Dai libri di poesia, ch’egli continuamente leggeva, saliva al

suo cervello, come un profumo inebriante, il culto fanatico, la

glorificazione, l’apoteosi della grande passione, che l’Arte ha

generato e cui l’Arte filialmente venera. Per quei poeti, gente

nobile e illustre, l’Amore era tutto: era l’armonia dell’universo,

la fiaccola del genio, era la gioja, era l’ideale, era la divinità.

Senza l’Amore, il mondo non aveva più sole; senza l’Amore, la pace, la

gloria, le ricchezze, la stessa fede non eran se non parole vuote di

senso, ornamenti derisorii gittati sopra un corpo piagato e difforme. —

Perchè vivere se non per amare? — si chiedevan quei poeti, volgendo in

torno gli sguardi assetati di felicità. E il cuore del giovine ripeteva

profondamente, come un’eco fedele: «Perchè, perchè vivere se non per

amare?»

In quegli ultimi giorni, ispirato da quelle voci fascinevoli, sospinto

dal pensiero che l’altro stava per ritornare, Aurelio divenne ardito,

risoluto, intraprendente, non trascurando mezzo alcuno a fin di

raggiungere il suo scopo nel termine prefisso. Ormai nessuna incertezza

rimaneva in lui su quanto avrebbe dovuto fare per costringere Flavia

a una risposta sincera e decisiva: occorreva parlarle a cuore aperto,

dichiararle senza ambagi il suo sentimento, chiederle con lealtà se

lo potesse ella, ora o in un giorno non lontano, contraccambiare;

bisognava abbandonare i piani lenti e astuti per appigliarsi alle

risoluzioni rapide ed energiche. Ma come trovarla sola? Con qual

pretesto domandarle un colloquio in disparte? Ed era forse possibile

ottenere un risultato da una conversazione a bassa voce in cospetto

delle altre donne?

La migliore occasione per trovarla sola era irremissibilmente sfumata.

Dal giorno, in cui egli s’era spinto fino al sommo della pineta, Luisa

aveva pregato la zia di trasportarle l’esercizio di pianoforte alla

mattina, e non aveva più lasciato Flavia durante l’intero pomeriggio.

Aurelio, risalito là per ben due volte pien di speranza, aveva dovuto

ritornarsene deluso e scorato in palazzo, dopo aver passato un’ora di

supplizio ineffabile accanto alle due giovinette.

Egli procurò dunque di farsi intendere da lei a sguardi, a reticenze,

ad allusioni velate durante i ritrovi comuni sul rialto; si diede a

corteggiarla nettamente e volgarmente, sedendole con ostentazione

sempre vicino, cercando di trascinarla per gradi ad appartarsi

dal crocchio, a discorrere con lui solo di cose intime, discrete,

confidenziali. Più volte, nella mezz’ombra dei crepuscoli caduchi,

sdrajato al suo fianco su l’erba dello scalere, egli, approfittando

d’un momento opportuno, riuscì a parlarle del mutamento avvenuto in

lui negli ultimi tempi e ad accennarle i suoi nuovi desiderii; anche

tentò, con qualche inchiesta astuta, d’investigare a fondo nel mistero

della sua sensibilità. Ma le presenze estranee esercitavan pur sempre

sul suo spirito una bizzarra influenza: egli, per sottrarsi alla loro

soggezione, doveva dare alle sue frasi sentimentali un tono fatuo

e giocoso; egli doveva discorrere scherzando, a similitudine d’un

balbuziente che, per vincere la difficoltà di parola, bisogna che

canti.

Flavia, d’altra parte, pareva che si prestasse amabilmente a quel

giuoco: lo ascoltava con visibile piacere, e gli rispondeva a tratti

ridendo, schermendosi dalle celie con altre celie più leggere.

— Via, signor Aurelio, — gli diceva talvolta, oppressa dalla sua

insistenza: — sarebbe tempo di finirla con questa burla. Io non posso

credere a una sola dalle sue parole. Non posso credere ch’ella parli da

senno; e, le confesso, non mi garba d’esser burlata.

