sbocciato per incanto, tra i sogni ribelli e i propositi guerreschi,
nel piccolo giardino di casa Imberido, profumato dalle rose e dagli
aranci! Là, ella aveva visto il padre e colui, che sarebbe poi divenuto
il suo sposo, stringersi la mano in un patto di fratellanza mortale.
Là, tra il susurro feroce delle cospirazioni, ella aveva sentito
nascere, come un fiore dal sangue, il primo e solo amore di sua vita.
Oh, con che accelerazione prodigiosa aveva dovuto battere il suo cuore
d’adolescente in quel giorno illusorio, quando il giovine patrizio,
circonfuso da un’aureola d’eroismo, le aveva confidato all’ombra d’un
viale solitario le sue fiere speranze e il suo affetto sconfinato!
Fu quello l’unico tempo felice della sua vita, e fu così breve!...
Un anno dopo, il padre usciva per l’ultima volta dalla sua dimora,
pallido, ammanettato, stretto in torno dai birri austriaci per salire
il palco infame e penzolare nel vuoto, tra i chiarori dell’alba,
d’avanti alle mura del Castello. Tre anni più tardi anche lo sposo
doveva lasciarla sola per sempre, e partire verso una città remota,
verso una carcere sotterranea e bieca, dove la paura degli oppressori
lo aveva segregato e d’onde una morte precoce non l’avrebbe lasciato
mai più ritornare! Ah, quella sera lontana d’agosto, quando le era
giunto inaspettato l’annunzio funereo nella gran sala del palazzo
deserto, mentre il fanciullo, inconscio e immemore, giocava e rideva
a’ suoi piedi!... Ella se ne ricordava come d’una cosa avvenuta jeri;
e, ogni volta che ne discorreva con lui, i suoi occhi si riempivan
di lacrime, irresistibilmente. Non poteva essersi placato il destino
dopo le due prove funeste? No, il destino glie ne imponeva una terza,
e forse la più inumana di tutte! Di nuovo, trascorso un periodo di
calma rassegnata, erano incominciate per lei le lotte, le angosce,
gli spaventi, le disperazioni nel contrasto con il figlio indocile,
caparbio, violento, smanioso di piaceri e di prodigalità. Ella,
impotente a frenarne desiderii e ambizioni, aveva tentato in vano
di salvare con un’alleanza fortunata i più sacri tesori familiari:
la nuora, per colmo di sventura, era spirata mettendo alla luce un
bambino, e Alessandro aveva tosto ripreso le sue abitudini grandiose,
dissipando in pochi anni il resto della ricchezza paterna e la dote
della povera morta. Da allora i tristi fantasmi si succedevano senza
tregua nella memoria infaticata della vecchia; e il nipote, vegliando
sul suo sonno inquieto, li evocava tutti in ordine come li aveva uditi
raccontare da lei nelle sue ore di confidente abbandono: il mesto esodo
dall’antico palazzo, consacrato da tanti ricordi e venduto all’asta
dai creditori impazienti; i prodromi del male misterioso, che doveva
condurre al sepolcro il figliuolo, apparsi sul finir d’una notte
al suo ritorno da un’orgia; il graduale deperimento d’Alessandro,
inesplicabile ai medici che lo curavano; l’indebolirsi della sua
ragione; i primi vaneggiamenti, le prime stranezze, le paure infantili,
gli scoppii improvvisi di pianto; poi il rapido aggravamento e gli
strazii inenarrabili di lei, che non poteva più farsi riconoscere, che
si sentiva una estranea, un’ignota di fronte al figlio inebetito; in
fine la terribile agonia, le imprecazioni mute del morituro contro di
lei, contro la madre, l’ultimo grido e l’atto di lanciarsi verso la
finestra spalancata, il rantolo breve e l’immobilità della fine!
Tutti gli episodi amari di quell’esistenza tornavano nella memoria
d’Aurelio, a uno a uno, osservando il volto cadaverico della nonna
assopita, che agitavano a intervalli moleste visioni. Ed egli,
riandandoli, pensava con maraviglia alla resistenza tenace del
suo fragile organismo, alla freschezza incorrotta della sua anima,
che a traverso tante e così gravi avversità non s’era sciupata, nè
invecchiata, nè inacidita, nè delusa. Come, come non era ella già morta
di dolore? Come aveva potuto trovare ancora un sorriso, dopo tante
lacrime sparse inutilmente sopra le cose irrimediabili? Eppure ella era
rimasta semplice, innocente, spensierata, amante della vita, come nei
primi anni felici della sua adolescenza, come una bambina ignara d’ogni
tristizia! Ella aveva piegato, a mo’ d’un giunco, sotto le raffiche
veementi, e s’era sempre rilevata per ricever di nuovo, pienamente,
l’impeto d’altre raffiche! «Ma ora? ora?» si chiese il giovine
riguardandola, angosciato. «Ora che è tranquilla, che è libera d’ogni
cruccio, d’ogni angustia, d’ogni paura, ora potrebbe dunque morire?»
