questo momento. Un solo rimedio c’è omai per salvare te, me, la nostra
vita, il nostro amore!... Dopo che t’ho visto, dopo quel che ho udito
dalle tue labbra stanotte, io sento che non potrò mai esser d’altri
che tua.... e tua sono da questo momento, pronta a offrirmi a te così,
tutta quanta, appena tu lo voglia!... Nessuno sa che sono uscita di
casa; le notti son lunghe, ora, e l’alba è lontana:... se mi vuoi,
Aurelio, (bada: se mi vuoi) stanotte stessa abbandono la mia famiglia,
ti seguo, fuggo con te.... Sarà un colpo tremendo per il babbo, e sopra
tutto per la povera mamma.... Non m’importa: sono essi che l’hanno
voluto.... E, non temere, Aurelio; più tardi essi medesimi finiranno
per cedere, per acconsentire alla nostra unione e perdonarci..... Al
punto in cui siamo, soltanto una follìa, una grandissima follìa ci può
salvare!
Straordinario è lo slancio di passione e di volontà, che ha rialzato la
voce, tutta la persona di Flavia in quel momento. Una nuova creatura è
apparsa in lei d’improvviso e s’è rivelata all’amante in tutta la sua
magnificenza: una creatura superbamente bella, sostanziale, foggiata
per l’esperienza d’amore, maturata dalla avversità, forte, pugnace,
sicura del suo scopo, schiusa a tutte le sensazioni e pronta a tutti
gli ardimenti.
Il giovine la guarda stupito, incerto, come sopraffatto da tanta
bellezza e da tanta energia morale. Ma la sua esitazione non dura
che un attimo. Anche il suo capo si scuote, anche i suoi sguardi
fiammeggiano, anche la sua persona s’aderge fiera e possente nella
notte come la figura d’un eroe.
— Vuoi? — egli chiede.
E la sua voce è dolce, serena e pur risoluta.
— Aurelio?!
— Vuoi? — egli ripete, stendendole la mano con un gesto semplice e
solenne.
— Oh, grazie!
È un grido, ma un divino grido d’ebrezza, di gratitudine e d’abbandono.
Ed ella di sbalzo s’è levata in piedi per gittarsi perdutamente tra le
sue braccia. E le labbra hanno cercato spontanee quelle di lui, si sono
unite con queste, si son fuse insieme in una prima concordia di voluttà
furiosa, quasi frenetica, come labbra arse dalla sete che suggano
l’acqua d’una sorgente impreveduta.
— Grazie, Aurelio! — ella prosegue, staccandosi dal bacio, interrotta
a tratti da un breve riso nervoso. — Tu m’hai ridato la forza, m’hai
ridato la vita, la fede, la felicità!... Ora, vedi, non son più
sgomenta, ora non tremo più... Qui, tra le tue braccia, mi sento così
sicura che sfiderei il mondo.... Oh, il dubbio, l’orribile dubbio che
tu avessi a sdegno il mio amore e provassi onta del tuo!... È finito,
è finito, non c’è più!... Dio, mi sembra di morire, tanto sono beata!
Mi sembra d’esser divenuta un’altra donna.... Non temo più nessuno,
non temo più nulla.... Sono tua, tua, tua.... a dispetto di tutti, a
costo di qualunque felicità che non sia la nostra!... Vedi, Aurelio:
adesso sento che potrei anche affrontare il babbo e farlo piegare
alla mia volontà.... In fine, perchè dovrei aver paura di lui? Che mi
può fare? Sono io dunque la sua schiava? E il nostro amore è forse un
delitto, chè noi per difenderlo si debba fuggire?... Grazie, Aurelio,
mille volte grazie! Tu sei buono.... e mi ami.... ora son certa che
mi ami.... Una tua parola è bastata a rischiararmi tutta l’anima; è
bastata a ridonarmi la ragione e la calma, a indicarmi la via migliore
per raggiungere il nostro intento.... Io resto, ora, io resto qua....
Non bisogna più fuggire.... Ieri ho detto: «Sì»; ebbene domani dirò:
«No, no, no», e il mio rifiuto sarà irremovibile.... Oh, Aurelio,
amore, mio amore!...
E, con un moto languido e felino, si raccoglie palpitando sul suo
petto, umile d’un tratto, tanto debole e sottomessa quanto le sue
ultime frasi sono state energiche e risolute.
