pochi passi, si volse a riguardare lo Sforza, che s’allontanava lento,
superbo nella sua indolenza signorile, impettito, come chi sa d’esser
sempre osservato e invidiato lungo la pubblica via. «Chi più nobile di
costui?» pensò Aurelio, considerando con occhio intento e lucido il
cugino. «Nelle sue vene scorre il più puro e forse il più bel sangue
d’Italia: sangue di principi, di condottieri, di mecenati, d’artisti.
E chi più vano, più vacuo, più incosciente di lui?... Che impronta
di superiorità gli han mai lasciato in retaggio i suoi maggiori? Che
virtù di stirpe gli han trasmessa? Egli ignora la febbre di gloria e
d’impero, che ha fatti grandi quelli del suo nome e ricchi e possenti;
egli disprezza il lavoro, come un’occupazione ignobile, umiliante
e venale; egli ride del pericolo imminente, non perché lo misuri e
raffronti con le proprie energie, ma perché non lo sa prevedere e non
lo discerne. Le donne e i cavalli: ecco il suo piacere più acuto e la
sua più alta ambizione!... E, come lui, sono tutti i suoi pari; come
lui, vivono e pensano e si perdono gli eredi dei re, dei patrizii,
dei dominatori. Forse, chi sa? anch’io sarei oggi come lui, se una
provvida sventura non m’avesse sottratto in tempo alle mollizie degli
ozii lussuosi e all’esempio corruttore de’ miei stessi consanguinei.»
Una profonda amarezza l’invase: la sua momentanea esaltazione era già
irremissibilmente caduta; i dubbii eran risorti, più terribili e più
scoraggianti d’innanzi alla realità. Egli si chiese, quasi con ira: «Ma
è proprio nelle mani di questi uomini imbelli e insipienti ch’io vorrei
riconsegnate le insegne del potere e dell’autorità? È dunque possibile
che dalle nostre razze degeneri e moriture escano d’improvviso, per un
prodigio divino, i nuovi eroi, i nuovi re della Terra?»
Aurelio, così pensando e amareggiandosi, era disceso lungo il Corso
fino alla piccola piazza di San Paolo. Di là lo strepito della sommossa
s’udiva distinto e continuo, simile a un sordo boato di tuono: di
quando in quando, alcune grida più alte giungevano a ondate, con il
vento, passando ratte su la città muta, assopita al chiaror della luna,
come brividi di sgomento nel sonno. Quel soffio prossimo di bufera
distrasse il giovine dalle sue riflessioni: egli accelerò il passo,
raggiunse in breve l’ultima svolta del Corso e si trovò all’imbocco
della piazza del Duomo.
Nelle vicinanze non era anima viva: il braccio della piazza, che
si protende verso il Corso, circuendo il lato settentrionale della
cattedrale, languiva deserto nell’ombra grave, che projettava dall’alto
la massima aguglia. Ma in fondo, d’innanzi al grande Arco, nel chiarore
trionfante, un nembo nero s’addensava, ingolfandosi viepiù fitto nel
vano dei portici e della Galleria. Un clamore formidabile veniva dal
nembo, urlo di mille gole insieme, ruggito minaccioso d’un’immane belva
inferocita.
Il giovine ristette un poco su l’angolo, osservando quella massa
confusa, che sembrava immobile, avviticchiata con le radici alla terra:
non vi si distingueva una figura, non si percepiva il senso d’una
parola. La Folla appariva una, compatta, indivisibile, informe come un
organismo elementare, pigiata e fusa come una colonia di crostacei su
uno scoglio marino. E, aggregazione di migliaja e migliaja d’individui,
essa era un solo corpo, aveva una sola voce, un sentimento unico,
un’unica volontà, oscura e invincibile più d’un istinto.
