dell’avola lassù, com’egli lo ricordava, come già gli aveva
tenuamente sorriso sul letto di puerizia. I tratti erano bene i suoi;
l’espressione era la sua, quella dei momenti teneri e obliosi; lo
sguardo, oh, lo sguardo non poteva esser più vivo e più materno, e gli
cadeva sopra dall’alto come un ammonimento supremo! — Era lei! Era lei,
la madre, la santa, l’adorata! — Dall’oro cupo della cornice, quasi da
una finestra ideale, ella lo contemplava ancora, ella ritornava a lui
misteriosamente, nella fosca ora del vespero, forse per confortarlo,
forse per rimproverarlo, forse per rivolgergli l’ultimo saluto.
«M’esalto?» egli si domandò, sentendo un brivido freddo correr su
dalle reni alla nuca, mentre fissava l’imagine, che appariva lassù
con una straordinaria evidenza, sempre più illusoria sì che sembrava
ora commossa dal ritmo della respirazione. «Quella parvenza è dunque
scevra di ogni elemento soprannaturale? Son gli occhi che la vedono
in sensazione reale? o è il fantasma interno che si projetta sopra
l’effigie e la trasforma?»
Egli restò perplesso, avviluppato nel mistero, senza saper rispondere
alle sue domande tenebrose. Sentì che la radice dei capelli diveniva
sensibile; ebbe nell’anima un tumulto di cose oscure, un flusso
improvviso di cordoglio, soffocante. Protese lentamente un braccio
verso il ritratto, e chiamò la morta con la voce bassa, trasalendo:
— Mamma! Mamma! Oh, mamma!...
Un silenzio grave susseguì. Nelle stanze contigue non era il benchè
minimo romore; dalla via saliva soltanto il ticchettare di qualche
passo, monotono e regolato come lo strepito d’un meccanismo.
— Che fare? Dio mio, che fare? — disse il giovine, levandosi d’un balzo
a sedere, cercando di sottrarsi in alcun modo al fascino della visione
paurosa.
Le tenebre avevano omai occupato ogni angolo della camera. Il ritratto,
anche il ritratto di fronte alla finestra, era scomparso. Agli occhi
del solitario, sempre intenti al medesimo punto, non veniva più a
tratti che qualche tenue bagliore dall’oro della cornice, — forse uno
sguardo, forse un sorriso, forse una lacrima? Uno sguardo, un sorriso,
una lacrima.
Allora un nuovo fantasma si disegnò terribile nell’oscurità d’avanti a
lui. La figura di donna Marta, stesa sul letto, supina, con la faccia
sconvolta, con i capelli irti e dispersi, con la bocca vacua, con la
pupilla fissa a un segno inconoscibile tra le palpebre socchiuse,
riapparve. Teneva le braccia inerti lungo i fianchi. Sussultava
orribilmente, cercando l’aria, come lottando disperata contro qualcuno
che le tenesse stretta la gola nel pugno. Talvolta il busto s’arcuava
nello sforzo inane. Talvolta le mani graffiavano il lenzuolo, in una
crespazione suprema di dolore e di rivolta. E la vita si vedeva fuggire
a ogni anelito dalle labbra contratte, come un liquido leggero che
svapori da una boccetta scoperta.
Riapparve così, al superstite, l’avola nell’ultima sua ora. E tutte
le particolarità del giorno funesto gli tornarono alla memoria: —
il Viatico portato inutilmente all’alba, pochi istanti prima che
l’agonia volgesse al suo termine; il tragitto affannoso in barca con
Ferdinando e un altro uomo fino a Laveno, innanzi il levar del sole,
in un mattino fresco, nitido, purgato dall’uragano recente, e durante
il tragitto gli irresistibili scoppii di pianto; e poi la casa tutta
piena d’estranei, piena d’un susurro di voci sommesse, di preghiere e
di comenti, piena di un lezzo acro di folla bruta; e poi l’arrivo dei
due medici, dello Zaldini e d’un cugino materno, avvertiti da lui per
telegramma; e in fine la veglia orribile al cadavere e l’improvvisa
apparizione d’un uccello notturno alla finestra spalancata, la sua
discesa precipitosa verso il letto intorno alle torce mortuarie, il suo
grido raccapricciante d’angoscia mentre riprendeva in fuga il volo e
scompariva di nuovo nelle tenebre dell’aperta campagna....