Il giovine non pensa più, non considera più. Estatico, travolto da
quell’onda improvvisa di passione, egli segue e rispecchia ogni atto di
lei, ogni moto delle sue labbra, ogni capriccio della sua volontà, come
se tutto si fosse annullato nella sua mente. Una cosa egli intende, una
sola cosa, questa: la donna ch’egli ama è lì, avvinta a lui, fiduciosa,
inebriata dal suo bacio, tutta sua alfine; è l’ora suprema delle
delizie e degli oblii; e in torno si distende una notte profonda, piena
di segreti e d’incanti. Bisogna amare, inebriarsi, sognare.
— Vedi, anche la mia stanchezza è passata! — ella continua, scossa
sempre da quel breve riso spasmodico. — Vuoi che ci muoviamo? che
andiamo più in su, verso l’orto (ti ricordi le ciliege, quel giorno?),
verso il mio nascondiglio, dove tu venivi a trovarmi, forse troppo di
rado?... Chi sa che effetto farà con questa luna!... Sarà bello! Se
andassimo là?...
— Andiamo, sì, andiamo....
Ella è, questa volta, che lo spinge; ella che lo guida su per il
sentiero un po’ ripido, a traverso la pineta in cui le tenebre si son
di nuovo addensate. Tenendolo stretto a sè e sollecitandolo, ella gli
parla senza tregua all’orecchio con quella voce che vien di lontano,
trepida, un po’ affannosa, indefinibile. Ed è palese lo sforzo ch’ella
fa per distrarlo, per dissipare in lui qualunque ombra, nella sua
animazione eccessiva, nell’alterazione nervosa de’ suoi movimenti,
nell’incoerenza delle sue parole. Le ricordanze, le più fioche
ricordanze del loro amore passano così a una a una su la sua bocca,
evocate in confuso, trasformate dal suo sentimento nascosto, dalla
confessione dei suoi intimi pensieri, che il giovine conosce per la
prima volta, estasiandosi, maravigliandosi.
— Ti ricordi, nell’orto? — ella mormora: — tu mi raggiungesti, io
ti caddi tra le braccia, e mi parve di morire, non so se per la
gioja o per la vergogna.... Ti ricordi? Io t’amava già e ho cercato
d’interrogarti: tu sei stato scortese, molto scortese con me, quella
sera in barca.... non puoi imaginare il dolore che mi hai dato....
Rammenti? Oh, che rivelazione sono state per me due lacrime, due
goccioloni tremanti ne’ tuoi occhi sempre serii, sempre aridi, sempre
attenti e così freddi!... E quel giorno, su al mio rifugio? Io ho
voluto vendicarmi con le tue stesse armi; ma che forza ho dovuto fare
su me stessa per non saltarti al collo e non coprirti la faccia di
baci.... E quella mattina, sul Motterone, quando ci siam trovati soli e
m’hai parlato? Io mi sono fermata, ho detto: «Aspettiamo gli altri!»;
ero così commossa, così confusa, così turbata dalla tua dichiarazione
improvvisa! Se non avessi preso tempo, mi sarei tradita!... Tu non
crederai, Aurelio, tu non potrai credere a quanto sto per dirti; e pure
quella sera lontana, la stessa sera, in cui t’ho raccontato il mio
primo amoretto infantile, io simulavo un rammarico enorme, soltanto
perchè temevo che tu e Luisa mi leggeste in volto la nuova passione,
che già mi infiammava. La memoria dell’altro era già morta e avvizzita;
io era già tutta piena di te, come adesso, intendi, come sempre.....
Così arrivano al limite più alto della pineta, leggeri, stretti, come
volando sul suolo. E Flavia parla sempre, non altro forse che per
affascinar l’amante con la musica della sua voce. E Aurelio obedisce,
sempre docile e rapito, alla minima pressione del braccio che lo
circonda.
La cerchia degli alberi si rompe; l’oscurità li abbandona, rifugiandosi
dietro le loro spalle; il chiarore li riprende, li avviluppa, li
divinizza, arrestandoli attoniti e maravigliati su la soglia tenebrosa
della selva.
