Allora tutto il suo essere si scioglie in un’invocazione suprema: «O

Flavia, vieni, vieni! Non farmi soffrire così; non prolungare oltre

questo mio supplizio!... Come, come ti desidero!... M’intendi? Voglio

vederti, parlarti, accarezzarti: vieni! Voglio morire a’ tuoi piedi

di tenerezza e di passione! Vieni, anima, vieni!» E, con uno sforzo

cerebrale a lungo insostenibile, egli lancia le parole infocate nel

vuoto, lontano lontano, oltre le cose presenti, oltre la massa nera

che chiude e adombra il parco laggiù, come se l’assente dovesse

raccoglierle per qualche occulto senso e commuoversi e accorrere

affascinata al suo richiamo.

È un abbaglio?... Uno scalpiccìo lievissimo s’ode ora nell’andito....

Qualche cosa si muove veramente sotto la grotta tenebrosa, che mette

in comunicazione il giardino con il cortile del palazzo. Non è più

un abbaglio; no, no, no, non è più un’illusione!... Una figura alta e

velata di donna appare su la soglia del pertugio e si ferma un attimo

sospesa, forse maravigliata dal superbo spettacolo notturno.

Il giovine si scuote, accenna con un braccio dall’alto.

Ella lo vede, attraversa a passi celeri lo spianato delle statue e

s’avvia su per la scalea bianca, in corsa.

— Finalmente!... — esclama il giovine, quand’ella gli è vicina,

stendendole ambo le mani.

Il suo volto s’è trasfigurato: un rossor vivo ne tinge le guance; gli

occhi raccolgono nelle pupille dilatate il più fulgido raggio lunare.

Tutta l’onda di felicità, che l’ha investito d’improvviso, passa nella

sua voce maschia e sonora.

— Perdonami. T’ho fatto aspettar molto... — mormora la donna, agitata,

rauca, convulsa. — Ma che vuoi? La mamma è alzata ancora adesso: il

babbo s’è sentito male, d’un tratto... Non sapevo come lasciarlo...

Aurelio è felice, indicibilmente felice. Ogni ansietà è scomparsa; ogni

temenza, fugata; ogni nube, dispersa. La guarda con occhi intenti,

e a pena ode il murmure delle sue parole. Ella ha il viso mezzo

nascosto in uno scialletto nero, che le cade a punta su la fronte e

si piega in doppio giro intorno al collo fino a coprirle il mento e le

orecchie. La sua bellezza appare più regolare, più pura, quasi mistica

in quel contorno oscuro e fittizio; e gli occhi come la bocca hanno

un’espressione nuova e complessa, insieme di sgomento e di volontà

tenace, che il giovine, senza interpretare, contempla e ammira.

— Vieni, dolcezza, — le dice amorosamente.

Circonda i suoi fianchi con un braccio e la trascina, passiva e quasi

inerte, su su per il viale ombroso, nella pineta.

— Dio, che imprudenza mi fai commettere! — continua Flavia con la voce

sommessa, sempre più affannata e più convulsa. — Pensa: per liberarmi,

ho detto alla mamma che avevo l’emicrania e che andavo a coricarmi

sùbito. Ma il babbo era ancora sofferente, ed ella mi ha guardata con

certi occhi pieni di rimprovero!... S’ella mi venisse a cercare nella

camera e non mi trovasse! Dio, sarei perduta, perduta... Non verrà a

cercarmi, non è vero? Di’, Aurelio: non verrà a cercarmi?

— Ma no! Tranquillizzati. Non verrà. Perché dovrebbe venire?

— Non so, non so... Sono così inquieta, così nervosa; ho come il

presentimento d’una disgrazia. Tutte le paure son dentro di me,

stasera; non ho più una goccia di sangue nelle vene. Senti, senti come

son fredda, — ella soggiunge, prendendogli la mano che le cinge il

fianco, gelida quanto la sua.

— Povero amore!