Dopo due ore d’ansiosa aspettazione, il medico giunse. Era un giovine
di trent’anni, pallido, bruno, con una foltissima capigliatura
castagna, con un sorriso ironico continuamente fisso su le grosse
labbra escoriate. Egli visitò l’inferma con cura minuziosa, si chinò
a più riprese sul suo torso denudato (oh, come spiccavan le costole a
traverso il debole involucro della pelle!), glie lo percosse in ogni
parte, ascoltò i battiti del cuore, rivolse a lei e al nipote molte
domande precise, e concluse in fine sorridendo che non c’era ancora
motivo d’impensierirsi, che bisognava attendere, che si trattava per il
momento d’una leggera bronchite, un poco inquietante solo per le tristi
condizioni del cuore.
— Non morirò, dottore? — gli chiese donna Marta, in forma di scherzo,
salutandolo.
— Signora mia, — egli rispose allegramente, — la nostra vita è in
mano di Dio; ma, per quanto ne sappia, non credo ch’ella sia finora in
disgrazia di Quello lassù. In tanto, pensi a scacciare le cattive idee
per discendere al più presto da quel letto, dove si sta bene di notte
ma non di giorno, e sopratutto in campagna. A rivederla.
E al nipote, che lo interrogava ansioso, lungo le scale, egli rispose
asciutto e risoluto:
— Non ho altro da aggiungere, signor conte. Speriamo che non
sopraggiunga qualche complicazione. Ora le scriverò una ricetta, e
passerò stasera o domattina a rivederla.
Nel pomeriggio le signore Boris, avvertite della visita del medico,
vennero premurosamente a chieder notizie di donna Marta. Parevano
entrambe molto addolorate, e non entrarono nella sua camera che in
sèguito alle esortazioni insistenti d’Aurelio. La vecchia, già alquanto
sollevata dalle parole del dottore, ebbe dalla loro presenza quasi
una conferma della poca gravità del suo male: le accolse dunque con
visibili segni di gioja, le fece sedere amabilmente accanto al letto,
ritrovò con esse per un’ora la sua loquacità ilare e giovenile. Anche
la signora Teresa, rassicurata dall’umore eccellente dell’inferma,
dimise ben presto il suo contegno grave e compunto; e la conversazione
s’accese tra loro viva, leggera, volubile, come già sul rialto negli
ultimi convegni.
Aurelio, seduto dall’altra banda del letto, guardava fissamente Flavia:
non l’aveva mai veduta così smorta e così commossa; ella non diceva
che una qualche parola di quando in quando, allorché era direttamente
interrogata da sua madre o da donna Marta, e teneva gli sguardi bassi:
una ruga prolissa le solcava la fronte tra ciglio e ciglio. Il giovine
la guardava, cercando d’immaginare la causa di quella sua mestizia; e,
inconsapevole, traeva dalla vista di lei una dolcezza serena, un senso
indefinibile di pace e d’oblìo, che si stendeva come un fitto velo su
le angosce profonde della sua anima.
Il giorno declinava: il sole era scomparso dal giardino; un soffio
di brezza entrava dalla finestra aperta, gonfiando le tende, movendo
il lembo delle coltri a pie’ del letto. D’un tratto la vecchia, che
discorreva animatamente, ammutolì, s’abbandonò inerte su i guanciali.
Un tremito agitò i suoi occhi, che parvero appannarsi, confondersi nel
vuoto, perdere ogni luce; un fioco rantolo, come un cigolìo interno,
s’udì distinto nella sua respirazione accelerata.
— Donna Marta! Donna Marta! — chiamò la signora Teresa, alzandosi di
scatto in piedi, avvicinandosi a lei, sgomenta dal suo aspetto e dal
suo silenzio improvviso.
L’inferma non rispose, nè si mosse. Anche Flavia e Aurelio s’eran
levati e l’osservavano ansiosamente.
