rassicurato dalla solitudine; — ella deve comprendere ch’io parlo ora
con tutta l’anima mia; ella da molto tempo deve aver compreso ch’io
la cerco, ch’io la seguo, ch’io non perdo un’occasione di potermi
avvicinare a lei. Ricorda, Flavia, quel giorno che son salito lassù,
sapendo di trovarla sola, e l’ho interrogata? Ricorda il mio sgomento,
la confusione delle mie parole? Ricorda bene la mia ultima domanda? Già
fin d’allora avrei voluto confidarmi a lei interamente.... Era salito
per questo, ella deve averlo compreso... E m’ha dato una risposta così
fredda, così crudele!
Ella, che sempre camminava, sorrise.
— Crudele, ma meritata, — mormorò con un fil di voce, senza levar gli
sguardi dal prato.
— No, meritata, no. Forse, prima; ma poi, poi.... e in quel momento!..
Ebbene, Flavia, ella non sa, non può sapere quanto io ne soffersi.
Ella non sa ch’io ho passato giorni e notti intere, meditando quella
risposta, analizzandola, rivolgendola dentro di me, cercando sotto le
parole i sentimenti che potevano averla dettata.
— E perchè? — ella domandò, interrompendo, con un tono forte di voce
e un atto superbo della testa, che diedero al semplice motto una
significazione profonda.
Egli anche si eresse; egli anche per poco la fissò, sicuramente. Ma lo
sguardo di lei dal basso in alto, uno sguardo armato, turbinoso, pieno
di mistero, lo vinse, obbligandolo ben tosto a distoglier di nuovo gli
occhi dal suo viso. Egli rispose dunque, umilmente, a capo chino:
— Perchè io l’amo, signorina Flavia.
La fanciulla non si scosse alla grande confessione. Si fermò, in
aspetto indifferente, e mormorò dopo una pausa, abbassando le palpebre:
— Fermiamoci qui. Aspettiamo gli altri.
— Oh, Flavia! Flavia! — proruppe egli con impeto, irritato da quella
freddezza, esaltato dalla sua audacia, deciso a combattere fino
all’estremo. — Ella non mi risponde? Non ha nulla da dirmi, almeno per
cuore, per pietà? Ella mi respinge dunque così....?!
— No, io non la respingo, — disse Flavia tranquillamente, rimanendo
ritta di fronte a lui. — Non è ch’io la respinga. M’aveva chiesto un
consiglio, e volevo pensare coscienziosamente prima di risponderle,
appunto perchè le sue parole m’hanno colpita e il suo sentimento non
mi può che insuperbire. Essere prescelta da lei, nobile, intelligente,
coltissimo: è certo l’ideale sognato da una donna. Ma io ho sofferto,
signor Aurelio; le tristi vicende della vita m’hanno resa cauta e
diffidente.... Io so, io sento che, secondando l’impulso momentaneo,
preparerei la mia, la nostra sventura avvenire... E questo non voglio.
— Oh, Flavia....
— Ricordo bene le sue parole, — ella continuò, senz’interrompersi, con
un accento vibrato e sicuro, sempre ritta, sempre immobile di fronte a
lui. — «L’uomo deve rimaner solo, libero, senza impegni, senza legami,
se vuol riuscire nel suo intento, se vuol vincere e dominare....
L’amore è un’umiliazione... La donna è una ruina, un essere inferiore
che affascina e che distrugge!...» Ella vede, Aurelio, io le ricordo
tutte; e le ricordo perchè le ho a lungo considerate e meditate. Ho
creduto allora a lei, come credo adesso; ma devo alle prime parole
prestare una fede maggiore, perchè quelle eran dette pacatamente,
risolutamente, senza influenza di commozione o di sentimentalità.
Ora, pensi, pensi, Aurelio: come potrei, con la memoria lucidissima
delle sue massime sconfortanti, abbandonarmi, spensierata e fiduciosa,
all’illusione presente, al fascino ingannevole d’un sentimento, che in
lei non può durare?...