— E quanto sono stata in pena per te, Aurelio! Sapevo che tu eri qua ad

aspettare, e non potevo muovermi e vedevo là, sul caminetto, la sfera

dell’orologio che correva, correva senza misericordia, con una celerità

non mai avuta! Imagina, Aurelio, il mio tormento. Imagina: ho temuto di

non poter venire...

— Guai, guai se non fossi venuta! — egli prorompe, rabbrividendo al

ricordo della lunga aspettazione, esaltandosi al pensiero della gioja

presente, provando un bisogno folle di travolgere, di confondere nel

suo sogno di felicità colei ch’è sempre trepida e smarrita al suo lato.

— Sarei morto d’angoscia! Sarei morto di desiderio! Credo che non avrei

potuto veder l’alba di domani.

Son giunti nel folto della selva, dove l’ombra è più fitta e il

silenzio più misterioso.

Gli alberi li circondano da ogni parte, neri e profondi; è impossibile

distinguerne le forme dei tronchi e dei rami.

Tutto si ammanta nell’oscurità, e a pena qualche livido raggio di

luna occhieggia qua e là, insinuandosi tra le fronde più alte, senza

illuminare.

I pini odorano di resine.

Un uccello notturno si lagna ostinatamente sopra una vetta.

In basso, al termine del sentiere, un brano della balaustrata

s’intravede ancora, candido e funereo come una pietra cimiteriale.

Il giovine si ferma. Non regge più all’émpito della commozione, e sente

sgorgare dall’intimo del cuore un fiotto incontenibile di parole dolci

e appassionate.

— Flavia! — esclama con una voce nuova, tremula e bassa, infinitamente

carezzevole.

Tenendola sempre stretta con un braccio, le appoggia l’altra mano su la

spalla e l’attira lentamente a sè.

— Flavia, — egli prosegue, — tu non sai, tu non puoi imaginare da

quanto tempo io sogno quest’ora di solitudine e d’abbandono. Nessuna,

nessuna ansietà mai nella vita ho provata simile a quella che m’ha

tenuto e torturato mentre t’aspettavo. Era una febbre, un delirio,

una sofferenza così forte che mi toglieva il respiro, m’opprimeva il

cuore fino a fermarlo, mi faceva barcollare come ebro a ogni passo!...

Son pochi mesi che ti conosco: mi sembrano anni ed anni che ti amo

e ti sospiro. La mia giovinezza è così piena della tua imagine che

per quanto affondi gli sguardi nel passato non trovo che te, te sola,

padrona e arbitra d’ogni mio momento. Non sei tu quella che ho sognata

nelle mie prime fantasie d’adolescenza? Non è per te che ho avuto un

giorno il desiderio della gloria? Non è per te che ho studiato, ho

scritto, ho voluto esser qualcuno?.... Perchè, perchè avrei sacrificato

i miei più begli anni su i libri e con le vane meditazioni, se non

per te, per attenderti e per riserbarti intatto il fiore della mia

anima?.... Tu non mi credi, forse; lo so, altri, prima di me, ti ha

insegnato a diffidare di tutto e di tutti; altri ti ha detto le stesse

parole e ti ha delusa; ma io voglio oggi ridarti la fede, io sento oggi

d’averne in me tanta che non mi sarà difficile d’infonderne una parte

nel tuo cuore... Ti ricordi tu i primi tempi della nostra conoscenza?

Hai tu compreso allora il perchè della mia continua, crescente

malinconia?... Io ti posso dire che un’ora innanzi ch’io ti vedessi

la prima volta, qui appunto nel giardino, ero sfiduciato, accasciato,

triste da desiderar la morte, e che la tua sola apparizione è bastata a

ricrearmi, a ridonarmi il desiderio della vita, a rendermi d’un tratto

consapevole del mio lungo errore passato. Da quel momento io credo

d’averti amata; certo, da quel momento avrei dovuto abbandonarmi lieto

e fiducioso all’incanto che da te mi veniva. Eppure no, non è stato

così. Ho lottato contro di te, ora per ora, come tu fossi la nemica

mandata a mio danno da qualche Genio malefico. Ah, sciocco, illuso,

misero! Tu eri la gioja, ed io non ti vedevo. Tu, diletta, mi movevi

incontro, e l’essere fittizio, che viveva in me, mi gridava: «Fuggila!»

