_Rivoluzioni di Genova, di Napoli, del regno d'Ungheria. —
Conquiste dei Veneziani in Oriente. — Potenza di Giovanni
Galeazzo Visconti. — Ruina delle case della Scala e di Carrara._
1382 = 1388.
I Genovesi mai non avevano spiegata tutta la loro potenza e tutti i
mezzi della loro repubblica come nella guerra di Chiozza. Avevano essi
sparso il terrore delle loro armi nell'impero greco e nel regno di
Cipro, avevano diretti i consigli del re d'Ungheria, del patriarca di
Aquilea e del signore di Padova, facendo in modo che tutte le operazioni
degli alleati mirassero costantemente al comun bene della lega. Avevano
fatta tremare per la sua esistenza medesima la repubblica di Venezia,
loro rivale, avevano superati i ripari datile dalla natura e con lei
diviso il dominio delle lagune; e quando per soverchia temerità ebbero
perduta la più bella flotta e la più bell'armata, che mai avessero
spedite contro ai loro nemici, eransi ancora trovati in istato di farsi
temere dai Veneziani nel golfo medesimo che da questi prende il nome, e
di dettar loro le condizioni di una pace gloriosa per Genova, e
vantaggiosa a tutti i suoi alleati. Dopo tanti gloriosi avvenimenti,
dovevasi credere che questa repubblica acquisterebbe sull'intera Italia
un'influenza cui non aveva per lo innanzi aspirato, e si assicurerebbe
in pace quella preminenza sopra la sua rivale, che gli avevano ottenuta
in guerra le sue armi. Questi pronostici non si avverarono altrimenti.
Venezia ricuperò in pochi anni colla sua prudenza, col suo coraggio,
colla sua attività, tutte le province che aveva perdute, ed un'opinione
ancora più grande della sua potenza; le sue disfatte a Chiozza parvero
essere state il segnale d'una nuova carriera di prosperi avvenimenti;
Genova per lo contrario più non si rialzò dalle perdite che le stesse
sue vittorie avevano cagionato alle finanze ed alla popolazione. Un
periodo di disastri e di ruine comincia per i Genovesi alla guerra di
Chiozza, e non termina che dopo molti anni di servitù sotto stranieri
padroni. È tanto vero che importa meno ad un popolo il vincere che il
non abusare delle sue forze; e che si può camminare verso la ruina e la
schiavitù per una strada coperta d'archi trionfali.
Le guerre civili terminarono di esaurire un popolo che di già languiva
oppresso da' suoi proprj sforzi. Ad ogni modo è cosa naturale, che
uomini, i di cui talenti tutti e tutta l'energia ebbero uno
sviluppamento ne' campi o sui vascelli d'una repubblica, non sappiano
poi rientrare in riposo e nella nullità, nè piegarsi sotto l'ubbidienza
civile, dopo avere comandato essi medesimi. Si può frequentemente
presagire ad un popolo, che sparse lo spavento presso tutti i suoi
vicini, che i suoi generali medesimi lo faranno un giorno tremare, e lo
puniranno delle sue vittorie.
Circa la metà del secolo, Simone Boccanegra il primo doge di Genova,
avea allontanate dal governo le antiche famiglie nobili; e d'allora in
poi i cittadini che facevansi chiamare _uomini del popolo_ erano
succeduti ai gentiluomini non solo negli impieghi, ma ancora nella
pubblica opinione. Rari talenti, grandi ricchezze, o molto coraggio, ne
avevano illustrati alcuni; e la moltitudine ubbidiva con confidenza ad
una nuova aristocrazia che di già s'innalzava sulle ruine dell'antica.
Distinguevasi tra gl'idoli del popolo Lionardo di Montalto,
giureconsulto ed amico di Simone Boccanegra. Quando nel 1363 morì questo
doge, Lionardo di Montalto ereditò l'influenza che il Boccanegra aveva
esercitata, e rimase capo de' Ghibellini[361]. A molta moderazione
aggiungeva grandissimo coraggio, e sebbene alla testa d'una fazione,
altro scopo non si proponeva che il mantenimento dell'ordine e della
libertà. Ma nella lotta contro meno scrupolosi avversarj dovette ben
tosto rimanere perdente. Gabriele Adorno, ricco mercante, di una
famiglia affatto nuova, era stato nominato doge nel 1363 dal favore del
partito guelfo, e due anni dopo Montalto era stato forzato a ripararsi a
Pisa coi principali Ghibellini[362].
[361] _Georg. Stellae Annal. Genuens., p. 1095._
[362] _Ivi, p. 1098._
Domenico di Campo Fregoso, altro mercante di parte ghibellina, adunò
presso di sè gli sparsi avanzi di questa fazione. Così cominciò la
rivalità degli Adorni e de' Fregosi, famiglie per l'addietro ugualmente
sconosciute, e che dovevano illustrarsi col vicendevole loro odio e col
sangue che farebbero versare alle loro fazioni. Gabriele Adorno fu doge
dal 1363 al 1370, e Domenico di Campo Fregoso occupò la stessa carica
dal 1370 al 1378[363]. L'uno e l'altro governarono lo stato con talenti
e con una fermezza proporzionati alla loro ambizione: sì l'uno che
l'altro furono precipitati dal trono ducale da una sedizione popolare.
[363] _Georg. Stellae Ann. Gen. p. 1100. — Uberti Folietae Hist.
Genuen., l. VIII, p. 464._
Niccola di Guarco successe nel 1378 al Fregoso; e Niccola fu quello che
tanto gloriosamente sostenne la guerra di Chiozza contro i
Veneziani[364]. Per accrescere le forze della sua patria richiamò alle
cariche di confidenza que' nobili, che nelle precedenti amministrazioni
erano stati allontanati dal governo. I Doria, gli Spinola, i Fieschi, i
Grimaldi comandarono le armate e le flotte della repubblica, e
giustificarono con prosperi successi la scelta del doge e la confidenza
del popolo.
[364] _Georg. Stellae An. Genuen., p. 1109._
Quando la pace fu stabilita al di fuori, e che la demolizione del forte
di Tenedo calmò le incertezze che si avevano intorno alla fedele
esecuzione del trattato di Torino, si risvegliò la gelosia de' plebei
contro i nobili, ed il 19 marzo 1383 i macellaj eccitarono in Genova una
sedizione. Sebbene fosse uno di que' giorni della settimana santa, ne'
quali la chiesa non permette l'uso delle campane, gli ammutinati
suonarono campana martello per chiamare in Genova gli abitanti della
Polsevera e di Voltaggio[365]. Il popolo, irritato per l'accrescimento
delle imposte, reso necessario dall'ultima guerra, si adunò maledicendo
le gabelle, e minacciando il governo, che veniva accusato di averle
inventate.
[365] _Georg. Stellae Annal. Genuen., p. 1120. — Uberti Folietae
Hist. Genuens., l. IX, p. 486._
Leonardo di Montalto, che in quell'istante tornava a Genova, ed
Antoniotto Adorno, che nella fazione guelfa era succeduto al credito di
Gabriele suo padre, non ignoravano che le lagnanze del popolaccio
intorno alle imposte erano poco fondate, ma essi speravano di
approfittare del loro malcontento per ristringere l'autorità del doge,
per allontanare i nobili dall'amministrazione, e forse per salire essi
medesimi alle principali cariche. Si presentarono adunque in qualità di
mediatori tra il popolo ed il governo, ed ottennero dal doge una legge,
che escludeva tutti i gentiluomini dai consiglj della repubblica, che
licenziava una guardia stabilita al palazzo ducale, che aboliva alcune
nuove gabelle, che sopprimeva un tribunale accusato di essere
arbitrario, e che richiamava gli esiliati[366].
