un gesto vago d’assentimento.... si ritirò ancora in punta di piedi nel
suo angolo oscuro.... ricadde costernato su la sedia, afferrandosi il
capo che bruciava tra le palme gelate. Il sospetto tremendo aumentava
continuamente dentro di lui: egli s’esaltava. La camera era fosca,
irriconoscibile; il volto dell’inferma assumeva nella sua fantasia
l’apparenza d’una spaventosa maschera di cera sul pallor della tela; e
la sua contemplazione prolungata diveniva tragica, poichè egli sentiva
nell’aria, sopra quel volto, la presenza della Morte invisibile.
Tutta la sua anima era sospesa al respiro di lei, che strepitava in
una corsa matta, come un congegno guasto che il freno non regga più e
stia scaricandosi per ristare d’improvviso e per sempre. Egli pensava
con raccapriccio: «Ella non dorme. Quel letargo greve e affannoso
non è sonno, è coma. L’asfissia è incominciata: ella non si sveglierà
più.» Cercava di scacciare da sè il sospetto.... d’illudersi un poco
ancora... di credere cecamente alle apparenze tranquille ch’erano
intorno a lui, «Dorme,» si diceva; «non ha accusato alcuna sofferenza
prima d’assopirsi. Io mi spavento senza ragione.» Ma le parole
confortevoli risonavano senza eco nel suo cervello; e quelle paurose le
soverchiavan sùbito, più forti, più convincenti, più imperative, come
proferite al suo orecchio da un estraneo che non poteva ingannarsi.
Un tempo incalcolabile passò, senza che avvenisse un movimento nella
camera dolorosa. Pioveva.... pioveva sempre. Si udiva il rombo cupo
della pioggia su la campagna oscura.... si udiva lo strepito delle onde
contro la spiaggia.... Di tratto in tratto un baleno muto rischiarava
le vetrate, rivelando un paesaggio grigio, informe, spugnoso a traverso
i fili lucidi dell’acqua cadente.... Nel suo angolo, Flavia a poco a
poco s’era addormentata.... L’inferma rimaneva nella sua compostezza
immutabile.... e il suo respiro, accompagnato da un gorgoglio liquido
nella gola, continuava senza tregua, rapido e anelante, prevenendo
i battiti regolari del pendolo.... La campana della chiesa sonò
lungamente la mezzanotte.... l’orologio nella stanza la ripetè
lungamente sùbito dopo.
Quando il giovine s’accorse che anche Flavia dormiva, si levò
in piedi di nuovo, s’avvicinò con passo furtivo al letto, giunse
inavvertito presso al capezzale.... Toccò la fronte dell’inferma....
era fredda e un poco madida!... Le prese il polso.... era di gelo,
e l’arteria batteva a pena, ora agitata ora lentissima!... Si
rialzò, inorridito.... Si passò una mano su i capelli, con un gesto
di smarrimento supremo.... — Era possibile? Era possibile? — Un
terrore subitaneo lo irrigidì, gli agghiacciò il sangue, gli offuscò
l’intelletto. Tutto era oscurità e silenzio: egli non sentiva più,
non vedeva più, non pensava più.... Parvegli veramente in quel punto
che fosse la fine del mondo.... ed era la fine del mondo, ma non per
lui!... Restò qualche istante immoto, attonito, ottenebrato d’avanti
all’avola, che al suo contatto non aveva dato un segno di vita.... Poi
la chiamò.
— Mamma!
Più forte la chiamò una seconda volta.
— Mamma!
La scosse, la chiamò una terza volta quasi con un grido.
— Mamma!
La voce nel silenzio notturno ebbe un suono così strano, ch’egli si
volse spaurito a riguardare, come se qualcuno avesse gridato con lui
dietro le sue spalle. La camera era quieta, e sembrava deserta....
