CAPITOLO XLIX.

_Intraprese di Barnabò sopra la Toscana. — Gregorio XI attacca i

Visconti; tenta di sorprendere la repubblica di Firenze sua

alleata; i Fiorentini dichiarano la guerra al papa, e fanno

ribellare tutte le città dello stato ecclesiastico._

1369 = 1378.

Se papa Urbano V, riconducendo la corte pontificia a Roma, non cercò che

la gloria della santa sede, dovette, non v'ha dubbio, chiamarsi contento

della presa risoluzione. Veruno de' suoi predecessori ebbe un regno più

brillante; niuno era stato accolto dai popoli con maggiori dimostrazioni

d'affetto, nè aveva ridotti più grandi monarchi ad umiliarsi ai suoi

piedi. Urbano V vide nello stesso anno gl'imperatori dell'Occidente e

dell'Oriente, prostrati innanzi al trono di san Pietro, mostrare al

rappresentante degli Apostoli un rispetto ed un'ubbidienza che i loro

predecessori erano ben lontani dall'accordargli. Vero è che Carlo IV non

aveva ereditato colla corona dei due Federici la loro fierezza o il loro

coraggio, e che Giovanni Paleologo, il successore di Teodosio o di

Costantino, si vedeva privo di tutta la loro possanza.

Giovanni Paleologo, oppresso dalle armate di Amurat, aveva perduto

Adrianopoli e la Romania, e, rinserrato nella sua capitale, temeva ogni

giorno d'esserne scacciato, quando risolse di venire ad implorare contro

i Turchi i soccorsi degli Occidentali. Abbjurò per la seconda volta lo

scisma de' Greci[72]; fu ammesso a baciare i piedi al papa; condusse la

di lui mula per la briglia come aveva fatto Carlo IV, e divise gli onori

e le umiliazioni degl'imperatori d'Occidente. Ma niun altro frutto

raccolse dal suo abbassamento, che inutili bolle e vane

raccomandazioni[73]. Il re di Francia, sebbene eccitato in suo favore

dal papa, non potè accordargli verun soccorso; e quando il Paleologo,

senza danaro e senza soldati, partì alla volta de' suoi stati venne per

debiti imprigionato a Venezia. Andronico, il maggiore de' suoi

figliuoli, ricusò d'impiegare una parte delle pubbliche entrate per

liberarlo, ed il secondogenito, Emmanuele, non lo rese libero che

costituendosi prigioniero in sua vece[74].

[72] Aveva di già abbjurato nel 1355 sperando d'ottenere i soccorsi

d'Innocenzo VI.

[73] _Raynaldi Ann. Eccles. 1369 § 1, p. 478. — Gibbon Decline and

fall of the Roman Empire, cap. LXVI._

[74] _Laonicus Chalcocondyles de rebus Turcicis Script. Byz., t.

XVI, l. I, p. 20._

Urbano V aveva ottenuti più importanti vantaggi che non sono quelli

d'abbassare i due imperatori ai suoi piedi. Durante la sua dimora di tre

anni a Roma, a Viterbo, e a Montefiascone, ottenne, ciò che non osava

sperare, di ridurre sotto il suo dominio tutto il patrimonio di san

Pietro. La sola repubblica di Perugia erasi conservata indipendente in

mezzo ai feudatarj della chiesa; Urbano risolse di forzarla a

sottomettersi, e dopo una resistenza alquanto lunga, in ultimo i

Perugini riconobbero la suprema signoria del papa, e chiesero per i loro

priori il titolo di vicarj della santa sede[75].

[75] In conseguenza d'un trattato soscritto a Bologna il 23 novembre

1370. _Pompeo Pellini Istoria di Perugia, p. I, l. VIII, p. 1081. —

Vita Urban. V, ex collect. Bosqueti, t. III, Rer. Ital. p. 623._

L'incostanza di Carlo IV aveva mandato a male il progetto, formato da

Albornoz, d'umiliare la casa Visconti, e di disperdere le grandi

compagnie, che ella proteggeva; ma l'imperatore non ebbe appen

abbandonata l'Italia, che i Visconti, resi più orgogliosi dalla sua

ritirata, si provocarono nuovi nemici. Essi forzarono finalmente i

Fiorentini a dichiararsi contro di loro; ed il 31 ottobre del 1369 venne

conchiusa contro i signori di Milano una lega ben più formidabile di

quella che si era disciolta nel precedente anno, avendo in questa presa

parte il papa, i Fiorentini, il marchese d'Este, il signore di Padova,

Feltrino Gonzaga di Reggio, e le repubbliche di Bologna, di Pisa e di

Lucca[76].

[76] _Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1086._

Lo stesso Carlo IV aveva gittato i semi di questa nuova guerra. Quando

giunse in Toscana aveva approfittato di una rivoluzione scoppiata a

Samminiato contro i Fiorentini, per prendere questa piccola città sotto

la sua protezione, facendola occupare dai suoi corazzieri. Allorchè

abbandonò la Toscana, avendo chiamata presso di sè la guarnigione che vi

aveva posta, gli abitanti implorarono l'assistenza di Barnabò Visconti,

il quale dichiarò subito che li proteggerebbe. Come vicario dell'impero

intimò ai Fiorentini di lasciarli quieti, e fece avanzare Giovanni Acuto

colla compagnia inglese in soccorso di Samminiato[77].

[77] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. I, p. 216. — Leonardo

Aretino Hist. Fior., l. VIII. — Marchione di Coppo Stefani Istor.

Fior., l. IX, Rub. 710, 711, p. 72. — Scipione Ammirato Istor.

Fior., l. XIII, p. 669._

Era questa città assediata da Giovanni Malatacca, di Reggio di Calabria.

Questo capitano de' Fiorentini sembrava in sul punto di ridurre

Samminiato, quando la signoria, che desiderava di terminare prontamente

la guerra, gli ordinò di dare battaglia all'Acuto, ch'erasi innoltrato

fino a Cascina. Il generale fiorentino ubbidì di mal animo, e fu battuto

e fatto prigioniero con molti de' suoi migliori ufficiali[78].

Fortunatamente aveva lasciato avanti a Samminiato Roberto, conte di

Battifolle, con parte dell'armata. Questi, durante l'assenza del suo

generale, guadagnò col danaro uno degli assediati, la di cui casa era

appoggiata alle mura, e di concerto con lui vi praticò una breccia, per

la quale introdusse le truppe fiorentine il 3 gennajo del 1370[79].

[78] _Ann. Bonincontrii Miniatensis, t. XXI, p. 14 e 15._

Quest'annalista di Samminia ha gettata qualche confusione nelle

date.

[79] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. I, p. 217. — Chron.

Estense, t. XV, p. 492. — Marchione di Coppo Stefani Ist. Fior., l.

IX, Rub. 716, p. 78._

Il papa si felicitava di vedere finalmente i Fiorentini impegnati con

lui nella guerra contro il Visconti. Allorchè era stata conchiusa la

nuova alleanza aveva spediti due legati a Barnabò per portargli una

bolla di scomunica; era questa il segno delle ostilità che in breve

ricominciavano. Barnabò udì con apparente calma il messaggio di cui

erano incaricati il cardinale di Belforte e l'abate di Farfa; li

condusse poi fino sul ponte del naviglio in mezzo di Milano: «Scegliete

(disse loro tutt'ad un tratto) se prima di lasciarmi volete mangiare o

bevere;» e perchè i legati sorpresi non rispondevano; «non credete già

(soggiunse con terribili bestemmie) che noi siamo per separarci senza

che voi abbiate mangiato o bevuto, in modo che vi ricordiate poi sempre

di me.» I legati guardarono all'intorno, e si videro circondati dalle

guardie del tiranno e da un popolo nemico; osservarono il fiume sopra

cui si trovavano, ed uno di loro rispose: «Io amo meglio mangiare che

chiedere da bere ove trovasi tanta copia d'acqua.» «È bene, rispose

Barnabò, ecco le bolle di scomunica che voi mi avete portate, voi non

uscirete da questo ponte prima d'avere mangiata in mia presenza la

pergamena su cui sono scritte, i suggelli di piombo che ne pendono, ed i

legami di seta cui sono attaccati.» In vano i legati riclamarono contro

la violazione del doppio loro carattere d'ambasciatori e di

ecclesiastici, dovettero sottomettersi, ed eseguire l'ordine del tiranno

sotto gli occhi delle sue guardie e di tutto il popolo[80].