[366] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1121. — Uberti Folietae
Hist. Genuens., l. IX, p. 487._
Le concessioni di Niccola di Guarco calmarono per poco tempo il furore
del minuto popolo; ma il ritorno di Antoniotto Adorno e di Pietro di
Campo Fregoso, ch'erano esiliati, opponeva al doge nemici più ardenti
che quelli che aveva di già combattuti. Questi due capi di parte,
dimenticando le antiche loro divisioni, si riunirono a Montalto per
attaccare il doge nel suo palazzo. S'accorsero tutti tre che Niccola di
Guarco si circondava di gente armata e meditava di ricuperare con aperta
forza l'autorità che la violenza gli rapiva. I soldati adunati nel
palazzo pubblico risvegliarono la collera del popolo, senz'essere
abbastanza forti per disprezzarla. Il 5 aprile vennero attaccati da
tutte le parti, ed il giorno 6 Niccola di Guarco, perdendo la speranza
di potere più lungamente resistere, fuggì sotto mentite vesti colla sua
famiglia[367].
[367] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1123. — Ubertus Folieta
Genuens. Hist., l. IX, p. 489._
Il popolaccio voleva portare l'Adorno sul trono ducale, i buoni
cittadini preferivano Montalto, e poco mancò che la contesa tra
i due alleati, tornati rivali, non si decidesse colle armi.
Finalmente la vinse Montalto; ma perchè dopo un anno morì di
malattia, Antoniotto Adorno gli fu sostituito dai suffragi unanimi
de' suoi concittadini[368].
[368] _Georgii Stellae Ann. Genuens., v. 1124. — Ubertus Folieta
Genuens. Hist., l. IX, p. 490._
Le repubbliche non erano sole agitate da intestine dissensioni e da
guerre civili; la stessa epoca non riuscì meno funesta al riposo delle
monarchie; perciocchè si videro nel mezzodì dell'Italia i popoli
combattere per la scelta de' loro padroni, come più al nord combattevano
per dilatare i loro diritti ed i loro privilegi. Ma Genova, Venezia e
Firenze si esaurivano coll'abuso delle loro forze; per lo contrario il
regno di Napoli perdeva oscuramente le sue risorse nella mollezza e nel
vizio, senza che comprendere si potesse l'impiego ch'egli faceva delle
sue ricchezze e della sua popolazione. Carlo III aveva conquistato
questo regno sopra Giovanna di Napoli senza dare battaglia, e di già
vacillava sopra un trono sempre più facile ad essere occupato, che
difeso. Colle sue lettere patenti del 29 giugno 1380[369] Giovanna aveva
adottato Luigi, duca d'Angiò, figlio di Giovanni re di Francia, fratello
di Carlo V che morì questo stesso anno, e reggente della Francia in
principio del regno di Carlo VI. Luigi d'Angiò, che non aveva potuto
salvare Giovanna, apparecchiavasi a vendicarla, o piuttosto a
conquistare il suo regno ed a raccorne l'eredità. Egli scese in Italia
nel 1383 con un esercito, che i più moderati calcoli portano a quindici
mila cavalli[370]. Lo accompagnavano il conte di Ginevra, fratello di
papa Clemente, il conte di Savoja e molti dei principali signori
francesi; e quando il 17 luglio del 1382 entrò negli Abruzzi,
ingrossarono la sua armata moltissimi signori napolitani, che
desideravano vendicare la morte di Giovanna e scuotere il giogo di Carlo
III. I contadi di Provenza e di Forcalquier avevano di già riconosciuto
Luigi quale legittimo successore della regina, ed una flotta provenzale
giunse sulle coste di Napoli per offrire soccorsi a coloro che si
darebbero al partito d'Angiò. La nobiltà, che sola nel regno veniva
consultata dal monarca, non era soddisfatta delle sue liberalità, e
qualche gelosia di famiglia, qualche feudo tolto o accordato
ingiustamente, inasprivano l'animo di questi orgogliosi baroni. I
San-Severini, i conti di Tricarico, di Matera, di Conversano e di
Caserta, con molti altri, spiegarono lo stendardo di Luigi[371]. Così
cominciò la fazione degli Angioini, che doveva colla sua rivalità colla
fazione di Durazzo costare tanto sangue al regno di Napoli.
[369] _Raynald. Ann. Eccl. 1380, § II, t. XVII, p. 78. — Giannone
Ist. Civ. del regn. di Nap., l. XXIII, c. 5, t. III, p. 334._
[370] _Chronicon Estense, t. XV, p. 508._
[371] _Giannone Istoria Civile, l. XXIV, c. 1, t. III, p. 352. —
Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1046._
La guerra per altro non si aprì con istrepitosi fatti; Carlo III,
vedendosi abbandonato da' suoi baroni, non s'arrischiò di tenere la
campagna; chiuse le sue truppe nelle piazze forti, ed aspettò che i
Francesi, consumati da mancanza di vittovaglie, dal calore del clima,
dalle malattie, avessero perduto il loro vigore. Mentre egli andava
temporeggiando, gli Angioini occuparono quasi tutte le province poste
lungo il mare Adriatico, ma le loro forze si esaurivano in una lunga
serie di piccole zuffe e di assedj. Intanto il 10 ottobre 1384 il duca
d'Angiò morì a Biseglio, nella terra di Bari, di naturale infermità,
onde la sua armata si dissipò da sè medesima[372].
[372] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1051._
Pure la morte di Luigi non rendeva la tranquillità al regno, o la pace a
Carlo di Durazzo. I baroni malcontenti, e tutto il partito angioino si
ostinavano nella loro disposizione alla ribellione, ed Urbano VI, che
aveva data la corona a Carlo, lo andava sempre minacciando di
ritorgliela. Quest'orgoglioso pontefice aveva abbandonata Roma per
venire a Napoli a governare il regno ed il re. Chiedeva per suo nipote
Butillo l'investitura dei principati e dei feudi di Capoa, d'Amalfi, di
Nocera e di Scafa[373], ed autorizzava la più scandalosa condotta di
questo suo nipote[374]. Finchè visse Luigi, Carlo mostrò verso Urbano i
più dilicati riguardi; però gli diede una guardia d'onore, che lo
sopravvegliava ne' castelli d'Aversa o di Napoli. Ma quando il re
condusse il suo esercito nella Puglia contro il suo emulo, Urbano
approfittò della sua lontananza per istabilirsi co' suoi cardinali e
tutta la sua corte nel castello di Nocera, ch'era stato ceduto a suo
nipote. Allora si arrogò un'autorità superiore a quella del monarca;
sindicò tutti gli atti della sua amministrazione, manifestando in faccia
a lui quello stesso violento carattere, impetuoso ed inconseguente, che
gli aveva alienati i cardinali, ed era stato la prima cagione dello
scisma.