— Oh, Flavia, ella dubita di me? — egli chiese, con la voce strozzata
dall’affanno.
— Dio me ne guardi! Ma anche lei oggi si illude; anche lei s’inganna,
in preda a un’esaltazione passaggera, che basterà la più piccola
contrarietà a calmare e a disperdere.... Se io poi le intralciassi il
cammino? Se io potessi un giorno esserle d’ingombro? Se in avvenire
le dovessi costare il sacrificio de’ suoi ideali e delle sue giuste
ambizioni? Ella avrebbe pure il diritto di rimproverarmi questo momento
di debolezza e di malintesa condiscendenza; ed io avrei segnata per
sempre la mia condanna!
— Le mie ambizioni! — egli esclamò, con doloroso sarcasmo. — I miei
ideali! Io non rammento più neppure d’averli sognati!...
— E questo è appunto ciò che più mi sgomenta. Perché un giorno ella
potrà dire con uguale sincerità: «Il mio amore! Io non ricordo più
neppure d’averlo supposto!» E in quel giorno, gli ideali e le ambizioni
si saranno di nuovo impadroniti di tutta la sua anima, come e forse
più che in passato!... Ah, no, no, rifletta bene, signor Aurelio: è
impossibile, impossibile! A lei è riserbato un avvenire di gloria, ben
diverso dal mio. Ella deve restar solo. Alle sue idee predilette, alle
grandi battaglie della vita, ella deve consacrare tutto quello che
v’ha di alto, di buono, di nobile nel suo intelletto e nel suo cuore.
Solamente così potrà vedere giorni felici; poichè il sogno, che ella
ha accarezzato dai primi anni di sua giovinezza, è ben di quelli che si
realizzano o rendono intollerabile qualunque altra realità.
Ella parlava con una tale sicurezza e una tal limpidità, che le sue
affermazioni assumevano su l’animo dell’ascoltatore un’irresistibile
virtù persuasiva. Egli non osava più interromperla; egli la guardava
con un’indicibile angoscia, sentendo a poco a poco passare nell’anima
sua le idee ch’ella gli veniva esponendo e impossessarsi contro ogni
volontà della sua ragione. E vedeva l’ostacolo crescere tra loro,
salire a mano a mano come una nebbia densa, dividerli per sempre e
respingerli indietro, sempre più indietro, verso due plaghe remote,
inaccessibili l’una per l’altra.
— Pensi poi al mio passato, al mio tristissimo passato, signor Aurelio!
Esso pesa sopra di noi non meno grave del suo lieto avvenire. Pensi
alla delusione, ch’io ho sofferta e m’ha distrutto ogni ingenuità del
cuore, ogni fede, ogni entusiasmo! Che cosa potrei darle io oggi, in
cambio del suo affetto? Un povero fiore, sì, ancora, ma senza profumo
e che la bufera ha già fatto baciar la terra!.. Ella vede dunque:
è meglio, è necessario per entrambi che questa follìa non continui.
Lasciamoci da buoni amici, che si conoscono e si stimano. E proseguiamo
senza rimpianti le nostre due vie, che son diverse e non possono
confondersi. Più tardi, creda, ella penserà a me con riconoscenza; più
tardi mi saprà grado d’essere stata forte e riflessiva in un momento in
cui ella non lo era.
Flavia s’arrestò, calma, pensierosa, un poco triste, e lo fissò negli
occhi intensamente.
— Ella, in cuor suo, già m’approva, non è vero? — chiese, con un
pallido sorriso. — Addio, dunque. E... grazie!
Disse anche, dopo un silenzio:
— Si ricordi di me come d’un’amica sincera, devota, immutabile. Io non
dimenticherò quest’ora della mia vita mai, mai...
E gli stese con un atto franco la mano.
