ragionevole. Era per simpatia? Era per deferenza? Era per soggezione
o per vergogna? Bastava che Flavia si rivolgesse verso di lei,
perchè d’un tratto si ricomponesse, frenasse le sue irrequietudini,
dissimulasse sotto un pallido sorriso di persona stanca i suoi interni
tormenti. Quando la giovinetta si inchinava sul suo viso per baciarla
o le prendeva una mano per sentirne il battito del polso, i suoi
lineamenti contratti si rilassavano per incanto, sembrava ch’ella
provasse un gran sollievo, che le si comunicasse al solo contatto un
po’ di quella forza giovenile. Quando le porgeva le medicine, ella si
sollevava sùbito a sedere e le sorbiva in fretta, senza una protesta,
sogguardandola anzi con occhi gonfii di riconoscenza. Tal volta, come
il male le strappava un gemito incontenibile, ella si volgeva pentita
alla vegliante, e, se per caso incontrava il suo sguardo, mormorava con
la voce tanto mite:
— Ho parlato?... Non so.... Dormivo....
E socchiudeva tosto le palpebre, fingendo di riprendere il sonno
interrotto.
Aurelio rifinito dalle fatiche e dalle angosce di quei giorni, eppure
tenuto desto dall’insonnio nervoso, stava seduto in un angolo bujo,
e osservava. Era vero tutto quanto gli stava d’intorno? A lui pareva
di sognare: come in un sogno, in fatti, gli si presentava la camera
grande, che una candela posata in terra illuminava fantasticamente
dal basso in alto, rilevando le cose che di solito non eran visibili,
lasciando in un’ombra densa quelle altre a lui note. Come in un
sogno, la figura di Flavia si moveva continuamente tra quelle strane
apparenze, e non suscitava nei passi il benché minimo strepito: il
lembo delle sue vesti chiare era dorato dai riflessi della luce, ma
la sua testa si perdeva nell’oscurità ed era irriconoscibile. Egli,
ottuso dalla stanchezza e dall’immobilità, guardava, attonito e quasi
incredulo, intorno a sè: — era proprio la camera dell’avola, quella?
era Flavia, colei che gli passava d’innanzi in silenzio, più leggera
d’uno spettro?
Il giovine non poteva credere alla sua ragione; non poteva credere
alla stessa evidenza. A tratti le idee gli si confondevano, la realità
gli sfuggiva, e la fantasia dava alle sue sensazioni aspetti falsi,
difformi, inaspettati. Egli allora vedeva una donna nuova nella sua
casa, sola padrona e arbitra; la vedeva in una stanza sua aggirarsi,
frugare nei tiretti, cercare e trasportare le cose sue, accostarsi
sicura a un gran letto bianco, che nell’ombra grave imaginava deserto.
Quella era bene la sua donna; era la sua compagna, e quel gran talamo
bianco era il loro. Flavia o un’altra? Era Flavia, non poteva esser
che Flavia. Grandi fatti erano avvenuti, che ora non rammentava più;
ed egli l’aveva sposata!... L’ipotesi non lo sgomentava, anzi gli
dava un’impressione profonda di ristoro. Non era egli solo, triste,
abbandonato nel mondo, senza parenti e senz’amici? Aveva una donna
accanto a sè, che lo amava, che lo curava, che lo assisteva vigile e
solidale nelle lotte della vita....
Ma un gemito lieve o un fruscìo di coltri smosse venivan dal letto,
dove giaceva l’inferma; ed egli d’improvviso era richiamato al senso
esatto della realità. Allora un’irritazione amara s’impossessava
del suo spirito; una specie di rimorso gli feriva il cuore, da prima
fievole e confuso, poscia lucido e tagliente come una lama affilata: —
irritazione contro sè stesso, contro la sua debolezza che aveva evocato
un mondo chimerico in contrasto con tutte le sue ambizioni, con tutti
i suoi principii — rimorso per l’obliquo disegno riparatore, ch’egli
aveva già inconsciamente abbozzato, in presenza dell’avola ancor
viva. Oh, al risveglio, riflettendo, quel suo sogno di pace futura gli
sembrava abbominevole! Come, come aveva osato persuadersi e compiacersi
d’una simile supposizione? Non amava dunque sua madre? Non amava quella
povera creatura, legata a lui dai più sacri vincoli di sangue e di
consuetudine? — Sì, certo, egli l’amava, l’amava sopra ogni cosa al
mondo; avrebbe dato la vita per salvarla; sinceramente, sarebbe morto
felice prima di lei, pur di non vederla morire! E, non ostante il suo
verace affetto, aveva potuto in sua presenza adattarsi all’ipotesi più
tremenda, accettarne le conseguenze, ricercarne perfino i rimedii!...