E poi? E poi? Che giorni, che giorni cupi, fatali, tremendi eran
seguiti a quel giorno!.... I ricordi si moltiplicarono, galopparono
come un branco di cavalli apocalittici a traverso la sua mente
esaltata. Egli si rivide, al fianco di un prete salmeggiante, nella
gran barca parata a nero, occupata tutta dal feretro quasi invisibile
sotto il cumulo dei fiori; si rivide con lo Zaldini pigiato tra gente
ignota nel treno, che trascinava dietro, entro un carro chiuso, come
una merce, la cara spoglia; si rivide nei sotterranei del Cimitero
Monumentale, tra un’esigua compagnia d’indifferenti, fermo rigido
impietrito d’avanti alla nicchia oscura, in cui la cassa era scomparsa
adagio adagio verso il fondo con un cigolìo stridulo e lungo come
un lamento. Egli era uscito dal luogo sepolcrale senza una lacrima,
oppresso da una disperazione arida e muta; era stato accompagnato in
silenzio fino alla sua casa dallo Zaldini e da tre altri suoi amici,
congedatisi per discrezione su la porta da via; era salito solo nelle
sue stanze, credendo di ripartir la dimane per la campagna. E quindici
giorni erano omai trascorsi, eterni e fuggitivi, senza ch’egli avesse
potuto sottrarsi all’apatica inerzia che lo dominava, senza che
avesse potuto trovare un momento d’energia per accingersi a quel breve
viaggio.
Come eran trascorsi? Che cosa aveva egli fatto? Non sapeva. Sapeva
di non aver veduto una faccia amica durante quel tempo; di non aver
pensato una volta al suo lavoro; d’aver vissuto una vita fantastica
e contemplativa nell’immobilità morale d’un Asiatico in aspettazione
del Nirvana. «A che combattere? In che sperare? Perché ostinarsi
a vivere quando ugualmente si dovrà morire?» In queste tre domande
aveva compendiato ogni regola di condotta in quei giorni; e, soffrendo
fino alla noja, filosofando fino al dolore, era caduto di tristezza
in tristezza nel profondo mistero delle cose, dove tutto è ombra e
silenzio.
— Flavia! Flavia! — egli chiamò, come per ajuto, spaventato da tanta
solitudine, oppresso da tanto cordoglio.
E l’imagine gentile passò in un baleno d’avanti a’ suoi occhi,
chiudendo con una speranza il corteo funerario delle sue memorie.
Aurelio si levò in piedi e ritornò di nuovo al davanzale. Doveva esser
tardi: la sera era discesa, una tepida sera di settembre popolata
di stelle, temperata da un’alba di luna. I fanali del gas, nella
strada, sul bastione, lungo i viali del suburbio erano stati accesi
e scintillavano in file diritte, spandendo su i muri e sul lastricato
un mobile chiaror giallastro. A basso l’animazione era scemata; molte
finestre si vedevano lucenti di qua e di là negli edifici circonvicini.
«Che pace!» pensò il giovine, volgendo malinconicamente gli sguardi
intorno a sè. «Quanti felici sederanno ora raccolti alla mensa
domestica?» Stette in ascolto. Gli giunse nella calma, da una stanza
di sotto, il grido capriccioso di un bambino; poi, un tintinno confuso
di bicchieri e di stoviglie. Guardò una finestra illuminata; e vide,
nel rettangolo chiaro, disegnarsi l’ombra d’una donna, con le braccia
tese in avanti, portando un piatto che fumava. Un bisogno spasimoso
d’appoggio, di compagnia, di convivenza familiare palpitò dentro di
lui. «La vita è dunque triste per me solo?» si domandò. Stette in
ascolto. Gli parve d’udire un fruscìo di vesti nell’anticamera, e
quindi un battito lieve contro l’uscio. Andò, nel dubbio, ad aprire.
Era la portinaja, che saliva come di solito in quell’ora ad
apprestargli la stanza per la notte.
— In casa ancora, il signor conte! — disse ella, stupita, facendo un
piccolo inchino. — E all’oscuro!... Non esce dunque stasera? Desidera
forse che le faccia portare il pranzo in camera?
— No, buona Felicita. Non desidero nulla. Non ho fame.
— Sempre così! — esclamò la portinaja, scrollando il capo, guardandolo
con occhi impietositi. — Se io potessi darle qualche consiglio....
Il giovine sorrise blandamente.
