Ma omai egli era già al punto in cui l’amarezza sprona, in cui
l’ostacolo cimenta, in cui la passione si pasce sia pur di strazii, di
ripulse, d’umiliazioni. Egli partiva da quei convegni stanco, tediato,
oppresso, ma sempre più infervorato del suo piano, sempre più acceso
dal desiderio e dalla gelosia. Tutte le forze del suo orgoglio s’erano
omai concentrate in una mira unica e costante. Le grandi indignazioni
generavano le maggiori tenerezze. L’odio medesimo non serviva se non
a inasprire l’avidità del sentimento, a rendergli più attraente la
visione prossima della preda. E il pensiero del tempo perduto lo faceva
perseverare e ostinarsi nella sua impresa, come il denaro divorato
dalla Fortuna trascina fatalmente dietro di sè il giocatore che spera
di riaverlo.
Quel giorno, dopo la colazione, Aurelio era salito nella sua camera
in balìa d’un’inquietudine straordinaria. Dopo aver tentato in vano di
continuare la lettura d’un libro, che nei dì precedenti lo aveva molto
appassionato, era uscito all’aperto sul balconcino, e v’era rimasto
a lungo, magnetizzato dalla gran luce del pomeriggio. Il suo cervello
aveva vibrazioni continue, pareva còrso da brividi infocati; i palpiti
del suo cuore eran lenti e faticosi, come trattenuti nello sforzo da
una difficoltà. Un sentimento inafferrabile teneva tutto il suo essere,
il sentimento d’una necessità urgente, d’un’imminenza assai grave,
d’un’occasione propizia, sospesa sopra di lui, che il minuto fuggevole
avrebbe potuta irremissibilmente distruggere per la sua felicità.
Quando udì salire dal basso un suono di pianoforte, Aurelio si mosse.
L’intenzione oscura che lo agitava si dichiarò su l’istante. Egli
voleva veder Flavia nel giardino, in quell’angolo romito al rezzo
degli ultimi abeti, dove l’aveva trovata sola la prima volta; voleva
confidarle tutti i suoi pensieri, tutte le sue pene, per strappare a
lei una confessione esplicita che in un qualunque modo mettesse fine
alla crescente angoscia del suo spirito.
Discese precipitosamente le scale. Salì in corsa a traverso il bosco
senz’incontrar nessuno. L’affanno l’obbligò a sostare qualche attimo
al crocicchio delle due viottole, d’avanti all’antica erma dal volto
corroso e dai seni intatti, come gonfii d’un desiderio immortale. —
Oh, le memorie di quel calmo giorno lontano! Dov’era mai la sua pace?
Dove, la sua gagliarda indifferenza? Dove, i suoi puri sogni di gloria?
— Procedette poi a passo anche più spedito verso l’altura, quasi lo
chiamasse, da quell’ombra, il vivido raggio di sole che illuminava a
traverso un pertugio la sommità del sentiere.
Flavia era là, seduta sotto i pini, un po’ abbandonata su sè stessa,
tenendo su le ginocchia un ricamo che osservava con intensa attenzione.
D’innanzi a lei era disteso l’ampio scialle a mo’ di tappeto, tutto
coperto di scatole, scatolette, astucci, astuccini, e d’un’infinità di
fascetti colorati. Un’altra sediuola portatile all’opposto lembo dello
scialle indicava il posto di Luisa, discesa per l’esercizio quotidiano
di pianoforte.
Vedendola così vicina e così sola, sembrò al giovine che la sua mente
per prodigio si vuotasse e ogni sua energia venisse d’un tratto a
mancare. Rimase immobile allo sbocco del sentiere, incerto ancora
se dovesse avvicinarlesi o retrocedere rapidamente prima d’essere
scoperto. — Perchè era salito lassù? Che cosa avrebbe potuto dire
a Flavia? Con che parole avrebbe incominciato? Egli s’era lasciato
trasportare da un cieco impulso; e non aveva avuto il tempo di
prepararsi al difficile colloquio, di concretare un abile pretesto
di discorso o una qualunque giustificazione della sua presenza a
quell’ora, in quel luogo! Egli si trovava di fronte a lei, dubbioso,
inetto, disarmato, come un capitano che non abbia preveduto
l’incontro d’un nemico formidabile! Che fare? Come presentarsi? E
come allontanarsi? — Nella sua grande confusione, la fuga gli sembrava
impresa quasi più ardua dell’attacco.
