_Uno spagnuolo._
_creato l'an., morto l'an._
Pietro di Luna, cardinale
diacono, del titolo di
santa Maria in Cosmedin 1375 1424
_Quattro Italiani._
Francesco Tebaldeschi, romano,
cardinale prete
del titolo di santa Sabina,
arciprete di san
Pietro 1368 1378
Pietro Corsino, fiorentino,
card. prete del titolo di
San Lorenzo 1370 1405
Giacomo Orsini, romano,
card. diacono del titolo di
san Giorgio in Velabro 1371 1379
Simone da Borsano, milanese,
card. prete di san
Giovanni e Paolo 1375 1381
_Undici Francesi._
Guglielmo d'Aigrefeuille,
card. prete di santo Stefano 1367 1401
Giovanni du Cros, vescovo
di Limoges, card. prete
de' santi Nereo ed Achilleo 1371 1383
Bertrando Lagier, vescovo
di Glandeves, card. prete
di santa Prisca 1371 1392
Roberto di Ginevra, arcivescovo
di Chambray,
card. prete de' 12 Apostoli 1371 1394
Pietro Flandrin, card. diacono
di sant'Eustacchio 1371 1381
Guglielmo di Nouveau,
card. diacono di sant'Agnese 1371 1390
Pietro di Veruche, abate
di Montmayeur, card.
diacono di santa Maria
in velo aureo 1371 1403
Ugo di Montrelaix, card.
prete dei 4 santi Coronati 1375 1384
Gui di Malesec, vescovo
di Poitiers, card. prete di
santa Croce in Gerusalemme 1375 1413
Pietro de Bernier, vescovo
di Viviers, card. prete di
san Lorenzo in Lucina 1375 1394
Gerardo du Puy, abate di
Marmoutier, card. prete
di san Clemente 1375 1389
_I cardinali assenti nell'epoca
del conclave erano_
Giovanni de la Grange,
vescovo d'Amiens, card.
prete di san Marcello,
in allora legato del papa
in Toscana 1375 1402
_I sei Francesi finalmente
ch'erano rimasti in Avignone
sono_
Pietro di Selvete Montirac
vescovo di Pamplona,
cancelliere della chiesa,
card. prete di sant'Anastasia 1356 1385
Giovanni de Blandiac, vescovo
di Sabina, card.
di san Marco 1361 1379
Ugo di san Marziale, card.
diacono di santa Maria
in Portico 1361 1403
Egidio Ascellino di Montaigu,
vescovo di Frascati,
card. prete di san
Silvestro 1361 1378
Angelo de Grimoard, vescovo
d'Albano, card.
prete di san Pietro _in
vincula_ 1366 1387
Guglielmo de Chanac, vescovo
di Mandes, card.
prete di san Vitale 1371 1394
Durante il tempo consacrato in apparenza alle esequie del precedente
papa, i cardinali chiamati ad eleggere il successore avevano di già
cominciati gli intrighi preparatorj a così importante nomina. I
Francesi, che di lunga mano formavano il maggior numero, erano divisi in
due fazioni. I Limosini sollevati alla romana porpora da Gregorio XI da
Clemente VI eccitavano la gelosia di tutti gli altri. Non volevasi
permettere che la santa sede continuasse ad essere una proprietà d'una
sola provincia, e quasi d'una sola famiglia. Altronde, i Limosini, che
formavano un partito regolare e numeroso, lusingavansi di dirigere
l'elezione a modo loro. In mezzo a tali contese, che non erano chiuse
nel sacro collegio, ma di già rendevansi pubbliche, vedevasi l'un
partito e l'altro egualmente determinato a non eleggere un italiano.
L'avversione de' cardinali francesi pel soggiorno di Roma era abbastanza
conosciuto, e si prevedeva che il nuovo pontefice sarebbesi affrettato
di ricondurre la corte in Avignone. Questo timore eccitò in Roma il più
vivo fermento: il popolo s'attruppò intorno al palazzo del Vaticano il
giorno medesimo in cui i cardinali si chiusero in conclave, per vedere
se colle sue grida potesse avere qualche influenza nella scelta. _Romano
lo volemo lo papa_, gridavano, _romano lo volemo, o almanco
italiano_[181]. Nel momento in cui i cardinali erano entrati in
conclave, la folla si era con loro precipitata in palazzo, _e questi
maledetti romani_, dice il biografo di Gregorio XI, _erano armati, e
ricusavano d'uscire_. Per altro dopo un'ora di tumulto, il vescovo di
Marsiglia li persuase tutti a ritirarsi, ad eccezione di una quarantina,
i quali visitavano tutti gli angoli dell'appartamento sotto colore
d'assicurarsi che non vi fossero corazzieri nascosti nel palazzo, e che
non vi fosse qualche segreta uscita, o qualche mezzo di comunicazione
col di fuori[182]. Mentre praticavano queste indagini, che accrescevano
l'inquietudine de' cardinali, il rimanente del popolo, adunato innanzi
alle porte, non cessava di gridare, _romano lo volemo, romano_.
[181] _Vita Gregorii XI penes Baluzium, p. 662, 663. — Vita ejusdem
ex Bosqueto, p. 654._
[182] _Vita Gregorii XI penes Baluzium, p. 662._
Prima che la plebaglia si fosse ritirata, due de' banderali di Roma
vennero in deputazione per parte di questa magistratura, e chiesero
udienza ai cardinali, che li ricevettero nella piccola cappella del
Vaticano. I banderali rappresentarono al sacro collegio quanto l'intera
cristianità aveva sofferto per avere i papi stabilita la loro residenza
fuori d'Italia. A Roma i templi ed i sacri edificj ruinavano; alcuni
cardinali non avevano pure visitate, in tutto il tempo della loro vita,
le chiese di cui portavano il titolo; essi le lasciavano derelitte,
sebbene loro ne incumbesse il mantenimento. Lo stato ecclesiastico era
stato invaso, dopo partiti i papi, dai tiranni che se lo erano diviso, e
non erasi riacquistato dal cardinale Albornoz che dopo un'accanita
guerra con grave dispendio del sangue dei popoli, e dei tesori della
cristianità. Era poi stato abbandonato a ministri venali, insolenti ed
arbitrari, i quali avevano fatta scoppiare una generale rebellione,
governando in un modo così diverso dal paterno modo della antica Chiesa.
Una guerra generale erasi accesa in Italia, ed il restante del mondo
cristiano si era esaurito per volere riacquistare province ch'erano
state forzate a ribellarsi. Fu per una veramente particolare
disposizione della Provvidenza, aggiugnevano, che il buon papa Gregorio
è venuto a morire in Roma, affinchè il senato della Chiesa, dovendosi di
nuovo adunare nella di lei capitale, fosse più a portata di conoscere i
sentimenti della greggia cui deve dare un pastore, e che i cardinali,
organi de' Romani, che in altri tempi sceglievano il proprio vescovo coi
loro suffragi, si uniformassero fedelmente alle intenzioni di coloro,
che sono incaricati già da alcun tempo di rappresentare[183].
[183] _Vita Gregorii XI ex additam. ad Ptolom. Lucens., 667. —
Thomas de Acerno de creatione Urbani VI, Rer. It. t. III, p. II, p.
716. — Raynaldus Ann. Eccles. 1378, § 4, p. 2._
I banderali ritiraronsi per lasciar deliberare i cardinali; poi furono
nuovamente introdotti, e Pietro Corsino, cardinale di Firenze, loro
rispose a nome del sacro collegio: che maravigliavasi della loro pretesa
d'influire sopra un'elezione, alla quale, nè il rispetto, nè il timore,
nè il favore, nè le grida del popolo dovevano aver parte; che i
cardinali andavano ad udire la messa dello Spirito Santo, e che lo
Spirito Santo determinerebbe solo colla sua ispirazione la scelta che
farebbero[184]. I banderali si ritirarono poco soddisfatti di questa
risposta, ed il popolo rinnovò le grida, _un romano volemo, un romano_.
[184] _Vita Gregorii XI penes Baluzium, p. 663._
Malgrado la fermezza con cui il cardinale vescovo di Firenze aveva
risposto, i clamori del popolo non lasciavano d'influire sul sacro
collegio. I cardinali esponevansi senza dubbio ad un grandissimo
pericolo, se totalmente disprezzavano la volontà di un popolo, pel quale
la scelta del suo pastore era della più alta importanza. I Romani non
avevano dimenticato, che il diritto di eleggere il papa loro spettava
tre soli secoli avanti; e più tardi ancora Luigi di Baviera e Cola da
Rienzo avevano rinfrescata la memoria di quest'importante privilegio. Il
partito degl'Italiani acquistò in conclave maggiore influenza, e la sua
alleanza venne a gara ricercata dalle due opposte fazioni dei Limosini e
del cardinale di Ginevra[185]. La sola loro adesione poteva decidere la
pluralità dei due terzi dei suffragi necessarj per eleggere un
papa[186].
[185] Roberto, avanti che morisse Gregorio XI, erasi adoperato assai
per formare un partito opposto ai Limosini, ed erane rimasto capo.
_Raynaldi An. Eccl. 1378, § 1, t. XVII, p. 1._
[186] _Additam. ad Ptol. Lucensem, p. 679_.
I Limosini, veduta l'impossibilità di fare che l'elezione cadesse sopra
uno di loro, scelsero una delle loro creature, che loro sembrava affatto
proprio a conciliare tutti i suffragi; era questi Bartolomeo Prignani,
arcivescovo di Bari, nato nel regno di Napoli. Costui era stato chiamato
in Avignone dal cardinale di Pamplona, limosino, cancelliere della
Chiesa, il quale lo aveva lungo tempo occupato nelle cose della
cancelleria. L'arcivescovo di Bari aveva vissuto tanti anni in Francia,
che quasi ritenevasi per francese; era suddito della regina di Napoli,
protettrice del partito opposto ai Limosini; come italiano doveva
piacere ai cardinali di questa nazione; e finalmente l'arcivescovo di
Bari, allora in età di circa sessant'anni, godeva opinione d'essere uomo
dotto e religioso assai.
Poichè i cardinali d'Aigrefeuille e di Poitiers, capi del partito
limosino, ebbero presentite le disposizioni dei loro colleghi, il primo,
all'indomani del loro congresso in conclave, chiese, immediatamente dopo
la messa dello Spirito Santo, che si raccogliessero i suffragi,
sembrandogli che il sacro collegio fosse bastantemente d'accordo[187].
[187] _Additam. ad Ptol. Lucensem, p. 680._
Essendosi tutti posti a sedere, tenendo l'ordine dell'anzianità, il
cardinale di Firenze ch'era il primo dei vescovi, nominò ad alta voce
per papa il cardinale di san Pietro. Il cardinale di Limoges, ch'era il
secondo tra i vescovi, levossi e disse: «Il signor cardinale di san
Pietro non ci conviene per papa, perchè è romano; parrebbe, eleggendolo,
che noi avessimo ceduto alla violenza, ed ai clamori del popolo; inoltre
egli è vecchio ed infermo. Nè il cardinale di Firenze ci conviene meglio
perchè appartiene ad una città attualmente in guerra colla Chiesa.
Rifiutò egualmente il cardinale di Milano, suddito di un tiranno, e del
più acerrimo nemico della religione. Per ultimo il cardinale Giacomo
Orsini è romano, ed è troppo giovane. Perciò adunque io eleggo e scelgo
per papa il signor Bartolomeo arcivescovo di Bari[188].»
[188] _Thomas de Acerno, de creatione Urbani VI, p. 719. — Additam,
ad Ptol. Lucens, p. 681. Raynald. Ann. Eccles._ — Secondo l'abate di
Sisterone, e conformemente alla deposizione del vescovo di Recanati
e Macerata.
I Cardinali di Glandeve, d'Aigrefeuille, di Ginevra, di Milano, tutti
finalmente diedero il loro suffragio all'arcivescovo di Bari, ad
eccezione del cardinale di Firenze, che aveva di già emesso il suo, e
del cardinale Orsini, che dichiarò di non volere in quel giorno eleggere
il papa. Essendosi i cardinali ritirati nelle loro celle per dire le
loro ore, si riunirono poco dopo nella cappella e fecero un secondo giro
di suffragi. Il cardinale di Firenze si unì alla maggiorità, e diede la
sua voce cogli altri all'arcivescovo di Bari, che fu canonicamente
eletto. Il solo Orsini si mantenne nella sua opposizione. Aveva aspirato
egli stesso al pontificato, ed erasi lusingato di ottenerlo, coll'ajuto
delle grida del popolo, che andava sulla piazza ripetendo, _romano lo
volemo_[189]!