La sua coscienza morale era profondamente rimorsa da queste idee:
egli si giudicava vile, egoista e perverso; egli si sentiva macchiato
da quelle speranze, ch’eran fiorite spontanee sopra le minacce
d’un’immensa sciagura. «Ella non morirà,» si ripeteva, per disperdere
i residui del sogno: «ella guarirà; ella deve guarire; qualche giorno
ancora, e lascerà il letto.» Ma in fondo a lui un altro pensiero si
moveva e s’imponeva alle vacue parole, ostinato, invadente: «Sarà così,
certo sarà così! Se anche dovrà morire, io mi rassegnerò, io continuerò
a vivere, io la dimenticherò.» E la previsione d’una siffatta necessità
lo sprofondava in uno scoramento infinito, più lacerante di qualunque
rimorso, più doloroso di qualunque cordoglio.
Ahi, miserabile carne, eternamente schiava dei proprii istinti
bestiali!.. — Egli ora vedeva il destino della Vita in una vasta
astrazione simbolica; vedeva il gran fiume scorrere, inarrestabile,
a traverso il tempo, a traverso lo spazio. Una goccia scompariva
assorbita dalle sabbie: altre gocce sopraggiungevano a colmarne la
minuscola lacuna, a ingrossare il corpo delle acque, che scendeva
sempre gonfio, tumultuosamente, verso la foce remota e sconosciuta.
Chi s’accorgeva dell’umile goccia scomparsa? Le altre tutte, per una
necessità fisica intrasgressibile, eran trascinate via dalla corrente,
sospinte da quelle che seguivano, attratte da quelle che precedevano.
E il letto del fiume continuava nelle profondità la sua monotona
opera d’assorbimento, inavvertita e provvidenziale!... Via, via, a
traverso il tempo, a traverso lo spazio! Bisognava vivere, bisognava
fluire, bisognava rifondere le gocce perdute perchè il gran fiume
non s’asciugasse!... Ed egli in fatti, atomo dell’universo, soggetto
indistinto delle sue leggi oscure, aveva già pensato a vivere dopo, a
seguitare il suo inutile cammino, a sostituire con altre le esistenze
che crollavano dietro di lui. Egli, in cospetto del passato che stava
per dileguare nel nulla, aveva già ideato un piano d’adattamento,
un dolce nido d’amore dove festeggiare il suo attimo di luce; aveva
già concepito in potenzialità i nuovi esseri che avrebbero popolato
l’Avvenire!...
Questi pensieri, sotto altre forme, con diverse imagini, lo torturarono
anche nei due giorni che seguirono.
Flavia era sempre là, attenta, vigile, infaticabile al capezzale di
sua nonna: egli la poteva vedere a ogni ora, in ogni momento, come una
familiare, come una sorella. Era sempre là vicina a lui, così vicina
che molte volte le loro vesti si sfioravano, le loro mani si toccavano,
i loro respiri si confondevano, chini come erano entrambi sul letto
dell’inferma. E quella convivenza ininterrotta, quella comunione
d’intenti, di timori e di speranze, assimilavano a poco a poco le
loro due anime, accrescevano la mutua confidenza, li appartavano
in una specie di solitudine mistica assai propizia agli abbandoni,
alle illusioni, alle insidiose idealità. Non si scambiavano se non
poche parole durante le veglie interminabili; ma i lunghi silenzii
nella camera dolorosa eran più eloquenti d’un poema, scendevano su
i loro cuori più incantevoli d’un filtro. In vano il giovine cercava
di sottrarsi al fascino di quei silenzii; in vano si ribellava alle
molli lusinghe che assediavano il suo spirito illanguidito; in vano
respingeva, sdegnato, le onde ineffabili di voluttà che si riversavano
a tratti su i suoi nervi scoperti dalla spossatezza e dalle angosce
molteplici. Ella era là; ed egli non poteva chiudere gli occhi per non
vederla! Omai, egli non poteva non vederla, anche avendo ben chiusi gli
occhi! E dall’imagine di lei, sempre presente, divinizzata dall’alta
poesia del suo còmpito pietoso, gli veniva incessantemente il conforto
non chiesto, non voluto, il conforto umiliante e sacrilego.