ed io ti fuggivo! No. Ora, ora che son tuo (perchè son tuo, Flavia, lo

senti? tutto tuo), ora maledico me stesso per aver ritardato questo

istante divino; ora che ho aperto gli occhi e visto la luce, io ti

dico: «Flavia, Flavia mia, perdona! Io ti amo!» Mi credi, Flavia? Di’:

mi credi?

Ella è sempre passiva, sempre inerte. Cede a ogni suo minimo impulso,

come una cosa morta. Attratta, gli si è abbattuta sul petto, con

l’atto di chi sta per cader bocconi, pesantemente. Avvinta tra le

sue braccia, rimane immobile e taciturna, con le mani pendule lungo i

fianchi, con il capo reclinato su la spalla di lui. Ascolta ella le

parole appassionate e dolci? Si direbbe che queste passino sopra di

lei inavvertite, come il gemito del gufo in alto della pineta, come il

fruscìo leggero che suscita ora nei rami un primo soffio di brezza.

— Non rispondi? — prosegue il giovine, oppresso d’un tratto da un

vago senso d’inquietudine. — Non hai nulla da rispondermi?... Non mi

credi da vero, dunque! Tu temi ch’io t’inganni o pensi ch’io m’illuda,

parlandoti così in quest’ora fuggevole d’abbandono... Oh, dovresti

rammentare, Flavia, il dramma terribile a cui abbiamo assistito

insieme; dovresti rammentare le mie lacrime e le mie disperazioni, che

non ho cercato di nasconderti; dovresti rammentare l’ultimo gesto della

mia povera mamma, quando morendo riunì le nostre mani sul suo cuore....

Non sono, lo sai, nè un uomo perverso nè un fanciullo esaltato. Quei

lugubri ricordi, a cui si lega indissolubilmente il nostro amore,

ti dovrebbero persuadere ch’io non posso illudermi e non saprei

ingannarti. Son solo, schiacciato ancora sotto il peso d’un lutto

tremendo, in un momento assai grave e penoso della vita.... Come non

credermi? Come puoi tu, Flavia, diffidare di me?

Egli pronunzia le ultime frasi con una voce più debole e più

incerta, in cui si sente palese lo sforzo per contenere i singhiozzi.

L’evocazione della sciagura recente ha riaperto la piaga profonda della

sua anima, e l’ha fatta sanguinare. Una grossa lacrima discende per le

sue gote, si stacca e piomba su la testa china di Flavia.

— Ti credo, sì, ti credo..., — mormora ella, scotendosi vivamente,

sollevando il volto incontro al suo, cercando di scorgere tra le

tenebre gli occhi che l’hanno bagnata.

— E mi ami?

— Aurelio!... Sarei qui, se non t’amassi?

— Flavia, mia consolazione, mia vita, mia gioja!... — grida il giovine,

con un brivido di ebrezza suprema, stringendola più forte più forte tra

le braccia.

Le loro teste si toccano: le loro bocche son vicine; egli sente l’alito

di lei sfiorare la sua pelle come una carezza infinitamente leggera.

Un attimo d’indugio; un lampo, un vero lampo visibile, negli occhi;

una breve esclamazione, e il suo viso si piega e le sue labbra cercano

il caro viso, lo percorrono tutto in un bacio lungo e molteplice,

s’accostano alla bocca, alla divina bocca sospirata, e vi si arrestano

umide e protese come per ferirne il mistero. Ella, sotto la furia

improvvisa, sembra smarrita e sgomenta: non parla, non si muove, non

cerca di sottrarsi al suo ardore e neppur lo seconda. Fredda, rigida,

scossa tutta da un tremito, riceve la pioggia dei baci senza rispondere

e si abbandona a lui come soggiogata dalla paura.