[189] _Thomas de Acerno, de creatione Urbani VI, p. 720._
Frattanto i cardinali temevano d'annunciare al popolo che l'eletto papa
non era romano, tanto più che per antica consuetudine era permessa una
grande licenza nel momento dell'elezione, e che il popolo s'arrogava il
diritto di saccheggiare il palazzo del nuovo pontefice. Siccome le grida
raddoppiavano innanzi al Vaticano, il cardinale Orsini s'affacciò ad una
finestra, e fece fare silenzio, dicendo al popolo che il papa era
nominato. Quando gliene fu chiesto il nome, rispose: _andate a san
Pietro, e lo saprete_. Il vocabolo di san Pietro, ripetuto nella folla,
fece credere che fosse stato eletto il cardinale di san Pietro: tutta la
città tripudiò e la casa del Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, fu
saccheggiata da cima in fondo. Mentre il popolo vi accorreva, i
cardinali avevano fatto entrare in Vaticano l'arcivescovo di Bari con
molti altri prelati. Il popolaccio di ritorno dal saccheggio, vedendo
che non aprivasi il palazzo, ne atterrò le porte per rendere omaggio al
cardinale di san Pietro; e l'inquietudine de' cardinali raddoppiò,
quando videro che il popolo credeva di avere ottenuto quanto desiderava,
e che conveniva disingannarlo. Cercarono perciò di salvarsi colla fuga
gli uni per la gran porta che il popolo aveva atterrata, altri per le
camere dei cappellani, e quando nel fuggire si scontravano nella folla,
la confermavano nel suo errore. I Romani si precipitavano nella piccola
cappella ov'era rimasto il cardinale di san Pietro, l'adoravano e gli
chiedevano la benedizione. Il vecchio Tebaldeschi poteva gridare a posta
sua: «non sono io l'eletto, io non sono papa; nè voglio esserlo.» La
debole sua voce non era udita in tanto tumulto, e que' medesimi che
potevano udirlo, credevano che dicesse così per modestia[190]. Più
l'errore andava accreditandosi e più i cardinali temevano l'istante in
cui il popolo verrebbe tolto d'inganno; perciò la maggior parte di loro
uscì di città dopo aver detto ai loro amici che il vero papa era
l'arcivescovo di Bari. I cardinali Orsini e sant'Eustachio si
rinchiusero a Vicovaro, Roberto di Ginevra a Zagarolo, quelli di
Limoges, d'Aigrefeuille, di Poitou, di Viviers, di Bretagna e di
Marmoutiers ritiraronsi in castel sant'Angelo, il cardinale di
sant'Angelo si riparò a Guardia, e gli altri di Firenze, di Milano, di
Montmayeur, di Glandeve e di Luna, rimasero soli nelle proprie case.
[190] _Thomas de Acerno, p. 721._ — Secondo il Rinaldi che riferisce
le deposizioni di molti vescovi, quelli che venivano informati
dell'elezione del Bari volevano ucciderlo, _t. XVII, p. 6_.
Frattanto l'arcivescovo di Bari era in Vaticano, e non meno atterrito
degli altri, stava nascosto in una segreta camera, mentre il popolo
saccheggiava tutte le provvigioni fatte per il conclave. La susseguente
mattina, il 9 aprile, quest'arcivescovo mandò Tommaso d'Acerno, vescovo
di Lucera, dal quale abbiamo presa la maggior parte di queste
particolarità, ad intendere dai cardinali cosa foss'egli, e cosa dovesse
fare. Il cardinale di Fiorenza rispose che l'arcivescovo di Bari era il
vero e legittimo papa; mandò ad informare dell'accaduto i banderali, che
stavano adunati in Campidoglio, e siccome il popolo erasi calmato, i
banderali promisero che il nuovo pontefice sarebbe accetto al popolo, e
riconosciuto, sebbene non romano. Frattanto i cinque cardinali rimasti
in Roma recaronsi in Vaticano presso l'arcivescovo di Bari, che per anco
non aveva accettata la sua elezione. Fu d'uopo spedir varj messi ai
cardinali chiusi in sant'Angelo, prima che si potesse persuaderli ad
uscire[191]. Vennero finalmente ad unirsi agli altri; ed allora il
cardinale di Firenze, come decano, presentò l'arcivescovo di Bari al
sacro collegio con un sermone su questo testo; _Talis debebat esse, ut
esset nobis pontifex impollutus_: l'eletto prese per testo della sua
risposta: _timor et tremor venerunt super me, et contexerunt me
tenebrae_. Per uniformarsi al suo testo non parlò che dello spavento che
gli cagionava così alta dignità, e della sua incapacità di occupare
degnamente il pontificato. Il cardinale di Firenze interruppe questo
discorso, pregandolo di lasciare per allora da un canto la spiegazione e
la parafrasi del suo testo; poichè non costumavasi di fare in
quell'istante un discorso formale; e lo strinse a dire positivamente se
accettava l'elezione che di lui era stata fatta in nome del Signore.
L'arcivescovo di Bari rispose che l'accettava, prese il nome d'Urbano
VI, ed i cardinali, avendo intuonato il _Te Deum_, l'innalzarono sul
trono[192].
[191] _Thomas da Acerno, p. 722._
[192] _Additam. ad Ptolom. Lucensem, p. 684._
Nei successivi giorni i cardinali d'Aigrefeuille, di Limoge e di Poitou,
che avevano avuta la principale parte nell'elezione d'Urbano VI,
chiesero e da lui ottennero alcune grazie. Durante la settimana santa i
cardinali, ch'eransi allontanati, tornarono a Roma, e tutti assistettero
alla coronazione il giorno di Pasqua, e l'accompagnarono in pompa alla
basilica di san Giovanni di Laterano[193].
[193] _Thomas de Acerno, de creat. Urbani VI, p. 723. — Theodorici a
Niem de Schismate, Editio Basileæ in fol. 1566, l. I, c. 2, p. 2._ —
Una lettera dei 16 cardinali per comunicare ai loro colleghi rimasti
in Avignone l'elezione unanime d'Urbano VI è riportata dal _Raynaldi
an. 1378, t. XVII, p. 8_.
Per tal modo l'elezione del capo della Chiesa era compiuta: il tumulto
del popolo che l'aveva accompagnata non aveva altrimenti determinata la
scelta de' cardinali, che per lo contrario temevano d'avere con questa
medesima scelta provocato lo sdegno del popolo. Altronde essi avevano
riconosciuta e confermata nella calma un'elezione ch'era stata
accompagnata da alcune burrascose circostanze. Ma comunque regolare
fosse quest'elezione, era essenzialmente cattiva, perciocchè la scelta
dei cardinali difficilmente avrebbe potuto cadere sopra un uomo più
imprudente, più collerico, più vano, e più proprio a farsi odiare. A
questi difetti soltanto conviene attribuire l'abbandono in cui si trovò
ben tosto, quando l'intero collegio de' cardinali, che l'aveva creato e
riconosciuto, dichiarossi contro di lui.
Urbano cominciò ad alienare i prelati della sua corte con i suoi sforzi
per la riforma della Chiesa. Petrarca aveva spesse volte rimproverato
agli ecclesiastici francesi la loro ghiottonerìa; Urbano volle ridurli a
non avere che un solo piatto sulla mensa, ed egli medesimo ne dava
l'esempio. Volle altresì frenare la simonia, e minacciò di scomunicare i
cardinali che accettassero doni. Queste lodevoli riforme non erano nè
annunciate, nè eseguite colla debita moderazione e prudenza. In altre
occasioni il pontefice si fece ancora conoscere mancante di queste
virtù. Egli annunciò la sua ferma disposizione di non lasciar più Roma,
ed ordinò ai cardinali di prepararsi a passarvi gl'inverni. I banderali
di Roma avendolo pregato di fare una nuova promozione, secondo la
costumanza degli altri pontefici, egli rispose in presenza de' cardinali
oltramontani, che non solo aveva determinato di fare una promozione, ma
che la farebbe così numerosa, che d'ora innanzi i cardinali romani ed
italiani sarebbero nel sacro collegio più potenti che gli stranieri. Il
cardinale di Ginevra, che trovavasi presente a questa risposta impallidì
per la collera, ed uscì all'istante. Ne' concistori segreti Urbano VI
usava ancora minore ritenutezza; interrompeva i cardinali coi più
offensivi discorsi; hai parlato abbastanza, diceva ad uno; taci, che non
sai quello che tu ti dica, diceva ad un altro. Ed una volta giunse
perfino all'eccesso di chiamare _sciocco_ il cardinale Orsini[194], e di
dire al cardinale di san Marcello, quando questi tornò dalla sua
legazione di Toscana, che aveva rubato il danaro della Chiesa: _tu ne
menti come un Calabrese_, rispose lo sdegnato prelato, che sentiva come
gentiluomo francese l'ingiuria che gli si faceva[195].
[194] _Item cardinali de Ursinis dixit quod erat unus sotus. Thomas
de Acerno, p. 725._
[195] Giovanni della Grange, del titolo di san Marcello, cardinale
vescovo d'Amiens. _Ap. Raynald. an. 1378, § 45, p. 22._
I cardinali, cui la rozzezza del papa riusciva insopportabile[196],
ottennero gli uni dopo gli altri la licenza di ritirarsi ad Anagni, ove,
in conformità degli ordini dati da Gregorio, avevano fatti degli
apparecchi per passarvi l'estate. Urbano VI, che dopo la loro partenza
era rimasto in Roma, invece di seguirli, come n'aveva avuto prima
intenzione, andò a stabilirsi a Tivoli, e loro ordinò di raggiugnerlo. I
cardinali, che avevano fatte ragguardevoli spese, e che si trovavano
senza danaro, non volevano abbandonare tutti gli apparecchi che avevano
fatti ad Anagni, ed esporsi a maggiori spese a Tivoli, ove non eranvi
case in istato di riceverli. Mentre disputavano intorno a quest'ordine,
riscaldando l'odio loro contro Urbano VI col ricordare le ingiurie da
lui ricevute, Onorato Caietano, conte di Fondi, venne a ritrovarli ed
aggiunse la sua collera all'odio loro. Egli aveva prestati mille fiorini
a Gregorio XI, ed Urbano ricusava di restituire questa somma, e perfino
di riconoscere il debito, pretendendo che il suo predecessore avesse
erogata tale somma in suo privato uso e non a vantaggio della Chiesa.
Aveva fatto di più; inasprito da questa contesa, aveva dichiarato il
conte di Fondi decaduto dalla contea di Campania, e gli aveva sostituito
il suo personale nemico, Tommaso di S. Severino. Il conte di Fondi aveva
di già cercato di farsi giustizia colle armi, e si era colla forza reso
padrone di alcuni castelli della Campania[197].
[196] _Theodorici a Niem de Schism., l. I, c. 4, 5 e 6, p. 5._
[197] _Thomas de Acerno, p. 726._
Era la fine di giugno quando i cardinali si erano ritirati ad Anagni;
l'arcivescovo d'Arles cameriere del defunto papa Gregorio XI, andò a
raggiugnerli, portando loro la tiara ed i giojelli della corona. Il
comandante di castel sant'Angelo, creatura del cardinale di Montmayeur,
ricusò di più oltre ricevere gli ordini d'Urbano VI; il cardinale
d'Amiens procurò l'alleanza di Francesco di Vico, signore di Viterbo,
prefetto di Roma e ribellatosi contro la Chiesa[198]. Finalmente il
cardinale di Ginevra, che aveva avute colla compagnia de' Bretoni troppo
strette relazioni pel suo onore, trattò con questa compagnia per farla
passare in Anagni al servizio de' cardinali. I Romani vollero fermarlo
al passaggio del ponte Salario, ma vi furono rotti colla perdita di più
di cinque cento uomini. I cardinali, resi orgogliosi da questa vittoria
e dal sentimento delle loro forze, dichiararono al papa che più non
ritornerebbero presso di lui, nè a Tivoli, nè a Roma; consultarono
seriamente se dovevano dargli un coadjutore per amministrare la Chiesa,
e dopo qualche incertezza, deliberarono di annullare piuttosto la sua
elezione sotto pretesto che non era stata libera.
[198] _Additam. ad Ptol. Lucens., 687._
Ma non si ridussero subito a quest'estremo, perchè i cardinali italiani,
non meno scontenti del papa di quel che lo fossero i francesi, temevano
non pertanto di entrare in disamine, e di far passi, che potessero
richiamare la santa sede al di là dai monti. Cercavano adunque di farsi
mediatori tra i due partiti. Tutti e quattro assistettero a diversi
concistori tenuti da Urbano VI a Tivoli; quelli di Firenze, di Milano, e
l'Orsini stabilirono la loro dimora a Subiaco presso Anagni, e quando i
cardinali francesi abbandonarono in agosto Anagni per recarsi a Fondi,
colà invitati dal conte di quella città, i tre italiani li seguirono
fino a Suessa. Il quarto, Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, tornò a
Roma col papa, e colà morì, dichiarando quando stava per spirare,
ch'egli teneva Urbano VI per legittimo pastore della Chiesa[199].
[199] _Thomas de Acerno, p. 728._ — La dichiarazione del Tebaldeschi
è stampata negli _Annali ecclesiastici, p. 19_.
La morte del Tebaldeschi privò Urbano VI del solo cardinale che gli
fosse rimasto veramente fedele; i tre italiani senza rifiutarlo, e senza
volere compiutamente associarsi agli oltramontani, avevano cessato di
ubbidirgli; ed i francesi, poichè furono sicuri dell'appoggio del re di
Francia e della regina Giovanna, pronunciarono di comune consentimento,
il 9 agosto 1378, che la santa sede era vacante. Dichiararono che
Bartolomeo Prignani, che facevasi chiamare Urbano VI, era stato
illegalmente eletto in mezzo ad un popolo ammutinato; e perchè essi
formavano più de' due terzi del sacro collegio, protestarono
solennemente contro un'elezione, che dichiaravano nulla, poichè
l'avevano fatta contro la loro volontà.