Allora, istintivamente, Aurelio e Flavia levano la testa. Di fronte
a loro il prato dalle erbe intonse, l’orto lussureggiante di piante
fruttifere, il colle coltivato a vigneti fin quasi alla sommità,
si ergono pallidi per nuova luce, trasfigurati da nuove ombre,
nell’inondazione dei raggi lunari. Il prato sembra scosceso come un
bastione tappezzato dal muschio; nell’orto, le diverse forme degli
alberi si fondono tutte insieme in un’unica massa porosa e fiorita, su
cui ondeggia un fluido grigio e iridescente; e gli scaglioni petrosi
risplendono nitidi e ben definiti tra il bruno della terra, simili a
lunghe strisce candide distese per uno strano ornamento su i fianchi
della collina. Ogni colore è scomparso; ogni rilievo, spostato. Tinte,
linee, contorni, sporgenze, sinuosità, tutto resta vago, trasparente,
fantastico, come languente sotto una carezza diffusa che prostra,
snerva, dissangua, disanima ogni apparenza.
— Osserva! Che maraviglia!... Un sogno! — ella esclama.
Egli ripete, come un’eco:
— Un sogno!
Ella domanda:
— Credi tu che riconosceresti il luogo, se t’avesser condotto qui con
gli occhi bendati?... Io, no: io credo che non lo riconoscerei.
Poi, dopo una pausa, aggiunge sorridendo, abbracciando il paesaggio con
un gran gesto circolare:
— Tutto nostro, non è vero? Tutto nostro!...
— Oh, Flavia! — egli prorompe con un singhiozzo violento di commozione,
quasi oppresso e sfinito dal peso di tanta felicità.
Le sue braccia si aprono, si chiudono di nuovo sopra Flavia, ch’egli
afferra come una preda, preme contro il suo petto con tutta la frenesia
de’ suoi muscoli. E la sua bocca si attacca a quella di lei in un
secondo bacio più lungo, più profondo, e pure infinitamente men dolce
del primo. Così intensa è la sensazione di quel contatto, e pure così
smaniosa e imperfetta, che le sue mani s’aggrappano alle spalle di lei,
ed egli crede di cadere come se la terra gli mancasse sotto i piedi. La
vista gli si offusca; il battito delle arterie diventa insostenibile.
È il delirio che lo prende; è l’eterna fiamma della sessualità che si
sprigiona da tutto il suo essere, investendo impetuosamente la donna
che gli sta vicina. Un flutto bruciante di parole, l’invito inconscio
e fatale alla dedizione, sale fino alle sue labbra e si disperde
senza suono, vaporando, nel vuoto. Egli la stringe più forte a sè; le
accarezza le guance, il collo, le vesti; la bacia ancora; le soffia in
viso il suo desiderio ineffabile, non sapendo più che fare, non sapendo
più che dire, esultando di piacere e spasimando d’un’ansietà senza
nome....
— No, Aurelio, lasciami! Mi fai male!... — ella dice d’un tratto; e si
scioglie dall’abbraccio con un respiro profondo.
Accesa, anelante, con gli occhi semichiusi, ella sembra risvegliarsi da
un letargo malefico: si guarda d’intorno con un’espressione angosciosa
di smarrimento; si passa le palme su le tempia, su i capelli omai
disciolti e sparsi; si piega convulsamente su le reni, quasi curvata in
dietro dalle gravità delle folte trecce cadenti.
Poi prende una mano di lui, e se la porta sul seno.
— Senti il mio povero cuore!... Quasi si spezzava nella stretta...
Credevo di morire... Oh, dimmi, Aurelio, se fossi morta tra le tue
braccia?
— Anch’io sarei morto tra le tue, — risponde il giovine, con un pallido
sorriso. — Saremmo morti insieme, avvinti, immemori, felici....
— Felici!... Forse era meglio, non è vero?
— No, — egli esclama con forza, ergendosi di tutta la persona, mentre
il suo volto si rischiara come alla visione prossima d’una gioja anche
più grande.
Ella sùbito ha inteso; ella sùbito approva con il capo, ripetutamente,
senza poter parlare. Ambedue, senza poter parlare, si comunicano ora
con gli occhi lo stesso pensiero inebriante: «È vero! Non bisogna
morire! Guai, guai se fossimo morti! Bisogna vivere, vivere molto per
amarci, per provare ogni gaudio, per conoscere ogni segreto, per vedere
tutte le forme, udire tutte le armonie, aspirare tutti i profumi. La
vita è bella, maravigliosamente bella; e noi abbiamo le mani colme
de’ suoi doni più preziosi: la giovinezza, la libertà, l’amore. Di che
temiamo? Tutto il male che abbiamo sofferto non era in noi, era fuori
di noi; non traeva origine dalla nostra sostanza, ma ne veniva dalle
cose estranee che ci toccavano. Conviene adunque che ciascuno di noi
faccia scudo all’altro della propria persona; conviene che ci chiudiamo
nella nostra realità, come in una rocca impenetrabile, non accettando
dall’esterno che quelle sole comunioni le quali possan rendere più
gradevole la nostra gelosa dimora. Abbiamo con noi il favore della
Fortuna; e la Felicità ci parla dai nostri occhi, dove si riflettono
e si moltiplicano senza fine le stesse nostre imagini. L’Universo è in
noi, poichè noi siamo un universo. Viviamo per intensamente amarci, per
sfruttare ramo per ramo l’albero fecondo della nostra giovinezza, per
provare ogni gaudio e conoscere ogni segreto.»