Egli stava per procedere, quando una raffica si precipitò nel nembo
e lo squarciò. D’un tratto il preludio dell’inno garibaldino risonò
forte e giojoso sotto la vólta dell’Arco che rimbombò lungamente: una
macchia rossa, come il sangue d’una ferita, comparve alla superficie
della massa e se ne staccò, avanzandosi verso di lui tra le grida e gli
applausi della moltitudine.
L’Imberido si fermò in aspettazione del corteo. Ben presto la
fanfara sanguigna, che riempiva l’aria di squilli guerreschi, avendo
attraversato il braccio ombroso della piazza, lo raggiungeva all’inizio
del Corso. Dietro a essa la folla si affrettava densa, innumerevole,
slargandosi o restringendosi, con l’elasticità d’un mollusco, a seconda
dei capricci della via. Turbe d’adolescenti quasi imberbi, pallidi,
viziosi, dalle facce trasfigurate dall’entusiasmo; compagnie d’operai
logori, tristi, incomposti, con le bocche dolenti e gli occhi febbrili;
gruppi di fanciulli del popolo sbraitanti e sgattajolanti tra le gambe
degli uomini; qualche viragine ossuta, qualche contento borghese
sedizioso, qualche povero vecchio, fregiato il petto di medaglie
— tutta questa gente s’accalcava e scorreva come trasportata da un
turbine veloce, segnando con il passo il ritmo della marcia bellica,
alzando a intervalli grida di minaccia o d’osanna nel silenzio della
notte lunare.
— Evviva la Repubblica! Evviva la rivoluzione sociale!
— Morte agli sfruttatori del popolo!
— Morte al Governo!
— Evviva i fratelli di Romagna!
— Evviva il Socialismo!
Una, due voci proponevano il grido: cento, mille voci in coro
subitaneamente rispondevano, voci acute o basse, rauche o squillanti,
irate o festose, tutte dissimili e tutte discordi.
Aurelio, a ridosso contro il muro, doveva tenersi aggrappato
allo spigolo d’una porta per non esser travolto dalla fiumana che
l’investiva. I volti di tutti quegli uomini si presentavano a lui e
s’occultavano, come in una tormentosa visione di dormiveglia: egli
non poteva distinguer bene una sola di quelle fisonomie, e aveva
l’impressione che si riproducessero di continuo, sempre le stesse, con
i medesimi caratteri, con i tratti medesimi, passando e ripassando
come fanno le comparse su un palcoscenico. A intervalli una qualche
figura singolare, diversa dalle altre, lo attraeva maggiormente; ed
egli l’accompagnava con gli sguardi fin che gli era possibile. Così
notò un gigante fuligginoso, che pareva sbucato in quel momento da una
fucina, e che, in vece di gridare, ululava in falsetto levando in alto
il muso alla maniera dei cani gementi; notò un giovincello biondo,
elegantissimo, che incedeva altero e taciturno, movendo continuamente
il capo in atto d’approvare; notò un uomo vestito a nero, con il
cappello floscio gittato indietro e l’aria affaccendata di un duce
durante la battaglia, il quale si volgeva a destra e a sinistra per
parlare con i vicini e poi si sollevava su la punta dei piedi come
per abbracciar con lo sguardo l’imponenza del suo esercito. Anche a un
certo punto parve a lui di riconoscere, lontano tra la folla, Giorgio
Ugenti che, altissimo, emergeva con tutta la testa fuori dell’onda
umana.
— Evviva la rivoluzione! Evviva la libertà!
— A morte i prepotenti!
— A morte i borghesi!
— Abbasso il Ministero!
Il corteo serpeggiante si sviluppava, interminabile; e lo schiamazzo
cresceva, si dilatava, si ripercoteva contro le muraglie, pareva
venir da ogni lato, come se la città tutta si fosse svegliata dal suo
sonno e partecipasse al furore della sommossa. In alto, anche in alto
si propagava lo strepito; molte vetrate, aperte con precipitazione,
sbattevano violentemente e i colpi secchi rintronavan sul tumulto della
via simili a scariche di fucili.