Urbano VI, ch'era rimasto solo a Roma, ove non aveva potuto richiamare
nè pure i cardinali italiani, fece nella festa dei quattro tempi di
settembre una promozione di ventinove nuovi cardinali. I cardinali
anziani inaspriti da tale notizia, tennero il 20 settembre un concistoro
a Fondi nel quale determinarono di chiudersi in conclave per procedere
all'elezione di un nuovo papa. La scelta cadde ben tosto sopra Roberto
di Ginevra; i suoi talenti ed il suo carattere fecero loro dimenticare
la carnificina di Cesena, e lo scandalo della guerra di Romagna. Roberto
prese il nome di Clemente VII; i cardinali italiani non vollero dargli
le loro voci, ma nemmeno tornarono a Roma. Essi ritiraronsi in diverse
ville della Campania, o ne' castelli degli Orsini, senza prendere
apertamente parte nello scisma, che incominciò a quest'epoca a dividere
il cristianesimo[200]. La Spagna e la Francia seguirono colla regina di
Napoli le parti di Clemente VII; l'Italia, la Germania, l'Inghilterra,
l'Ungheria ed il Portogallo s'attaccarono ad Urbano VI. Intanto
l'autorità pontificia fu quasi distrutta dalla divisione della Chiesa
fra due uomini, niuno de' quali poteva conciliarsi il rispetto del mondo
cristiano.
[200] _Thomas de Acerno, p. 729. — Theodoricus a Niem de Schismate,
l. I, c. 9 e 10, p. 9._
In uno de' concistori da Urbano VI preseduti a Tivoli coll'assistenza
de' quattro cardinali italiani, egli aveva sottoscritta la pace colla
repubblica fiorentina a condizioni affatto diverse da quelle che aveva
domandato Gregorio XI nel congresso di Sarzana. Le ostilità non eransi
rinnovate dopo lo scioglimento di questo congresso, non avendo la
repubblica voluto esasperare il nuovo pontefice; ed aveva cercato di
buon ora di approfittare delle difficoltà in cui trovavasi ravvolto, per
riprendere il trattato. Ella acconsentì di pagargli per i danni della
guerra settanta mila fiorini entro un anno, e cento ottanta mila nello
spazio di quattro anni; ed in cambio la repubblica venne assolta con
tutti i suoi alleati dalle censure ecclesiastiche nelle quali era
incorsa[201].
[201] _Thomas de Acerno, p. 727. — Gino Capponi del tumulto de'
Ciompi, t. XVIII, p. 1111._ — La pace tra il papa e Perugia fu
soscritta verso lo stesso tempo, e pubblicata il 4 di gennajo 1379.
— _Pompeo Pellini Hist. di Perugia, p. I, l. IX, p. 1238._
Potrebbe taluno maravigliarsi come, dopo tante vittorie ottenute in una
giusta guerra, la repubblica acconsentisse ancora a pagare
indennizzazioni ad un nemico ch'ella non poteva più temere; ma tutte le
guerre delle altre potenze colla Chiesa eransi terminate nello stesso
modo, ed i popoli si credevano obbligati di cancellare con un clamoroso
soddisfacimento lo scandalo dato alla cristianità, combattendo il comune
pastore. Altronde Firenze non era omai più in istato di proseguire le
sue vittorie, come non lo era il papa di vendicarsi. L'una e l'altra
potenza erano nello stesso tempo indebolite da un'interna discordia, che
loro non permetteva di pensare agli affari esterni. L'anno 1378 non fu
meno funesto alla pace di Firenze, che a quella della Chiesa: essa fu
l'epoca della più violenta rivoluzione della repubblica, e del gran
scisma della Chiesa.
Le due fazioni che dovevano scuotere lo stato, avevano annunziata la
loro esistenza durante la guerra colla Chiesa; erano esse nate dalla
divisione tra gli Albizzi ed i Ricci, di cui abbiamo altrove parlato. I
primi, alleati colle più antiche famiglie guelfe, che cominciavasi
allora ad indicare col nome di nobiltà popolare, erano secondati dalla
magistratura di parte guelfa. Pietro degli Albizzi, Lapo di
Castiglionchio e Carlo Strozzi erano capi di questa fazione. Il capo
dell'opposta parte, Uguccione dei Ricci, era morto, dopo avere in parte
perduta la sua popolarità; ma Giorgio Scala e Tommaso Strozzi l'avevano
rimpiazzato. La fazione loro era la democratica; pure vi si trovavano
altresì i Ricci, gli Alberti ed i Medici, che, come i loro avversarj,
facevano parte della nobiltà popolare. Le loro famiglie di origine
egualmente plebea, eransi da lungo tempo, per mezzo del commercio,
innalzate ad una grande ricchezza e ad un grandissimo credito.
La fazione dei Ricci era stata gagliardamente abbassata nel 1372, quando
un gran numero de' suoi membri vennero esclusi dal governo o ammoniti
come Ghibellini; ma ella si era rialzata in tempo della guerra colla
Chiesa. L'intera repubblica pareva che avesse adottati i principj dei
Ghibellini; e gli otto della guerra, che avevano procurato alle armi di
Firenze così grandi successi, e che erano stati così gloriosamente
riconfermati d'anno in anno, appartenevano tutti al partito dei Ricci o
dei Ghibellini[202].
[202] _Leonardo Aretino, l. IX, in principio._
Due magistrature di parte esistevano dunque nella repubblica in
opposizione l'una coll'altra; e si videro con maraviglia, verso il fine
della guerra colla Chiesa, i capitani di parte guelfa, resi arditi dalla
gelosia che gli otto della guerra avevano in fine eccitata, attaccarsi
ai loro clienti, talvolta a loro medesimi per ammonirli come Ghibellini.
Furono veduti fare un irremissibile delitto ai figliuoli dell'avere i
loro antenati fatta guerra alla Chiesa uno o due secoli prima; mentre
essi, mentre la repubblica, trovavansi in guerra colla Chiesa; mentre
questa spigneva i suoi attacchi con un vigore che gli antichi Ghibellini
non avevano conosciuto[203].
[203] In aprile del 1378 i capitani ammonirono Giovanni Dini, uno
degli otto della guerra e de' più rispettati uomini dello stato.
_Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 786, p. 207. — Scipione Ammirato,
l. XIII, p. 213._
La parte guelfa, resa forte dall'unione di tutti coloro ch'erano gelosi
degli otto della guerra e dall'antica nobiltà, pensò di potere
approfittare alla morte di Gregorio XI dei trattati di pace colla Chiesa
per ricuperare un assoluto impero sopra la repubblica. Avevano essi
troppo inasprita l'opposta fazione, perchè fosse ancora possibile un
riconciliamento; perciò erano essi determinati di cacciare fuori di
città i loro avversarj, dietro l'esempio degli antichi guelfi, e
d'impadronirsi a viva forza del palazzo dei priori[204]. Era in aprile
del 1378, quando i tre capi di parte deliberarono intorno a questo
progetto. Lapo di Castiglionchio ne voleva affrettare l'esecuzione,
tanto più che le borse donde si tiravano a sorte i priori, essendo quasi
vuote, sapevasi che vi restava ancora una signoria affatto ghibellina,
di cui Salvestro de' Medici, uomo intraprendente, ed uno de' più
pericolosi avversarj dei Ricci, sarebbe gonfaloniere. Quando questi
magistrati sarebbero in seggio, si poteva temere che essi medesimi non
cominciassero l'attacco. Pietro degli Albizzi per lo contrario voleva
differire fino alla prossima festa di san Giovanni, per approfittare
dell'affluenza dei contadini, che in tal giorno accorrevano da ogni
banda alla città, confondendo tra questi gli uomini di cui volevano
servirsi. Lapo acconsentì di mal animo a questo ritardo; furono prese
delle misure insufficienti per impedire che Salvestro de' Medici
occupasse la carica di gonfaloniere, e si aspettò in riposo la prossima
estrazione[205].
[204] _Macchiavelli delle Ist. Fior., l. III, p. 212._
[205] _Scipione Ammirato, l. XIII, p. 714. — Marchione de Stefani,
l. IV, Rub. 787, p. 208._
Questa diede la signoria dei mesi di maggio e di giugno, alla testa
della quale si trovò Salvestro de' Medici come gonfaloniere[206]. Il
Medici d'accordo con Benedetto Alberti, Tommaso Strozzi e Giorgio Scali,
erano risoluti di opporsi alle usurpazioni segrete dei grandi. Volevano
impedire ai capitani di parte guelfa di cambiare la costituzione in
oligarchia coll'ajuto delle vane accuse di ghibellinismo. La sorte aveva
designato Salvestro de' Medici il 18 giugno per essere prevosto; dignità
che gli dava il diritto di proporre ai consigli nuove leggi e
riforme[207]. Egli ne approfittò per far adunare il consiglio del
popolo, mentre in un'altra sala del pubblico palazzo egli presiedeva al
collegio delle compagnie. Propose a quest'ultima assemblea una legge,
che rinnovava l'ordinanza di giustizia contro i grandi, che minorava
l'autorità dei capitani di parte, e che apriva agli ammoniti una strada
per ricuperare gli onori dello stato. Questa legge incontrò una
gagliarda opposizione nel collegio. Allora Salvestro, abbandonando il
suo luogo senz'essere osservato, passò nella sala ove stava adunato il
consiglio del popolo. «Io aveva creduto, diss'egli, che il mio dovere di
gonfaloniere mi obbligasse a reprimere l'insolenza de' grandi, ed a
correggere leggi, il di cui abuso forma l'infelicità della repubblica;
ma ho trovato tra i nemici del popolo una così gagliarda opposizione,
che lungi dal poter apportare rimedio al male, non mi è pure permesso di
far conoscere ai miei concittadini i regolamenti che aveva proposti.
Poichè trovomi nell'impossibilità di fare il bene, non voglio più lungo
tempo occupare una carica, di cui la pubblica diffidenza mi toglie
d'esercitarne la più augusta funzione. Io rinuncio al gonfalone, e torno
a casa mia per vivere da privato[208].» Nel pronunciare queste parole
Salvestro scese dalla tribuna. Ma il suo discorso aveva eccitato in
consiglio il più vivo fermento. Entraronvi i priori ed il collegio per
calmare il tumulto, e ritennero Salvestro de' Medici, che partiva, o
fingeva di partire. Frattanto tutto il partito degli Albizzi era dai
plebei minacciato; Carlo Strozzi venne preso al collare da un plebeo,
che gli disse essere giunto il termine della potenza de' grandi[209]. E
perchè le parti si riscaldavano, Benedetto degli Alberti s'avvicinò alla
finestra, e chiamò i cittadini alle armi, gridando _viva il popolo!_
All'istante si chiusero le botteghe, la piazza si empì di persone
armate, che colle loro acclamazioni diedero subito a conoscere, ch'erano
del partito degli otto della guerra e de' plebei. Dall'altro canto i
gentiluomini e gli amici degli Albizzi eransi adunati nel palazzo della
parte guelfa, ma non trovandovisi che in numero di circa trecento, si
separarono volontariamente. Il collegio intanto s'accorse d'essere il
più debole, onde approvò la legge proposta da Salvestro de' Medici, che
prima aveva rifiutata. Questa legge venne immediatamente portata al
consiglio del popolo, che la sanzionò[210].
[206] _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi. Rer. Ital., t. XVIII, p.
1103._
[207] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 790, t. XV, p. 4._
[208] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 214. — Gino Capponi
Tumulto dei Ciompi, p. 1104. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 717._
[209] _Gino Capponi, t. XVIII, p. 1105._
[210] _Macchiavelli Stor. Fior., l. III, p. 216._
Il movimento popolare pareva calmato, i cittadini ed i consiglieri del
popolo si ritiravano in pace alle case loro; ma ognuno era d'opinione
che la contesa non fosse finita; che i vinti non soggiacerebbero alla
disfatta, e che i vincitori non sarebbero contenti della loro vittoria.
Di già i più timidi si premunivano contro le rivoluzioni credute
inevitabili. Gli uni afforzavano le case loro, altri trasportavano nelle
chiese o ne' monasteri i loro più preziosi effetti, onde porli in
sicuro; le botteghe non si aprivano, e l'aspetto della città annunziava
la diffidenza o la guerra.
Il domani l'altro era giorno di domenica; ed i corpi delle arti e
mestieri approfittarono di questo dì di riposo per adunarsi tutti
separatamente; nominarono commissarj per conferire coi priori intorno
allo stato della repubblica; e le loro deliberazioni accrebbero il
fermento. Invece di ristrignersi a confermare l'ultima pacificazione si
andò ansiosamente cercando tutto ciò di cui il popolo potev'essere mal
soddisfatto; si trovarono dei giusti motivi del suo malcontento, perchè
se ne trovano sempre; e mentre si voleva arrecarvi rimedio, si faceva
alla moltitudine conoscere che aveva ragione di lagnarsi e di volersi
vendicare.
Il popolo di Firenze era diviso in varie corporazioni politiche, i
quartieri, le compagnie delle milizie, e le arti. Ognuna di tali
divisioni aveva certi diritti e certa parte alla sovranità; ognuna era
rappresentata nel governo della repubblica; ma la più importante di
queste classificazioni era quella delle arti e de' mestieri; perchè in
uno stato mercantile, era la più intimamente legata al lavoro che dava
di che vivere ad ogni cittadino. Eravi un rapporto assai più immediato
tra tutti gl'interessi, tutta l'esistenza de' mercanti o degli artigiani
d'uno stesso mestiere, che non fra i vicini d'uno stesso quartiere, o
tra i fratelli d'armi della medesima compagnia. I mestieri che a Firenze
avevano un'esistenza politica erano ventuno, de' quali i sette più
ricchi ed onorati chiamavansi _arti maggiori_. Questi, ne' quali
trovavansi interessati i più ricchi negozianti della repubblica,
favorivano la nobiltà popolare, la magistratura dei Guelfi e la parte
degli Albizzi. Le arti minori provavano una viva gelosia contro
quest'aristocrazia. Eravi in oltre una numerosa classe di artigiani, che
non avevano un'esistenza politica, ma che, lavorando per conto d'altri,
venivano risguardati come loro dipendenti. L'arte o manifattura della
lana, che aveva acquistata in Firenze la più alta importanza, e che
teneva il primo rango tra le arti maggiori, aveva sotto la sua
dipendenza i cardatori delle lane, i tintori, i tessitori, tutti gli
operaj infine che venivano adoperati dai fabbricatori di stoffe.