— Ma io parlo da senno, signorina, — egli affermava, cercando

d’atteggiare il viso a una espressione più seria.

— Lei? con le sue idee? con il suo orgoglio? con le sue belle opinioni

su le donne?... Ma mi stima dunque così ingenua e, diciamolo pure, così

sciocca da credere cecamente a tutto quanto mi si racconta? Ella, caro

signore, vuol divertirsi un poco alle mie spalle; ma io, benchè non

sia che un povero essere inferiore, ho però almeno tanta intelligenza

quanta ne occorre per intenderlo.

Altra volta, gli chiedeva anche con voce grave, quasi malinconica:

— Perché mi dice queste cose, signor Aurelio? Se scherza, ha torto di

scherzare. E se parla sul serio, ho torto io d’ascoltarlo.

E il giorno ultimo venne, inaspettato, senza che Aurelio avesse potuto

effettuare anche in minima parte il piano di conquista, che gli era già

sembrato così agevole e d’esito quasi sicuro!

Ritornò il padre Boris, ritornarono gli ospiti, riapparve il

pretendente basso e tarchiato, dalla pelle olivastra e dagli occhiali

d’oro. Venne anche a sera lo Zaldini, più fresco e più giocondo che non

mai, essendo stato chiamato per lettera dall’Imberido in sèguito alle

preghiere insistenti di Luisa.

La comitiva a bastanza numerosa, divisa in tre imbarcazioni, lasciò il

villaggio verso le cinque del pomeriggio per passare la notte a Baveno

ed esser pronta, la mattina dopo per tempo, a intraprender l’ascensione

del monte. In una lancia erano l’ingegnere Boris, il Siena e le due

fanciulle; in un’altra la signora Teresa, sua cognata e Giorgio Ugenti;

e nella terza infine, donna Marta accompagnata da Camilla, e Aurelio e

Luciano ai remi. La vecchia quantunque indisposta e sofferente, aveva

voluto seguire la comitiva almeno fino a Baveno, dove sarebbe rimasta

con la fantesca in aspettazione, per far ritorno a Cerro insieme con

gli altri nella sera successiva.

Una grande tristezza occupò l’anima del giovine durante la lunga

traversata e durante il pranzo interminabile alla tavola rotonda

dell’_Hôtel Belle-Vue_. Nel silenzio del lago, battuto da un sole

bianchissimo, nella gran sala oblunga, popolata d’Inglesi impassibili e

di Tedeschi ciarlieri, il pensiero di Flavia non lo abbandonò un solo

istante, e la presenza del rivale, sempre accanto a lei, non cessò

di martoriarlo, come un cancro ostinato che gli rodesse il cuore.

In vano lo Zaldini tentò più volte di farlo sorridere con le sue

storielle e il racconto grottesco d’una sua recente avventura d’amore;

Aurelio rimase pertinacemente muto e grave, finchè questi, tediato

dalla sua indifferenza, si risolvette a volgergli le spalle e ad

appiccar discorso con un vecchio signore inglese, suo vicino di mensa.

Ora Luciano chiacchierava allegramente e senza ritegni con il nuovo

suo amico, decantando nel più pretto idioma britannico la bellezza

incomparabile delle _misses_ e l’eccellenza del gin e del _whisky_ come

eccitanti delle più pazze fantasie.

— Io, se per avventura m’ammoglierò, — diceva lo Zaldini a voce alta,

— sarà senza dubbio con una signorina del vostro felice paese, perchè

adoro il biondo dei capelli e delle sterline. E voglio, la sera delle

nozze, rinnovare il celebre aneddoto del campanello elettrico, che voi

probabilmente conoscete, poichè l’eroe ne fu un vostro compatriota,

anonimo ma non per questo meno degno di memoria...

