini.
Appiano, approfittando del terrore che ispirava così al popolo, si fece
nominare capitano e difensore di Pisa il 25 ottobre. Due giorni dopo si
fece armare cavaliere, ed allora cominciò a governare la sua patria non
più come principale cittadino, ma come padrone. Giovanni Galeazzo che
colle istigazioni e promesse era stato il primo autore della trama di
Jacopo d'Appiano, ne raccolse pure i principali frutti. Egli si affrettò
di spedire truppe a Pisa sotto colore di soccorrere una sua creatura, ed
il nuovo tiranno più non ardì di operare che a seconda delle volontà del
signore di Milano[535].
[535] _Leon. Aretino, l. XI._
In sul cominciare del seguente anno i Fiorentini cercarono di calmare
altre non meno pericolose rivoluzioni scoppiate a Perugia. In questa
repubblica, che andava debitrice di tutta la sua grandezza alla fazione
guelfa, la guerra fatta contro il papa nel 1377 aveva tornato in qualche
favore i Ghibellini e l'antica nobiltà. La famiglia Baglioni, la più
illustre di questo partito, ne aveva approfittato per impadronirsi del
governo. Gli antichi Guelfi dopo varj tentativi per ricuperare la
perduta influenza erano stati esiliati. Pandolfo Baglioni erasi nel 1390
posta colla città di Perugia sotto la protezione di Giovanni Galeazzo; e
gli emigrati di questa città si erano attaccati ai Fiorentini. Le due
fazioni avevano continuato a battersi anche dopo la pace di Genova, ed
il territorio di Perugia era guasto dalla guerra civile. I Fiorentini,
che temevano di vedere riaccendersi in quella provincia un nuovo
incendio, persuasero i Perugini a sottomettersi all'autorità del papa, e
determinarono Bonifacio IX a stabilire la sua residenza in Perugia;
colla di lui mediazione venne firmato tra le due fazioni un trattato di
pace il 7 maggio del 1393[536]. Ma accaniti nemici, che credevansi
obbligati a vendicare le proprie offese e quelle che avevano ricevute i
loro antenati, non potevano vivere lungamente in pace entro le stesse
mura. Nel mese di luglio uno degli emigrati rientrato in patria fu
assassinato nelle strade, e Pandolfo Baglioni, il capo della nobiltà,
prese a difendere gli assassini contro al podestà che voleva punirli.
Allora gli altri emigrati si accordarono a vendicarlo. Il 30 luglio
assalirono Pandolfo, mentre tornava dal palazzo di giustizia con circa
venti compagni, lo uccisero con quasi tutti i suoi, e perseguitando poi
tutti quelli della stessa famiglia e della stessa fazione, uccisero
altri cinque Baglioni, più di ottanta gentiluomini, o cittadini
ghibellini, e più di cento plebei, che sotto il nome di Beccarini si
erano addetti alla nobiltà. Dopo questa carnificina furono esiliati più
di trecento Ghibellini. Il papa, testimonio di questi orrori che non
poteva impedire, fuggì la stessa notte in Assisi[537]. In tal modo
Perugia tornò al partito guelfo ed all'alleanza de' Fiorentini, ma
esausta affatto, minacciata da nuove congiure, ed incapace di dare
soccorso ai suoi alleati.
[536] _Piero Minerbetti, c. 3, 1393, p. 314. — Pompeo Pellini
Istoria di Perugia, p. II, l. X, p. 35. — Raynald. Ann. Eccles.,
1392, § 6, t. XVII, p. 72. — Scip. Amm. l. XVI, p. 834._
[537] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 322. — Vita Bracchii Perusini a
J. Antonio Campano, t. XIX. Rer. Ital. l. I, p. 444. — Pompeo
Pellini Stor. di Perugia, l. X, p. II, p. 47._
Firenze medesima non andò esente da interne sedizioni. In sul cominciare
di ottobre venne denunciata ai priori una congiura popolare contro la
regnante aristocrazia. I plebei, vedendo che si voleva incrudelire
contro di loro, recaronsi in folla avanti alla casa di Vieri e di
Michele dei Medici, capo di questa famiglia dopo la morte di Salvestro,
pregandoli a prendere il gonfalone del popolo ed a proteggerli contro i
loro oppressori. I Medici fecero al contrario uso di tutto il loro
credito per calmare il basso popolo, e gli Albizzi, allora dominanti, si
valsero di questo movimento per escludere dal governo tutte le famiglie
degli Alberti ch'essi odiavano, e per esiliar i due principali loro
capi[538]. E per tal modo l'aristocrazia degli Albizzi si rassodò
viemeglio, ma è pur d'uopo confessare che verun'altra fazione non aveva
mai dato prove di più vasti talenti, nè di un più grande carattere. Nè
alla repubblica, in mezzo ai pericoli cui l'esponeva l'ambizione di
Giovanni Galeazzo, abbisognavano meno esperti capi.