Aurelio, passivo e attonito, la prese nella sua, la strinse con forza.
Si udivan da lontano le risa della bionda echeggiare contro il monte
solitario; si udivan di qua e di là tintinnare i campani delle mandrie
e dei greggi su i pascoli.
Il Sogno pareva disperdersi, e il risveglio era assai desolato. Egli
era solo, senza più una speranza, senza più un’illusione. Egli sentiva
nell’anima la necessità fatale d’esser solo, «per riuscire nel suo
intento, per vincere e dominare.» Qualcuno aveva affermata questa
necessità; ed egli se n’era persuaso. Su, su, sempre più in alto, egli
sarebbe dovuto andare, continuamente andare, portando la croce della
sua sapienza, anelando affaticato alla sommità del suo Golgota, dove
avrebbe trovato ad aspettarlo la Morte. Quale forza terrena sarebbe
riuscita a opporsi a una disposizione superna? «Chi, chi può dunque
mutare il destino?»
Così era e così doveva essere. Le gioje dei mortali non eran per lui,
non eran per quelli che son destinati a sacrificarsi a un Ideale, a
versare il loro sangue più puro per fecondar la terra o per imbevere
le sabbie. Su, su, sempre più in alto, egli avrebbe dovuto andare,
continuamente andare, chiudendo gli occhi agli spettacoli giocondi
della vita, per non morire lungo il cammino d’invidia e di desiderio!
Ma non gli era dunque riserbato un conforto, un unico conforto nella
sua gloriosa sventura? Egli cercò avidamente nel suo cuore se un
conforto esisteva. E l’imagine sparuta della nonna gli sorrise benigna
di tra le tenebre, come la prima e l’ultima dolcezza del suo infinito
abbandono.
X.
TRA L’AMORE E LA MORTE.
La sera del dì successivo l’ingegnere e gli ospiti partirono. Anche
Luisa, richiamata dal padre, dovette lasciare la villa e far ritorno a
Milano in compagnia della sorella Boris. Su la spiaggia donna Marta e
il nipote discesero a salutarli.
Quando le due barche piene, dove avevan preso posto anche Flavia
e sua madre, scomparvero alla vista, la vecchia, ch’era stata
prodiga d’effusioni per tutti e aveva versato anche qualche lacrima
abbracciando la bionda che pure piangeva, ebbe d’improvviso un colpo di
tosse secca, violenta.
— Vedi? Vedi? — le disse Aurelio, impensierito, prendendola sotto il
braccio per ricondurla in palazzo. — Tu oggi dovevi fermarti a letto.
Dopo l’imprudenza di jeri, tu non saresti dovuta alzarti. Prendere
tutta quell’acqua! Arrivare a casa inzuppata come se avessi fatto un
bagno nel lago! E tutto questo, per la tua ostinazione, per non volermi
ascoltare mai, mai!... Non si poteva forse restare un’altra notte a
Baveno? Non si poteva, poiché il tempo minacciava, rimandare il ritorno
a questa mattina? Ma tu, no, tu, come sempre, hai voluto agire di
tua testa; tu hai voluto tentare la traversata, soltanto perché io ti
pregava di non farlo! E, lo sai, io te ne pregava soltanto per la tua
salute.... Ora, vedi? Vedi? Hai la tosse. Ora ti ammalerai...
— Crepi l’astrologo! — esclamò donna Marta, ridendo.
— Non scherzare, mamma, — proseguì serio e accalorato il giovine:
— quella tosse non mi piace, e bisogna che tu la curi prima che
sopravvenga una qualche complicazione. Alla tua età i mali più leggeri
son sempre pericolosi. Domani in tanto rimarrai a letto. Io esigo che
domani tu rimanga a letto.
— Domani farò quel che mi piacerà.
— No, domani invece farai quel che a me piace, e sarà forse la prima
volta che un caso tanto straordinario accade nella nostra vita.