[80] _Andrea Gataro Istoria Padovana, t. XVII, p. 162._

Urbano V pensò meno a vendicarsi di tanta offesa che ad allontanarsi da

un paese, ove trovavasi impegnato in una continua lotta. Egli regnava,

gli è vero, in Italia, ma regnando sospirava il riposo e la sicurezza

d'Avignone. Tutta la sua corte lo andava continuamente sollecitando a

tornare in Provenza; la sua stessa coscienza gliene faceva un dovere,

perchè suppose di potere riconciliare i re di Francia e d'Inghilterra,

tra i quali era ricominciata la guerra. Tornò dunque per mare in

Avignone nel settembre del 1370[81]; ma vi era da poco giunto quando

cadde gravemente infermo, ed il 19 dicembre dello stesso anno morì

compianto da tutta la cristianità. Molti fedeli in lui vedevano non solo

un virtuoso pontefice, ed un buon sovrano, ma ancora un santo, dotato

del dono dei miracoli[82].

[81] Dichiarò con una bolla in data di Montefiascone (26 giugno

1370), che i Romani non gli avevano dato verun motivo di lagnanza,

che fosse cagione della sua partenza. _Raynald. Ann. Eccl. 1370, §

19, p. 489. — Vita Urbani V, in Bosqueto, p. 625._

[82] _Fran. Petr. seniles Epist., l. XIII, epist. 13, p. 1026._

I Fiorentini avevano mandato Manno Donati, uno de' loro compatriotti, a

Bologna, con ottocento cavalli, per attaccare i Visconti in Lombardia;

in pari tempo avevano chiamato Ridolfo di Varano, signore di Camerino,

per comandare le truppe che opponevano in Toscana a Giovanni Acuto[83].

[83] _Sozomeni Pistoriensis Hist., p. 1089. — Poggi Bracciolini

Hist., l. I, p. 218. — Bern. Marangoni Chroniche di Pisa, p. 759._

Questo generale di Barnabò, dopo avere fatto con infelice esito un

tentativo sopra Lucca, erasi avvicinato a Pisa con Giovanni Agnello, il

deposto doge, e coi Raspanti fuorusciti. Nella notte del 20 al 21 maggio

ottanta de' suoi soldati, diedero la scalata alle mura, e sorpresero la

prima guardia senza lasciarle tempo di dare l'allarme; ma un ufficiale

dei Gambacorti scoprì gl'Inglesi, che salivano in silenzio sulle loro

scale tinte di colore oscuro. Fece suonare campana a martello, ed i

Pisani corsero alle armi con tanta celerità e coraggio, che rovesciarono

nella fossa o fecero prigionieri i nemici, che di già occupavano la

muraglia. Pietro Gambacorti, che si distinse in quest'occasione, fu da'

suoi riconoscenti concittadini nominato capitano generale e difensore

del comune, coll'autorità ch'ebbe altra volta il conte Fazio della

Gherardesca. Dopo tale epoca il Gambacorti fu il capo costituzionale

della repubblica[84].

[84] _Cronica di Pisa, t. XV, p. 1057, 1058. — Bernardo Marangoni

Chron. Pisana, p. 672._

Acuto dopo ciò condusse la sua armata nelle Maremme. Saccheggiò il

castello di Livorno, e guastò parte del territorio pisano. I Fiorentini

fecero avanzare contro di lui l'armata della lega, che avevano

richiamata in Toscana per opporla a questo generale, e gli mandarono il

guanto della sfida; ma egli non giudicò a proposito di accettarlo. Si

ritirò da prima nella valle del Serchio, nello stato lucchese, indi

prese la strada della Lombardia, passando per Pietra Santa e per

Sarzana[85].

[85] _Sozomeni Pistor. Hist., p. 1090._

Verso lo stesso tempo un'altra armata di Barnabò, che assediava Reggio,

fu obbligata a ritirarsi[86]. I confederati in tali circostanze

ricevettero la notizia della morte d'Urbano V, per lo che risolsero di

non ispinger più oltre i loro vantaggi, ma di dare orecchio alle

proposizioni d'accomodamento che loro facevano i Visconti; la pace fu

ben tosto conchiusa, e con questa venne mantenuto ognuno ne'

possedimenti che aveva[87].

[86] _Bern. Corio Storie Milanesi, p. III, p. 243._

[87] _Poggio Bracciolini, l. I, p. 219. — Chr. Estense, t. XV, p.

493._

Questa breve guerra, non illustrata da veruna importante azione, ebbe

non pertanto il vantaggio d'unire in una sola lega tre repubbliche lungo

tempo rivali, Firenze, Pisa e Lucca. Il risultato della loro alleanza

doveva essere quello di dare a Firenze la direzione di tutte le forze

della Toscana; perciocchè questa città, superiore in potenza a tutte le

altre, era in oltre la sola la di cui prosperità non fosse stata turbata

negli ultimi anni; ella aveva date prove di saviezza e di energia; e le

rivoluzioni de' vicini stati avevano fatto conoscere i talenti degli

uomini che dirigevano i suoi consigli. Tra questi si distinguevano

particolarmente Pietro degli Albizzi, Lapo da Castiglionchio e Carlo

Strozzi. Tutti tre appartenevano alla fazione, che fino dal 1357 faceva

servire l'autorità de' capitani del partito guelfo, e le procedure

dell'ammonizione ad allontanare i loro avversarj dal governo. Uguccione

dei Ricci, capo d'una famiglia gelosa degli Albizzi, e ben conosciuto

per Guelfo, era stato l'inventore di queste parziali leggi. Credevansi

gli Albizzi usciti da' Ghibellini d'Arezzo, ed i Ricci avevano pensato

che potrebbero venire esclusi dagl'impieghi a cagione della loro

origine. Ma le leggi di cui Uguccione aveva voluto valersi contro i suoi

rivali, furono rivolte a danno de' suoi partigiani. Gli Albizzi (1371)

avevano contratta alleanza coi Bondelmonti e coi capi dell'antica

nobiltà; erano essi potenti presso i capitani di parte guelfa, e sebbene

non osassero attaccare i Ricci essi medesimi, avevano di già fatti

ammonire, o escludere dalle magistrature più di duecento dei loro amici,

e procedevano con estremo ardore nel far nascere nuove accuse di

ghibellinismo[88].

[88] _Macchiavelli Istor. Fior., l. III, p. 198. — Scipione

Ammirato, l. XIII, p. 680, 684._

I Ricci avevano da principio tentato di ristrignere l'autorità de'

capitani di parte, ma mutarono pratica quando videro i Guelfi acquistare

maggior credito colla lega conchiusa col papa: allora cercarono ancor

essi di guadagnare il favore della Chiesa, ed ottennero coi maneggi

qualche influenza sopra i capitani di parte; allora si videro le

procedure contro i Ghibellini, dirette a vicenda dagli Albizzi e dai

Ricci, moltiplicarsi, e tenere tutta la repubblica inquieta ed

agitata[89].

[89] _Marchione de Stefani Istor. Fior., l. IX, Rub. 725, p. 92._

Durante tutto il 1371 la violenza delle due fazioni parve che andasse

crescendo, e si poteva ragionevolmente temere che la contesa delle due

famiglie facesse scoppiare una guerra civile. Ma vedendo il malcontento

reso universale, la signoria vi rimediò. Permise ai cittadini che

desideravano una riforma di adunarsi a san Pietro Scheraggio[90]. Dietro

loro domanda convocò un consiglio di cinquecento _richiesti_ per calmare

l'agitazione della repubblica. In questo consiglio gli Albizzi ed i

Ricci si accusarono a vicenda. Si rimproverò sopra tutto agli Albizzi

d'essersi dato vanto, presso i signori di Ferrara e di Padova, della

propria autorità sopra la loro patria, assicurando che non era minore di

quella di questi principi ne' loro stati[91]. Il popolo irritato

incaricò una balìa di cinquantasei membri di difendere la libertà di

Firenze contro queste due ambiziose famiglie; e Pietro dei Ricci ed

Uguccione degli Albizzi, cadauno con due de' loro parenti, vennero

esclusi per cinque anni da tutte le magistrature, tranne quelle di parte

guelfa[92]. Subito dopo quest'esclusione fu estesa a tutti i membri

delle due famiglie, e la violenza delle fazioni rimase per qualche tempo

sospesa[93].

[90] Le leggi non permettevano ai cittadini di adunarsi in maggior

numero di dodici per trattare gli affari dello stato. _Marchione de

Stefani, l. IX, R. 731, p. 105._

[91] _Marchione de Stefani, l. IX, p. 107._

[92] _Ivi, R. 732, p. 109._

[93] _Ivi, R. 733, p. 111. — Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p.

207. — Leonardo Aretino Istor. Fior., l. VIII._

I cardinali, adunati in Avignone, avevano intanto dato un successore ad

Urbano V nella persona di Pietro Rogero, conte di Belforte, cardinale

diacono di santa Maria nuova, e nipote di Clemente VI. Fu eletto

l'ultimo giorno del 1370, e prese il nome di Gregorio XI[94].