La malattia di donna Marta si svolgeva frattanto con una continua
vicenda di brevi fallaci miglioramenti e di ricadute viepiù gravi
e inquietanti. Il medico di Laveno era venuto parecchie volte a
visitarla, aveva cambiato ordinazioni per sodisfare alle richieste
dell’ammalata e, persuaso della inefficacia d’ogni rimedio, se
n’era andato, alzando le spalle, aspettando rassegnato la morte o
un miracolo. In fatti tutte le cure erano inutili: anche le punture
di caffeina, che si facevano ora due volte al giorno, ottenevano
soltanto un momentaneo sollievo e la lasciavan poi più abbattuta
e più affannata di prima. I germi del triste morbo avevan trovato
un terreno ben preparato a riceverli e si propagavano fecondi e
indistruttibili, come una mala erba in una maremma. La respirazione
diveniva ogni dì più corta e frequente; i rantoli umidi, i
tintinnamenti metallici risonavano in ogni parte del suo povero
torace scarno; i delirii si moltiplicavano, provocati dalla debolezza
sempre maggiore dell’organismo — foschi e tragici delirii in cui ella
con la voce spenta parlava del futuro, non parlava che del futuro,
confondendo nomi, date, luoghi, dimenticando le persone prossime a lei,
risuscitando e rivedendo d’innanzi a sè quelle morte da anni, sopra
tutto il figlio e la nuora!
— Quest’inverno, — ella talvolta diceva, prendendo nelle sue le mani
dei due giovini, — quest’inverno andremo in Riviera, noi tre soli,
soli... Son tanti anni che non vedo il mare!... Prenderemo una villetta
su uno scoglio, contro cui si oda nella notte sbattere le onde, dove
non ci sia il silenzio che qui ci opprime, questo silenzio che non
finisce mai, mai... Vero? Vero? Ci condurrai al mare, Alessandro? Mi
farai rivedere il mare, Alessandro?
Altra volta si scoteva d’improvviso, faceva l’atto di scendere dal
letto.
— Andiamo! Andiamo! — diceva con grande impazienza. — Ci aspettano.
Non bisogna farci aspettare. Domani saremo là: ci fermeremo un mese, un
lungo mese... Là c’è aria buona, là si respira, là si può passeggiare
al sole.... Andiamo! Andiamo!
E gli occhi allucinati si perdevano in una lontananza fantastica,
parevan rispecchiare nelle loro pupille dilatate la felice utopia dove
l’aria salubre non soffocava, dove ancor si poteva liberamente uscire
per rivedere il sole.
Ma il terzo giorno sembrò in vero che la fine fosse prossima e che la
vita di donna Marta non dovesse arrivare al domani. Già dal mattino
ella, sentendosi mancare, aveva chiamato a sè Aurelio e gli aveva detto
con accento desolato:
— Figliuol mio, è l’ultimo giorno. È inutile illudersi: io mi sento
morire. E non puoi credere quanto m’affligga il pensiero di lasciar qui
solo te che hai tanto bisogno d’appoggio, sognatore e inesperto come
sei di tutte le cose della vita. Che farai tu, povero Aurelio? Che sarà
della nostra casa?
— Mamma, — proruppe il giovine, trattenendo a pena un singhiozzo, — non
parlare così! Tu non stai peggio. Un po’ di pazienza ancora. Tu devi
guarire.
— Dovrei ma non posso. Oh, fosse possibile!... Per te, per te solo,
credilo, ho tanto pregato Iddio di farmi guarire!... Ma era tardi; era
troppo tardi. Dovevo pensarci prima. Ho commessa una grave imprudenza,
ed ecco il castigo! La colpa è mia. Tutta mia... Perdonami, Aurelio...
— Oh, mamma! — egli esclamò, afferrando la mano ch’ella gli offriva.
E cadde in ginocchio presso il letto; e compresse il volto contro i
guanciali per nascondere le lacrime che già gli solcavano le guance.
Il dottor Demala giunse verso mezzodì a Cerro. Udì da Camilla le
cattive notizie; salì concitatamente nella camera dolorosa, e, senza
salutar nessuno, con il cappello in testa, si avvicinò, visibilmente
turbato, all’inferma. Le tastò il polso, l’esaminò, s’oscurò in viso.