Donna Marta, ancora commossa dalla scena dei saluti, non era in vena di
discutere e di litigare; e concluse con un sorriso di compatimento per
il nipote:
— Ebbene, domani ne riparleremo.
La mattina dopo; quando Aurelio si presentò nella camera dell’avola, la
ritrovò mezzo vestita d’avanti alla specchiera, in atto di pettinarsi.
Egli ebbe un moto subitaneo d’irritazione che a stento potè contenere.
Le domandò guardandola negli occhi:
— Come? Ti alzi?
Ella rispose:
— Sì, mi alzo.
Ma era più pallida del giorno prima. Era bianca come i suoi capelli,
come la sua camicia. Egli richiese:
— Hai tossito stanotte?
Ella rispose:
— A bastanza. Non ho potuto chiuder occhio fin verso l’alba.
— E ti alzi ugualmente?
— Sì.
— Perchè, mamma? Perchè?
— Perchè lo voglio. Perchè so che, se rimango a letto un giorno, non mi
rialzo più.
— Che sciocchezza!... Del resto, se farai così, quando ti deciderai
infine a rimanervi, sarà troppo tardi e forzatamente il tuo triste
presagio si avvererà.
Egli si avvicinò a lei, la baciò su i capelli, le disse con la voce più
dolce, implorando:
— Sii buona: ritorna a letto, mamma! Ascoltami!
— Non seccarmi! — ella proruppe d’un tratto, irosa. — Non ho voglia
d’esser seccata, stamane! Lo vedi, non mi sento bene! Mi sembra
d’avere il cuore sospeso a un filo! È una crudeltà questa tua di farmi
arrabbiare nello stato in cui sono! Vattene via! Lasciami in pace!
Aurelio comprese ch’era inutile insistere. Uscì dalla camera di donna
Marta, inseguito da un presentimento sinistro. Come fu solo su la
loggia, sentì gli occhi bruciare e inumidirsi; mandò un gran sospiro
di rassegnazione desolata. «Mio Dio! Quanto era pallida! Quanto era
breve la sua respirazione! Se mi morisse?!» egli pensò, trasalendo,
affondando per un attimo paurosamente gli sguardi nell’avvenire.
Durante la colazione, donna Marta si mostrò vivace, ciarliera,
oltremodo allegra, di quella sua allegria nervosa e scomposta che
ricordava un poco l’eccitazione d’un ebro. Domandò con insistenza
al nipote i particolari dell’ascensione, alla quale era stata
afflittissima di non poter prender parte; discorse a lungo dei vicini,
profondendosi in elogi e in attestazioni di simpatia per essi; lo
rassicurò anche a più riprese su la sua salute, affermando che in
verità ella non si sentiva nè meglio nè peggio di prima. Quanto a quel
po’ di tosse, càspita, non c’era proprio di che impensierirsi: ella
aveva già ordinato a Laveno certe polveri miracolose, le quali senza
dubbio ne l’avrebbero liberata in due o tre giorni al più tardi.
— E se non ostante le tue polveri, la tosse continuasse? — chiese
Aurelio, sempre serio, sempre più triste quanto ella si dimostrava più
gaja.
— Non temere: passerà.
— E se non passasse? Due o tre giorni senza cure posson esser causa
di complicazioni anche molto serie, che oggi si riuscirebbe senza
difficoltà a evitare. Pensaci! Vuoi che vada io a Laveno per chiamare
il medico?
— Il medico? Guàrdati bene! Io non voglio saperne di medici! Non ne
ho mai voluto sapere! E poi, ora, non è il caso neppur di parlarne.
Si tratta probabilmente d’un semplice raffreddore; e tu, al solito,
esageri....
Finita la colazione, il giovine uscì dal palazzo, sedette al sole sul
rialto, invaso da una strana malinconia, da un’ansietà inesplicabile.