[94] _Rayn. Ann. Eccl. 1370, § 25, p. 492. — Fleury Stor. Eccles.,

l. XCVII, c. 19._

Il nuovo papa ebbe presto motivo di lagnarsi dei Visconti. Feltrino

Gonzaga, tiranno di Reggio, era uno degli alleati della Chiesa, come

pure il marchese d'Este, signore di Modena e di Ferrara. Quest'ultimo

non per tanto prese parte in una congiura tramata contro Feltrino, e

fece avanzare verso Reggio una compagnia di mercenarj tedeschi,

comandata da un fratello del conte Lando[95]. I nemici di Feltrino,

d'accordo col marchese d'Este, aprirono Reggio ai Tedeschi, i quali,

dopo avere saccheggiata la città coll'estrema barbarie, invece di

consegnarla al marchese d'Este, la vendettero il 17 maggio 1371 a

Barnabò Visconti per venticinque mila fiorini[96].

[95] Il conte Corrado Lando, capo della grande compagnia, era stato

ucciso presso Novara nel 1363. _Chron. Placent., t. XVI, p. 507_. Il

nuovo avventuriere tedesco chiamavasi Lucio Lando.

[96] _Chron. Estense, t. XV, p. 494_.

Barnabò, orgoglioso di tale acquisto, ricominciò la guerra contro gli

alleati della Chiesa; assediò Bondeno nello stato di Ferrara, e minacciò

Modena, mentre che suo fratello Galeazzo attaccava il marchese di

Monferrato con uguale impeto e gli toglieva molte città. Gregorio XI

rinnovò coi principi lombardi la lega, che il suo predecessore aveva

formata contro i signori di Milano; egli avrebbe voluto che vi

prendessero parte anche le città toscane; ma gli Albizzi, i più zelanti

partigiani della Chiesa in Firenze, non avevano più parte

nell'amministrazione; le relazioni di questa famiglia coi legati di

Bologna e di Perugia eransi rese sospette, e temevasi che il papa non

fosse entrato nelle trame contro la libertà fiorentina[97]. Le prime

azioni di Gregorio XI avevano fatta conoscere la sua ambizione, e resa

dubbiosa la sua lealtà. Il cardinale di Burgos, suo legato a Perugia,

aveva approfittato di una sedizione, manifestatasi in questa città, per

far esiliare i Raspanti, i più zelanti partigiani della libertà. Aveva

in appresso gittati i fondamenti di una fortezza per ridurre la città in

servitù, ed il suo successore, l'abate di Montmayeur, approfittando del

cattivo raccolto, e della carestia che affliggeva Perugia, l'aveva

spogliata di tutti i suoi privilegj, e costrettala a riconoscere

l'assoluto potere del papa[98]. Credevasi che somiglianti progetti si

fossero formati contro le repubbliche della Toscana; e Gregorio XI, che

scriveva ai Sienesi per liberarsi da tale sospetto, non lo aveva punto

dissipato[99].

[97] _Marchione de Stefani Ist. Fiorent., l. IX, Rub. 738, p. 117._

[98] _Pompeo Pellini Storia di Perugia, p. I, l. VIII, p. 1111._

[99] Veggasi questa lettera riferita dal _Rayn. Ann. Eccles. 1371, §

7, p. 495._

Frattanto Gregorio XI aveva dichiarata la guerra ai Visconti in agosto

del 1372. Aveva incaricato il conte Amedeo di Savoja di difendere il

Monferrato, essendo morto il marchese Giovanni Paleologo in principio di

quest'anno. Un'altra armata formavasi nel bolognese sotto gli ordini del

marchese d'Este, alla quale i Fiorentini mandarono il contingente delle

truppe, ch'eransi ne' precedenti trattati obbligati di somministrare al

papa, poichè giusta il diritto pubblico di que' tempi, potevano farlo

senza dichiarare la guerra ai signori di Milano. I Visconti ebbero

l'imprudenza di licenziare in tali circostanze Giovanni Acuto, che

trovavasi al loro soldo colla compagnia inglese. Questo capitano il più

abile di quanti facevano in allora la guerra in Lombardia, passò al

servigio del legato e de' confederati, e mutò la fortuna delle

armi[100].

[100] _Bernardino Corio Storie Milanesi, p. III, p. 245._

In principio del 1373, Barnabò spedì un corpo di tre mila cavalieri per

guastare il territorio di Bologna. Quest'armata s'innoltrò fino a

Cesena, ma nel suo ritorno venne sorpresa, mentre passava il Panaro, da

Acuto, e rotta[101]. L'armata del papa penetrò subito dopo ne' territorj

di Piacenza e di Pavia, ove tutti i Guelfi dei due stati aprirono i loro

castelli a Pietro di Beziers, cardinale legato di Bologna. Questi

s'avanzò in seguito fin presso Brescia, col conte di Savoja, sperando di

approfittare delle intelligenze che aveva in questa città ed in Bergamo.

Giovanni Galeazzo, per impedire che scoppiasse qualche congiura, si

portò sul fiume Chiesa contro le truppe del papa; ma fu attaccato da

Acuto l'otto maggio del 1373, e dopo un'ostinata battaglia rotto e fatti

prigionieri quasi tutti i suoi capitani[102]. Dopo tale rotta i Guelfi

degli stati de' Visconti si ribellarono da ogni banda. Barnabò incaricò

suo figliuolo naturale Ambrogio di ridurre al dovere quelli delle Valli

del Bergamasco; ma i contadini della Val san Martino sorpresero Ambrogio

il 17 agosto, lo uccisero, e dispersero la sua armata[103].

[101] _Math. de Griffon. Mem. Histor, t. XVIII, p. 183. — Chron.

Placent. t. XVI, p. 516._

[102] _Bernard. Corio Stor. Mil., p. III, p. 246. — Chron. Est., t.

XV, p. 497._

[103] _Gazata Chron. Regiense, t. XVIII, p. 81. — Chron. Placent. p.

519._

Nel susseguente anno gli affari dei Visconti non procedevano con

migliore fortuna; la città di Vercelli cadde in mano de' confederati, e

gli stati di Parma e di Piacenza furono guastati dal marchese d'Este.

Per altro la guerra non facevasi vigorosamente, perchè le inondazioni, e

dopo la peste la carestia travagliarono la Lombardia[104]. Per

procurarsi un poco di riposo in mezzo a tante calamità, il papa ed i

Visconti, egualmente spossati dagli sforzi che fatti avevano,

conchiusero il 6 giugno del 1374 una tregua d'un anno, durante il quale

speravano di mettere fine alle loro contese con una pace generale.

[104] _Cronica Sanese, t. XV, p. 241._

Ma Guglielmo di Noellet, cardinale di sant'Angelo e legato di Bologna,

lusingavasi di approfittare di questa tregua per mandare ad effetto

un'importante intrapresa. La Toscana, non meno che la Lombardia, aveva

avute le piogge e le inondazioni che avevano distrutte le sementi, di

modo che il frumento scarseggiava ed era carissimo[105]. In Firenze si

era manifestata la peste, e dal mese di marzo a quello di ottobre aveva

portate al sepolcro sette mila persone. La gelosia eccitata tra gli

Albizzi ed i Ricci, non era spenta, e la repubblica chiudeva ancora nel

suo seno molti semi di discordia. I Fiorentini, trovandosi in pace con

tutti i loro vicini, non avevano sotto le armi che poche truppe, come

pure i Sienesi ed i Pisani. Il legato di Bologna, giudicò i Toscani,

dice Poggio Bracciolini, a seconda della leggerezza francese; e pensò

che s'egli rendeva la carestia più sensibile, il popolo, stretto dalla

fame, prenderebbe le armi contro il suo governo, e che la città

travagliata dalle sedizioni interne, quanto dalla guerra, si

rifugierebbe sotto il suo potere[106].

[105] _Marchione de Stefani Ist. Fior., l. IX, Rub. 746, p. 132._

[106] _Poggio Bracciolini Stor. Fior., l. I, p. 220._

«Dopo che la santa sede erasi trasportata al di là dei monti (dice

Leonardo Aretino) i legati francesi governavano tutti i paesi sottomessi

alla Chiesa. L'altero loro modo di comandare riusciva quasi affatto

insoffribile; essi sforzavansi di allargare l'autorità loro sopra le

città libere, ed i loro ufficiali, i loro cortigiani non erano uomini di

pace ma di guerra; essi riempivano l'Italia d'oltramontani; in tutte le

città innalzavano fortezze con eccessiva spesa, e lasciavano con ciò

travedere quanto la servitù dei popoli, cui essi avevano tolta la

libertà, era miserabile e forzata; per tal modo rendevano giusti l'odio

de' sudditi e la diffidenza de' vicini[107].»

[107] _Lion. Aretinus Historiar., l. VIII._

I Fiorentini tiravano ogni anno una parte de' loro grani dalla Romagna e

dal Bolognese; il legato per raddoppiare le difficoltà che provavano, ne

vietò tutto ad un tratto l'esportazione. La signoria col sagrificio di

sessanta mila fiorini acquistò il frumento in lontani paesi; passò

l'inverno, e si vedeva vicino il nuovo raccolto che doveva riempire i

vuoti granai. Il legato per privare i Fiorentini di tale speranza fece

entrare in Toscana Giovanni Acuto il 24 giugno del 1375 con una numerosa

armata, ordinandogli di bruciare le case del territorio fiorentino[108].