[373] _Theodoricus a Niem. Hist. Schism. l. I, c. 28-32, p. 24. —
Rayn. Ann. Eccles. 1383, § 3, t. XVII, p. 112._
[374] Butillo, ch'era di que' tempi in età d'oltre quarant'anni,
entrò con violenza in un convento, e violò una religiosa, distinta
fra tutte le altre per la sua nascita e per le sue virtù non meno
che per la sua bellezza. Quando ne fu portata l'accusa al papa,
rispose: _Buono! non è questo che un fuoco di gioventù._ — _Costanzo
Ist. di Napoli, l. VIII. — Giannone Ist. Civile, l. XXIV, c. 1, p.
353._
Carlo, liberato dalla molestia che gli dava Luigi, tornò a Napoli il 10
novembre, ed invitò il pontefice a recarsi presso di lui. «Non è questa
la costumanza dei papi, rispose Urbano, di frequentare le corti dei re,
ma sì bene quella dei re di porsi in ginocchio ai piedi de' papi. Che
Carlo abolisca tutte le nuove gabelle che ha stabilite, ed allora io
potrò di nuovo riceverlo presso di me con bontà.» Il monarca irritato,
giurò che governerebbe secondo il suo beneplacito un regno che aveva
conquistato soltanto colla sua spada[375], e subito ordinò al grande
contestabile di assediare Nocera. Tre macchine per lanciar pietre
vennero collocate ai tre angoli del castello, e l'attacco si cominciò
sotto gli ordini d'Alberico di Barbiano, valoroso capitano
d'avventurieri, che Carlo aveva nominato grande contestabile del regno.
Dal canto suo il papa affacciavasi tre o quattro volte al giorno alle
finestre del castello di Nocera con una candela ed un campanello in mano
per maledire e scomunicare l'armata del re[376].
[375] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1052. — Gazata Chronicon
Regiense, t. XVIII, p. 91. — Annales Miniatenses Bonincontrii, t.
XXI, p. 46._
[376] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1052._
Nel regno di Napoli non adoperavasi ancora l'artiglieria, ed il castello
di Nocera non poteva prendersi coi mezzi consueti. Negli otto mesi che
durò l'assedio, Urbano cercò esteri alleati che venissero a liberarlo.
Da un canto, Antoniotto Adorno, doge di Genova, colse avidamente
quest'occasione di far sentire i benefici effetti della sua protezione
al capo della Cristianità. La cavalleresca generosità del suo carattere
veniva in tale circostanza secondata dal suo orgoglio. Armò dieci galere
sotto gli ordini di Clemente Fazio che mandò sulle coste di Napoli per
ricevere il pontefice nel momento in cui gli riuscirebbe di
fuggire[377]. D'altra parte Ramondello Orsini e Tommaso di San-Severino,
due baroni di parte angioina, che avevano adottata nello scisma la causa
di Clemente VII, offrirono il loro ajuto ad Urbano, il quale non isdegnò
di essere salvato dagli scismatici. Questi, con tre mila cavalli, fecero
levare l'assedio di Nocera con un improvviso attacco, e condussero il
papa alla foce del Sele al sud-est di Salerno, ove stava aspettandolo la
flotta genovese[378].
[377] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 491._
[378] _Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p. 1128. — Giannone, l. XXIV,
c. 1, t. III, p. 357._
Urbano V portava seco sulle galere di Genova que' medesimi cardinali che
egli aveva decorati della porpora romana, dopo che lo aveva abbandonato
tutto il sacro collegio per nominare un antipapa. Ma questi prelati non
sapevano meglio de' loro predecessori accomodarsi alle stravaganze del
pontefice. Erano con lui passati di castello in castello, ed implicati
in guerra senza soggetto, si erano trovati esposti a tutti i pericoli
d'un assedio. Mentre stavano chiusi in Nocera eransi tra di loro
consigliati intorno ai mezzi di contenere un capo della Chiesa che
disonorava la cristianità, e che dopo essere di già stato cagione di uno
scisma, pareva che andasse preparandone un altro tra coloro che gli
erano rimasti fedeli. La scrittura d'un giurista di Piacenza, che
proponeva di dare un curatore al papa, faceva sopra di loro grandissima
impressione[379]. Ma Urbano prevenne la loro risoluzione, facendo
arrestare il 12 gennajo 1385, mentre trovavasi a Nocera, sei cardinali,
che accusò d'averlo voluto assassinare; li fece porre alla tortura, e
strappò la confessione di questo delitto a taluno di loro con terribili
tormenti, ai quali assisteva egli medesimo, recitando il suo
breviario[380]. In appresso li fece custodire in una cisterna, e giunto
a Genova con questi sciagurati, ne fece strozzare alcuni in prigione,
altri gettare in mare legati entro un sacco. Rimaneva vivo il sesto, il
cardinale d'Inghilterra, il quale ottenne per grazia la vita, per
l'intromissione del suo sovrano il re Riccardo II. Due altri cardinali,
atterriti da tante crudeltà, abbandonarono la corte d'Urbano per
rifugiarsi in quella d'Avignone, abbracciando il partito dell'antipapa.
Clemente VII li accolse con piacere e li raffermò nell'esercizio delle
dignità che ricevute avevano dal suo rivale[381].
[379] _Theodoricus a Niem. Hist. Schismatis. l. I, c. 42, p. 34. —
Raynald. Ann. Eccl. 1385, § 1, t. XVII, p. 120._
[380] _Theodoricus a Niem. Hist. Schism., l. I, c. 45, p. 38 e c.
51, p. 42._ Questo storico venne incaricato egli medesimo dal papa
di ricevere le deposizioni del cardinale di Sangro, e di alcuni
altri, mentre trovavansi sotto la tortura.
[381] _Annales Miniatenses Bonincontrii, p. 48. — Raynald. Ann.
Eccles. 1386, § 10, p. 126._
La morte di Luigi d'Angiò e la fuga d'Urbano avevano liberato Carlo di
Durazzo dai suoi più pericolosi avversarj; ma quando cominciava appena
ad assicurarsi sul trono, un nuovo oggetto d'ambizione l'avvolse in
nuovi pericoli, e riaccese la guerra civile nel mezzogiorno d'Italia. Il
re Luigi d'Ungheria, il protettore ed il padre adottivo di Carlo di
Durazzo, era morto l'11 settembre del 1382 dopo un regno glorioso
d'oltre quarant'anni[382]. Malgrado i costumi dell'Ungheria, che
escludono le donne dalla successione al trono, la nobiltà aveva
acconsentito che Maria, figlia maggiore di Luigi, portasse la corona a
Sigismondo, marchese di Brandeburgo, secondo figlio dell'imperatore
Carlo IV, cui ella era stata accordata sposa in tenera età. La gloria e
le virtù di Luigi, che moriva senza prole mascolina, avevano meritato
che si accordasse questo favore alla figliuola; Maria venne coronata col
titolo di Re[383]; e fino all'intero compimento del suo matrimonio, sua
madre Elisabetta assunse il governo del regno, che poi divise con
Niccola Gava, palatino d'Ungheria, suo favorito, che Luigi aveva colmato
di ricchezze e di onori[384]. Ma il governo delle due donne e quello del
loro favorito diventarono in breve egualmente odiosi alla nazione. I
nobili malcontenti risolsero di chiamare alla corona Carlo di Durazzo,
l'ultimo erede maschio del re d'Ungheria, di sangue francese. Carlo era
stato allevato nella corte di Luigi, aveva adottate le costumanze del
popolo guerriero cui doveva la propria grandezza; aveva comandate le
armate ungare in molte occasioni, ed in particolare all'assedio di
Treviso; egli finalmente pareva più degno d'una femmina di governare de'
cavalieri. Paolo, vescovo di Sagabria, il suo più zelante partigiano, fu
mandato a Napoli alla di lui corte per offrirgli la corona, e Carlo
malgrado le rimostranze di Margarita sua moglie, che lasciò reggente del
regno di Napoli, s'imbarcò il 4 settembre del 1385 alla volta di Signa
in Schiavonia, di dove passò a Sagabria[385].
