_Pontefici d'Avignone. Urbano V vuole ricondurre la santa sede
in Roma. — Seconda spedizione di Carlo IV in Italia; è cagione
in Pisa della ruina di Giovanni Agnello, ed in Siena di quella
dei dodici. — Viene scacciato da quest'ultima città. — Rende la
libertà a Lucca._
1365 = 1369.
Innocenzo IV era morto in Avignone il 12 settembre del 1362, ed il
conclave gli aveva dato per successore Guglielmo Grimoardo, abate di san
Vittore di Marsiglia, che non era cardinale. Questo papa, che prese il
nome d'Urbano V, era di già il sesto tra quelli d'Avignone. Clemente V,
aveva il primo trasportata la santa sede in Francia l'anno 1305. Dopo di
lui Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, ed Innocenzo VI, avevano
continuato a vivere come esiliati lontani dalla loro capitale e dalla
loro greggia. Durante una residenza di sessant'anni, i pontefici e la
loro corte si erano stabiliti in Avignone, come se mai non dovessero
abbandonare questa città, e ne avevano acquistata la sovranità da
Giovanna di Napoli, contessa di Provenza; vi avevano fabbricati
magnifici palazzi, e si erano affezionati ad un soggiorno, ove niun
desiderio di libertà tra il popolo, veruna inclinazione alla turbolenza
tra i nobili, turbava la loro tranquillità, inquietava la loro mollezza.
Omai il collegio de' cardinali più non era composto che di Francesi;
Urbano V era della stessa nazione, ed aveva opinione di essere attaccato
al suo paese natale, quanto poteva esserlo ogni altro suo compatriotto;
il re di Francia vivamente desiderava di ritenere la corte pontificia
ne' suoi stati, ond'era difficile il prevedere in qual modo potessero i
papi ritornare giammai all'antica loro sede.
Per altro la dimora de' pontefici in Avignone aveva avuta la più
perniciosa influenza sui costumi della chiesa, sulla sua politica, sul
suo riposo, sulla sua fede. La corruzione de' prelati, la scandalosa e
disonesta vita de' giovani cardinali, innalzati alla porpora dal favore
o dall'intrigo, erano talmente notorj, che Avignone più non era indicata
con altro nome che con quello di Babilonia occidentale. Nè quest'epiteto
trovasi soltanto nelle amare invettive del Petrarca, ma nelle lettere e
nelle scritture degli uomini più moderati e più religiosi del 14.º
secolo. Avignone conteneva la schiuma degl'Italiani e de' Francesi; colà
venivano a cercare fortuna gl'intriganti d'ogni nazione, che avevano
seco portati i più odiosi difetti de' loro compatriotti; e il popolo e
la corte d'Avignone avevano convertito in costume ciò che dalle altre
nazioni risguardavasi come vizio. Ne' precedenti secoli la corte di Roma
era già stata riconvenuta di smisurata ambizione, di dissimulazione, di
avarizia, d'ingratitudine; ma nel tempo che i papi soggiornarono in
Francia, fu ancora venale e perfida nell'amministrazione dei popoli,
servile nelle sue relazioni colla corte di Francia, licenziosa ed
intemperante nella privata vita de' suoi prelati; e tra gli stessi papi,
Clemente VI non andò esente dal rimprovero di scostumatezza[1].
[1] _Francisci Petrarcae Epist. sine tit. p. 795, 806, ec._
Gl'Italiani, che i proprj governi cercarono di rendere superstiziosi,
sono meno degli altri popoli inclinati alla credulità. Il misticismo,
siccome un'immaginazione piena d'idee malinconiche e terribili,
appartiene ai climi ove l'uomo soffre sotto una temperatura o ardente o
gelata. Ne' deserti della Tebaide, e sulle arene del Gange, o in riva al
Baltico e tra le rupi della Scozia, si può tremare in faccia al
principio malefico che mai non permette di scordare la sua potenza;
possono offerirsi alla divinità dei dolori che sembrano indivisibili
dall'umana specie; ma innanzi a che si tremerebbe in Italia, ove tutto
sorride all'uomo? Come mai tutti i pensieri possono essere totalmente
rivolti ad un'altra vita, quando così dolce è la presente[2]?
[2] L'autore parla della naturale inclinazione che in un clima
piuttosto che nell'altro gli uomini hanno per le cose contemplative,
come solo effetto dei mali o dei beni dipendenti dalla qualità del
clima e del suolo: lo che nulla ha di comune colla vita ascetica e
penitente, cui, non per umana disposizione, ma per impulso della
divina grazia, che toglie, tanto alle delizie della più prospera
vita e della più fiorente gioventù, quanto al vivere misero e
stentato, persone d'ogni condizione, d'ogni sesso, d'ogni età,
d'ogni paese. E la Grecia avanti che cadesse sotto il giogo de'
Turchi, e l'Italia e la Spagna, poste ne' più temperati climi
d'Europa, non furono meno feconde di santi solitari e di penitenti
claustrali, di quello che lo fossero le infuocate rive del Gange, o
le gelate coste del Baltico. _N. d. T._
Nel 14.º secolo gl'Italiani aggiugnevano uno spirito d'osservazione
esercitatissimo all'abitudine di comunicare coi popoli di diversa
credenza. Il disprezzo che avevano concepito per la corte d'Avignone,
aveva loro quasi assolutamente fatto scuotere il giogo della chiesa
romana; mentre gli spiriti erano rimasti assai più sottomessi in
Francia, ove il fanatismo persecutore ricompariva sovente con nuove
forze. A Parigi, nel Delfinato, ed in altre province della Francia si
bruciarono nel 1373 molti eretici. Le diverse loro sette, tutte
egualmente punite con atroci supplicj, avevano i nomi di Turlupini,
Beguini, Lollardi, Valdesi[3]. Ma in Italia, l'entusiasmo che faceva
nascere le eresie, ed il fanatismo che le puniva, erano ugualmente
spenti, ed avevano dato luogo alla indifferenza.
[3] _Raynal. An. Eccl. an. 1373, § 19, p. 520._
I Visconti in tempo delle lunghe guerre che avevano sostenute contro la
Chiesa, eransi vendicati delle censure dei papi sul clero de' loro
stati: raddoppiavano le imposte straordinarie quand'erano percossi dalle
scomuniche. Nè i tiranni della Romagna si erano più de' Visconti
lasciati atterrire dai fulmini de' papi, o dalle crociate predicate
contro di loro; l'innalzamento loro e la loro caduta erano effetto della
lotta tra l'ambizione e la libertà, o dell'affezione, dell'odio, o della
vendetta, che sembravano ereditarj in alcune famiglie, senza che la
religione vi avesse parte. I Siciliani, dopo i famosi loro vesperi, più
non furono in pace colla chiesa per lo spazio di ottant'anni. I loro
principi della casa d'Arragona, non si mostrarono meno indifferenti dei
loro popoli alle scomuniche dei papi. Dall'una all'altra estremità
dell'Italia i popoli ed i governi più non temevano le censure ed i
castighi ecclesiastici[4].
[4] Il segretario fiorentino aveva fatto sagacemente osservare nelle
sue storie, che mentre le scomuniche facevano tremare i popoli
settentrionali, gl'Italiani punto non se ne curavano; e ciò per
l'abuso fattone da alcuni papi. _N. d. T._
La filosofia d'Aristotele era stata universalmente adottata in tutte le
scuole unitamente ai commentarj d'Averroe. Il greco filosofo, supponendo
un'anima unica animatrice di tutti gli uomini, distrugge la provvidenza
e la moralità delle azioni. Ma il glossatore arabo aveva ancora più
direttamente attaccata la religione; egli aveva opposta la sua triste
dottrina all'islamismo in cui era nato, al cristianesimo ed al giudaismo
che aveva studiati; ed aveva diretti contro i cattolici i suoi sarcasmi
ed i suoi ragionamenti. Il solo Petrarca era quello che cercava di
resistere al torrente degl'increduli; ma la setta ch'egli combatteva
nelle sue filosofiche scritture, e nelle sue lettere, godeva
d'un'illimitata libertà, e mostravasi ogni giorno più ardita. Credevansi
appena le antiche dottrine ancora buone per il popolo; e la religione,
quasi incompatibile con tale filosofia, andava perdendo la sua influenza
sulla condotta degli uomini[5].
[5] Intorno all'influenza della filosofia peripatetica sulla
credenza de' cristiani meritano di essere letti Lorenzo Moshemio.