Erano i residui del colloquio definitivo avuto con Flavia su la
montagna, che gli infondevan quella cupa tristezza? No; gli avvenimenti
di due giorni innanzi gli sembravano irreali e lontanissimi. Sentiva
anzi una discontinuità profonda tra lui e il suo essere anteriore,
tra quel che era stato e quel che era. Le sue speranze distrutte, il
suo amore respinto, la coscienza del suo avverso destino lo lasciavano
freddo e impassibile, com’esse non riguardassero più la sua persona,
ma bensì un’altra ch’egli aveva già amata ed ora a pena ricordava. Che
gli importava di Flavia? Che parte rappresentava ella nella sua vita?
Che conforto avrebbe egli potuto trarre anche dalla speranza d’essere
amato da lei? Ohimè, nell’ora presente, nessun conforto, nessuno!
Altre cure, e più gravi, assai più gravi, occupavano omai tutto il suo
spirito: altri dubbii, altri pensieri, altri sentimenti. Quali? Egli
non sapeva bene e non cercava di sapere. Egli aveva paura di inoltrarsi
nel mistero del suo accasciamento; provava orrore solo a rivolgervi
di sfuggita gli occhi dell’anima; evitava d’investigarsi, per la tema
di precisare il fantasma, d’udire in fondo a sè l’eco d’una tremenda
profezia.
Il sole, un sole autunnale senza forza e senza vita, slargava i
suoi raggi pallidi e velati sul prospetto del palazzo. Qua e là nel
cielo alcuni fiocchi bianchicci di vapore intorbidivano l’azzurro,
oscurandosi e addensandosi verso la pianura. Un silenzio di morte
teneva la spiaggia deserta, dove le barche s’allineavano in disordine,
immobili e abbandonate come carcasse respinte dall’onda.
Aurelio rimase a lungo seduto là, sotto quel sole scialbo, col corpo
inerte e gli occhi incantati nelle nebbie. Poi, d’un tratto, sospinto
da un’idea oscura, balzò bruscamente in piedi, rientrò a passi
solleciti in palazzo, si trovò senza volerlo nella camera della nonna.
Era vuota, spalancata, piena di luce: nessuna novità nella disposizione
d’ogni minima cosa; nessun oggetto estraneo, su i mobili; il gran
letto, coperto come di solito dall’ampia coltre verde, appariva piano,
intatto, senza una piega e senza una concavità. Egli, quasi incredulo,
volse a più riprese, attentamente gli sguardi in torno, per ricercare
un segno che rispondesse alla sua inquietudine. La camera aveva pur
sempre l’aspetto tranquillo e sereno dei giorni passati; nulla indicava
in essa un cambiamento, una perturbazione, una precauzione recente. Le
due fiale dello strofanto e della stricnina erano sole sul comodino,
chiuse come sempre nei loro astucci neri.
Aurelio, illuso dalle apparenze, pensò: «Nulla è mutato; nulla si
muterà.» E gli parve di liberarsi da un peso enorme, di respirare
ancora liberamente dopo una lunga soffocazione.
Egli uscì su la loggia più calmo, quasi lieto, quasi immemore de’ suoi
sospetti tenebrosi. Per un’astuzia incosciente, non volle presentarsi
sùbito alla nonna, non volle rivedere il suo viso smorto e sparuto,
temendo di distruggere o di menomare il beneficio superstizioso avuto
da quell’ispezione nella camera di lei, piena di luce e di pace.
Ridiscese al basso, attraversò difilato il cortile, si diresse a caso
lungo la riva verso il villaggio di Ceresolo.