Rimangono così lungamente taciti, tenendosi per mano, guardandosi,
sorridendosi.
E la luna, come in un sogno, li avvolge nel suo pallido incantesimo.
— Vieni, — ella mormora in fine con una voce morbida e insinuante,
in cui trepidano tutte le promesse. — Andiamo alla mia casa, nel mio
nido... Bisogna rivederlo questa notte... È là ch’è nato veramente il
nostro amore... Vieni!
E s’avvia prima, la faccia mezzo rivolta in dietro verso di lui,
traendolo per la mano.
Attraversano il breve prato senza sollevare il minimo strepito, più
leggeri delle loro ombre; s’affacciano al luogo memore e s’arrestano
ancora su la soglia, trattenuti da un nuovo stupore, come da un
sentimento religioso, da un timore oscuro di profanazione.
Nell’ombra densa della notte, che il riflesso del colle a pena
addolcisce, il piccolo spiazzo tondo pare un tabernacolo misterioso,
creato per qualche antico culto silvano nel cuore di un bosco sacro.
In torno gli abeti venerabili si piegano discretamente in arco,
riparandolo da ogni lato, non lasciandovi penetrare un sol raggio
di luna. E un languore d’alcova, un silenzio di solitudine non mai
turbata, un profumo complesso d’essenze selvagge native, stagnano
nell’immobilità dell’aria, che non un fremito muove. Tutto è chiuso,
raccolto, nascosto in quella nicchia vegetale. Perfino il brano
d’aperto cielo, che si stende su le vette degli alberi, dà l’illusione
d’una cupola, dipinta in tempi assai remoti, su cui le figure siano
a poco a poco svanite, lasciando solo nel fondo azzurro l’oro delle
stelle, onde le loro vesti splendevano.
— Entriamo. Che si aspetta? — ella dice, esultante ma con la voce
sommessa di chi sta per varcare la soglia d’un tempio.
— Entriamo.
Ella s’avanza cautamente, d’avanti a lui.
— Oh, Dio, guarda! — esclama d’un tratto, accennando verso il suolo.
— Giuseppe stasera s’è dimenticato di portar giù le sedie, i miei
scialli, i miei arnesi. Guarda!
Entrambi sorridono alla scoperta; entrambi si stringono la mano con la
medesima intenzione. A entrambi la presenza di quegli oggetti in tal
momento pare un segno straordinariamente favorevole alla loro felicità;
pare la conferma sicura che ogni loro desiderio abbia a essere in ugual
modo esaudito.
— Si direbbe ch’egli abbia preveduto la nostra visita — ella soggiunge.
— Tutto è come doveva essere. Tutto è come tu ricordi.
E, staccandosi da lui, s’avvicina con aria di malizia infantile a uno
degli sgabelli, vi siede e, a testa china, un po’ abbandonata su sè
stessa, finge di riprendere con grande alacrità il suo paziente lavoro
di ricamo.
— Eccomi al posto. Ora io t’aspetto.
— Anima! — mormora l’amante affascinato da quel giuoco, con un brivido
di gioja orgogliosa, mentre tutte le memorie dell’incerto passato si
accumulano nell’anima sua e si disperdono a brani, nebbie dissolte dal
sole.
Barcollante in guisa d’un ebro, egli s’accosta all’incantatrice; si
gitta alle sue ginocchia, le mette supino la testa nel grembo e, con
un gesto tremulo d’invocazione le tende in dietro le mani aperte per un
invito d’amplesso delirante.
Non è che un attimo.
Ella si solleva ritta sul busto e rimane seria e immobile a osservarlo
dall’alto con un’espressione dura e quasi ostile di penetrazione.
Su la sua fronte, dove i capelli più brevi insorgono come i raggi
d’un barbaro diadema, un pensiero cupo e profondo si disegna nella
profondità delle rughe. Pare che la sua fisonomia si complichi,
s’oscuri fino a divenire enimmatica....
