CAPITOLO LIII.

_Rivoluzioni nelle repubbliche toscane; intrighi di Giovanni

Galeazzo. — Francesco da Carrara, suo prigioniero, fugge, e si

ripara a Firenze; persuade questa repubblica a fare la guerra al

Visconti. Conduce in Italia un'armata tedesca, e ricupera la

signoria di Padova._

1388 = 1390.

La condotta di Venezia nel favorire le conquiste di Giovanni Galeazzo

Visconti non aveva corrisposto all'alta prudenza che tanto onorava i

consigli di questa repubblica. Le due case degli Scala e dei Carrara,

abbastanza forti per difendersi, ma non tali da inspirar timore,

potevano servire ai Veneziani di antimurale contro le intraprese dei

Visconti. La repubblica, superiore di forze e di ricchezze, aveva mille

mezzi per tenere in una specie di schiavitù i signori di Verona e di

Padova. I Veneziani mancarono all'ordinaria loro prudenza eccitando lo

Scala alla guerra, poi lasciandolo perire per non avergli somministrati

sufficienti soccorsi; ma un più grande errore fu quello di sagrificare

il Carrara al loro risentimento, acconsentendo che si arricchisse colle

sue spoglie il più potente, il più ambizioso, il più perfido tiranno

d'Italia. La vista degli stendardi milanesi, che volteggiavano in riva

all'Adriatico, richiamò il senato veneto a dolorose considerazioni sulla

propria condotta; e bentosto i minacciosi discorsi di Giovanni Galeazzo,

di cui gli fu dato avviso, accrebbero le sue inquitudini.

Veruna potenza in Italia pareva abbastanza forte per misurarsi col

signore di Milano e per limitarne le conquiste. La Chiesa aveva lungo

tempo guerreggiato contro suo padre e suo zio; ma le sue forze erano

snervate dallo scisma, e più ancora dall'imprudente condotta d'Urbano

VI. Questo pontefice, che andava debitore della sua libertà e forse

della vita al doge Antoniotto Adorno, si disgustò col suo liberatore e

partì precipitosamente da Genova il 16 dicembre del 1386 per passare a

Lucca[427]. In questa città egli predicò la crociata contro il regno di

Napoli ch'egli voleva conquistare. Ma nè le sue esortazioni, nè le sue

bolle acquistarono alla sua causa un solo soldato[428]. In appresso

dichiarò complessivamente la guerra ai Turchi ed ai Greci, guerra poco

sanguinosa, di cui ne affidò la cura all'arcivescovo di Patrasso[429].

In appresso, recandosi a Perugia, vi fece leva di soldati mercenari, coi

quali pensava di fare personalmente l'impresa del regno, quando una

sedizione scoppiata nelle sue truppe, lo fece fuggire atterrito a

Roma[430]. Colà mori il 13 ottobre del 1389 dopo avere coll'impetuoso

suo carattere, colla sua imprudenza, colla sua crudeltà, scandalizzata

la Cristianità forse più che non fecero gli scostumati pontefici del

decimo secolo. Pietro Tommacelli, cardinale di Napoli, che prese il nome

di Bonifacio IX, venne innalzato sulla cattedra di san Pietro il 9

novembre 1389 dai cardinali dell'ubbidienza d'Urbano VI[431].

[427] _Georgii Stellæ Ann. Genuens., t. XVII, p. 1128. — Uberti

Folietæ Genuens. Hist., l. IX, p. 491._

[428] _Rayn. Ann. Eccl. 1387, § 2, t. XVII, p. 128._

[429] _Ivi, § 8, p. 130._

[430] _Ivi, 1338, § 8 p. 137._

[431] _Ivi, 1389, § 12, p. 142._

Di tutte le case sovrane che avevano esistito tra le Alpi e gli

Appennini dopo la caduta delle repubbliche, più non eranvene che quattro

le quali non fossero state spogliate de' loro stati dai Visconti; queste

erano le case di Savoja, di Monferrato, dei Gonzaghi e d'Este. Amedeo

VII, detto il Rosso, conte di Savoja, unicamente occupato degli intrighi

e delle guerre della Francia, evitò ogni cagione di rottura col conte di

Virtù[432]. Teodoro II, marchese di Monferrato, cui Giovan Galeazzo

aveva tolto Asti ed altre importante piazze, fu egli medesimo in certo

qual modo fatto prigioniere nella corte del signore di Milano dalla sua

più tenera infanzia fino al 1400[433]. Francesco di Gonzaga governava

Mantova dopo il 1382; ma non si conservava in questo principato che

mercè la più ossequiosa deferenza a tutte le volontà di Giovanni

Galeazzo. Aveva preso parte a tutte le sue alleanze, ed a tutte le sue

guerre, senza sperarne altro vantaggio che quello di protrarre più in là

l'epoca in cui sarebbe ancor esso spogliato de' suoi dominj[434]. Nella

famiglia d'Este il marchese Alberto era succeduto, il 26 marzo 1388, a

suo fratello Niccolò in pregiudizio d'Obizzo, figlio d'un suo fratello

maggiore che gli era premorto[435]. Alberto, dietro le suggestioni di

Giovan Galeazzo, presso di cui erasi recato a Milano, fece tagliare la

testa ad Obizzo ed a sua madre accusati d'avere contro di lui tramata

una congiura; fece bruciare la sposa di questo sventurato, appiccare uno

de' suoi zii, tenagliare e porre alla tortura molti de' loro

confidenti[436]. Dopo tali atrocità il marchese di Ferrara, resosi esoso

ai popoli ed ai principi, non poteva ad altri fidarsi che a Giovan

Galeazzo, che gliele aveva fatte commettere, e non agiva che a seconda

de' suoi consiglj o de' suoi ordini.

[432] _Guichenon Hist. généalogique de Savoie, c. 24, t. II, p. 5,

an. 1383-1391._

[433] _Benven. de san Geor. Montisfer., t. XXIII, p. 611._

[434] _Platina Hist. Mantuana, l. III, p. 752, Rer. It., t. XX._

[435] _Chron. Estense, t. XV, p. 516._

[436] _Cronica di Pietro Minerbetti, an. 1388, c. 1, p. 156. —

Scriptores Etruriæ t. II. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 530._

Le altre famiglie, un tempo sovrane, erano tutte state spogliate de'

loro stati dai Visconti: i Coreggio, i Rossi, gli Scotti, i Pelavicini,

i Ponzoni, i Cavalcabò, i Benzeni, i Beccaria, i Languschi, i Rusca, i

Brusati, o più non esistevano, o non avevano autorità negli stati altra

volta sottomessi ai loro antenati. La casa Visconti era succeduta sola a

tutta la loro potenza, come a quella degli Scala e dei Carrara.