Ella alzò per caso gli occhi dal telajo, e lo scorse.
— Signor Aurelio! — esclamò, piacevolmente stupita.
— Buon giorno, signorina, — egli disse, levandosi il cappello e
avanzando. Poi chiese con atto di maraviglia: — Sola?
— Sola, lo vede. Luisa, come sempre a quest’ora, è alla tortura
dell’odioso strumento.
— Difatti..... — egli mormorò.
Voleva dire: «Difatti l’ho sentita studiare dalla mia camera.» Ma si
trattenne in tempo, con il lieve tremito di chi stia per tradirsi o per
isvelare un interno segreto. In vece domandò, concitatamente:
— Ella non ama dunque la musica, signorina?
— Poco. Almeno amo poco la musica ch’io debbo eseguire: al contrario
in teatro mi piace assai, forse perchè mi piace molto il teatro. Se
sapesse quanto han fatto la mamma e il babbo per invogliarmi a imparare
il pianoforte! Essi mi avrebber voluta una grande pianista; io però li
ho scoraggiti presto con la mia inettitudine e con la mia negligenza.
— E ora, non suona mai?
— Mai, mai!... Ma prego, conte, s’accomodi, — ella aggiunse con
cortesia, indicandogli la sediuola disoccupata, d’onde tolse un pajo di
forbici e un rocchetto di filo d’oro.
Aurelio sedette, dopo un’esitazione breve.
Egli era alfine presso di lei, solo, assolutamente libero, come aveva
desiderato, come aveva voluto. In torno, il bosco d’abeti si piegava
discretamente in arco, formando una profonda nicchia verde, una specie
di parete alta e opaca, che s’apriva soltanto da una parte quasi per
ricevere i riflessi aurei del poggio ammantato dal sole. Il silenzio
della campagna circostante proteggeva il luogo nascosto, che pareva
creato per un qualche alto mistero. Su le vette degli alberi e sul
culmine del colle si distendeva l’etereo manto azzurro, il muto e
deserto paese dell’Eternità e della Gloria, a cui volano disperdendosi
i sogni dell’umanità insodisfatta. — Egli era alfine presso di lei,
solo, assolutamente libero, come aveva desiderato, come aveva voluto!
Perchè dunque temeva? E da che proveniva l’angustia del suo cuore? E
perchè non osava? perchè lasciava trascorrere inutili quegli istanti
preziosi di solitudine? Ohimè, la sua mente era vuota, la sua volontà
assopita! Egli s’abbandonava alla corrente come un uomo che disperi di
salvarsi!
Parlarono un tempo incalcolabile di cose indifferenti, con lunghi
intervalli di mutismo. Flavia gli mostrò, perchè l’ammirasse, il suo
ricamo, una combinazione a bastanza armonica di tinte languide, di
viola smorto, di verde smorto, d’oliva smorto, disposte a fiamma e
orlate d’oro. Egli, confuso e timido, teneva gli occhi fissi sul lavoro
paziente, e, per dire qualche parola, chiedeva spiegazioni su lo stile,
sul tempo che occorreva per compirlo, su l’uso ch’ella ne avrebbe poi
fatto. In tanto dentro di lui, i rimproveri sorgevano, a uno a uno,
implacabilmente, a similitudine di spettri maligni che uscissero alla
luce da una porta misteriosa; e una voce corrucciata ripeteva ognor
più forte la sollecitazione: — «Agisci! Spiègati! Domanda! Il tempo
fugge, e tu non sai se domani ti sarà concessa un’occasione altrettanto
propizia. Puoi tu sopportare oltre la tortura che ti ha dilaniato in
questi giorni passati? Puoi tu vivere di timori e non di speranze?
Pensaci: meglio, mille volte meglio lo schianto della più cruda
certezza all’angoscia del dubbio sempre crescente. Quando tu conoscerai
tutta la verità, allora soltanto potrai trovare la via di scampo, che
ora la tua vista ottenebrata non discerne.»