D’un tratto, un singulto profondo sale dalle sue viscere e un pianto

dirotto le si sparge a rivi caldi su le guance.

— Anima, tu piangi! — le susurra all’orecchio l’amante, beato, immemore

di tutto, avviluppandola più forte, vie più forte nella sua stretta. —

Perchè piangi, ora? Perchè?...

— Anche tu piangi, Aurelio...

In fatti anch’egli piange; anch’egli ha la faccia inondata dalle

proprie lacrime. Entrambi piangono insieme, come già nella tragica

notte spasimosa; piangono avvinti, inconsci, disperati, — disperati

come se sentissero l’ombra della Morte sempre presente tra le loro due

beatitudini.

— Dio, Dio, mi par d’impazzire! — ella prorompe, sciogliendosi con un

movimento brusco dall’amplesso, indietreggiando un poco, passandosi

una mano nei capelli, che lo scialletto cadendo ha scoperti. — Andiamo

avanti. Qui fa troppo bujo. Andiamo, Aurelio!

E sola, d’innanzi al giovine, s’interna per il viale, con un passo più

celere.

Egli la segue in silenzio, turbato da una folla di pensieri

inquietanti. Dopo il distacco repentino, si è fatta dentro di lui

un’oscurità imperscrutabile; egli s’è svegliato come da un sogno

luminoso e s’è trovato d’improvviso nel più fitto d’una notte. Non

riesce a spiegarsi il contegno di lei, quello smarrimento pertinace,

quel mutismo opaco mentr’egli le parlava, quella passività gelida e

quasi repugnante tra le sue braccia. — Che pensa ella? Che teme? Che

vuole? — Egli lo ignora, egli non sa, egli s’interroga in vano; e

pure, in confuso, intende che nell’animo di lei si cela qualche cosa

indubbiamente avversa al loro amore e minaccevole per la loro felicità.

Così procedono uno dietro l’altra, disgiunti da un ostacolo misterioso,

lungo il sentiere che monta ora un po’ ripido a traverso la pineta.

Le tenebre son sempre densissime, rotte soltanto qua e là da qualche

bolla di luce che filtra dagli interstizii e piomba sul verde cupo

delle conifere.

I soffii lievi di brezza, passando tra i rami, agitano a intervalli

quelle bolle livide, che salgono, scendono, si spostano, si gonfiano,

si restringono con una irrequietezza nervosa di cose viventi.

Al sommo però, un fascio compatto di raggi precipita sul viale, e pare

in distanza un’immane colonna bianca e diafana, che sorga dalla terra

tra il nero dell’ombra circostante.

In silenzio essi raggiungono il luogo rischiarato dalla luna.

Sono al crocicchio delle due stradette, dov’è un sedile, dove sta

custode impassibile l’antica erma dal viso corroso e dai seni intatti,

come gonfii d’un desiderio immortale.

— Sono stanca! — ella mormora, fermandosi di fronte a lui. — Vuoi che

sediamo, un poco?

Siedono entrambi, alquanto discosti sì che l’ombra dell’erma si compone

sul suolo tra le loro due ombre.

Tacciono.

Ella tiene il capo reclinato sul petto e le palpebre socchiuse; egli in

vece guarda d’intorno curiosamente quasi distratto dallo spettacolo, ma

ha una lunga ruga pensosa, su la fronte, tra ciglio e ciglio. In fine

si volge a lei e con accento d’indifferenza simulata:

— Vuoi dirmi ora, — le chiede — perchè non hai risposto all’ultima mia

lettera?...

— Perchè non ho risposto...?! — esclama Flavia concitatamente,

rialzando di scatto la testa come sbigottita dal suono della sua

voce. E gli occhi, ancora umidi di lacrime, le si dilatano esprimendo

un’ambascia profonda. — Ah, è vero: debbo dirti perchè non ho risposto,

perchè non ho più scritto... Ora ricordo: è stato per questo che t’ho

dato convegno qui, non per altro, non per altro...