Passava ora d’innanzi all’Imberido, sempre fermo e attento al suo
posto, una falange di giovinetti affatto imberbi, disposti in lunghe
schiere rettilinee, procedenti in perfetto ordine come milizie in
marcia. Alcuni tra essi portavano un fiore scarlatto all’occhiello;
tutti, accurati nell’abito lindo e assai contegnosi, avevano
un’espressione quasi estatica di fiducia e di serenità negli occhi
ingenui e su le labbra sorridenti. Non gridavano nè vita nè morte;
cantavano in coro, all’unisono, un inno lento e uniforme, e le loro
voci, ancora immature, s’elevavano e s’abbassavano, forti nelle note
alte e fievoli nelle profonde, dominando a volte il clamore e a volte
perdendosi in questo come un susurro indistinto. Aurelio li riconobbe:
erano studenti; era la Giovinezza illusa e irriflessiva, che portava il
suo giocondo tributo alla ribellione e, piena di baldanza, credeva di
avviarsi alla conquista della Felicità universale!
Ma dietro a essa il nembo s’oscurava novamente, e più che non mai
dianzi. Il corteo dei dimostranti era finito, e sùbito in coda un
secondo corteo incominciava, senza un intervallo, confuso e come
riunito con il primo, più torbido, più romoroso e ben più minaccevole
di questo: era la caterva infame dei miserabili, degli oziosi, dei
vagabondi, dei malviventi, ch’erano accorsi al fragore della sommossa
dai vicoli immondi, dalle taverne e dai postriboli, e la seguivano
e la secondavano, solleticati da una bieca speranza di rapina e di
saccheggio. Venivan essi fluttuando, a crocchi distinti e serrati,
sudici, abjetti, striscianti, e diffondevano intorno un lezzo
nauseabondo di vino, di tabacco e d’immondizie: giovini per la massima
parte, alcuni giovinissimi, eran tutti abbigliati in fogge curiose,
tutti lividi, con le occhiaje violacee, con le bocche infiammate, con
le mani nere, con l’espressione obliqua di bestie rapaci e notturne.
— Morte ai borghesi!
— Evviva il Socialismo!
— Evviva la libertà!
Eran le stesse grida ch’essi proferivano; eran le stesse minacce e le
stesse acclamazioni. Qualcuno tra costoro cercava anche d’intonare
il medesimo inno lento e uniforme, che già più innanzi gli studenti
cantavano. Ma nelle loro bocche le grida, accompagnate da sghignazzi
beffardi, divenivan terribili; e l’inno di fratellanza, mescolato a
motti e a gesti osceni, metteva i brividi della paura.
Incalzato dai bruti, Aurelio fu spinto violentemente nel vano della
porta chiusa. Per alcuni minuti, per un secolo, rimase là prigioniero,
stretto da ogni parte, assordato dallo schiamazzo, soffocato dalla
calca e dalle esalazioni immonde. Il disgusto lo prese alla gola,
l’eccitò a fuggire; egli cercò di farsi largo, di rompere la cerchia
della moltitudine a forza di braccia, ma non gli fu possibile. Uno di
quei vagabondi lo rigittò indietro con un urtone poderoso, urlandogli
sul viso:
— Alla forca gli aristocratici! — e poi un’ingiuria turpe e scurrile,
che sollevò le risa tra i compagni a lui d’intorno.
Un’esasperazione subitanea prese l’Imberido; una di quelle
esasperazioni che offuscano la vista e fanno balenare nel vuoto imagini
criminose. Lo sdegno a lungo compresso contro la torbida comedia della
libertà; l’antico suo odio contro la plebe rozza e ignobile; il furore
della vendetta, della punizione esemplare e istantanea: tutto si levò
improvvisamente nel suo spirito ed egli non sentì più se non il cieco
impulso alla percossa mortale. Divenne pallido come un cencio; e pure
non osò, non fece un gesto, non rispose una parola. Comprese che costui
era il più forte e che quei bruti avrebber potuto schiacciarlo senza
che alcuno fosse accorso in suo ajuto; comprese ch’egli era nulla tra
quel branco oscuro e inferocito; e stette immobile sotto l’offesa, come
fosse legato con le corde a un palo d’infamia.