Il giovine ascoltava e fremeva. Durante un silenzio più prolungato, gli
parve alfine di poter sciogliere la lingua, d’aver trovato un appicco
facile per il discorso che voleva tenere; credette che un’ispirazione
buona fosse venuta a scuotere il torpore del suo spirito. Egli non
sapeva ancor bene quale fosse questa ispirazione; ma sentiva che
il momento era giunto per tentar la sorte e si diceva che una volta
gittato il dado la partita sarebbe stata senz’altro risolta. Alcune
parole si precisarono nella sua mente; egli le ripetè più volte con il
pensiero, senza poterle pronunciare. — E poi? E poi? — In fine, con la
voce tremante, abbassando gli occhi, mormorò:
— Signorina, avrei bisogno di parlarle.
Flavia, intenta al suo lavoro, alzò lentamente il capo e fissò Aurelio
con aria sospettosa, interrogando.
— Dica pure, — fece ella dopo una pausa, poi ch’egli non accennava a
proseguire.
Un nuovo e più grave eclisse oscurò per qualche istante lo spirito
di lui. — Che cosa dire? Come incominciare? Era dunque necessario
rispondere? Egli non sapeva più nulla, nulla; ignorava per fino dove
e con chi fosse; egli pensava a cose estranee; egli ora era tutto
occupato a considerare attentamente il disegno d’un gran fiore giallo,
che s’ergeva alto su l’erba del prato. Come staccare gli sguardi da
quel fiore? Come concentrare la mente sopra un determinato soggetto?
Gli occhi di Flavia, che lo fissavan sempre con un’espressione acuta
d’impazienza e d’interrogazione, l’obbligarono a troncare quell’indugio
ingiustificabile. Egli parlò pianamente, cercando le parole,
arrestandosi a ogni frase, quasi aspettando da lei un’interruzione che
gli risparmiasse lo sforzo supremo di concludere.
— Signorina — incominciò — ella deve scusare la mia curiosità...
È stata lei a risvegliarla... con la sua schiettezza, con la sua
espansività, con la fiducia di cui si compiacque d’onorarmi fin dai
primi tempi della nostra conoscenza.... Io vorrei farle una domanda....
una domanda forse un poco indiscreta.... forse inopportuna... e forse
no... Ma desidererei, prima di rivolgergliela, una promessa da parte
sua... desidererei ch’ella m’assicurasse di rispondermi francamente,
senza timori e senza reticenze... perchè dalla sua risposta può
dipendere... io saprei... In breve, signorina, mi permette di farle
questa domanda?
Flavia, rassicurata dal lungo preambolo, lo ascoltava sempre più
indulgente nell’aspetto, sempre più benevola, con un lieve sorriso di
sodisfazione su le labbra. Ella aveva in quel momento la coscienza
della sua superiorità di fronte a quell’uomo forte, intelligente e
coltissimo, che balbettava con lei come un bambino; e cedeva senza
riflettere al sentimento insidioso di pietà e di condiscendenza,
che suscita assai di sovente nelle donne l’omaggio timido o servile.
Rispose:
— M’interroghi pure quanto vuole; io cercherò d’esser più franca che
m’è possibile.
Il giovine, osservandola di sottecchi, s’avvide del suo mutamento e fu
investito come da un soffio subitaneo di speranza e d’audacia. Rialzò
con un moto brusco il capo e rivolse sicuro gli occhi verso quelli di
lei.
— La porta del suo cuore, — egli domandò, con accento leggero, — è
dunque sempre chiusa, anzi murata, come due mesi or sono?
Il dado era gittato. Ogni ansietà non aveva più ragion d’essere:
Aurelio si sentiva calmo, sereno, quasi indifferente, pronto a
sopportare qualunque più fiero colpo. E la fanciulla, offesa dalla
forma della richiesta e ancor più dalla espressione con cui era stata
proferita, aveva cessato di sorridere e sosteneva gagliardamente lo
sguardo di lui.