Flavia, morta di fatica, non s’era risvegliata, e nell’ombra densa era
quasi invisibile.... Egli si sentì solo, assolutamente solo di fronte
al mistero: gittò un ultimo sguardo obliquo all’inferma, immobile sul
letto come una statua di cera; e, pazzo di dolore e di sgomento, si
precipitò in corsa fuor della stanza.
Le tenebre eran fitte sotto il portico.... si vedeva soltanto,
dall’altro lato, fumigare il lucignolo votivo d’innanzi all’icona
miracolosa.... Aurelio si diresse risoluto verso la porta della
scala.... discese brancicando fino al cortile.... l’attraversò a passo
concitato, senz’accorgersi dell’acqua che gli pioveva in testa...
Anelante, con le arterie che gli battevan su le tempia quasi colpi
di martello, entrò nella sala da pranzo ch’era buja, fredda, umida
come una grotta. Non pensò d’accendere un lume.... si lasciò cader di
peso sopra il divano.... — Tutto era finito! Le tristi previsioni del
medico s’erano avverate: il cuore non aveva potuto oltre resistere
agli immani sforzi di quei giorni, e l’asfissia era incominciata: sua
nonna moriva! Ogni speranza omai era vana; ogni illusione, dispersa;
la vita gli si stendeva, d’avanti agli occhi sbarrati nell’ombra,
arida, tetra, desolata, infinitamente. Che cosa gli restava da fare?
Attendere rassegnato la fine? Così solo, gli pareva impossibile: gli
pareva superiore alle sue povere energie. Partire, fuggire? Ma come,
a quell’ora? e chi, chi dunque avrebbe poi pensato al resto? — La
sofferenza diventava orribile.... Egli non sapeva risolversi a nulla,
e provava il bisogno istintivo di muoversi, d’agire, di sottrarsi a
quell’inerzia fatale che gli pesava sul cuore come un rimorso. Per
un attimo, un’idea gli attraversò il cervello: quella di correre
alla casa parrocchiale, di svegliare il prete, di chiamarlo sùbito
per l’estrema unzione della morente. Non ebbe tempo di considerarla:
l’idea passò ratta come un lampo, e si confuse nel tumulto delle altre
idee che sopraggiungevano. Egli la dimenticò. — E se fosse disceso da
Ferdinando? Se lo avesse mandato in tutta fretta a prendere il medico?
— Ohimè, era tardi, era troppo tardi; e anche prima, sarebbe stato
inutile. Gli uomini non potevano opporsi alla volontà del Destino; ed
era scritto, come in un libro infallibile, che sua nonna dovesse morire
in quella medesima notte!
Tutto era fatale! Tutto era irreparabile! Bisognava aspettare,
rassegnarsi e soffrire. Ed egli s’abbandonò intero al suo dolore,
come un naufrago, allo stremo delle forze, si concede alla corrente
impetuosa che lo travolge. Seduto sul divano, con la testa, che ardeva,
stretta tra le palme gelide, pianse, pianse a lungo, senza più saperne
il perchè; cercandolo dove non era, nei tristi ricordi, nelle delusioni
patite, negli sconforti che l’avvenire gli riserbava. Poi non avendo
più lacrime, si mise a singhiozzare, a ripeter forte il nome adorato,
a invocare come un bambino smarrito la madre assente — quella povera
creatura omai sorda e muta che rantolava lassù tra gli ultimi spasimi
d’un’agonia senza coscienza.
Rimase così non seppe quanto, avvolto nell’oscurità che i baleni a
intervalli debolmente rischiaravano. Un brontolìo di tuono lontano,
qualche rovescio veemente di pioggia o di grandine rendevano il
silenzio più sensibile e più pauroso. D’un tratto una finestra si
spalancò con un fragore formidabile, e una folata di vento invase la
sala, sollevando tende e tappeti, trascinando a terra alcuni giornali
spiegati che parvero alla luce d’un lampo pallidi spettri fuggenti.