— Presto, un po’ di bambagia, alcuni bicchieri... Presto!
— Dottore, come soffro! — mormorò donna Marta, appena Aurelio fu
uscito. — Come si soffre a morire!...
— Ma chè morire! — fece il dottore bruscamente, quasi con ira, alzando
le spalle.
Non disse altro per confortarla. Si volse, guardò attentamente
Flavia che ancora non conosceva; poi, toltosi il cappello, sedette in
aspettazione.
— Pessimo tempo! — soggiunse dopo una pausa. — E noi avremmo bisogno
del sole, d’un bel sole per la nostra ammalata.
— Oh, il sole! — esclamò questa con un profondo rammarico nella voce.
Tacquero. Aurelio rientrò, seguito da Camilla, portando i bicchieri
e la bambagia; e il medico s’accinse sùbito ad applicar le ventose,
ajutato a stento da Flavia, che la sua nervosa impazienza confondeva, e
sbigottiva la vista del fuoco su quelle misere carni.
Donna Marta non diede segno di dolore. Ma la pelle sotto le coppe
ardenti si gonfiò e al distacco apparve tutta macchiata di cerchii
sanguigni.
Il dottore uscì insieme con Aurelio.
— Ebbene? — chiese questi tremando d’ansia e di paura.
— L’infiammazione si estende: il catarro ha invaso già una gran parte
del polmone destro. E il cuore è sempre più debole: gli sforzi di
questi giorni l’hanno estenuato. C’è da temere un’asfissia....
— La morte, dunque?!...
— Eh, pur troppo.... Ma speriamo che non avvenga; speriamo d’arrivare
in tempo a scongiurarla. Ora scriverò una lettera al dottor Redi....
e una ricetta. Sono pillole di muschio: glie ne darai una ogni
due ore.... regolarmente. Io debbo essere stasera a Varese per un
consulto.... sarò qui di nuovo domattina.... più presto che potrò.
Coraggio, in tanto, coraggio, amico mio!
Aurelio rimase stordito dalla fiera minaccia, come da un colpo di
maglio ricevuto nel mezzo del cranio. Non era dolore quel che provava:
era un senso di vuoto, d’accasciamento, di desolazione indefinibile.
Gli pareva d’esser perduto in un’immensa foresta, e di sentir la notte
scendere su lui a traverso i rami degli alberi secolari: nessuna via,
nessuna speranza, nessuna salvezza! Egli vedeva il destino, come vedeva
il paesaggio, di là d’un velo di nebbie e di piogge: d’avanti a lui
una parete fluida si drizzava fino al cielo per separarlo dalle cose
esteriori. E nel suo cervello continuava a passare, lento e infinito,
come una migrazione di larve pallide, tutto il corteo delle astrazioni,
delle parole vaste, incerte, chimeriche....
L’intero giorno egli restò in quello stato di stordimento e quasi
d’ebetudine, che non gli permetteva pur di soffrire. S’aggirò come
un sonnambulo per le camere, per gli anditi, per le logge; stette
lungamente, immobile e taciturno, seduto su una poltrona nella stanza
di donna Marta; s’assopì anche un poco nel pomeriggio, ma il sonno
fu torbido, inquieto, attraversato da baleni sinistri. Si svegliò di
risalto a un gemito più forte della sofferente. «Non valgono a nulla
anche le preghiere, dunque?» si domandò, rivedendo il volto cadaverico
della nonna, ricordando d’un tratto la lugubre previsione del medico.
— Oh, con che fervore, con che umiltà aveva egli saputo pregare quel
mattino, dopo tanti anni che la sua fede era muta! Con quanta umiltà
e con quanto fervore egli era ritornato di poi al luogo dei miracoli,
e si era ancora genuflesso d’avanti alla sacra imagine! A nulla era
valso: umiltà e fervore erano stati inutili, s’eran dispersi come un
fumo nell’impassibilità dello spazio!
Si levò, uscì dalla stanza, sentendo prorompere dall’anima l’odio e la
bestemmia contro le leggi tenebrose della vita, contro la sorte, contro
Dio. Non vi rientrò che un’ora più tardi, accompagnando il dottor Redi.
— Aurelio! — chiamò l’inferma con un grido, come lo vide comparire su
la porta. — Ah, non lasciarmi, non lasciarmi più! Sta qui vicino a me,
molto vicino.... Perché sei andato via? Ho paura! Ho paura!...