Dall'altro canto Gerardo Dupuis, abate di Montmayeur, che comandava a

Perugia, colse il pretesto d'una guerra tra i Sienesi ed i gentiluomini

della casa Salimbeni, per far guastare il territorio di Siena dalle

truppe della Chiesa[109].

[108] _Cron. San. di Neri di Donato, p. 245. — Scipione Ammirato, l.

XIII, p. 693._

[109] _Cron. Sanese, p. 242. — Poggio Bracciolini Istor. Fiorent.,

l. II, p. 221._

Per salvare almeno le apparenze, il legato scrisse ai Fiorentini che

Acuto aveva formata una compagnia d'avventurieri colle truppe che la

Chiesa ed i Visconti avevano licenziate; ch'egli attaccava la Toscana

senza l'assenso della Chiesa, ma che la signoria potrebbe forse farlo

ritrocedere col sagrificio di cento, e fors'anco di soli sessanta mila

fiorini[110]. In questo medesimo tempo, una congiura scopertasi a Prato,

il di cui oggetto era quello di sottomettere questa città alla Chiesa,

fece conoscere quale fede meritavano tali proteste[111].

[110] _March. de Stefani Ist. Fior., l. IX, R. 751, p. 139._

[111] _Leonardi Aretini Hist. Fiorent., l. VIII. — Ann. Bonincontrii

Miniatensis, p. 23._

La perfidia e l'ingratitudine del legato risvegliarono in Firenze la più

alta indignazione. Verun altro stato in Europa erasi fino dalla sua

origine mostrato con tanta costanza attaccato alla Chiesa, quanto la

repubblica fiorentina. Sebbene avesse di già avuto motivo di lagnarsi

del legato, gli aveva mandato per combattere i Visconti quanti soldati

aveva, e questo perfido alleato coglieva l'istante in cui la repubblica

era stata colpita dalla peste e dalla fame, per darla in balìa di rapaci

soldati. I Fiorentini per fare una strepitosa vendetta di tanto

tradimento, affidarono tutti i poteri dello stato ad otto magistrati,

che chiamarono i _signori della guerra_[112].

[112] I nomi di questi otto signori, che furono poi detti in Firenze

gli _otto santi della guerra_, meritano di essere conservati. Erano

Alessandro Bardi, Giovanni Dini, Giovanni Magalotti, Andrea

Salviati, Guiccio Guicci, Tommaso Strozzi, Matteo Soldi e Giovanni

Moni. — _Sozomeni Pistor Hist. p. 1095. — March. de Stefani, l. IX,

R. 752, p. 142. — Scip. Ammir. l. XIII, p. 694._

Gli otto della guerra, che volevano prima di tutto salvare il raccolto,

aprirono subito un trattato con Acuto, e spedirono in pari tempo

ambasciatori al legato, pregandolo di richiamare questo generale. Il

legato rispose che Acuto più non trovavasi al suo soldo, e diede copia

agli ambasciatori del congedo che diceva di avere dato a questo

capitano. Nello stesso tempo diede al capitano segreto ordine di offrire

ai Fiorentini di risparmiare il loro territorio contro il pagamento

d'una taglia, ma di domandare una così enorme somma che facesse rompere

il trattato. Acuto chiese cento trenta mila fiorini, che gli furono

pagati senza difficoltà, avendone caricati più della metà sul clero

fiorentino. Il legato si affrettò di scrivere al capitano inglese di

rompere ogni mercato, ma questi, cui gli ambasciatori fiorentini avevano

mostrata la copia del congedo, che avevano portato da Bologna, non volle

perdere così ragguardevole somma, ed in oltre prendere sopra di se

l'altrui mala fede[113]. Continuò dunque la sua strada a traverso la

Toscana, tirando dai Sienesi trentacinque mila fiorini; indi si mise al

soldo dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia[114].

[113] _Poggio Bracciolini Ist. Fior. l. II, p. 222._

[114] _Cronaca Sanese di Neri di Donato, p. 245. — Cron. di Pisa, p.

1068. — B. Marangoni Cron. di Pisa, p. 772._

Non avendo questa spedizione ottenuto al suo scopo, Gregorio XI scrisse

ai Fiorentini per giustificarla; diceva che Acuto non era da lui

dipendente nelle poche settimane, che aveva passate in Toscana, sebbene

avanti e dopo questa breve campagna fosse notoriamente al soldo de' suoi

legati[115]. Ma d'altra parte raccontaronsi a Firenze ed in tutta

l'Italia alcuni fatti dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia, che

resero sempre più odioso il governo degli ecclesiastici. Quest'abate,

che fu in tale occasione creato cardinale, aveva seco condotto un suo

nipote. Questi, innamoratosi della moglie d'un gentiluomo perugino,

s'introdusse celatamente in sua casa, e la sorprese sola in camera. La

donna spaventata volle sottrarsi alla brutalità del suo rapitore, e

passare per una finestra in un'attigua casa; ma le sdrucciolò un piede,

e cadendo nella strada rimase uccisa. Tutto il popolo, compassionando

l'infelice, corse all'abate chiedendo giustizia contro suo nipote. «E

che, rispos'egli, credevate voi dunque che i Francesi fossero eunuchi!»

e così rinviò gli accusatori. Pochi giorni dopo lo stesso nipote rapì la

consorte d'un altro cittadino. Il marito avendola riclamata innanzi ai

tribunali, il legato condannò suo nipote a perdere la testa se non

rendeva la sposa a suo marito prima che passassero cinquanta

giorni[116].

[115] Lettera di Gregorio XI, presso _Raynaldi Ann. Eccl. 1375, § 13

e 15, p. 536_.

[116] _Gazata Chron. Regiense, t. XVIII, p. 85._

Siccome estrema era l'indignazione contro i ministri del papa, la

signoria e gli otto della guerra fecero adunare a Firenze un numeroso

consiglio di _richiesti_. Luigi Aldobrandi, gonfaloniere di giustizia,

si fece a parlare eloquentemente contro le superstiziose paure, che

potevano opporsi alla difesa della libertà. Dimostrò che le censure

ecclesiastiche erano senza forza quando venivano pronunciate da uomini

perfidi ed ambiziosi, che adoperavano la maschera della religione per

servire all'ambizione ed avidità loro. Propose, quale intrapresa degna

della generosità fiorentina, la liberazione di tutti i popoli che

gemevano sotto il superbo e tirannico governo de' legati francesi del

papa; e per ultimo confortò la signoria a cercare l'alleanza di Barnabò.

«Io lo so bene, diss'egli, che il tiranno milanese agirà sempre a

seconda del suo personale interesse, e non guarderà giammai al nostro;

ma è questi un caldo nemico dei preti e della potenza de' Francesi in

Italia; un odio comune accomunerà i nostri interessi[117].»

[117] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 223-226._

Il discorso del gonfaloniere essendo stato applaudito, ed il consiglio

avendo autorizzati gli otto della guerra a prendere contro la Chiesa le

più energiche misure, questi cercarono di rendersi forti colle alleanze.

Cominciarono adunque ad assicurarsi nel mese di luglio dell'appoggio di

Barnabò Visconti[118]. Le repubbliche di Siena, di Lucca e d'Arezzo

presero parte ben tosto alla lega[119], e quella di Pisa vi entrò

l'ultima nel gennajo del 1376[120]. Gli otto della guerra avevano scelto

per capitano un tedesco chiamato Corrado di Svevia: gli affidarono due

stendardi quello del comune, ed un altro, sul quale era scritto a

lettere d'oro _Libertà_. Dichiararono in pari tempo ch'erano

apparecchiati a soccorrere tutti i popoli, che desideravano di

ricuperare la libertà e di scuotere il giogo de' cattivi pastori della

chiesa[121]. Nè eglino avevano mal calcolato di trovare amici ed alleati

tra i sudditi del papa; perciocchè non ebbero appena offerta la loro

assistenza a coloro che volessero liberarsi da un'odiosa tirannide, che

la ribellione si rese generale.

[118] _Sozomeni Pistoriensis Histor., p. 1095._

[119] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 245._

[120] _Cronica di Pisa, p. 1070._

[121] _Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 753, p. 143. — Chron.

Placent. t. XVI, p. 520._

I primi a dichiararsi furono gli abitanti di Città di Castello, l'antico

Tiferno. Essi attaccarono furibondi la guarnigione ecclesiastica, e la

forzarono a ritirarsi nel castello. I Fiorentini mandarono subito

soccorsi ai Tifernati, onde la guarnigione assediata non tardò ad

arrendersi.