Se i comuni di Toscana fossero stati uniti dalla considerazione de' loro

pericoli, avrebbero potuto sostenere con pari forze la lotta col conte

di Virtù; ma la sola Firenze sapeva calcolare nelle sue viste la

politica dell'Italia e dell'Europa intera. Le altre città, invece di

stare in guardia contro il nemico d'ogni libertà, erano gelose della

sola Firenze, e le imprudenti loro passioni favoreggiavano i progetti

del tiranno che voleva ridurle in servitù.

Gli stati d'Italia, esposti alle invasioni di Galeazzo, non potevano

sperare soccorso dal rimanente dell'Europa. L'impero era venuto in mano

del più debole, del più spregevole de' principi, Wenceslao, indegno

figlio di Carlo IV, il quale pure aveva anche tanto degenerato dai suoi

gloriosi antenati. La Francia, durante la minorità e la pazzia di Carlo

VI, trovavasi in preda ad un'anarchia, nella quale si videro ben presto

nascere le funeste fazioni dei duchi di Borgogna e d'Orleans.

L'Inghilterra era governata dal debole Riccardo II, sotto il di cui

regno nacquero le fazioni delle due rose. Per le sue guerre civili

l'Ungheria perdeva tutta l'influenza che aveva acquistata sull'Italia e

sul rimanente dell'Europa sotto il gran re Luigi. L'Arragona in tempo

della lunga amministrazione di Pietro IV, detto il ceremonioso, aveva

tenuto un distinto rango tra le potenze marittime; ma questo re era

morto il 4 gennajo del 1387[437], ed il debole Giovanni, che gli

succedeva, riposava in un ozio vile, abbandonando alla consorte tutte le

cure de' pubblici affari[438]. Così dall'una all'altra estremità

dell'Europa tutti i regni erano affetti da un vizio interno, tutti i

regni sembravano nello stesso tempo colpiti d'accecamento, da viltà, o

da demenza, mentre il signore della Lombardia manteneva costantemente al

suo soldo maggiore numero di truppe che verun altro monarca d'Europa,

disponeva d'un'immensa entrata, governava i suoi stati dispoticamente, e

formava progetti di conquista ancora più grandi della sua potenza.

Giovanni Galeazzo aveva un coraggio intraprendente, che stranamente

contrastava colla sua viltà personale. Quell'uomo medesimo, che mai non

mostrossi alla testa dell'esercito, che nel palazzo fortificato di Pavia

non lasciavasi vedere da chicchefosse, che circondavasi di triplici

guardie, e che nel suo appartamento stava sempre apparecchiato a

difendersi contro di queste, come se fosse sicuro d'essere tradito;

quest'uomo non esitava un solo istante nelle sue risoluzioni, non

lasciavasi smuovere dal pericolo, nè scoraggiare dal cattivo esito.

Superiore a tutti nella profondità della sua politica, incapace di

rimorsi per il delitto, o di vergogna per la mala fede, mirava coi vasti

suoi mezzi a sottomettere tutta l'Italia; e se ne avesse terminata la

conquista, pochi ostacoli avrebbe più incontrati a dilatare il suo

dominio sulle vicine contrade. Ma la libertà italiana fu per alcun tempo

salvata ancora, perchè nella carriera della sua ambizione Giovan

Galeazzo si trovò a fronte la virtù, il coraggio, la magnanimità della

repubblica fiorentina, e l'odio implacabile di Francesco da Carrara che

aveva di già spogliato.

[437] _Mariana Historia de las Españas, l. XVIII, c. 11._

[438] _Indices Rer. ab. Arag. Regibus Gestarum, Zurita, l. III, p.

259._

Molte cagioni avevano contribuito ad eccitare l'animosità di diversi

comuni liberi della Toscana contro Firenze, di modo che, malgrado

l'alleanza che le univa, noi vedremo successivamente Pisa, Siena, Lucca,

Perugia e Bologna associarsi al nemico de' Fiorentini e della libertà.

Molte compagnie di ventura erano successivamente entrate in Toscana per

vivere rubando; tutte avevano estorte contribuzioni dalle più deboli

città, mentre la potenza de' Fiorentini le teneva ad una rispettosa

distanza. I popoli oppressi, invece d'accusare se medesimi della propria

debolezza, sospettavano che i Fiorentini fossero segretamente d'accordo

con queste bande d'assassini[439]. I Tarlati della famiglia di Pietro

Saccone, signore di Pietra Mala, si erano nel 1384 dati o raccomandati

alla repubblica di Siena con sessantanove castelli, ed un gran numero di

villaggi[440]. In ogni tempo eransi conservati nemici de' Fiorentini, ed

avevano associati i Sienesi alla loro animosità. Lo stesso anno

Engerrando di Coucy aveva condotta in Italia un'armata francese di oltre

dodici mila cavalli, che guidava nel regno di Napoli in soccorso di

Luigi duca d'Angiò[441]. Un luogotenente di Carlo III occupava in allora

Arezzo, mentre una folla d'emigrati aretini si erano uniti ai Tarlati.

[439] _Annali Sanesi anonimi, t. XIX, p. 388, 390._

[440] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VIII, fogl. 150._

[441] _Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XV, p. 767._

Questi offrirono ad Engerrando di Coucy d'introdurlo in Arezzo col mezzo

delle intelligenze che vi avevano conservate, ed infatti essi gli

aprirono le porte di questa città la notte del 29 settembre 1384. Ma la

morte del duca d'Angiò, di cui nella notte medesima si ebbe avviso a

Firenze[442], determinò Engerrando a rinunciare alla sua spedizione.

Egli cercò prima di occupare il castello d'Arezzo, ov'erasi ritirato il

luogotenente di Carlo III coi Guelfi; ma vedendo che dopo cinquanta

giorni d'assedio non aveva nulla avanzato, e che gli assediati avevano

venduta la loro fortezza ai Fiorentini, trattò ancor esso con questa

repubblica, ed avendo ricevuta una somma di danaro, il 17 novembre 1384

aprì le porte d'Arezzo ai commissarj di Firenze[443]. Nello stesso tempo

i Sienesi stavano con lui contrattando, e lo avevano soccorso, onde

concepirono un estremo dispetto, vedendosi dai loro rivali tolto un

acquisto ch'essi speravano di fare[444].

[442] _Leon. Aretino Stor. Fior., l. IX. — Marchione de Stefani

Stor. Fior., l. XII, R. 962, p. 49. — Scip. Ammirato, l. XV, p.