Aurelio si alzò di sbalzo, in preda all’orrore; ricadde tosto sul
divano, senza poter fare un passo, imprigionando ancora disperatamente
il capo tra le palme.
Fu scosso dal romore della porta che s’apriva. Flavia apparve livida,
convulsa, agitatissima, con il lume stretto in pugno.
— È mezz’ora che la cerco, — disse con la voce alterata. — Mi ha tenuto
tanto in pena!...
Poiché il vento minacciava di spegnere la fiamma, ella depose il
candelliere su la tavola e corse a richiudere la finestra.
Aurelio non s’era mosso, non aveva levato la testa: l’aveva
riconosciuta e, supponendo ch’ella venisse a comunicargli la cosa
tremenda, era rimasto con il viso nascosto, con l’anima chiusa come per
difenderli da un colpo mortale.
Flavia ritornò indietro, venne presso di lui, gli si fermò d’innanzi,
più calma, fissandolo con uno sguardo umido di pietà.
— Ma perché fa così, signor Aurelio? — disse dolcemente, dopo una
pausa. — Perchè scoraggirsi a questo modo?
— È morta? Dica: è morta? — egli chiese d’improvviso con la voce rôca,
senz’alzare il capo dalle mani.
— Ma no, Dio mio, no! Dorme, dorme sempre. È tranquilla. Ciò che più
m’addolora è veder lei così debole, così afflitto, così disperato! Son
giorni terribili, lo so; ma passeranno, vedrà, passeranno. Donna Marta
guarirà, tornerà sana e lieta; si stenderà un velo d’oblio su queste
tristezze. Ma se lei non reagisce, se s’abbandona così allo sconforto,
finirà per ammalarsi a sua volta, e darà altri giorni d’ansie e
d’apprensioni alla sua nonna e.... a chi le vuol bene!.... Su via, mi
guardi! Mi lasci veder la sua faccia!...
Il giovine sentì le dolci parole passar su l’anima assiderata, perduta
nelle nebbie alte del dolore, come un soffio tepido di primavera che
disciolga i ghiacci d’una vetta. Il singhiozzo rincominciò più fitto,
irresistibile. Un nodo di commozione gli strozzò la gola, ed egli ruppe
di nuovo in pianto, violentemente.
— Ma no!.... Perchè piange, adesso? Ma perchè? Mio Dio! Non faccia
così!... Aurelio!... La supplico.... Aurelio! Aurelio!...
Ella lo chiamava, ella lo pregava inutilmente. A ogni sua esortazione,
il singulto aumentava, le spalle sussultavan più forte negli spasimi
del convulso; e le lacrime in tanto continuavano a sgorgare copiose di
tra i cigli, scendevano a rivi per le gote, piombavano a una a una su
la terra nuda, come gocce di sangue.
— Aurelio, per pietà, m’ascolti! — ella gridò, con un brivido di
tenerezza irresistibile; e non sapendo che fare, si chinò, si protese
verso di lui, e gli afferrò con ambo le mani gli òmeri sussultanti.
Il singulto cessò d’improvviso. Egli scoperse la faccia tutta madida,
solcata dai segni delle dita, sformata dalle sofferenze atroci, con la
bocca viscida, con le palpebre gonfie e infiammate. La guardò come non
la riconoscesse, attonito e smarrito come uno che abbia portato a lungo
la benda su gli occhi.
Ella era china su lui, appoggiata alle sue spalle, e gli sorrideva
dall’alto tenuamente, con un sorriso ambiguo di pena e di beatitudine,
tra materno e inamorato, insostenibile e affascinante come un bagliore.
Si fissarono così un tempo indefinito senza muoversi, senza parlare,
comunicandosi con le pupille i loro pensieri ch’erano immensi e
ineffabili, tendendo le loro anime su cui pesava tutta la mestizia e
tutto il mistero delle umane miserie. Nello sguardo della donna era
come una promessa, e nello sguardo del giovine era quasi un desiderio.