[538] _Piero Minerbetti, c. 21-24, p. 325. — Poggio Bracciolini, l.
III, p. 271. — Sozomeni Histor. p. 1156. — Scipione Ammirato, l.
XVI, p. 840._
Il Visconti non attaccava ancora i Fiorentini, ma non lasciava fuggire
occasione alcuna di nuocer loro, ed in particolare cercava di opprimere
il nuovo loro alleato, il signore di Mantova. Egli intraprese, svolgendo
dal suo naturale alveo il Mincio, di distruggere la capitale del
Gonzaga, senza violare apertamente la pace, e senza dare alle
repubbliche alleate occasione di dichiararsi contro di lui.
Il Mincio, sortendo dal lago di Garda, attraversa una parte del Veronese
che in allora apparteneva a Giovanni Galeazzo, in appresso entra nel
piano, riempie due bacini chiamati laghi, superiore ed inferiore, e tra
questi è posta la città di Mantova. Questi laghi, ognuno de' quali ha
circa un miglio di larghezza, tengono luogo delle fosse delle ordinarie
fortificazioni; essi sono troppo profondi per essere attraversati a
guazzo, e le loro rive sono troppo fangose e troppo ingombre di canne
perchè le barche possano liberamente avanzarsi. Un ingegnere aveva
proposto a Giovanni Galeazzo di sviare il corso del Mincio, e di
condurlo nelle pianure di Verona, privando in tal guisa Mantova di tutti
i suoi vantaggi, e delle fortificazioni datele dalla natura. Giovanni
Galeazzo fece lavorare sci mesi al di sopra di Valleso per innalzare una
diga di straordinaria solidità onde tagliare il corso del fiume, e nello
stesso tempo fece aprire una montagna a mano manca per aprirgli uno
sfogo nel Veronese. A Francesco di Gonzaga sembrava di già vedere i due
laghi di Mantova cambiati in pantani pestilenziali, e le fortificazioni
della sua capitale distrutte colla salubrità dell'aria e colla speranza
della popolazione. Ne fece lagnanza ai Bolognesi ed ai Fiorentini, e li
supplicò di volerlo ajutare[539].
[539] _Platina Histor. Mantuæ, l. III, p. 759._
Queste due repubbliche non volevano abbandonare il loro alleato, ma
d'altra parte non credevano di avere sufficiente motivo per rinnovare la
guerra; perciocchè ogni parte contraente erasi riservata, pel trattato
di Genova, il diritto di fare nel suo territorio le opere e le
fortificazioni che credesse convenienti. Non pertanto i Fiorentini
mandarono commissarj a Mantova per riconoscere la natura dei luoghi;
quando furono tornati, i priori fecero chiamare gli ambasciatori del
Gonzaga, e loro dissero: «Fate sapere al vostro padrone, che senza
l'ajuto de' suoi alleati, e senza sguainare la spada, egli sarà liberato
dalla calamità che crede sovrastargli; un despota che vede gli uomini
piegare a tutte le sue volontà, s'immagina frequentemente di potere
altresì comandare alla natura; ma questa si ride de' vani suoi sforzi, e
mostra bentosto la sua indipendenza.» Gli ambasciatori mantovani
tornavano malcontenti alla loro patria con così vaghi conforti; ma
intesero, strada facendo, che il Mincio, ingrossato dalle piogge, aveva
rotte le dighe di Giovanni Galeazzo, e distrutto in una notte l'opera
fatta in più mesi da alcune migliaja d'operai[540].