L’insultatore scomparve; altri, altri uomini biechi passarono d’avanti
a lui gridando, sghignazzando, urtandolo, sfidandolo con gli occhi
rapaci. Finalmente la ressa diminuì; i gruppi s’assottigliarono;
apparvero i pennacchi rossi dei carabinieri, come fiammelle accese
su l’onda tenebrosa della calca. Egli potè uscire dalla sua carcere
e trovare una via di salvezza tra le ultime capannelle disperse e lo
stuolo sbuffante e tintinnante delle guardie. Convulso, affranto e
scorato, si diresse in corsa verso la piazza del Duomo, che appariva
ora deserta, solenne, pacifica nel chiarore intenso della luna.
«Quella era la Folla! Quello era il nemico!... Ohimè, come vincere un
tal nemico? Con quali mezzi? Come respingere nel suo corso il torrente
che precipita? Come, come rivolgersi da solo all’uno e all’altro,
aprire con le sue sole povere mani tutti gli occhi che sono ciechi,
farsi intendere con la sua sola esile voce da tutti gli orecchi che
sono sordi?» Era inutile ogni sforzo, pazzo ogni tentativo, miseranda
ogni illusione! La Folla era sovrana; correva, travolgeva, calpestava,
annientava ogni ostacolo sul suo passaggio. L’Idra vorace e scatenata
stava per inghiottire nelle sue fauci innumerevoli ogni cosa grande e
nobile e bella, ogni idealità, ogni tradizione, ogni fede. E nessuno,
nessuno al mondo era in grado di contenderglielo, poiché nessuno, che
non fosse un Dio, poteva rimetterle le catene e rigittarla vinta e
umiliata nella sua gabbia.
Che valeva omai l’individuo di fronte alla massa? Egli era un voto,
contro mille e mille voti; era una voce, contro mille e mille voci; era
un’unità contro una pluralità senza numero. Due di quei malviventi, pur
che sapessero scombiccherare il loro nome, pesavano più di lui su la
bilancia della Democrazia. Uno di quei fanatici, senza ingegno e senza
cuore, poteva con poche parole insensate sollevare la moltitudine e
dirigerla a suo mal talento; egli con tutta la sua eloquenza, con tutta
la sua dottrina non sarebbe riuscito a convincerne una minima parte, ad
arrestarla per un solo attimo nel suo cammino. — O esaltare i diritti
sconfinati del nuovo Despota, o cadere irremissibilmente sotto la sua
condanna.
Aurelio si risovvenne in quel punto di suo cugino; si risovvenne
delle amare riflessioni ch’egli aveva fatte pocanzi intorno a quei
nobili oziosi, scettici, senz’ambizioni e senza idealità, non ad altro
occupati se non a ricercare il Piacere. «Non hanno essi forse ragione?»
egli si domandò. «Che cosa potrebbero fare? Che cosa dovrebbero
fare?... Il loro crepuscolo precipita; la notte incombe fatale sopra
di loro; ed essi la aspettano stoicamente, ridendo in faccia alla
morte, aggradendo con raffinata cortesia gli ultimi favori della loro
fortuna fuggente. Non sono essi mirabili in questa loro indifferenza
ai capricci del destino come in quel loro indistruttibile amore per
la Vita e pe’ suoi godimenti? Non sono essi mille volte più lodevoli
che se scendessero in campo, irosi e meschini, a difendere i loro
privilegi, sollecitando vanamente i suffragi popolari, predicando
al deserto le loro teorie antiquate, misurandosi tra i fischi nelle
assemblee con gli avversarii acclamati e portati alle stelle?»