Lagnavansi questi operaj, e forse talvolta a ragione, di non poter
ottenere giustizia contro i loro padroni, quando ricorrevano al
tribunale civile, che l'arte della lana aveva stabilito per decidere le
differenze che nascevano tra i membri[211]. Le fazioni aristocratica e
democratica trovavansi dunque di nuovo in contrasto; ma, dopo
l'abbassamento dell'antica nobiltà, si era veduto sorgere tra i mestieri
l'antico loro spirito, che si manifestava per l'opposizione tra le arti
maggiori e minori, e per la gelosia che le arti subalterne nudrivano
contro i mestieri da cui esse dipendevano.
[211] _Macchiavelli Istor. Fior., l. III, p. 225._
In questa congiuntura si vide, non senza inquietudine, il martedì 22
giugno, ognuna delle arti spiegare il suo stendardo innanzi alla sua
borsa o luogo d'adunanza. I priori, per prevenire la burrasca ond'erano
minacciati, adunarono il consiglio del popolo, il quale a loro
persuasione nominò una balìa, cui accordò un'autorità dittatoriale per
la riforma della repubblica. La signoria, il collegio, gli otto della
guerra, i capitani di parte ed i sindaci delle arti, furono tutti
ammessi in questa balìa; ma mentre stava deliberando, i corpi de'
mestieri eransi di già mossi e recati in sulla piazza coi loro stendardi
e le loro armi[212].
[212] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 217._
Questa truppa di gente armata non rimase lungamente in riposo; molti
erano inaspriti da lunghe ingiurie, altri animati dall'ambizione, o
avidi di saccheggio. Mentre le arti maggiori tenevansi ferme in piazza,
le minori ed il basso popolo si mossero per attaccare la casa di Lapo da
Castiglionchio[213], il quale travestito da monaco si ritirò nel
Casentino, deplorando l'ostinazione di Pietro degli Albizzi, che non
aveva voluto prevenire i suoi nemici, attaccandoli il primo, ed
accusando la propria debolezza per avere ceduto all'ostinata opinione
dell'amico. La casa di Lapo fu saccheggiata e bruciata, come pure quella
dei Bondelmonti, ed i palazzi di Carlo Strozzi, dei Pazzi, di Migliore
Guadagni, degli Albizzi, e di molti altri capi dei partito guelfo[214].
[213] _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi, p. 1106._
[214] _Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p. 1107. — Marchione de
Stefani, l. X, Rub. 792, t. XV, p. 8. — Scipione Ammirato, l. XIV,
p. 719._
Uno de' priori, Pietro da Fronte, seguiva a cavallo gl'insorgenti con
alcuni arcieri del palazzo, ed ottenne finalmente colle sue esortazioni,
colle minacce, e col supplicio di alcuni, di calmare il furore degli
altri. La notte fu tranquilla, ma la balìa, spaventata da questo
tumulto, risolse all'indomani d'appagare il popolo con nuove
concessioni. Preparò una legge in forza della quale gli ammoniti
dovevano essere rimessi in possesso dei diritti di cittadinanza, a
condizione per altro che per tre anni non eserciterebbero le
magistrature; abolì le leggi che davano ai capitani di parte una così
formidabile autorità, e dichiarò ribelli Lapo da Castiglionchio, ed
alcuni suoi partigiani[215].
[215] Gli atti di questa balìa sono stampati. _Delizie degli Eruditi
Toscani, t. XV, Monum., p. 145._ — Vedasi _Macchiavelli, l. III, p.
219. — Gino Capponi, p. 1107._
Si estrassero quindi a sorte i nuovi priori, e la carica di gonfaloniere
di giustizia toccò a Luigi Guicciardini. La nuova signoria venne
installata il primo luglio, senza cerimonie, nel pubblico palazzo,
temendosi che la pompa, che d'ordinario accompagnava tale atto, non
eccitasse qualche popolare movimento. I priori, che avevano opinione
d'essere uomini pacifici ed imparziali[216], ordinarono a tutti i
cittadini di deporre le armi, ed a tutti i contadini d'uscire di città
sotto pena capitale. Fecero levare le barricate poste in molti
quartieri, e per dieci giorni parve che Firenze avesse ricuperata
l'antica tranquillità. Ma tutt'ad un tratto le arti adunaronsi di nuovo
gli 11 di luglio, dietro inchiesta degli ammoniti, che trovavano troppo
dura cosa l'aspettare tre anni per rientrare in possesso degli onori
dello stato. I sindaci delle arti, riuniti alla camera de' sei di
commercio, presentarono una petizione alla signoria per ottenere, che
tutti coloro che dopo il 1320 avevano esercitato alcuno de' principali
impieghi della repubblica, non potessero essere ammoniti come
Ghibellini; che se di già ammoniti, rientrassero in tutti i loro
diritti; e per ultimo che la magistratura di parte guelfa fosse tolta
alla fazione che se l'era appropriata esclusivamente, e che si
riempissero di nuovi nomi le borse, dalle quali si estraevano a sorte i
capitani di parte. Oneste domande erano abbastanza eque, onde furono
immediatamente ammesse dai collegi, dal consiglio del popolo, e dal
consiglio comune; perchè il timore che ispiravano i corpi de' mestieri,
che sapevansi armati, non permetteva lunghe deliberazioni[217].
[216] _Gino Capponi, p. 1108. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 721._
[217] _Gino Capponi, p. 1109._
I cittadini precedentemente ammoniti come Ghibellini non erano ancora
soddisfatti, volendo esercitare vendette contro coloro che lungo tempo
gli avevano oppressi; ma si vergognavano di chiedere direttamente
proscrizioni, ed avrebbero voluto che la proposizione venisse
spontaneamente dalla magistratura. La signoria adunò i sindaci delle
arti ed i loro consiglieri, ed il gonfaloniere Luigi Guicciardini
rappresentò loro a quali pericoli esponevano la repubblica con queste
nuove incessanti domande. «Quanto più noi vi accordiamo, disse loro, più
s'accresce il vostro orgoglio, e sempre formate più ingiuriose domande.
Voi avete voluto togliere ai capitani di parte la loro autorità, e venne
loro tolta; chiedeste che si bruciassero le borse del loro ufficio e si
facessero nuove riforme, e vi abbiamo acconsentito; avete domandato che
gli ammoniti rientrassero al possesso degli onori dello stato, e
l'abbiamo concesso. Per le vostre preghiere abbiamo perdonato a coloro
che svaligiarono le case e spogliarono le chiese; per soddisfarvi
abbiamo esiliati molti potenti cittadini coperti di gloria; e per
favorirvi abbiamo posto freno al potere de' grandi con nuove ordinanze.
Qual fine avranno adunque le vostre domande? quanto tempo abuserete
ancora della nostra liberalità? Non v'accorgete che ci riesce meno
insopportabile una disfatta, che voi la vittoria?... Volete voi dunque
colle vostre discordie rendere in tempo di pace schiava questa città,
che tanti potenti nemici non soggiogarono colla guerra? Imperciocchè,
sappiatelo, che le vostre vittorie sui vostri concittadini non vi
apporteranno che servitù; quei beni, che voi avete rapiti o che voi
rapirete, non faranno che rendervi più poveri.... Onde noi vi ordiniamo,
e se l'onore della repubblica ci permette quest'avvilimento, vi
preghiamo, di acquietarvi, accontentandovi di quanto abbiamo fatto per
voi, o se ancora dobbiamo accordarvi qualche altra cosa, di chiederla
almeno come si conviene a cittadini, e non col tumulto e colle
armi[218].»
[218] _Macchiavelli Stor. Fior., l. III, p. 223._ — Trovasi una
notabile rassomiglianza tra questo discorso e quello di T. Quinzio
Capitolino nel suo quarto consolato, l'anno di Roma 309. Talvolta
l'erudizione impedisce a Macchiavelli d'essere originale. _Tit.
Livii Dec. I, l. III, c. 67._
I sindaci delle arti, commossi da questo discorso, ringraziarono il
gonfaloniere, e gli promisero di occuparsi d'ora innanzi del
ristabilimento della pace in città. D'altra parte la signoria nominò una
commissione per lavorare con loro intorno alle riforme, che si trovasse
ancora conveniente di fare[219].
[219] _Gino Capponi, p. 1109._
Ma le precedenti sedizioni avevano procurati altri nemici alla
repubblica; le più basse classi della società erano state poste in
movimento da Salvestro de' Medici e da altri demagoghi. Trovavansi
allora in Firenze certe persone, che un lavoro meccanico, che la miseria
e la privata dipendenza, rendevano incapaci di liberali sentimenti, che
non potevano deliberare senza essere quasi ubbriache, nè agire in corpo
senza furore; che sotto il nome di libertà non avevano cercato
nell'esercizio, di un potere pel quale non erano fatte, che l'occasione
d'arricchirsi col saccheggio e colle rapine. Venivano queste indicate
col nome di Ciompi, vocabolo francese sfigurato[220], che loro era
rimasto fino dai tempi della tirannide del duca di Atene. Appartenevano
quasi tutte ai mestieri che non avevano esistenza politica, ed erano
sotto la dipendenza dell'arte della lana.
[220] Dal vocabolo _compère_. I soldati francesi chiamavano spesse
volte così i loro compagni di libertinaggio. _Marchione de Stefani,
l. VIII, Rub. 575, t. XIII, p. 54. — Scipione Ammirato, l. XIV, p.
728_.
Quando i Ciompi videro che le turbolenze stavano per aver fine, ed
ebbero di più avviso che la signoria faceva venire un nuovo bargello da
città di Castello, temettero che si pensasse a punire i delitti che
avevano commessi in tempo della sedizione, e che coloro che gli avevano
segretamente eccitati, vergognandosi di così colpevole alleanza, non gli
abbandonassero in seguito pubblicamente. Adunaronsi adunque in un luogo
detto il Ronco fuori di porta romana[221]. Colà il più ardito di loro si
fece così a parlare. «I governi, disse costui, mai non puniscono che i
piccoli falli, mentre i grandi colpevoli sono quasi sempre ricompensati.
Quando molti soffrono, poche persone pensano a vendicarsi, perchè si
soffrono con maggiore pazienza le ingiurie universali, che non le
particolari[222]. Cerchiamo adunque col saccheggio e con nuovi attentati
di acquistare perdono. Nella presente nostra situazione la prudenza
medesima ci ordina di essere audaci, poichè non si esce mai di pericolo
che per una pericolosa strada.»
[221] _Gino Capponi, p. 1110._
[222] _Macchiavelli Ist. Fior, l. III, p. 228._
Un Simoncino Buggigatti, un Pagolo della Bodda, un Lorenzo Riccomanni
persuasero tutti i Ciompi colle loro esortazioni a giurare d'ajutarsi
vicendevolmente e di difendersi. Tutti promisero di prendere le armi
tostocchè sapessero che si volesse castigare un solo di loro a cagione
de' passati tumulti[223]. Tutti si obbligarono in appresso a cominciare
essi medesimi l'attacco per rendersi padroni dello stato. Dopo molte
segrete adunanze, risolsero di armarsi la mattina del 21 di luglio, e di
riunirsi in quattro piazze d'armi, in separati quartieri[224].
[223] _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi, p. 1112. — Scipione
Ammirato, l. XIV, p. 723._
[224] Santo Spirito, santo Stefano a Ponte, san Pietro maggiore, san
Lorenzo. _Gino Capponi, p. 1114._
La vigilia del giorno destinato all'esecuzione di questa trama, la
signoria ebbe avviso de' movimenti che si dava Simoncino Buggigatti e lo
fece sostenere. Seppe dalla sua volontaria confessione press'a poco
tutto quanto gli premeva di sapere, e sarebbe stata in tempo di prendere
le convenienti misure per difendersi; ma perchè aveva adunati i sindaci
delle arti, il collegio e gli otto della guerra, alcuno propose di porre
alla tortura Simoncino, onde ottenere, se possibile fosse, più estese
particolarità. L'uso della tortura era stato adottato da tutti i
tribunali italiani col rimanente della giurisprudenza romana[225]; ma
non mai forse quest'assurda ed atroce pratica era stata più perniciosa a
veruno stato quanto lo fu in allora ai Fiorentini. Dietro la deposizione
del Buggigatti eransi di già arrestati due de' suoi complici, quando gli
fu dato il tratto nella corte del palazzo del capitano del popolo. La
notte era inoltrata, pure un oriuolajo stava ancora lavorando intorno
all'orologio della torre del palazzo. Di là vedeva distintamente la
corte del capitano illuminata dalle fiaccole de' carnefici.
Quest'operajo conobbe Simoncino alla tortura, ed avvisando che la trama,
cui aveva parte ancora egli, sarebbe svelata, si affrettò di portarsi a
casa sua e chiamò alle armi i suoi vicini del quartiere di san Friano.