[540] _Platina Hist. Mantuan., l. III, p. 760. — Chronicon Estense,
t. XV, p. 529._
Altre cagioni di guerra sì andavano nello stesso tempo apparecchiando
nello stato di Ferrara. Il 31 luglio del 1393 era morto il marchese
Alberto d'Este, dopo avere dichiarato suo successore suo figliuolo
naturale Nicolò III in età di soli dieci anni. Egli lo aveva legittimato
sposando sua madre in punto di morte[541]; ma il più vicino parente
d'Alberto, Azzo d'Este, non ammetteva i diritti di un figliuolo
d'un'amante, e riclamava a suo favore un'eredità, che suo cugino non
aveva pensato di rapirgli se non nell'istante, in cui la vicina morte
aveva indebolito il vigore della sua mente[542]. Per altro il popolo di
Ferrara riconobbe Nicolò III, non essendo in Italia cosa straordinaria
il vedere i figliuoli naturali succedere ai loro padri[543]. Azzo
implorò in allora l'assistenza di Giovanni Galeazzo; si unì strettamente
con Giovanni di Barbiano, capitano romagnuolo che aveva acquistata
grandissima riputazione militare, e col di lui ajuto attaccò lo stato di
Ferrara. I Fiorentini dal canto loro si dichiararono per Nicolò, e gli
mandarono trecento lance; per tal modo le truppe di Milano
ricominciarono a combattere contro le truppe di Firenze senza che la
guerra fosse dichiarata fra i due stati[544].
[541] _Chron. Estense, t. XV, p. 531._
[542] _Gio. Batt. Pigna Istor. de' Princ. d'Este, l. V, p. 411._
[543] L'autore aveva di già osservato che Nicolò III era stato
legittimato col matrimonio de' suoi genitori, onde doveva
risparmiare in questo luogo all'Italia l'imputazione della
successione all'eredità paterna de' figli illegittimi, cosa non
tanto comune come pare volerlo insinuare il dotto autore, nè propria
della sola Italia. _N. d. T._
[544] _Leon. Aretino, l. XI. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 846._
In quest'epoca, in cui il cominciamento delle ostilità poteva rendere
alla repubblica fiorentina più prezioso un gran capitano, ella perdette
quello, cui doveva, i vantaggi ottenuti nella precedente guerra.
Giovanni Acuto mori di malattia il 16 marzo del 1394 in una campagna
ch'egli aveva comperata presso Firenze. La signoria gli diede
onoratissima sepoltura nella cattedrale, ed il suo sepolcro vi si vede
ancora con al di sopra una statua equestre[545].
[545] _Piero Minerbetti, 1393, c. 28, p. 331. — Priorato del
Ridolfi, Deliz. degli Erud. Tosc., t. XVIII, p. 141. — Scipione
Ammirato, l. XVI, p. 844. — Vita di Gio. Acuto di Domenico Maria
Manni. Script. Etrur., t. II._
Mentre la guerra di Ferrara trattavasi assai lentamente, i signori di
questa città diedero all'Italia uno spettacolo atroce ad un tempo e
ridicolo. I consiglieri di Nicolò III avevano risoluto di liberarsi con
un assassinio d'Azzo d'Este suo rivale. Proposero questo attentato al
suo amico, e principale appoggio, il conte Giovanni di Barbiano,
offrendogli in ricompensa i castelli di Lugo e di Conselice, posti in
Romagna presso a quello di Barbiano. Il conte accettò le fattegli
offerte, ma in pari tempo ne diede avviso all'amico Azzo. Fecero scelta,
d'accordo fra di loro, di un servitore che rassomigliava ad Azzo e lo
fecero trattenere in una sala rimota. L'ambasciatore di Nicolò III fu
introdotto ad una conferenza con Azzo e col conte nel castello di
Barbiano, imperciocchè egli aveva nascosta la sua perfida missione sotto
il velo di un trattato con ambidue. Uscirono in appresso e passarono
nella camera ove il loro servo gli stava aspettando. Azzo cambiò vesti
con lui, e si ritirò, e subito dopo Giovanni di Barbiano fece uccidere
lo sventurato servo, che ignorava la ragione del suo travestimento, e si
ebbe l'accortezza di sfigurargli il volto con molte pugnalate. Ciò fatto
il Barbiano chiamò l'ambasciatore del marchese d'Este, e gli mostrò il
cadavere ancora palpitante. «Ecco, gli disse, l'amico che si era di me
fidato, e che per servire il vostro padrone, io ho acconsentito di far
perire. La vostra corte pensi a soddisfare agli obblighi suoi, avendo io
fatto quanto doveva.» In fatti l'ambasciatore scrisse a Ferrara d'aver
veduto co' suoi occhi l'ucciso signore, ed i castelli promessi
all'uccisore furono immediatamente consegnati al conte di Barbiano. Ma
tostocchè gli ebbe in suo potere fece ricomparire Azzo d'Este e
ricominciò le ostilità contro Ferrara[546].
[546] _Gio. Battista Pigna Istor. de' Principi di Este, l. V, p.
418. — Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 562._
Mentre ciò accadeva, Vencislao mandò ambasciatori in Italia per cavarne
danaro, come praticato aveva Carlo IV suo padre, con vane promesse di
protezione. Vencislao portava in allora i titoli d'imperatore eletto e
di re dei Romani; ma perduto nella dissolutezza, appena governava, e con
mano mal sicura il suo regno di Boemia, mentre la Germania ritornava di
nuovo ad un'assoluta indipendenza. I signori di Padova e di Mantova
diedero retta alle proposizioni del suoi ambasciatori, e di già
progettavano di chiamarlo in Lombardia per farlo combattere contro il
Visconti; ma i Fiorentini, assai meglio informati del carattere di
Vencislao, e riandando la condotta di suo padre in Toscana, rigettarono
tutte le proposizioni, rispondendo ch'essi erano in pace col signore di
Milano, e che speravano che questa pace non verrebbe turbata dalle
insignificanti contese dei signori di Ferrara[547].
[547] _Leon. Aretino, l. XI._
Vedendo Vencislao che niuno pensava a pagarlo per annientare la potenza
di Giovanni Galeazzo, egli entrò nel susseguente anno in trattato con
lui medesimo, per sollevarlo a nuove dignità; e gli vendette per cento
mila fiorini il titolo di duca di Milano, ed il giorno primo di maggio
del 1395 eresse in ducato ed in feudo imperiale la città di Milano colla
sua diocesi[548]. Giovanni Galeazzo celebrò con isplendide feste
l'acquisto della nuova dignità, ed invitò gli ambasciatori di tutti gli
stati d'Italia ad essere testimonj dell'investitura che ricevette il 5
di settembre. I Fiorentini e tutti i popoli della loro lega vi mandarono
deputati[549]. I due figli della casa di Carrara, Francesco terzo e
Giacomo, vi assistettero personalmente; ed il nuovo duca, volendo
mostrarsi riconoscente, liberò il signore di Padova dal tributo cui
andava soggetto in forza del trattato di Genova[550].
[548] _Ann. Mediol., t. XVI, c. 157, p. 824._
[549] _Poggio Bracciolini Hist. Florent., l. III, p. 272. — Scipione
Ammirato, l. XVI, p. 849._
[550] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 820._
Vencislao con un secondo diploma riunì l'anno susseguente, sotto il
titolo di ducato di Milano, tutti gli stati posseduti da Giovanni
Galeazzo, tranne Pavia ed il suo territorio, che dichiarò contado. Le
città accordate in feudo dall'imperatore alla casa Visconti, erano
press'appoco le medesime[551] che avevano formata la lega lombarda, il
di cui valore ed intraprese ebbero onorato luogo in principio di questa
storia. Da circa cento trent'anni tutte queste città avevano perduta la
loro libertà; ma l'autorità del loro signore non era perciò ancora
riguardata come legittima, e perchè niuna concessione dell'impero aveva
ancora sanzionate le loro usurpazioni, i popoli venivano sempre
mantenuti nel diritto di annullarla.
[551] Brescia, Bergamo, Vercelli, Como, Novara, Alessandria,
Tortona, Bobbio, Piacenza, Reggio, Parma, Cremona, Lodi, Crema,
Soncino, Bormio, Borgo San Donnino, Pontremoli, Verona, Vicenza,
Feltre, Belluno, Bassano, Sarzana ed altri luoghi meno importanti.
_Ann. Mediol., c. 158, p. 827._
I Visconti ricevettero una nuova esistenza dal diploma di Vencislao; in
forza di questo vennero risguardati come _signori naturali_, siccome
diceva il diploma, e non più quali tiranni della Lombardia. Così pure
l'eredità venne regolata fra di loro in un modo stabile dietro il
sistema feudale.
Ma l'investitura, accordata a Giovanni Galeazzo, doveva riuscire tanto
funesta ai suoi successori ed al suo paese, quanto sembrava vantaggiosa
a lui medesimo. Fu questa cagione, quando si spense la sua linea
maschile, delle rivali pretensioni dei duchi d'Orleans, in appresso re
di Francia, quali eredi di una figlia di Giovanni Galeazzo, e di quelle
dell'imperatore come _alto signore_ di un feudo ricaduto all'impero;
mentre gli altri rami della casa Visconti furono esclusi dall'eredità, e
che la Lombardia fu guastata da sovrani stranieri che volevano avervi
regno. Avanti la fine del XIV secolo non eravi nelle famiglie de'
principi verun altro diritto ereditario che la forza sanzionata da
un'apparente approvazione del popolo, e se la Lombardia non fosse stata
eretta in ducato, nè la casa d'Orleans, ne l'impero avrebbero vantati
diritti sopra la medesima. Tale fu il cambiamento che operò in un paese
cui non prendeva veruno interessamento, e dove non aveva alcuna
autorità, un imperatore, che i borghesi della sua capitale tennero lungo
tempo prigioniero, e che all'ultimo fu deposto dai principi del suo
impero.