— Che l’abbia fatta parlar troppo?... — chiese confusa la Boris
all’Imberido. — Dio mio! Se l’avessi imaginato!... Forse sarà stanca;
forse avrà bisogno di riposo....
— Sì, di riposo.... — mormorò con un sospiro l’inferma, quasi si
scotesse allora da un deliquio momentaneo. E tentò di sorridere, e
stese con uno sforzo la mano per salutare.
Le donne, prima d’uscire, la baciarono entrambe sul viso con sincera
effusione.
— Non ci tenga in pena! Si alzi presto. Noi siamo perdute senza di
lei; — aggiunse Flavia con la voce tremula, mentre stava per varcare la
soglia.
Aurelio, incitato dall’avola, le accompagnò lungo il portico fino alla
scala.
— Se ha bisogno di noi, ci comandi, — gli disse la signora Teresa. —
Io e Flavia saremo ben liete di poterle esser utili in qualche cosa.
Se vuole, per esempio, che qualche notte la vegliamo noi.... Flavia
è una buona infermiera; io ne conosco tutta la pazienza e tutta la
sollecitudine.... Ella non cerca altro.
— Oh, sì, signor Aurelio, — esclamò impetuosamente la giovinetta; —
voglio tanto, tanto bene a donna Marta!
Ella arrossì così forte che parve le si fosse raccolto tutto il
sangue delle vene sul viso. E distolse sùbito con un atto timido gli
occhi, che scintillavano, da quelli del giovine. — Perché Aurelio
fu assalito da un brivido alle sue parole e al suo turbamento? Egli
ebbe un’intuizione fulminea dei tristi pensieri che si movevano
nella mente di lei; egli credette d’indovinare il perché della sua
malinconia presso il letto della nonna ammalata. — Era vero! Era
vero! Ella lo amava: ella temeva per lui; ella tremava per lui su la
vita della sua cara! — Un trasporto di tenerezza e di gratitudine
lo spinse irresistibilmente verso la fanciulla; ma non fu che un
attimo. L’eccitazione sentimentale si placò; il tumulto del cuore si
tacque; alla certezza della prima supposizione successe il dubbio, lo
scoramento, l’indifferenza. Egli rientrò, già immemore di lei, nella
camera di donna Marta, tenuto da una sola ansietà, sorretto ancora da
un’unica speranza.
Quella notte Aurelio non si coricò nè potè chiudere occhio. Rimase
sempre al capezzale dell’inferma, assistendo inutile e straziato
alle sue inquietudini, alle sue sofferenze, a’ suoi delirii, alle sue
soffocazioni. Dieci lunghe ore, interminabili, egli rimase accanto a
lei, nell’ombra della vasta stanza a pena mitigata da una debole fiamma
oscillante, nel lugubre silenzio della campagna rotto a tratti dai
lamenti dei gufi o dallo strepito sordo del vento. Donna Marta non ebbe
un attimo di requie durante l’intera notte: oppressa dall’affanno, ora
accesa da un calore intollerabile, ora assiderata da un gelo mortale,
s’agitò, smaniò, rigettò indietro le coltri, s’avviluppò in queste
fino ai capelli, domandò di vestirsi, d’uscire; sotto un accesso più
violento, supplicò perfino il nipote d’andar sùbito a prendere il prete
perchè si sentiva morire, morire. Livida, stravolta, con le chiome in
un disordine fantastico, con gli sguardi spenti o inferociti, ella a
ogni momento lo chiamava a sè, gli afferrava con forza una mano, gli
chiedeva come folle se quel martirio doveva durare eterno, se quella
notte non doveva finire mai più.
In vano Aurelio cercò di rassicurarla, ricordandole le parole dette dal
medico alla mattina; in vano cercò di frenarla, spiegandole il danno
di quelle smanie e di quelle frenesie, supplicandola, almeno per amore
di lui, d’esser più calma, di dominarsi, di non abbandonarsi in tal
guisa alla disperazione. Ella non lo ascoltava più; ella non sentiva
se non i bisogni momentanei del suo corpo addolorato: aveva caldo, e
violentemente si scopriva; aveva freddo, e si sprofondava rabbrividendo
sotto le coltri; non poteva respirare, e chiedeva l’aria libera, e
voleva uscire così, sola, nelle tenebre, verso l’aperta campagna dove,
tremando di desiderio, udiva il vento frusciare.