_Instit. Hist. Eccles. — Brucherus Histor. Phil._ ed il suo
oppositore Agatopisto Cromaziano, ossia il P. Buonafede nella sua
storia della filosofia, ove prende alla meglio a difendere gli
aristotelici cristiani, che vollero conciliare le inconcusse
dottrine del vangelo coi sogni peripatetici. _N. d. T._
Il Petrarca ci lasciò nelle sue lettere la più triste pittura dei
depravati costumi de' prelati[6], i quali avevano perduto lo spirito di
dominazione, siccome i popoli l'abitudine di essere loro subordinati.
Servilmente sottomessi alla corte francese, nemmeno più si vergognavano
della loro servitù. Più in loro non ravvisavasi quello spirito superiore
al mondo, che mantiene la vera religione, e che, quando si trovasse
ancora presso una falsa religione, la renderebbe pure rispettabile ed
utile agli uomini. Invece di non considerare la terra che dal lato de'
suoi rapporti con Dio, i preti più non pensavano a Dio, che in ragione
dei loro interessi sulla terra. La religione era diventata un mezzo
tutt'affatto umano di governo, uno strumento che i despoti tenevano
nelle loro mani per valersene contro i popoli[7].
[6] In quasi tutte le lettere del libro _Epistolarum sine titulo._
[7] Le osservazioni dell'autore sono vere parlando del generale
depravamento del clero nel 14.º secolo, ma anche in questi tempi
infelici, non era la chiesa priva di uomini santissimi, onde non
lasciò d'essere santa nel capo Gesù Cristo, e nelle membra.
Formavano questi quel piccolo numero di eletti che facevano udire il
gemito della casta colomba, e che prepararono quella felice riforma
de' costumi nel clero e nel popolo ch'ebbe compimento per opera del
concilio di Trento nella seconda metà del 16.º secolo. _N. d. T._
Una religione corre sempre grandissimo rischio quando si dà un capo
sulla terra; poichè facendo dipendere il rispetto che riclama,
dall'eventualità e dalla virtù d'un solo uomo, la chiesa si rende
risponsabile della condotta del pontefice che la rappresenta. Vero è che
ne' tempi della persecuzione ella ha più ragioni di sperare che di
temere dalla condotta del suo capo; imperciocchè egli s'investe in
allora dello zelo medesimo della sua greggia, e non si trova elevato al
di sopra degli altri che per dar loro un più luminoso esempio. I primi
vescovi di Roma, se dobbiamo prestar fede alle loro leggende, furono
quasi tutti santi e martiri; ma poichè la chiesa trionfò dell'idolatria,
la leggenda medesima più non attribuisce ai loro successori tanti onori
e tante virtù. Il capo del clero, depositario del suo potere, non può
evitare di essere strascinato dagl'interessi temporali della sua
amministrazione, e di far servire la religione alla politica. È questo
il maggiore abbassamento cui possa trovarsi esposta un'autorità divina.
Il più nobile ed il più disinteressato sentimento del cuore umano, il
sentimento dell'intero sagrificio di sè medesimo si cangia in cotal modo
nel vile calcolo dell'egoismo e della frode[8].
[8] Il leggitore non dimenticherà che lo storico tratta questo
argomento sotto le sole viste dell'umana politica, essendo estraneo
al di lui istituto ciò che risguarda un ordine di cose superiori.
_N. d. T._
Ad ogni modo, se una religione, diventata dominante, deve avere un capo;
se deve affidare una quasi illimitata autorità sulle coscienze ad un
solo uomo, conviene almeno che quest'uomo sia indipendente. È una specie
d'indipendenza quella che l'entusiasmo inspira in mezzo alle
persecuzioni; ed il martire è più indipendente dei re, poichè disprezza
i loro ordini e non teme i loro carnefici. Ma quando è cessato
l'entusiasmo, il capo d'una religione altro non sarà che un suddito se
non è sovrano. Vero è che l'amministrazione di uno stato mal si conviene
ad un prete, poichè lo allontana dai pensieri che dovrebbero occuparlo,
e forse dai costumi che dovrebbe avere; ma la servitù è ancora più
sconveniente. Il sovrano pontefice, indipendente dai re, compenserà
spesse volte, col suo coraggio nel biasimare la condotta loro, i torti
della propria; reprimerà, come sempre fecero i papi, i pessimi costumi,
il di cui esempio è tanto pernicioso, quando è dato da chi siede sul
trono; citerà alcuna volta al tribunale di Dio un re come falsario, un
principe perchè impudico o assassino. In mezzo alle loro ingiuste
passioni, ai loro implacabili odj, gl'Innocenti e gli Alessandri quando
diressero le armi della Chiesa contro i re di Francia, di Spagna, di
Germania, d'Inghilterra, fecero se non altro sentire ai popoli che i
sovrani, non meno de' sudditi, possono essere puniti pei loro delitti.
Quando la corte di Roma, trasportata oltremonti, si rese francese, cessò
di esprimere in tale maniera il voto dei popoli o delle future
generazioni. Ella coprì co' suoi veli le scelleratezze di Filippo il
Bello, e gli somministrò infami pretesti per la carnificina de'
Templari. Fece co' suoi successori vergognosi mercati dei beni della
chiesa, sotto pretesto d'una crociata, che mai non pensò di adunare.
Tradì con fallaci speranze i Cristiani orientali, invitandoli a prendere
le armi, poi lasciandoli senza soccorsi preda del ferro de'
musulmani[9].
[9] _Matteo Villani, l. VII, c. 1, e seguenti._
Clemente VI invece d'aprire a Filippo di Valois tutti i tesori della
chiesa sotto pretesto d'una guerra sacra, cui egli non pensava di fare,
avrebbe dovuto essere animato dal coraggio che manifestò in
quest'occasione frate Andrea d'Antiochia, religioso italiano, che
tornava in allora da Terra santa. Egli prese per la briglia e fermò il
cavallo del re. «Sei tu, gli disse, quel Filippo di Francia che ha
promesso a Dio ed alla santa Chiesa di marciare colle sue genti a
liberare la terra in cui Cristo, nostro Salvatore, ha sparso il divino
suo sangue per la nostra redenzione?» Filippo, colpito dalla imponente
fisonomia del religioso, gli rispose che lo era. «Se tu lo promettesti
di buona fede e con pura intenzione, replicò frate Andrea, io prego
questo benedetto Salvatore d'indirizzare i tuoi passi ad una compiuta
vittoria, di rendere prosperi te e la tua armata, riservandoti la gloria
di purgare quel venerabile luogo dalle abbominazioni degl'Infedeli. Ma
se dopo avere pubblicata questa intrapresa, per la quale moltissimi
Cristiani orientali hanno di già subita la morte in mezzo a terribili
tormenti, tu non pensi di ridurla ad effetto; se tu hai ingannata la
santa Chiesa di Dio, la divina collera scenda sopra di te, sulla tua
casa, sulla tua posterità e sul tuo regno; il flagello della celeste
giustizia s'aggravi sopra di te e sopra i tuoi successori, in faccia a
tutti i Cristiani; ed il sangue di tanti innocenti, sparso in occasione
delle voci che tu facesti falsamente divulgare, chiami vendetta a Dio
contro di te[10]!»
[10] _Matteo Villani, l. VII, c. 3._
Non è perciò a credersi che i papi francesi non chiamassero altresì
innanzi al loro tribunale i principi con cui guerreggiavano. Si videro
rimproverare ai Visconti i loro delitti, non già col sublime linguaggio
che si conviene al ministro di Dio sulla terra, ma con quello d'un
accanito nemico. Urbano V in una bolla pubblicata contro di Barnabò lo
chiama _figlio di perdizione, animato da uno spirito diabolico_[11];
indi passa a disvelare tutta la turpitudine di questo odioso tiranno. Ma
non erano altrimenti i delitti, bensì le conquiste di Barnabò, che il
papa voleva punire; perciò quando ebbe ottenuta la restituzione di
alcune fortezze, che Barnabò possedeva nel Bolognese, gli rese il suo
favore, assolvendolo da tutte le censure pronunciate contro di lui.
[11] _Raynald, An. Eccl. an. 1362, § 12, p. 418._
La dipendenza de' papi avignonesi verso la corte di Francia eccitava il
malcontento in tutto il resto dell'Europa. Accusavansi i tribunali
ecclesiastici di parzialità, di venalità i legali ed i governatori
nominati dal papa. Tutti i vescovi erano tenuti di risedere presso la
loro greggia, e quest'obbligazione veniva continuamente ricordata dagli
uomini dabbene al primo vescovo, che avrebbe dovuto dare a tutti gli
altri l'esempio della disciplina, onde il biasimo di tutta la
cristianità ricadeva sul di lei capo. Frattanto gli abusi coll'andare
del tempo prendevano piede; e la corte pontificia non sarebbe mai stata
ricondotta da Avignone a Roma, se la prima di queste città avesse
continuato ad offrire ai papi un sicuro asilo inaccessibile alle armate
ed alle rivoluzioni del rimanente dell'Europa. Ma i Valois, durante il
disastroso loro regno, più non guarentirono alla corte pontificia quella
pace, di cui avea goduto in Provenza in cambio della perduta libertà.