[382] _Joh. de Thwrocz. seu Joh. a Kikullew Chr. Hungar., p. III, c.
55, t. I, Rer. Hungar., p. 198._
[383] _Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. 2. — Rer.
Hung., t. III, p. 404._
[384] _Joh. de Thwrocz ad Steph. de Haserhag, Hist. Caroli Parvi,
Scrip. Rer. Hungaric., t. I, p. 200, c. 1._
[385] _Joh. de Thwrocz Hist. Caroli Parvi, c. 3 e 4, p. 204. —
Giornali Napoletani, p. 1053. — Andrea Gataro Storia Padovana, t.
XVII, p. 521._
Carlo non s'annunciò alle due regine siccome uno che venisse a
contrastar loro la corona colle armi alla mano; dichiarò anzi che veniva
come un pacificatore del regno, lasciando il pensiero alla nobiltà di
chiedere per lui la dignità reale. Le due regine, dopo averlo
volontariamente ammesso a Buda, furono in fatti forzate ad offrirgli la
loro abdicazione[386]; ed in una dieta tenutasi ad Alba Reale, Carlo
venne con unanimi suffragi della nobiltà nominato re[387]. Ma le due
regine avevano opposta alla dissimulazione di Carlo un'arte eguale;
Niccola Gava adunava a loro favore i suoi satelliti sotto colore di
celebrare le nozze d'una sua figlia, ed un giorno di solenne festa, in
febbrajo del 1386, le regine fecero invitare il re nel loro
appartamento, ove trovavasi ancora il palatino che diede agli appostati
assassini, quando fu tempo, il convenuto segno. Carlo fu atterrato con
un colpo di sciabola sul capo, e tutti i suoi partigiani furono uccisi.
Il re per altro non morì in conseguenza delle sue ferite, ma rinchiuso a
Visgrado, il 3 giugno del 1386, vi perì di veleno[388].
[386] _Joh. de Thwrocz, c. 6, p. 208._
[387] _Ivi, c. 7, p. 209._
[388] _Joh. de Thwrocz, c. 8, p. 210-212. — Andrea Gataro Storia
Padovana, p. 523._
L'assassinio di Carlo diede in preda alla più ruinosa anarchia i due
regni di Napoli e d'Ungheria. Margarita, sua consorte, rimase reggente
del primo durante la minorità di Ladislao suo figlio, allora in età di
soli dieci anni. Ma la nobiltà di Napoli aveva creata una magistratura
indipendente, che tra poco venne in concorrenza d'autorità colla regina.
La fazione d'Angiò, di cui si fecero capi Tommaso di San-Severino ed
Ottone di Brunswick, ultimo marito di Giovanna, aveva proclamato re
Luigi II d'Angiò sotto la tutela di sua madre Maria. Il San-Severino,
che assumeva il titolo di vicerè, obbligò Margarita ed il partito di
Durazzo, ad uscire di Napoli per chiudersi in Gaeta: ma l'ingratitudine
de' provenzali fece loro perdere il frutto della vittoria; disgustarono
il San-Severino ed il duca di Brunswik, e forzarono l'ultimo ad
abbandonare la loro causa per darsi al partito di Durazzo[389]. Intanto
universale era la confusione; due re ancora fanciulli, sotto la tutela
di due donne più intriganti che avvedute, lottavano l'uno contro
l'altro, ed insieme contro i loro sudditi. Due papi, che si
scomunicavano a vicenda, cercavano di opprimere il principe loro
avversario, e di spogliare il re loro pupillo della sua legittima
autorità per sostituirvi quella della santa sede. Tutti i baroni erano
armati, e sotto pretesto della guerra civile taglieggiavano i borghesi
ed i contadini del loro partito, saccheggiando ed incendiando le
proprietà dei loro nemici. In mezzo a così spaventosi disordini non
sorgeva verun uomo di così singolari talenti da chiamare a sè gli
sguardi della nazione, onde far nascere la speranza di più felice
avvenire.
[389] _Giannone Istoria Civile del Regno di Napoli, l. XXIV, c. 3,
t. III, p. 373. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1057._
Nel regno d'Ungheria la sorte delle due regine eccitò da prima la pietà,
quando vennero spogliate dei loro diritti; ma tenne dietro a questo
sentimento l'universale indignazione, quando ricuperarono la reale
dignità con un'atroce perfidia. Giovanni d'Horwath, _banno_ di Croazia,
avendole sorprese, ed uccise le loro guardie, fece tagliare la testa in
presenza loro a Niccola Gava, e gettar nel fiume la regina madre
Elisabetta. Le damigelle della giovane regina Maria erano intanto
abbandonate alla brutale libidine de' Croati, e la principessa, che,
dicesi, fu la sola non violata, venne rinchiusa nel castello di
Crupa[390].
[390] _Joh. Thwrocz Chron. Hungar., p. IV, d. 214._
Sigismondo, marchese di Brandeburgo, giugneva di questi tempi in
Ungheria per celebrare le nozze colla giovane sposa. Parte della nobiltà
ungara si attaccò a lui, ma la fazione che aveva chiamato, ed in
appresso vendicato Carlo III, apparecchiavasi alla difesa. Giovanni
d'Horwath fece trasportare la regina Maria, sua prigioniera, nel
castello di Novigrado con intenzione di spedirla nel regno di Napoli
alla vedova di Carlo III, ma vi si opposero i Veneziani. Preferendo il
presente loro vantaggio al risentimento delle passate ingiurie ricevute
dal re Luigi, si allearono con Sigismondo e con Maria; spedirono al
primo consumatissimi negoziatori per ripristinare la pace in Ungheria, e
farvi riconoscere il nuovo re; incaricarono Giovanni Barbadigo, uno de'
loro ammiragli, di tener d'occhio le coste della Croazia perchè la
regina Maria non venisse suo malgrado trasportata a Napoli, e
costrinsero infine colle loro armi Giovanni d'Horwath ed il priore
d'Aurania, suo fratello, a rendere a Maria la libertà. Venne questa
principessa rilasciata il 4 giugno 1387, ed un mese dopo fu maritata a
Sigismondo[391].
[391] _Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. II, t.
III Rer. Hung., p. 409. — Raphain Caresino Chron. Venet., t. XII, p.
476._ — Lo Thwrocz prende qualche abbaglio di date, e non parla
dell'assistenza de' Veneziani. _Chr. Hung., p. IV, c. 2 e 3, p.