Si fissarono così un poco senza parlare, in atto di sfida. L’eterno
odio dei sessi, fatto di diffidenza, di paura e d’orgoglio, irritò e
disgiunse le loro anime, le quali un istante prima eran già in atto
di fondersi. Parve che ciascuno di essi volesse penetrare con gli
occhi nell’intimo dell’altro, senz’esserne a sua volta investigato;
parve, come in un duello, che ciascuno, raccolto nella posizione forte
di guardia, indugiasse a muoversi per la tema di scoprirsi o nella
speranza di sorprendere l’avversario con una botta fulminea.
Ella in fine si risolse a parlare.
— Io le risponderò, — disse con la voce grave, — come lei ha già
risposto a una mia domanda altrettanto indiscreta: schiettamente, più
che mai.
Aurelio la guardò, impassibile. Le parole crudeli non gli suscitarono
in quel momento nessuna commozione: le ascoltò sorridendo, e concluse
in tono scherzoso, ironicamente:
— Me ne rallegro molto con lei, signorina. E le chiedo perdono d’aver
dubitato della sua coerenza.
Più tardi però, quando fu solo, quando l’imagine dell’amata si sostituì
alla sensazione e la fantasia smussò gli spigoli pungenti della
realità, egli, ripensando a quell’ultimo colloquio avuto con Flavia,
ebbe le ore più torbide e più agitate della sua vita. L’idea d’aver
sciupato un’occasione favorevole, d’aver distrutto con un movimento
brusco e temerario l’incanto che stava già per avvolgerli entrambi,
lo rese folle d’ira, di rimorso, di dolore. Il flutto di tenerezza e
di passione, ond’era invaso, sommerse i piccoli rancori, gli impulsi
vendicativi, le ribellioni dell’amor proprio; ed egli non sentì più se
non lo schianto atroce della delusione, l’angosciosa tristezza del suo
povero amore incorrisposto e spregiato.
Su le prime accettò senza discutere il senso letterale delle parole di
Flavia, e giudicò irreparabile e definitivo uno stato di cose che era
fuori del suo potere e della sua volontà. «Ella non l’amava; lo aveva
respinto: ogni speranza dunque era omai perduta per lui.» Egli si vide,
per il capriccio d’una sorte cattiva o per una tragica disposizione
della Natura, perennemente solo e abbandonato tra esseri estranei
o nemici. Pensò che la vita a tal prezzo non valeva la pena d’esser
vissuta; pensò che la gloria era vana, l’umanità era trista, l’avvenire
incommutabile o non meritevole d’esser commutato. Uno scontento immane
del mondo e di sè stesso s’impadronì di tutte le sue facoltà. Egli
rimase soffocato nella stretta di tanta desolazione, maledicendo
all’esistenza e alle sue miserie, anelando inutilmente a un Bene,
ch’era l’Amore e poteva anche esser la Morte.
Ma una reazione benefica, il ritorno spontaneo e naturale
dell’illusione dopo lo scoramento supremo, non tardò a risollevare
il suo spirito e a infondervi di nuovo il soffio vivificatore della
speranza. Le sue abitudini di riflessione e d’analisi lo spinsero
in buon punto a ricercare sotto il velame delle parole il loro senso
recondito e a costruire pazientemente quelle ipotesi ch’eran per lui
meno avverse e meno scoraggianti. — Era dunque ben certo che Flavia non
l’amava? La sua ripulsa sdegnosa non poteva esser dettata da un tardo
desiderio di rivincita, dall’istinto femminile di difendersi con la
bugia, con l’astuzia, con l’offesa? E non l’aveva egli forse provocata
e meritata quella ripulsa, con la sua domanda importuna e piena di
sarcasmo? — Aurelio ricordò il sorriso che aveva a grado a grado
modificato l’espressione della fanciulla, mentr’egli parlava a frasi
interrotte e la corda della tenerezza vibrava ancora nel suo balbettìo
confuso: Flavia certamente in quell’attimo aspettava da lui una qualche
appassionata rivelazione, e l’aspettava palpitando d’impazienza e di
piacere. S’egli, in vece d’inorgoglirsi e di reprimersi, avesse aperto
con lealtà il suo cuore, probabilmente ella non avrebbe mutato contegno
e non gli avrebbe risposto in tal guisa. «Ella dunque lo amava; ella
non aveva inteso di respingerlo; ella poteva sempre divenire, quando
egli lo volesse, la donna tua.» Un impeto folle di gioja trasportò la
sua anima dagli abissi della disperazione al colmo della fiducia in
sè stesso e nel suo destino. Egli tremò di soavità, pensando d’essere
amato. Egli, imaginando l’avvenire, credette che la sua vita interna
acquistasse d’improvviso un’accelerazione prodigiosa. La gloria era in
lui; il trionfo della sua persona empiva di letizia l’universo. Ogni
cosa si rischiarava; ogni ostacolo cedeva, come disperso dalla passione
soverchiatrice. Gli passava da presso la Felicità, ed egli udiva bene
nel silenzio il rombo delle sue ali; egli sentiva l’aria scossa e
turbata dall’eterna Chimera proteiforme, dietro cui gli uomini volan
travolti, come foglie nel vento d’un traino impetuoso.