La guerra cogl'Inglesi desolava da lungo tempo il regno di Francia; ma
le perfidie di Carlo il malvagio, re di Navarra, la _Jaquerie_ ossia la
ribellione de' contadini contro i nobili, e più di tutto le compagnie di
ventura, avevano posto il colmo alla ruina di quelle province. Avignone
era stato ad un tempo minacciato da tre di questi corpi, che altro scopo
non avevano che l'assassinio. I borghesi della città ed i cortigiani del
papa erano stati più d'una volta forzati, sotto il pontificato
d'Innocenzo VI, a prendere le armi per difendere le mura; e più
frequentemente ancora la corte aveva dovuto liberarsi dal sacco con
grosse contribuzioni. Tutta l'Europa, invece di compatire in simile
circostanza i prelati, biasimava d'accordo il papa, perchè soggiornava
in una terra d'esilio. Il Petrarca, il di cui solo nome valeva una
potenza, approfittava di tutte le occasioni per richiamare il vescovo di
Roma alla greggia particolarmente affidata alle sue cure, e le lettere,
talvolta eloquenti e sempre ardite, che gl'indirizzava intorno a
quest'argomento, circolavano per tutta l'Europa. Urbano V, mosso da così
urgenti cagioni, dichiarò nell'istante della sua elezione ch'egli
sarebbe contento di poter rimettere la santa sede in Roma, quand'anche
dovesse morire il giorno dopo[12]; ed infatti non tardò a preparare
l'esecuzione di questo progetto.
[12] _Matteo Villani, l. XI, c. 26._
Nel 1365 Urbano concertò con Carlo IV il suo ritorno nella capitale del
cristianesimo. Questo monarca andò in Avignone in maggio del 1365, sotto
pretesto di concertare col papa i movimenti d'una nuova crociata. Gli
avanzamenti de' Turchi in Europa cominciavano appunto allora a far
desiderare la riunione di tutti i principi cattolici per difendere la
Grecia ed il Levante contro i nemici della fede. La politica non meno
che la religione avrebbero approvata questa guerra sacra[13]; ma tutti
gli sforzi de' sovrani e del clero, tutte le calde istanze di Pietro di
Lusignano, re di Cipro, ch'era venuto a visitare le corti d'Occidente
per ottenere alcuni soccorsi, non riuscirono a risvegliare un entusiasmo
spento già da oltre un secolo. Il re di Cipro riprese la strada del
Levante con un pugno di crociati, coi quali il 3 ottobre del 1365
sorprese Alessandria d'Egitto; ma non si trovò abbastanza forte per
conservarla, e l'evacuò poco dopo[14].
[13] _Raynaldi An. Eccl. 1365, § 1, p. 441._
[14] _Fleury Histoire Eccles., l. XCVI, c. 51._
Il papa desiderava assai più l'abbassamento de' suoi nemici in Italia
che la disfatta degl'Infedeli; e l'imperatore coglieva con piacere
l'opportunità di tornare in un paese, ove altre volte avea mietute
ragguardevoli somme di denaro. L'uno e l'altro dava voce di voler
cacciare d'Italia le bande degli assassini che la guastavano. La
compagnia tedesca d'Anichino Bongarten, e la compagnia inglese di
Giovanni Acuto, ruinavano a vicenda la Toscana e lo stato della Chiesa.
Gelosa l'una dell'altra non si erano rifiutate di servire sotto principi
nemici; ma i popoli soffrivano non meno dalla compagnia alleata che
dalla nemica[15]. La compagnia della Stella, che i Fiorentini avevano
chiamata dalla Provenza per fare la guerra ai Pisani, e quella di san
Giorgio, formata da Ambrogio, figliuolo naturale di Barnabò
Visconti[16], entrarono una dopo l'altra nello stato di Siena ed in
quello di Perugia per levarvi delle contribuzioni. Così aperto
assassinio non poteva essere più lungamente tollerato, e l'Italia udì
con piacere che il papa e l'imperatore avevano stabilito di mettervi
termine.
[15] _Cron. d'Orvieto, t. XV, p. 688._
[16] _Cronica Sanese, p. 187._
Nel 1366 il cardinale Albornoz, d'ordine dì Urbano V, fece preparare un
palazzo a Viterbo per abitazione del pontefice in tempo d'estate[17].
Fece inoltre riparare gli edificj di Roma che cadevano in ruina, ed
accettò le galere di Venezia, di Genova, di Pisa e della regina di
Napoli, per ricondurre la corte pontificia dalle bocche del Rodano alle
foci del Tevere.
[17] _Raynald. An. Eccl. 1366, § 26, p. 462._
I due capi della cristianità avevano convenuto di trovarsi in Italia nel
mese di maggio del 1367; ma Carlo IV fu costretto dagli affari della
Germania a protrarre un anno la sua venuta. Urbano V lasciò Avignone
l'ultimo giorno d'aprile del 1367 con molti de' suoi cardinali, che
sebbene di mal animo, avevano acconsentito di seguirlo; altri avevano
presa la strada di Torino; e cinque ricusarono di abbandonare la
Provenza[18].
[18] _Petrarcae Rerum Senilium, l. IX, ep. 2, p. 947._
Urbano sbarcò il 25 maggio a Genova, e le due fazioni che dividevano
questa repubblica, si sforzavano di superarsi nel fargli onore[19].
Simone Boccanegra, il primo doge di Genova, era morto nel 1363,
avvelenato, per quanto fu creduto, in un pranzo dato al re di Cipro.
Mentre questo magistrato lottava ancora tra la vita e la morte, il
popolo aveva prese le armi, arrestati i parenti del Boccanegra, ed
eletto doge Gabriele Adorno. Era questi un mercante, di famiglia plebea,
ma ghibellina; e manifestò talenti ed un carattere, proprj ad
assicurargli finchè sarebbe vissuto, la direzione del partito
ghibellino[20].
[19] _Vita Urbani V. ex Bosqueto, t. III, p. II, Rer. Ital., p.
617._
[20] _Georg. Stellae An. Genuen., t. XVII, p. 1096._
L'opposta fazione de' Guelfi aveva per capo Lionardo di Montalto, che
ancor esso aspirava al dogado. Nel 1365 era stato costretto ad uscire di
città con i suoi aderenti, e faceva guerra alla sua patria[21], quando
il passaggio del papa a Genova riconciliò per alcun tempo le due opposte
parti.
[21] _Ib. p. 1100._
Il cardinale Egidio Albornoz venne ad aspettare il papa sulla spiaggia
di Corneto, ove questi sbarcò il 4 di giugno. V'erano pure i deputati
del senato e del popolo romano, i quali offrirono al papa la _signoria_
di Roma e le chiavi di castel sant'Angelo[22]. La gioja prodotta dal
ritorno del capo della religione in Italia, poteva sola ridurre i Romani
a riconoscere un padrone. Quantunque avessero minore costanza, valore e
virtù, che non gli abitanti delle città toscane, erano per altro agitati
dalle medesime passioni. Il loro risentimento ora dirigevasi contro la
nobiltà, ora contro l'arbitrario potere d'un solo. Nel 1362 avevano
creato un nuovo tribuno, detto Lello Pocadotta, il quale era un uomo
della feccia del popolo, un calzolajo, che aveva approfittato del suo
efimero potere per cacciare di città tutti i nobili. Ma l'avvicinamento
della compagnia del Capelletto aveva poco dopo spaventati i Romani; onde
scacciarono dal Campidoglio il tribuno, e si diedero ad Innocenzo VI, a
condizione che non darebbe nella città loro veruna autorità al cardinale
Albornoz[23]. Sotto il regno di Urbano V, erano stati agitati da altre
rivoluzioni ancora meno meritevoli d'essere conosciute.
[22] _Vita Urbani V, ex Bosqueto, p. 618. — Cronica d'Orvieto, t.
XV, p. 691._
[23] _Matteo Villani, l. XI, c. 25, p. 709._ _Tu che leggi_, grida
il Villani, _ed hai lette le altre maravigliose cose, che feciono i
buoni Romani antichi, e tocchi queste in comparazione, non ti fia
senza stupore d'animo._
Quegli in cui Urbano aveva maggiore fiducia per amministrare lo stato
della chiesa era appunto l'Albornoz, che in una legazione di quattordici
anni aveva riconquistata e sottomessa alla santa sede la totalità del
dominio ecclesiastico. Albornoz al suo arrivo in Italia non aveva
trovati fedeli al papa che i due castelli di Montefiascone e di
Montefalco[24]; mentre all'arrivo d'Urbano tutte le città della Romagna,
della Marca, dell'Umbria e del patrimonio, ubbidivano alla santa sede.