L'abate di Montmayeur aveva spedito Acuto con parte delle sue truppe per

liberare gli assediati; ma tosto che i Perugini lo videro partito,

presero ancor essi le armi, attaccarono le due fortezze che il legato

aveva innalzate in città, le presero in pochi giorni, e le

spianarono[122]. Nello stesso tempo Giovanni di Vico, prefetto di Roma

fece ribellare Viterbo, di cui era stato lungo tempo signore[123]. Si

sollevò pure Montefiascone, e ben tosto con sorprendente rapidità la

ribellione si dilatò in tutti gli stati della chiesa. Foligno, Spoleto,

Todi, Ascoli, Orvieto, Toscanella, Orti, Narni, Camerino, Urbino,

Radicofani, Sarteano[124], riacquistarono la libertà. Nello spazio di

dieci giorni ottanta tra città e castelli scossero il giogo della

chiesa[125]. Molti vollero darsi ai Fiorentini, ma questi loro mandavano

per risposta lo stendardo della libertà, e gli invitavano a costituirsi

in repubbliche indipendenti[126]. Frattanto altre città approfittarono

del loro soccorso per rimettere i loro antichi signori. Forlì chiamò

Sinibaldo degli Ordelaffi, figliuolo di Francesco e di Marzia, suoi

eroici difensori, e gli restituì la signoria[127].

[122] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 226. — Scipione Ammirato, l.

XIII, p. 695._

[123] _Cronica di Siena, p. 246._

[124] _Ivi, p. 247._

[125] _Chronichon Estense, t. XV, p. 499._

[126] _Marchione de Stefani Istor. Fior., l. IX, Rub. 753, p. 144._

[127] _Ann. Forolivienses, t. XXII, p. 189. — Cronaca Riminese, t.

XV, p. 914._

Di quanti signori dipendevano dall'abituale dominio della Chiesa, le si

conservò fedele il solo Galeotto Malatesti, e mantenne ubbidienti al

papa le città governate dalla sua casa. Galeotto era succeduto nel 1373

a suo fratello Pandolfo, e suo nipote Malatesta Unghero era morto nel

precedente anno[128]. Nel cominciamento di questa guerra la Chiesa

possedeva sessantaquattro città e mille cinquecento settanta sette

castelli. Perdette nel corso di un anno tutti i suoi stati ad eccezione

di Rimini e delle sue dipendenze[129].

[128] _Cron. Riminese, p. 914._

[129] _Ivi._ — Agobbio fu una delle ultime a ristabilire lo stato

popolare. Questa città si ribellò l'otto settembre del 1376. —

_Guernieri Bornio Storia d'Agobbio, t. XXI, p. 935._ — Stando a

questo storico Agobbio erasi costantemente conservato libero fino al

1350, mediante un censo di cento lire alla camera imperiale.

_Introduzione, p. 922._

Il papa, spaventato da così subita ruina, cercò di svolgere i Fiorentini

dalle prese risoluzioni coll'intimidire le loro coscienze. Li citò il 3

di febbrajo del 1376 a comparire innanzi al sacro concistoro per

giustificare la loro condotta. In fatti i Fiorentini mandarono tre

ambasciatori per trattare la loro causa in Avignone, cioè Domenico

Barbadori, Alessandro dell'Antella e Domenico di Silvestro. Vennero

introdotti l'ultimo giorno di marzo avanti ai cardinali ed al santo

padre; ed in quest'assemblea Donato parlò col coraggio e colla forza di

un uomo libero. Dichiarò che nulla avrebbe potuto muovere i Fiorentini a

prendere le armi contro la Chiesa, fuorchè la difesa della loro libertà;

«ma noi, egli disse, che abbiamo goduto di questa libertà da quasi

quattro cent'anni, noi l'abbiamo in modo immedesimata alla nostra

natura, e così cara si è renduta al nostro cuore, che non avvi veruno di

noi, che per conservarla non sia al tutto disposto a sagrificare la

propria vita[130].»

[130] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 229._

L'eloquente difesa di Barbadori cavò le lagrime ai cardinali italiani,

ma non fece veruna impressione sui francesi, e quando fu terminata,

Gregorio XI pronunciò contro la repubblica una sentenza di condanna.

Dopo di avere riepilogate tutte le offese ch'egli aveva ricevute,

fulminò l'interdetto contro la città, e la scomunica contro i capi del

governo. Ordinò nello stesso tempo a tutti i principi, amici della

Chiesa, di confiscare a loro profitto tutti i beni de' Fiorentini che

trafficavano ne' loro stati, di prendere le loro persone e venderli come

schiavi[131]. Questa parte della pena inflitta a mercanti resi da lunga

assenza stranieri alle deliberazioni della loro patria era di una

rivoltante ingiustizia; pure, siccome offriva un allettamento alla

cupidigia de' principi, venne eseguita in Francia ed in

Inghilterra[132].

[131] _Raynaldus Annal. Eccles. 1376, § 1-6, p. 542._

[132] _Marchione de Stefani, l. IX, Rub. 754, p. 145._

Quando Donato Barbadori udì la lettura di questa sentenza, rivoltosi ad

un crocifisso, che stava in mezzo all'assemblea. «A te io mi appello,

egli gridò, padre onnipossente del genere umano! Tu, che sei giusto

giudice e non esposto ad essere ingannato, poichè i suffragi degli

uomini ci condannano, io t'invoco testimonio dell'iniquità della loro

decisione. Nel tuo ultimo giudizio, tu darai una più giusta

sentenza[133].»

[133] _Poggio Bracciolini, l. II, c. 233. — Leonardo Aretino, l.

VIII. — Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, p. 349. — Scipione

Ammirato, l. XIII, p. 698._

Mentre il papa agitava in Avignone la sua lite coi Fiorentini secondo le

forme giuridiche, cercava a Firenze di terminarla con un trattato, e vi

aveva spediti ambasciatori; ma il trattato fu improvvisamente rotto

dalla rivoluzione di Bologna. Gli otto della guerra, che il popolo,

malgrado la scomunica del papa, chiamava comunemente gli otto santi,

cercavano da lungo tempo di mettere in movimento la fazione dello

scacchiere a Bologna; poichè sapeva che l'opposto partito dei

Maltraversa godeva del favore del legato[134]. Ma il popolo pareva

determinato a rimanere sotto l'ubbidienza della chiesa; quando il

legato, che non sapeva in qual modo soddisfare Acuto ed i soldati, ai

quali doveva molti soldi arretrati, risolse di cedere loro i due

castelli di Castrocaro e di Bagnacavallo che dipendevano da' Bolognesi e

dalla chiesa, e che furono dai soldati saccheggiati con inaudita

crudeltà[135]. Nello stesso tempo si vociferò che il legato trattava di

vendere Bologna medesima al marchese d'Este; onde i Bolognesi più non

frapposero dimore, e scossero un giogo, che ogni giorno rendevasi più

pesante.

[134] _Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 497._

[135] _Cronica di Bologna, t. XVIII, p. 498._

Il più ragguardevole uomo di Bologna era Taddeo degli Azzoguidi del

partito dello scacchiere, ed in sua casa la notte del 19 al 20 marzo

Roberto de' Salicetti adunò i capi delle due fazioni. Tutti i patriotti

di Bologna giurarono nelle sue mani di deporre le antiche loro

nimicizie, e di sacrificare, quando il bisogno lo richiedesse, i loro

beni e le loro vite per ricuperare l'antica libertà della patria.

Frattanto Ugolino di Panico, il conte Antonio Bruscolo, ed alcuni altri

gentiluomini avevano adunata una truppa di montanari degli Appennini,

che segretamente introdussero in città. I cittadini, dopo essere andati

alle case loro a prendere le armi, eransi di nuovo raccolti in silenzio

presso Taddeo degli Azzoguidi. Riunironsi le due truppe avanti la croce

del mercato, ove ad una sola voce rinnovarono il giuramento d'esporre i

loro beni e le loro vite per ricuperare la libertà bolognese. Roberto

Salicetti dispose senza rumore la sua truppa presso il castello, ed

occupò tutti i capi strada della piazza, indi Taddeo fece chiedere al

legato, che fin allora non erasi accorto di verun movimento, le chiavi

della fortezza e delle porte della città, dichiarandogli che i Bolognesi

d'ora innanzi intendevano di guardarsi da se medesimi. Il legato

atterrito fece aprire il castello a Salicetti, ma perchè tardava a dare

altresì le chiavi della fortezza, Taddeo si avanzò immediatamente per

attaccarla. Tutte le uscite della piazza erano di già state occupate,

onde la compagnia inglese non potè montare a cavallo per difendersi; la

prima porta della fortezza fu atterrata, mentre da un'altra banda

Antonio di Bruscolo occupava il palazzo alla testa de' contadini e lo

abbandonava al saccheggio. E perchè si cominciava ad insultare il

legato, Taddeo degli Azzoguidi accorse in suo ajuto, e, presolo sotto la

sua protezione, lo fece passare nel convento di san Giacomo.