Su l’alba finalmente ella s’acquetò un poco. Esausta, ricadde su
i guanciali, chiuse gli occhi e parve assopirsi. La candela, tutta
consunta, agonizzava a pie’ del letto. Aurelio s’alzò con precauzione,
andò in punta di piedi a spegnerla, ritornò sùbito al suo posto
vicino all’inferma. Si sentiva stanco, sfibrato, aggranchito; ma non
aveva sonno. Un’apatia desolata fasciava la sua anima; non un palpito
di pietà, di dolore, di sgomento sollevava il suo petto; egli era
vuoto, vuoto e nero come una caverna senza luce. E stette immobile,
lungamente, finché apparve il sole, a contemplare quel viso cereo,
ossuto, spettrale che, senza il rantolo umido gorgogliante nella gola,
si sarebbe detto l’imagine d’una morta.
Il medico di Laveno entrò verso le nove nella camera di donna Marta,
tranquillo, indifferente, con il suo immutabile sorriso un poco ironico
su le grosse labbra escoriate. Sedette, senz’aspettare un invito,
su la sedia prossima al letto; ascoltò, stupito e quasi incredulo,
la descrizione della notte tormentosa che gli fece l’ammalata e
il vegliante confermò. S’era appena levato in piedi per esaminarla
novamente, quando Camilla venne ad annunziare l’arrivo del dottor
Demala.
Questi, un uomo tarchiato e possente dalla testa enorme, dagli occhi
piccoli e brillanti sotto due foltissime sopracciglia brizzolate, era
un vecchio amico di famiglia: aveva prestato le sue cure amorevoli
durante la lunga infermità del padre Imberido; e conosceva a fondo
le tristi condizioni di salute della contessa per averla assistita
più volte nelle sue frequenti indisposizioni di cuore e di bronchi.
S’avvicinò sinceramente commosso a lei, le prese con affetto una mano
nelle sue.
— Che mi fa, donna Marta? — disse con la sua voce cordiale. — Che
brutte sorprese mi riserba, vivendo lontana da me?
— Caro dottore, — ella rispose puerilmente, rianimata dalla sua
presenza. — Avevo tanto desiderio di vederla, che ho fatto il possibile
per ammalarmi....
— Ho sentito! Ho sentito!... — soggiunse il dottore, avendo già
interrogata Camilla su le cause del male. — Sempre imprudenze! E sì,
che sarebbe ornai tempo di metter giudizio!... Vediamo dunque che c’è
di nuovo.
I due medici la visitarono insieme alla presenza d’Aurelio. Poi,
rassicurata l’inferma, uscirono insieme dalla stanza, seguiti da lui
più pallido e più ansioso che non mai. Quando furono al basso, il
dottor Demala dichiarò schiettamente trattarsi d’un’infiammazione
piuttosto estesa al polmone sinistro, che lo stato del cuore rendeva
oltremodo grave e pericolosa. Non potendo ritornare a Cerro il giorno
successivo, raccomandò l’ammalata alle cure del collega e pregò
l’Imberido di telegrafargli sùbito in caso d’urgenza: ordinò le punture
di caffeina, una soluzione espettorante e le polveri di chinino se la
febbre fosse ricomparsa.
Nel risalire in barca, disse al giovine che lo guardava muto, attonito,
accasciato, quasi implorando una parola di conforto:
— E tu, Aurelio, non perderti d’animo. Io doveva dirti tutto; ma ora
soggiungo che finora non s’annuncia alcun pericolo imminente. Si può
sperare.... Si ha diritto di sperare che tutto si risolva secondo
i nostri desiderii. A doman l’altro; e fate in modo ch’io la trovi
meglio.
E la barca s’era allontanata, mentre i due medici discorrevano tra loro
animatamente.
Il giovine rimase solo su la spiaggia, ritto, immobile, accompagnando
con gli occhi il vecchio amico che forse aveva cercato d’illuderlo.