Il papa, avendo domandato conto al cardinale del danaro speso nella sua
lunga amministrazione, questi gli mandò per risposta un carro
compiutamente carico delle sole chiavi delle città, che aveva ridotte in
di lui potere[25]. Ma era di poco giunto Urbano in Italia quando
Albornoz morì a Viterbo il 24 agosto del 1367, seco portando il dolore
della corte di Roma e dei popoli, che avevano condonati a' suoi rari
talenti la strana unione delle incumbenze di generale d'armata e di
prelato[26].
[24] _Vita Urbani V, ex Bosqueto, p. 618._
[25] _Pompeo Pellini Storia di Perugia, t. 2, in 4.º, p. I, l. VII,
p. 1025._
[26] _Raynaldi An. Eccl. 1397, § 15, p. 469._ La città d'Orvieto
aveva riconosciuto Albornoz per suo diretto signore; ed alla morte
del legato si diede al papa in forza d'una deliberazione del
consiglio generale, senza stipulare la riserva delle sue libertà.
_Cron. d'Orvieto, p. 692._
Questo grande politico aveva, prima di morire, reso l'ultimo servigio al
papa, conchiudendo in suo nome un'alleanza con tutti i nemici de'
Visconti. La lega che fu segnata a Viterbo l'ultimo di luglio e
pubblicata il 5 agosto, comprendeva l'imperatore, il papa, il re
d'Ungheria, ed i signori di Padova, Ferrara e Mantova[27]. Vi prese
parte ben tosto ancora la regina di Napoli, la quale, avendo perduto suo
marito, Luigi di Taranto, il 26 maggio del 1362, si era lo stesso anno
rimaritata in terze nozze col figliuolo del re di Majorica, Giacomo
d'Arragona, cui per altro non aveva accordato il titolo di re!
[27] _Raynaldi An. Eccl. 1367, § 17, p. 469._
I fratelli Visconti apparecchiavansi dal canto loro a combattere questa
formidabile coalizione; e si erano segretamente alleati a tutte le
compagnie di ventura che guastavano il paese. Il bastardo Visconti,
figliuolo di Barnabò, che ne aveva egli medesimo formata una, adunò
tutte le altre al suo soldo, e fece in tal modo la più bell'armata, che
si fosse ancora veduta in Italia[28]. Galeazzo, il secondo fratello
Visconti, che da qualche tempo aveva stabilita la sua dimora in Pavia,
preparavasi pure a modo suo a combattere i suoi nemici. Il fasto e le
vanità occupavano tutti i suoi pensieri. Il Petrarca, che viveva nella
di lui corte, faceva plauso alla di lui magnificenza ed alla protezione
che accordava alle arti ed alle lettere; ma i suoi sudditi gemevano
sotto il peso delle gabelle; lo detestavano i suoi ministri e soldati
non pagati, e le città da lui dipendenti non erano tenute fedeli che dal
terrore che ispiravano le sue crudeltà[29].
[28] _Bernardino Corio Stor. Mil. p. III, p. 238._
[29] _Petri Azarii Chron., c. 14, p. 402._
Galeazzo riponeva la sua vanità ne' parentadi coi più gran re del
cristianesimo. Egli fece sposare in marzo sua figliuola Violante a
Lionello, duca di Chiarenza, figliuolo del re d'Inghilterra; e per
ridurre questo principe ad un tale matrimonio, gli aveva offerti, colla
figlia, duecento mila fiorini di dote e la sovranità di cinque città del
Piemonte[30]. Pretendeva con ciò Galeazzo d'attaccare più saldamente ai
proprj interessi la compagnia inglese: ed infatti Giovanni Acuto alla
testa di questa truppa formidabile penetrò nel territorio di Mantova che
pose a fuoco e a sangue. Ma ben tosto il nodo di quest'alleanza colle
compagnie di ventura si ruppe per un inaspettato avvenimento: Lionello,
duca di Chiarenza, morì dopo pochi mesi, vittima della sua intemperanza.
[30] Alba, Cuneo, Cerastro, Mondovì e Braida. Le nozze vennero
celebrate con insolita magnificenza. La corte sedeva a varie tavole,
secondo il rango de' personaggi; ma il Petrarca fu ammesso a quella
de' principi sovrani. _Bern. Corio Stor. Mil. p. III, p. 239._
Intanto Carlo IV giunse il 5 di maggio a Conegliano con una
ragguardevole armata, cui si unirono gli alleati d'Italia, onde si vide
alla testa di forze superiori di molto a quelle de' Visconti[31]. Ma
Acuto trattenne alcun tempo quest'armata nello stato di Mantova rompendo
le dighe dell'Adige, che inondò il campo dell'imperatore[32]. D'altra
parte Barnabò, cui era nota l'avarizia di Carlo, approfittò di questo
ritardo per fargli aggradire riguardevoli doni, persuadendolo con tale
mezzo a trattare di pace, ed a licenziare la sua armata. In tre mesi che
le truppe imperiali passarono in Italia non s'impadronirono del più
debole castello de' Visconti, o di Cane signore della Scala loro
alleato; avevano in cambio ruinati i signori di Mantova e di Ferrara,
amici di Carlo IV, e furono vergognosamente congedate, sotto la sola
condizione che i Visconti renderebbero ai Gonzaghi Borgoforte, che
avevano loro tolto[33].
[31] La cronaca di Piacenza (_t. XVI, p. 509._) pretende che avesse
sotto il suo comando cinquanta mila cavalli, cosa probabile se aveva
nell'esercito molte truppe leggiere, ed Ungari.
[32] _Chron. Estense, t. XV, p. 491._
[33] _Bernardino Corio Stor. di Milano, p. III, p. 241. — Chron.
Estense, t. XV, p. 491._
Estrema fu l'indignazione di tutta l'Italia quando fu noto così
vergognoso trattato. Eransi adunati cinquanta mila uomini dalle
estremità della Boemia a quelle del regno di Napoli, e dall'Ungheria
alla Provenza, per liberare l'Italia dalla tirannide de' Visconti e
dagli assassinj delle compagnie, e questa formidabile coalizione era
stata disciolta dal suo capo, come se avesse ottenuto il suo scopo mercè
la restituzione d'un miserabile castello. Frattanto Carlo IV senza
prendersi cura del biasimo universale, quando a tale prezzo poteva
ammassare danaro, innoltravasi verso la Toscana coi deboli avanzi della
sua armata.
Era l'imperatore chiamato in questa provincia dalle preghiere dei
Lucchesi, che, oppressi dai Pisani da loro detestati, avevano a Carlo IV
consacrato l'affetto ed il rispetto loro fino dal tempo in cui questo
monarca, in allora principe di Boemia, governava Lucca a nome di suo
padre il re Giovanni[34]. Molti Guelfi di questa città, forzati ad
emigrare, avevano acquistate grandi ricchezze commerciando in Francia,
ed offrivano all'imperatore di pagargli al più alto prezzo la libertà
della loro patria.
[34] _Beverini Annales Lucenses mss. ex archivio Lucense, l. VII, p.
958._
Giovanni Agnello, signore di Pisa, trattava dal canto suo con Carlo IV,
da cui desiderava la conferma dell'usurpato titolo di doge; ma lo vedeva
con rincrescimento avvicinarsi alla testa di mille duecento corazzieri,
e già s'accorgeva che la speranza di vicina rivoluzione rendeva arditi i
malcontenti, e facevagli trovare opposizione perfino nel proprio
consiglio. Ottenne da Carlo la promessa di essere nominato vicario
imperiale di Pisa, e di vedere raffermata in tal modo la sua autorità; a
questo prezzo acconsentì di rinunciare alla più importante conquista che
avesse mai fatta la repubblica di Pisa, e per difesa della quale le
nemiche fazioni eransi più d'una volta riconciliate. Il 23 agosto del
1368 consegnò Lucca a Marcovaldo, vescovo d'Augusta, che ne prese
possesso a nome dell'imperatore. Questa città era stata suddita dei
Pisani fino dal 6 luglio 1342[35].