768._

[443] _Mem. Stor. di ser Naddo da Montecatini. Deliz. degli Erud.,

t. XVIII, p. 73. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 770._

[444] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VIII, p. 152._

Frattanto la repubblica di Siena veniva travagliata da rivoluzioni, che

sempreppiù la rendevano debole; ella era governata da artigiani della

più bassa lega, che avevano assunto il nome di riformatori. I nobili

trovavansi con costoro in aperta guerra, e tutto il rimanente della

nazione gemeva oppressa. Ma il 24 marzo 1385 gli ordini dei nove e dei

dodici, che tenevano tra i borghesi un rango superiore, unironsi ai

nobili per attaccare l'oligarchia artigiana de' riformatori. Dopo

un'accanita zuffa cacciarono questi artigiani fuori di palazzo, poi

fuori della città. Quattro mila di costoro fuggirono o furono mandati in

esilio[445]; e nell'ultima classe della nazione si creò un nuovo ordine

sotto il nome di monte del popolo, per separarlo affatto dai riformatori

che si volevano proscrivere. Il governo venne diviso tra i nove, i

dodici ed il popolo; la nobiltà rimase esclusa dagl'impieghi[446].

[445] _Malavolti Stor. di Siena, l. VIII, p. 153._

[446] _Marchione de Stefani, l. XII, R. 977, t. XVII, p. 63. — Scip.

Ammirato, l. XV, p. 771. — Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. IX,

p. 154._

Questa rivoluzione riconciliò per breve tempo i Sienesi coi Fiorentini,

perchè gli ultimi avevano soccorsi i borghesi di Siena. Essi

accomunavano ai riformatori il risentimento che i loro Ciompi avevano

loro inspirato, ed appena usciti essi medesimi dal giogo del popolaccio,

volevano pur rompere quello de' loro vicini. Ma bentosto una contesa di

giurisdizione ravvivò tra le repubbliche una mal assopita animosità.

La comunità di Montepulciano trovavasi da lungo tempo sotto la

protezione di Siena con certe condizioni e riserve che i Sienesi avevano

mal osservate[447]. Ma questa borgata, che più anticamente era stata

sotto la protezione de' Fiorentini, li chiamò come garanti de' suoi

privilegi. La famiglia dei Pecora governava in allora Montepulciano con

una quasi assoluta autorità. Questi piccoli signori erano divisi,

Giovanni di Pecora aveva scacciato suo cugino Gherardo, e questi con un

piccolo numero d'aderenti era rimasto attaccato ai Sienesi, ma il popolo

ed il capo erano spontaneamente ricorsi ai Fiorentini[448].

[447] _Cronica di Piero Minerbetti Scrit. Etr., t. II, an. 1388, c.

9, p. 164. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 790._

[448] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. IX, p. 159._

Questi ultimi, ai quali Giovanni di Pecora offriva la sovranità di

Montepulciano, non vollero accettarla; invece cercarono di riconciliare

questo signore coi Sienesi. Perciò incaricarono il loro ambasciatore di

rinnovare per cinquant'anni il trattato esistente tra i due popoli; ma

nello stesso tempo mandarono alcune compagnie di soldati a

Montepulciano, affinchè questo comune non venisse attaccato finchè

durava la negoziazione[449].

[449] _Poggio Bracciolini Istor. Fiorent. l. III, p. 249. — Piero

Minerbetti Ist. Fior. an. 1388, c. 9, p. 164._ Noi faremo oramai

frequente uso di questo storico fiorentino, che per lo spazio di

ventidue anni seguì press'a poco il piano dei Villani, ai quali

trovasi peraltro inferiore. Sembra che abbia avuto disegno di

continuare la cronica di Marchione de Stefani, che finì nel 1386.

Ogni anno della sua storia, che seguendo l'usanza fiorentina

comincia il 25 marzo, forma un separato libro diviso in molti

capitoli. È stampato nel tomo II degli Scrittori Etruschi, in

foglio.

I Sienesi, che avevano nome di essere i più vendicativi popoli della

Toscana, irritati perchè i fiorentini avessero presa parte alla contesa

loro coi proprj sudditi, si resero schiavi essi medesimi per trarvi

anche i loro rivali. Mandarono segretamente ambasciatori al conte di

Virtù, offrendogli di darsi a lui. Ma in tale epoca Giovanni Galeazzo,

trovandosi tutt'inteso alla sua guerra con Francesco da Carrara, ebbe

timore di dare motivo alla repubblica fiorentina di soccorrere questo

principe, e spedì immediatamente deputati alla signoria per protestare,

che lungi dal volere turbare la pace della Toscana, aveva rifiutate le

offerte dei Sienesi; e che quando questo popolo stesso a lui si volesse

dare liberamente e senza riserve, egli ancora non lo vorrebbe

accettare[450].

[450] _Piero Minerbetti, an. 1887, c. 4, p. 150. — Scipione

Ammirato, l. XV, p. 791._

Per altro Giovanni Galeazzo non aveva fatto, come diceva, così aperto

rifiuto dell'offerta de' Sienesi, perciocchè maravigliosamente si

accordava co' suoi progetti di conquista in Toscana e colle più care sue

speranze. Persuase solamente questa repubblica a negoziare coi

Fiorentini, finchè gli fosse riuscito di soggiogare Francesco da

Carrara, ed allora fece bruscamente rompere le conferenze, mentre i suoi

ambasciatori protestavano a Firenze che il loro signore non desiderava

che la pace[451].

[451] _Piero Minerbetti, an. 1388, c. 11, p. 167._

Nello stesso anno Giovanni Galeazzo tentò d'occupare Pisa. Pietro

Gambacorti, alleato dei Fiorentini, governava questa repubblica. Tutt'ad

un tratto fu attaccato da una compagnia di ventura, ed avanti che avesse

potuto domandare soccorso ai suoi alleati, vide giugnere da Sarzana

quattro mila cavalli che il Visconti, secondo egli diceva, mandava in

suo soccorso. Questi inaspettati ausiliari chiedevano instantemente di

essere ricevuti in città; ma Pietro Gambacorti, che più temeva tali

difensori che i nemici, fece loro chiudere le porte di Pisa, mentre che

accolse in città senza verun sospetto i rinforzi mandatigli dai

Fiorentini[452].