Quando si levò il sole alla mattina del giovedì 20 marzo la rivoluzione

era di già compiuta; il gonfalone del popolo volteggiava sulla gran

piazza; le tribù e le compagnie delle arti erano adunate per nominare

dodici anziani ed un gonfaloniere di giustizia; e subito dopo il

consiglio generale pubblicò un'amnistia per tutti i fuorusciti[136].

[136] _Cherub. Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, t. II, p.

340._

Quando i Fiorentini ebbero avviso di questi avvenimenti, spedirono ai

Bolognesi lo stendardo della libertà con due mila cavalli, cinquecento

fanti, e grosse somme di danaro: le fortezze di Bologna vennero

spianate, e la nuova repubblica prese parte nella lega formata contro la

chiesa[137].

[137] _Cron. di Bologna, l. XVIII, p. 501. — Math. de Griff.

Memoriale Historicum, p. 186._

Acuto trovavasi a Granaruolo colla maggior parte della compagnia inglese

quando intese la ribellione di Bologna. Sospettava che Faenza

s'apparecchiasse a fare lo stesso, e per tale sospetto vi entrò tutt'ad

un tratto il 29 di marzo per abbandonare i cittadini al ferro de'

soldati: vennero uccise quattro mila persone; molti fuggirono ad Imola o

a Forlì, ma le donne e le vergini medesime consacrate agli altari furono

ritenute per essere disonorate[138]. Dopo tale carneficina Acuto

conchiuse una tregua di sedici mesi coi Bolognesi, per riavere a tale

condizione i suoi due figliuoli, e molti suoi capitani, ch'erano stati

sorpresi e fatti prigionieri a Bologna nell'istante della

rivoluzione[139].

[138] _Cherub. Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, p. 343. —

Marchione de Stefani Ist. Fior., l. IX, Rub. 758, p. 150._

[139] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 504._

Due nuovi cardinali venivano dal papa spediti in Italia per difendere o

ricuperare lo stato della chiesa; Francesco Tebaldeschi, cardinale di

santa Sabina, fu incaricato della legazione di Roma, della Sabina, della

Campania, della Maremma, del patrimonio e del ducato di Spoleti; e

Roberto di Ginevra, che fu poi antipapa sotto il nome di Clemente VII,

ebbe le legazioni della Romagna e della Marca d'Ancona[140].

Quest'ultimo aveva commissione di condurre con sè una nuova armata

pontificia.

[140] _Ann. Eccles. Raynal., 1376, § 7, p. 544._

Restava ancora in Francia una sola di quelle bande di soldati inglesi e

francesi, che si erano riuniti per rubare. Chiamavasi questa la

compagnia de' Bretoni, composta di sei mila cavalli e di quattro mila

fanti, e si aveva opinione che superasse in ferocia tutte quelle che

l'avevano preceduta. Il papa fece interpellare Giovanni di Malestroit

che la comandava, se gli dava l'animo d'entrare in Firenze: _se il sole

vi entra_, rispose costui, _noi pure vi entreremo_; soddisfatto di

questa rodomontata il papa prese la compagnia al suo servigio, e la

diede al cardinale di Ginevra, che la condusse in Italia[141].

L'avvicinamento di quest'armata parve ai ministri del papa un sicuro

pegno della loro vittoria; non credendo essi che il coraggio che ispira

l'amore della libertà potesse resistere al brutale valore de' loro nuovi

soldati[142].

[141] _Sozomeni Pistoriensis Historia, p. 1096. — Marchione de

Stefani, l. IX, Rub. 759, p. 151._

[142] Gomez Albornoz, nipote d'Egidio, e legato nella Marca, si fece

fare una bandiera bianca con queste parole: _Ahora se vedra qui

pueda mas, o los Berton o libertas._ — _And. Gataro Storia Padovana,

p. 220._

Roberto di Ginevra, attraversando il territorio di Galeazzo Visconti

alla testa di questa formidabile armata, entrò con lui in trattato, e lo

persuase a segnare una pace particolare col papa; pace vergognosa per la

Chiesa, perchè abbandonò senza guarenzia ai loro oppressori tutti i

Guelfi, ch'ella aveva indotti a ribellarsi contro i Visconti[143].

[143] _Vita papæ Greg. XI a Bosqueto edita, p. 651. — Chron.

Placent. t. XVI, p. 526. — Bernardino Corio Stor. Milan., p. III, p.

249._

Mentre Roberto di Ginevra, dopo essersi lasciate a dietro Alessandria e

Tortona, si dirigeva per la strada di Piacenza sopra Ferrara, gli otto

della guerra a Firenze avevano scelto per loro generale Rodolfo da

Varano, signore di Camerino; l'avevano mandato a Bologna, e posto sotto

i suoi ordini un'armata di due mila lance, e sei mila cavalli. Nel

medesimo tempo avevano fortificati e muniti di truppe tutti i passaggi

degli Appennini, ordinando ai contadini di riporre ne' castelli e luoghi

forti i bestiami loro, ed i raccolti[144].

[144] _Poggio Bracciolini Hist. Fiorent., l. II, p. 233. — Cronica

Sanese, p. 249._

Barnabò Visconti aveva mandati all'armata della lega a Bologna

cinquecento lance, sotto il comando del conte Lucio Lando, ma d'altra

parte non aveva opposto verun ostacolo alla compagnia de' Bretoni,

quando attraversava i suoi stati; suo fratello aveva di già fatta la

pace colla Chiesa, ed egli stesso offriva di acquistare dal papa la

città di Vercelli per cento mila fiorini. Rodolfo di Camerino credette

adunque di dover diffidare del conte Lando e dei soldati di

Barnabò[145]. D'altra parte i Bolognesi temevano di qualche trama nella

loro città: vedevano di mal occhio Taddeo degli Azzoguidi, il capo della

fazione dello scacchiere, essere troppo premuroso pel richiamo de'

Pepoli, antichi capi dello stesso partito; mentre che questa famiglia,

doppiamente odiosa per avere usurpata la tirannide, e per avere in

seguito venduta la città, era stata la sola eccepita dalla generale

amnistia. Rodolfo di Camerino, per questo doppio sospetto, nè volle

azzardare una battaglia contro i Bretoni quando giunsero nello stato di

Bologna, nè aspettarli in aperta campagna. Roberto di Ginevra per

provocarlo ad una battaglia, lo fece interpellare perchè si rimanesse

ozioso e chiuso entro le mura d'una città. «Io non n'esco, rispose

Rodolfo, perchè voi non c'entriate[146].»

[145] _Cherub. Ghirardacci, l. XXV, p. 349._

[146] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 235._

Il legato cercò in seguito di staccare i Bolognesi dalla lega,

promettendo loro il perdono del commesso errore, ed il mantenimento

della libertà che avevano ricuperata, purchè riconoscessero la suprema

sovranità della Chiesa e l'autorità dei ministri del papa. «Noi siamo

apparecchiati a tutto soffrire (risposero i Bolognesi) piuttosto che

sottometterci nuovamente a persone, del di cui fasto, insolenza ed

avarizia abbiamo fatto così crudele esperimento.» — «Ed io (disse

Roberto quando ricevette tale risposta) dite loro, che non mi

allontanerò da Bologna finchè non mi sia lavati e mani e piedi nel

sangue loro[147].» La condotta del cardinale era veramente degna di così

feroce discorso; i suoi Bretoni presero successivamente i castelli di

Crespelano, Oliveto e Monteveglio che si arresero loro sotto condizioni,

che da essi poi non vennero osservate, perciocchè li bruciarono dopo

avere saccheggiate tutte le proprietà degli abitanti[148]. Presero in

seguito Pizzano, e passarono a fil di spada tutti coloro che vi

trovarono, senza neppure risparmiare i fanciulli da latte[149].

Finalmente chiesero i quartieri d'inverno, ed il legato obbligò Galeotto

Malatesti ad aprir loro la città di Cesena, che questo signore aveva

persuasa a non ribellarsi[150]. La murata, quel quartiere in cui Marzia

degli Ordelaffi aveva alcuni anni prima fatta una così eroica difesa, fu

assegnata per loro dimora ai Bretoni. Ma questi barbari soldati,

incapaci di disciplina, trattavano una città amica, come se presa

l'avessero d'assalto. Forzavano le case de' borghesi per rapir loro gli

effetti, le mogli, le figlie; aggiugnevano l'insulto al danno, e

finalmente stancarono la pazienza degli abitanti; questi attaccarono

all'impensata i Bretoni il primo febbrajo del 1377, ne uccisero più di

trecento, e costrinsero gli altri a chiudersi nella murata[151]. Il

cardinale di Ginevra, che vi trovavasi ancor esso, mandò Galeazzo

Malatesti a trattare coi borghesi per acquietarli, confessò che i suoi

soldati avevano meritato quel castigo, ed accordò ai Cesenati

un'assoluta amnistia, a condizione che aprissero di nuovo le loro porte.