[35] _Croniche di Pisa, t. XV, p. 1048. — Paolo Tronci Annali di
Pisa, p. 417. — Beverini Annales Lucensium, 1. VII, p. 959._
Carlo IV entrò in Lucca il 5 di settembre. A breve distanza da questa
città aveva incontrato Giovanni Agnello, e l'aveva armato cavaliere;
onore che il signore di Pisa rese subito a due suoi nipoti e ad altri
suoi compatriotti. Il monarca, il doge ed i nuovi cavalieri, entrati in
Lucca, salirono sopra palchi innalzati nella piazza di san Michele, ove
Agnello doveva essere dichiarato vicario imperiale in presenza del
popolo; ma tutto ad un tratto il palco, su cui egli trovavasi, crollò
sotto il peso di coloro che vi erano saliti; molti rimasero morti, ed
Agnello si ruppe una coscia. Il tiranno obbligato a letto più non poteva
farsi temere, onde gli amici della libertà presero tosto a Pisa le armi
sotto la condotta di Pietro d'Albizzo di Vico, facendo eccheggiare tutte
le strade delle grida di _viva l'imperatore e morte al doge_.
All'istante forzarono la guardia ducale, saccheggiarono il palazzo del
conservatore, ed elessero nuovi anziani per governare la repubblica
secondo le antiche leggi. Alla notizia di questa rivoluzione tutti gli
esiliati rientrarono in Pisa, tranne Pietro Gambacorti; mentre Agnello,
ritenuto a letto in Lucca, risolse all'indomani di spogliarsi di tutti i
diritti che poteva avere alla signoria, dopo averla conservata poco più
di quattro anni[36].
[36] _Croniche di Pisa, t. XV, p. 1050. — Beverini Annales Lucenses,
l. VII, p. 960._
Carlo IV non si affrettava punto di rendere a Lucca la libertà,
risguardando questa città quale residenza sicura e comoda per tener vivi
i suoi maneggi nelle repubbliche toscane, acquistarvi nuovi diritti, e
per lo meno scroccarne assai danaro: in breve una rivoluzione che il suo
avvicinamento aveva fatta scoppiare in Siena, gli offrì l'occasione, che
andava cercando, di vendere la sua protezione.
Quando l'imperatore, tredici anni prima, erasi recato a Siena, un
movimento popolare da lui spalleggiato, aveva esclusa dal governo
l'oligarchia dominante. Dopo tale epoca i ricchi mercanti, che formavano
questa oligarchia, erano stati dichiarati, come la nobiltà, incapaci di
aver parte al governo popolare. Di loro e delle loro famiglie erasi
formato nello stato un ordine separato, che dicevasi il monte dei nove,
a motivo della suprema magistratura che aveva occupato, e ch'era stata
abolita nell'atto che ne era stato spogliato. Ma i borghesi di uno stato
alquanto inferiore, che, dopo i nove, erano pervenuti alla nuova
magistratura dei dodici, avevano camminato così esattamente dietro le
orme de' loro predecessori, che si erano egualmente usurpata tutt'intera
la suprema autorità; onde il monte dei dodici, da loro formato, non era
meno odioso al popolo che quello dei nove.
I dodici, temendo principalmente l'odio della nobiltà, cercarono di far
rinascere le antiche sue contese per indebolirla. Le due illustri
famiglie de' Tolomei e de' Salimbeni erano sempre state a Siena i capi
delle parti guelfa e ghibellina. Finsero i dodici d'essere divisi nelle
stesse fazioni, ed eccitarono le due famiglie a dar mano alle armi l'una
contro l'altra, promettendo a ciascuna di favoreggiarla: ma i nobili, il
di cui odio ereditario erasi quasi spento sotto le persecuzioni
sostenute in comune, si manifestarono i mutui soccorsi loro promessi dai
magistrati; onde vergognandosi d'avere sparso il proprio sangue per
soddisfare alla segreta gelosia de' plebei, convennero di vendicarsene
praticando i medesimi modi adoperati con loro. Finsero un accrescimento
di odio gli uni contro degli altri, fecero venire dai proprj poderi i
loro vassalli, ed adunarono soldati nelle loro case senza che i dodici
si opponessero a questi apparecchi, che credevano destinati alla
vicendevole distruzione dei nobili. Frattanto questi si erano guadagnati
tutti i capi del monte dei nove e molti plebei malcontenti, ed avevano
riuniti in città ottomila uomini sotto le insegne delle due armate
guelfa e ghibellina. Tutt'ad un tratto le due armate si unirono il 2
settembre del 1368, ed i loro capi chiesero alla signoria il possesso
del palazzo e di tutti i luoghi forti. I dodici sorpresi da così subito
avvenimento non ebbero pur tempo d'impugnare le armi per difendersi;
onde ritiraronsi nelle loro case, e rinunciarono al governo che avevano
tenuto tredici anni[37].
[37] _Cronica Sanese, t. XV, p. 196. — Malavolti Storia di Siena, p.
II, l. VII, p. 129._
I nobili, padroni della repubblica, dichiararono di volere ristabilire a
Siena il governo consolare, sotto il quale questa città aveva fiorito
nel dodicesimo secolo. Nell'ordine dei nobili distinguevansi cinque
famiglie d'una rimota antichità, i Tolomei, i Salimbeni, i Piccolomini,
i Saracini, i Malavolti. Cinque consoli furono scelti in cinque illustri
famiglie, altri cinque nel rimanente della nobiltà e tre nell'ordine dei
nove, che furono di bel nuovo messi a parte del governo[38].
[38] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 197._
Ma il popolo, ch'era stato lungo tempo in possesso delle magistrature,
non poteva pazientemente soffrire di esserne escluso, e nell'agitamento
d'una fresca rivoluzione, ogni parte ricorse all'imperatore e lo scelse
arbitro. Carlo accettò con piacere le funzioni di mediatore, promise a
tutti la sua protezione, ma si assicurò specialmente dei Salimbeni, di
già disposti a separarsi dal loro ordine, e fece all'istante partire con
ottocento cavalli Malatesta Ungaro, uno de' signori di Rimini, che
nominò vicario imperiale a Siena.
I nobili non volevano aprire le porte a questa piccola armata prima di
vedere sanzionati i loro diritti con un trattato, ma il monte dei dodici
ed il popolo erano più desiderosi di affidarsi all'imperatore, perchè
avevano meno da perdere. Niccola Salimbeni, uno de' consoli, tradì i
suoi colleghi per unirsi al popolo, ed il 24 di settembre fece entrare
Malatesta Ungaro per la porta che gli era stata affidata. La nobiltà,
sebbene sorpresa, si difese nelle strade, e soltanto dopo essere stata
superata in più di dieci zuffe sostenute di posto in posto, uscì
finalmente di città e si ritirò ne' suoi castelli[39].
[39] _Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VII, p. 130._
Il popolo vittorioso era chiamato a dare una nuova forma al governo, ed
a regolare la distribuzione dei diritti politici tra i diversi ordini
dello stato. Non credette di potere abolire il passato, non essendo
possibile che i cittadini rinunciassero ad affezioni ed a passioni
ereditate dai loro antenati, ed alle quali andavano debitori della loro
forza e della loro importanza. Perciò i nuovi legislatori riconobbero
l'esistenza dei due monti dei nove e dei dodici, ne formarono un terzo,
nel quale raccolsero i cittadini stranieri alle due precedenti
oligarchie, e questo nuovo ordine, più numeroso che gli altri due, ebbe
dalla riforma, da cui era nato, il nome di monte dei riformatori. La
signoria fu composta di dodici magistrati, tre de' quali presi dalla
prima classe, quattro dalla seconda e cinque dalla terza. La stessa
proporzione si osservò nella formazione dei due consiglj che dovevano
assecondare la signoria, completando in unione alla medesima il
governo[40].
[40] _Orlando Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VII, p. 130._
L'imperatore, che tuttavia soggiornava in Lucca, vedeva con piacere le
rivoluzioni di Pisa e di Siena indebolire le due repubbliche e
prepararle a porsi sotto la sua dipendenza. Avrebbe ancor voluto
eccitare qualche turbamento in Firenze, ond'essere poi chiamato a
prendere qualche parte nel governo di quella ricca repubblica e cavarne
danaro. Egli aveva fatti agli ambasciatori fiorentini amari rimproveri
perchè la signoria avesse occupato Samminiato, Prato e Volterra, da lui
riclamate come terre dell'impero, ed, appena giunto a Lucca, aveva
spediti i suoi corazzieri ad occupare Samminiato ed a fare delle
scorrerie nel territorio fiorentino. Ma tosto che la repubblica,
determinata di difendere i proprj diritti colle armi, ebbe assoldata
gente da guerra, Carlo si raddolcì[41]. Trovavasi allora in così
pressante bisogno di danaro che aveva impegnata in Firenze medesima la
sua corona per sedicimila fiorini, la quale non aveva potuto ricuperare
che prendendo questa somma a prestito dai Sienesi[42]. Abbandonò dunque
le sue pretese e partì alla volta di Siena, ove si trattenne pochi
giorni, passando di là a Roma.