[452] _Pietro Minerbetti, c. 5, p. 158._

Passò ancora tutto il 1388 senza che scoppiasse la guerra; ma ogni

giorno vedevansi nascere nuove difficoltà, che davano motivo a nuove

negoziazioni per calmare il risentimento che eccitavano. Il conte di

Virtù aveva alternativamente diretti i suoi progetti su tutte le città

della lega guelfa; ma Bologna trovavasi più d'ogni altra esposta alle

sue pratiche, perchè i Visconti, che n'erano stati in addietro padroni,

vi conservavano alcuni partigiani. La peste e la somma carezza delle

vittovaglie travagliavano nello stesso tempo questa città, onde un

segreto malcontento, eccitato dalle creature di Giovanni Galeazzo che

trassero molti Bolognesi in una congiura contro la libertà, si andava

diffondendo tra i suoi abitanti. Un fortunato accidente fece scoprire

questa trama, ed i capi perdettero la testa sul patibolo[453]. Da prima

parve che il conte di Virtù pensasse a vendicarli, ed ordinò ai

Fiorentini ed ai Bolognesi dimoranti ne' suoi stati di partire entro

otto giorni[454]; fece passare duecento lance a Siena, e la guerra parve

inevitabile. Frattanto Pietro Gambacorti, che temeva d'esservi

strascinato suo malgrado, si adoperò in modo, che ottenne di rinnovare

le negoziazioni. I Fiorentini avevano omai terminati i loro apparecchi,

ed eransi procurati alleati in Germania, quando il Gambacorti li

persuase in ottobre del 1389 a segnare un trattato di pace e di alleanza

col conte di Virtù, col quale si obbligavano reciprocamente, i

Fiorentini a non immischiarsi negli affari di Lombardia, il conte a non

prendere veruna parte in quelli della Toscana[455].

[453] _Cronica Miscella di Bologna, p. 534._

[454] _Pietro Minerbetti, c. 8, p. 185. — Scip. Ammirato, l. XV, p.

797._

[455] _Pietro Minerbetti, c. 14, p. 188. — Poggio Bracciolini Hist.

Fior., l. III, p. 251. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 798._

Ma Giovanni Galeazzo non si faceva riguardo di segnare qualunque

trattato, poichè disposto era a non osservarne alcuno. Spedì a Siena

quello de' suoi generali che più odiava i Fiorentini, Giovanni d'Azzo

degli Ubaldini, l'erede di una delle grandi famiglie ghibelline degli

Appennini; e coll'opera sua Giovanni Galeazzo sedusse alcuni cittadini

di Samminiato che vivevano in istretta domestichezza col governatore di

questo importante castello. I congiurati promisero di uccidere il

governatore e di aprire Samminiato alle truppe del Visconti, che per tal

modo avrebbe potuto chiudere ai Fiorentini la navigazione dell'Arno: ma

i cospiratori, cercando complici, si rivolsero ad alcune persone che

manifestarono la trama[456].

[456] _Piero Minerbetti, c. 21, p. 193._

Giovanni d'Azzo non si lasciò sgomentare dalla mala riuscita di

Samminiato, e tenne dietro ad altre pratiche. Era costui parente d'un

signore cortonese che inutilmente cercò di guadagnare al partito del

Visconti. Tentò pure di sedurre i Perugini, ma questi, agitati da una

rivoluzione, vollero conservare la neutralità. In settembre di

quest'anno i nobili si erano uniti al basso popolo, ed avevano ottenuta

sui borghesi una compiuta vittoria, escludendoli affatto dal governo.

Erano fuggiti più di cinquecento cittadini; la città era stata in parte

saccheggiata, e Pandolfo Baglioni, capo della nobiltà, aveva con questa

rivoluzione fatto il primo passo verso il supremo potere della sua

patria cui celatamente aspirava[457].

[457] _Piero Minerbetti, c. 14, p. 188. — Pompeo Pellini Istoria di

Perugia, p. I, l. IX, p. 1375. — Ivi, p. II, l. X, p. 11._

Le pratiche di Giovanni d'Azzo furono più fortunate a Pisa; non già che

ottenesse di staccare dai Fiorentini Pietro Gambacorti, il fedele amico

della repubblica; ma questo virtuoso cittadino, che aveva così lungo

tempo governato la sua patria senza offenderne la libertà e senza mai

abusar del potere che riconosceva dalla confidenza de' suoi

compatriotti, cominciava a perdere il suo credito. Di già i suoi nipoti,

figliuoli di Gherardo suo fratello, avevano l'arrogante procedere de'

nuovi signori; uno di loro era stato nominato arcivescovo di Pisa, un

altro cavaliere del santo Sepolcro, ed un terzo canonico; costoro si

scordavano, che i cittadini di Pisa erano loro eguali, e si permettevano

talvolta certi atti violenti, di cui i tribunali non ardivano

punirli[458]. Un agente di Giovanni Galeazzo inasprì il malcontento del

popolo, e sedusse coll'oro Giacomo Appiano, cancelliere del comune, reso

potente dallo stesso Gambacorti, che in lui ciecamente fidava.

[458] _Bernardino Marangoni Cronica di Pisa, p. 804._

Nello stesso tempo i Fiorentini avevano cercato di afforzarsi colle

alleanze; ma il solo amico di cui facessero maggior capitale era un uomo

che senza truppe e senza stati era venuto a rifugiarsi in Firenze.

Invece di fortezze e di soldati offrì alla repubblica i suoi talenti, il

suo coraggio, l'energia del suo carattere, e soprattutto

l'irreconciliabile suo odio verso il Visconti. Questi era Francesco

Novello di Carrara, poc'anzi signore di Padova.

Giovanni Galeazzo dopo averlo tenuto lungo tempo a Milano, volle almeno

apparentemente eseguire la convenzione, dietro la quale eragli stata

ceduta Padova. Aveva prima fatto sapere a Francesco, che gli

accorderebbe in ricompensa di Padova la signoria di Lodi; ma non gli

aveva mai acconsentito di venire a Pavia, ed i suoi agenti andavano ogni

giorno diminuendo le loro offerte, e facevano nascere ad ogni istante

nuove difficoltà. Finalmente gli accordarono a nome del conte di Virtù

la signoria di Cortazzone, presso Asti. Era Cortazzone un vecchio

castello mezzo ruinato, con alcuni vassalli, per la maggior parte

assassini di strada, ma Ghibellini appassionati e pieni di prevenzione e

di odio contro la casa guelfa di Carrara[459].

[459] _Andrea Gataro Stor. Padovana, p. 718._

Francesco da Carrara condusse sua moglie, Taddea d'Este e tutta la sua

famiglia, prima ad Asti, poi a Cortazzone. Colà si occupò come un

semplice gentiluomo a far rifabbricare il suo castello[460]. La città di

Asti era in allora posseduta dal duca d'Orleans, cui Giovanni Galeazzo V

aveva data per dote di sua figliuola Valentina[461]. Il luogotenente del

duca si affezionò a Francesco da Carrara, ed un giorno lo prevenne che

Giovanni Galeazzo aveva appostati degli uomini per farlo uccidere mentre

passerebbe da Cortazzone ad Asti. Lo consigliò pertanto a porsi in

sicuro con una pronta fuga[462].

