CAPITOLO LI.

_Affari dell'Oriente. — Guerra dei Genovesi in Cipro. — Quarta

guerra di Venezia e di Genova; presa e ripresa di Chiozza. Pace

di Torino._

1372 = 1381.

Lo stesso anno, reso celebre dal principio del gran scisma di occidente

e dalla sanguinosa rivoluzione dei Ciompi a Firenze, vide altresì

scoppiare la sanguinosa guerra di Chiozza, la quarta delle guerre

marittime tra Venezia e Genova, e quella che espose queste due potenti

repubbliche agli estremi pericoli. Fuori d'Italia e lontano dagli

avvenimenti trattati ne' decorsi capitoli dobbiamo cercare la cagione di

questa accanita guerra.

Tutta l'esistenza delle repubbliche marittime è poco legata alla storia

del rimanente dell'Italia. Le signorie di Venezia e di Genova sembravano

d'ordinario straniere alle rivoluzioni delle province limitrofe, mentre

tutte le loro cure erano volte alle regioni del Levante. Il loro

commercio e le loro colonie nella Turchia ed in Grecia erano la

principale sorgente delle ricchezze del popolo e della potenza dello

stato; e le passioni pubbliche e private non sembravano eccitate che

dagl'interessi e dalle rivoluzioni di queste lontane contrade.

La situazione delle repubbliche marittime le isolava, per così dire, e

loro permetteva di risguardarsi come assolutamente staccate dal

continente italiano. Le montagne che circondano la Liguria, separavano

questa provincia dalla Lombardia, siccome le lagune ne separavano

Venezia. In un tempo in cui la cavalleria pesante formava il nervo delle

armate, riusciva presso che impossibile la conquista d'un paese in cui i

cavalli non potevano agire. Le cure adunque che le due repubbliche si

prendevano delle cose del Levante non venivano in verun modo interrotte

da quelle della loro sicurezza. La regione, da cui ritraevano le

ricchezze e la sussistenza loro, era sempre l'emporio del commercio del

mondo. La barbarie dei Turchi non aveva avuto sopra le province del loro

dominio una influenza tanto funesta, quanto l'ebbe nelle susseguenti età

la loro non curanza. I loro stati venivano ancora arricchiti da alcune

manifatture e dal commercio delle Indie; gli Arabi ed i Greci, che loro

erano soggetti, non avevano ancora rinunciato al lusso che ha bisogno di

commercio, nè all'industria che lo alimenta.

I Turchi erano oramai i veri signori dell'Oriente, e di già chiamavansi

mari di Turchia le acque dette per lo innanzi mari della Grecia. Il

decadimento dell'impero d'Oriente era stato rapidissimo. Ne' primi anni

del XIV secolo il vecchio Andronico aveva perduta tutta l'Asia minore, e

tutti i possedimenti de' Greci al di là del Bosforo e dell'Ellesponto.

Circa il 1350 Cantacuzèno introdusse i Turchi in Europa per impiegarli

come ausiliari nelle guerre civili, ed il suo successore Paleologo,

ch'era stato suo pupillo e suo rivale, perdette nel suo regno dal 1355

al 1391 tutte le province d'Europa, che tutte vennero in potere di

Amurat I. «Chiudi le porte della tua città per regnare entro il

circondario delle tue mura», faceva dire il successore d'Amurat al

figliuolo di Giovanni Paleologo, «poichè tutto quanto trovasi al di

fuori appartiene a me[290].»

[290] _Hist. Byzant. Nepotis Michaelis Ducæ, t. XIX, Scr. Byz. c.

13, p. 20._

La stessa Costantinopoli non era quasi meno dipendente dai Turchi di

quello che lo fossero le campagne da questi occupate. Giovanni

Paleologo, perduto nel libertinaggio, cercava con vili piaceri di

allontanare il pensiero della ruina del suo impero[291]. Tributario e

vassallo del Sultano, erasi obbligato a servire sotto i di lui ordini, o

farsi rappresentare nel campo de' Turchi da uno de' suoi figliuoli.

Mentre che d'accordo con Amurat combatteva contro gli Ungari, Andronico,

suo primogenito, prese parte ad una congiura con uno de' figli d'Amurat.

Il progetto di questi ambiziosi giovani pare che fosse quello di balzare

dal trono nel tempo medesimo il sultano e l'imperatore; ma le loro trame

vennero scoperte da Amurat, il quale condannò alla morte suo figlio, ed

ordinò al monarca greco di punire il proprio. Giovanni Paleologo non era

convinto del delitto del principe, ma la viltà sua gli fece far quello

che la collera, o la sete del sangue non gli suggerivano di fare; fece

abbacinare suo figliuolo, e suo nipote, ancora fanciullo: e destinò suo

successore Manuele, il secondo de' suoi figli[292].

[291] _Hist. Byzant. Nepotis Michaelis Ducæ, t. XIX, Scr. Byz., c.

12, p. 17._

[292] _Phranza Protovestiarius, l. I, c. 16, p. 18. Scrip. Byz. t.

XXIII. — Ducas Michaelis Nepos, c. 12, p. 17. — Raphain Caresino,

Cancellar. Venetus Chron. R. It., t. XII, p. 443._

Mentre l'impero greco abbracciava ancora molte migliaja di leghe

quadrate, ci dovette sorprendere l'audacia e la potenza della colonia

genovese di Galata; ma nella presente epoca in cui trovavasi ridotto

quasi ad una sola città, e che il suo capo non si ricusava di soggiacere

a qualunque avvilimento, quando l'ordinava il sultano, più non dobbiamo

maravigliarci vedendo i Genovesi di Galata tenere in bilico tutte le

forze dell'imperatore, e l'affetto loro essere cagione in Costantinopoli

di frequenti rivoluzioni: la parte ch'essi presero negli intrighi della

corte greca fu la causa principale della guerra di Chiozza.

Il Paleologo aveva chiusi suo figlio e suo nipote nella torre di Anema,

vicina a Galata. I Genovesi, mossi a pietà di questi due infelici

principi, li fecero fuggire dopo due anni di prigionia. Il supplicio non

era stato eseguito che a metà, ed i medici italiani riuscirono a far

ricuperare uno degli occhi ad Andronico, ed a rendere a suo figliuolo

Giovanni una losca e debole vista[293]. Quando questi due principi più

non si trovarono nell'assoluta dipendenza cui erano obbligati dalla

cecità, i Genovesi li dichiararono capaci di regnare e loro offrirono di

riporli in trono, purchè Andronico loro cedesse in ricompensa l'isola di

Tenedo, la quale, posta essendo all'imboccatura dell'Ellesponto,

signoreggia quest'importante passaggio, ed apre o chiude l'ingresso

della Propontide e del mar Nero. Il trattato fu segnato in agosto del

1376. I Genovesi attaccarono in allora Costantinopoli e furono ajutati

dai nemici del regnante imperatore, onde posero sul trono il cieco

Andronico, mentre che Giovanni ed i suoi due figli vennero chiusi nella

stessa prigione da cui era stato levato Andronico[294].

[293] _Ducas Michaelis Nepos, c. 12, p. 18._

[294] _Daniele Chinazzo. Della guerra di Chiozza, t. XV, Rer. It.,

p. 711. — Raphain Caresino Chron., t. XII, p. 443._

Dopo questa rivoluzione i Genovesi spedirono due galere per prendere

possesso di Tenedo, al quale oggetto erano muniti degli ordini che

Andronico dirigeva al governatore dell'isola. Ma questi essendo, come

pure gli abitanti, affezionato al deposto imperatore, ricusò di

riconoscere i due ciechi monarchi, chiuse il suo porto ai Genovesi, e

vedendo che colle sole sue forze non potrebbe a lungo difendersi contro

di loro, chiese soccorso a Donato Tron, ammiraglio della flotta

veneziana, che ritornava dal mar Nero, e gli consegnò Tenedo colle sue

fortezze. Il senato di Venezia che tutta conosceva l'importanza di

quest'isola, vi mandò all'istante due provveditori con forte

guarnigione, e le somme occorrenti per mettere i castelli in buono stato

di difesa. I Genovesi irritati persuasero Andronico a far imprigionare

il balio con tutti i Veneziani stabiliti a Costantinopoli, e

somministrarono all'imperatore dodici galere per intraprendere l'assedio

di Tenedo. Per altro eglino non dichiararono la guerra ai Veneziani, e

non presero parte all'attacco che in qualità d'ausiliarj de' Greci[295].