Ma i dubbii e i timori lo circuirono da capo, appena l’analisi si
spinse un poco oltre lo scopo per cui era fatta. Chi cerca il conforto
negli artifizii del raziocinio corre gli stessi rischi di colui che
cerca un tesoro nascosto nel fondo d’una palude. Il pensiero, nella
sua indagine, non può d’un tratto arrestarsi contento alla migliore
ipotesi, e trova sempre accanto a questa un’interpretazione contraria
che ne abolisce ogni valore di certezza e ogni virtù di consolazione.
— L’imagine del pretendente venne a frammescolarsi allora alle sue
considerazioni, e distrusse con il suo solo apparire tutto l’edificio
delle liete aspettative. Non era dunque possibile che il sorriso di
Flavia fosse dedicato a costui? Non era possibile che un’analogia di
situazione o di parole le avesse risvegliato nella mente il ricordo
del fidanzato lontano, illuminandole il volto di dolcezza e di
bontà? E l’ultima sua risposta non poteva essere in vece una superba
menzogna, ch’ella aveva detto volontariamente, per nascondere a un
estraneo il geloso segreto del suo cuore? Tutto ciò era possibile, ed
era più disperante d’ogni altra supposizione! La gelosia rinasceva;
l’odio contro il rivale noto e disprezzato saettava dentro di lui;
il desiderio della fanciulla, inacerbito da quell’odio e da quella
gelosia, diveniva uno spasimo inumano, una follia cupa e maligna che
fomentava nel suo spirito i più temerarii e i più obliqui divisamenti.
Nei dì successivi il dibattito continuò viepiù fiero: ogni frase,
ogni gesto di Flavia assunse nella sua imaginazione due sensi
contradittorii, ai quali egli rimaneva a lungo aggrappato come
agli orli d’una voragine. «Ella lo amava? Amava quell’altro o
rimaneva fedele al primo che aveva amato?» Egli rispose mille volte,
successivamente, a queste diverse domande con la stessa affermazione
convinta, interpretando una parola di lei scelta a caso nel corso d’una
conversazione indifferente, una sua occhiata fuggevole o un tremito
delle sue palpebre, un sospiro, un sorriso o un silenzio.
Non si eran più trovati soli dopo d’allora. Aurelio per una settimana
non aveva osato ripresentarsi a lei in quel luogo determinato, a
quell’ora fissa del giorno. Si vedevan dunque, come per il passato,
ai convegni comuni, dove non riuscivano a scambiare che qualche
breve discorso o di quando in quando qualche sguardo eloquente. Una
mutazione sensibile era però avvenuta nel contegno di Flavia: ella
aveva deposto la sua maschera sarcastica e lo trattava ora con la
massima cortesia, sempre un po’ fredda nell’aspetto ma con inflessioni
di voce sottilmente insinuanti e con una certa gravità di linguaggio
che dimostrava una deferenza insolita per lui, un rispetto nuovo per
i suoi principii e per le sue ambizioni. Una sera che donna Marta si
lagnava del nipote e delle sue trascuratezze verso di lei, ella disse
inaspettatamente, senz’ombra d’ironia:
— Per carità, contessa, non si lamenti! Io so che il signor Aurelio le
vuole molto bene. E poi, creda a me, noi donne non abbiamo il diritto
di pretendere dagli uomini, che hanno un ideale e interamente vi si
consacrano, più di quanto essi ci possono concedere. Se noi vogliamo
esser per loro un appoggio e non un ostacolo, è giuocoforza che ci
pieghiamo alle loro esigenze e accettiamo senza protesta il posto
ch’essi ci assegnano nella loro vita. Il signor Aurelio avrà certo uno
splendido avvenire; farà un grande onore al suo casato: ella dovrebbe
esserne superba e non chiedergli di più.