E a grado a grado il dolore dell’uno divenne il dolore dell’altra;
e la pietà di questa divenne la pietà di quello; e le loro due vite
segrete, sempre disgiunte, aderirono, si sciolsero, si confusero in un
sentimento unico d’una grandezza muta ed esclusiva. Essi rimasero soli,
in una solitudine senza confini, fuori del tempo e dello spazio, fuori
della realità, nel nulla.
E d’un tratto ella piegò, come vinta da un languore subitaneo, cadde
con i ginocchi a terra, e s’abbandonò tutta quanta sul petto di lui,
singhiozzando. Aurelio sentì il contatto molle del suo corpo, sentì
il profumo sottile de’ suoi capelli, vide qualche cosa oscura passar
d’avanti ai proprii occhi. E senza poter parlare, soffocato da un
accesso violento di commozione, s’aggrappò a lei con le braccia
disperatamente per il bisogno istintivo di vivere, di salvarsi,
d’uscire alfine all’aria libera da quell’onda mortifera che lo
sommergeva e l’annegava... E così stretti, mescolarono insieme le loro
lacrime, piangendo in vano su la sorte di colei che si dipartiva e
fors’anche su quella più triste di coloro che dovevan venire!
Egli primo si rialzò; egli primo riebbe negli occhi la luce e fece
attenzione alle cose circostanti. La candela ardeva su la tavola, e
la fiamma era immobile, acuta come una punta d’oro. La pioggia pareva
cessata; nel silenzio imperturbato dell’alta notte il suo orecchio
percepì il lamento lontano d’un gufo nella pineta. Egli contemplò per
alcuni istanti la fanciulla prostrata a’ suoi piedi, che ancora qualche
raro singulto scoteva; e poi d’improvviso le strinse la testa fra le
mani, glie la rovesciò indietro, le soffiò in volto l’impeto folle
della sua passione:
— Ma tu mi ami, dunque? Tu mi ami? — le domandò, investigandola da
presso nelle pupille lacrimose.
Ella esitò un poco, con la fronte corrugata, come chi considera e
risolve rapidamente. Poi agitò il capo, parve illuminarsi tutta nel
supremo abbandono, e rispose forte e sicura:
— Ti amo! Ti amo! Darei la vita per vederti felice!
— Ma se tu mi ami.... — egli gridò con un accento indefinibile di
strazio, di desiderio e di terrore, insortogli chi sa da quale profondo
abisso dell’anima.
Non potè proseguire con le parole. Ma gli occhi espressero bene con
il loro lampo bieco, selvaggio, terrifico il suo pensiero disperato di
felicità e d’oblìo: «Se tu mi ami, porgimi la tua bocca, cingimi con le
tue braccia, fammi dimenticare tutto in un tuo bacio! Prendimi e fammi
felice, poichè il dolore è inutile, e questa vita miserabile non merita
che si soffra un’ora pe’ suoi destini!»
La donna da quel lampo intese l’invito fatale, e si sgomentò.
— Andiamo, Aurelio! — disse ritraendosi dolcemente, ritornata padrona
di sè stessa, già fatta cauta e previdente dal pericolo, già sorretta
da un intuito chiaro della propria convenienza. — Andiamo di sopra! Se
la mamma si sveglia e non ci trova... Vieni!
Si rialzò, gli offerse sorridendo la mano. Egli la prese, e si lasciò
trascinare da lei passivo e taciturno, quasi caduto in uno stupore
profondo. Così la Coppia novella, legata dal nodo simbolico d’Amore,
s’avviò lenta nella oscurità, avvolta come da un nimbo irreale, verso
la stanza funesta dove la Morte aspettandola indugiava.
XI.
SOLO.