215._
Per tal modo la repubblica di Venezia, tanto travagliata dalla potenza e
dall'ambizione del re d'Ungheria, vide un alleato ch'essa aveva colmato
di benefici succedere all'antico suo rivale. Quand'anche Sigismondo
avesse potuto scordare la riconoscenza dovuta ai Veneziani, egli non
poteva più disporre delle forze comandate da Luigi; perciocchè
l'implacabile sua vendetta nel perseguitare i nemici di Maria eccitava
ne' suoi stati sempre rinascenti ribellioni, e quasi tutti i vecchi
consiglieri ed i generali di Luigi furono assassinati, o perirono sul
patibolo[392]. Alcune province già dipendenti dalla corona d'Ungheria si
staccarono, e Sigismondo fu costretto a riconoscere, nel 1387, tra i
suoi sudditi, un nuovo re di Rascia e di Bosnia, il quale stendeva la
sua giurisdizione sopra Zara, Traù, Sebenico, Spalatro ed altre città
tolte ai Veneziani sulle coste della Dalmazia[393]. Perciò la repubblica
più non ebbe a temere che una marina formata sotto la protezione del re
d'Ungheria potesse un giorno dividere con lei l'impero dell'Adriatico.
[392] _Joh. de Thwrocz, p. IV, c. 4 e 7, p. 216, 219. — Thomae
Ebendorfferi de Haselbach Chron. Austriac., p. 821. In Pez. Rer.
Austr., t. II._
[393] Twartkus banno di Bosnia, avendo conquistata la Rascia o
Servia orientale, nel 1386 assunse il titolo di re, e dal 1387 al
1390, occupò le città marittime in addietro possedute dai Veneziani.
_Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. 3, p. 412._
Passarono altri vent'anni avanti che i Veneziani tentassero di
ricuperare i possedimenti perduti sulle coste della Schiavonia: ma le
rivoluzioni di Napoli e di Ungheria offrirono loro l'opportunità di fare
un importantissimo acquisto all'ingresso del golfo Adriatico. L'isola di
Corfù o Corcira, si diede volontaria ai Veneziani. Quest'isola rimasta
agl'imperatori latini di Costantinopoli, dopo ch'ebbero perduta la loro
capitale, era stata riunita alla corona di Napoli. In tempo delle guerre
civili della Puglia i Corfioti scossero il giogo de' Napolitani; e dopo
essersi alcun tempo governati a comune, implorarono la protezione de'
Veneziani, sottomettendosi a loro il 9 giugno del 1386, a condizione che
fossero conservati tutti i loro privilegi[394]. Durazzo, importantissima
città sulle coste dell'Albania, che il vecchio Carlo d'Angiò aveva tolta
ai Greci, e che col titolo di ducato era passata in un ramo della sua
famiglia fino a Carlo III re di Napoli e d'Ungheria, fu circa lo stesso
tempo conquistata dai Veneziani; e due anni dopo vennero aggiunte ai
dominj della repubblica, in forza delle cessioni dei feudatarj che le
governavano, le due città d'Argo e di Napoli di Romania[395]: e se i
Veneziani non ispinsero più in là le loro conquiste in Ungheria, in
Grecia e nel regno di Napoli in tempi in cui veruna di questi popoli era
in istato di opporre loro resistenza, ciò deve attribuirsi al desiderio
che avevano ardentissimo di vendicarsi di Francesco da Carrara, onde ne'
tempi medesimi tutte le loro forze e tutta la loro ambizione erano volte
al continente di Lombardia.
[394] Questa negoziazione con tutti i documenti ufficiali trovasi
nella _Storia di Corfù di Andrea Mormora nobile Corcirese, l. V, p.
228, un volume in 4.º Venezia, 1672_. — Osservinsi inoltre _Marin
Sanuto Vite dei Duchi, p. 751. — Raphain Caresino Chron. Venet., t.
XII, p. 472_.
[395] _Vettor Sandi Stor. Civile Veneziana, l. V, p. II, c. 12, p.
190. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 760._
Francesco da Carrara, signore di Padova, aveva acquistato dall'arciduca
Leopoldo d'Austria la città ed il territorio di Treviso[396], che i
Veneziani avevano ceduti all'arciduca. Gli stati del Carrara venivano
per questo nuovo acquisto a fronteggiare la laguna in tutta la sua
estensione e toglievano ai Veneziani ogni comunicazione col continente.
Un vicino qual era il Carrara, in ogni tempo alleato di tutti i nemici
della repubblica, e che al desiderio di nuocere univa abilità e potenza,
inspirava al senato un'estrema diffidenza. I Veneziani, che ancora non
eransi riavuti dei danni dell'ultima guerra, cercavano di eccitare
nemici contro il Carrara piuttosto che attaccarlo essi medesimi.
Riaccesero segretamente l'odio d'Antonio della Scala, signore di Verona,
e lo persuasero ad assumersi colle proprie le altrui vendette,
attaccando il loro nemico.
[396] _Chron. Estense, t. XV, p. 508._
Antonio della Scala era figlio naturale di Cane signore della Scala, cui
era succeduto nel 1374 unitamente a suo fratello Bartolomeo[397]. Per
regnar solo aveva fatto assassinare nel 1381 il fratello, e morire la
sua amica con tutta la sua famiglia in mezzo a terribili tormenti,
siccome colpevoli del delitto ch'egli medesimo aveva commesso. Francesco
da Carrara aveva pubblicamente manifestato l'orrore inspiratogli da
tanta perfidia e crudeltà[398]; ed il bastardo della Scala credette,
dichiarando la guerra al signore di Padova, di smentire un'accusa di cui
si vergognava, e di cancellare le tracce del suo delitto. Nel 1385
conchiuse un trattato di sussidj coi Veneziani, e si obbligò per
venticinque mila ducati, che dovevano essergli pagati ogni mese, finchè
durasse la guerra, a spogliare la casa di Carrara di tutti i suoi stati,
cedendo però Treviso ed il suo territorio alla repubblica[399].
[397] _Chron. Veron. in fine, t. VIII, p. 659._
[398] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 446._
[399] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 508._
Invano Francesco da Carrara cercò di far sentire al suo irritato vicino,
che i loro stati non avevano fin allora con altro mezzo conservata la
loro indipendenza che coll'antica alleanza delle due famiglie, e che
colui che ajuterebbe a spogliare l'altro, sarebbe anch'esso bentosto
spogliato da que' medesimi che avrebbero combattuto con lui. Antonio
della Scala, sordo a questi avvisi, adunò soldati, ed il 5 aprile 1386
li mandò nel territorio di Padova sotto il comando di Cortesia di
Sarego. I due signori tenevansi egualmente lontani dai pericoli della
guerra; e Carrara prese al suo soldo Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, che
incaricò di respingere il nemico. Il 25 giugno 1386 ebbe luogo una
battaglia alle _Brentelle_, nella quale fu fatto prigioniere il Sarego
con otto mila tra soldati e milizie veronesi, oltre ottocento uomini
rimasti sul campo di battaglia[400].