— Proverò ad uscire, — egli annunziò dopo una pausa, poi ch’ella non
sapeva dire altro e continuava a fissarlo con peritanza. — Chi sa? un
po’ di moto mi farà bene. Fatemi lume, Felicita.
La donna l’accompagnò fino alla porta. La lampada su la scala era già
accesa. Egli discese rapidamente, s’incamminò a passo spedito lungo la
via Monforte verso il Corso.
Giunto all’angolo della chiesa di S. Babila si fermò incerto. Veniva
un’intensa luce bianca dalle bocce elettriche sospese a mezzo della
strada. Nella piazzetta, presso la colonna del Leone, alcuni cocchieri
sghignazzavano, proferendo parole oscene, e le loro voci rauche
si ripercotevan forte contro il prospetto del tempio. Egli notò un
crocchio di fanciulle che passava vicino alle carrozze, con gli orecchi
intenti a raccogliere il senso del turpiloquio e la bocca contratta da
un sorriso irrefrenabile. Anche, notò su l’opposto andare tre operai
avvinazzati, che barcollavano al braccio l’uno dell’altro, sospingendo
i viandanti, lanciando occhiate e motti bassi alle donne che
incontravano. «Ecco il Popolo Sovrano!» egli esclamò con amara ironia,
sentendo risorgere nell’anima l’antico astio contro la plebe rozza
e spregevole. E per togliersi a quei contatti umilianti, si diresse
risolutamente verso il Caffè delle Colonne, le cui vetrine a smeriglio
splendevano di fronte a lui.
La sala rotonda era quasi vuota, e silenziosa: un vecchio cameriere
stava sparecchiando una tavola, e due ufficiali, avendo finito di
mangiare, giocavano una partita di carte su la tovaglia ancora ingombra
di piatti, di calici e di bottiglie. Egli sedette discosto da loro,
ordinò un pranzo assai frugale, si fece portare le gazzette del giorno
per allontanar la mente, almeno in quell’ora, dai tristi pensieri
consueti.
Ne prese a caso uno e, non attratto da nessuna curiosità, si diede
a leggerne svogliato e disattento il primo articolo, che portava per
titolo: _I soliti soprusi_. Era una critica violenta contro il Ministro
dell’Interno, il quale aveva sciolto alcuni circoli socialisti in
Romagna e impedito un’adunanza di protesta in un teatro di Ravenna:
aspro, velenoso, aggressivo, lo scrittore, per difendere la libertà
d’opinione e di riunione, si scagliava contro la persona del Ministro
— un vecchio e illustre patriota — vituperandola con le ingiurie più
triviali, e augurava in termini nebulosi il tramonto delle istituzioni
monarchiche, causa suprema d’ogni pubblico malessere.
L’Imberido gittò irritato il foglio in disparte e ne spiegò un altro
d’avanti a sè. Nel contrasto delle sue idee con quelle dello scrittore
anonimo, il suo spirito battagliero s’era a poco a poco risvegliato;
il dolore assiduo, che gli mordeva l’anima, s’era alquanto assopito;
un desiderio confuso di vita e di lotta aveva incominciato a palpitare
dentro di lui. Egli andò sùbito ricercando nel secondo giornale, di
partito contrario al primo, il diverso comento che avrebbe potuto fare
all’atto energico del Ministro. Non trovò nulla: soltanto il fatto
era narrato brevemente nella rubrica delle notizie politiche, e si
soggiungeva che alcuni deputati avevan presentato in proposito una
vivace interrogazione alla Camera. La sua irritazione aumentò. Con mano
nervosa egli sfogliò una dopo l’altra tutte le gazzette: o rimanevan
prudentemente mute come la seconda, o inveivano in modo minaccioso,
come la prima, contro il vecchio Ministro e contro il sistema delle
repressioni arbitrarie.
Aurelio Imberido levò gli occhi da quei fogli e li fissò pensosi e
corrucciati in alto, nello spazio. — In verità il fatto era molto
grave: quei circoli socialisti esercitavano un’influenza formidabile su
le popolazioni incólte, attiravano a sè ogni giorno nuovi proseliti;
da quei circoli veniva pubblicamente impartito l’insegnamento della
ribellione, e già in due o tre borgate la forza aveva dovuto accorrere
per sedare i tumulti improvvisi della plebaglia; i capi di quei circoli
predicavano alla piazza l’odio contro le classi dirigenti, l’iniquità
dei privilegi e dei diritti legali, la necessità di distruggere la
famiglia, la patria, la proprietà. Sospinti da una cieca fede, animati
d’una straordinaria attività, essi correvan la campagna, propagando
dovunque il contagio del malcontento, solleticando gli appetiti con
le più insinuanti promesse, rimovendo gli istinti brutali nelle anime
semplici e inconsapevoli. Non era bene, non era giusto che un uomo
di Governo troncasse in tempo la pericolosa propaganda, cercasse
d’impedire con qualunque mezzo l’opera funesta di quei fanatici untori
d’una novella pestilenza?