[295] _Daniele Chinazzo Guerra di Chiozza, p. 711. — Marin Sanuto

Vite dei Duchi di Venezia, p. 680._

In un altro regno del Levante i Genovesi sostenevano una guerra, alla

quale dovevano a vicenda prendere parte anche i Veneziani. Pietro di

Lusignano, re di Cipro, era stato ucciso nel 1372 dai suoi fratelli a

Nicosia, sua capitale; suo figliuolo ancora fanciullo, chiamato Pietro,

come il padre, era stato disegnato per succedergli. I Veneziani ed i

Genovesi, che avevano in quell'isola potenti stabilimenti, pretendevano

gli uni e gli altri di occupare il posto d'onore nella cerimonia della

coronazione. Gli zii del giovanetto re decisero la disputa in favore de'

Veneziani[296]; ma i Genovesi ricusarono di stare al loro giudizio, e

recaronsi al palazzo colle armi sotto il loro mantello, per occupare a

forza il posto cui credevano d'avere diritto. Gli zii del re, avuto

avviso del loro divisamento, li fecero arrestare; si ritennero come

prove del fatto le armi che portavano nascoste, e senza formarne

regolare procedura vennero precipitati dalla sommità di una torre. I

furibondi Ciprioti non si limitarono a far morire i Genovesi ch'eransi

recati al palazzo, ma infierirono contro tutti i loro compatriotti

sparsi nell'isola; tutti furono uccisi e saccheggiate le loro case. Ad

un solo Genovese gravemente ferito in fronte, e creduto morto, riuscì di

fuggire onde portare la notizia dell'accaduto alla sua patria[297].

[296] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, P. 679._

[297] _Uberti Folietae Hist. Genuen., l. VIII, p. 459._

I Genovesi impazienti di vendicare tanto oltraggio, mentre armavano una

formidabile flotta, spedirono immediatamente Damiano Catani ne' mari di

Cipro con sette galere, per far sentire ai Ciprioti i primi effetti

della loro collera. Il Catani ottenne vantaggi assai maggiori di quelli

che potevansi sperare da così debole squadra. Con subiti ed impreveduti

attacchi egli occupò Nicosia il 16 giugno del 1373, e Pafo il 23 dello

stesso mese[298]. Settanta giovani donne di quest'isola, altre volte

consacrate a Venere, caddero in suo potere in un'imboscata, ma malgrado

il malcontento de' suoi marinaj rimandò queste greche bellezze ai loro

padri o mariti, senza permettere che fosse fatto loro il menomo

oltraggio. «Non è già per far prigionieri di questa sorta che la nostra

patria ne ha qui spediti,» rispose a coloro che lo rimproveravano di non

saper usare della vittoria.

[298] _Georgius Stella Ann. Genuens., p. 1104._

Mentre Damiano Catani con tale condotta ispirava ai Ciprioti la più alta

idea della sua moderazione e della sua virtù, eccitava colle sue

vittorie e colle sue negoziazioni una reciproca diffidenza tra i membri

del consiglio di reggenza. Sospettavasi che avesse qualche intelligenza

coi grandi, e non si osava prendere contro di lui veruna vigorosa

misura. Intanto Pietro di Campo Fregoso, fratello del doge di Genova,

giunse avanti a Famagosta il 3 ottobre del 1373 con trentasei galere e

quattordici mila uomini da sbarco. Il giorno 10 dello stesso mese

Famagosta fu presa, ed il giovane re co' suoi zii ed il suo consiglio

caddero in potere de' vincitori, e l'isola intiera fu soggiogata. Per

altro i Genovesi castigarono con moderazione l'offesa che loro aveva

poste le armi in mano, non avendo condannati a pena capitale che tre dei

gentiluomini che avevano diretta la carnificina de' loro compatriotti:

mandarono a Genova uno degli zii del re, ed i figli dell'altro, che

avevano il titolo di principi d'Antiochia, con sessanta ostaggi della

principale nobiltà; lasciarono una guarnigione a Famagosta per tenere in

suggezione tutta l'isola; ma vendettero il suo regno a Pietro di

Lusignano, con obbligo di pagare un annuo tributo alla repubblica di

quaranta mila fiorini[299].

[299] _Georgius Stella Ann. Genuens., t. XVII, p. 1105._

Il re di Cipro ed il suo popolo venuti in potere del conquistatore, ben

dovevano aspettarsi, dopo così grave offesa, un più rigoroso

trattamento. Ma Pietro di Lusignano non poteva perdonare ai Genovesi nè

il corso pericolo, nè la dipendenza in cui si rimaneva. Tosto ch'egli

seppe che la contesa pel possesso di Tenedo poteva accendere la guerra

tra i Veneziani ed i Genovesi, cercò l'alleanza de' primi, e concertò

con loro i mezzi di scacciare le truppe straniere che occupavano

Famagosta[300].

[300] _Uberti Folietae Histor. Genuens., l. VIII, p. 462. — Maria

Sanuto Storia dei Duchi di Venezia, p. 681._

Nello stesso tempo il re di Cipro sposava Violanta, figlia di Barnabò

Visconti, signore di Milano, ed approfittava di tale parentado per

procurare nuovi nemici ai Genovesi. Chiese che i cento mila fiorini, che

Barnabò Visconti dava in dote a sua figlia, fossero da questo signore

impiegati nella guerra della Liguria[301]; ed in fatti, ad istigazione

del Visconti, i marchesi del Carreto si ribellarono, e tolsero alla

repubblica Castelfranco, Noli ed Albenga[302].

[301] _Bernard. Corio Storia Milanese, p. III, p. 250._

[302] _Georgii Stellæ Ann. Genuens., p. 1108._

I Genovesi attribuivano all'odio ed alla gelosia de' Veneziani tutte le

guerre che avevano in Grecia, in Cipro e nelle montagne della Liguria; e

dal canto loro cercavano di risvegliare il coraggio, o di aguzzare

l'odio de' nemici di Venezia, onde opporre alla lega formata contro di

loro un'altra lega d'eguali forze.

S'addirizzarono perciò da prima a Francesco da Carrara, signore di

Padova, la di cui inimicizia contro i Veneziani aveva cominciato nel

1356 colla guerra degli Ungari. Questo principe aveva somministrate

vittovaglie al re Luigi, quando attaccò la repubblica, la quale non avea

mai più perdonato al Carrara questo cattivo ufficio. Il signore di

Padova, sempre esposto ai risentimenti della repubblica, cercò

d'acquistare, con un ardito attentato, un'influenza ne' consiglj della

repubblica che moderasse l'odio loro. I suoi confidenti lo avvisavano

ogni mattina di ciò che si era fatto in senato nel precedente giorno; e

ciò si poteva ben fare, trovandosi Padova a sole venti miglia da

Venezia, e il territorio padovano confinante colla laguna. Una notte

questo signore fece rapire dai suoi gondolieri nelle proprie case tutti

i senatori veneziani che avevano contro di lui perorato con maggiore

veemenza; li fece condurre a Padova nel suo palazzo, e loro ricordando

gli offensivi discorsi contro di lui tenuti, li minacciò di farli

morire. Per altro in appresso si addolcì, loro accordando la vita e la

libertà, a condizione che giurassero di seppellire quest'avvenimento in

un profondo silenzio, e di essergli più favorevoli nelle loro

deliberazioni. Il Carrara gli avvisò congedandoli, che gli sarebbe più

agevole il farli punire d'uno spergiuro con un colpo di pugnale di

quello che gli fosse stato il rapirli dalle loro case e dalla loro

patria. Li fece in appresso trasportare di notte sulla spiaggia di

Venezia.