_Nota_. Uno storico sienese, contemporaneo, riferisce
all'anno 1395 un aneddoto che crediamo utile ad
illustrare la storia de' costumi di questo secolo. La
dignità della storia può bene scendere qualche volta al
racconto de' casi dei privati cittadini, quando giovano
ad istruire.
L'antica famiglia de' Montanini era stata in guerra con
quella de' Salimbeni pel corso di molte generazioni.
L'inimicizia di queste due famiglie aveva cominciato in
occasione di una caccia del cinghiale, nella quale era
stato ucciso un Salimbeni. La famiglia de' Montanini era
stata quasi affatto distrutta nell'accanita guerra
sostenuta contra i Salimbeni; i suoi poderi erano stati
quasi tutti invasi o confiscati, e più non rimaneva di
così illustre famiglia che un fratello ed una sorella.
Carlo ed Angelica erano figliuoli di Tommaso Montanini,
soggiornavano nella Val di Strove in un piccolo podere il
di cui valore appena ammontava a mille fiorini, ed avevano
ristrette le loro spese alle entrale di così piccola parte
del vasto patrimonio de' loro animati. Un loro vicino
desiderava questo piccolo podere per incorporarlo a' suoi
possedimenti. Era un plebeo assai potente nel governo di
Siena, e faceva parte di quella oligarchia artigiana,
sospettosa e gelosa, che sotto la direzione dei Salimbeni
erasi resa padrona del governo l'anno 1390, e cui non si
poteva offendere senza il più grave pericolo. Carlo
Montanini ricusò più volte di vendere le sue terre al
vicino che voleva comperarle, determinato di conservarle a
sua sorella Angelica, onde potere aggiungere alla sua
freschissima età di quindici anni ed alla rara sua
bellezza una conveniente dote.
Il vicino per vendicarsi del rifiuto di Carlo, e porlo
nella impossibilità di conservare il suo patrimonio,
l'accusò al governo di essere entrato in una cospirazione
coi Guelfi e coi nobili contro i Salimbeni ed il governo
popolare. L'odio ereditario delle due case rendeva
probabile l'accusa, rinforzata dall'autorità
dell'accusatore. Carlo Montanini non fu condannato a pena
capitale, ma fu invece assoggettato ad un'ammenda di mille
fiorini da pagarsi, sotto pena di morte, entro quindici
giorni. Ma l'avidità del delatore fa delusa, perciocchè il
Montanini per non ridurre la sorella in estrema miseria
preferì di morire in prigione, piuttosto che uscirne
mediante la perdita dell'eredità paterna. Aveva alcuni
parenti materni, che però non osarono di soccorrerlo per
non rendersi sospetti al governo e tirarsi addosso la
medesima disgrazia; le donne soltanto recavansi ogni
giorno a consolare Angelica ed a piangere insieme.
La mattina del quindicesimo giorno Anselmo Salimbeni
passando a cavallo innanzi alla casa di Montanini, osservò
queste donne piagnenti, ed udì da loro la sorte che
sovrastava all'ultimo crede di una famiglia rivale della
sua. Aveva di già adocchiata la rara bellezza di Angelica,
ma non aveva giammai parlato nè a lei, nè al fratello,
opponendovisi la memoria di tanto sangue versato nelle
contese della sua famiglia con quella dei Montanini. Per
altro Anselmo, vinto da compassione all'aspetto di tanta
sventura, si recò all'istante presso il tesoriere del
comune, e pagati i mille fiorini dell'ammenda, ordinò al
carceriere di porre in libertà Carlo Montanini. Questi
sorpreso di vedersi rilasciato nel momento medesimo, in
cui aspettava la morte, volò presso la sorella, che stava
immersa nelle più crudeli angosce. Nè Angelica, nè le sue
amiche sapevano spiegare o comprendere per quali mezzi
fosse stata renduta a Carlo la libertà. In breve la casa
di Montanini si riempì di parenti e di vicini che venivano
a felicitarli. Carlo, che credeva di trovare tra di loro
il suo liberatore, gli andava ringraziando l'uno dopo
l'altro, ma tutti se ne scusavano vergognandosi, ed
allegando i motivi o i pretesti che loro avevano impedito
di soccorrerlo. All'indomani andò a chiederne contezza al
tesoriere del comune, e da lui seppe che andava debitore
della vita al figlio de' suoi nemici.