Il giovine restò un istante perplesso, prima di rispondere. Altra
volta, egli medesimo avrebbe forse acerbamente combattuto una sì aperta
offesa portata alla libertà individuale. «La funzione dello Stato»
egli aveva scritto «deve esser sempre più ristretta e limitata, in
una nazione veramente civile.» E ancora: «L’evoluzione delle società
tende all’emancipazione totale dell’individuo dalla tutela e dalla
tirannia dello Stato. Solo in un regime d’assoluta libertà, i forti
e i meritevoli avranno ragione dei deboli e degli indegni; e solo per
mezzo della libera concorrenza per la vita, la razza potrà progredire
e raggiungere la sua perfezione.» Come mai dunque inconsciamente, aveva
egli approvato la disposizione illiberale del Ministro? Era forse stato
anche lui un rètore in passato? O la sua bella serenità era andata
miseramente perduta a traverso gli anni e gli eventi?
«Bisogna esser pratici!» egli si disse d’un tratto, vincendo i suoi
scrupoli di coerenza. «Non è più il tempo di proseguire serenamente
un ideale. Bisogna difendere la realità ch’essi minacciano; difendere
la nostra casa ch’essi appetiscono, la patria ch’essi rinnegano, la
stessa anima nostra ch’essi vorrebbero violentare. Verrà un giorno
in cui, approfittando della libertà che fu poeticamente largita e
conservata, essi imporranno su le nostre spalle il giogo più ignobile,
insulteranno trionfanti la verità e la bellezza, vorranno chiudere a
forza il cervello d’ogni uomo in una scatola angusta e uniforme! Che
ci varrà in quel giorno d’essere stati fedeli alle nostre massime,
d’aver proseguito sereni e superbi il nostro puro ideale?» Una folla di
pensieri fece ressa d’improvviso nella sua mente: fu in un colpo come
l’accensione d’infinite scintille, spente da tempo immemorabile. Egli
rimase, trasfigurato in viso dallo stupore, con gli occhi fissi in alto
nello spazio, sentendo la gran luce diffondersi dentro di lui, sentendo
l’anima inondata e ravvivata da quel caldo getto d’idee, che sgorgava
veemente e inatteso come da antiche sorgenti inaridite.
Oh, finalmente egli riviveva! Finalmente usciva dalle nebbie del suo
tenero sogno e dalle tenebre del suo tragico letargo, e rientrava
nella vita, con lo stesso ardore di fede, con gli stessi entusiasmi,
con la medesima volontà d’un tempo! Che aveva fatto in quegli ultimi
mesi d’ozio, di trepidanze e di dolori? In che attorti sentieri s’era
smarrito, alla ricerca d’un bene ignoto e forse insussistente? Come non
aveva saputo discernere la via di salvazione? — Quella, quella era ben
la sua via; questo era il suo ufficio: agire, lottare, appassionarsi
nella mischia degli uomini, conoscere in tutta la sua intensità
l’ebrezza dell’apostolato e della dominazione. «Combattere per un’idea,
o sia pure per un sogno,» aveva detto, «ecco l’opera che sola affranca
dalla umiltà delle nostre origini e fa men grave la coscienza della
nostra vita precaria.» Tale era la Legge; e dalla Legge doveva venire
il prodigio; con la Legge soltanto sarebbe incominciata per lui la
nuova esistenza.
Già troppo egli s’era concesso e compiaciuto nelle afflizioni:
troppo aveva languito e pianto su le cose vane e irrimediabili. Il
dolore che abbatte, che assorbe, che uccide non è virile; e misero è
quell’uomo, cui lo spettacolo solenne della Morte e l’austero senso
della solitudine non infondono una forza e una speranza maggiori. Il
cordoglio e la rinuncia non gli rendevano il Passato e gli toglievano
l’Avvenire! Occorreva dunque volger gli occhi e tender gli orecchi
altrove.