Aurelio era giunto senz’accorgersi in mezzo alla piazza del Duomo: si
fermò, incerto. L’apatia desolata di quei giorni l’aveva ripreso; ed
egli, riudendo da lontano gli squilli delle fanfare e il gridìo della
folla, sorrise mestamente, come già dalla sua finestra, mentre il
sole esulava su i fastigi delle case, aveva mestamente sorriso della
smania di lavoro che affaccendava gli uomini laggiù, nella via. «Perchè
lavorare? Perchè agitarsi, così? Perchè soffrire e appassionarsi? Si
muore, e questa vita triste e precaria non vale che si soffra un’ora
pe’ suoi destini.»
Egli si guardò d’intorno. La luna colma spaziava alta, quasi alla
sommità del cielo immacolato. Il Duomo, avvolto dai raggi, era bianco
e fantastico come una di quelle montagne di ghiaccio che navigano nei
mari polari. Milano di nuovo s’assopiva, nel silenzio. L’aria commossa
odorava d’aperta campagna.
«Ritorna, ritorna presto!» disse una voce sommessa nel cuore del
giovine. «Ritorna, ritorna presto!» Il saluto di Flavia ricantò
in lui, accorso dagli orizzonti delle sue memorie in quell’ora di
supremo accasciamento. — Dov’era dunque Flavia? Che faceva? A che
pensava? Perchè, perchè non aveva risposto all’ultima sua lettera? Non
l’aspettava forse più? Incominciava a dimenticarlo?... Oh, se l’avesse
avuta al suo fianco in quel momento! Se avesse potuto sentir nella sua
la mano di lei, come nei lugubri giorni al letto della morente!...
Al giovine parve d’un tratto che scendesse uno spiraglio di luce nelle
tenebre dell’anima sua. Parve come di vedere nelle onde oscure, che
circondavan furenti la sua navicella smarrita, il chiarore d’una figura
viva e misteriosa che lo invitava a sè con un sorriso divinamente
incantevole. — A lei, a lei egli doveva andare. Verso quell’unico
sorriso, che rompeva l’aspro cipiglio di tutte le cose, doveva tendere
la sua anima travagliata. Verso quelle candide braccia aperte egli
doveva piegare e abbandonarsi dolcemente come nel grembo alla Morte!...
Non era là, tra quelle onde, nell’oblio, il riposo, la salvezza, la
luce, la gioja? Là certo era l’Amore, e l’Amore era tutto: era la
gioja, era la luce, era la salvezza, era il riposo. «Senza l’Amore,»
cantavano i poeti, «il mondo non avrebbe più sole; senza l’Amore, la
gloria, la ricchezza, la fama, la pace, la stessa fede non sarebbero
se non parole vuote di senso, ornamenti derisorii gittati su un corpo
piagato e difforme. Perchè, perchè vivere se non per amare?» Oh, quei
poeti gli avevano spiegato il vero; quei poeti gli avevan già da tempo
indicato la via sicura, insegnandogli che una sola dolcezza certa e
durevole si può gustare su la Terra: l’Amore.
Il giovine levò in alto il capo risolutamente. Si disse: «Domani
partirò! Domani sarò lontano di qui! Domani sarò presso di lei!»
Gli apparvero in un baleno il palazzo, la pineta, l’orto, il colle
solatìo; gli apparve la sala ombrosa dove l’aveva stretta a sè la prima
volta nella notte tragica, tra il frastuono della bufera; gli apparve
l’imagine di lei, alta e agile, in un’attitudine di grazia, su lo
sfondo verde del prato.
«O Flavia! Flavia!...»
Si mosse, si diresse verso casa.
Udì il clamore della folla, che ritornava indietro confusamente,
ventargli di nuovo sul viso. Non si sgominò: non cercò pur d’evitarla.
Procedette tranquillo e sdegnoso il suo cammino, andandole incontro.
XII.
IL POEMA ETERNO.
Notte d’autunno calma, lucida, benigna come una notte d’inoltrata
primavera.