Furono in fatti aperte, ed il cardinale con atroce perfidia abbandonò

Cesena ad una universale carneficina[152]. Non contento di lasciare in

città i suoi feroci Bretoni, chiamò ancora Acuto che trovavasi

cogl'Inglesi a Faenza; e perchè questo capitano mal sapeva risolversi a

prender parte a tanta iniquità, il cardinale gli disse: _Io voglio

sangue, sangue_: e mentre durava la carneficina fu udito spesso gridare:

_uccideteli tutti_[153]: e niuna persona fu risparmiata. I Bretoni

prendevano pei piedi i fanciulli alla mammella, e loro schiacciavano il

capo contro i muri. I preti, i religiosi, le vergini consacrate agli

altari, tutto fu passato a fil di spada. Cinque mila persone perirono in

quest'orribile carneficina; e tutta la popolazione di Cesena sarebbe

stata distrutta, se alcuni abitanti con una pronta fuga non si fossero

prima sottratti ai carnefici[154].

[147] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 235._

[148] _Cronica di Bologna, p. 504._

[149] _Cherubino Ghirardacci, l. XXV, p. 351._

[150] _Cron. di Rimini, p. 915._

[151] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 510._

[152] _Chron. Estense, p. 500._

[153] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 252._

[154] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 236. — Cronica Rimin., t. XV,

p. 916. — Leon. Aretino, l. VIII._

Quando la notizia del massacro di Cesena fu portato alle città della

lega, vi cagionò più sdegno ancora che spavento. La signoria di Perugia

fece celebrare l'ufficio de' morti in tutte le chiese, ordinò una pompa

funebre per gl'innocenti uccisi dalle armi dei preti; e tutte le città

in guerra colla Chiesa ne imitarono l'esempio[155].

[155] _Cronica Sanese, p. 253._

I Fiorentini avevano mandato lo stendardo della libertà a Roma, siccome

a tutte le altre città dello stato ecclesiastico. La repubblica romana

era in allora governata da una signoria di tredici banderali dei tredici

quartieri della città[156]. Ma i Romani, che ardentemente desideravano

di persuadere il loro vescovo a tornare a Roma, erano meno degli altri

popoli zelanti della libertà. Avuto avviso che Gregorio XI pensava di

restituirsi finalmente alla sua naturale sede, entrarono con lui in

trattato, e gli promisero di rendergli la sovrana autorità sopra Roma,

tostochè sarebbe giunto ad Ostia. Acconsentirono pure di sopprimere i

loro banderali, e intanto il papa confermò altri magistrati, chiamati

esecutori di giustizia, sotto condizione che cadauno di loro gli

prestasse giuramento di fedeltà[157].

[156] Frammento d'un ms. del Vaticano stampato nelle _Antiqu. Ital.,

t. II, p. 857. — Bonincontri, Annal. Miniat., t. XXI, p. 18_, fa

rimontare all'anno 1370 l'istituzione de' banderali, e quest'epoca

fu adottata dallo storico de' senatori di Roma; ma tutta la

cronologia del Buonincontri è assai fallace; onde io assegnerei

piuttosto all'anno 1375 la creazione di tale magistratura.

[157] Il trattato è stampato presso _Raynaldi An. Eccl. 1376, § II,

p. 545_.

Gli otto della guerra di Firenze, informati di questo trattato,

addirizzarono, il 26 dicembre 1376, la seguente lettera ai banderali per

incoraggiarli a difendere la loro libertà.

«Agli illustri uomini, nostri onorati fratelli, i banderali della città

di Roma.

«Sebbene noi abbiamo fino al presente alzata invano la nostra voce per

esortarvi a difendere con irremovibile coraggio la vostra libertà e

quella dell'Italia, e sebbene noi non abbiamo da voi ricevuto, per

mercede di nostre esortazioni, che lettere elegantemente scritte, e

vanamente ornate di belle sentenze, pure oggi che vediamo imminente la

ruina della vostra libertà, non temeremo di darvi ancora sinceri e

salutari avvisi. Noi non possiamo dubitarne, o nostri cari fratelli! e

se non siete determinati di accecarvi, voi pure dovete facilmente

riconoscere, che il sovrano pontefice, che voi aspettate con sì

amichevoli disposizioni, non sente verun affetto per la vostra città;

non ne ama il soggiorno, e non viene a risedere nella sua propria sede

per consolare il vostro devoto popolo, ma per cambiare la libertà vostra

in servitù. Quando domanda l'abolizione delle vostre magistrature che

altro desidera egli? che spera egli, se non di atterrare la colonna

della romana libertà? Qual freno resterà agli audaci? quale rifugio ai

deboli? se la sacra vostra società, da cui dipendono la pace, il

coraggio e la tranquillità di Roma, è disciolta all'arrivo della corte?

Quando il papa dovesse riporre la città nell'antico suo splendore ed in

tutta la sua bellezza, quando sollevasse i Romani a tutta la maestà del

loro antico impero, quando ricoprisse d'oro le vostre mura, se ciò deve

farsi con pregiudizio della vostra libertà, il dover vostro vi ordina di

non accettarlo. Noi vi supplichiamo soltanto di comportarvi come si

conviene ai figli de' Romani, presso i quali la libertà e la virtù sono

ereditarie. Mentre ancora lo potete, mentre siete ancora in tempo,

mentre l'oppressore della vostra domestica libertà non è per anco tra le

vostre mura, provvedete, per Dio, alla vostra salute, provvedete a

quella del popolo romano: quando voi lo vogliate, quando ne saremo

avvisati da qualche segno, noi impiegheremo a favor vostro tutta la

nostra potenza, come se si trattasse della nostra propria libertà, della

nostra propria salute; imperciocchè noi punto non ignoriamo che quando

il vostro popolo sarà caduto sotto il giogo, per leggiere che possa a

bella prima sembrare, noi più non saremo abbastanza forti per

liberarvi[158].»

[158] Questa lettera, che alla forza de' pensieri unisce il merito

della più bella dizione latina, fu scritta da Coluccio Salutati,

allora cancelliere della repubblica, e prima segretario d'Urbano V,

e di Gregorio XI. Ella trovasi nella _Storia dei Senatori di Roma,

t. II, p. 327_; ed in _Rigacci, p. I, ep. 17, p. 58._

In principio del seguente anno i Fiorentini scrissero di nuovo ai

banderali di Roma, loro offrendo tre mila lance per difesa della loro

libertà[159]. Le generose loro esortazioni ed offerte non rimasero

affatto prive d'effetto; per altro i Romani ricusarono di combattere, e

non accettarono le truppe offerte dalla repubblica fiorentina: soltanto

richiesero dal papa meno umilianti condizioni. Gregorio XI, assicurato

d'essere ricevuto in Roma, e convinto che la sua sola presenza poteva

calmare l'universale rivoluzione, era partito da Avignone il 13

settembre del 1376, ma non giunse a Corneto che in sul finire dell'anno,

trattenuto e respinto costantemente dai venti contrarj per più di tre

mesi[160]. Il 17 gennajo rimontò finalmente il Tevere, e sbarcò a san

Paolo. I Romani lo accolsero con grida di gioja mentre attraversava la

città a cavallo per recarsi al Vaticano. I banderali lo avevano

aspettato a porta Capena, entrando egli nella quale, avevano deposte ai

suoi piedi la bacchetta del comando; ma la ripresero all'indomani, e

continuarono ad amministrare la repubblica quali magistrati di uno stato

sovrano, senza che il papa ardisse resistere alla loro volontà[161].

[159] _Stor. diplomat. de' Senatori di Roma, p. 330._

[160] _Cronica Sanese di Neri di Donato, t. XV, p. 251. — Georg.

Stellæ An. Genuens., t. XVII, p. 1106._

[161] _Vita Gregorii XI a Bosqueto edita, p. 652._

I Fiorentini, informati dell'arrivo di Gregorio XI, gli spedirono, per

parte loro, ambasciatori a Roma, per chiedergli la pace a giuste

condizioni[162]; ma perchè i loro trattati non ottennero il desiderato

fine, ricominciò la guerra con vigore, e Bolsena si ribellò mentre il

papa trovavasi nelle sue vicinanze. I Fiorentini confermarono per la

seconda volta gli otto della guerra nel loro impiego. Questi magistrati

non erano in origine stati creati che per un anno, ma avevano coronati i

loro talenti con tanta prosperità che il popolo non poteva risolversi a

dar loro dei successori. Gli otto persuasero Giovanni Acuto, che aveva

terminato il tempo del suo servigio col papa, a passare al loro soldo

colla compagnia inglese[163]. Ma d'altra parte Rodolfo da Camerino che

fin allora era stato generale dei Fiorentini, abbandonò il loro partito,

malcontento che non gli si concedesse di conquistare la città di

Fabbriano, ch'erasi dichiarata libera, e sulla quale vantava alcuni

diritti[164]. Il papa accolse Rodolfo con singolari dimostrazioni

d'onore, e gli affidò immediatamente il comando della compagnia dei

Bretoni, colla quale il signore di Camerino tenne tribolati gli alleati

de' Fiorentini nella Marca d'Ancona[165].