Un improvviso entusiasmo l’assalì. Il suo spirito erasi liberato dai
fantasmi, aveva disperso i vapori che l’attorniavano. Pareva che un
altro principio di vita fosse entrato in lui: pareva che qualcuno fosse
uscito da lui, furtivamente, e avesse portato seco il triste fardello
delle debolezze, degli scoramenti, delle disperazioni. Senz’indugio,
egli provò il bisogno di concentrarsi, di mettersi all’opera,
d’organizzare e di concretare le idee, che gli eran nate spontanee e
confuse dopo la lettura dei giornali. Non era in esse la materia d’un
articolo vivace e concettoso? Non era tempo di riprendere la penna,
di ritornare al suo posto di battaglia, alla direzione della sua
Rivista?... Oh, lo stupore de’ suoi amici, vedendolo ricomparire come
un risorto su la soglia di redazione, con in mano uno scritto pronto
per le stampe! Oh, l’alto grido di saluto e di giubilo, che lo avrebbe
accolto trionfalmente nella vasta stanza, tappezzata di manifesti
multicolori, pregna dell’odore acre e dello strepito delle macchine
vicine!
Un sorriso gli inarcò le labbra, forse il primo ingenuo e
schietto dopo il suo lungo errore. Egli s’abbandonò all’incanto di
quell’aspettazione; si lasciò avvolgere da quella lusinga che gli
pareva nuova. Ebbe la visione allucinante dei giorni futuri in cui
egli, affrancato dal peso dei funebri ricordi, da ogni estranea
influenza, da ogni triste soggezione, avrebbe ripreso il suo cammino
interrotto, come a traverso un’aria eroica, verso la Gloria. E,
indugiandosi nell’imaginare quel ritorno alle antiche abitudini, egli
sentì nascere in sè e dilatarsi un fervore ineffabile, misto d’orgasmo
fisico, d’orgoglio spirituale, di confuse aspirazioni; un fiotto
di poesia gli eruppe dall’intimo empiendogli l’anima di luce e di
freschezza. Era una febbre, un’impazienza senza nome: gli tardava di
ritrovarsi là, nella stanza nota e favorevole, dove aveva passato il
periodo più intenso di sua vita; gli tardava di rivedere gli amici, di
stringere le loro mani nelle sue, di parlare, di discutere, di agire...
A capo alto e raggiante nel viso, Aurelio uscì nella via. Certo, egli
si sarebbe sùbito diretto verso la redazione della Rivista, se non lo
avesse trattenuto il pensiero che in quell’ora il luogo era deserto
e la porta chiusa. «A domani!» si disse. «E questa notte stessa, al
lavoro!»
Accese una sigaretta. S’incamminò a passi tardi lungo il Corso verso la
piazza del Duomo. La notte autunnale era tepida, molle, attraversata
appena da languidi moti di brezza. Su la città, già invasa dal sonno,
si slargava un bel chiaro di luna, illustrando da un lato i prospetti
delle case che parevan tutti di marmo, stendendo ampii tappeti d’ombra
su i prospetti opposti dove tremolava timidamente la luce delle lampade
elettriche. Nelle strade ogni animazione era cessata; qualche rara
carrozza passava ancora a lunghi intervalli; pochi gruppi di viandanti
macchiavano qua e là i lastrici, e le loro parole s’udivano distinte
nel silenzio.
In quella gran pace il giovine procedeva assai a rilento. L’aria
libera, gli effluvii sapidi della notte, lo spettacolo bianco e
monumentale avevano a poco a poco temperato la sua prima febbrile
eccitazione; gli avevano infuso nell’anima un senso di calma e di
benessere. La mente, stanca del gran volo improvviso e concitato,
languiva; il cuore non palpitava al soffio della più lieve memoria;
egli guardava, ascoltava e s’obliava.
Come giunse alla svolta della via, una prodigiosa visione l’arrestò:
la immensa mole del Duomo, circonfusa d’un’atmosfera di sogno, s’ergeva
candida, delicata, chimerica su dall’ammasso nero delle case in ombra.