La religione del giuramento o il timore persuasero i senatori veneziani

a mantenere la promessa; e non fu che dopo molti anni che

quest'attentato venne rivelato dai banditi medesimi ch'erano stati

impiegati dal signore di Padova. I Veneziani provvidero con maggiore

vigilanza alla sicurezza della loro città, e determinarono di vendicarsi

del terrore che Francesco da Carrara aveva inspirato a molti di

loro[303].

[303] _Daniele Chinazzo Stor. di Chiozza, p. 702._

Essi attaccarono lo stato di Padova in ottobre del 1372. Il re

d'Ungheria, che non aveva scordati i buoni ufficj di Francesco di

Carrara, spedì Stefano Laczk vayvoda di Transilvania in soccorso di

questo signore. Ma il vayvoda fu fatto prigioniero in una battaglia che

egli diede ai Veneziani il primo luglio del 1373, ed i suoi soldati

ricusarono di combattere finchè non fosse redento il loro generale.

Francesco da Carrara trovossi perciò sforzato dai suoi alleati medesimi

a firmare il 23 di settembre una pace umiliante. Suo figlio venne a

Venezia a chiedere in ginocchioni perdono al doge di averlo

ingiustamente attaccato, e promise di pagare in dieci anni trecento

cinquanta mila fiorini per le spese della guerra[304].

[304] _Daniele Chinazzo Istoria di Chiozza, p. 707._

Quest'ultima umiliazione aveva raddoppiato l'odio del signore da

Carrara, onde l'alleanza offertagli dai Genovesi parvegli un'opportuna

occasione di vendetta, e l'accolse avidamente. Prima di manifestare le

sue intenzioni, fece in Venezia medesima immensi approvvigionamenti di

sali e di droghe, onde i suoi sudditi non avessero bisogno per cinque

anni di commercio marittimo. In pari tempo entrò in trattati con tutti i

principi gelosi delle ricchezze di Venezia, oppure offesi dal di lei

orgoglio. Questo popolo, egli loro diceva, unisce ad una illuminata ed

uniforme politica tanto coraggio e tante ricchezze, che s'egli acquista

una volta qualche stabilimento in terra ferma, non tarderà a

signoreggiare l'Italia collo stesso orgoglio con cui domina di già sui

mari. Il re d'Ungheria, il patriarca d'Aquilea, signore del Friuli, i

fratelli della Scala, signori di Verona, il comune d'Ancona, il duca

d'Austria e la regina di Napoli, mossi dalle persuasioni di Francesco da

Carrara, accettarono l'alleanza dei Genovesi, e si disposero ad entrare

in guerra contro i Veneziani[305].

[305] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 712. — Raphain

Caresino Chron. Venetum, p. 444._

La guerra preparata da tutte queste negoziazioni scoppiò in fatti nel

1378 dall'una all'altra estremità della Lombardia. Barnabò Visconti, che

teneva al suo soldo i principali capitani avventurieri, mandò la

compagnia francese della Stella nella Liguria. Quest'armata attraversò

la Riviera di Ponente, guastò la Polsevera e s'avanzò fino a san Pier da

Arena. Ritirossi in seguito mediante una grossa somma di danaro che il

doge di Genova mandò a' suoi capi[306]. Giovanni Acuto ed il conte Lucio

Lando avevano contemporaneamente condotta un'altra armata di Barnabò

nello stato di Verona[307]. Intanto Giovanni Obizzi, generale di

Francesco da Carrara, faceva delle scorrerie nello stato veneziano, ed

il vayvoda di Transilvania guastava il territorio trivigiano[308]. In

ogni luogo si combatteva, in ogni luogo le campagne erano abbandonate al

sacco, ed intanto non accadeva sul continente verun fatto decisivo.

[306] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 465._

[307] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 712._

[308] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 717._

Le armate di terra non erano composte che di mercenarj indifferenti alla

causa che sostenevano; ma sopra le flotte delle due repubbliche

combattevano personalmente i cittadini di Genova e di Venezia, e l'odio

inveterato raddoppiava il loro accanimento. È noto che nella prima

campagna i marinaj dispersi dal commercio su tutti i mari non avevano

potuto essere richiamati in servigio della loro patria; erano armate

poche galere, ed anche queste trovavansi sparse in più lontane parti.

Aaron Stroppa comandava dieci vascelli genovesi ne' mari di

Costantinopoli; egli attaccò Lenno, ossia Stalymene, che apparteneva ai

Veneziani, e l'occupò; assediò ancora Tenedo, ma la guarnigione

veneziana rese vani tutti i suoi tentativi[309].

[309] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 463._

Un'altra flotta di dieci galere doveva, sotto il comando di Luigi del

Fiesco, proteggere la navigazione dei Genovesi nel mare di Toscana. I

Veneziani mandarono nello stesso mare Vittore Pisani, il più illustre ed

il più riputato de' loro ammiragli, con quattordici galere. Le due

squadre si scontrarono in luglio presso la riva d'Anzio. Una burrasca

sollevava gigantesche onde, che andavano a spezzarsi contro il

promontorio di Nettuno. Le galere, costrette ad orzare e sempre in

pericolo di rompere sulla costa, cessavano di _manovrare_ per combattere

con accanimento, ed il furore degli uomini superava quello degli

elementi; ma i Genovesi meno numerosi furono alla fine perdenti; una

delle loro galere naufragò sulla costa; cinque furono prese da Pisani, e

quattro si salvarono colla fuga[310].

[310] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 714. — Laugier Hist.

de Venise, l. XV, t. IV, p. 270._

La giovane sposa del re di Cipro, figlia di Barnabò Visconti, fu

condotta nella sua isola da sei galere veneziane, le quali, colà giunte,

si associarono a cinque galere catalane che Pietro di Lusignano aveva

prese al suo soldo, e strinsero insieme d'assedio Famagosta, mentre il

re di Cipro le secondava con una armata di dieci mila uomini. Dopo una

accanita zuffa i Veneziani penetrarono nel porto, e vi bruciarono alcuni

vascelli genovesi; ma quando vollero in seguito dare l'assalto alle mura

della città, vennero respinti con tanta perdita, che abbandonarono il

porto di cui si erano impadroniti ed ancora il mare di Cipro[311].

[311] _Ubert. Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 464. — Daniele

Chinazzo della guerra di Chiozza, p. 715._

I due popoli si offendevano ancora più gravemente nel golfo di Venezia.

Luciano Doria, grande ammiraglio de' Genovesi, vi aveva condotte

ventidue galere; ed inoltre aveva trovati a Zara sussidj d'ogni genere,

che il re d'Ungheria aveva fatti apparecchiare pei suoi alleati. D'altra

parte Vittore Pisani, richiamato dal senato veneziano aveva ricondotta

nel golfo una flotta di venticinque galere per proteggere il commercio

della sua patria, ed i convogli di vittovaglie ch'ella tirava dalla

Puglia. Il Pisani ritolse al re d'Ungheria le città di Cattaro, di

Sebenico, e di Arbo, che gli erano state cedute in fine della precedente

guerra[312]. Nello stesso tempo Luciano Doria occupava Rovigno

nell'Istria, saccheggiava e bruciava Grado e Caorle, e spargeva il

terrore fino nel porto di Venezia[313].