A pranzo, donna Marta non si mostrò meno gaja e meno spensierata
che alla mattina. Parve anche al nipote che una lieve irradiazione
rosea tingesse le sue povere guance avvizzite, — che i grandi occhi
neri avessero il loro lampo consueto. Pensò, guardando l’avola, che
discorreva senza tregua: «Ella è forte; ha una vita misteriosamente
tenace; ella guarirà; ella vivrà a lungo con me.» Ma un accesso di
tosse ostinato venne a interrompere il corso delle sue considerazioni
per ripiombarlo nelle tenebre dei dubbii e degli scoramenti. Il corpo
debole della vecchia piegò sotto l’urto, le sue palpebre si gonfiarono
di lacrime; un gorgoglio umido si udì in fine nel fondo della sua
gola. Aurelio impallidì. — Quel rossor vivo su gli zigomi, quegli occhi
scintillanti non eran dunque sintomi di febbre?
— Come ti senti, mamma? — egli domandò, ansiosamente.
— Meglio, — ella rispose, e scosse con un atto blando il capo. — Non
bisogna impensierirsi per un po’ di tosse. Non ti sembra già diminuita
da stamattina?
— No, non mi sembra, — mormorò Aurelio tra i denti.
E s’oscurò in viso, sentendo nascere un sordo rancore contro la vecchia
che tentava d’ingannarlo.
Dopo una pausa di silenzio (anche donna Marta era ammutolita),
egli, viepiù inquieto, prese in mano il polso di lei. Aveva il
calor naturale, anzi era quasi freddo. Ma l’arteria batteva con
un’irregolarità straordinaria: aveva sùbite accelerazioni, che
somigliavano alla caduta d’una pietra per una balza assai ripida; aveva
arresti subitanei, come se la pietra precipitando avesse toccato il
fondo della balza e fosse rimasta.
— Vedi? Non stai bene; il cuore è agitatissimo! Spero che stasera
non uscirai sul rialto; spero che te ne andrai a letto sùbito dopo il
pranzo.
Donna Marta, per la prima volta, non si ribellò al desiderio del
nipote. Gli rivolse uno sguardo attonito e sgomento, e acconsentì
con la voce tremula, incerta, sommessa d’un bambino impaurito. La sua
fittizia esaltazione era caduta. Ella, che non aveva voluto credere
alle sue stesse sofferenze, era stata d’un tratto vinta e persuasa
dall’ultima affermazione d’Aurelio. I consigli, gli ammonimenti, i
rimproveri di lui le tornarono alla memoria, la turbarono. «Senza
dubbio, era stata una gravissima imprudenza, quella commessa... Senza
dubbio, avrebbe fatto meglio a rimanersene a letto in quei due giorni,
dopo il primo accenno di tosse! Ora, che sarebbe avvenuto? Che sarebbe
avvenuto di lei così debole, così affranta, così vecchia?»
— Se dovessi morire? — ella chiese, con un sorriso timido su le labbra
esangui. — Ho tanta paura della morte!
— Questo non sarà, — disse Aurelio con forza, quasi per rassicurare
anche sè stesso; — ma ti devi curare; ma non devi commettere altre
follìe; ma bisogna che mi ascolti quando parlo per il tuo bene.
— Sì, sì, hai ragione: lo farò, — assicurò la vecchia, mentre il suo
viso assumeva un’espressione indefinibile di terrore e d’ansietà,
come avesse ella visto per un attimo balenare sopra il capo un’arme
spaventosa.
E di nuovo ripetè, fremendo e sorridendo timidamente:
— Ho tanta paura della morte!
Si levò in piedi con uno sforzo visibile; salutò il nipote,
rivolgendogli uno sguardo pieno di tenerezza (insisteva sempre su le
sue labbra quel sorriso contratto, ch’era l’estrema dissimulazione
pietosa del suo spirito già invaso dalla paura); e, chiamata Camilla,
uscì al braccio di questa, faticosamente, dalla sala, — povero essere
rattrappito, deforme, ignobile cui l’argento della chioma infondeva
pure un’ultima tragica maestà.
La mattina seguente, Camilla si presentò inaspettata nella camera
d’Aurelio poco dopo l’aurora.
— La signora la vuole, — disse con la voce rotta dall’affanno,
precipitosamente: — venga sùbito!