«Armatevi, sgraziati, disse loro, la signoria fa giustizia, e voi tutti
sarete uccisi se non vi difendete[226].»
[225] La tortura era stata adottata anche in Francia, e vi si
esercitava crudelissimamente, come, per tacere di tutt'altro, ne
fanno ampia prova gli atti della processura contro de' Templari. _N.
d. T._
[226] _Gino Capponi, p. 1114. — Macchiavelli Storia Fiorentina, l.
III, p. 232. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 725._
Allo spuntare del giorno il 21 luglio tutta la città trovavasi armata ed
i priori non avevano sotto i loro ordini che ottanta cavalli; avevano
bensì ordinato ai gonfalonieri di portarsi sulla pubblica piazza colle
loro compagnie di milizie, ma ognuna di queste compagnie aveva voluto
custodire il proprio quartiere onde salvarlo dall'incendio e dal
saccheggio, di modo che di sedici gonfalonieri, due soli si presentarono
avanti al palazzo; e questi ancora si ritirarono subito, quando si
videro abbandonati dai loro colleghi[227].
[227] _Marchione de Stefani Ist. Fior., l. X, Rub. 795, t. XV, p.
18._
Mentre questi uscivano dalla piazza gl'insorgenti, che si erano adunati
a san Piero Maggiore, vi entrarono e chiesero i loro prigionieri. Quando
videro che si tardava a renderli, bruciarono la casa del gonfaloniere,
Luigi Guicciardini. I priori diedero allora la libertà ai tre uomini che
avevano fatto sostenere, e perchè gl'insorgenti non si separavano,
mandarono tre deputati per trattare con loro[228]. Quando questi
deputati scesero nella piazza, gli arcieri del palazzo cessarono di
tirare per non ferirli, e questo istante di sospensione permise
agl'insorgenti d'impadronirsi del gonfalone di giustizia, che stava
sospeso alle finestre dell'esecutore. Questo venerato stendardo venne
dai faziosi portato in tutti i luoghi in cui esercitarono i loro furori.
Essi passavano di casa in casa per darle al sacco ed al fuoco, spesse
volte indotti a ruinare una famiglia dietro l'accusa d'un solo privato
nemico. Tutto il giorno si passò in tal maniera; ben tosto i faziosi
vollero mostrare un disinteresse, che pareva incompatibile con questo
spaventevole disordine. Ordinarono che tutti gli effetti preziosi, di
coloro ch'essi dichiaravano sospetti, fossero bruciati colle case che li
contenevano, e punirono come colpevoli di furto coloro che tentavano di
sottrarre alcuna cosa all'incendio[229].
[228] Guerriante Marignolli, uno de' priori, con Salvestro de'
Medici e Benedetto Alberti. — _Gino Capponi Tumulto de' Ciompi, p.
1115._
[229] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 795, p. 19._
In sull'ora dei vesperi, s'avvisò il popolaccio d'armare cavaliere
Salvestro de' Medici, e dopo di lui Tommaso Strozzi e Benedetto Alberti.
Ben tosto altri e poi altri ancora vennero rivestiti della medesima
dignità, ed in quella sola notte il popolo ne armò sessantaquattro. I
principali cittadini ricevevano tremando quest'onore; se lo avessero
ricusato, arrischiavano d'essere uccisi all'istante[230]. Si videro
allora alcuni uomini, tra i quali Luigi Guicciardini, cui era stata
bruciata la casa quella mattina, essere armati cavalieri la sera dallo
stesso popolaccio[231].
[230] _Gino Capponi, p. 1117._ — Marchione de Stefani dà la nota dei
cavalieri, _l. X, Rub. 795, p. 22_.
[231] _Macchiavelli, l. III, p. 234. — Sozomeni Pistor. Hist., p.
1109. — Cronica Sanese, t. XV, p. 259. — Scipione Ammirato, l. XIV,
p. 727._
All'indomani, 22 luglio, gl'insorgenti attaccarono e presero a viva
forza il palazzo del podestà. Fecero in appresso giugnere alla signoria,
che si era afforzata nel palazzo pubblico, le condizioni, che volevano
da lei ottenere. Chiedevano tra le altre cose che l'arte della lana non
nominasse più un giudice straniero; che venissero create tre nuove
corporazioni pei mestieri, che più non volevano essere subordinati alle
antiche arti; che in avvenire due dei priori si tirassero sempre dalle
arti nuove, tre dalle quattordici minori, e tre dalle maggiori; per
ultimo che venissero accordate grazie pecuniarie a coloro che il popolo
aveva creati cavalieri, per formare un'entrata conveniente al nuovo loro
stato. Volevano ancora che si cancellassero i nomi dei loro amici dalle
liste degli ammoniti; che si confinassero i loro nemici, o che venissero
posti nel numero de' magnati; che fosse sospesa per due anni la
procedura di ogni debito minore di cinquanta ducati; che si escludessero
per dieci anni dal governo tutti coloro le di cui case erano state
bruciate; ed andavano continuamente facendo nuove inchieste, egualmente
sovversive dell'ordine e della costituzione[232]. Ma quando il popolo
minuto comincia a dettare le sue volontà, non avvi più forza nella
nazione che vaglia a resistere. Tra i cittadini interessati nel
mantenimento dell'ordine, gli uni cercavano a difendersi nelle proprie
case, altri seguivano il popolaccio, cercando di moderarne il furore. In
verun luogo una forza nazionale opponevasi alla forza, che distruggeva
la nazione. I priori, assediati in palazzo, vedendo che niuno veniva in
loro ajuto, si fecero a deliberare intorno alle domande de' Ciompi; le
approvarono, e fecero poi suonare le campane per adunare il consiglio
del popolo. I consiglieri riunironsi in palazzo, e le proposizioni dei
Ciompi furono ammesse senza contraddizione.
[232] _Gino Capponi, d. 1119._
Il consiglio del comune, che doveva dare forza di leggi a queste
deliberazioni, non potev'essere adunato lo stesso giorno che quello del
popolo. Intanto la plebaglia pareva che s'andasse calmando, e faceva
sperare che deporrebbe le armi, purchè la signoria rinviasse i soldati
che aveva chiamati in suo soccorso, e che si erano avanzati fino a
Poggio a Cajano, e purchè le chiavi delle porte si consegnassero ai
sindaci delle arti[233].
[233] _Gino Capponi, p. 1121._
Ma all'indomani, quando il consiglio del comune era di già adunato, il
popolo occupò la piazza, facendola risuonare colle sue grida per
ispaventare in tal modo i consiglieri, e persuaderli a fare
sollecitamente quanto chiedevano i Ciompi. Queste minacce non erano
punto necessarie, perchè i consiglieri erano in modo atterriti che non
avrebbero frapposto un solo istante. Non pertanto Guerriante Marignolli,
uno de' priori, scese, sotto colore di assicurarsi che la porta fosse
ben chiusa, e fuggì vilmente per sottrarsi ai pericoli, cui erano
esposti i suoi colleghi. Mentre egli cercava modo di ridursi a casa, fu
dal popolo riconosciuto, il quale prese a dire schiamazzando, che tutti
i priori dovevano imitarlo, discendere nella piazza ed abdicare il
governo. Ben tosto Tommaso Strozzi venne introdotto in palazzo, onde
partecipare, per parte del popolo e delle arti, lo stesso ordine alla
signoria[234]. Invano i priori cercarono di trattare col mezzo di
Tommaso Strozzi e di Benedetto Alberti, che pareva avessero ambidue
grandissima influenza sul popolo. Venne loro risposto, che se i priori
non si ritiravano, sarebbe posto il fuoco alla città ed ai loro palazzi,
ed uccise le loro spose e i figli. Gli otto della guerra, i collegi, i
consiglieri del comune gli esortavano tutti a partire per salvare la
città dal maggiore infortunio. Due de' priori Alamanno Acciajuoli e
Niccolò del Nero dichiararono, che quando ancora non potessero ritenere
i loro colleghi, essi non deporrebbero l'autorità, che la patria loro
aveva confidata, prima che spirasse la carica loro; ma il gonfaloniere
più timido, cui di già era stata bruciata la casa, e che credeva di
vedere ben tosto i suoi figliuoli uccisi, raccomandossi a Tommaso
Strozzi che lo fece uscire, e dietro lui, uno appresso l'altro,
fuggirono pure i priori, onde, trovandosi soli, Acciajuoli e del Nero si
scoraggiarono, e consegnarono le chiavi del palazzo al prevosto delle
arti, che le ricevette a nome del popolo[235].
[234] _Gino Capponi, p. 1122. — Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p.
237. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 729._
[235] _Gino Capponi, p. 1123. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 730._
Vennero allora aperte le porte del palazzo, ed il popolaccio vi entrò.
In questo momento un cardatore di lane, chiamato Michele di Lando,
teneva il gonfalone della giustizia, di cui il popolo si era impadronito
due giorni prima. Quest'uomo, che aveva vesti stracciate e camminava a
piedi nudi, salendo alla testa del popolo la grande scala della
signoria, quando giunse nella sala d'udienza de' priori, si volse al
popolo affollato, e gli disse: «questo palazzo v'appartiene, questa
città è nelle vostre mani; qual è al presente la vostra sovrana
volontà?» Il popolo rispose ad una voce, ch'esso doveva essere il
gonfaloniere di giustizia, e riformare la signoria. Michele di Lando in
quell'istante avrebbe potuto farsi tiranno, e regnare sopra Firenze con
l'appoggio del minuto popolo; egli avrebbe avuto un impero più assoluto
che non fu quello del duca d'Atene, ma fortunatamente per la repubblica
Michele amava sinceramente la sua patria e la libertà, e malgrado la
parte che aveva presa alla sovversione dello stato, di già pensava ai
mezzi di rimettere l'ordine[236].
[236] _Macchiavelli Istor. Fior., l. III, p. 239. — Scipione
Ammirato, l. XIV, p. 731._
Gli otto della guerra erano i soli di tutta l'antica magistratura, che
fossero rimasti in palazzo; e siccome era il loro partito che aveva
cominciata la rivoluzione, siccome essi medesimi vi avevano avuta parte,
credevano di raccogliere i frutti della vittoria, ed avevano di già
nominata una nuova signoria, alla testa della quale volevano mettere
Giorgio Scali[237]. Ma Michele di Lando, avvertito del loro divisamento,
fece loro sapere che il popolo aveva riconquistato per sè medesimo il
diritto di governarsi, che saprebbe dirigersi senza i loro consigli,
onde ordinava loro d'uscire all'istante dal palazzo[238]. Per tal modo
coloro che avevano osato scatenare il popolo, sperando di farlo agire
per sè medesimi, e di frenarlo a voglia loro, furono i primi a trovarsi
delusi dalla loro fallace politica.
[237] _Gino Capponi, p. 1124._
[238] _Macchiavelli, l. III, p. 240._
Avendo Michele rimossi tutti i magistrati stabiliti, e bruciate le borse
onde dovevano cavarsi i nuovi, riunì i sindaci delle arti, e quelli del
basso popolo per passare a nuove elezioni. Dispose da prima che tre
membri della signoria, compreso il gonfaloniere, sarebbero presi in ogni
classe, cioè: le arti maggiori, le minori ed il popolo minuto[239].
Questa nuova signoria venne subito installata, e si occupò
immediatamente di far cessare il disordine, minacciando la pena di morte
a chiunque renderebbesi colpevole di saccheggio o d'incendio.
[239] _Gino Capponi, p. 1124._
Il popolo, maravigliato di non raccogliere ulteriori frutti della sua
vittoria, ripigliò ben tosto le armi e venne in piazza; chiese che i
nuovi priori scendessero di palazzo per conoscere la volontà del popolo
ed uniformarvisi. Michele di Lando rispose ai sediziosi, che senza
sapere ancora ciò ch'essi domandavano, sapeva almeno che il loro modo di
domandarlo era contrario alle leggi, e loro ordinava di deporre le armi,
imperciocchè la dignità della signoria non permettevagli d'accordare
nulla alla forza[240].
[240] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 241._
Il popolo ammutinato, vedendo la fermezza del gonfaloniere, ritirossi a
santa Maria Novella per meglio organizzarsi. Colà nominò otto
commissarj, che incaricò delle cose del governo; prese molte risoluzioni
contrarie a quelle della nuova signoria, ed all'indomani, 31 agosto,
mandò deputati al palazzo per partecipare ai priori le prese
disposizioni. Questi deputati esposero audacemente le loro commissioni;
rinfacciarono a Michele di Lando la sua ingratitudine e la sua
disubbidienza alla volontà del popolo, che lo aveva innalzato; gli
dichiararono che lo stesso popolo lo spogliava al presente di quegli
onori di cui abusava, e lo minacciarono di più severo castigo in caso di
disubbidienza. Michele non potè soffrire più a lungo; sguainò la spada,
ed avventandosi contro di loro, li ferì gravemente, poi li fece caricare
di catene, ed imprigionare[241].