Egli restò maravigliato ed estatico a contemplare il miracolo. Nel
chiaror blando della luna, l’armonia della basilica appariva più
limpida e più pura: i contorni tormentosi si fondevano, le linee troppo
nette s’addolcivano, i rilievi sfumavano in una trasparenza semplice di
velo. Quell’accordo audacissimo d’archi acuti, di sagome, di cuspidi,
di fregi, di fiorami e di fogliami, di statue e di mostri, si rivelava
nella sua vera luce, pallido in un pallore uniforme, incerto su un
cielo a pena luminoso, etereo e vasto e lontano come il pensiero che
l’aveva creato. Era un paesaggio fantastico campato nell’aria quello
che si vedeva bianco là sopra le case oscure, una foresta d’alberi
favolosi cresciuti al bacio come di qualche ignoto sole moribondo, un
cimitero di mitici eroi segnato non dalle umili croci ma dai pinnacoli
superbi raggianti in guisa di spade verso l’immutabile vanità degli
spazii.
Una voce prossima trasse il giovine dalla sua contemplazione.
— Buona sera, Aurelio!
Egli si volse, non avendo riconosciuto la voce. Un giovine
elegantissimo nel lungo soprabito aperto, che lasciava vedere l’ampio
sparato della camicia e l’abito nero, si fermò, retrocedette di qualche
passo, venendogli incontro.
— Oh, Vincenzo! — esclamò l’Imberido; e gli stese con un atto cordiale
la mano.
Era il conte Sforza, quel cugino materno che era accorso a Cerro dopo
la sua sciagura.
— A Milano, tu, di questi tempi? — soggiunse Aurelio, poi che l’altro
lo guardava muto, sorridendo.
— Certo, a Milano; ma, grazie a Dio, per un giorno solamente. Domani
mattina sarò di ritorno a Varese per le corse: ho i miei migliori
cavalli iscritti, due nuovi superbi acquisti fatti nel mio ultimo
viaggio a Parigi; ed ho anche una bella somma in gara.
Lo Sforza parlava piano, in dialetto, mordendo forte la erre, per vezzo
non per difetto di pronuncia.
— Augurii di vittoria e di fortuna!
— Grazie, grazie! Ho buone speranze. Ma tu, tu che fai qui? — chiese il
cugino a sua volta, cambiando tono, fissando con attenzione l’Imberido
negli occhi.
— Nulla. Mi rattristo e mi annojo. Vorrei, dovrei mettermi presto al
lavoro...
— Povero Aurelio! Capisco! La è dura! — esclamò l’altro, con accento
di sincero rammarico. Aggiunse, dopo una pausa: — E pensare che tutto
questo.... lo devi a tuo padre, che aveva le mani bucate come le
mie!...
L’Imberido, non avendo afferrato sùbito il pensiero del cugino, ebbe un
sussulto subitaneo e levò il capo orgogliosamente.
— Non m’hai compreso, — disse con la voce alquanto alterata. — Vorrei,
dovrei lavorare; ma per distrarmi, per togliermi alle tristi memorie,
per non essere ozioso e inutile....
Lo Sforza fece un gesto vago, indifferente, annuendo con il capo e
abbassando gli occhi a terra.
Tacquero un poco entrambi.
— M’accompagni? — chiese l’altro in fine. — Vado in Monte Napoleone
da donna Bice Ferrati. Sono scappato dalla Galleria per non farmi
schiacciar le ossa... C’è una mezza rivoluzione stasera in Milano...
— Una mezza rivoluzione?
— Ma sì, le solite buffonate! Un branco di monellacci che urlano:
«Evviva! Abbasso!», un nuvolo di guardie e di carabinieri, una fanfara
che stona maledettamente, una folla di curiosi.... Per un po’, mi son
divertito; ma poi la ressa cresceva, il clamore diveniva assordante, e
ho pensato meglio di prendere il largo.
— È strano. Qui non si sente nulla.
— Ascolta! — interruppe lo Sforza, indicando la piazza del Duomo. — Non
odi?
Ascoltarono entrambi. Veniva in fatti da lontano a ondate, sul vento,
un brulichìo, un ronzìo confuso, come sotterraneo, e di tratto in
tratto qualche suono fesso di trombe.
— Io vado a vedere, — annunziò l’Imberido, punto dalla curiosità,
agitato da un desiderio oscuro di sfidare l’urto della Folla, di
conoscere da presso l’implacabile nemico.
— Dio ti salvi le ossa! Io vado in più spirabil aere: per sorbire un tè
eccellente e per fare un po’ di maldicenza. Buona sera, Aurelio.
— Buona sera, Vincenzo.
— Ricòrdati: in novembre la mamma sarà a Milano: vienla a salutare. Le
farai molto piacere.
— Grazie. Addio.