[312] _Daniele Chinazzo, p. 718._

[313] _Ivi, p. 700._

Vittore Pisano che già da lungo tempo teneva il mare, in gennajo del

1379 fece chiedere alla signoria la licenza di ricondurre la sua flotta

a Venezia per lasciar riposare la ciurma. Il senato ebbe timore che

Doria, rimasto in qualche modo padrone del golfo, bloccasse nel porto la

flotta veneziana, onde ricusò di ricevere il suo ammiraglio, e Pisani fu

forzato di passare l'inverno battendo le coste dell'Istria. La malattia

si manifestò ne' suoi equipaggi, ed alcune migliaja di marinaj, che

sempre in faccia a Pola sospiravano di prendere riposo su quella riva

ospitale, morirono nelle loro galleggianti prigioni, e trovarono

sepoltura sotto le onde[314]. Il Pisani era finalmente entrato nel porto

di questa città dopo avere fatto un nuovo viaggio nella Puglia, quando

Luciano Doria comparve il 29 maggio del 1379 colla sua flotta di

ventidue galere in distanza di tre miglia. I marinaj veneziani,

impazienti di terminare la loro lunga cattività, obbligarono il loro

ammiraglio ad uscire dal porto colle sue ventiquattro galere per venire

a battaglia[315]. Si rimpiazzarono alla meglio i marinaj rapiti dalla

malattia facendo montare sulla flotta molti abitanti di Pola con alcune

truppe da sbarco[316]. Il Pisani tentò invano di supplire col suo valore

alla debolezza degli equipaggi. Attaccò con furore i Genovesi, e

l'ammiraglio Doria fu ucciso in principio della battaglia; ma Ambrogio

Doria, suo fratello, prese subito il comando della flotta. I Genovesi

animati dal desiderio di vendicare il loro ammiraglio raddoppiarono i

loro sforzi, ed in un'ora e mezza fu decisa la battaglia: quindici

galere veneziane caddero in mano dei nemici con mille novecento

prigionieri, tra i quali contavansi ventiquattro membri del maggiore

consiglio; e Vittore Pisani, che si era rifugiato a Venezia con soli

sette vascelli, fu posto subito in prigione, quasi fosse colpevole della

sua cattiva fortuna[317].

[314] _Ivi, p. 719. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 683. — Laugier

Hist. de Venise, l. XV, t. IV, p. 292._

[315] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 684. — Navagero

Stor. Venez. p. 1058._

[316] _Ubertus Folieta Hist. Genuens., l. VIII, p. 466._

[317] _Daniele Chinazzo, p. 720. — Marin Sanuto Stor. dei Duchi di

Venezia, p. 685. — Raphain Caresino Chron. Venetum, p. 446._

La vittoriosa flotta dei Genovesi venne bentosto portata al numero di

quarantasette galere da Pietro Doria, che la signoria mandò nel golfo

per succedere a Luciano. Il nuovo ammiraglio si avanzò fino a san Nicolò

di Lido, una delle aperture della laguna, per concertare le sue misure

col signore di Padova; dopo comparve il 6 agosto innanzi alla porta di

Chiozza colla flotta da lui comandata[318].

[318] _Giorgio Stella Ann. Genuenses, p. 1111. — Daniele Chinazzo,

p. 723._

La laguna che separa Venezia dal continente, e che alla caduta

dell'impero romano salvò le isole ch'ella racchiude dall'invasione de'

Barbari, è altresì provveduta dalla banda del mare d'una naturale

fortificazione. Una linea d'isole lunghe e strette formano un bastione

contro la furia del mare. In verun luogo ha più di mille passi di

larghezza, mentre la sua lunghezza è di trentacinque miglia. Viene

chiamata _arzere_, argine, e su quest'argine sono costrutte le famose

muraglie detti i _muracci_. Sei aperture, che dall'alto mare comunicano

alla laguna, hanno tagliato l'argine in tante isole prolungate, ognuna

delle quali aperture tiene luogo di porto[319]. Alcuni più stretti

canali tagliano altresì le grandi isole; e più a mezzogiorno le aperture

di Brondolo e del Fossone, che servono di foce alla Brenta ed all'Adige,

comunicano pure colla laguna.

[319] Le sei aperture da levante a ponente sono chiamate _Treporti_,

_Lidogrande_, _sant'Erasmo_, _due castelli_ o _san Niccolò_,

_Malamocco_ e _Chiozza_.

Il senato di Venezia, dopo la disfatta di Pola, erasi affrettato di

chiudere tutte le aperture della laguna. Venne tesa una triplice catena

a traverso ad ogni porto, che di tratto in tratto era difesa da

_sandoni_, grandi vascelli immobili carichi di macchine da guerra e di

soldati. In alcuni luoghi i Veneziani aggiunsero a queste catene una

specie di fortificazione galleggiante composta di grandi travi

artificiosamente legate assieme, le quali sembravano rendere ogni

avvicinamento impossibile[320].

[320] _Ubert. Folieta Hist. Gen. l. VIII, p. 470._

Pietro Doria dopo avere corsa tutta la lunghezza dell'argine risolse

d'attaccare di preferenza l'apertura di Chiozza lontana venticinque

miglia da Venezia. Francesco da Carrara, informato del divisamento

dell'ammiraglio genovese, aveva preparate a Padova cento barche armate,

che fece scendere verso Chiozza per i canali della Brenta, e questa

flottiglia attaccò per di dietro la catena che chiudeva il porto e le

fortificazioni galleggianti, mentre il Doria l'attaccava di fronte. Il

sandone o vascello immobile, ch'era posto tra i due nemici, non potè

fare lunga resistenza, ed i soldati, che lo difendevano, fuggirono il 12

agosto del 1379 dopo avervi appiccato il fuoco[321].

[321] _Daniele Chinazzo, p. 725. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di

Ven., p. 689._

Essendosi in tal modo resi padroni dell'ingresso della laguna, i

Genovesi assediarono Chiozza per assicurarsi del possedimento del suo

porto. Francesco da Carrara mandò metà della sua armata nell'isola di

Brondolo, sul di cui lato interno è posta Chiozza: i Genovesi sbarcarono

parte delle loro truppe per assecondarlo, e l'armata degli assedianti,

contando le forze di terra e di mare, ammontava a ventiquattro mila

uomini. I Veneziani avevano introdotti tre mila uomini in Chiozza, i di

cui abitanti facevano pure il servigio militare. Un sobborgo, detto

Chiozza piccola, fu ben tosto preso dagli assedianti. Questo sobborgo

comunicava colla città per mezzo d'un ponte lungo un quarto di miglio,

che attraversava bassi fondi e lagune. I Veneziani occupavano ancora

questo ponte il 16 agosto, quando un marinajo genovese riuscì a condurvi

di sotto un battello incendiario. Le fiamme ed il fumo, che si videro

improvvisamente sollevarsi, fecero credere ai Veneziani che il ponte, su

cui trovavansi, avesse preso fuoco, onde fuggirono, sorpresi da panico

timore, e furono inseguiti così da vicino che non ebbero tempo di alzare

dietro loro il ponte levatojo. I Genovesi ed i Padovani entrarono con

loro in Chiozza, e se ne resero padroni; ottocento sessanta Veneziani

erano morti combattendo; tre mila ottocento furono fatti

prigionieri[322].

[322] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 726._

I Genovesi presero possesso di Chiozza a nome di Francesco di Carrara, e

la dichiararono a lui soggetta. Era questa una delle condizioni del

trattato fatto con lui. Quest'acquisto assicurava oramai ai Genovesi una

comunicazione co' nemici de' Veneziani sul continente, e loro apriva

colla laguna la stessa città di Venezia[323], di cui Chiozza era come un

bastione avanzato. Fu perciò estrema la costernazione de' Veneziani, ed

il popolo affollavasi intorno al palazzo di san Marco, e piangendo

supplicava la signoria di domandare la pace ad ogni costo, e di salvare

in tal modo la repubblica dalla sua estrema ruina[324]. Le virtù

repubblicane e la costanza ne' pericoli, sembravano appartenere in

Venezia esclusivamente alla nobiltà, che sola governava lo stato. Il

doge Andrea Contarini oppose il suo coraggio e la sua fermezza

all'abbattimento del popolo desolato; ma egli stesso conosceva tutto il

pericolo che soprastava alla sua patria, e spedì tre ambasciatori a

Chiozza a domandare la pace ai Genovesi.

[323] _Raphain Caresino Chron. Venet., p. 447._

[324] _Andrea Navagero Storia Venez., p. 1060._

Il consiglio di guerra, in cui questi deputati furono introdotti, era

preseduto da Pietro Doria e da Francesco da Carrara. I Veneziani

confessarono la propria disfatta, ed invitarono i loro rivali a non

abusare della vittoria. «Il doge ne ha dato questo foglio bianco

(dissero essi presentando una carta a Francesco da Carrara) affinchè vi

facciate scrivere voi medesimi le condizioni che vi piacerà dettare;

egli tutte le accetta preventivamente, e non si riserva che una sola

cosa, che la libertà veneziana rimanga intatta.» Il signore di Padova

parve premuroso di conchiudere una pace di cui dovevano essere così

vantaggiose le condizioni; ma Pietro Doria, che voleva affatto distrutta

la rivale della sua patria, persuase i suoi alleati a ricusar di

trattare, incaricandosi egli di rispondere agli ambasciatori, e loro

disse: «Vi giuro per Dio, signori Veneziani, che voi non avrete mai pace

col signore di Padova o colla nostra repubblica, se prima non abbiamo

noi medesimi messa una briglia ai cavalli di bronzo che sono sulla

vostra piazza di san Marco. Quando gli avremo imbrigliati colle nostre

mani, noi ben sapremo renderli quieti[325].»