[400] _And. Gataro Stor. Padov., p. 528._
Ma si era introdotta la costumanza di rilasciare i prigionieri senza
taglia dopo avergli spogliati de' loro cavalli e delle armi, di modo che
la perdita di una battaglia, altro non era che una perdita di danaro. La
signoria di Venezia regalò sessanta mila fiorini ad Antonio della Scala
per indennizzarlo della disfatta avuta, ed un astrologo gli promise che
sarebbe in breve signore di Padova, onde ricusò tutte le offerte di
conciliazione che il Carrara non aveva mancato di fargli[401].
[401] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 526-538. — Redusius de Quero
Chron. Tarvisinum, t. XIX, p. 788._
Nel principio della seguente campagna (1387) l'una parte e l'altra aveva
portate le proprie forze fino a sei in otto mila uomini di cavalleria e
ad undici mila pedoni. Francesco Novello di Carrara, figlio del signore
di Padova, combatteva nell'armata di suo padre sotto gli ordini di
Giovanni d'Azzo e di Giovanni Acuto. Dopo avere guastato il territorio
di Verona, l'armata padovana dovette ritirarsi, avendo in testa forze
assai superiori, comandate dai due generali di Antonio della Scala,
Giovanni degli Ordelaffi ed Ostasio da Polenta signore di Ravenna. Ma
giunta a Castagnaro presso di Castelbaldo, ella si fortificò dietro un
canale e aspettò di essere attaccata dai nemici. Si diede una grande
battaglia l'undici marzo del 1387, e l'armata veronese fu nuovamente
rotta, i suoi due generali furono fatti prigionieri con quattro mila
seicento venti corazzieri, ed Acuto potè portare la desolazione fino
sulle porte di Verona e di Vicenza[402].
[402] _And. Gataro Stor. Padov., p. 568. — Chron. Estense, p. 514._
Non pertanto Francesco Carrara scrisse un'altra volta al signore della
Scala per domandare la pace; ma nello stesso tempo la signoria di
Venezia gli spediva centomila fiorini per levare una terza armata; e
Giovanni Galeazzo Visconti, signore di Milano, vicino ancora più
pericoloso dei Veneziani, vedeva con piacere l'indebolimento dei due
signori della Marca Trivigiana per tirarne vantaggio: offrì soccorsi
all'uno ed all'altro, aspettando il favorevole istante per ispogliarli
ambidue de' loro stati. Antonio della Scala, porgendo orecchio alle sue
perfide suggestioni, rimandò senza risposta la lettera del Carrara[403].
[403] _And. Gataro Stor. Padov., p. 583._
Giovanni Galeazzo, che assumeva il titolo di conte di Virtù, era
succeduto nel 1378 a suo padre Galeazzo[404] nel governo della metà
della Lombardia. Egli risedeva a Pavia, mentre suo zio Barnabò
soggiornava in Milano. Avea questi divise tra i numerosi suoi figliuoli
le città del suo dominio[405], e perchè desiderava di accrescere il loro
patrimonio coll'eredità di suo nipote, aveva tenuto mano a diverse
congiure contro la persona o le province di Giovanni Galeazzo. Il conte
di Virtù erasi sottratto ai macchinamenti dello zio, senza dare indizio
d'averli scoperti. Improvvisamente mostrossi divoto, facendosi spesso
vedere con un rosario in mano a visitare le chiese e trattenervisi
lungamente in preghiere. Barnabò ascriveva a pusillanimità il
cambiamento del nipote, e lo confermavano in questo giudizio le
precauzioni che vedevalo prendere per sua sicurezza; perciocchè questo
principe aveva raddoppiate le sue guardie, che mai non l'abbandonavano,
e mostrava per le più piccole cose un subito terrore. Finalmente ne'
primi giorni di maggio del 1385, il conte di Virtù fece sapere di voler
andare in pellegrinaggio al tempio di M. V. sopra Varese, non molto
discosto dal lago maggiore, e si pose in viaggio con una numerosa
guardia, che sempre stavagli ai fianchi. Avvicinandosi a Milano la
mattina del 16 maggio, Barnabò gli andò incontro coi due suoi figli
maggiori. Giovanni Galeazzo, dopo avere teneramente abbracciato lo zio,
si volse ai due suoi capitani, che poi acquistarono tanto nome militando
per lui, Giacomo del Verme ed Antonio Porro, e loro diede in lingua
tedesca, che di que' tempi era la lingua militare di tutta l'Europa,
l'ordine di arrestare Barnabò. All'istante i soldati tolsero di mano a
questo principe la briglia del cavallo, tagliarono il cinturone della
sua spada, e lo strascinarono lontano dalla sua gente, mentre egli
chiamava invano suo nipote, supplicandolo a non essere traditore del
proprio sangue. Milano aprì subito le porte a Giovan Galeazzo, mentre in
uno de' suoi forti vennero chiusi Barnabò ed i figliuoli. Tre volte fu
il primo avvelenato ne' sette mesi della sua prigionia, e morì
finalmente il 18 dicembre del 1385[406]. Le sue crudeltà e le enormi
gabelle l'avevano reso tanto odioso al popolo, che veruno de' suoi
sudditi cercò di difenderlo. Colla medesima indifferenza venne
abbandonato dai suoi alleati; e Giovan Galeazzo, rimasto solo padrone
della Lombardia, depose la maschera religiosa che aveva portata tanto
tempo, e rivolse contro i suoi vicini le forze che aveva rapite allo
zio.
[404] Morì il 4 agosto nel 1378 in età di 59 anni lasciando a suo
figliuolo Pavia, Asti, Vercelli, Novara, Piacenza, Alessandria,
Bobbio, Alba, Como, Casal sant'Evasio, Valenza e Vigevano.
[405] Cioè Lodi, Cremona, Parma, Borgo san Donnino, Crema, Bergamo e
Brescia.
[406] _And. Gataro Stor. Padov., t. XVII, p. 498. — Corio Istor.
Milan., p. III, p. 258. — Ann. Mediol., t. XVI, p. 784, c. 147. —
Poggi Bracciolini Histor. Florent., l. III, p. 245. — Andreas
Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, t. XIX, p. 785._
Giovanni Galeazzo aveva più volte offerta la sua alleanza tanto allo
Scala che al Carrara, ma avevano l'uno e l'altro ricusato di associarsi
ad un principe di cui era nota la mala fede. Pure Antonio della Scala,
dopo la rotta di Castagnaro, diede orecchio alle proposizioni di Giovan
Galeazzo, e già stava, coll'intromissione de' Veneziani, per conchiudere
con lui un trattato, quando Francesco da Carrara risolse di prevenirlo,
ed accettò l'alleanza fin allora costantemente ricusata[407]. In questo
trattato, firmato il 19 aprile 1387, Verona veniva ceduta a Giovan
Galeazzo, Vicenza a Francesco; e questi cedeva al Visconti due de'
migliori suoi capitani, Giovanni d'Azzo ed Ugolotto Biancardo, che
l'esaurimento delle sue finanze più non gli consentiva di tenere al suo
soldo[408].
[407] _And. Gataro Stor. Padov., p. 583. — Ann. Mediol., t. XVI, p.