Poi d’un tratto il suo capo si scuote vivamente ed ella, come vinta da
un languore repentino, piega sopra di lui e gli si concede sospirosa
tra le braccia.
— Flavia, — egli implora sommessamente, non potendo dal basso vederla,
non potendo sentirla bene contro il suo cuore, non riuscendo a
incontrare con la sua bocca le labbra desiderate — Vieni, vieni qui più
vicina.
— Dove vuoi, — mormora ella come in sogno.
E, attratta con dolce violenza dalle mani del giovine, scivola senza
resistere giù dalla sediuola per cadergli mollemente al fianco su
l’ampio scialle disteso al suolo a mo’ di tappeto.
L’oscurità del luogo li assorbe; taciti, confusi in gruppo, invisibili
nell’ombra, essi restano là protetti dalle ali della notte clemente,
mentre nel cielo la luna incomincia a dichinare verso i monti occidui
e su la terra i primi segni antelucani si manifestano di qua e di là,
perduti nell’infinita calma, come timide inascoltate sollecitazioni
all’alba che indugia.
Lo strillo acuto d’un gallo ha già risonato d’improvviso, simile a
un grido guerriero, là su i colli, in lontananza; sùbito dopo, un
altro strillo solitario ha risposto da presso, sotto la chiesa, men
forte, meno libero del primo, rauco e come soffocato in gola dal
sonno bruscamente interrotto. E già a più riprese il brivido del gelo
crepuscolare ha percorso il giardino, turbando la quiete della selva e
del prato, diffondendo intorno un susurro fioco di vita che si ridesta,
preannunziando alle cose tutte il termine delle tenebre e del silenzio.
Ma gli amanti, chiusi e isolati nel cerchio del loro gaudioso mistero,
non sentono, non odono, non vedono più nulla. In vano il soffio della
brezza bisbiglia alle loro orecchie il suo gelido ammonimento; in
vano gli abeti s’agitano in giro con un fragore sordo di minaccia; in
vano trepidano sgomente l’erbe ai loro piedi; in vano su le loro teste
intona una capinera il melodioso inno mattutino. Nulla vale a vincere
la potenza fatale ed esclusiva del Sogno! Essi non sentono se non il
tepore delle loro carni; non odono se non i sospiri delle loro bocche;
non vedono se non la luce delle loro anime, dove l’eterno fuoco brilla
e avvampa, omai inestinguibile. Qualunque comunicazione con l’esterno
è rotta; il mondo delle apparenze è scomparso; il passato è abolito;
l’avvenire non è che un velo opaco e fluttuante su cui l’attimo
fuggevole projetta il bagliore della sua bellezza. Essi son soli,
assolutamente soli, in uno squallore senza confini, fuori del tempo e
dello spazio, fuori della realtà, nel nulla. E vivono, vivono, e son
felici di vivere, ignari di tutto e di tutti, immemori forse anche di
sè medesimi, sconosciuti, umili, abjetti; vivono, paghi di quell’attimo
più che d’una eternità, contenti del palmo di terra, che li raccoglie,
più che d’un immenso magnifico impero.
È l’ora delle delizie e degli oblii, supremi. — Esiste un’umanità?
Esistono altri esseri su la Terra? Non son plaghe ignote e deserte
quelle che si distendono nell’ombra oltre la spira avvolgente delle
loro braccia intrecciate? Non bastan forse le loro due vite ad animare
tutto l’universo? — Certo, entrambi hanno in quel breve lasso di tempo
la ferma convinzione d’una assoluta solitudine intorno a essi, il
sentimento netto e definitivo della loro sufficienza in una assoluta
solitudine. E ciascuno, inconscio e risoluto, prova il bisogno
imperioso d’unirsi all’altra creatura superstite d’un mondo inutile
e distrutto, di sentirla, di mescolarsi perdutamente con essa in un
abbraccio quasi cruento, in una congiunzione così intima da divenire
insieme un solo unico essere.
— Flavia!
— Aurelio!
— Anima mia!
— Mia vita!
— Amore! Amore! Amore!.....