Carlo Montanini, colpito da tanta generosità, volle
superare in magnanimità il Salimbeni. Non bastando le
preghiere, dovette far uso della sua autorità per ridurre
Angelica ad eseguire i suoi voleri; e quando questa ebbe
promesso di dare in riconoscenza al benefattore di suo
fratello quanto aveva di più caro al mondo, lo prevenne
altresì ch'ella penserebbe pure alla propria gloria, e che
non vivrebbe nel vizio e nel disonore.
Due ore dopo il tramontare del sole il fratello e la
sorella recaronsi alla casa d'Anselmo Salimbeni: Carlo
domandò di parlare senza testimonj a questo cavaliere, ed
essendo stato introdotto presso di lui colla sorella, gli
disse: «A voi, o signore, io devo la sgraziata vita che mi
resta; a voi mia sorella deve suo fratello e l'onor suo.
Se la fortuna non avesse con tanto accanimento
perseguitata la mia famiglia non ci sarebbero mancati modi
di manifestarvi almeno in parte la nostra riconoscenza. Ma
omai più non ci rimangono che i nostri corpi e le nostre
anime; voi le avete salvate; a voi dunque appartengono;
noi le affidiamo alla vostra generosità, alla vostra
pietà, affinchè ne usiate come di cose vostre.»
Dopo avere così parlato, uscì bruscamente, e lasciò la
sorella sola col Salimbeni. Questi si disponeva a
parlarle, ma colpito dal suo mortale pallore e dalla
disperazione che le scorgeva sul volto, uscì egli medesimo
all'istante, fece chiamare le signore del vicinato, e le
pregò di tenere compagnia alla nobile damigella che
troverebbero in casa sua. Estrema fu la loro sorpresa
vedendo Angelica nell'appartamento del Salimbeni; il
modesto contegno della giovinetta smentiva ogni ingiurioso
sospetto, ma l'aperta nimicizia delle due famiglie non
permetteva loro d'indovinare i motivi della sua venuta.
Tutte stavano in silenzio e si perdevano dietro vane
congetture. Intanto Anselmo aveva fatto adunare i suoi
parenti in casa sua, e chiamò con loro Angelica e le
signore che le tenevano compagnia. Allora pregò colle
lagrime agli occhi tutti i suoi amici a volerlo
accompagnare, e senz'altro dire recossi alla casa di
Montanini con tutto il corteggio preceduto da molte
fiaccole.
«Voi avete voluto parlarmi senza testimonj, disse a Carlo,
io invece vi chiedo di udire la mia risposta in presenza
di quest'onorata compagnia. È omai lungo tempo ch'io fui
colpito dalla bellezza, dalla modestia, da tutte le virtù
di vostra sorella Angelica; io aveva sentito che
niun'altra donzella meritava più di lei di essere
nobilmente amata. Io avevo per altro tenuto sempre celata
questa mia inclinazione, e veruno non la seppe prima di
voi. La disgrazia che vi colpì, ed il servigio ch'io vi
resi, vi diedero motivo di leggere nel mio cuore. Non
sapendo voi sopportare una cortesia senza ricompensa, vi
siete dato con vostra sorella nelle mie mani, ponendo in
mio arbitrio la vostra vita, il vostro onore, la vostra
esistenza. Io accetto questo prezioso dono; ma sarebbe di
me cosa indegna il possederlo con un titolo illegittimo.
Se voi dunque vi acconsentite, io prendo alla presenza di
questa onorata assemblea Angelica Montanini per mia cara
sposa; accetto suo fratello Carlo per mio cognato, ed
intendo che d'ora innanzi tutti i miei beni sieno tra di
noi comuni.» Le nozze si celebrarono immediatamente e con
gran pompa. La riconciliazione dei Montanini coi Salimbeni
richiamò l'attenzione del governo; furono riveduti i
processi di Carlo, e riconosciutasi l'ingiustizia di cui
poco mancò che non fosse vittima, gli venne resa la pagata
ammenda, e fu riammesso a tutti i diritti della
cittadinanza. — _Annali Sanesi di un anonimo vivente dal
1385 al 1422, t. XIX. Rer. Ital., p. 397-411._