779._
[408] _And. Gataro Stor. Padov., p. 592. — Chron. Tarvis. Redusii de
Quero, p. 788._
Infatti i principi alleati occuparono uno il territorio di Verona,
l'altro quello di Vicenza. I cittadini di quest'ultima città fecero
sentire al Carrara che non doveva ruinare un paese, sul quale voleva
regnare; che Vicenza, sebbene fedele alla casa della Scala, era non
pertanto disposta a far dipendere la sua sorte da quella di Verona, e
ch'essi gli aprirebbero le porte tosto che saprebbero averle Verona
aperte al Visconti. In pari tempo gli abitanti di Udine, a suggestione
de' Veneziani, attaccarono il Carrara dalla banda di Treviso, e lo
costrinsero ad accettare la proposizione de' Vicentini[409].
[409] _And. Gataro Stor. Padov., p. 608._
Questa diversione non bastò a salvare lo Scala, la di cui capitale
veniva gagliardamente stretta d'assedio dall'armata del Visconti. I
Veneziani gli avevano somministrati sussidj di danaro e non soldati, e
l'imperatore Wenceslao, cui aveva chiesto ajuto, gli avea spedito un
ambasciatore piuttosto per ostentazione della sua autorità in Italia,
che per assisterlo validamente. Ugolotto Biancardo, che avea il comando
dell'armata milanese, aggiunse la seduzione alla forza; alcuni traditori
gli aprirono la porta di san Massimo nella notte del 18 ottobre, ed
Antonio della Scala, dopo avere consegnate la sua fortezza
all'ambasciatore imperiale, fuggì co' suoi tesori per l'Adige a
Venezia[410].
[410] _Ivi, p. 618. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 474._
L'ambasciatore di Wenceslao, rimasto padrone della fortezza di Verona, e
dei segni del comando convenuto tra i governatori di Vicenza e de'
castelli[411], li vendette al miglior prezzo possibile a Giovanni
Galeazzo e si ritirò in Boemia col danaro ammassato con così disonesti
modi. Tutte le fortezze vennero allora aperte a Giovanni d'Azzo e ad
Ugolotto Biancardo; e questi occupò ancora Vicenza a nome del conte di
Virtù; e la casa della Scala, che aveva regnato cento vent'otto anni in
Verona, e che due volte aveva aspirato alla corona d'Italia, fu
spogliata di tutti i suoi possedimenti.
[411] Consegnando una fortezza ad un comandante, si conveniva di non
cederla che a colui che presenterebbe un segno simbolico, che il
principe custodiva presso di sè. Chiamavasi il _contrassegno_.
Dietro il trattato convenuto tra il Carrara e Giovan Galeazzo, Vicenza
avrebbe dovuto essergli immediatamente consegnata, ma il signore di
Padova conosceva il suo alleato, e non contava sulla di lui buona fede.
Si tacque, quando seppe che Giovan Galeazzo moveva pretensioni sopra
Vicenza, come fosse una eredità di sua moglie[412]; e pensò soltanto a
difendersi contro gli abitanti di Udine, cui i Veneziani davano
scopertamente soccorso. Udine, capitale del patriarcato d'Aquilea, non
aveva voluto riconoscere Filippo d'Alençon, patriarca consacrato da
Urbano VI, mentre il Carrara proteggeva questo prelato[413]. Ma quando
il signore di Padova vide il turbine mosso contro di lui dalla
repubblica di Venezia, fece a questa vivissime istanze di accordargli la
pace, e chiese la mediazione del marchese d'Este, che venne
rifiutata[414]. Nella stessa epoca Giovanni Galeazzo mandava a Venezia
due ambasciatori per trattare colla repubblica un'alleanza contro il
Carrara; il quale, avuto di ciò sentore, più non potè contenere il suo
sdegno, e scrisse all'imperatore, al papa ed a tutti i sovrani d'Europa
lettere circolari per denunciar loro la perfidia del conte di Virtù, e
chiedere giustizia de' suoi tradimenti. S'addirizzò ai medesimi
Veneziani, sperando che la loro consueta prudenza vincerebbe la loro
animosità: il tradimento, di cui vedevasi vittima, poteva servire di
esempio al senato veneto; perciocchè se la conquista di Verona aveva
aperta a Galeazzo la strada di Padova, la conquista di Padova poteva
altresì agevolargli quella di Venezia. Ma il senato, non ascoltando che
l'implacabile suo odio e la sua ambizione, segnò, il 29 marzo 1388, un
trattato di divisione con Giovanni Galeazzo, in forza del quale Treviso,
Ceneda e le fortezze di Coran e di sant'Eletto apparterrebbero alla
repubblica, e Padova col suo territorio al signore di Milano[415].
Dietro domanda dei Veneziani Alberto, marchese d'Este, Francesco di
Gonzaga, signore di Mantova, e la comunità di Udine furono messe a parte
di questa alleanza[416].
[412] Giovanni Galeazzo aveva sposata in seconde nozze Caterina,
figlia di suo zio Barnabò e di Beatrice della Scala. Se per conto di
questa gli spettava qualche diritto all'eredità degli Scaligeri, non
era che dopo estinti tutti i maschi di quella casa e di quella di
Barnabò.
[413] _Vitæ Patriarc. Aquiliens., t. XVI, p. 60._
[414] _And. Gataro Stor. Padov., p. 628._
[415] _And. Gataro Stor. Padov., p. 630. — Marin Sanuto Vite dei
Duchi, p. 758._
[416] _Raphain Caresino Chron. Venet., p. 478._
Francesco da Carrara solo, e senz'alleati; circondato da nemici, il
minore de' quali, preso separatamente, lo uguagliava di forze; sapeva
inoltre di dovere guardarsi dal suo popolo non meno che da' suoi vicini.
Da oltre ventiquattro anni il principato di Padova era avvolto in
continue guerre, e l'esaurimento delle finanze aveva costretto Francesco
ad accrescere ogni anno le imposte. Le piazze pubbliche eccheggiavano
sempre di grida minacciose, e lo scoraggiamento e l'impazienza
palesavansi apertamente ne' consigli. Tutti coloro che il Carrara
chiamava a parte delle sue deliberazioni erano suoi segreti nemici[417];
gli uni venduti a Giovanni Galeazzo, gli altri alla repubblica di
Venezia, ed altri ancora, senza avere un determinato scopo, desideravano
soltanto una rivoluzione.
[417] _Andrea Gataro, p. 632._
Il signore di Padova invocò l'assistenza del duca di Baviera, col quale
era congiunto di parentado, e del duca d'Austria, la di cui amicizia
appoggiavasi ad antichi trattati; e l'uno e l'altro risposero che
verrebbero a soccorrerlo quando loro sovvenisse il danaro necessario
alle spese dell'armamento; ma nello stato d'esaurimento in cui trovavasi
il Carrara, concedergli i chiesti sussidj a cotali condizioni, era un
volerglieli negare.
Alcuni suoi consiglieri gli proposero di abdicare la signoria in favore
di suo figliuolo; dicendogli che Venezia facevagli la guerra per un odio
personale che non giugneva fino al figliuolo, il quale essendosi
guadagnato l'affetto del popolo, troverebbe agevolmente nel di lui
attaccamento inaspettati sussidj: ma quando si accorsero di non lo poter
indurre all'esecuzione de' loro consiglj, cercarono di persuadere il
giovane principe a sorprendere il padre ed a porlo in prigione, indi a
trattare coi suoi nemici. Tali erano i depravati costumi dei tiranni
d'Italia[418], che Francesco parve meritare grandissime lodi per avere
rigettate così perfide insinuazioni[419].