Nell’antico parco è il silenzio: qualche fievole fruscìo di piante,
qualche gemito alto di gufi, qualche sospiro, qualche fremito, qualche
brivido, ignoti....
In quel silenzio la luna, saliente per l’arco del cielo, dispensa
pallidi baci di luce e cupe carezze, d’ombra....
Cadono i baci, strisciano le carezze ma non sembran toccare che il
tenue velo di vapore, che avvolge tutte le apparenze come per custodia.
Solamente i vertici degli alberi nella pineta, sopra il velo, sentono i
timidi contatti e rispondono: le fronde eccelse son madide di rugiada,
e le innumeri gocce scintillano al chiarore, quasi piccole iridi
tremanti, inumidite da lacrime di tenerezza.
Il luogo par deserto.
Ritte su gli stalli muscosi, le statue rigide e tristi aspettano,
stendendo i loro monconi verso un fantasma invisibile....
E le grandi scalee biancheggiano, a pena turbate qua e là dalla macchia
di qualche foglia vizza caduta.
Un profondo incantesimo sembra pesare su la stabilità di tutte le cose
presenti....
Non un soffio di brezza attraversa a intervalli la notte: il fogliame
della selva stanco riposa; i crisantemi restano fermi e diritti su
i loro steli, come chiusi in un cristallo diafano; e nei cespi delle
ortensie ramificano ombre immutabili....
Perfin dai tralci delle rose rampicanti, dove gli estremi fiori pendono
moribondi, non un petalo solo si distacca e vola oscillando nell’aria.
Tutto è muto e tutto è stabile.
Tutto pare stabile e muto da tempo infinito.
Si direbbe che, senza cessare, la vita del parco sia stata arrestata da
una volontà misteriosa in una immortale compostezza d’arte. Si potrebbe
credere che a un cenno di questa volontà, non solo gli alberi e i fiori
dovessero muoversi, ma le statue medesime discender vivificate dai loro
stalli e avviarsi sollecite verso il fantasma che invocano.
Una campana batte l’ora, da presso....
Squilla lentamente, come per riprender lena a ogni rintocco, e poi si
tace.
Mentre l’ultimo suono vibra ancora nell’aria, alcune frasche lassù, al
sommo della scalea, si piegano, scricchiolando forte; e una piccola
ombra si sposta....
Che avviene? È il vento della valle che sorge?...
No: una figura, prima invisibile dietro i fusti d’un oleandro, s’avanza
a passo furtivo verso i balaustri....
Entra nella luce....
S’appoggia con le braccia al marmo....
Affonda intenta gli sguardi al basso, verso l’oscurità del pertugio....
Come partecipe dell’incantesimo, la figura rimane là lungamente,
rigida, immota nell’immobilità del parco favoloso.
Un’altra volta, dopo una pausa, la campana batte la stessa ora con
uguale lentezza. Ahi, quanto scorre tardo il tempo nell’aspettazione!
L’uomo non ha un gesto d’impazienza; ma i suoi occhi, sempre fissi,
lampeggiano e il suo petto si gonfia a un respiro profondo. Sul suo
pallido viso, rischiarato dal plenilunio, è impressa un’ansietà
mortale: forse, egli pensa che ogni attimo scoccato è un attimo
perduto in eterno per la Felicità che egli aspetta.... Ed è veramente
un’apportatrice di Felicità, ch’egli aspetta là, al sommo della scalea;
un’apportatrice fragile e segreta, che gli correrà incontro tremando,
ansimando, paventando come lui a traverso i misteri della notte. «Se
non venisse?..» si domanda a ogni tratto il giovine, mentre i suoi
sguardi non si stancano d’interrogare le tenebre dell’andito, sempre
chiuse e sempre avare. «Se non venisse?!...» Ogni volta, la richiesta
dubbiosa apre nella sua anima abissi senza fondo. Ogni volta, per
soffocarla, egli deve riandare le memorie di quel giorno e ripetere
a sè stesso le parole precise che stabilirono il convegno. — È stato
dopo il pranzo, sul rialto. Parecchie persone vi stavan raccolte, gli
ospiti dei vicini, per la più parte a lui sconosciuti; e l’ebreo era
tra questi e guardava a tratti lui o la fanciulla, con aria sospettosa.