Appoggiato con le braccia al davanzale della finestra nel suo studio
in Milano, Aurelio Imberido contemplava malinconicamente la via
popolosa ancora un po’ dorata dai riflessi del sole cadente. Sul corso
Venezia e sul corso Vittorio Emanuele una moltitudine di carrozze
e di tranvie passava in corsa; e il romorìo confuso e ininterrotto,
dilatandosi in torno, giungeva fino all’estremità di via Monforte,
a pena attenuato. Un piccolo treno, di là dei cancelli del Dazio,
fischiava e scampanellava ostinatamente, avanzando lentissimo lungo la
strada di circonvallazione, che alcuni veicoli carichi di masserizie
attraversavano a fatica; le voci dei conduttori si udivan distinte
tra gli scocchi delle fruste incitare aspramente i cavalli con le
bestemmie, con le ingiurie, con gli urli. Nell’appartamento di fronte
alla finestra dell’Imberido si procedeva con alacrità all’opera di
sgombero; e le stanze apparivan già quasi vuote, in un nuvolo fitto
di polvere, con le tappezzerie lacerate, con le poche suppellettili
rimaste, radunate a cumuli negli angoli. In basso, d’avanti alla porta,
un enorme carrozzone giallo attendeva, intorno al quale una torma di
facchini s’affaccendava silenziosa, mentre altri uscivano di continuo
dalla casa con qualche mobile su le spalle.
Aurelio guardava triste quello spettacolo intenso, quella smania
febbrile di mutamento e di lavoro che agitava la grande città senza
una tregua, dal mattino fino alla notte. A che si affannavano codesti
uomini laggiù? Che insani desiderii, che vili ricompense, che stolte
ambizioni li urgevan dunque così, a logorarsi l’esistenza, a disperdere
il tempo fuggitivo, a ritardare l’unica dolce ora del riposo? La vita
ferveva dovunque inarrestabile, come prima, come sempre; e il dolente
ne ricercava in vano le ragioni e gli scopi. In fondo a lui era quel
senso lucido dell’inutilità d’ogni cosa, quell’apatia serenamente
desolata e quasi superba, che infonde negli spiriti sensibili, proclivi
alle meditazioni astratte, l’idea della morte fissa nel centro della
loro intelligenza. Egli si sentiva lontano da codesti uomini attivi
e spensierati, come se li avesse veduti da una vetta altissima in una
valle profonda; essi parevano a lui uno sciame di formiche minuscole
e industriose, costrette a una perpetua fatica da un istinto oscuro:
i loro pensieri, i loro sforzi, i loro intenti gli erano estranei e
quasi inesplicabili. Egli provava per costoro un sentimento complesso,
insieme di maraviglia, d’indulgente superiorità e di compassione
amara, molto simile a quello che avrebbe avuto in cospetto d’un avaro
decrepito e infermo, che patisse la fame per rimpinzar di monete il già
colmo forziere.
Il piccolo treno si celò dietro le mura, sempre fischiando e
scampanellando; i veicoli carichi di masserizie s’allontanarono
per il viale della Concordia verso l’aperta campagna; altri carri
sopraggiunsero, s’incrociarono, disparvero. Man mano che il tramonto
s’approssimava, il movimento cresceva nella città e nel suburbio:
frotte di lavoratori passavano in fila, di ritorno dagli opifici o
dalle botteghe; coppie d’inamorati s’affrettavano impazienti alla volta
dei bastioni o dei pubblici giardini; gruppi di borghesi azzimati e
tranquilli uscivano dalle dimore per l’abituale passeggiata avanti
pranzo.
Il giovine, immobile alla finestra, pareva non saziarsi dello
spettacolo. Osservò attentamente un cocchio padronale, che sbucò con
gran fragore dall’androne sottostante e si diresse al trotto di due
sauri focosi verso il Corso, portando una giovine donna e un bimbo
ricciuto e biondo. Vide dopo poco un convoglio funebre spuntare tardo
e nero su la strada esterna. La sua tristezza s’aggravò: egli piegò il
capo come oppresso da una memoria crudele, e con le mani furtivamente
si terse gli angoli degli occhi dove già due lacrime luccicavano.