[325] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 727._

Quando fu riferita a Venezia questa risposta insultante tutto il popolo

ad altro più non pensò che a difendersi contro nemici che non lasciavano

nulla sperare. Frattanto avevasi successivamente notizia che Terra

nuova, Cavarzere e Mont'Albano, fortezze poste alla foce dell'Adige o ai

confini del padovano, eransi arrese senza combattere, atterrite dalla

rotta di Chiozza; che Loredo e Torre delle Bebe erano state prese pochi

giorni dopo; e finalmente che il forte delle Saline era bloccato; questo

per altro coraggiosamente si difese fino alla fine della guerra[326].

[326] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 691._

Il 24 agosto furono viste avanzarsi ventiquattro galere genovesi e

quaranta barche armate dalla banda del _Lido_; la stessa città di

Venezia era minacciata di uno sbarco; ma nell'istante in cui i Genovesi

vollero prender terra furono respinti con un vigore inaspettato, e dopo

la loro ritirata i Veneziani pensarono a fortificare i canali pei quali

i loro nemici erano giunti in vista della capitale[327].

[327] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 728._

Un solo uomo aveva l'intera confidenza de' marinaj e del popolo di

Venezia. Uscito da una famiglia nella quale i trofei marittimi

sembravano ereditarj, Vittore Pisani veniva riputato il degno successore

di Niccolò Pisani, che nella precedente guerra avea combattuto coi

Genovesi al Bosforo, e gli aveva rotti in Sardegna. Ma quest'ammiraglio,

reso dal senato responsabile dell'insubordinazione de' suoi equipaggi, e

dei capricci della sorte, era stato gettato in prigione dopo la disfatta

di Pola. Stava egli chiuso sotto le volte che sostengono il palazzo di

san Marco dalla banda del porto. Ode all'improvviso il popolo ammutinato

invocare la signoria e circondare il palazzo, gridando: «Se volete che

noi combattiamo, rendeteci Vittore Pisani, nostro ammiraglio; viva

Vittore Pisani!» egli allora carico di catene, si strascina verso una

delle finestre della sua prigione: «fermatevi, grida egli, Veneziani,

voi non dovete mai gridare che viva san Marco[328]!» Frattanto la

signoria fece uscire Pisani di prigione e lo nominò capitano del mare.

Molti cittadini si offrirono all'istante di armare galere a loro spese

per servire sotto di lui, e tutto il popolo si affrettò di equipaggiare

una nuova flotta. Mentre si stava allestendo, il Pisani fece fortificare

tutti i canali che conducono a Venezia, come pure l'argine di Malamocco;

fece chiudere con paloni ed antenne galleggianti il canal grande e

quello della Giudecca; stabilì barche di guardia tutt'all'intorno di

Venezia, e pose di stazione agli sbocchi de' primarj canali, cocche, o

grandi vascelli rotondi, carichi d'artiglierie. Le armi a fuoco erano

finalmente diventate di uso comune, e per la prima volta nelle guerre

d'Italia si videro adoperate in tutte le battaglie[329].

[328] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 691. — Navagero Stor. Venez.,

p. 1061._

[329] _Daniele Chinazzo, p. 729._

Il re d'Ungheria, informato de' prosperi avvenimenti de' suoi alleati,

aveva mandato Carlo di Durazzo con dieci mila uomini ad attaccare il

territorio di Treviso; ma Durazzo, invitato da Urbano VI a conquistare

il regno di Napoli, desiderava di terminare la guerra di Venezia. Entrò

dunque in trattato col doge, e gli permise d'approvvigionare Treviso, di

modo che per tutto quest'anno i Veneziani non ebbero sul continente

perdite importanti[330].

[330] _Ivi, p. 730._

In mezzo ai loro disastri i Veneziani ricevettero qualche conforto dal

Levante. In sul finire del precedente anno avevano mandato in Corso

Carlo Zeno, uno de' loro più esperti ufficiali, che per lo innanzi aveva

comandato con gloria le truppe di terra nel distretto di Treviso. Zeno

uscì di Venezia con otto galere[331] e passò in mezzo alla flotta

genovese senza esserne impedito. Egli aveva tolti ai Genovesi molte navi

mercantili nei mari di Sicilia, e negoziato con prospero successo presso

Giovanna di Napoli, per renderla alleata della sua patria. Erasi in

appresso diretto verso la Liguria, affinchè i Genovesi tremassero per sè

medesimi nello stesso momento in cui la vittoria di Pola loro ispirava

maggiore arroganza; diede la caccia ad alcune galere nemiche nel golfo

della Spezia, e bruciò o abbandonò al sacco Porto Venere, Panigaglia e

molti altri ricchi villaggi situati lungo la riviera del Levante[332].

Dopo avere incusso un profondo terrore a tutti gli abitanti di quelle

coste, Zeno aveva fatto vela verso la Grecia. La repubblica gli aveva

mandata una galera, che lo raggiunse a Livorno; altre sei ne trovò egli

a Modone, che avevano ajutato Giovanni Paleologo a risalire sul trono

imperiale. Esse avevano scacciati da Costantinopoli suo figlio e suo

nipote; e questi due principi ciechi regnavano presentemente a

Selymbria[333]. Finalmente quattro altre galere veneziane erano

stazionate a Tenedo, le quali si posero altresì sotto gli ordini di

Carlo Zeno. Quest'ammiraglio con una flotta, diventata formidabile, andò

a cercare a Beryta le merci che i Veneziani avevano accumulate in questo

porto della Siria pel valore di cinquecento mila fiorini, e che essi non

ardivano di far venire in Europa. Giunto ne' mari di Cipro ebbe la

notizia della presa di Chiozza, e l'ordine di ricondurre la flotta nel

golfo per difendere la sua patria[334].

[331] _Vita Caroli Zeni a Jacopo Zeno ejus Nepote, t. XIX, p. 219._

[332] _Ivi, p. 225. — Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 747._

[333] _Vita Caroli Zeni, p. 226. — Daniele Chinazzo, p. 749. — Ducas

Michael. Nepos., c. 12, p. 18._

[334] _Vita Caroli Zeni a Jacopo Zeno Scripta, p. 227. — Laugier

Hist. de Venise, l. XV, p. 305._

I Veneziani riponevano ogni loro speranza nella flotta che Zeno aveva

adunata. Di già cominciavano a mancare di vittovaglie; i Genovesi

chiudevano la via del mare, e Francesco Carrara quella di terra, e non

introducevansi dal Trivigiano approvvigionamenti in Venezia che a

traverso di mille pericoli[335]. Il popolo disperato domandava di essere

condotto alla battaglia, piuttosto che esposto a morire di fame. Alcune

galere disarmate trovavansi ancora nel porto dell'arsenale, altre in

costruzione sui cantieri erano quasi terminate, ma il tesoro era

esausto, e per armare una nuova flotta bisognava ricorrere al

patriottismo del popolo. La signoria promise d'inscrivere nel ruolo

della nobiltà i trenta plebei che avrebbero mostrato maggiore zelo, e di

accordare a coloro che verrebbero in seguito esenzioni e privilegi,

trasmissibili ai loro discendenti. Il doge Andrea Contarini, che aveva

settantadue anni, scese sulla piazza di san Marco, portando tra le sue

mani il gonfalone ducale, e dichiarando che monterebbe egli medesimo

sulle galere che faceva armare. Invitò poscia il popolo a difendere con

lui la giusta causa della patria e della pubblica libertà[336]; e

malgrado la ruina del commercio, e l'universale povertà, si videro

giugnere in folla al palazzo facchini carichi di danaro, ch'essi

deposero ai piedi della signoria; e coll'ajuto di queste spontanee

contribuzioni, prima della fine d'ottobre, venne compiutamente armata

una flotta di trentaquattro galere[337].