[41] _Sozomeni Pistoriensis Hist., t. XVI, p. 1084. — Leonardo
Aretino Storia Fiorentina, l. VIII._
[42] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 200._
Il papa non aveva motivo di essere soddisfatto della condotta tenuta
dall'imperatore, che bruscamente abbandonando la guerra intrapresa
contro i Visconti, aveva rovesciate tutte le speranze della Chiesa; ma
Carlo si prese cura di riconciliarsi con Urbano colla più umile e
rispettosa condotta; e mostrò di non avere altro scopo, rendendosi a
Roma, che di abbassare la dignità imperiale innanzi a quella del
pontefice. Si trattenne prima a Viterbo per visitarlo, poi essendo
giunto a Roma prima di lui, tornò addietro per aspettarlo a porta
Angelica, di dove s'incamminò a piedi avanti al papa, prendendo il suo
cavallo per le briglie e guidandolo fino al palazzo del Vaticano. I
Romani, lungi dall'insuperbirsi per gli atti di rispetto renduti al loro
vescovo, concepirono un profondo disprezzo pel monarca, che tanto si
umiliava a' suoi piedi. L'imperatore fece coronare dal papa la sua
quarta consorte, e dopo avere servito il pontefice alla messa come
diacono col libro e col corporale, lasciò Roma e riprese la strada della
Toscana[43].
[43] _Vita Urbani V ex Bosqueto t. III, p. II, p. 622. — Cronica
d'Orvieto ad finem, p. 694._ — Il Cronacista di Rimini dice di
questo imperatore. _E per certo, se io non ti avessi promesso da
principio di scrivere della sua venuta, non avrei intinta questa
carta, perchè me ne vergogno, in suo servizio, t. XV, p. 912._
Al suo ritorno a Siena, il 22 dicembre, vi trovò la discordia
risvegliata dagli intrighi di Malatesta Ungaro, il vicario che vi aveva
lasciato. Durante l'assenza dell'imperatore, i dodici avevano eccitata
una nuova sedizione, sperando di ricuperare la loro antica autorità; ma
il tumulto non altro aveva ottenuto che di procurare maggior potere al
monte dei riformatori; eransi aggiunti tre nuovi membri alla signoria, e
si erano presi in quest'ordine, il più povero degli altri ed il più
numeroso. I dodici, delusi per la seconda volta dalle proprie loro
pratiche, erano più che prima irritati contro il governo. Porsero dunque
avidamente orecchio alle segrete proposizioni dell'imperatore, ch'erasi
impegnato di vendere al papa Siena ed altre città della Toscana, e aveva
chiamato presso di sè il cardinale Gui di Monforte, legato di Bologna,
con un grosso corpo di cavalleria, onde dare esecuzione al
contratto[44].
[44] _Cronica Sanese di Neri di Donato, p. 203._
Carlo IV, assicuratosi dei dodici e dei Salimbeni, domandò che la
signoria mettesse in sua mano i cinque più importanti castelli del suo
territorio[45], e che i gonfalonieri ed i soldati della milizia gli
prestassero giuramento di fedeltà. Quest'inchiesta venne comunicata al
consiglio generale che la rigettò con grandissima maggiorità di voti.
Ricusò pure d'accrescere il potere de' dodici come l'imperatore
desiderava[46]; il quale offeso da queste due negative, risolse di
adoperare la forza. Dietro i di lui suggerimenti il 18 gennajo 1369 la
fazione dei dodici diede mano alle armi, di concerto coi Salimbeni, per
iscacciare di palazzo tre cittadini dell'ordine de' nove, che sedevano
nella signoria. Nello stesso tempo Malatesta Unghero si portò sulla gran
piazza colla sua cavalleria, e l'imperatore, armato di tutto punto, si
pose alla testa de' suoi corazzieri e di quelli della chiesa. Tre mila
corazzieri trovavansi allora riuniti in Siena sotto gli ordini di un
monarca straniero. I tre signori dei nove, ai quali era stato portato
l'ordine di uscire di palazzo per parte di Malatesta Unghero, si erano
effettivamente ritirati, malgrado le istanze dei loro colleghi. Ma
questi, rimasti soli, non si smarrirono; fecero suonare la campana
d'allarme, ed ordinarono al capitano del popolo, Matteino Menzano,
d'attaccare l'imperatore colle compagnie della milizia.
[45] Massa, Montalcino, Grossetto, Telamone e Casole.
[46] _Orlando Malavolti, l. VII, p. 133._
Il pubblico palazzo trovavasi di già in parte occupato dai ribelli della
fazione dei dodici e dei Salimbeni; ma essi ne furono cacciati dal
popolo furibondo. Malatesta Unghero stava sulla piazza della Fontana con
ottocento gendarmi, che furono respinti, uccisa la maggior parte de'
cavalli, ed egli stesso costretto a fuggire verso il palazzo de'
Malavolti, ove cercò di afforzarsi. L'imperatore, circondato dai
principi tedeschi, dai suoi capitani e da tutto il rimanente della
cavalleria, avanzavasi verso il palazzo, e di già era giunto fino _alla
croce del travaglio_, quando venne impetuosamente attaccato dalle
compagnie del popolo. La sua truppa fu ben tosto disordinata, ucciso
colui che portava lo stendardo imperiale, e Carlo obbligato a ripararsi
verso la piazza de' Tolomei, ove si fortificò nei palazzi di questi
gentiluomini emigrati. Per più di sette ore egli difese i suoi
trinceramenti, ed in questa lunga pugna si perdette molta gente da ambe
le parti. Più della metà de' soldati di Carlo erano feriti, e
quattrocento de' più valorosi caduti morti ai suoi fianchi, i suoi
corazzieri avevano perduti più di mille duecento cavalli, quando
finalmente fu superata la barricata ch'egli difendeva, ed il monarca
costretto a fuggire nelle case de' Salimbeni[47].
[47] _Cronica Sanese di Neri di Donato p. 205._
Mentre ancora durava la battaglia, la signoria aveva di già fatti
richiamare i suoi tre colleghi dell'ordine dei nove, che la fazione dei
dodici aveva cacciati di palazzo; furono ricondotti ai loro seggi a
suono di trombette, coperti di ghirlande, e con un tralcio di ulivo in
mano.
Il capitano del popolo non inseguì l'imperatore nelle case dei
Salimbeni, sebbene gli fosse agevole il farlo prigioniere. Credette di
dovere moderatamente usare della vittoria verso il primo monarca della
cristianità, e mostrargli tutti i riguardi nell'istante in cui più non
poteva temerlo. Ma egli lo fece pregare per mezzo dei Salimbeni di
uscire di città; e per rendere più efficace la sua preghiera, fece a
suono di tromba bandire la proibizione di somministrare vittovaglie a
lui o alla sua truppa.
«L'imperatore (dice uno storico sienese contemporaneo) era rimasto solo
colla più grande paura che abbia giammai avuta verun miserabile. Gli
occhi di tutto il popolo armato erano verso di lui rivolti; egli
piangeva, si scusava, ed abbracciava coloro che lo avvicinavano; diceva
d'essere stato tradito dal Malatesta, dal podestà, dai Salimbeni e dai
dodici; e raccontava in qual modo e quali offerte erangli state fatte.
Francesco Bastali, ch'egli indicava come colui che aveva avuta parte in
questa negoziazione, venne arrestato e dato in mano del capitano del
popolo; cercaronsi pure gli altri traditori. Frattanto l'imperatore
trattava colla signoria e col popolo: dava alla prima il vicariato
perpetuo dell'impero nella città e suo territorio, ed accordava al
popolo un'amnistia generale, e più grazie che non gli erano domandate.
Così tremante qual era ed affamato, pareva che avesse del tutto perduta
la ragione; voleva andarsene, poi vedeva di non poterlo, non avendo più
nè cavalli, nè danaro, nè compagnia; e con molti stenti il capitano gli
fece ricuperare parte di ciò che aveva perduto[48].» Quando Carlo ebbe
finalmente ripreso un poco di coraggio, domandò che in ricompensa
dell'affronto che gli era stato fatto, e delle grazie ch'egli aveva
accordate alla signoria, la repubblica gli pagasse una pensione di venti
mila fiorini in quattro rate. I Sienesi vi acconsentirono, e gli
passarono la prima somma immediatamente, per porlo in istato di uscire
dalla loro città.