Il vecchio accennava di no col capo, incoraggiandolo a continuare con

un’occhiata piena di curiosità lasciva. E il giovine infatti, senza

farsi pregare, raccontava l’aneddoto salace, piegando il capo verso di

lui, soffiandogli le parole fioche all’orecchio, scoppiando a tratti in

una risata sonora, che trasfigurava per incanto il viso terreo e severo

dell’ascoltatore.

Nulla irritava di più lo spirito ansioso dell’Imberido che il

cicaleccio frivolo e ininterrotto de’ suoi due vicini. A intervalli,

tra lo strepito dell’acciottolìo e delle conversazioni diffuso per la

vasta sala, giungeva a lui, come un avvertimento di sventura, la voce

fessa e nasale dell’avvocato, seduto al fianco di Flavia a quattro

posti in distanza dal suo. Egli, roso dalla gelosia, aguzzava l’udito

a quel suono sgradevole, che pareva per poco dominare ogni altro

romore; a volte, credeva di comprendere qualche frase inconcludente,

un’affermazione, un ringraziamento, il nome dell’amata proferito

dalle labbra odiose; ratteneva profondamente il respiro per afferrare

il senso dell’intero discorso. Ma uno scroscio d’ilarità si levava

d’improvviso presso di lui, e tosto la voce si disperdeva nel clamore,

vinta e soffocata.

Aurelio doveva fare un enorme sforzo di volontà per contenere il

suo dispetto contro l’amico e vincere l’impulso cieco di levarsi in

piedi e allontanarsi da quella sedia di tortura. Almeno gli fosse

toccato in sorte un posto di fronte a Flavia e al rivale! Avrebbe

potuto scrutarli, spiare i loro movimenti, i loro sguardi, le loro

espressioni! Avrebbe potuto leggere su le loro facce il sentimento che

li occupava! In vece, da quel posto, non gli era dato nè di vederli nè

d’ascoltarli! Egli, anche sporgendo il capo in avanti, non riusciva a

scorgere se non le loro mani, così prossime che parevan toccarsi, così

mobili nella comune bisogna, che tal volta egli non sapeva distinguere

le une dalle altre!...

Dopo il pranzo, la comitiva uscì dall’albergo per fare una breve

passeggiata prima di coricarsi, e si diresse a piccoli gruppi verso

Stresa su la gran via provinciale che costeggia il lago fino ad Arona.

Il vespero era chiaro, pallido, còrso come da un brivido voluttuoso.

I vasti boschi di castagni, che avvolgono le falde del Motterone,

piovevano su la strada polverosa una frescura umida, un profumo

penetrante di terra e di vegetazione. Dal lago, a pena increspato

presso le rive, saliva un odor caldo di pesci e d’erbe fracide. L’isola

Superiore, sola su le nebbie delle lontananze, spiccava nitida dalle

acque, con le sue case fitte e inghirlandate, con il bianco campanile

della chiesuola acuminato verso il cielo, come un ideale.

Le donne procedevano insieme; poi venivan gli uomini in due file: il

Boris d’avanti tra l’Ugenti e il Siena; e Aurelio e Luciano in coda.

Luisa, accanto a Flavia, accennava a mezza voce, malinconicamente,

l’aria preferita del _Faust_; donna Marta, eccitata dalla novità

del luogo e dalla compagnia numerosa, parlava forte, con animazione

quasi febbrile, al braccio della signora Teresa e della sorella

dell’ingegnere.

L’Imberido, che si sentiva più calmo e come rassicurato, domandò

sorridendo all’amico:

— Perchè hai tardato tanto a ritornare a Cerro? Hai dunque sùbito

dimenticato la signorina Luisa e i tuoi entusiasmi sentimentali per

lei?