[335] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 732._

[336] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 694._

[337] _Daniele Chinazzo, p. 739. — Raphain Caresino Chron. Venet.,

p. 449. — Marin Sanuto, p. 701. — Navagero Stor. Venez., p. 1062. —

Ubertus Folieta Hist. Genuens., l. VIII, p. 477. — Laugier Hist. de

Venise, l. XV, p. 340, t. IV._

Ma Vittore Pisani non si affrettava di condurre contro i Genovesi i

vascelli che si erano posti in mare. La loro ciurma era composta

d'artigiani, che sebbene nati in mezzo alle acque, appena conoscevano la

navigazione. L'ammiraglio adunque gli esercitò ne' canali della Giudecca

e di san Niccolò di Lido, aspettando che giugnesse Carlo Zeno, sul quale

pareva che si fondasse tutta la fortuna dello stato[338].

[338] _Daniele Chinazzo, p. 739. — Marin Sanuto, p. 696._

I Genovesi concepirono qualche inquietudine quando videro esercitarsi

una nuova flotta nelle lagune. Concentrarono le loro forze per non

essere sorpresi o divisi, ritirarono da Malamocco e da Poveglia le

truppe che vi avevano poste, diminuirono il raggio di Chiozza, di cui

accrebbero le fortificazioni; e per ultimo disarmarono venti galere per

dare, durante l'inverno, qualche riposo agli equipaggi. Appostarono in

seguito tre vascelli per guardare il porto, e ne spedirono ventiquattro

nel Friuli, a cercare vittovaglie; perchè a Chiozza mancava il frumento

come a Venezia; e queste due città, collocate in mezzo alle lagune, si

affamavano a vicenda, e loro giugnevano i convogli con eguale

difficoltà.

Il doge Contarini, dopo due mesi di ammaestramento, credette di poter

condurre i suoi marinaj alla pugna, e nella notte del 23 dicembre 1379

s'avanzò verso Chiozza con trentaquattro galere, due grandi Cocche,

sessanta barche armate e più di quattrocento battelli[339]. La flotta

genovese mandata sulle coste del Friuli per cercare vittovaglie era di

già rientrata nel porto di Chiozza, e si andavano scaricando le

munizioni che aveva portate; le quarantasette galere comandate dal Doria

erano tutte chiuse nello stesso seno, ed i Genovesi senza verun sospetto

non pensavano che que' nemici, cui avevano negata una vergognosa pace,

pensassero ad attaccarli[340].

[339] _Daniele Chinazzo, p. 740._

[340] _Raphain Caresino Chron. Venet., p. 451._

Il doge aveva sbarcati ottocento soldati stranieri, e quattro mila

Veneziani innanzi a Chiozza piccola; ma queste truppe vennero respinte

con perdita. Nello stesso tempo aveva spinta una delle sue cocche nel

canale che dall'alto mare comunica colla laguna, e che vien detto il

porto di Chiozza, con intendimento di fermarla sul luogo e di

fortificarla per chiudere l'ingresso del porto. Questa cocca fu

vigorosamente attaccata dai Genovesi e presa, dopo un'ostinata

resistenza, da sette galere che l'avevano circondata. Ma i Genovesi nel

caldo della zuffa ebbero l'imprudenza d'appiccarvi il fuoco: la cocca

bruciò fino a fior d'acqua, e colò in seguito a fondo all'ingresso del

canale. I Veneziani fecero giugnere in sul momento alcuni battelli

carichi di pietre, che colarono a fondo nello stesso luogo, ed

approfittando d'un accidente che loro era meglio riuscito che i proprj

divisamenti, terminarono in poche ore di chiudere il canale o porto di

Chiozza, naturale uscita della flotta de' loro nemici. Scesero dopo ciò

sulla punta di terra detta la Lova, cui i Genovesi non potevano più

abordare, e v'innalzarono un ridotto per difendere i lavori che avevano

fatto alla bocca del porto[341].

[341] _Daniele Chinazzo, p. 741. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p.

700. — Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1114._

La città di Chiozza, fabbricata come Venezia in mezzo alle acque, viene

separata dall'alto mare dall'isola lunga o Arzere di Brondolo. Il canale

che circoscrive quest'isola al nord, è quello che dicesi porto di

Chiozza; un altro canale termina la stessa isola a mezzodì, e si chiama

porto di Brondolo. La laguna, meno larga presso di Chiozza che presso

Venezia, trovasi tagliata da minore quantità di canali. I Genovesi,

seguendo il canale di Lombardia, potevano presentarsi avanti Venezia, o

uscire per qualcuna delle aperture settentrionali della laguna; potevano

inoltre uscire a mezzogiorno per il porto di Brondolo, e riguadagnare

l'alto mare: ogn'altra uscita era loro chiusa. Vittore Pisani, che si

era avanzato egli medesimo per il canale di Lombardia, e che l'occupava

colla sua flotta, colò a fondo molte barche per chiuderlo ai nemici.

Uscì dopo ciò dalla laguna e venne ad appostarsi all'ingresso del canale

di Brondolo per togliere ai Genovesi quest'ultima uscita.

La sorte della guerra era attaccata all'intrapresa di Vittore Pisani:

con marinai senza sperienza e scoraggiati dai rovesci de' loro

compatriotti aveva intrapreso a bloccare una flotta vittoriosa e

superiore di numero. Vero è ch'egli approfittava della circostanza che i

Genovesi non potevano manovrare nel canale o presentarsi in linea di

battaglia; ma d'altra parte egli era costretto di tenersi

all'imboccatura del porto sotto il fuoco dell'artiglieria, che i

Genovesi avevano posta nel convento di Brondolo. Se un colpo di vento,

una burrasca, o il fuoco nemico lo allontanavano alcune ore da questa

stazione, la flotta genovese usciva in alto mare, e la sua decisa

superiorità le assicurava la più compiuta vittoria. Il doge Andrea

Contarini per ispirare il suo coraggio al soldati giurò in loro presenza

di non tornare a Venezia prima d'aver presa Chiozza, ed il Pisani

appostò due delle sue galere nello stesso canale di Brondolo; nel tempo

stesso cercò di sorprendere un ridotto situata sull'altra riva del

canale, sulla punta del Fossone, in faccia al convento che occupavano i

Genovesi; ma i suoi lavoratori a Fossone erano a mezza portata delle

bombarde di Brondolo, e perdevano molta gente; mancavano i viveri

all'armata, i suoi soldati dovevano sempre essere sotto le armi; le due

galere che avvicendavano per custodire l'ingresso del canale trovavansi

ogni momento esposte a colare a fondo sotto il fuoco de' nemici, e le

altre, che manovravano a non molta distanza dalla riva, correvano

rischio di rompere sulla medesima ad ogni colpo di vento. I soldati ed i

marinaj ugualmente scoraggiati domandavano caldamente di essere

ricondotti a Venezia; erano stati lungo tempo lusingati colla speranza

dell'imminente arrivo di Carlo Zeno, e della flotta che ottenuti aveva

tanti vantaggi in Levante; ma nè volevano, nè potevano più aspettarla in

così pericolosa situazione, onde il doge fu costretto di promettere che

se il 1.º di gennajo 1380 non giugneva il desiderato soccorso, leverebbe

l'assedio di Chiozza. In tal caso Venezia sarebbe stata a vicenda

assediata dai Genovesi, e di già si stava consultando, se convenisse

abbandonare la capitale e trasportare in Creta la sede della

repubblica[342].

[342] _Marin Sanuto, p. 700. — Navagero Storia Venez., p. 1063._

Lo stesso giorno indicato per prendere questa funesta determinazione fu

quello che apportò la salute alla repubblica. La mattina del 1.º gennajo

1380 si vide comparire innanzi al porto di Venezia Carlo Zeno con

quattordici galere cariche di approvvigionamenti da guerra e da bocca e

con ricchezze d'ogni maniera[343]. Ne' susseguenti giorni quattro galere

d'Arbo e di Candia vennero ad unirsi alla flotta veneziana, portandola,

con quella del Pisani, al numero di 52 vele.