— Povera nonna! — mormorò con accento d’infinito sconforto.
E seguì con gli sguardi, fin che gli fu dato, quel feretro miserando,
che dietro trascinava altri dolori, altre disperazioni a traverso la
città impassibile, indurita alle scene dei lutti, distratta dalle opere
e dalle vanità della vita.
Quando il sole esulò anche dai fastigi più alti delle case, Aurelio si
ritrasse, rientrò nell’ombra della stanza, s’abbandonò su una poltrona
d’avanti allo scrittojo sgombro d’ogni carta. Egli si sentiva vacuo,
stanco, svogliato: non un desiderio, non un’intenzione, non un impulso
pungevano la suprema inerzia del suo spirito. Che fare? Dio mio, che
fare? I giorni erano eterni; le ore, interminabili; lenti lenti, i
minuti. E la sua anima pareva cristallizzata in una forma immutabile,
su cui il tempo scorresse pigro e lieve senza lasciare la benchè minima
traccia. Che fare? Mio Dio, che fare? Tutto omai gli era indifferente;
tutto gli sembrava inutile; la sua stessa persona non aveva esigenze,
non provava bisogni, non richiamava su sè stessa, con un sol palpito
passaggero, la sua attenzione costantemente fissa nel nulla. Lavorare;
e perchè? Correre in cerca d’uno svago, d’una distrazione, di
compagnia; e con qual costrutto? Nessuna cosa al mondo più non gli
sorrideva; egli si guardava d’intorno e non vedeva che il fondo delle
varie apparenze per mezzo a cui passava. E il fondo era grigio, senza
luci e senza ombre, uniforme e tedioso come un deserto sconfinato di
sabbie.
Da quindici giorni questa era la sua vita; da quindici giorni, egli
languiva così in un ozio schiacciante, nella casa paterna che le
imagini de’ suoi maggiori, appese alle pareti, rendevan simile a
una critta foderata di lapidi: — solo, assolutamente solo, smarrito
nella foresta degli uomini, incapace e sdegnoso di trovare una via di
salvezza o un luogo tranquillo di rifugio.
Nella vecchia casa, le memorie sorgevano da ogni parte; una moltitudine
di fantasmi leggeri e mormoranti si levava incessantemente intorno
a lui e veniva ad assediarlo. Era tutta la sua adolescenza, che gli
si riaffacciava in un velo di sogno, idealizzata da un sentimento
superiore, circonfusa come da un’aureola tenera di poesia e di
malinconia; era tutta la sua vita che usciva a brani dispersi da quegli
oggetti ben noti, evocata da una forma, da un suono, da un profumo
indistinto; erano i fiori più ingenui dell’anima sua, poveri fiori
omai secchi e a pena riconoscibili, che gli riapparivano d’improvviso
in qualche angolo dimenticato, nei tiretti polverosi, nelle casse
chiuse da tempo. E insieme con i suoi ricordi si confondevano i
ricordi altrui, i ricordi anche più tristi e suggestivi di coloro che
lo avevano preceduto: talvolta per le stanze deserte e silenziose
pareva a lui che vagassero ancora le figure de’ suoi consanguinei
scomparsi, richiamate a una vita incorporea dalla stabilità delle cose
circostanti.