[460] _Ivi, p. 720._

[461] Giovanni Galeazzo aveva maritata Valentina, figliuola della

sua prima moglie, a Luigi duca d'Orleans fratello di Carlo VI di

Francia: gli aveva dato in dote il contado di Virtù, e la città di

Asti. Da questo matrimonio nacquero Carlo, duca d'Orleans, padre di

Luigi XII, e Giovanni, conte d'Angouleme, avo di Francesco I. Di qui

le pretese di questi due re sugli stati de' Visconti.

[462] _Andrea Gataro Storia Padovana, p. 247._

Il Carrara in marzo del 1389 partì repentinamente da Asti con sua

moglie, ed alcuni servitori, dando voce di voler fare un pellegrinaggio

a sant'Antonio di Vienna, nel Delfinato. Il governatore di Asti gli

diede guardia fino ai confini del Monferrato, e s'incaricò egli medesimo

di far giugnere a Firenze i figliuoli del Carrara, i suoi fratelli

naturali e gli effetti preziosi che aveva seco portati da Padova[463].

[463] _Andrea Gataro, p. 726._

Francesco soddisfece in fatti al suo pellegrinaggio, dopo il quale

recossi in Avignone per chiedere consiglj e soccorsi al papa francese.

Imbarcossi poi a Marsiglia colla moglie, intenzionato di costeggiare

colla sua felucca le due riviere della Liguria, e di sbarcare a Pisa; ma

cammin facendo fu sorpreso dalle burrasche dell'equinozio; e perchè

Taddea, gravida da più mesi, soffriva crudelmente i disagi del mare

agitato, pregò lo sposo di risparmiarle il tormento della navigazione,

preferendo, diss'ella, di fare tutta la strada a piedi piuttosto che

soffrire così aspro martirio. Carrara non ignorava che i dolori del mare

erano senza pericolo, mentre la strada di terra presentava infiniti

ostacoli; si arrese non pertanto ai desiderj della sposa, e si fece

sbarcare sulla costa, ordinando per altro ai suoi marinai di tener

sempre la felucca a portata di valersene quando volesse.

Alcuni castelli della riviera di Ponente appartenevano ai Ghibellini,

ereditarj nemici della famiglia del Carrara; altri erano posseduti da

creature del conte di Virtù; ne' deserti e tra gli scogli stavano in

vedetta alcuni emissarj di questo signore per sorprendere i viaggiatori;

ovunque erano circondati da' pericoli; e Francesco, dopo avere camminato

tutto il giorno per aspri e tortuosi sentieri che s'aggirano sul pendìo

di scoscese montagne, sostenendo sull'orlo dei precipizi colle sue

braccia la sposa, non ardiva poi la sera di entrare in qualche casa per

riposarsi. Presso a Monaco passarono la notte in una chiesa mezza

ruinata; a Ventimiglia il podestà fece tener loro dietro i suoi arcieri,

contro i quali sostennero una zuffa prima di essere riconosciuti. Ivi

s'imbarcarono di nuovo; ma la tempesta ed i patimenti di Taddea li

costrinsero bentosto ad approdare in mezzo ai feudi dei marchesi del

Carreto, Ghibellini affezionati al conte di Virtù, Attraversarono parte

del paese a piedi in una continua diffidenza; ed essendosi all'ultimo

adagiati sotto alcuni alberi per mangiare un capretto, che avevano

comperato da un pastore, una metà della compagnia faceva la guardia,

mentre l'altra metà mangiava[464].

[464] _Andrea Gataro Storia Padovana, p. 732._

Inaspettatamente furono raggiunti in questo stesso luogo da un messo di

Pacino Donati, agente fiorentino del Carrara e di Antonio Adorno doge di

Genova: l'ultimo prometteva la sua protezione al fuggitivo signore di

Padova e gli spediva un brigantino per condurlo a Genova sotto finto

nome, dandogli una salvaguardia per attraversare gli stati della

repubblica. Carrara andò con tutta la sua famiglia a bordo del

brigantino genovese, ma la burrasca, che non cessava di perseguitarlo,

lo costrinse bentosto a sbarcare in Savona. Era colà aspettato da Pacino

Donati e da altri amici; la mensa era imbandita, e già si disponevano a

mangiare, quando un secondo messo del doge entrò precipitosamente nella

camera, e loro ordinò di rimbarcarsi all'istante. Giovanni Galeazzo

aveva intimato alla repubblica di Genova di arrestarli ovunque si

trovassero, dichiarando di farle sentire gli effetti del suo sdegno, se

loro dava asilo, ed Adorno non ardiva di esporsi per cagione loro alla

collera di così potente signore. I Carrara ripartirono senza avere

mangiato; navigarono tutta la notte, e la susseguente mattina il bisogno

di cibarsi li forzò a dar fondo nel porto di Genova. Erano vestiti da

eremiti tedeschi, ed entrarono così sconosciuti in un albergo[465].

[465] _Andrea Gataro Storia Padovana, p. 734._

Dopo poche ore di riposo si rimbarcarono, e scorrendo la riviera di

Levante press'a poco con altrettanta difficoltà, sbarcarono finalmente a

Motrone, piccolo porto del territorio di Pisa, ove speravano di trovare

finalmente sicurezza e riposo. Dopo avere congedati i marinaj si

avviarono subito a piedi alla volta di Pisa, facendosi precedere da un

messo per avvisare Gambacorti del loro arrivo.

Francesco da Carrara sostenendo la consorte che più non reggeva alla

fatica, cercava di ridonarle speranza e coraggio. «A Pisa, le diceva

egli, ristoreremo bentosto le nostre membra affaticate; sono sicuro di

essere ben accolto da Pietro Gambacorti, il quale, cacciato ancor esso

come me dalla sua patria, vagò di terra in terra chiedendo soccorso. In

allora mio padre lo accolse nella sua corte colla moglie e i figli, lo

colmò di onori, e maritò una sua figliuola al marchese Spineda, dandogli

poi danaro e soldati per ristabilirsi in Pisa; e se il Gambacorti

trovasi al presente felice e tranquillo, non si scorderà che lo deve

alla nostra famiglia.» Mentre andavano con queste memorie

riconfortandosi, il messo tornò a dir loro, che Pietro Gambacorti non

osava riceverli in patria, perchè Galeazzo Porro, uno de' generali di

Giovanni Galeazzo, era giunto con un corpo di cavalleria, ed aveva

domandato alla signoria di farli arrestare[466].

[466] _Andrea Gataro, p. 736._

Quando Taddea udì questo annunzio cadde svenuta; lo sposo dopo averle

richiamati gli smarriti spiriti, entrò travestito in Pisa, si procurò un

cavallo per la moglie e cibi di cui tutti abbisognavano. Raggiunse di

nuovo la sua piccola truppa, e tenendo una strada appartata la condusse

a Cascina posta sulla strada di Firenze, e colà si alloggiarono in così

misero albergo, che dovettero tutti passare la notte nella stalla.