[48] _Neri di Donato Cronica Sanese, t. XV, p. 206._ — F. M. Pelzel
trascorre rapidissimamente questi avvenimenti, ed in particolare la
seconda spedizione in Italia del suo eroe. _Karl der vierte
römischer Kaiser, t. II, p. 811._
I Sienesi avevano valorosamente combattuto per difesa della loro
libertà, nell'istante in cui avevano conosciuto il tradimento dei loro
ospiti; ma malgrado questa momentanea unione, le fazioni in cui erano
divisi non eransi riconciliate; ed appena l'imperatore fu partito, il 25
gennajo, che l'anarchia parve raddoppiarsi. I nobili esiliati facevano
la guerra alla repubblica; i dodici ed i Salimbeni eransi resi esosi
colla loro associazione ai nemici dello stato; i nove ed i riformatori
sforzavansi invano di riconciliare le troppo accanite parti le une
contro le altre. La guerra si prolungò parte della seguente state tra la
città e le campagne, e non si terminò che il 30 giugno per
l'intromissione dei Fiorentini, domandata dalle opposte parti. I nobili
furono richiamati in città, rimessi ne' loro diritti, e dichiarati
capaci di tutte le magistrature, tranne la signoria. Gli altri ordini
continuarono a dividere gli ufficj superiori in una proporzione
determinata dalle leggi[49].
[49] _Malavolti Storia di Siena, p. II, l. VIII, p. 137._
L'imperatore, partendo da Siena, aveva da prima avuto intenzione di
passare a Pisa; ma informato che questa città trovavasi sotto le armi,
temette di trovarsi esposto ad una sedizione somigliante a quella da cui
erasi appena sottratto, ed andò direttamente a Lucca, tenendo la strada
di Vico Pisano.
I Pisani, dopo avere rovesciato il governo d'Agnello, erano stati
sbattuti alcun tempo da diverse fazioni, e l'anarchia gli avrebbe forse
ricacciati ben tosto nella servitù, se i più virtuosi cittadini,
d'accordo coi gentiluomini, non si fossero uniti per mantenere colle
armi in mano la quiete e la libertà. Questa lega, che prese il nome di
compagnia di san Michele, ben tosto si vide composta di quattro mila
combattenti, e si assunse l'impegno di rimanersi neutrale tra i
Bergolini ed i Raspanti. Tostocchè, in grazia del vigore dimostrato
dalla compagnia di san Michele, l'ordine fu in Pisa ristabilito, si alzò
contro i Raspanti un grido, che fino allora era stato compresso dal
timore. La ruina del commercio, la guerra coi Fiorentini,
l'accrescimento delle imposizioni, la tirannide di Giovanni Agnello, e
la perdita di Lucca, erano state le fatali conseguenze della loro
amministrazione. Se la repubblica loro perdonava tanti errori, quali
erano dunque quelli che essa ostinavasi a voler punire in Pietro
Gambacorta, i di cui parenti erano periti, tredici anni prima, vittime
di un'ingiusta sentenza, e di cui lo stesso imperatore aveva
riconosciuta l'innocenza, poichè aveva di nuovo accordato il suo favore
a quest'illustre esule. In fatti Carlo IV aveva promessa la sua
protezione a Pietro, che aveva incontrato a Calcinaja, ed accettatone il
dono di dieci mila fiorini[50].
[50] _Bernardo Marangoni Cron. di Pisa, p. 748. — Paolo Tronci
Annali Pisani, p. 421._
Dietro le istanze dei due capi della compagnia di san Michele venne
annullata la sentenza contro i Gambacorti, e Pietro fu richiamato co'
suoi figliuoli in seno alla patria. Questi rientrarono il 24 febbrajo
portando in mano rami d'ulivo, mentre i loro concittadini facevano
eccheggiare le strade con grida di gioja, e le campane della città
suonavano in rendimento di grazie. Pietro Gambacorti, giunto alla
cattedrale, fece a nome di tutti gli emigrati la sua offerta ai piedi
dell'altare maggiore. Giurò in appresso di mantenere lo stato popolare,
di vivere da buon cittadino fra i suoi eguali, e di scordare e perdonare
le antiche ingiurie[51].
[51] _Bernardo Marangoni Cron. di Pisa, p. 749. — Tronci An. Pisani,
p. 424._ Quest'ultimo è parzialissimo pei Raspanti.
Ma tutti i Bergolini non avevano per anco rinunciato al loro antico
odio. Due giorni dopo Pasqua molti di loro presero le armi, ed
attaccarono le case dei Raspanti, che volevano bruciare. Gran parte
della città andava forse ad essere distrutta, se Pietro Gambacorti non
veniva a difendere i suoi nemici, rispingendo gl'incendiarj. _Io ho ben
perdonato, loro diceva, io, i di cui congiunti perirono sul palco; con
quale diritto ricuserete voi altri di perdonare?_ Gambacorti
effettivamente fermò i combattenti, ma non impedì il cambiamento del
governo. La parte de' Raspanti venne esclusa dall'amministrazione, tutte
le cariche furono date ai Bergolini, e la compagnia di san Michele si
sciolse di consentimento de' suoi capi[52].
[52] _Bernardo Marangoni Cron. di Pisa, p. 751._
Trovavasi per altro ancora in mano dei Raspanti una porta fortificata,
quella ai Lioni, che i partigiani di Giovanni Agnello non avevano mai
lasciata. Altri Raspanti eransi adunati a Lucca presso di Carlo IV, e
cercavano di far sentire all'imperatore la facilità di occupare Pisa per
mezzo di questa porta. Carlo, strascinato dai loro consigli, fece
imprigionare dodici ambasciatori che gli aveva spediti la repubblica,
tra i quali contavansi i più distinti uomini dello stato, Pietro
d'Albizzo di Vico, Gualandi di Castagneto, e Manfredo Buzzacherino dei
Sismondi. L'imperatore, tenendoli come ostaggi, si applaudiva d'averli
tolti ai consigli della repubblica. Nello stesso tempo fece avanzare il
suo grande maniscalco con tutta la sua cavalleria verso Porta ai Lioni.
Ma mentre i Tedeschi entrano in città, i Pisani, chiamati dalla campana
d'allarme a difendere la patria, alzano palafitte in faccia alla porta
occupata dai nemici. Tutte le panche della cattedrale, ch'era vicina,
furono all'istante portate in istrada per formarne un nuovo riparo
d'insolita forma, mentre gli arceri salivano sul battistero per
combattere da quell'elevato luogo i nemici che occupavano la muraglia
della porta. Un ingegnere pisano aveva tagliata astutamente la corda che
doveva alzare il ponte levatojo della porta; onde i Tedeschi perdettero
molto tempo prima di poter entrare in città, ed incominciare
l'attacco[53]. Quando ebbero vinto questo primo ostacolo, ne trovarono
un altro maggiore nella ostinata resistenza de' Pisani. Le donne
frammischiavansi ai combattenti per incoraggiarli, somministrando loro
pietre e dardi. Dopo un'accanita zuffa i Tedeschi si ritirarono, ed il
cancelliere dell'imperatore domandò di parlare segretamente cogli
anziani. Si suppose che in questa conferenza avesse ricevuto un
ragguardevole dono, poichè si osservò, che appena terminata, fece
ritirare tutte le sue truppe. Quaranta fanti, che aveva lasciati per
guardia alla porta ai Lioni, furono subito forzati ad arrendersi, e le
opere interne che formavano di questa porta una specie di fortezza,
furono dal popolo spianate[54].
[53] _Cronica Anon. di Pisa, t. XV, p. 1053._
[54] _Bernard. Marangoni Chron., p. 753._
L'imperatore, dopo le rotte avute a Siena ed a Pisa, più non pensava che
ad estorcere danaro dalle città toscane, ed a partire alla volta della
Boemia. Mandò la sua cavalleria a guastare il territorio de' Pisani, per
ridurli così ad un trattato; e nello stesso tempo cercò pure
d'inquietare i Fiorentini riclamando certi diritti dell'impero da lungo
tempo andati in desuetudine. Permise in oltre al patriarca d'Aquilea,
suo fratello naturale, di partire da Lucca alla testa di un corpo di
cavalleria, per guastare la Val d'Elsa ed il territorio fiorentino fino
a Montespertoli[55]. La signoria impaziente di sbarazzarsi di un dannoso
vicino, acconsentì di pagare a Carlo cinquanta mila fiorini, per farlo
rinunciare ad ogni diritto sulle terre dell'impero ch'ella aveva riunite
al suo territorio. Ella fece ancora per una eguale somma la pace dei
Pisani; e Carlo IV a tale prezzo riconobbe la città di Pisa per fedele
all'impero; la raffermò nel godimento della sua libertà, e dichiarò
questo privilegio inalienabile, di modo che l'autorità d'un solo mai non
potesse rimpiazzare quella degli anziani e del popolo[56].
[55] _Marchione di Coppo de Stefani Stor. Fior. l. IX, Rub. 708, t.
XIV, p. 71. — Delizie degli Eruditi Toscani._
[56] _Bern. Marangoni Cronaca di Pisa, p. 755. — Paolo Tronci Ann.
di Pisa, p. 427. — Scipione Ammirato Istoria Fiorent., l. XIII, p.