Era più alterata e più deforme che non mai: parve al giovine che
in quell’ora fossero piombati vent’anni di torture su quella faccia
miserabile.
— Eccomi, mamma! — egli balbettò con la voce tremula, avvicinandosi al
letto.
Mentre il medico l’esaminava, Flavia s’accostò pianamente a lui e gli
disse sotto voce all’orecchio:
— Mio Dio, quante volte l’ha chiamata durante la sua assenza! Io ho
pensato ch’ella dovesse riposare e non ho voluto disturbarla. Ho fatto
male?
— Grazie! Grazie! — egli rispose, e le stese indietro la mano,
involontariamente.
Sentì un contatto caldo, una stretta energica, un intrecciarsi furioso
con le sue dita d’altre dita più sottili. E quelle dita tremavano,
d’un tremolìo incessante, quasi la vibrazione d’una corda sfiorata.
Il brivido si comunicò più forte alla sua mano, gli ascese lungo il
braccio su su, come un’onda elettrica, verso il cuore, verso la gola.
La sua anima si gonfiò di confuse aspirazioni.... Egli comprese: era
il conforto, il conforto non chiesto, non voluto. Fece per ritrar la
mano ma non gli fu possibile; e rimase così, avvinto a lei nell’ombra,
in cospetto della moritura, finchè il medico, compiuta l’opera, non si
mosse.
La sera calò rapida tra i nembi. Pioveva, pioveva sempre. Si udiva
lo scroscio sordo dell’acqua su la campagna buja: si udiva il rombo
alterno dei flutti contro la spiaggia. Di quando in quando qualche
foglia divelta dal vento cadeva sul davanzale delle finestre, stridendo
lieve contro i vetri. Era la triste monotonia dell’autunno in tutta
la sua funebre maestà, la lenta decadenza della stagione, la malattia
irreparabile di tutte le cose vive sotto l’inclemenza di un cielo
plumbeo. La luce affievoliva, le piante si sfrondavano, l’erbe e i
frutici infracidivano, la terra stava per chiudersi assiderata nella
compostezza brulla della morte. E, nel crepuscolo, la campana della
chiesa, battendo tra lo strepito della pioggia l’Ave Maria, sembrava
annunziare ai fedeli che un’agonia incominciava e convocarli per una
preghiera di requie eterna.
Al calar delle tenebre, ai lugubri squilli, principiò ad allentarsi
il viluppo d’apatia che teneva fasciata l’anima del giovine fin dal
mattino. A mano a mano egli venne riprendendo coscienza di sè stesso,
ritrovando il sentimento normale della sua persona, rientrando nella
realità con i sensi vigili e la mente perspicace. Allora intese tutta
la gravità della sciagura che gli incombeva; allora ebbe veramente
l’intera e lucida consapevolezza della sua infelicità. — Sua nonna, la
sua seconda madre era là, china e sospesa su l’abisso senza confine.
Tutta la sua giovinezza, tutta la sua vita anteriore, tutti i suoi
sogni medesimi erano intimamente legati alle memorie di quell’essere
precario, che nessuna forza umana poteva contendere alla sua sorte.
Ella precipitava; e avrebbe forse trascinato con sè memorie, sogni,
giovinezza. Che fare? Ogni cosa era inutile. Bisognava aspettare,
assistere, rassegnarsi. E poi? Ahi, questo era il più terribile: poi
bisognava vivere, vivere ancora, portando in cuore il peso di tutte
le disperazioni, di tutte le maledizioni, di tanta amara esperienza;
bisognava scegliere una via nuova da percorrere, sapendo già la vanità
di ogni nostra impresa e la mèta fatale d’ogni nostro cammino!
Era affondando gli sguardi nel futuro che Aurelio provava lo sgomento
maggiore: lo stesso spaventoso attimo del trapasso impallidiva di
fronte all’idea della lunga serie di giorni grevi che lo avrebbe
seguito. Egli era solo: dentro di lui non restava che il rimpianto
d’un unico affetto distrutto; e d’intorno a lui, un mondo impassibile,
aspro, prodigo di sarcasmi per l’anima in pena. In quel momento nessun
conforto estraneo, nessuna obliqua aspettativa mitigavano la cruda
evidenza della sua previsione: il cordoglio, il grande cordoglio nobile
e puro, dominava, autocrata severo, tutte le sue facoltà.