[162] _Cronica Sanese, p. 252._

[163] _Cronica di Pisa, p. 1072. — Scipione Ammirato, l. XIII, p.

705._

[164] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. II, p. 237._

[165] _Leon. Aret., l. VIII. — Ann. Bonincontri Miniaten., p. 27._

Il conte Lucio Lando di Svevia andò allora ad attaccare Rodolfo, con tre

mila cavalli fiorentini, quasi alle porte di Camerino, sua capitale; gli

uccise dugento soldati, gli prese lo stendardo con mille prigionieri, e

lo sforzò a fuggire quasi solo a Tolentino[166]. In appresso i

Fiorentini presero san Lupidio, santa Maria Serra, e più altre castella

nella Marca d'Ancona[167].

[166] _Chron. Esten., p. 494._

[167] _Sozomeni Pistoriensis Hist., p. 1103._

Il papa desiderava la pace coi Fiorentini, ma voleva che la loro

devozione la rendesse per lui più vantaggiosa. Mentre trovavasi ancora

in Avignone, la signoria gli aveva spedita santa Catarina da Siena per

cercare d'addolcirlo. Il papa rimandò la santa a Firenze, assicurandola

che avrebbe poste in sua mano le condizioni della pace. Ma sebbene le

virtù e la conosciuta santità di Catarina ispirassero la più alta

venerazione ai capi della repubblica, essi non credettero di dover

consultare intorno agl'interessi della loro patria gli scrupoli d'una

donna entusiasta[168]. Gregorio mandò dal canto suo ambasciatori a

Firenze; e questi, che speravano di fare maggiore impressione sul popolo

che sul governo, non vollero esporre la loro missione che in presenza

d'un parlamento adunato. In questo recitarono un artificioso discorso:

il pontefice, essi dissero, ben sapeva che il popolo non voleva la

guerra; la quale era l'opera di alcuni capi ambiziosi che si

arricchivano nella pubblica miseria, che di già avevano conservato il

loro impiego oltre il tempo fissato da tutte le leggi, e si lusingavano

di ridurre ben tosto in servitù quel popolo, che traviavano in nome

della libertà. Gregorio chiedeva soltanto che i Fiorentini deponessero i

loro perfidi magistrati, ed in appresso era disposto ad accordar loro la

pace a quelle condizioni ch'essi medesimi avrebbero desiderato. Il

gonfaloniere rispose agli ambasciatori a nome del popolo. Che lunghe

ingiurie abbisognarono, e le prove della più sfrenata ambizione degli

ecclesiastici per istaccare i Fiorentini dal partito della Chiesa, cui

si mostrarono tanto tempo fedeli: che tante offese avevano finalmente

stancata la loro sofferenza, ond'erano unanimi nella presa opposizione:

che non pertanto desideravano sempre i Fiorentini la pace, ma che

dovevasi ben credere che le condizioni della pace dovessero essere

svantaggiose a coloro che avevano imprudentemente provocata la

guerra[169].

[168] _Raynaldi Ann. Eccles. 1377, § 2, p. 552. — Marchione de

Stefani, l. IX, Rub. 773, p. 179._

[169] _Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. II, p. 237. — Scipione

Ammirato, l. XIII, p. 707._

Il pontefice, irritato da questa risposta, raddoppiò le pene

ecclesiastiche pronunciate contro i Fiorentini, e scrisse di nuovo, non

più a tutti i sovrani, ma a tutte le città, per persuaderle a confiscare

le proprietà de' suoi nemici. Dall'altro canto i Fiorentini, che fino a

tale epoca avevano osservato gl'interdetti pronunciati dal pontefice,

risolsero di non rimanere soggetti ad un'ingiusta sentenza. Fecero

aprire tutte le chiese, e costrinsero i preti a celebrare l'ufficio

divino colla stessa solennità, come se l'interdetto non fosse stato

pronunciato[170].

[170] _Poggio Bracciolini, l. II, p. 239. — Marchione de Stefani, l.

IX, Rub. 772, p. 178. — Cronica Sanese, p. 256._

Un nipote del papa aveva tentato, alla testa de' Bretoni, di entrare

nella Maremma di Siena, e fu forzato di dare a dietro in faccia ad

Acuto. Ma più che le armi tornarono utili gl'intrighi alla corte

pontificia. Erasi scoperta in Bologna una congiura in favore dei Pepoli,

in sul finire del precedente anno, e Taddeo degli Azzoguidi era stato

esiliato da questa città con una parte della fazione dello

scacchiere[171]. Il restante di questa fazione, fedele alla libertà ed

agl'interessi de' Fiorentini, mutò nome in quest'occasione, e si chiamò

Raspanti. Le famiglie de' Bentivogli, Salicetti, Azzoguidi, Bianchi e

Gozzadini entrarono nella nuova fazione de' Raspanti, e sotto questo

nome governarono la repubblica.

[171] _Ghirardacci Storia di Bologna, l. XXV, p. 358._

Ma in marzo del 1377 la sorte diede ai Bolognesi un gonfaloniere ed otto

anziani dell'opposta fazione, o de' Maltraversi. Questi, dopo avere

guadagnato destramente il favore del popolo, ed assicurata la loro

autorità, fecero arrestare in un solo giorno tutti i capi dei Raspanti,

e spedirono al legato del papa, che allora trovavasi a Ferrara, per

domandargli una tregua, onde trattare con lui una pace separata.

Gregorio XI accolse avidamente quest'offerta, e non si mostrò difficile

nelle condizioni. Domandò soltanto che fosse ricevuto in Bologna un

vicario pontificio, non per comandare in effetto, ma per averne soltanto

l'apparenza: e perchè non si concepisse veruna diffidenza, nominò per

tale incumbenza uno degli ambasciatori della repubblica, che era dottore

di legge[172]. Acconsentì espressamente che Bologna continuasse a

governarsi liberamente ed in comune[173]; ed a tali condizioni essendo

stata il 21 agosto segnata la pace in Anagni, si pubblicò a Bologna in

principio di settembre[174].

[172] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 515._

[173] _Chronicon Estense, t. XV, p. 501._

[174] _Ghirard. Stor. di Bol., l. XXV, p. 364._

Circa lo stesso tempo il prefetto di Vico fece pure una separata pace

colla Chiesa[175]; onde i Fiorentini, vedendosi abbandonati dai due più

potenti alleati, pensarono seriamente a mettere fine alla guerra. Il

vescovo d'Urbino, ambasciatore del papa, propose loro di prendere per

arbitro un loro alleato, Barnabò Visconti, ed infatti i Fiorentini

acconsentirono di aprire, sotto la sua mediazione, un congresso a

Sarzana. Barnabò recossi il primo in questa città in principio del 1378.

Vi giunsero poco dopo il cardinale d'Amiens e l'arcivescovo di Narbona

legati del papa. Il conte di Brienne e l'arcivescovo di Laon arrivarono

in appresso come ambasciatori del re di Francia; ed in breve vi si

adunarono i deputati fiorentini e quelli delle città alleate.

[175] _Cronica Sanese, p. 255._

Le conferenze cominciarono il 12 di marzo, e si potè allora travedere

dietro quali segrete intelligenze aveva il papa scelto arbitro il suo

più antico nemico, e l'alleato de' Fiorentini. Barnabò Visconti aveva

convenuto col papa di dividere con lui il danaro che farebbe pagare alla

repubblica. Propose nella sua qualità di arbitro, che i confederati

dessero al papa l'enorme somma di ottocento mila fiorini per le spese

della guerra. Le decisioni degli arbitri venivano risguardate come

inappellabili; tutti gli alleati de' Fiorentini più omai non li

secondavano che assai mollemente, e gli ambasciatori delle repubbliche

si videro forzati d'aprire la negoziazione su questa base; e forse la

pace sarebbesi conchiusa a condizioni svantaggiosissime per gli alleati,

se la notizia della malattia del papa, attaccato dalla pietra, e poco

dopo quella della sua morte, accaduta in Roma il 27 marzo del 1378, non

avesse sciolto il congresso di Sarzana[176]. Tutti gli ambasciatori

tornarono a casa loro senza nulla avere conchiuso, ed il gran scisma

d'Occidente, che tenne dietro alla morte di Gregorio XI, permise ben

tosto ai Fiorentini di trattare colla Chiesa sotto più favorevoli

auspicj[177].

[176] _Chron. Estense, t. XV, p. 502. — Cronaca Riminese, p. 918._

[177] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. II, p. 240. — Sozomeni

Pistor. Hist., p. 1104. — Cronica Sanese, p. 257. — Cronica di

Bologna, p. 516._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16) · 第 3 / 15 题