— Dimenticata? non del tutto. Ma, che vuoi? appena giunto a Milano fui

travolto in quell’avventura eroica, che t’ho narrata e tu non hai avuto

la bontà d’apprezzare. Ho corso due volte serio pericolo di vita; ho

passato intere ore rinchiuso in un armadio, come un vecchio soprabito;

ho visto un marito passarmi d’innanzi col lume in una mano e un’enorme

mazza ferrata nell’altra. Capirai: le commozioni violente esercitano

una certa influenza su la memoria: ed io per il momento ho scordato la

bionda incantatrice e l’innocente idillio campagnuolo. Però, come vedi,

al solo nome di lei apparso in una tua lettera d’invito, io non ho

esitato a lasciar Milano, ed ora sono qui. Che puoi pretendere di più

dalla mia fedeltà?

— E... come hai trovato Luisa al tuo ritorno? — ridomandò Aurelio con

ironia.

— Ah, per questo, mutata, molto mutata! Forse, te lo confesso, mi son

lasciato troppo desiderare. Ma... e tu, tu come te la sei passata in

questi due mesi di convivenza con l’altra, con la bruna, nel palazzo

fatato, tra i boschi maravigliosi? Sarei curioso d’accogliere oggi le

tue confidenze: credo che ne sentirei di carine. L’eremita mi ha l’aria

d’essersi fatto diavolo. M’inganno?

— Assolutamente, — rispose sicuro l’Imberido, fissando gli occhi a

terra. — La signorina Boris è in teneri rapporti con quel signore dagli

occhiali d’oro, che ci precede. Si parla anzi d’un prossimo matrimonio

con lui.

Lo Zaldini parve molto maravigliato dalla notizia.

— Davvero? Ma ella sarebbe fortunatissima, caro mio! — egli esclamò.

— Io conosco il Siena da molti anni. È un giovine coltissimo e

simpaticissimo! Uno degli avvocati più apprezzati e meglio retribuiti

di Milano! E poi, è molto ricco: figùrati che ha ereditato, or non

è un anno, cinquecento mila lire da uno zio di Ferrara. E sua madre

è nata di casa Orbetello, figlia del celebre banchiere di Roma,

arcimilionario. Se è vero quanto mi racconti, la signorina Boris fa uno

dei più splendidi matrimonii che si possano imaginare.

Aurelio ascoltò, contenendosi a stento, l’elogio del rivale aborrito,

detto senza malizia da una bocca fraterna. Non ebbe un gesto di

protesta; non una contrazione di spasimo, non un tremito delle mani,

non un battito delle palpebre. Ammutolì, si fece smorto in viso,

sentendo penetrare nel cuore a una a una le parole dell’amico, come

trafitture di spillo. Gli parve che tutto crollasse intorno a lui.

Gli parve di udire la sua condanna mortale pronunciata da un giudice

inappellabile. — Che valeva omai resistere? Che valeva lottare? A che

servivan la sua ostinazione e il suo orgoglio? Costui era il preferito,

era il vittorioso, era il più forte. Costui era l’invincibile,

d’avanti al quale bisognava per necessità cedere o soccombere.

Una divina speranza si spegneva, troncata da quelle affermazioni,

irreparabilmente. La luce non era più luce, la vita non era più vita!

Nel ritorno egli non parlò più.

Scendeva la sera e il vento aumentava su la montagna oscurata. Dalla

gola di Mergozzo, già invasa dalle tenebre, venivano a intervalli i

soffii striduli e subitanei, si riversavano scrosciando su le acque,

giungevan senza freni alla terra, e quivi, irritati dall’ostacolo,

imperversavano contro la foresta, che si piegava e si torceva con un

fragor formidabile di ruina. E l’anima del giovine avvizzita e divelta

dal dolore, pareva seguire travolta il cammino della corrente aerea,

anelando alla distruzione, alla dispersione, all’annientamento totale

di sè stessa, tra il folto di quegli alberi conquassati, verso le

lontananze misteriose, dove le raffiche ululando s’inabissavano.