[343] _Daniele Chinazzo, p. 744. — Marin Sanuto, p. 701. — Raphain

Caresino, p. 452. — Caroli Zeni Vita, l. III, p. 230._

In un solo giorno fu rimessa l'abbondanza sui mercati di Venezia,

riempiuto il tesoro dello stato, rincorati i soldati ed i marinaj, ed

assicurata ai Veneziani la superiorità delle forze marittime, di modo

che se i Genovesi avessero potuto uscire di Chiozza, invece di trionfare

facilmente de' loro nemici, non sarebbersi probabilmente sottratti ad

una disfatta. Frattanto Vittor Pisani riprendeva con ardore il progetto

di chiudere i Genovesi in Chiozza; egli li battè in terra il 6 gennajo

alla punta della Lova[344]; e pochi giorni dopo terminò il ridotto che

stava innalzando all'estremità del Fossone. Colà pose due grosse

artiglierie, una delle quali lanciava pietre del peso di cento

novantacinque libbre e l'altra di cento quaranta. Caricavansi in tempo

di notte questi micidiali stromenti, che di que' tempi chiamavansi

bombarde, e si scaricavano la mattina. Sembra che non si facesse più

d'una scarica in ventiquattr'ore, e le pietre probabilmente lanciate

verso il cielo, come fanno le nostre bombe, descrivevano una parabola;

perciò spessissimo non toccavano il luogo determinato, ma quando

coglievano nel segno cagionavano una prodigiosa ruina. Le fortezze non

avevano nè bastioni, nè terrapieni che potessero sostenerne i colpi,

perciocchè, fino a tale epoca, muraglie di conventi o di chiese, torri e

campanili, avevano sostenuti lunghi assedj; ma tutt'ad un tratto si

videro interi pezzi di muraglie rovesciati da un solo colpo di bombarda,

e schiacciati i difensori sotto le loro ruine. Pietro Doria,

l'ammiraglio genovese, era venuto a Brondolo per assicurare la difesa di

così importante posto. Il 22 gennajo un colpo di bombarda rovesciò sopra

di lui un pezzo di muraglia del convento, e l'uccise con suo nipote;

all'indomani un altro pezzo della muraglia dello stesso convento

schiacciò ventidue soldati[345]. Napoleone Grimaldi successe al Doria

nel comando de' Genovesi chiusi in Chiozza. I Veneziani, protetti

dall'artiglieria del Fossone, avevano colate a fondo due galere nel

canale di Brondolo, e avendole unite assieme con grosse catene avevano

interamente chiusa quest'uscita agli assediati. Il Grimaldi tentò

d'aprirsi una nuova comunicazione coll'alto mare, scavando dietro il

convento di Brondolo un canale che doveva tagliare l'argine, e supplire

ai due porti che avevano chiusi i Veneziani.

[344] _Daniele Chinazzo, p. 745._

[345] _Daniele Chinazzo, p. 753. — Marin Sanuto, p. 704._

Il doge per impedire questo lavoro risolse di tentare una discesa

nell'isola di Brondolo. Egli aveva prese al suo soldo due compagnie di

mercenarj, in tutto di cinque mila uomini, e pensava di affidarne il

comando a Giovanni Acuto, ch'era stato chiamato a servire la repubblica.

Ma non arrivando così famoso avventuriere, fu posto alla testa delle

truppe di terra Carlo Zeno, mentre Vittore Pisani s'incaricò d'attaccare

con trentasei galere il convento di Brondolo.

Zeno il 19 febbrajo sbarcò sei mila uomini a Chiozza Piccola, e subito

attaccò la testa del ponte che unisce questa sobborgo alla città. Otto

mila Genovesi all'incirca si avanzarono su questo ponte per difendere il

loro ridotto, mentre avevano fatti uscire mille cinquecento uomini della

guarnigione di Brondolo per prendere i Veneziani alle spalle. Zeno

gettossi con tanta rapidità su quest'ultimo corpo, che non solo lo

ruppe, ma gli tagliò la ritirata sopra Brondolo. I fuggitivi

precipitaronsi allora sul ponte di Chiozza, dove scontraronsi nella

colonna genovese che marciava avanti, e le comunicarono il loro

spavento. La testa rinculava mentre le ultime file avanzavano ancora, e

questi due opposti movimenti accumularono talmente la folla in mezzo al

ponte, che non potè sostenerne il peso e si ruppe. Molti Genovesi si

annegarono nel canale, altri molti, rimasti sulla parte del ponte

separato dalla città, furono uccisi o fatti prigionieri. A questa

perdita tenne dietro ben tosto quella del convento di Brondolo rimasto

quasi privo di difensori, poi quella di dieci galere che Pisani tolse ai

Genovesi avanti ai mulini di Chiozza[346].

[346] _Daniele Chinazzo, p. 757. — Marin Sanuto, p. 704. — Georg.

Stellae Ann. Genuens., p. 1115. — Raphain Caresino, p. 452. —

Navagero Stor. Venez., p. 1604. — Caroli Zeni Vita, l. III, p. 239._

Dopo ciò i Genovesi trovandosi assediati non più nell'isola di Brondolo

ma nella medesima città di Chiozza, cominciarono a sentire la mancanza

di vittovaglie; e dovettero il giorno dopo distribuire le razioni con

maggiore economia: fecero allora uscire di Chiozza le donne ed i

fanciulli, che vennero umanamente accolti dai Veneziani.

La signoria di Genova, informata del pericolo in cui trovavasi a Chiozza

la sua flotta e l'armata, mandò per terra Gaspare Spinola, onde prendere

il comando della città[347], mentre che Matteo Maruffo partiva il 18

gennajo con 13 galere per il golfo Adriatico[348]. Maruffo prese cammin

facendo sette galere veneziane, che trovò cariche di viveri a

Manfredonia. In pari tempo Francesco Carrara fece entrare in Chiozza

quaranta barche cariche di vittovaglie, avendogli un'escrescenza d'acqua

aperti de' passaggi, che fin allora erano stati chiusi[349].

Combattevasi continuamente intorno a Chiozza, ed il valore de' Genovesi

punto non si smentiva ne' rovesci; ma le comunicazioni rendevansi ogni

giorno più difficili, i viveri si andavano consumando, ed i Veneziani,

tenendosi sicuri della vittoria, ricusavano la resa di Chiozza a prezzo

della quale lo Spinola voleva salvare la sua flotta[350].

[347] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1115._

[348] _Ubertus Folietae Hist. Genuens., l. VIII, p. 481._

[349] _Daniele Chinazzo, p. 760._

[350] _Ivi, p. 762._

Come i Veneziani avevano con impazienza aspettato cinque mesi prima la

flotta di Carlo Zeno, così i Genovesi, assediati a Chiozza, sospiravano

l'arrivo di Matteo Maruffo. Questi aveva chiamati sotto la sua insegna i

vascelli genovesi sparsi nel Mediterraneo, e dopo essersi rinfrescato a

Zara, comparve il 6 di luglio avanti al porto di Chiozza. Ma i Veneziani

avevano determinato di non esporre all'incertezza d'una battaglia un

vantaggio omai sicuro. Essi non conservarono che venticinque galere

armate, e le ritennero entro le lagune di cui avevano fortificate tutte

le aperture: il rimanente de' loro marinaj e soldati di marina vennero

distribuiti sopra varie barche ai confini dello stato di Padova. In tal

modo veniva tolta ogni comunicazione ai Genovesi di Chiozza tanto per

terra che per mare, e mentre Maruffo cercava con insulti d'ogni genere

di risvegliare il risentimento de' Veneziani per determinarli ad una

battaglia, questi non gli opponevano che il silenzio ed il riposo[351].