Eransi appena coricati sopra la paglia che un messo di Gambacorti li

risvegliò; questi mandava loro in dono dieci cavalli, confetti e torchi,

ordinava a tutti i castellani dello stato di Pisa di trattare il meglio

che potevano questi illustri ospiti. L'albergatore cedette allora il

proprio letto a Francesco da Carrara ed alla sua sposa; e questa fu la

prima notte, da che erano partiti da Asti, che non si coricavano sulla

nuda terra, o sopra la paglia[467].

[467] _Andrea Gataro, p. 740._

I fuggitivi principi non trovarono pure in Firenze quell'accoglimento

che speravano di ricevervi; perciocchè era il tempo in cui Giovanni

Galeazzo dava alla repubblica le più lusinghiere speranze di mantenere

la pace, ed in cui la repubblica, soffrendo per l'estrema carezza delle

vittovaglie, cercava dal canto suo di non risvegliare la collera del

potente signore di Lombardia. Perciò i magistrati si astennero alcun

tempo da ogni ministeriale relazione col Carrara e non lo risguardarono

che come un particolare che voleva approfittare della protezione che le

loro leggi accordavano a tutti gli sventurati. Frattanto erano pure

giunti in Firenze i figliuoli del Carrara e gli equipaggi che il

governatore di Asti erasi incaricato di spedire. Ed allora il fuoruscito

signore di Padova trovavasi padrone di ottanta mila fiorini in danaro, e

di sessanta mila in gioielli e gemme[468]. Per dare uno stato

indipendente a suo fratello naturale, il conte di Carrara, lo fece

ricevere comandante di cento lance nella compagnia di Giovanni Acuto,

indi, lasciati la moglie ed i figliuoli a Firenze, si rimise solo in

viaggio per procurare nemici a Galeazzo.

[468] _Andrea Gataro, p. 744._

Passò prima a Bologna, e trovò la signoria di questa città ben disposta

a suo favore; ma prima di risolvere ella desiderava di vedere quale

partito prenderebbe a suo riguardo la repubblica di Firenze. Imbarcossi

poi in Ancona, intenzionato di attraversare il golfo e passare in

Croazia presso al conte di Segna che aveva sposata sua sorella; ma una

burrasca lo spinse verso le lagune, ove fu riconosciuto, contro ogni sua

aspettazione non preso dai Veneziani[469].

[469] _Andrea Gataro, p. 756._

Sbarcato a Ravenna, Francesco da Carrara, più non poteva avventurarsi ad

attraversare un mare dominato dai Veneziani, e sparso di navi che

cercavano di raggiugnerlo. Tornò dunque a Firenze e vi fu assai meglio

accolto che la prima volta, perchè recenti ingiurie di Giovan Galeazzo

avevano meglio svelate le sue ostili intenzioni; onde la signoria

propose al Carrara di recarsi in Germania, di offrire sussidj al duca di

Baviera, e di persuaderlo ad attaccare il Visconti nel Friuli. Verso lo

stesso tempo il Carrara aveva ricevuto un ultimo messo da suo padre che

trovavasi strettamente guardato nel castello di san Colombano. Questo

vecchio signore ordinava a suo figliuolo di pensare piuttosto a

vendicarlo, che a calmare il suo nemico con vili compiacenze. «Ormai,

gli diceva, io conosco Giovan Galeazzo: nè l'onore, nè la compassione,

nè la giurata fede mai non lo determinarono ad una generosa azione;

s'egli fa qualche bene non vi è spinto che dal proprio interesse,

essendogli sconosciuto ogni altro sentimento; e la virtù siccome l'odio

e la collera vengono da lui assoggettate al calcolo.»

Francesco da Carrara, sicuro dell'approvazione di suo padre, accettò la

commissione della repubblica fiorentina, e partì alla volta della

Germania. Non potendo passare per gli stati del Visconti o de' Veneziani

prese una lunga ma sicura via. Attraversò il golfo di Genova, la

Provenza, il Delfinato e la Savoja[470]. Da Ginevra s'incamminò per la

Svizzera, e giunse a Monaco presso il duca Stefano di Baviera. Era

questi genero di Barnabò Visconti, che Giovanni Galeazzo aveva fatto

morire in prigione. Il Carrara tutto soffiò nel cuore del Bavaro l'odio

che lo infiammava egli stesso, facendogli sentire ciò che doveva

all'ombra sdegnata del suocero, ed ai fratelli della consorte, cui il

conte di Virtù aveva rapita l'eredità, e che non lasciava di

perseguitare nel loro esilio col ferro e col veleno. Gli offrì ottanta

mila fiorini per cominciare il suo armamento, obbligandosi a far sì che

Bologna e Firenze pagassero in appresso le spese della sua armata; ed

ottenne la promessa che nell'entrante primavera scenderebbe in Italia

con dodici mila cavalli[471].

[470] _Andrea Gataro, p. 758._

[471] _Andrea Gataro, p. 760._

Lasciando la Baviera Francesco di Carrara prese la strada della

Dalmazia. Una sorella da lui sommamente amata era maritata al conte di

Segna e di Modro, potente signore della Croazia, i di cui feudi si

stendevano lungo il canale dei Morlacchi. Carrara si trattenne alcun

tempo col cognato e colla sorella, che gli diedero i più affettuosi

contrassegni dell'amor loro, e promesse di larghi soccorsi; e colà stava

egli aspettando una risposta dai Fiorentini intorno ai trattati fatti

col Bavaro. Finalmente giunse il suo messo, recandogli i ringraziamenti

della signoria per quanto aveva operato, facendogli però sapere che il

suo trattato non avrebbe effetto, perchè, dopo la sua partenza, Firenze,

e i comuni toscani avevano conchiuso, colla mediazione del Gambacorti,

in ottobre del 1389, una lega offensiva e difensiva con Giovanni

Galeazzo Visconti[472].

[472] _Ivi, p. 762._

Francesco da Carrara vedendo tutt'ad un tratto svanite le sue più care

speranze, poco mancò che non morisse di dolore, e non vi voleva meno di

tutta la tenerezza della sorella e del cognato, per toglierlo

all'estremo suo avvilimento. Il cognato gli promise d'impiegare tutte le

sue forze per fargli ricuperare la perduta sovranità, assicurandolo che,

mercè le sue alleanze con diversi signori ungari, potrebbe disporre di

tre mila cavalli e mantenerli tutto un anno al suo servigio: ma lo

confortava di andare a chiedere soccorsi al capo di Bosnia che assumeva

il titolo di re di Rascia, il quale nella guerra ch'egli faceva ai

Turchi aveva sperimentata la perfidia di Giovanni Galeazzo[473].