La notte era ancora profonda, quando la comitiva lasciò l’albergo e

s’incamminò al lume fioco delle lanterne su per le falde boscose del

monte. Durante un lungo tratto nessuno parlò per il calle aspro e

angusto, serpeggiante sotto la verzura profonda: procedettero tutti,

uno dietro l’altro, in silenzio, ancora un poco ottusi dal sonno

bruscamente interrotto, intenti con gli sguardi al suolo, che le

sporgenze delle radici e delle rocce rendevano insidioso. A metà della

selva per la prima volta riposarono: le donne più affaticate sedettero

su i macigni o su l’erba, gli uomini rimasero in piedi vicino a esse,

in aspettazione.

L’aria era fresca e ancor buja: il vento, alquanto scemato di forza,

stormiva tra le fronde, spostando i brani di cielo visibili in cui

palpitavano gli astri. Verso l’oriente l’azzurro incominciava a

impallidire.

Si scambiarono poche parole durante la sosta, che fu assai breve:

le signore, assalite dai brividi, si lamentarono del freddo e

sollecitarono la partenza. Ripresero tutti insieme il cammino, nel

medesimo ordine di pocanzi, con la stessa svogliatezza muta, con

una maggiore preoccupazione del terreno. Man mano che salivano, il

sentiero si faceva più ripido e più scabro, l’ànsito dei viandanti,

più frequente e più grave. E il bosco si diradava, e i castagni

immiserivano tra la ghiaja, e il cielo costellato si schiudeva più

libero sopra le loro teste. Si udiva solo, nel silenzio antelucano, il

ticchettare monotono dei passi contro le pietre mobili del calle, si

scorgeva omai là, lontano sotto di loro, il lago, simile a una vasta

distesa di pece brunastra, simile a un immane stagno limaccioso in

mezzo alle incerte forme delle montuosità.

La comitiva, un poco avvivata dall’aria più leggera, giunse al confine

della selva e in vista della vetta, quando l’alba imperlava già

l’orizzonte sopra i colli di Lombardia. Gli ultimi alberi crescevano

sul ciglio d’uno sprone scosceso, al sommo del quale l’erta d’un

tratto s’addolcisce larghe praterie irrigue s’incurvano mollemente,

appoggiate a una tenue concavità e quindi al pendìo terrigno del monte.

Nel chiaror livido dell’ora, quei prati avevano una tinta cupa e unita,

d’una inimitabile morbidezza; e qua e là, di tra l’erbe, balenavano

foscamente le grandi pozze degli abbeveratoi o spiccavano le macchie

nere delle stalle e delle capanne pastorizie. Un tintinnìo languido

di campani e qualche sordo muggito venivan dall’alto, dove una mandria

usciva in quel punto per il pascolo.

Come la viottola si stendeva più larga e più agevole, la comitiva

ruppe per ragunarsi l’ordine primiero di marcia, e le conversazioni

non tardarono ad accendersi. Camminavano tra i prati, quasi su un

piano, disposti in due schiere, stretti gli uni agli altri, rinvigoriti

e imbaldanziti dalla brezza e dalla vision della mèta. L’Ugenti e

lo Zaldini apparivano allegrissimi, e gareggiavano in dir motti e

sciocchezze, che sollevavan l’ilarità delle quattro donne; e il Siena

a volte li secondava, con la sua flemma mordace e quasi maligna. Ma

Aurelio seguiva astratto e taciturno i compagni, volgendo gli occhi

inquieti su la severa maestà del paesaggio.

Era in lui, dal momento in cui aveva lasciato l’albergo, una

perplessità strana e confusa, che era andata a grado a grado

addensandosi fino a opprimerlo come un’angoscia. Aveva passato

una notte insonne, sprofondando gli sguardi nel vortice della

sua infelicità; aveva sentito più volte morire le sue speranze e

risuscitare per novamente morire; aveva singhiozzato come pazzo nelle

tenebre, immemore dell’amico che dormiva tranquillamente accanto a lui.