Il luogo in fatti non era quasi in nulla mutato da venti lunghi anni,
da quando il conte Alessandro, scacciato a forza dal palazzo avito,
era venuto con lui e con la vecchia ad abitarlo. La camera dov’egli
dormiva era la medesima in cui suo padre era morto: i mobili antichi
e sontuosi, che ornavano le sale, i grandi quadri e gli arazzi, che
coprivano le pareti, eran nell’ordine preciso in cui il padre aveva
voluto disporli; i piccoli oggetti muliebri, sparsi un po’ dovunque,
attestavano la recente presenza dell’avola in tutte quelle stanze,
ch’egli partendo aveva lasciate l’ultima volta con lei! Come poteva
egli dissociare l’imagine dell’assidua compagna dalle cose ch’ella
aveva guardate o toccate, — dal luogo familiare, in cui egli l’aveva
sempre veduta? Veramente, ella esisteva ancora per lui come prima,
più di prima. Dal dì del suo ritorno a Milano, egli ne aveva sentita
la vicinanza in ogni ora, come se l’avesse ricondotta viva con sè e
non rinchiusa in una cassa eternamente chiodata. E l’illusione era
in lui così forte, che bastava talvolta il più piccolo romore in una
stanza contigua, il fruscìo d’una tenda, lo stridìo d’un tarlo, la
scricchiolata d’un mobile, per farlo volgere d’improvviso, con il cuore
in sussulto e l’anima sospesa, quasi aspettandone l’apparizione dalla
soglia oscura.
Abbandonato su la poltrona, Aurelio guardava ora fissamente un
ritratto, appeso sul muro, di fronte a lui. Era l’effigie d’una donna
giovinissima, non bella, ma illuminata da una strana fiamma di volontà
e di passione nei vasti occhi neri, nella linea ferma della bocca,
su la fronte convessa che ingombravano due folte ciocche di capelli
notturni, cadenti a onde da una scriminatura mediana fin su le tempie
e su gli orecchi. Fuor dall’ombra cupa dello sfondo, il volto un po’
pallido, il collo di cigno e i nudi omeri arcuati spiccavan bianchi
nella rara luce, come uscissero in rilievo dal quadro. L’imagine
raffigurava donna Marta Imberido cinquant’anni prima, sposa novella,
nel pieno rigoglio della sua giovinezza; ed era l’opera d’un artefice
squisito, che aveva saputo infondervi con maestrevoli segni l’evidenza
dell’anima e della vita.
Aurelio, immobile e come affascinato, non poteva distoglier gli sguardi
da quel ritratto dove convergevano gli ultimi riflessi del tramonto.
— Era mai l’avola sua stata così?... Oh, il tempo, il tempo! Come
l’aveva mutata! Come l’aveva distrutta! Come tutto muta e distrugge
il tempo!... Quella figura amabile, fresca, adolescente egli non
riserbava pur tra le memorie fioche della sua infanzia; e certo non
avrebbe potuto riconoscerla, se gli si fosse offerta in quel momento
per la prima volta alla vista. Egli dell’avola ricordava un altro
aspetto, tutt’altro aspetto: la imaginava curva, bianca di capelli,
con il labbro di sotto che soverchiava quello di sopra, con la pelle
avvizzita, il collo rugoso, le iridi anche più larghe, attraversate da
sprazzi di follia.
Eran dunque la medesima persona quella che gli si presentava d’innanzi
reale, e l’altra imaginaria ch’egli vedeva con gli occhi dell’anima?
Potevano essere così diverse nelle apparenze, così disgiunte nel tempo,
una sola persona? Il giovine non riusciva a riunirle, a fonderle nella
sua mente, ad afferrarne la personalità unica e continua a traverso
due differenti età; per quanto cercasse, non trovava una rassomiglianza
anche lontana tra il fantasma e l’effigie, e contemplava questa, senza
che un palpito di commozione ne derivasse al suo cuore.
Ma il crepuscolo cadde e le tenebre della sera invasero a poco a poco
la stanza del solitario. Il ritratto parve retrocedere, rientrare nel
cerchio della cornice e rimanere come una figura affacciata a un vetro
un poco torbido. Le guance si riempirono d’ombre simili a incavi; i
capelli si confusero con il fondo neutro della tela: una vecchiezza
subitanea rese flaccida e smunta la nudità del collo e delle spalle.