[473] _Andrea Gataro, p. 763._

Mentre Francesco di Carrara stava per porsi in viaggio alla volta di

questo paese mezzo barbaro, fu raggiunto da Pietro Guazzalotti,

ambasciatore dei Fiorentini, che veniva a chiedergli di rinnovare le sue

pratiche col duca di Baviera. L'attentato di Giovan Galeazzo sopra

Samminiato, ed i suoi intrighi a Perugia ed a Pisa, avevano persuasa la

repubblica alla guerra. Il Carrara condusse l'ambasciatore fiorentino

presso il duca di Baviera, e passò in appresso nella Carinzia a

domandare consigli e soccorsi al conte d'Ottemburgo che aveva sposata

una sua zia[474]. Intavolò poi qualche trattato con alcuni signori del

Friuli, che gli promisero il passaggio per i loro feudi, e degli ajuti

nella sua marcia.

[474] _Andrea Andrea Gataro, p. 766._

L'inverno erasi consumato in questi trattati, ed all'apertura della

primavera del 1390 il Carrara seppe finalmente che la guerra era stata

dichiarata. I Malatesti ed i signori d'Urbino, alleati di Giovanni

Galeazzo, avevano attaccata e disfatta una truppa al soldo de'

Bolognesi; dopo di che il conte di Virtù, il marchese d'Este ed il

signore di Mantova mandarono i loro araldi d'armi a portare per parte

loro una sfida alle repubbliche di Firenze e di Bologna[475]. Ma nello

stesso tempo seppe Francesco da Carrara che suo fratello naturale, il

conte di Carrara, era stato fatto prigioniere da Carlo Malatesti di

Rimini, alleato del conte di Virtù, e che suo cognato Stefano, conte di

Segna, era morto, lasciando la sua vedova assediata nel castello di

Modro[476]. Carrara sarebbe rimasto vittima del dolore senza i soccorsi

datigli dal conte d'Ottemburgo. Non tardò per altro a riprendere

coraggio, e ritornò in Baviera per affrettare gli apparecchi di quel

duca.

[475] _Cronica Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 539._

[476] _Andrea Gataro, p. 767._

I Fiorentini avevano dal canto loro invocata la protezione di Carlo VI,

re di Francia, ed ebbero la risposta nell'istante in cui scoppiò la

guerra. Quel re loro offriva potenti soccorsi, ma sotto due condizioni;

la prima, che la repubblica riconoscesse per legittimo papa Clemente

VII, che sedeva in Avignone, e la seconda, che in segno di riconoscenza

la repubblica pagasse al re un annuo, sebbene piccolo tributo, in segno

di ubbidienza. Tali condizioni vennero altamente rifiutate, la prima

come contraria alla coscienza, l'altra alla libertà; e la repubblica

piuttosto che comperare alleati a tale prezzo, amò meglio di vedersi

ridotta alle proprie forze per combattere il suo potente nemico[477].

[477] _Leon. Aretino Storia Fiorent. l. IX. — Scipione Ammirato, l.

XV, p. 801._

I dieci della guerra adunarono il così detto consiglio de' _richiesti_,

ossia un'assemblea de' più riputati cittadini; loro esposero lo stato

degli affari, e chiesero che facessero conoscere loro la volontà del

popolo. Lo zelo di tutti i Fiorentini per la difesa della libertà e per

l'onore della patria si appalesò altamente in questo consiglio. Le borse

de' privati furono aperte al governo[478], ed i decemviri trovandosi a

portata di spingere vivamente la guerra, diedero il comando delle loro

truppe a Giovanni Acuto, che in allora trovavasi ai servigi della regina

Margarita di Durazzo, e che nudriva un personale odio contro il duca di

Virtù. Acuto venne posto alla testa di due mila lance, o sei mila uomini

di cavalleria, ed i Bolognesi dal canto loro diedero mille lance al

conte Giovanni di Barbiano[479].

[478] _Piero Minerbetti an. 1389, c. 24, p. 196. — Poggio

Bracciolini, l. III, p. 252._

[479] _Piero Minerbetti an. 1389, c. 26, p. 199._

Giovanni Galeazzo aveva condotti al suo servigio i più abili generali di

quel tempo, e nulla aveva risparmiato per assicurare alle sue armate la

superiorità del numero sopra quelle de' Fiorentini. Nel medesimo tempo

aveva estese le sue alleanze tutt'all'intorno della Toscana. Siena e

Perugia avevano abbracciato il suo partito, mentre gli emigrati di

quest'ultima città ricevevano soccorso dai Fiorentini[480]. Antonio di

Montefeltro, signore d'Urbino, Astorre Manfredi, signore di Faenza, i

Malatesti, signori di Rimini, ed i signori d'Imola e di Forlì, erano

tutti guadagnati dal conte di Virtù. Questi invece di riunire il suo

esercito in un solo corpo, lo distribuì nel territorio de' molti suoi

alleati; mentre Giacomo del Verme si avanzava dalla parte di Modena

verso Bologna, con mille duecento lance e cinque mila pedoni[481].

Giovanni d'Azzo degli Ubaldini comandava mille lance a Siena[482], Paolo

Savelli trovavasi a Perugia alla testa di un altro corpo di truppe, ed

Ugolotto Biancardo, Galeazzo Porro e Facino Cane eransi riuniti in

Romagna ai soldati dei signori di questa provincia. In tutto Giovan

Galeazzo aveva mandato contro Firenze e Bologna quindici mila cavalli e

sei mila fanti[483].

[480] _Piero Minerbetti an. 1390, c. 5, p. 203, e c. 24, p. 218._

[481] _Ivi, c. 14, p. 210._

[482] _Ivi, c. 4, p. 203. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 803._

[483] _Andrea Gataro Stor. Padovana, p. 769._

Ma qualunque si fosse la superiorità delle forze di Giovanni Galeazzo,

le sue truppe, disperse sopra una troppo estesa linea, non diedero

veruna grande battaglia, e la guerra si riduceva a sorprese di castelli,

a scorrerie di cavalleggeri, e a piccole zuffe; quando tutt'ad un tratto

la somma della guerra si ridusse nella Marca Trivigiana per l'invasione

di questa provincia operata da Francesco da Carrara.

I Veneziani, che cominciavano ad adombrarsi della crescente grandezza di

Giovan Galeazzo, avevano promesso alle repubbliche di Firenze e di

Bologna che manterrebbero un'esatta neutralità, e darebbero libero

passaggio alle armate delle due parti pel territorio trivigiano[484].