«Sarebbe troppo, troppo!» ripeteva meccanicamente dentro di sè; e le
ginocchia gli vacillavano, e il battito del cuore pareva soverchiare
lo strepito dell’onda contro il greto. Quando la barca s’eclissò, egli
si mosse: andò a gittarsi sul divano in sala da pranzo; si strinse il
capo tra le mani, come volesse spremere le lacrime che non volevano
sgorgare. «Sarebbe troppo, troppo!» esclamava a tratti, senza più
intendere il significato delle sue parole; e aveva la sensazione
d’esser seduto nella più fitta oscurità e di non potersi alzare, non
sapendo dove mettere i piedi, dove dirigersi, dove trovare una via di
salvezza. Come levò gli occhi trasognati, quasi uscisse da un letargo
profondo, vide d’avanti a sè nel sole il tavolino da lavoro della
nonna e la grande poltrona vuota. Quell’apparizione subitanea di cose
memori su la soglia della sua coscienza lo riempì di terrore e di
cordoglio: nulla, nulla al mondo, neppure la stessa presenza dell’avola
spenta, avrebbe potuto dargli un’idea più chiara e più tremenda della
sua sciagura. «Ecco,» egli si disse, «quelle cose non mutano e non
muteranno; il sole scendeva a illuminarle quand’ella le occupava; il
sole scende sempre a illuminarle, ed ella non vi è più!» Sentì che
il pensiero di nuovo gli si confondeva; che il cuore a poco a poco
rallentava il palpito; che la tension dei nervi s’ammorbidiva, sotto il
peso d’un’immane e schiacciante fatalità. Un nodo di pianto gli salì
alla gola. La vista gli si offuscò. Egli piegò la povera testa su le
palme, e ruppe alla fine in singhiozzi, perdutamente.
Nel pomeriggio ritornarono le signore Boris a veder l’ammalata;
rimasero a lungo presso di lei, quasi sempre silenziose; se ne andarono
tristi e scorate quando il giorno tramontò, raccomandando ancora ad
Aurelio di non dimenticarle, di ricorrere a loro senza riguardi per
qualunque servizio. La sera cadde; e donna Marta, ch’era stata fino
allora a bastanza tranquilla, riprese ad agitarsi, a lamentarsi, a
rantolare. Nè il nipote nè la fantesca poterono abbandonarla un sol
momento durante l’intera notte, che fu assai più torbida e spaventosa
della precedente. Verso il tocco un temporale scoppiò sopra il golfo,
riempiendo l’aria di bagliori e di boati; e l’inferma incominciò a
delirare. Ella voleva alzarsi, voleva partire, voleva fuggire; e, come
Aurelio la tratteneva, in un risveglio di memorie antiche chiedeva
soccorso alla madre, non riconoscendo più il figlio di suo figlio,
credendolo un estraneo che volesse chiuderla per violenza in quel luogo
di tortura.
— Mamma, mamma, ajutami! Portami via! — ella urlava con la voce rauca,
strozzata dall’affanno, mentre cercava di svincolarsi e di precipitarsi
dal letto.
E nulla nella notte, tra il frastuono della bufera, era più tragico di
quel grido infantile nella bocca d’una vecchia canuta e moritura!
L’alba alfine s’annunciò, una lugubre alba piovosa come d’autunno
estremo. L’inferma ricadde affranta su i cuscini, invocando la madre
in un ultimo fievole grido; Camilla, pallida e disfatta dalla veglia,
s’assopì reclinando il capo sul piano del letto; Aurelio, in punta di
piedi, uscì sotto il portico per respirare, per sottrarsi alle visioni
di follìa che l’assediavano nella camera dolorosa.
Su la loggia di fronte, dalla parte abitata dai Boris, splendeva ancora
nel timido crepuscolo un lucignolo d’avanti a un’icona. L’imagine,
consacrata dalla fede, rispettata dal tempo e dagli uomini, era un
piccolo brano del fresco, che illustrava in origine tutte le pareti
del portico superiore e che più tardi era stato ricoperto da un
intonico bianco per la volontà d’un marchese de Antoni, pauroso di
quelle figure allegoriche e oscure tra cui a ogni tratto si vedeva la
Morte spietatamente falciare. Era un gran volto di donna giovine dai
lineamenti incerti e rozzi, ma d’una singolare espressione mistica
nei larghi occhi smunti rivolti verso il cielo. Rappresentava forse
in origine una martire nella estatica aspettazione del supplizio;
ora però quel volto appariva coronato da una aureola circolare di
fattura recente, e si diceva l’imagine della Madonna. I guardiani
del palazzo e la gente del villaggio asserivano poi che l’icona aveva
compiuto nel tempo trascorso molti miracoli, e che, velata anch’essa
dall’intonico, se n’era liberata ed era riapparsa sola in una notte,
maravigliosamente.