Ma poi, quasi per un prodigio, appena su la via, ogni triste ricordo

s’era spento, ogni doloroso residuo erasi dileguato nel suo pensiero;

ed egli era caduto in una specie di torbida incoscienza animale, rotta

da fuggevoli proponimenti e da incerte fantasie. Ora egli seguiva i

compagni astratto e taciturno, occupato tutto da un pensiero ignoto,

da un’ignota volontà, da un’intenzione che rimaneva occulta nei recessi

impenetrabili dell’essere.

Il pianoro fu ben presto attraversato. Il calle per giungere alla cima

si drizzò più arduo che non mai, lungo il dorso eretto, sdrucciolevole

per le infiltrazioni delle acque, che costituisce la mole centrale

della montagna. La comitiva dovette sbandarsi di nuovo, e ciascuno

separatamente intraprese l’ultima ascensione, chi seguendo il cammino

più comodo tra i margini del sentiere, chi cercando il tramite più

diretto su le zolle madide del prato.

Un superbo spettacolo si svolse frattanto, da ogni parte, intorno

a loro. La luce aumentò con rapidità, come regolata da una mano

impaziente: l’erbe splendettero, si copersero d’innumerevoli fiori;

le pozze degli abbeveratoi si rischiararono; le stalle e le capanne

pastorizie spiccarono con le loro forme pittoresche tra il verde

uniforme delle praterie. Di qua e di là, su la frescura dei pascoli,

apparvero distintamente le mandrie e i greggi, che si udivan prima

tintinnare, muggire e belare nell’ombra. Quando il chiarore si

diffuse più crudo, le catene dei monti, abbraccianti il Verbano, si

fecero tutte palesi nella loro ricca vegetazione fino alle estreme

punte settentrionali, si propagarono come un’immensa successione

di gigantesche onde impietrite rimaste a vestigio d’una qualche

primordiale fluttuazione tellurica. E, in basso, il lago opaco e inerte

si mostrò lucido e bianco nell’alba, simile a un bel fiume di latte,

simile a una favolosa lama d’argento piombata dall’alto e affondatasi

per la sua gravità nelle onde della terra molle.

In fine l’aurora venne a tinger di rosa l’orizzonte lontano. Sul

monte Nudo, sul Sasso del Ferro, su i colli di Mombello, lungo la

linea quasi diritta delle campagne d’Ispra e di Ranco, una zona di

luce rancia si prolungò in guisa d’un nastro serico che orlasse per

vaghezza i capricci del litorale. Quasi sùbito, alcune strisce di

vapori si formaron per incanto nell’aria pura; parvero imbeversi,

come spugne, delle tinte calde dell’aurora; s’accesero, fiammeggiarono

preannunziando l’avvento glorioso del sole. E questo maravigliosamente

comparve, fuor del dosso precipitoso che incombe sopra Laveno, prima

come un punto incandescente e poi come una gran bolla di fuoco espressa

dalle viscere del monte. Le vette s’imporporarono; i raggi discesero

a grado a grado per le chine, cospargendole d’oro; avvolsero in una

nebbia adamantina le falde boscose; s’infransero in ultimo su la

superficie delle acque, provocando nell’urto l’accensione subitanea

d’infinite scintille.

Il nuovo giorno era fatto. Le campane dei villaggi squillarono a festa,

in segno di saluto.

La comitiva fu sbandata e dispersa dalle difficoltà sempre crescenti

dell’ascesa. I più giovini e i più validi, procedendo lunghesso i

prati, s’allontanarono dagli altri che rimasero in basso, trattenuti

dall’affanno e dal calore. L’Ugenti e lo Zaldini, offrendo le mani

a Luisa, trascinandola a forza su per l’erta, scomparvero primi

alla vista dei compagni in una valluccia angusta, avvivata da un

ruscello garrulo e schiumeggiante. Il Siena più cortese restò sul

sentiere tortuoso con la signora Boris, l’ingegnere e sua sorella, per

soccorrerli nei passi disagevoli. Aurelio e Flavia si trovarono d’un

tratto soli e liberi, come smarriti nel monte deserto, su una piccola

prominenza erbosa a metà della china.