Donna Marta, dopo la puntura di caffeina, aveva avuto un’ora di
sollievo, aveva anche mangiato qualche cosa; poi d’improvviso era
ricaduta nello stato di prostrazione mortale. Ora, riversa su i
cuscini, delirava fiocamente; e Flavia, tenendole una mano, assecondava
con qualche blanda parola il suo delirio.
— Andiamo! Andiamo! — diceva l’inferma, senza muoversi, senza potersi
muovere.
— Ma dove, donna Marta? Dove vuole andare a quest’ora?
— Via, lontano... Qui si sta male. Andiamo?
— Eh, si sta male dovunque, cara signora. E non si può uscire. Piove,
piove a dirotto.
L’inferma taceva un istante, poi ricominciava a supplicare, guardando
la fanciulla con occhi stravolti, pieni d’una luce innaturale,
biancastra come quella dei lampi:
— Andiamo! Andiamo!
La notte era discesa. La candela, posata in terra a piedi del letto,
spandeva un chiarore dorato su le cose ignote, lasciando in un’ombra
densa quelle altre di solito visibili. L’orologio a pendolo sonò le
nove, nell’oscurità.
— Ho sonno, — disse l’inferma d’un tratto.
Aurelio s’avvicinò al capezzale. Le prese l’altra mano nella sua,
susurrandole all’orecchio:
— Dormi, mamma. Sarai stanca. Dormi.
Ella fece cenno di sì col capo. Sorrise debolmente (oh, quel sorriso
non era, non era di questa vita!). Poi, avendo chiusi gli occhi, con un
atto repentino avvicinò le mani di Flavia e d’Aurelio, le riunì sopra
il suo cuore, ritirò le sue con lenta precauzione, e parve assopirsi
sotto il calore di quel nodo di giovinezza ch’ella medesima aveva
voluto stringere in un estremo risveglio della coscienza.
I due giovini, chini su di lei, non si guardarono: stettero immobili,
compresi come dalla solennità d’un rito religioso. E l’orologio sonò di
nuovo il tempo fuggitivo, sorprendendoli ancora con le mani sovrapposte
al cuore della morente, che si sentiva battere folle e disperato quasi
lottasse contro un nemico implacabile.
— Dorme? — chiese Aurelio, con un fil di voce.
— Dorme — rispose Flavia.
Si sciolsero, s’allontanarono in punta di piedi, sedettero discosti
l’uno dall’altra ai due angoli della vasta camera. Pioveva, pioveva
sempre. Si udiva lo scroscio sordo dell’acqua su la campagna buja; si
udiva lontano il rombo cadenzato delle onde contro il greto. Di quando
in quando i vetri della finestra stridevano lievemente, percossi da
uno spruzzo o da qualche foglia secca, che il vento spingeva verso il
palazzo.
Un’ora passò, silenziosa.
Donna Marta dormiva supina, rialzata da tre o quattro guanciali, e
l’estrema debolezza le toglieva ogni moto, ogni segno esterno di vita;
l’avrebbe fatta credere esanime se non fosse stato il fioco ritmo della
respirazione, così rauco e frequente come l’anelito d’un cane dopo una
corsa a perdifiato. Ella giaceva inerte, con gli occhi chiusi, con la
bocca spalancata; e lo stesso affanno non le sollevava il petto, non
dava la più piccola scossa all’esile persona che a pena formava rilievo
sotto le coltri scomposte. Aurelio, dal fondo della camera, teneva
gli sguardi fissi al funereo chiarore che rompeva l’ombra al sommo
del letto. Non poteva distinguer nettamente la figura dell’inferma dal
bianco dei guanciali e dei lenzuoli; ma il rantolo breve e l’immobilità
d’ogni cosa richiamavan la sua attenzione, accrescendo d’attimo in
attimo la sua inquietudine. Più d’una volta, assalito da una paura
repentina, fece l’atto di levarsi, di correre a lei per toccarla,
poichè gli pareva che dovesse esser già fredda e stecchita. Ma lo
trattenne la vista di Flavia, vigile come lui e ferma al suo posto. In
fine, dopo un’aspettazione eterna, si risolvette: in punta di piedi
attraversò la stanza, venne accanto alla fanciulla, le disse piano,
senza voce:
— Bisognerà darle il muschio. Son già passate tre ore dall’ultima
pillola.
— Svegliarla?
— Mi sembra.
— Credo sia meglio lasciarla quieta. Dorme. È la prima notte che può
riposare un poco...