[418] Perchè d'Italia, se non erano diversi quelli di tutto il
rimanente dell'Europa, come lo provano infiniti esempj? _N. d. T._
[419] _And. Gataro Stor. Padov._, _p._ 638-640.
Dopo lunghe deliberazioni, che raddoppiavano ogni giorno le inquietudini
de' signori Carraresi, facendo loro più vivamente sentire
l'impossibilità di difendersi, in ultimo il padre risolse di seguire il
consiglio che aveva prima rifiutato, cedendo la signoria di Padova al
figliuolo e ritirandosi egli a Treviso. Adunò nel pubblico palazzo il
consiglio del popolo come praticavasi ne' tempi della repubblica
padovana; fece che si nominassero quattro anziani, un gonfaloniere ed un
sindaco della comunità, e rinunciò senza condizione nelle loro mani la
signoria ereditata dai suoi maggiori. Ma il popolo di Padova, avvilito
da settant'anni di servitù, più non conservava alcun generoso
sentimento; e sentendosi incapace di vivere libero, non ebbe nè il
coraggio, nè il desiderio di ritenersi il potere che gli si rendeva.
Assistette all'abdicazione del vecchio Francesco da Carrara come ad una
vana cerimonia; un dottore di legge, sindaco della comunità, rispose con
un'ampollosa diceria alla lettura fatta dal procuratore del Carrara
dell'atto di rinuncia; ed il gonfaloniere e gli anziani senza disamina e
senza condizioni investirono all'istante Francesco Novello da Carrara
della signoria abdicata dal padre. Così Padova mutò padrone il 29 giugno
del 1388, ed all'indomani il vecchio Carrara partì alla volta di
Treviso, di cui erasi riservata la sovranità[420].
[420] _Galeazzo Cataro Stor. Padov., p. 643._ Questo storico
medesimo era uno degli anziani del popolo. Suo figlio Andrea, che
citiamo più spesso, diede una nuova forma alla sua cronaca. _Redusii
de Quero Chron. Tarvis., p. 789._
Questo stesso giorno Giovan Galeazzo Visconti fece portare a Francesco
Novello una sfida ed una dichiarazione di guerra; e non si vergognò in
questo manifesto di appoggiarsi alla giustizia della sua causa ed alla
protezione del cielo, accusando il suo avversario d'essere stato
l'aggressore, e di averlo provocato coi tradimenti[421]. Giovanni
Galeazzo pubblicava con ostentazione documenti ufficiali, e pare essersi
lusingato di palliare agli occhi della posterità le sue scelleraggini
col linguaggio della virtù; mentre per lo contrario l'opposizione tra i
suoi discorsi e la sua condotta non servì che a disvelare tutta la sua
doppiezza. Frattanto le truppe ch'egli aveva adunate a Verona ed a
Vicenza entrarono nello stato di Padova, mentre vi penetravano pure per
la Brenta e per l'Adige i Veneziani; e perchè tanto gli uni che gli
altri si astenevano dal guastare le campagne, persuasero i contadini a
dichiararsi contro il Carrara ed a darsi al loro partito[422].
[421] _Gataro Stor. Padov., p. 648. — Chron. Placent. Joh. de
Mussis, p. 550. — Ann. Mediol., c. 150, p. 804._
[422] _And. Gataro, p. 650._
Un fratello naturale del signore di Padova, il conte di Carrara,
comandava le sue truppe, ed approfittando accortamente dei canali che
tagliano la Marca Trivigiana, impediva al conte del Verme, generale del
Visconti, di avanzare. Ma lo scoraggiamento ed i tradimenti erano comuni
alla città, alle campagne ed alle fortezze del signore di Padova; i
soldati erano frequentemente presi da panico timore; i comandanti spesso
abbandonavano i posti e le fortezze loro affidate senza combattere, ed
il popolo minacciava d'aprire le porte di Padova, se non gli si dava la
pace[423]. I consiglieri chiamati da Francesco Novello gli dichiaravano,
ch'essi non volevano vedere i loro poderi guastati più a lungo da
contese che non li risguardavano; che non volevano esporre più oltre la
città ad essere presa e trattata coll'estremo rigore da una sfrenata
soldatesca; e nello stesso tempo facendogli sentire ciò che doveva
temere per sè medesimo dalla vendetta dei Veneziani, lo consigliavano a
vincere la generosità di Giovanni Galeazzo sottomettendosi a lui[424].
[423] _Ivi, p. 658._
[424] _And. Gataro, p. 662._
Francesco Novello, privo di mezzi di difesa, e non trovando tra i suoi
parenti ed amici persona cui potersi interamente fidare, accondiscese
finalmente alle istanze di tutto il suo popolo, consigliandosi colla
necessità. Fece chiedere un salva condotto a Giacomo del Verme, per
recarsi a Pavia presso al conte di Virtù, ed il 23 novembre del 1388
aprì a questo generale la capitale e tutte le fortezze. Preventivamente
aveva caricati sopra varie barche i suoi più preziosi effetti e
mandatili a Ferrara colla moglie e coi figli; egli prese la strada di
Verona, e nell'atto di abbandonare la città, ove i suoi antenati avevano
dominato settant'anni, e mentre attraversava il suo territorio, ebbe il
dolore di essere testimonio delle feste e dell'allegrezze con cui i suoi
sudditi celebravano l'inaugurazione del nuovo sovrano[425].
[425] _Ivi, p. 676. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 481. —
Chron. Placent. Joh. de Mussis, p. 551._
Alcuni negoziatori, spacciandosi mandati da Francesco Novello, recaronsi
subito presso suo padre a Treviso, per invitarlo a confidarsi alla
generosità di Giovanni Galeazzo. Gli offrirono un salvacondotto di
Giacomo del Verme per andare a Pavia, persuadendolo ad aprire questa
piazza al suo generale. Il vecchio Carrara trovavasi in più difficile
situazione di suo figliuolo. Era stretto ad un tempo dalle armi de'
Veneziani, dei Visconti e de' Trevisani ribellatisi contro di lui. Egli
si era ritirato nella fortezza, sicura di una morte crudele se veniva in
potere de' suoi nemici. Chiamò dunque Giacomo del Verme, introdusse i di
lui soldati nella cittadella di Treviso, e s'incamminò alla volta di
Pavia per implorare la generosità del vincitore.
Ma i salvacondotti accordati ai signori di Carrara non furono mantenuti.
Giovanni Galeazzo temeva di vederli e di dir loro che non intendeva di
mantenere le sue promesse. Fece dunque fermare il figlio a Milano ed il
padre a Verona, senza loro permettere di proseguire il viaggio.
Frattanto la biscia de' Visconti fu inalberata sulla riva
dell'Adriatico, e gli stendardi di così temuto principe volteggiavano in
faccia ai campanili di Venezia. Di già Giovanni Galeazzo meditava di far
sentire la sua potenza a questa superba repubblica, e quando i deputati
di Padova vennero ammessi alla sua presenza per rendergli omaggio, disse
loro, elle se Dio gli accordava solamente cinque anni di vita renderebbe
i Veneziani loro eguali, e porrebbe fine alla gelosia che una città
mezzo sommersa cagionava da tanto tempo a Padova[426].
[426] _And. Gataro, Stor. Padov., p. 701._