Pronunzia le ultime parole con una voce spenta che non par più la

sua. Poi, dopo una pausa di raccoglimento in cui gli occhi si son per

poco sottratti all’investigazione acuta del giovine, lo fissa di nuovo

deliberatamente, con una specie di violenza spasmodica; e riprende:

— Ebbene, Aurelio, giacchè vuoi sapere.... io non voleva più scriverti,

ero decisa a non scriverti mai più...

— E perché?

— Perché... Perché credevo che non saresti più ritornato, credevo che

le abitudini cittadine ti avrebbero ripreso interamente a me, facendoti

sentire tutto il peso e l’impaccio del legame che si era stretto tra

noi in un momento di comune debolezza. Che vuoi? Mi pareva che il

nostro amore non fosse che un sogno, un bel sogno che, come gli altri

tutti, non si sarebbe mai realizzato!... E ancora adesso, vedi, io non

so convincermi che possa essere una cosa durevole, seria, resistente

agli attacchi del tempo e degli eventi. Mi amerai tu sempre come oggi

dici di amarmi? Non verrà un giorno in cui ti sarò d’ingombro nella

tua via e sarà troppo tardi per potertene liberare? In quel giorno che

sarà di noi?... Tu non hai mai considerato questa possibilità; ma io,

intendi? io, qui sola, da che sei partito, non ho pensato ad altro.

E, certo, se tu m’avessi dimenticata, se avessi cercato in qualunque

modo d’allontanarti da me, credi pure che non avrei fatto un passo per

richiamarti, non avrei scritto una riga per rammentarti ch’io t’amava e

ti aspettava.

Egli l’ha ascoltata a testa bassa, guardando la terra, senza fare un

atto di protesta. Le tre ombre vicine, ch’egli vede sul suolo, sembrano

attirare tutta la sua attenzione; e in verità egli sente, sente

che qualcuno estraneo sta tra loro in quel momento, a dividerli e a

spiarli.

— O Flavia, — egli dice con voce dolente, poi ch’ella non accenna a

proseguire: — e così tu mi parli ora, dopo quel che hai udito dalle

mie labbra, uscendo appena dalle mie braccia, ancor bagnata dalle mie

lacrime e da’ miei baci?...

— Aurelio, per carità, non fraintendermi! Non credere ch’io non t’ami;

non credere neppure che dubiti del tuo amore. Ci amiamo, lo so. Pur

troppo, so che io, io t’amo come una pazza. Ma, vedi, temo.... penso

che non potrò mai renderti felice; ed è questo che mi spaventa, questo

che mi fa guardare l’avvenire con una specie di terrore, come vi

vedessi scritta la nostra condanna sicura!... Sai tu che non ho avuto

un momento di pace, con questo pensiero sempre fisso in mente? Sai tu

che ho letto le tue lettere appassionate, tremando d’angoscia per me,

per te..? Sai, sai che son giunta perfino a desiderare che tu, tu per

il primo non mi scrivessi?...

— Anima sublime! — egli esclama, con accento d’amaro sarcasmo,

alzandosi in piedi, non per allontanarsi da lei ma per togliersi alla

visione molesta delle tre ombre vicine. — Intendo: l’idillio t’ha già

stancata. Vuoi che ci lasciamo? Lasciamoci.

— Oh, Aurelio!

È un grido che è uscito dalla gola di Flavia, un grido di dolore, di

stupefazione, d’implorazione disperata; e le due mani si son levate con

un atto istintivo verso il giovine, come per trattenerlo.