Il giovine, inconsapevole, fu attratto da quel lume, che oscillava al
vento umido dell’alba. Attraversò cautamente i due lati della loggia,
giunse presso al sacro emblema e si fermò, come arrestato da un
ostacolo, d’innanzi ad esso. Un’immensa desolazione era in lui: la sua
anima era piena d’ombra e di mistero. Grandi fantasmi vi si levavano
a tratti, fluttuavano alquanto nel vuoto, svanivano verso l’alto,
quasi assorbiti da una fauce immane spalancata sopra di essi. — Tutto
era vano! Tutto era triste! Tutto era irreparabile! A che valevan gli
strazii, i timori o le speranze? — Quel volto, ch’egli contemplava,
gli diceva l’inutilità d’ogni nostro sforzo; gli diceva la fatalità
degli umani eventi, i quali son come prescritti in un libro secreto
e immutabile; gli insegnava che all’ora scoccata il destino si compie
inesorabilmente contro ogni volontà, contro ogni opposizione, contro
ogni rivolta; gli insegnava ancora che agli uomini non resta che
pregare o piangere, pregare per rassegnazione, o piangere su la loro
sventura e su la loro impotenza!
La vita perdeva pregio, significato, valore. Essa non era che una
lotta disperata, una lunga sofferenza, un perenne sacrificio nella
sola aspettazione della fine. E i piaceri, le ambizioni, le glorie di
questa terra eran gli inganni d’una Natura ostinata, forse le insidie
d’un Ente vendicativo per tenerci legati fino all’estremo soffio alla
nostra catena. E poi? Poi veniva il nulla, l’ignoto, l’eternità. Il
nulla, proprio il nulla? dopo tanto soffrire, dopo tanto sognare, dopo
tanto pensare? Era dunque possibile che l’esistenza individuale, questa
unica realità intelligente, non avesse uno scopo? — L’idea religiosa
batteva alla sua porta: l’eredità mistica si risvegliava nel suo
sangue cristiano, in quell’ora di prostrazione, d’avanti a quell’antica
imagine che aveva fatto miracoli. Egli, il superbo, s’umiliava; egli,
il sapiente, rinnegava d’un tratto la sua dottrina, il nobilissimo
frutto di lunghi studii e di profonde meditazioni. Il mistero
dell’Irreparabile, ond’era tutto circondato, compiva il prodigio
della sua conversione, distruggeva la sua vanità, risuscitava dalle
ceneri la sua fede sopita. Era la scintilla repentina; era la percossa
improvvisa: egli provava il bisogno di credere in qualche Essere
superiore, onnipotente, a cui rivolgere in quell’ora i suoi voti.
Alcuni ricordi lontani ricorsero nel suo cervello; preludii d’orazione
s’illuminarono; una suprema speranza gli cantò deliziosa nel cuore.
Egli piegò le ginocchia fino a terra, congiunse le palme, chinò sul
petto il capo orgoglioso; e in quell’atto di devozione puerile, come
già negli anni ottusi dell’infanzia, recitò le preghiere obliate da
tempo immemorabile, invocando dalla pietà divina la salvezza della sua
cara, che disperava omai d’ottenere dalla scienza e dalla sollecitudine
degli uomini.
Per alcuni dì donna Marta vacillò tra la vita e la morte. Durante il
giorno pareva che si riavesse un poco, aveva ore di calma e di sonno
tranquillo; appena scendeva la sera, ricadeva subitamente nello stato
febbrile, era ripresa dalle soffocazioni, dalle nausee, dalle smanie,
dai delirii. E allora diveniva veramente terribile: respingeva con
violenza il dottore, rifiutava cibi e rimedii, vituperava il nipote e
la fantesca; intollerante d’ogni freno, ribelle a qualunque consiglio.
Sopra tutto contro Camilla ella nudriva un astio e un rancore,
inesplicabili. Tal volta, durante una tregua, ella chiamava a sè
Aurelio, e gli diceva sotto voce, con circospezione paurosa:
— Manda via costei! Te ne prego, mandala via! Non la posso vedere....
E i suoi occhi avevano lampi d’odio, come al cospetto d’un nemico
temuto e minaccevole.
Fortunatamente, dopo due notti insonni, la ragazza, gracile e
impressionabile, non potè più reggersi in piedi e per ordine dello
stesso medico dovette ritirarsi. Flavia venne a sostituirla, e parve
che portasse, con la sua grazia e la sua dolcezza, un ultimo impulso di
vita a quella povera anima esausta.