Essi si chiamano a vicenda, continuamente. Essi si allettano piano,
senza voce, soffiando le proprie parole più che non proferendole,
bevendo le parole altrui più che non udendole. E tutte le dolcezze,
tutte le tenerezze, tutte le delicatezze del linguaggio umano
rampollano dai loro labbri, spontanee e vive come le stelle dal cielo
in un vespero sereno; e tutte le eloquenze parlano nelle loro anime,
tutti i gaudi sospirano, pregano tutti i fervori, osannano tutti gli
entusiasmi che nessun linguaggio mai riuscì a esprimere. È l’estro
oscuro della Specie che stimola e infiamma le loro facoltà liriche,
quell’estro medesimo onde sono ispirati i canti maravigliosi degli
uccelli nel tempo sacro alle nozze. È l’eterno Poema della Passione
che si svolge impetuosamente dentro di loro, attingendo i culmini
dell’estasi e dello spasimo. È il turbine della Felicità creatrice,
che li avviluppa, li acceca, li inebria, ne precipita i corpi avvinti
in fondo agli abissi della materia per sollevarne gli spiriti fusi in
alto, sempre più in alto, verso le magiche regioni invocate dal loro
desiderio, là dove non dominano nè orgoglio nè vanità nè convenienza,
là dove è sola realità il Sogno, sola e suprema legge l’Istinto.
— Flavia, ti amo!
— Ti amo, Aurelio! Ti amo!
«Amore! Amore! Amore!» La più che dolcissima parola ritorna a
ogni tratto nel loro bisbiglio continuo, come il motivo dominante
d’un’irrequieta e sublime polifonia; si ripete senza fine, sempre la
stessa e sempre nuova, — sintesi insuperabile d’ogni loro pensiero,
di ogni sentimento, d’ogni sensazione, — sovrano Verbo che tutto
significa, tutto spiega e giustifica.
— Sei felice? — egli domanda, stringendosi più forte a lei, come se un
dubbio improvviso l’avesse turbato.
— Son tua, tua, tua.... — ella risponde con la voce rauca, follemente,
smarritamente.
E gli afferra il capo nelle mani, gli avventa in faccia la sua
intenzione disperata d’ebrezza e d’oblio:
— Son tua, tua tutta quanta, anima e corpo.... non d’altri che tua,
perché io voglio così, intendi? da ora, per sempre... Amo te, amo
te solo, non ho amato che te in vita, lo giuro, lo giuro.... Per
accontentarti, son pronta anche a sacrificarmi, anche a perdermi, anche
a morire.... Fa ciò che vuoi di me, Aurelio.... Prendimi, soffocami,
uccidimi, se ti piace.... Il tuo piacere è tutta la mia felicità!
Un attimo d’esitazione nel giovine; e poi l’effetto d’un impulso
oscuro, selvaggio, irresistibile. Ella si abbandona a lui quasi
senz’anima, supina, inerte, con due lacrime fisse negli angoli degli
occhi come due gemme, trasfigurata.
...... E il tempo vola. Il tempo si precipita nel nulla inavvertito,
sopra la loro letargica voluttà. Quanti istanti ha battuto il palpito
dei loro cuori? Quante ore son passate? Quanti secoli?....
..... D’improvviso ella riapre gli occhi faticosamente, come destandosi
da un sopore mortale, come tornando alla vita da un’altra vita increata
e divina, di cui non serba nella memoria che un rammarico immenso
e confuso. — Mio Dio, che freddo! Che chiaror livido! Che strani
suoni dispersi nell’aria!.... Dove si trova ella mai? D’onde proviene
quell’umido gelo che tutta la intirizzisce? Chi le opprime il respiro?
Chi bisbiglia, chi si muove, chi fugge intorno a lei?... — Passano
alcuni minuti in cui ella lotta in vano contro la nebbia che le offusca
il cervello; in cui cerca inutilmente di coordinare i suoi pensieri,
di rendersi conto delle sensazioni inesplicabili ond’è sorpresa....
Finalmente con uno sforzo enorme, solleva un poco il capo e si guarda
in giro, smarrita.
È l’alba.
È la fredda livida alba che succede alla benigna notte lunare.
È la realità che succede al Sogno.
È la luce nemica e beffarda che fuga trionfando la coorte delle Tenebre
e sembra disperdere con queste l’incanto breve che esse hanno tramato.
Per sempre? Forse, per sempre!...
— Aurelio! — ella chiama, invasa dall’orrore, con un fioco grido. —
Lévati! È giorno.
— È giorno? — domanda il giovine, aprendo a sua volta gli occhi,
balzando fresco e agile a sedere, mentre un vasto sorriso illumina la
sua faccia a quel risveglio inaspettato.