— Quanto sei ingiusto e crudele! — continua ella, dopo un silenzio,

scotendo mestamente il capo. — Come mi tratti male!... Dimmi, dimmi

tu, Aurelio; che fiducia posso io avere in te, quando mi parli

così?... E tu non puoi giudicarmi; tu non sai le torture ch’io ho

sofferte in questi giorni per causa tua, mentre tu eri lontano e

tranquillo, torture d’ogni genere, torture che mi venivano da ogni

parte come una persecuzione! Se fossi libera della mia volontà come

tu sei, se potessi liberamente disporre della mia vita, forse avresti

ragione di sospettare di me, di rimproverarmi questi scrupoli, queste

paure, queste esitazioni... Ma io, lo sai, non sono sola, io vivo in

famiglia, e molte volte debbo seguire la volontà altrui più che la

mia, debbo pensare agli altri più che a me stessa. E non ho il diritto

di rendere infelici i miei cari, di sacrificarli leggermente al mio

egoismo, di ricambiare il loro affetto con la disobbedienza e con

l’ingratitudine...

— Flavia, — egli interrompe, mettendosi in faccia a lei con le braccia

conserte, fissandola violentemente come per penetrare a forza nel fondo

della sua anima, — tu mi nascondi qualche cosa...

— Ma no... voglio dire...

— Sì, sì, tu mi nascondi qualche cosa!

Una breve pausa, in cui i loro respiri affannosi s’alternano, in cui i

loro sguardi s’interrogano reciprocamente, avidi e sospesi....

E poi, d’improvviso, un’esclamazione rauca di lui, l’urlo breve e

soffocato d’un uomo colpito a morte.

— Ah, ho compreso!... So, so di che si tratta!

— Che cosa sai?

— So tutto!

— Aurelio?...

— Tutto, tutto. Nega, se puoi: tu devi sposare l’avvocato Siena!

— Chi ti ha detto...?

— Ah, lo confessi?... È vero, dunque?

— Ma chi ti ha detto questo?

— Presto, rispondi: è vero? È vero?

Ella sùbito non risponde. Appoggia i gomiti alle ginocchia e nasconde

il viso tra le palme, in un atteggiamento di prostrazione suprema.

Piange?

Il suo corpo reclinato non ha un fremito: la sua ombra è immobile,

accanto all’altra ombra immobile dell’erma.

— È vero! È vero! — ripete il giovine nel silenzio, come un’eco fioca e

lontana.

Lascia cader le braccia lungo i fianchi, e rimane a lungo attonito, in

contemplazione della donna così prostrata e quasi vergognosa d’avanti a

lui.

— Ascoltami, Aurelio. Ormai è necessario ch’io ti dica tutto...

perché tu possa giudicarmi, e al caso anche consigliarmi. Sì, è vero:

l’avvocato ha chiesto la mia mano e mio padre glie l’ha accordata...

senza chiedere un mio cenno d’assenso, puoi imaginare, perché, se

l’avesse fatto, avrei risposto senz’altro con un rifiuto aperto e

decisivo. È inutile che ti racconti ora le scene che son successe

in quest’ultima settimana tra me, il babbo e la mamma, quando poi ho

cercato di ribellarmi, di far prevalere i diritti del mio cuore su le

dispotiche pretensioni della loro esperienza e della loro autorità.

Il babbo ha gridato, ha imprecato, ha detto che aveva impegnata omai

la sua parola per concludere ogni volta con la stessa terribile frase:

«Devi sposarlo e lo sposerai»; e la mamma, poveretta, non ha fatto che

piangere, supplicarmi, dimostrarmi tra le lacrime e le carezze ch’io

respingeva per un capriccio la fortuna della mia vita, infliggendo un

dolore immenso e immeritato a loro due che in fine non volevano se non

la mia felicità!... Tu, tu, Aurelio, eri lontano.... Se fossi stato

qui a sostenermi nella lotta, a consigliarmi, a infondermi la fede nel

tuo amore, oh, non avrei ceduto.... Ma tu non arrivavi mai, mai.... e

i dubbii nel mio cuore, quei dubbii che tu conosci, divenivan sempre

più forti, mi circondavano, mi schiacciavano, mi toglievan forza e

coraggio assai più delle rampogne del babbo, assai più delle preghiere

della mamma!.. Quando io mi rifugiavo nella mia camera per sottrarmi

alle pressioni dell’uno o dell’altra, i dubbii, vedi, incominciavano

ad assalirmi da ogni parte; ed io, affranta, smarrita, sfiduciata mi

chiedeva se non sarebbe stato meglio anche per te che accettassi, se

non avrei fatto sopra tutto il tuo bene, liberandoti da ogni legame

con me.... Jeri, proprio jeri, poco prima che l’avvocato giungesse, la

mamma mi chiamò a sè e, implorando, singhiozzando, ricorrendo a ogni

mezzo di persuasione, riuscì a trascinarmi vinta e rassegnata d’avanti

al babbo!.... Ora che si fa, Aurelio? Che posso fare? Che debbo

fare?... Consigliami tu, dimmi, ordinami tu quel che debbo fare ed io,

lo giuro, ti obedirò a costo di qualunque follìa!

Ella ha parlato calma, senza un gesto, con un’espressione di serietà

ferma e misurata, tenendo continuamente fissi gli occhi, che sono

asciutti e solo un po’ rossi per le lacrime di prima, in quelli intenti

d’Aurelio.

— Flavia, — dice questi, dopo un’esitazione cupa, — non bisogna che

t’illuda: io sono povero, molto povero. L’agiatezza, di cui la mia

povera mamma ha potuto fortunatamente godere fino all’ultima sua ora,

ella la traeva da un vitalizio... Io sono povero; e costui in vece è

ricco; egli può assicurarti un’esistenza felice, senza privazioni di

sorta e senza preoccupazioni per il domani. T’amo troppo, Flavia, per

esigere da te un sacrifizio di questo genere: se tu credi di potermi

lasciare senza grande dolore, io mi rassegnerò, m’eclisserò, andrò

lontano e, t’accerto, non sentirai mai più parlare di me in vita. Vuoi

che ti consigli, come un amico, come un fratello?... Sposa quell’uomo e

dimenticami.

— Anche tu! Anche tu m’abbandoni!.... — ella grida esterrefatta,

congiungendo le palme come in atto di preghiera. — Ma non capisci,

Aurelio, ch’è impossibile? Non capisci che non l’amo, non l’amo e

mai non potrò amarlo? Non capisci che non potrò mai esser felice,

insieme con un uomo che mi spiace e mi ripugna?.... Oh, è con un senso

d’orrore indicibile ch’io penso al giorno in cui sarò sua, in cui dovrò

appartenergli tutta, anima e corpo, per sempre!...

Ella s’interrompe, senza respiro: ha un sussulto violento, un moto

istintivo di raccapriccio, quasi avesse già visto la mano del tiranno

avvicinarsi sicura e audace alle sue carni. Si passa le dita nei

capelli, e soggiunge con un accento di disperazione infinita:

— Dio, o mio Dio, quanto sarò infelice!

— Ed io, Flavia, ed io?!.... Io, che non ho nessuna persona cara vicina

a me? Io, che non ho altri che te al mondo e, perdendoti, non posso

sperare in una parola di conforto e d’incoraggiamento da nessuno,

intendi? da nessuno....?! Pensa, pensa quando ritornerò solo nella

mia casa deserta e dirò a me stesso: «Tutto, tutto è finito!» Che sarà

poi? Dove porterò il mio dolore? Come potrò trovare un mezzo, se non

di vincerlo, di lenirlo, di renderlo sopportabile al mio povero cuore

ancora affranto dall’altra terribile sciagura?... Oh, la morte, Flavia,

non c’è che la morte che possa sorridermi, quando ti avrò perduta.

— No, la morte no! Non la morte! — esclama ella, precipitosamente,

poichè vede le palpebre del giovine gonfiarsi di nuovo e luccicare.

Qualche cosa d’oscuro passa come un fulmine ne’ suoi occhi. Ella sembra

concentrarsi tutta in un suo pensiero, come chi riflette e delibera

su l’istante. Poi scrolla il capo, il suo viso fiammeggia d’una gioja

selvaggia, e, inchinandosi verso di lui:

L'incantesimo · 第 21 / 23 段