Quando il giovine se n’avvide, volgendo gli occhi in torno, ebbe

un sussulto improvviso e violento in tutto l’essere. — Flavia era

là, d’avanti a lui, come in quel giorno lontano sul minuscolo prato

al sommo della pineta! Ella saliva pianamente per quella distesa

inclinata, tra l’intonsa verzura, lasciando dietro di sè un mobile

solco di fili prosternati. Portava ancora, come in quel giorno, l’abito

grigio, attillato, senza guarnizioni, che una cintura d’un color di

lilla pallido avvinceva strettamente sopra i fianchi sobrii e a pena

arcuati. E recava in testa il cappellaccio di paglia dalle tese larghe

e convesse, su cui risaltavan due tulipani sanguigni in un ciuffo di

foglie e di spiche.

Oh, le memorie, le memorie! — Aurelio si volse, fissò gli sguardi

laggiù verso il lago, all’opposta riviera dove biancheggiava il

villaggio solitario. Era là, sotto di lui, remotissima, la pineta

del palazzo, simile a un ammasso di cose oscure, indefinibili; era

là il luogo nascosto e favorevole, dov’ella aveva per la prima volta

incantato la natura e la sua anima. Ancora ella lo incantava; ancora

e più, ella con la sua grazia annobiliva e irraggiava le apparenze

per mezzo a cui passava. Eretta su lo sfondo verde e fiorito, come

in quel giorno lontano, ella era simile a un’imagine immortale e

immutabile. Anche una volta il giovine, contemplandola, non vide in

lei la fanciulla ch’egli ben conosceva: vide l’arbitra del suo destino

mortale, la custode della sua felicità, l’incarnazione portentosa del

suo più schietto Sogno di giovinezza; vide l’Unica che avrebbe potuto

far di lui un essere giojoso.

Con un impeto subitaneo, come spinto a tergo da una forza esteriore,

accelerò il passo sul pendìo; e, giunto presso colei che lo precedeva,

disse:

— Flavia, m’ascolti. È la prima volta, dopo molti giorni, che ci

troviamo soli. Io ho passato due settimane di tortura ineffabile,

cercando un mezzo per poterle liberamente parlare..... Oggi finalmente

il caso mi ha favorito.... Ho bisogno di farle una confessione assai

grave e di chiederle un consiglio.

— A me? — ella domandò con un accento ambiguo, d’incredulità e

d’ironia, volgendo a pena il viso verso di lui.

— A lei, Flavia, a nessun altri che a lei.

Poi, dopo una pausa in cui parve ch’egli ascoltasse i palpiti

accelerati del suo cuore, soggiunse:

— Ella mi troverà molto mutato; si stupirà del mio cambiamento

radicale da un mese a questa parte. Io non ne ho colpa alcuna; ho

fatto il possibile, signorina, per soffocare i nuovi desiderii e le

nuove commozioni del mio spirito, per esser forte, per riprendermi e

per dominarmi. Tutto fu inutile. Dirò meglio: ogni sforzo della mia

volontà ribelle non riuscì che ad accrescere i miei turbamenti e le mie

angosce. Io sento oggi che una sola via di salvezza mi rimane: quella

di rivolgermi con tutta franchezza a lei, e di rimettere fiduciosamente

nelle sue mani il destino della mia vita.

— Mio Dio! — esclamò la fanciulla, tentando di sorridere. — È una

responsabilità troppo grave ch’ella mi vuole addossare! Io non credo

d’esser da tanto, signor Aurelio.

Il viso del giovine si coprì di pallore; le sue mani tremarono; i suoi

occhi si volsero inquieti in torno, come se un passo estraneo fosse

risonato d’improvviso dietro di lui.

L'incantesimo · 第 14 / 23 段