[241] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 804, t. XV, p. 52._
Michele di Lando prevedeva le conseguenze di quest'atto di collera; ma
nei due giorni che i commissarj di santa Maria Novella ed il popolo
ammutinato consumarono nel fare progetti di governo, il gonfaloniere si
era occupato intorno ai mezzi di salvare lo stato. Aveva chiamati presso
di sè tutti i proprietarj, tutti coloro cui stava più a cuore il
mantenimento dell'ordine. Aveva incaricato Benedetto Alberti di
richiamare coloro che erano fuggiti in campagna, facendoli rientrare
segretamente in città insieme ai più fidati contadini[242]. Avendo così
ragunata una considerabile truppa, montò a cavallo per andare a
sorprendere e disperdere gli insorgenti di santa Maria Novella. Nello
stesso tempo questi, udito avendo il modo con cui erano stati trattati i
loro deputati, eransi mossi per vendicarli. E volle l'accidente che
mentre Michele di Lando andava verso santa Maria Novella, i Ciompi
andassero verso il palazzo per diversa strada, di modo che non si
scontrarono. Ma Michele tornò subito verso la piazza, che trovò
ingombrata dai Ciompi di già occupati nell'assedio del palazzo. Gli
attaccò vigorosamente, ed approfittando della circostanza che trovavansi
in mezzo ai nemici, gli sgominò compiutamente; molti furono uccisi,
molti altri fuggirono fuori di città, o si nascosero dopo avere deposte
le armi[243].
[242] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 804, p. 50._
[243] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 804, p. 54. — Leon.
Aretinus, l. IX. — Macchiavelli, l. III, p. 242. — Cron. di Siena,
p. 261. — Sozomeni Pistor. Histor., p. 1111. — Scipione Ammirato, l.
XIV, p. 733._
Avendo in tal modo colla sua virtù e col suo coraggio gloriosamente
soddisfatto ai doveri del suo ufficio, Michele di Lando uscì di carica
il 1.º di settembre. Alla nuova estrazione, quando le compagnie delle
arti, che si trovavano adunate in sulla piazza, videro uscire i tre
priori ch'erano stati presi nel popolaccio, gli accompagnarono colle
fischiate. Il partito dei Ciompi era vinto, più di mille cardatori di
lana erano in fuga, e le compagnie dichiararono ch'esse non volevano
nella signoria persone di così bassa condizione. La costituzione fu
nuovamente cambiata, la nuova corporazione, stabilita per i Ciompi,
abolita, e gli onori della repubblica divisi tra le arti maggiori e
minori, in maniera che le prime somministrassero quattro priori alla
signoria, e le altre cinque[244].
[244] _Marchione de Stefani, Rub. 805, p. 56. — Macchiavelli, l.
III, p. 245. — Scipione Ammirato, l. XIV, p. 735._
La disfatta de' Ciompi ridusse la repubblica sotto il potere di coloro
che avevano cominciata la rivoluzione; il quale partito diretto da
Giorgio Scali, da Salvestro de' Medici e da Benedetto Alberti, contava i
principali suoi partigiani nelle arti minori, ed aveva per avversarj i
due partiti estremi. I Ghibellini, o, a dir meglio, coloro ch'erano
accusati di esserlo, tornarono in favore; i Guelfi zelanti ed i capi
dell'aristocrazia erano esiliati come i Ciompi, e la nobiltà ed il
popolo malcontenti: non pertanto l'anno terminò senza nuova rivoluzione,
sebbene i governanti fossero agitati da continui sospetti.
I pericoli del partito dominante venivano renduti più gravi dalle
turbolenze del rimanente dell'Italia, come vedremo nel seguente
capitolo. Quest'anno la guerra era scoppiata tra Venezia e Genova, e
queste repubbliche corsero pericolo di distruggersi vicendevolmente a
Chiozza. Era morto in quest'anno in Pavia, il 4 di agosto, Galeazzo
Visconti, e lasciava erede della sua parte della sovranità di Milano, e
della metà della Lombardia suo figlio, Giovani Galeazzo, conte di Virtù,
la di cui ambizione e simulato carattere prepararono ben tosto nuove
guerre[245]. Finalmente il 29 novembre di questo medesimo anno
l'imperatore Carlo IV morì a Praga dopo di avere dilatati da ogni banda
i confini de' suoi stati ereditarj, mentre in pari tempo avea resa
spregevole l'autorità imperiale. Portò seco, morendo, l'ammirazione
entusiasta de' Boemi, mentre tutta la Germania malediva la sua debolezza
e pusillanimità. Aveva ottenuto, prima di morire, di far innalzare suo
figliuolo Wencislao alla dignità di re de' Romani[246].
[245] _Chron. Placent., t. XVI, p. 543. — Bernardino Corio Ist. di
Milano, p. III, p. 252._
[246] _Schmidt, Storia dei Tedeschi, l. VII, c. 9, p. 595._
Ma l'anno seguente 1379 vide il principio di una rivoluzione, che più da
vicino interessava la repubblica fiorentina. Urbano VI aveva trovato in
Giovanna di Napoli la sua più pericolosa nemica: aveva questa regina
permesso che si elegesse ne' suoi stati l'antipapa Clemente VII, cui
aveva promessi soccorsi ed accordato asilo, prima in Napoli, poscia a
Gaeta; onde la guerra si era manifestata ai confini del regno tra i
cristiani attaccati ai due rivali pontefici. Urbano VI, ch'era
Napolitano, aveva molti partigiani tra quel popolo, sebbene fosse nemico
della corte. Una sommossa in Napoli atterrì la regina, ed obbligò
Clemente VII a lasciare l'Italia per salvarsi co' suoi cardinali in
Avignone. Nel tempo medesimo la compagnia de' Bretoni, che trovavasi al
soldo della regina e di Clemente, fu disfatta a Marino da Alberico,
conte di Barbiano. Questo gentiluomo romagnuolo aveva formato, sotto il
titolo di san Giorgio, una compagnia d'Italiani, colla quale aveva preso
servigio sotto Urbano VI. La compagnia di san Giorgio doveva ben tosto
servire d'esemplare a tutti gl'Italiani che abbracciavano la professione
delle armi, formare i grandi generali del susseguente secolo, e rialzare
l'onore della milizia italiana. I suoi primi successi resero audace
Urbano VI, cui serviva, onde egli si lusingò di spingere più in là le
sue vendette, e di precipitare dal trono la stessa regina.
Giovanna di Napoli non aveva figliuoli, ed il marito che aveva sposato
in quarte nozze non portava pure il titolo di re. L'infante d'Arragona,
suo terzo marito, non aveva pure avuto questo titolo, ed ella aveva dato
per successore a questi, il 25 marzo del 1376, Ottone, duca di
Brunswick, che da molto tempo soggiornava in Italia[247], ov'era tutore
dei figliuoli del marchese di Monferrato. Il diritto di successione al
regno di Napoli apparteneva a Carlo di Durazzo, figlio di quel Luigi che
il re d'Ungheria aveva fatto morire nel 1348. Questo giovane duca era
l'ultimo dei principi del sangue; imperciocchè tutta la posterità,
altrevolte così numerosa, di Carlo d'Angiò, erasi spenta. Carlo di
Durazzo era in oltre l'unico erede di Luigi re d'Ungheria, e questo
vecchio monarca aveva presso di sè chiamato il suo successore per
ammaestrarlo nell'arte della guerra[248]. In questa corte guerriera, ed
in mezzo ad una nazione cavalleresca, erasi Carlo avvezzato a sprezzare
il lusso e la mollezza di Napoli. Aveva in oltre adottato l'odio degli
Ungari contro Giovanna, che loro sembrava lorda del sangue di Andrea suo
primo consorte. Luigi d'Ungheria aveva perdonata la morte di suo
fratello, ma non aveva dimenticato il delitto della regina; aveva
abbracciato il partito d'Urbano, e risguardava quale nuovo delitto
l'appoggio che Giovanna dava a Clemente, ed i suoi sforzi per dilatare
lo scisma. Perciò Urbano VI cercava dì persuadere il re d'Ungheria e
Carlo di Durazzo ad attaccare la regina, a spogliarla del trono, ed a
prendere possesso d'un'eredità, cui questi principi avevano diritto.
Questo negoziato fu continuato con attività mentre Carlo di Durazzo
trovavasi nella Marca Trivigiana, ove comandava le truppe che il re
d'Ungheria aveva mandato contro Venezia in tempo della guerra di
Chiozza.
[247] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1038._
[248] _Giannone Storia civile del regno di Napoli, l. XXIII, c. 3._
Non solo la repubblica fiorentina ebbe sentore di queste negoziazioni,
ma seppe in oltre che molti emigrati fiorentini si andavano adunando
presso Carlo di Durazzo, invitandolo ad attraversare la Toscana per
passare nel regno. Lo assicuravano che il suo avvicinamento basterebbe
per rivoluzionare la loro patria, e gli promettevano di ajutarlo
potentemente, tostochè avessero ricuperata l'antica loro influenza.
Altri emigrati si adunavano a Bologna presso Giannuzzo da Salerno, uno
de' capitani di Carlo di Durazzo, e questi ultimi cagionavano maggiore
inquietudine ai Fiorentini. La signoria spedì due ambasciatori al
principe per affezionarselo, o per lo meno per ispiare gl'intrighi ne'
quali cercavasi di ridurlo; ma questi ambasciatori, Tommaso Strozzi e
Donato Barbadori, essendo di diverso partito, accrebbero colla
contraddizione de' loro rapporti, quando furono di ritorno,
l'inquietudine e diffidenza[249].
[249] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 827, t. XV, p. 100. —
Leonardo Aretino Hist. Fior. l. IX. — Scipione Ammirato, l. XIV, p.
743._
In novembre per altro fu scoperta una congiura formata dai Ciompi per
occupare Figline ed altri castelli del territorio fiorentino. Molti
uomini della minuta plebe furono in tale occasione puniti; ma gli
artigiani domandavano caldamente che i giudici condannassero altresì gli
aristocratici spossessati, i ricchi mercanti, dei quali era notissimo il
malcontento, e che supponevansi avviluppati nelle svelate congiure[250].
[250] _Marchione de Stefani, l. X, Rub. 824-826, p. 93._ — Questo
nojoso ed insipido storico, quali press'a poco sono tutti quelli che
vennero pubblicati nella voluminosa e pedantesca collezione delle
_Delizie degli Eruditi Toscani_, si rende assai interessante ne'
mesi di novembre e dicembre 1379, perchè in tale epoca era egli
stesso priore. Egli era partigiano delle arti minori.
Il 10 dicembre la signoria ebbe avviso che esisteva una nuova
cospirazione, e Giovanni Acuto, sebbene non fosse allora al soldo della
repubblica, promise di svelarne il segreto, contro una ricompensa di
venti mila fiorini. Ma prima che si fosse conchiuso questo mercato, un
conte Antonio Alberti svelò la medesima cospirazione per poche centinaja
di scudi[251]. Dietro la sua deposizione vennero arrestati Pietro
Albizzi, Filippo Strozzi, Giacomo Sacchetti, Donato Barbadori, Cipriano
Mangioni, Giovanni Anselmi ed alcuni altri. Carlo Strozzi si salvò colla
fuga dagli arcieri; Pietro Albizzi avrebbe potuto difendersi, se avesse
accettate le offerte de' suoi amici adunati intorno a lui[252].
[251] _Marchione de Stefani, Rub. 829, p. 105._
[252] _Leonardo Aretino, l. IX._
I prigionieri vennero tradotti innanzi ai rettori[253], che dopo averli
esaminati, dichiararono, ciascheduno dal canto suo, di non trovare
ragione per condannarli al supplicio. Non pertanto i consoli delle arti
ed il popolo chiedevano ad alta voce giustizia. «Questa volta, dicevan
essi, non acconsentiremo che si facciano morire de' poveri, e persone
senza stato; i soli grandi ed i ricchi devono perire.» Benedetto Alberti
dichiarò, che se prima di mezzogiorno i rettori non facevano giustizia,
la farebbe il popolo direttamente[254]. Queste parole riscaldarono di
più il popolaccio, che nominò quattro cittadini per assistere i rettori
e forzarli a fare giustizia. Nello stesso tempo venne posta una guardia
innanzi al loro palazzo ed avanti alle prigioni per impedire che i
prigionieri fuggissero, o si facessero smarrire. Durante la notte i
giudici proseguirono l'interrogatorio de' prevenuti, alcuni de' quali si
compromisero assai essi medesimi colle loro risposte per dar luogo ad
una motivata condanna.
[253] Con tal nome indicavansi tutti i giudici forastieri, podestà,
capitano del popolo ed esecutore, ai quali era confidato il diritto
della spada.
[254] _Marchione de Stefani, Rub. 833, p. 114._
La mattina il podestà fece giustiziare due degli accusati, ed il
capitano di giustizia condannò egualmente Filippo Strozzi e Giovanni
Anselmi. Ma quando si stava per tagliar loro il capo, le spaventevoli
grida d'una donna riempirono gli assistenti di terrore. Gli spettatori,
le guardie, gli arcieri stessi fuggirono, non dubitando che le truppe di
Carlo di Durazzo non fossero entrate in città per liberare i
prigionieri. Questi, rimasti soli nella piazza destinata alle
esecuzioni, avrebbero potuto egualmente fuggire, tenendo dietro alla
folla. Ma lo Strozzi risalendo con fierezza la scala del palazzo di
giustizia ripetè due volte al suo giudice: «Dio voglia, capitano, che
oggi tu abbia fatto il tuo dovere!» Frattanto il pubblico terrore fu ben
tosto dissipato, ed i prigionieri, ricondotti sulla piazza, perdettero
la testa[255].