Il giovine, che stava vestendosi, ebbe un sussulto violento. Non osò
interrogare la giovinetta, non osò trattenerla. La seguì, passivo e
taciturno, lungo il portico, con il viso alterato dall’angoscia. Entrò
dietro di lei, quasi sospinto da un turbine, nella stanza dolorosa; e
corse al letto, al gran letto bianco, dove la vecchia stava seduta,
appoggiata con le spalle a molti guanciali sovrapposti, i capelli
canuti erti su la fronte, gli sguardi stravolti e immobili come perduti
in una visione terrifica.
— Che hai, mamma? — egli domandò, ponendole una mano sul capo,
chinandosi fino a guardarla nelle pupille. — Che hai?
Ella mormorò, desolata:
— Ah, figliuol mio! Io muojo....
— Ma no... Perché dici questo? Che ti senti?
— Mi sento male, molto male. Ho passato una notte spaventevole. Se
avessi potuto, ti avrei chiamato. Ma come fare? Ero sola!... Ho temuto
di non rivederti più, di morire senza salutarti....
— Bisognerà chiamare un medico, sùbito.
— È quello che volevo dirti, — ella aggiunse, alzando le spalle con un
atto rassegnato. — Telegrafa a Milano al dottor Demala.
— Sì, mamma. Intanto però faccio venire il medico di qui. Credo che tu
ti spaventi a torto; credo che tu esageri: egli sarà a Cerro fra un’ora
e ti potrà ridare un po’ di coraggio.
Aurelio discese da Ferdinando, lo mandò a Laveno con un telegramma
urgente per il dottor Demala e l’ordine di ricondur sùbito con sè il
medico del Comune. Quindi risalì sollecitamente nella camera della
nonna.
Donna Marta, che pareva più tranquilla, gli disse:
— È tempo ch’io muoja, figliuolo mio! Forse la morte mi darà la pace
che non ho mai goduta in vita. La morte potrà sola farmi dimenticare
tutto il male, che ho visto e ho sofferto. Son vecchia, stanca, logora,
travagliata da mille dolori! Credilo: è tempo ch’io muoja; è bene ch’io
mi riposi alfine sotto la terra.
Il giovine cercò di disperdere il livido presagio che occupava la mente
dell’avola. Sedette al capezzale, prese una mano di lei nella sua, le
parlò sorridente del domani, componendole una prospettiva d’illusioni
serene, un’apoteosi di calma e d’amore su le rovine del passato
crudele. E non tacque, finchè non vide accendersi un fievole raggio di
speranza in quegli occhi indeboliti e dilatati dal lungo pianto, dal
morbo e dall’età.
La nonna in fine s’assopì. Egli fece chiudere le persiane, e rimase
seduto presso di lei a vegliarla, nell’ombra. Un gran silenzio era
d’intorno. Dal parco veniva il croscio sordo d’una fontana e a tratti,
appena sensibile, il canto melodioso d’una capinera. Null’altro. Il
respiro dell’inferma, fattosi nel sonno più aspro e più forte, pareva
dominare la calma mattutina e scandire con ritmo sinistro il tempo che
fluiva.
«Povera creatura!» pensava Aurelio, osservando il volto della
progenitrice, irriconoscibile con gli occhi chiusi, contraffatto dalle
rughe e dalle pieghe, con il mento spostato in avanti, con i capelli
scomposti su la fronte in guisa di fiamme nivee. «Povera creatura! Ella
è stata veramente infelice! La corona degli Imberido pesò su la tua
testa più grave d’una maledizione!» E, poichè nelle ultime parole della
vecchia eran passate le imagini atroci che ne avevan già insanguinata
la memoria, più profonda risorse in lui la pietà per quella fragile
donna a cui gli eventi avevano riserbato d’assistere alla fine di tre
generazioni d’uomini amati, spenti tutti nel fior degli anni da una
stessa tragica sorte.