Francesco da Carrara aveva approfittato di questa concessione per

mettersi in marcia, senza aspettare il duca di Baviera, i di cui

apparecchi non erano per anco terminati. Aveva trovato a Cividale del

Friuli circa trecento lance che Michele di Rabatta, suo strettissimo

amico ed altri gentiluomini di questa provincia avevano ragunate al suo

soldo; ed egli si era avanzato fino ai confini degli stati de' suoi

antenati, facendosi portare avanti tre stendardi, quello del comune di

Padova, gli stemmi di sua famiglia, e di quella della Scala. I

Fiorentini lo avevano impegnato a prendere sotto la sua protezione Can

Francesco della Scala, figlio d'Antonio, cui aveva egli medesimo fatta

la guerra, ma che Giovanni Galeazzo aveva fatto avvelenare, dopo averlo

spogliato de' suoi stati.

[484] _Ivi, p. 772._

Alla vista degli stendardi di Carrara tutti gli abitanti del territorio

di Padova presero le armi, perciocchè sotto il governo de' Visconti

trovavansi più aggravati di gabelle di quel che lo fossero sotto gli

antichi loro principi; mentre verun sentimento d'affetto per questa

novella razza, veruna abitudine del passato, veruna speranza

dell'avvenire gli ajutava a sopportare il peso ond'erano oppressi. La

capitale trovavasi ridotta al rango di provincia, ed era spento affatto

l'orgoglio nazionale. In ogni villaggio ove presentavasi, Francesco

trovava gli abitanti armati, che lo accoglievano con grida di gioja, e

la sua armata andava ingrossando ogni ora. Il 18 giugno mandò a sfidare

coloro che avevano il comando di Padova a nome del conte di Virtù;

questi incaricarono il suo trombetta di dirgli, che ben folle era colui,

il quale, dopo essere uscito per la porta, sperava di poter rientrare

superando le mura[485].

[485] _Andrea Gataro, p. 777._

Ma Francesco da Carrara sapeva di già per dove entrerebbe nella sua

capitale; sapeva che al di sotto del ponte della Brenta non trovavasi

acqua nel fiume che fino al ginocchio, e che in questo luogo l'ingresso

della città era chiuso da una semplice palafitta di legno. In su la

mezza notte del seguente giorno scese avanti nel letto della Brenta con

dodici uomini, tutti armati di scuri, e quaranta lanceri. Cominciò

subito ad atterrare la palafitta, e quando il fracasso ch'egli si faceva

cominciò a richiamare sul luogo la guardia, fece che in ogni lato i

contadini uniti alla sua armata mettessero altissime grida, onde

distrarre l'attenzione della guarnigione. Erasi questa divisa per

custodire tutto il giro delle mura, onde non gli furono opposti che

circa cinquant'uomini, a traverso ai quali non tardò ad aprirsi un

passaggio, giugnendo fino al cimitero di san Giacomo, ove fu raggiunto

da due cento de' suoi soldati[486]. Allora il grido di _carro! carro!_

(che era lo stemma di sua famiglia), ripetuto ad alta voce dal popolo,

lo stendardo carrarese dispiegato nelle contrade, ed il suono delle

trombe che udivasi in diversi lati, riempirono di terrore la guarnigione

milanese, e mossero i Padovani a dichiararsi pel loro antico signore. In

breve tempo egli fu padrone di tutte le porte, ed i soldati di Giovan

Galeazzo sì ritirarono nelle due fortezze con alcuni cittadini che si

erano dati a conoscere nemici della casa di Carrara[487].

[486] _Andrea Gataro, p. 782._

[487] _Ivi, p. 784._

Nella vegnente notte una delle fortezze fu data in mano a Francesco da

alcuni Padovani che avevano le loro case nel suo ricinto[488]. Le uscite

dell'altra vennero chiuse in maniera che i soldati che l'occupavano più

non potessero entrare in città, e la mattina fu data notizia al Carrara,

che Castelbaldo, Montagnana, Este e Monselice eransi dichiarate a suo

favore, e che subito dopo Pieve di Sacco, Bovolenta, Castel Carro, san

Martino, Cittadella, Limena e Campo san Piero avevano inalberate le sue

bandiere. Nel ricevere queste felici notizie sulla piazza di Padova

Francesco da Carrara s'inginocchiò in mezzo al suo popolo, e ringraziò

Dio ad alta voce di tanti favori, di cui riconoscevasi indegno[489].

[488] _Ivi, p. 791._

[489] _Andrea Gataro, p. 793._

I Veronesi informati della rivoluzione di Padova, e dell'arrivo a

Venezia di Can Francesco della Scala, fanciullo di sei anni, figliuolo

del loro ultimo signore, presero le armi il 25 giugno, proclamando il

nome della Scala, ed occuparono le mura e le porte della loro città; ma

non riuscirono ad impadronirsi del castello, nè ebbero l'antiveggenza di

troncare ogni comunicazione tra la città ed il castello. Frattanto si

manifestò tra i cittadini qualche disparere; i borghesi desideravano di

approfittare di questa rivoluzione per ristabilire la repubblica; e per

lo contrario il basso popolo voleva darsi senza condizioni al fanciullo,

erede della casa della Scala[490]. Mentre disputavano, Ugolotto

Biancardo, che Giovanni Galeazzo mandava con ogni diligenza con

cinquecento lance per difendere Padova, entrò nel castello di Verona, di

dove piombò all'improvviso sulla città, abbandonandola al saccheggio,

dopo aver fatta un'orribile uccisione de' suoi abitanti[491]. Prese in

seguito la strada di Padova sperando di avervi un eguale successo; ma

Francesco da Carrara non si lasciò sorprendere, ed il generale milanese

si chiuse nel castello che non aveva più comunicazione colla città.

[490] _Piero Minerbetti an. 1390, c. 26, p. 221._

[491] _Andrea Cataro, p. 795._

Il 27 giugno giunsero a Padova sei cento cavalli del duca di Baviera, ed

il primo luglio furono raggiunti dal duca Stefano che conduceva soltanto

sei mila cavalli invece dei dodici mila che si era obbligato di

dare[492]. Il 5 agosto due mila corazzieri mandati dai Fiorentini

entrarono pure in Padova: la città ch'era stata sorpresa con un pugno di

gente si trovò in allora difesa da una numerosa armata; onde il castello

assediato da tante forze riunite s'arrese finalmente il 27 agosto, e

Francesco da Carrara si trovò nuovamente ristabilito sul trono de' suoi

padri, cui la sua attività, la sua perseveranza, il suo coraggio gli

avevano appianata la strada[493].

[492] _Ivi, p. 798._

[493] _Andrea Gataro, p. 802. — Piero Minerbetti an. 1390, c. 25, p.

219, c. 30, p. 224. — Poggio Bracciolini Hist. Fiorent. l. III, p.

258. — Cronica Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 545._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16) · 第 8 / 15 题