[351] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 481. — Raphain

Caresino Chron. Venet., p. 456._

Matteo Maruffo condusse allora la sua flotta a Fossone, ed occupò il

passaggio pel quale i Veneziani tiravano da Ferrara i loro convogli di

vittovaglie. Vittore Pisani uscì subito dal porto di Venezia per riavere

quest'importante comunicazione, offrì ancor egli la volta sua la

battaglia a Maruffo e lo trasse in alto mare. Ma quando, allontanandolo

da Fossone, ebbe dato tempo di entrare nella laguna ad un convoglio di

barche che aspettava da Ferrara, manovrò con tanta accortezza, che

riguadagnò la laguna, senza che il nemico potesse raggiugnerlo[352].

[352] _Daniele Chinazzo, p. 764. — Marin Sanuto, p. 709._

Ne' sei mesi che aveva durato l'assedio, i Genovesi avevano

successivamente perdute tutte le loro barche; ma questi industriosi

marinaj ne fabbricarono altre colle tavole e con varj mobili trovati in

città. Il 15 di giugno fecero forza di superare la palafitta de'

Veneziani per riavere i vascelli de' loro compatriotti, ai quali avevano

ordinato di recarsi a poca distanza dall'_Arzere_. Ma venivano essi

sopravvegliati dagli assedianti, e furono attaccati nel più difficile

momento, mentre attraversavano il Fossone; e malgrado la loro

resistenza, i battelli che avevano fatti con un'industria straordinaria,

e ne' quali era riposta tutta la loro speranza, vennero bruciati mentre

uscivano dal porto[353].

[353] _Marin Sanuto, p. 710._

Dopo questo sgraziato esperimento, gli assediati, pressati dalla fame,

chiesero nuovamente di capitolare: essendo state rifiutate tutte le loro

proposizioni, il 21 giugno si videro forzati d'arrendersi a discrezione.

Di quarant'otto galere, che si erano chiuse in Chiozza, non ne

rimanevano più di diecinove in buono stato; la guarnigione, che montava

al di là di quattordici mila uomini, era ancor essa diminuita assai, e

perchè i Veneziani licenziarono senza taglia i soldati avventurieri

ch'erano al soldo de' Genovesi, non condussero a Venezia più di quattro

mila prigionieri, abbandonando ai soldati vincitori tutto il bottino che

trovarono nella città[354].

[354] _Daniele Chinazzo, p. 767. — Marin Sanuto, p. 712. — Georgii

Stellae An. Gen. p. 1117. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 459.

— Vita Caroli Zeni, l. IV, p. 255. — Laugier Hist. de Venise, l.

XVI, p. 422._

La sommissione di Chiozza salvava l'esistenza della repubblica, ma non

terminava la guerra: Maruffo aveva ricevuto rinforzi da ogni banda, e

comandava nell'Adriatico una flotta genovese di trentanove galere, colla

quale minacciava tutte le città marittime de' Veneziani. Era esaurito il

tesoro di san Marco, le sue rendite quasi tutte prese dai nemici, i

particolari avevano per difesa della patria fatti prodigiosi sforzi, che

non potevano più lungamente sostenere; si erano sguarnite tutte le città

suddite per fortificare la capitale; e Francesco di Carrara ne aveva

approfittato per istrignere cogli Ungari l'assedio di Treviso, riducendo

questa città a grandi estremità. Matteo Maruffo conquistò

successivamente Trieste il 26 giugno, Capo d'Istria il 1.º luglio ed

Arbo l'8 agosto. Finalmente i Veneziani perdettero nello stesso tempo un

uomo, che apprezzavano assai più che le migliori città, l'ammiraglio

Vittore Pisani, morto a Manfredonia, ov'erasi recato a cercare

vittovaglie. L'idolo de' marinaj e l'eroe del popolo mai non erasi

mostrato più grande che nella sventura, nè più modesto ed umano che dopo

la vittoria. La morte d'un solo uomo non aveva mai cagionato in Venezia

il più profondo dolore, sebbene la repubblica conservasse ancora un

altro sostegno, un grand'uomo non meno caro al popolo, Carlo Zeno, che

fu nominato successore del Pisani[355].

[355] _Daniele Chinazzo, p. 772. — Marin Sanuto, p. 714. — Navagero

Stor. Venez., p. 1066. — Laugier Hist. de Venise, l. XVI, p. 435._

Durante l'inverno gli alleati contro di Venezia ascoltarono proposizioni

di pace e si aprì un congresso a Cittadella. Il re d'Ungheria, i

Genovesi, Francesco di Carrara ed il patriarca d'Aquilea esposero le

loro domande: la repubblica di Venezia sembrava apparecchiata ai più

grandi sacrificj, onde accettò quasi tutte le proposizioni de' suoi

nemici; ma invece d'inspirar loro colla sua moderazione più pacifiche

disposizioni, non tardò ad avvedersi, che ogni concessione faceva

nascere una nuova domanda; onde il 20 aprile del 1381 ordinò ai suoi

ambasciatori di ritirarsi, e ricominciarono le ostilità[356].

[356] _Daniele Chinazzo, p. 778._

Disperando i Veneziani di salvare Treviso, che fino dal cominciamento

della guerra trovavasi assediata da Francesco da Carrara e dagli Ungari,

la cedettero gratuitamente il 2 maggio a Leopoldo duca d'Austria, che

fin allora aveva mostrato di fare causa comune coi loro nemici, ma che

in tale occasione si disgustò col Carrarese, cui toglieva una conquista

che questi da tanto tempo così avidamente desiderava[357]. I Veneziani,

abbandonando in tal modo l'ultimo possedimento che avevano in terra

ferma, si liberavano da ogni inquietudine per gli affari del continente,

onde dirigere tutte le forze loro verso la guerra marittima. Carlo Zeno

era uscito dalle lagune con tredici galere, e sedici altre ne aveva

trovate nei mari della Grecia, che si posero sotto le sue insegne.

D'altra parte Gaspare Spinola comandava una flotta di trentuna galere

genovesi. Ma i due ammiragli, dividendo e riunendo di nuovo le loro

forze, s'andavano inseguendo alternativamente senza mai raggiugnersi; il

genovese minacciò le coste dell'Adriatico, il veneto quelle della

Liguria; e la maggior parte dell'estate si passò senza verun fatto

d'importanza[358].

[357] _Daniele Chinazzo, p. 793._

[358] _Ivi, p. 790._

E per tal modo la guerra trovavasi quasi ridotta a spedizioni di

corsari, ed a danneggiare ogni giorno i vascelli mercantili. L'ardente

odio che aveva messi l'un contro l'altro i due popoli maritimi, pareva

ormai esausto; ognuno sospirava la pace; ed il conte Amedeo di Savoja,

essendosi offerto mediatore, trovò tutte le potenze belligeranti

ugualmente disposte a negoziare. Spedirono i loro ambasciatori a Torino,

ed il trattato di pace venne sottoscritto l'8 agosto del 1381[359]. I

Veneziani evacuarono Tenedo e ne spianarono le fortificazioni; Francesco

di Carrara fu dichiarato sciolto da tutti gli obblighi che aveva in

forza del trattato del 1372, e ristabilito negli antichi suoi confini;

il re d'Ungheria restò possessore di tutta la Dalmazia e soltanto

s'impegnò a non dar pratica ai corsari; per ultimo vennero

reciprocamente rilasciati senza taglia i prigionieri. Così finì questa

accanita guerra, dopo avere tolti ai Veneziani tutti i possedimenti

continentali ed una ragguardevolissima parte delle loro ricchezze, e

dopo di avere fatta perdere ai Genovesi la più bella flotta ed il fiore

de' marinaj[360].

[359] _Marin Sanuto, p. 720. — Raphain Caresino, p. 464._

[360] _Daniele Chinazzo, p. 797. — Ubertus Folieta, l. VIII, p. 484.

— Marin Sanuto, p. 721. — Andrea Navagero, p. 1067. — Georg. Stellae

Ann. Genuens., p. 1119. — Laugier Hist. de Ven., l. XVII, t. V, p.

31. — Vita Caroli Zeni, l. VI, p. 297. — Joh. Lucii de Regno

Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. 1, t. III, Rer. Hung., p. 398._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16) · 第 6 / 15 题