Essi parlavan piano, di cose indifferenti, in un angolo, presso il
sedile di pietra infisso nel muro. Egli era calmo, quasi felice: aveva
dimenticato i mutamenti terribili ch’eran sopravvenuti; credeva che
tutto fosse come per il passato, e aveva quasi la coscienza che la
povera nonna fosse presente. La sera scendeva in fatti tepida e mite,
tra i noti rossori del cielo sopra le Alpi; l’odor di pesci e d’alghe
fracide saliva blandamente dal lago, odore acre ma pieno di soavi
rimembranze per lui; le vacche traballanti, le pecore mute, i pescatori
tardivi passarono su lo spiazzo d’avanti a loro nell’ordine consueto,
come ogni sera, un tempo. Ed egli d’improvviso la interrogò: — Perchè
non hai risposto all’ultima mia lettera? — (È la domanda che l’aveva
torturato durante tutta la notte, durante tutto il viaggio, la domanda
che in vano aveva cercato di rivolgerle sùbito, al suo arrivo, nel
salutarla). Ella è impallidita, s’è turbata, s’è guardata d’intorno
timorosa come se qualcuno li dovesse spiare. — È impossibile che ti
risponda, qui, — ha detto in fretta, con visibile concitazione, così
piano che a stento egli la udì. E poi, dopo un silenzio, in cui parve
profondamente riflettere: — Tròvati stanotte in giardino. Quando tutti
si saràn ritirati, io verrò. Aspettami. Ci parleremo.
Queste sono state le sue precise parole. Il giovine ricorda persino il
suono basso e un po’ rôco della voce e il tremito continuo, che agitava
le belle labbra nel proferirle. Oh, sopra tutto quelle labbra egli
ricorda, egli rivede d’innanzi a sè in imagine allucinante.... quelle
tumide e fresche labbra, su cui le più semplici parole acquistano il
valore d’una rivelazione o d’un enimma!
Ella gli ha dato convegno in quel luogo; ella non può mancare.
Ma il tempo fluisce, e nulla si muta nel parco deserto e silenzioso:
le statue stendon sempre, infaticabilmente, le braccia mutilate a un
fantasma increato, ed egli fissa sempre, infaticabilmente, gli sguardi
alle tenebre dell’andito, dove la sua accesa imaginazione dipinge
talvolta il gesto repentino d’un altro vano fantasma!... Tormento
fiero dell’attesa, in cui la mente si perde nelle ipotesi più assurde
e i sensi troppo vigili riempion l’anima d’illusioni e di delusioni
fulminee!
La campana da presso, a tocchi lenti come per un’agonia, batte l’ora
successiva, e poi si tace.
L’aspettante di sbalzo si solleva ritto in piedi: il dubbio si
ripete più forte dentro di lui e l’impazienza si fa manifesta. «Se
non venisse?... Dio, se non venisse!...» Il suo cuore non regge più
all’ansietà che lo sprona; i suoi polsi hanno palpiti affrettati e
sonori come in un accesso di alta febbre. Un solo pensiero lo tiene,
un solo pensiero lo tormenta: ch’ella possa mancare. E non mai una
possibilità in vita gli ha dato un’ambascia e un’inquietudine maggiori!
Egli ha la certezza assoluta, limpida, evidente che senza lei quella
notte non debba avere un termine.
E la solitudine incomincia già a turbarlo, e quella luce uniformemente
bianca lo agghiaccia, e le apparenze irreali che lo avvolgono nel
loro incantesimo, infondono in lui a poco a poco una strana temenza
superstiziosa.