667._
I trattati che l'imperatore aveva intavolati a Lucca, erano a lui ben
più vantaggiosi, e non pertanto egli otteneva dai Lucchesi la più viva
riconoscenza per grazie che loro vendeva a peso d'oro. Il 6 aprile in
una solenne adunanza dei più potenti signori tedeschi ed italiani
dichiarò la città di Lucca libera ed indipendente dai Pisani, e due
giorni dopo ratificò tale dichiarazione con una carta, sotto la bolla
d'oro, che consegnò ai dieci anziani[57]. Il popolo di Lucca accolse
questo favore con trasporti di gioja, protestò eterna riconoscenza a
Carlo IV, mentre l'avaro monarca gli chiedeva duecento mila fiorini pel
riscatto della sua libertà. La città, ruinata da lunghe guerre e
dall'oppressivo dominio di molti tiranni, non era in istato di
sborsare immediatamente così enorme somma, onde Carlo IV, pendente
il pagamento, consegnò in pegno la città di Lucca al cardinale Gui
di Monforte, che a nome del papa aveva anticipati cinquanta mila fiorini
all'imperatore[58]. Lucca, che altro ancora non aveva fatto che cambiare
padrone, andava a rischio d'essere venduta al papa, malgrado quella
pergamena, che rendevale la libertà. Ma i Lucchesi mostravano tanta
gioja, tanto amore e riconoscenza verso l'imperatore, che questi si
compiacque di dare ancora maggiore solennità ai privilegi che accordava
alla loro repubblica. Il 6 giugno fece adunare il popolo sulla piazza di
san Michele, ed in un discorso pomposo confermò il dono fattogli della
libertà[59]. Un mese dopo accordò una nuova bolla, con cui dichiarava,
che tutta la Val di Nievole doveva rimanere in proprietà della
repubblica di Lucca[60]. Frattanto questa provincia, di cui i Fiorentini
avevano terminata la conquista nel 1338, era sempre rimasta sotto il
loro dominio, nè mai più in appresso venne loro tolta. Carlo IV non
pensò pure ad inimicarsi i Fiorentini per riconquistarla, ed i Lucchesi
non cercarono mai di rivendicarne il possedimento.
[57] _Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 965._ — Pelzel non ha
conosciute le particolarità della liberazione di Lucca, e passa
rapidissimamente sull'azione che in Italia fece maggior onore al suo
eroe, _t. II, p. 814_.
[58] _Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 966._
[59] _Beverini Ann. Lucenses, l. VII, p. 968._
[60] _Ivi, p. 971._
Le nuove grazie di Carlo costavano ai Lucchesi nuovi regali, e gli
obbligavano a dare nuove feste; onde l'acquisto della loro libertà non
fu compiuto che col prezzo di trecento mila fiorini[61]. Per quanti
sforzi facessero i Lucchesi, non giunsero a pagare l'intera somma avanti
la partenza dell'imperatore. Questi lasciò la città il 5 luglio e
s'avviò per Pescia, Pistoja e Bologna alla volta della Germania. Egli si
valse dei tesori acquistati con tanta vergogna per ornare Praga, sua
capitale, di sontuosi edificj; ed il magnifico ponte da lui fabbricato
sulla Moldava è un insigne monumento della dignità imperiale prostituita
in Italia.
[61] _Beverini Ann. Luc., l. VII, p. 966._
I Lucchesi rimasero ancora per lo spazio di un anno sotto l'autorità del
cardinale di Monforte; poco mancò che non cadessero in potere di Barnabò
Visconti, che cercava ora di sorprendere la città, ora di comperarla dal
legato[62]. Finalmente riuscirono, col soccorso de' loro amici, a
riunire il danaro necessario per liberarsi dal Monforte. I Fiorentini
prestarono loro venticinque mila fiorini, Francesco di Carrara quindici
mila, quindici mila il marchese d'Este, e cinquanta mila papa Urbano
V[63]; onde in aprile del 1370 il cardinale di Monforte, dopo avere
ricevuto tutto quanto gli si doveva, partì da Lucca per tornare in
Francia, restituendo agli abitanti le chiavi delle porte della città e
della fortezza[64].
[62] _Ivi._
[63] _Ivi._
[64] _Cron. Sanese di Neri di Donato, p. 222. — Scip. Ammirato
Istor. Fior., l. XIII, p. 674._
Per tal modo la repubblica di Lucca riebbe la sua libertà dopo esserne
rimasta priva dal 14 giugno 1314, giorno in cui una dissensione nel
partito guelfo aveva fatti trionfare i Ghibellini, ed aperta la città ad
Uguccione della Fagiuola[65].
[65] Osservisi nel t. IV, il c. 28.
In cinquantasei anni di servitù sotto diversi padroni, ma tutti
egualmente oppressivi, Lucca aveva perduta la sua popolazione, le sue
ricchezze, le manifatture, il commercio, oltre un'importante provincia
per così piccolo stato, la Val di Nievole. Ma i suoi cittadini,
sottrattisi in piccolo numero al ferro de' nemici, esiliati e dispersi
in lontani paesi, o incatenati nella stessa loro patria dalla povertà,
non avevano perduto ciò che forma la vita delle nazioni, ciò che può
dopo un lungo intervallo rinnovare la loro esistenza, l'amore ardente
della libertà. Essi non si avvezzarono giammai alla servitù, nè si
risguardarono mai come diventati proprietà de' loro padroni; e sebbene
nati in servitù, si sentirono degni della libertà perchè i loro antenati
l'avevano posseduta. Essi non lasciaronsi avvilire dalle difficoltà, e
ricorsero a vicenda, senza perdere il coraggio, alle armi ed ai
trattati; associarono la sorte loro a quella d'un monarca, ch'essi
sforzarono a meritarsi quella riconoscenza, che anticipatamente gli
prodigavano; tante prove gli diedero d'affetto e di attaccamento, che
terminarono col far credere al più avaro ed al più egoista di tutti gli
uomini, ch'egli ancora gli amava; e nella miseria loro trovarono immensi
tesori per acquistare da lui il più prezioso di tutti i beni.
Le antiche leggi di Lucca erano andate in dissuetudine; la repubblica ne
adottò di nuove press'a poco simili a quelle di Fiorenza. La città,
prima divisa in cinque porte o quartieri, venne allora distribuita in
tre tribù, che presero il nome di san Paolino, san Salvatore e san
Martino. La signoria fu composta d'un gonfaloniere e di dieci anziani,
che rinnovavansi ogni due mesi. Come in Firenze, si faceva l'elezione
per ventiquattro o trenta signorie successive, e la sorte determinava in
seguito ogni due mesi l'ingresso in carica dei nuovi magistrati. Un
collegio di trentasei _buoni uomini_, che rimanevano sei mesi in carica,
doveva formare il privato consiglio della signoria. Un consiglio
generale di cento ottanta membri, eletti ogni anno il 15 di marzo,
riuniva tutti gli altri poteri dello stato[66]. Finalmente i nobili
rimanevano, come a Firenze, esclusi da tutti i principali impieghi[67].
[66] _Beverini Ann. Luc., l. VIII, t. III, p. 9._
[67] _Ivi, p. 24._
La cittadella che Castruccio aveva fabbricata, ed intitolata Augusta, o
Gosta, sembrava ai Lucchesi un monumento della passata loro servitù, ed
un pericoloso strumento di tirannide per venturi ambiziosi, e la
spianarono interamente[68]; e perchè l'antico palazzo della signoria,
posto sulla piazza di san Michele, sembrava loro meschino per le
speranze che riponevano nell'avvenire, fondarono sulle ruine della
distrutta fortezza un nuovo palazzo d'una imponente architettura, che
fino ai giorni nostri è stato la residenza del governo[69].
[68] _Marchione di Coppo de Stefani Stor. Fior. l. IX, Rub. 706, p.
69. — Beverini Ann. Luc., l. VIII, p. 18._
[69] _Beverini Ann. Luc., l. VIII, p. 29._
Finalmente la signoria in memoria del beneficio dell'imperatore,
istituì, pel riacquisto della libertà, una festa che fu celebrata finchè
la repubblica ha esistito con una pompa degna di così grande
avvenimento[70]; e volle che il fiorino d'oro, che sarebbe coniato nella
sua zecca, portasse, finchè i Lucchesi si conserverebbero liberi,
l'effigie di Carlo IV[71].
[70] Gli otto d'aprile d'ogni anno perchè la bolla dell'imperatore
era in data degli otto aprile 1369. _Beverini, l. VIII, p. 21._
[71] _Malavolti, Storia di Siena, p. II, l. VIII, p. 135._