[255] _Marchione de Stefani, Rub. 834. p. 116._
Nell'istante del supplicio il popolo furibondo gridò _gli altri, gli
altri_. Il capitano, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, che non aveva
trovato nel loro interrogatorio motivo di supplicio, si volse verso gli
assessori datigli dal popolo: «Andate, disse loro, voi altri, fateli
morire; per me, che li reputo innocenti, non ordinerò io mai il loro
supplicio.» Il popolo, ch'era armato, rispose con furibonde grida: «se
non li fa morire noi taglieremo a pezzi e lui e loro, ed i loro parenti,
uomini, donne, fanciulli, e brucieremo le loro case[256].»
[256] _Ivi, p. 119. — Scip. Amm., l XIV, p. 746._
Mentre durava ancora il fermento, Pietro degli Albizzi fece sentire ai
suoi compagni d'infortunio che il furore del popolo, e l'abitudine che
presa aveva ne' due ultimi anni di far spargere il sangue loro, non
lasciavano veruna speranza di salute; che se si sottraevano ad una
sentenza giudiziaria, verrebbero immancabilmente con tutti i loro
parenti sbranati dal popolo[257]. Perciò i prigionieri fecero dire al
capitano d'indicare egli medesimo ciò che dovevano rispondere per essere
condannati, dichiarando di essere apparecchiati a confessare tutto
quanto si volesse. Il capitano rispose con fermezza, ch'egli non volea
già far loro confessare delitti che non avevano commessi; ch'egli per
conto suo non aveva verun timore, e ch'essi pure non dovevano averne; ma
che parlassero a seconda della loro coscienza, poichè il nuovo
interrogatorio cui dovevano soggiacere, deciderebbe della loro vita o
della loro morte. I prevenuti si accusarono allora d'avere avute
corrispondenze coi nemici dello stato, e somministrarono al giudice
sufficienti motivi di condanna.
[257] _Marchione de Stefani, Rub. 835, p. 120._
Non pertanto il capitano comunicò ogni cosa ai priori prima di far
eseguire la sentenza, chiedendo il loro parere; ma questi risposero di
essere stranieri all'amministrazione della giustizia, e che non volevano
prendervi parte. Gli assessori del capitano, approfittando contro di lui
della confessione de' prigionieri e del vile abbandono della signoria,
lo posero in istato di non potere rispondere ai clamori del popolaccio,
ed il venerdì mattina, colla coscienza lacerata dal dolore e dal
rimorso, mandò i prevenuti al supplicio. Tutti avanti da morire
protestarono di essere innocenti. Donati Barbadori, colui che tanto
coraggiosamente aveva sostenuti gl'interessi della sua patria nel
concistoro di Gregorio XI, non trovavasi nelle prigioni del capitano del
popolo, ma in quelle dell'esecutore. Fu condannato dopo gli altri, e
morì nella stessa maniera[258].
[258] _Marchione de Stefani, Rub. 834, p. 119._
Altri meno illustri accusati furono in appresso condotti al patibolo.
Costoro, che probabilmente erano i soli cospiratori, lungi dal negare la
loro trama, felicitavansi, morendo, che il loro supplicio non
impedirebbe l'esecuzione de' loro progetti. Dichiararono di morire
contenti per l'antico partito guelfo, e disposti a fare di nuovo ciò
ch'erano accusati d'aver fatto[259].
[259] _Marchione de Stefani, Rub. 839, p. 125._
Mentre il governo delle arti minori, per l'odio che portava ai nobili,
agli antichi cittadini di parte guelfa, ed al minuto popolo, ricorreva
per sostenersi a tali odiosi mezzi, e si macchiava del più puro sangue
della nazione, gli esterni pericoli per lui crescevano a dismisura.
Carlo di Durazzo, che aveva raccolti gli emigrati fiorentini nel suo
campo, erasi finalmente determinato a fare l'impresa del regno di
Napoli. Urbano VI pronunciò in principio del 1380 una sentenza di
deposizione contro la regina Giovanna, sciolse i di lei sudditi dal
giuramento di fedeltà, e fece contro di lei predicare la crociata[260].
Dal canto suo Carlo di Durazzo ebbe impulsi ancora più pressanti che non
erano l'esortazioni del papa per risolversi alla guerra. La regina
Giovanna meditava di escluderlo dalla di lei successione; per riuscire
nel quale divisamento trovò utile di adottare come suo figliuolo, invece
di quello che gli aveva negato la natura, un principe guerriero. Scelse
adunque il conte d'Angiò, fratello di Carlo V, re di Francia, e tutore
di suo figlio Carlo VI. Sperava la regina che questo principe, della
seconda razza dei re Angioini di Napoli, le assicurerebbe la potente
protezione della Francia, e lo presentò a' suoi sudditi, con sue lettere
patenti del 29 giugno 1380, come suo figliuolo e suo successore[261].
[260] _Raynald. Ann. Eccles. 1380, § 1-3, t. XVII, p. 70._
[261] _Raynald. Ann. Eccl, § II, p. 73._
Dall'altra parte Giannuzzo di Salerno, che Carlo di Durazzo aveva
mandato a Bologna con tre cento lance e tre cento Ungari, assoldò la
compagnia di san Giorgio o degl'Italiani, che aveva da prima servito la
Chiesa[262]. Con questa armata passò in Toscana, ragunando sotto le sue
insegne tutti gli emigrati di questa provincia. Lusingavasi Giannuzzo
d'operare col mezzo loro in Firenze ed in altre città rivoluzioni, che
tornerebbero in autorità i suoi amici, e che gli aprirebbero i tesori
delle repubbliche[263]. I Fiorentini, per difendersi, presero al loro
soldo Giovanni Acuto, ed adunarono sotto i di lui ordini un'armata di
mille cinquecento lance[264].
[262] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 521._
[263] _Marchione de Stefani, l. X, R. 846-848, t. XV, p. 138-144._
[264] _Leon. Aretino, l. IX. — March. de Stefani, l. XI, R. 852, t.
XVI, p. 9. — Scip. Ammirato, l. XIV, p. 750._
Giannuzzo di Salerno corse gli stati di Siena, Perugia, Lucca e Pisa, e
sforzò queste repubbliche a salvarsi colle contribuzioni dal saccheggio
delle sue truppe. Attraversò altresì in varie parti il territorio
fiorentino, ma Acuto lo seguì sempre assai da vicino, ed impedì ai suoi
soldati di allontanarsi per rubacchiare.
Nello stesso tempo Carlo di Durazzo aveva attraversata la Venezia alla
testa di cinque mila Ungari, ed era giunto a Rimini[265]. Fece domandare
alla repubblica fiorentina del danaro per far l'impresa di Napoli, e la
signoria gli rispose che per trattati e per antica amicizia era
attaccata alla regnante casa di Napoli; che vedeva con dolore questa
casa apparecchiata a dividersi ed a battersi; ch'ella non voleva farsi
giudice tra parti e principi, cui era egualmente affezionata; e perciò
pregava Carlo a ricevere un dono di quindici mila fiorini, non come un
sussidio contro Giovanna, ma come un imparziale attestato del suo
affetto[266]. Carlo di Durazzo rifiutò il dono e rimandò corucciato gli
ambasciatori. Il 14 settembre fu da' suoi partigiani introdotto in
Arezzo, e permise agli emigrati che lo seguivano, di uccidere un
deputato fiorentino, che trovavasi in questa città[267]. Dopo qualche
atto ostile Carlo offrì egli medesimo di riconciliarsi coi Fiorentini.
La repubblica aveva perduto l'antico suo vigore e la sua fermezza nella
rivoluzione che aveva scacciata l'aristocrazia. Elia acconsentì il 7
ottobre di pagare a Carlo di Durazzo quaranta mila fiorini, che vennero
diffalcati dalla somma che doveva pagare alla Chiesa[268].
[265] _Marchione de Stefani, l. XI, R. 860, p. 18._
[266] _Marchione de Stefani, R. 867, p. 27. — Leon. Aret. l. IX._
[267] Era Giovanni di Mone, uno degli otto signori della guerra,
chiamati gli otto santi. _March. de Stefani, l. XI, Rub. 870, p.
29._
[268] _Ivi Rub. 873, p. 33. — Leonardo Aretino l. IX. — Sozomeni
Pistor. Hist., p. 1118._
Carlo di Durazzo, detto ancora Carlo della pace, passò dopo a Roma, per
concertare col papa l'impresa del regno. Urbano VI gli accordò
l'investitura del regno di Napoli sotto le stesse condizioni e riserve
che Clemente IV aveva imposte a Carlo I[269]. Chiese solamente per
Francesco Prignano, suo nipote, che aveva nominato principe di Capoa,
alcuni assai ragguardevoli feudi, che il candidato al trono accordò
senza difficoltà[270]. Dopo queste convenzioni accettate da ambe le
parti, Carlo di Durazzo fu a Roma coronato dal papa sotto il nome di
Carlo III[271].
[269] _Raynald Ann. Eccl. 1381, § 1, p. 80._
[270] _Ivi, § 20, p. 87._
[271] _Giannone Ist. Civ. del regno di Napoli, l. XXIII, c. 5._
Erano omai due anni che il pretendente al trono di Napoli annunciava il
suo progetto d'invasione, e conduceva le sue truppe qua e là per
l'Italia. Con una ben più rapida marcia e con più ragguardevoli forze
l'antico Carlo d'Angiò aveva, nel 1266, conquistato il regno, di cui la
di lui pronipote doveva in breve essere spogliata; ma d'altra parte
Giovanna non aveva nè i talenti, nè il coraggio di Manfredi. La
leggerezza del popolo napolitano, il suo odio contro il principe
francese, che la regina aveva adottato, e la preferenza da tutti
gl'Italiani accordata ad Urbano VI, avevano alienati da Giovanna i
baroni ed i popoli. In oltre ogni spirito militare era affatto spento in
quel regno, ed il disordine delle finanze non permetteva di supplire con
truppe mercenarie al difetto delle nazionali. Perciò Ottone di
Brunswick, il quarto marito della regina, non potè ragunare che un pugno
di soldati, che appostò sulla strada di san Germano per impedire al
nemico d'avvicinarsi a Napoli; ma quando, il 18 giugno, Carlo gli
presentò la battaglia, fu costretto di piegare sopra Cancello e
Maddaloni, posizione che la superiorità del nemico obbligollo ad
abbandonare pochi giorni dopo. Venne allora ad accamparsi sotto Napoli,
fuori di porta Capuana, mentre Carlo giugneva per diversa strada al
ponte della Maddalena tra il Vesuvio e la città[272].
[272] _Giornali Napolitani, t. XXI, p. 1041._
I Napolitani mandarono rinfreschi al nuovo re, e l'invitarono ad entrare
nella capitale. Ottone vedeva ad ogni istante diminuirsi la sua armata,
ed era ridotto a tale di non poter battersi col conquistatore, e di non
poter difendere contro di lui una città disposta ad aprirgli le porte.
Dopo avere esercitata qualche vendetta contro il popolaccio di Napoli,
prese la strada d'Aversa, mentre Carlo III entrava in Napoli il 16
luglio del 1381 verso sera, senza aver data una sola battaglia per
l'acquisto del regno[273].
[273] _Giornali Napolitani, t. XXI, p. 1043._
La regina Giovanna erasi chiusa in Castel nuovo, ossia del palazzo, ma
non aveva avuta la precauzione di vittovagliarlo. Carlo lo assediò, ed
il 20 agosto la regina dovette capitolare. Promise di consegnare entro
quattro giorni tutte le sue fortezze, e la medesima sua persona in mano
a Carlo di Durazzo, se entro tale termine non riceveva soccorso. Il duca
Ottone, suo marito, che fino allora aveva risparmiati i pochi suoi
fedeli compagni per valersene in più felici circostanze, quand'ebbe
avviso della capitolazione, risolse di combattere, sebbene fuori di
speranza di vincere. Il quarto giorno venne ad attaccare Carlo di
Durazzo, ma fu dalla sua armata abbandonato ai nemici nel principio
della battaglia: il marchese di Monferrato, suo pupillo, fu ucciso
combattendo ai suoi fianchi, ed egli fatto prigioniere. La regina
Giovanna, perduta l'ultima sua speranza, si diede lo stesso giorno in
mano al suo cugino il principe di Durazzo. Malgrado i legami della
parentela, malgrado il rispetto che potevano ispirare il suo rango e la
sua età, venne dal vincitore duramente trattata. Dopo trentaquattro anni
di regno, subì la pena del delitto commesso in gioventù. Si dice che il
12 maggio del 1382 fu soffocata sotto un letto di piume nel castello di
Muro, nella basilicata, ov'era stata rinchiusa. E si soggiunge che il
vecchio re d'Ungheria consigliasse egli medesimo questo supplicio per
avere una tarda vendetta della morte di suo fratello Andrea[274].
[274] _Giannone Istor. civ. l. XXIII, c. 5. p. 341. — Tristani
Caracciuoli opus. Historica, t. XXII, p. 16._ — Maria sorella di
Giovanna fu pure arrestata e tenuta in prigione. Morì poco dopo non
senza sospetto di veleno. _Theodorici a Niem hist. Schism. l. I, c.
25, p. 20._
La catastrofe della regina Giovanna cagionò a Firenze un profondo
dolore. I cittadini di questa repubblica erano stati sempre devoti della
casa d'Angiò dopo il suo stabilimento nel regno di Napoli: amavano la
regina Giovanna come nipote del re Roberto, e come ultimo rampollo della
sua famiglia; e l'amavano a cagione del bene che le avevano fatto,
piuttosto che per quello che potevano da lei sperare. Essi temevano
l'uso che un principe più destro e più intraprendente potrebbe fare
delle forze della più bella parte dell'Italia. Vero è che il nuovo
sovrano non cercò d'impadronirsi delle contee di Forcalquier e di
Provenza, le quali passarono al figlio adottivo di Giovanna: ma Carlo
III era l'erede riconosciuto di Luigi d'Ungheria. Prima delle conquiste
de' Turchi l'Adriatico apriva tra questi due regni una pronta e facile
comunicazione; e chi avesse potuto disporre del valore ungaro e della
ricchezza di Napoli, poteva rovesciare a posta sua l'equilibrio
d'Italia. Coloro che a quest'epoca governavano Firenze sapevano che
Carlo di Durazzo era circondato da emigrati fiorentini, e ch'egli aveva
più volte preso parte alle cospirazioni dei nemici della repubblica. Ciò
nondimeno gli spedirono una solenne ambasciata per conciliarsi il suo
favore; e perchè in allora Carlo non pensava che a stabilirsi nella sua
nuova conquista, si mostrò disposto ad allearsi colla repubblica. Le
arti minori, che governavano Firenze, non avrebbero veduto il loro
potere rovesciato da uno straniero monarca, se non si fossero esse
medesime apparecchiata la propria caduta con un vizio della loro
amministrazione.
Due cittadini d'antica e potente famiglia avevano avuto gran parte nella
rivoluzione, che aveva posta la repubblica sotto la dipendenza del basso
popolo; erano questi Giorgio Scali e Tommaso Strozzi. Personali motivi
di odio o di vendetta gli avevano tratti in questo partito, ed altri
personali motivi d'ambizione e di cupidigia continuavano a dirigere la
loro condotta. Agivano essi come se diventati fossero i padroni della
repubblica, e le vessazioni, che andavano esercitando contro i loro
nemici, ben si confacevano all'arroganza de' loro discorsi ne' consigli,
ed all'insolente loro condotta[275].
[275] _Leon. Aret. l. IX. — Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p.
250._
Benedetto Alberti, che non meno di loro aveva contribuito alla
rivoluzione, e la di cui condotta in diverse circostanze era stata
riprovevole, non aveva per altro cercato di acquistare colle immense sue
ricchezze una maggiore influenza nel governo del suo paese. Appassionato
per la libertà e per la democrazia, le aveva stabilite con riprovevoli
mezzi, e le aveva mantenute con peggiori modi, coi supplicj. Per altro
nel cuor suo erasi conservato fedele ai principj d'umanità e di
giustizia, e come è costume delle anime generose, non si vedeva mutar
partito, che per passare dal più forte al più debole; e quando i suoi
amici furono vittoriosi, non dissimulò quanto gli riuscissero spiacevoli
la loro ingiustizia ed il loro orgoglio[276].
[276] _Macchiavelli Ist. Fior. l. III, p. 252._
Un'ultima violenza di Giorgio Scali obbligò Benedetto Alberti a
dichiararsi scopertamente contro di lui; e perchè questa offendeva
egualmente i tribunali ed il popolo, fu cagione della ruina dello Scali
e del suo partito. Tra le creature dello Scali e dello Strozzi eranvi
alcune persone, che facevano il mestiere di delatore, i quali, palesando
sempre nuove congiure, accrescevano il terrore del popolo ed il credito
de' suoi capi. Uno di costoro, avendo accusato Giovanni Cambi,
ragguardevole cittadino, fu riconvenuto di calunnia con evidenti prove,
onde il capitano del popolo fece imprigionare il delatore, e volle
assoggettarlo alla pena che aveva cercato di far cadere sopra
l'innocente. Giorgio Scali impiegò tutto il credito che aveva per
salvare la sua creatura, e perchè le sue preghiere non avevano effetto,
di concerto con Tommaso Strozzi, invase il palazzo del capitano del
popolo con un branco di gente armata, e fattosene padrone il 13 gennajo
del 1382 lo abbandonò al saccheggio, e liberò il suo prigioniere[277].
[277] _Sozomeni Pistor. Hist. p. 1121. — Marchione de Stefani, l.
XI, R. 901, p. 67. — Memorie storiche di Ser Naddo da Montecatini.
Delizie degli Erud., t. XVIII, p. 37._
Una così impudente violazione delle leggi risvegliò l'universale
indignazione, ed il popolo si staccò affatto dalla causa dei due
demagoghi, cui fino a tal epoca erasi consacrato. Il capitano recossi a
restituire ai priori la bacchetta del comando, dicendo che l'onor suo
non permettevagli d'amministrare più oltre la giustizia in una città ove
così colpevoli violenze ne turbavano il corso; ed i priori, che
sospiravano essi medesimi l'istante di ritirare il governo dalle mani
del popolaccio, giudicarono questa occasione favorevole per tentarlo.
Risposero al capitano del popolo, che doveva riprendere l'autorità che
voleva deporre, ed adoperarla nel vendicare l'affronto che aveva
ricevuto. Benedetto Alberti concorse colla signoria all'abbassamento dei
capi audaci, che oltraggiavano la libertà. Tommaso Strozzi, prevenuto a
tempo del pericolo che gli sovrastava, ebbe tempo di fuggire, ma Giorgio
Scali fu arrestato in propria casa, e venti ore dopo perdette il capo
sul patibolo in mezzo alla folla, che applaudiva al suo supplicio.
Giorgio Scali si lagnò avanti di morire, perchè la sua malvagia fortuna
e l'odio di taluno de' suoi concittadini l'avessero persuaso ad
accarezzare un popolo, che non aveva nè fede nè riconoscenza. Avendo in
appresso veduto tra i cittadini armati Benedetto Alberti, gridò; «E tu,
Benedetto, tu consenti adunque che io provi ciò che non avrei io mai
permesso che tu provassi, se io fossi ove tu sei? Ma io ti annunzio che
questo il quale è l'estremo giorno delle mie infelicità, sarà il primo
delle tue.» Così morì in mezzo ai suoi nemici armati, che si
rallegravano della sua morte[278].
[278] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 253._
La predizione dello Scali si avverò; le antiche famiglie risguardarono
la di lui morte come il segno d'una nuova guerra civile; la città
risuonò del grido _viva la parte guelfa_, e questo nome, che non era
attaccato a verun principio politico, ma soltanto ad affezioni
ereditarie indicava allora gli aristocratici. Effettivamente il 21
gennajo, i nobili, i ricchi mercanti, e l'intero partito degli Albizzi
occuparono la pubblica piazza, e crearono una balìa di cento cittadini
per riformare lo stato[279].
[279] _Marchione de' Stefani, Rub. 902, p. 70._
Tutte le leggi rivoluzionarie emanate ne' tre precedenti anni vennero
annullate da questa balìa, tutti coloro che il 18 gennajo 1378 erano
stati esiliati o dichiarati ribelli furono ristabiliti ne' loro antichi
diritti. Si abolirono le sentenze d'ammonizione, si rilasciarono i
prigionieri di stato, e le due corporazioni, ch'erano state create per
le arti inferiori, furono disciolte[280]. L'antica fazione guelfa venne
ristabilita in tutte le sue preeminenze, e portate le sue bandiere per
tutta la città[281]. Le arti minori vennero escluse dal gonfalone di
giustizia, e dopo molte risse, che si andarono rinnovando in tutto il
corso dell'anno tra i grandi, le arti ed il popolo, la parte delle arti
minori fa infine ridotta al terzo degli onori pubblici[282].
[280] _L'arte de' Tintori ed altri membri, e l'arte de' Farsettai,
Barbieri, ec._
[281] _Leon. Aretino, l. IX. — Sozomeni Pistor. Hist. p. 1122. —
Marchione de Stefani, l. XI, Rub. 904, p. 77._
[282] _Ivi, Rub. 915, p. 100._
Ma il nuovo governo non fu ne' suoi cominciamenti meno rigoroso di
quello che lo era stato il precedente de' plebei. Esiliò i capi di molte
illustri famiglie, che avevano spalleggiato il minuto popolo, ed esiliò
pure molti popolani[283]; confinò a Chiozza Michele di Lando, cui la
patria doveva mostrarsi più riconoscente, avendola egli salvata dal
furore dei Ciompi[284]; per ultimo perseguitò Benedetto Alberti, che più
fedele a' suoi principj che al suo partito, s'accostava sempre a quello
dell'opposizione contro tutte le tirannidi. In molte circostanze il
governo manifestò la diffendenza o l'odio che gli portava. Ma non fu che
nel 1387 che una nuova balìa, incaricata di riformare lo stato e di
ristringere l'aristocrazia osò all'ultimo d'esiliarlo[285]. Benedetto
Alberti prima di partire chiamò presso di sè tutti i suoi parenti, e
vedendo che piangevano, disse loro: «Voi vedete, miei amici, come la
fortuna me colpisce e voi minaccia; io non ne sono per altro sorpreso, e
voi pure non dovete esserlo, imperciocchè tale fu sempre la sorte di
coloro che in mezzo a molti malvagi, vollero conservarsi giusti, e che
si sforzarono di sostenere ciò, che i più cercavano di rovesciare.
L'amore della mia patria mi avvicinò a Salvestro de' Medici, lo stesso
amore mi allontanò da Giorgio Scali, come lo stesso sentimento eccitò il
mio odio contro coloro che hanno presentemente il governo in mano. Non
avendo questi persona che li punisca, non vogliono pur soffrire chi
ardisce biasimarli. Io acconsento a liberarli col mio esilio dal timore
che hanno di me, e di tutti coloro che detestano la loro tirannide, e la
loro scelleratezza; percuotendo me per altro hanno minacciati tutti gli
altri.
[283] _Ivi, Rub. 910, p. 85._
[284] Il 14 marzo 1382. _Marchione de Stefani, Rub. 918, p. 108._
[285] _Mem. di Ser Naddo da Montecatini, t. XVIII, p. 94._
«Io non ho compassione di me medesimo, perchè la patria serva non può
rapirmi gli onori della patria ancora libera; e la memoria della passata
mia vita mi sarà più cagione di godimento, di quel che possa recarmi
dispiaceri l'esilio che io m'apparecchio a subire. Mi crucia soltanto la
sorte della mia patria, caduta sotto il giogo dell'aristocrazia, e
sottoposta al suo orgoglio ed alla sua avarizia. Mi affligge ancora la
sorte vostra; imperciocchè i mali, che oggi finiscono per me, cominciano
per voi, e forse vi opprimeranno assai più, che me non hanno oppresso.
Io vi esorto frattanto a preparare le anime vostre a sostenere
virtuosamente tutti gl'infortunj, e poichè siete minacciati da molte
sventure, vi ammonisco a diportarvi in maniera, che quando sarete
colpiti, sappia ognuno, che non siete infelici per colpa vostra, e che
soffrite come si conviene a uomini virtuosi[286].» Benedetto Alberti
partì in appresso per terra santa, visitò in abito di pellegrino il
sepolcro del Salvatore, e quando stava per tornare in Europa fu sorpreso
da grave infermità, e morì a Rodi[287]. Le sue ossa, trasportate a
Firenze, ebbero onorata sepoltura.
[286] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 259._
[287] _Memorie Storiche di Ser Naddo da Montecatini, t. XVIII, p.
99._
E per tal modo nel giro di tre anni il furore delle fazioni aveva
privata Firenze de' suoi più illustri uomini di stato. Il corso della
natura le aveva di già tolti prima alcuni de' suoi cittadini, che
coll'alta loro riputazione letteraria non avevano forse meno contribuito
alla sua gloria. Petrarca era morto d'apoplesìa il 18 luglio del 1374 in
Arquà, presso Padova, alle falde dei monti Euganei. Era questa una casa
solitaria accordatagli da Francesco di Carrara in allora signore di
Padova[288]. Il Boccaccio morì poco dopo il 21 dicembre del 1375, e
tutta la società de' letterati con cui Petrarca aveva vissuto, quella
società che l'abate di Sade ha fatta conoscere nelle sue voluminose
memorie, era pressochè tutta distrutta. Ma la repubblica fiorentina in
mezzo alle sue rivoluzioni non aveva perduto il germe che fa nascere e
moltiplica i grandi uomini. Malgrado il supplicio de' cittadini, che
avevano amministrata la repubblica con tanta gloria dal 1360 al 1378,
nuovi uomini di stato si presentarono sulla scena per mostrare nel
susseguente periodo nè minori talenti nè minori virtù. A Petrarca ed ai
suoi amici erano succeduti nuovi letterati. Coluccio Salutati di
Stignano era stato nominato cancelliere della comunità il 25 aprile del
1375, ed esercitò trent'anni questa carica con molta eloquenza e molto
ingegno. Era solito dire il Visconti, che più temeva l'effetto d'una
lettera di Coluccio, che non le armi di mille cavalieri fiorentini[289].
Leonardo Bruno, detto l'Aretino, era nato nel 1369, ed era destinato ad
essere uno de' più eloquenti e più giudiziosi storici, che abbia
prodotti l'Italia. La generazione che entrava sulla scena del mondo
quando l'altra si ritirava, doveva succedergli nella gloria delle
lettere, delle arti e delle virtù politiche.
[288] _Memoires pour la vie de Pétrarque, l. VI, t. III, p. 798._
[289] _Scipione Ammirato, l. XIII, p. 692. — Tiraboschi Stor. della
Letter. Ital. l. III, c. 3, § 21, t. V, p. 571._