E un’altra sera che tutte a vicenda avevan pianto su la loro sorte,
ella disse anche, rivolgendosi a lui direttamente:
— Chi proprio deve esser felice tra noi è lei, conte; lei, che non ha
pensieri, non soggiace alla comune debolezza dei sentimenti, e vive una
vita speciale, tranquillo, sereno, appartato in mezzo alle sue idee,
come in un mondo creato a sua imagine e somiglianza. Ella non sa quanto
io la invidii, certe volte. Se fossi nata uomo, avrei voluto essere
come lei, forte, solo, libero e sdegnoso d’ogni giogo.
Non sospettava dunque ancora la fiamma divoratrice che gli ardeva nel
cuore? O diceva queste cose per accertarsene, per studiare sul suo viso
l’effetto che avevano dentro di lui?
Così passò un’altra settimana, e il piano di conquista imaginato
da Aurelio rimaneva tuttora allo stato di mera intenzione, sempre
più incerto e più difficile. Le sue speranze s’estinguevano,
progressivamente; il suo sogno di felicità andava avvolgendosi
ogni dì più in cupe ombre, da cui l’imagine di Flavia usciva a pena
visibile, tentatrice e irreale come un’apparizione d’incubo. Tutta la
sua giornata non era omai che una lunga agonia. Egli, come pensava al
giorno in cui il rivale sarebbe ritornato, si sentiva morire d’ansia e
di raccapriccio. E quel giorno era vicino; e ogni ora inerte, anzi ogni
attimo, che il suo cuore pulsando annunziava perduto, lo approssimava
di più! Che fare adunque? Che tentare? Eppure qualche cosa ancora
bisognava fare e tentare, prima di risolversi all’ultima rinuncia,
prima d’abbandonare il campo all’odiato vincitore.
In tanto, l’ora era giunta per lui del grande verace amore di sua vita.
Pareva che sotto l’azione del fuoco violento, tutto il suo essere
si fosse trasmutato, dilatato oltre i limiti consueti, alleggerito,
e arricchito di nuove e sconosciute proprietà. Pareva che fosse
sopravvenuta in lui un’altra anima in luogo della sua propria, un’anima
sensitiva e imaginosa che, avendo a sdegno le nozioni precise e le
fredde astrazioni, amava appassionatamente le cose incerte, mobili
e colorite, i facili errori della fantasia, i trepidi voli dell’idea
nell’aria crepuscolare dei sogni e delle leggende. Egli si rinnovava;
egli aveva cessato d’essere pensatore per divenire artista. Egli
sentiva ora il bisogno d’adornarsi, d’abbellire tutto ciò ch’era
intorno a lui, di vivere una vita estetica, composta di sensazioni
armoniche e ritmate.
La sua squallida camera, già ingombra di libri e di fogli gittati qua
e là in disordine, s’assestò, si trasformò, apparve sotto un aspetto
nuovo, femminilmente gradevole. Egli prese dalle stanze superflue
alcuni tappeti, un grande specchio e due o tre quadri, e ve li dispose
con cura, quelli sul suolo e questi su le pareti; con un drappo,
scoperto nella chiesuola annessa al palazzo, si foggiò un ricco
padiglione sopra il capezzale del letto; discese in giardino, e colse
molte rose, alcuni mazzi di fiori campestri, alcune fronde d’edera
per riempire i vasi polverosi e ornare con essi la tavola da lavoro,
il vecchio canterano e la specchiera. Persino nel suo modo di vestire
e d’atteggiarsi, egli dimostrò una sollecitudine non mai avuta, una
preoccupazione assidua e intensa di piacere, un gusto raffinato nella
scelta delle forme e delle sfumature, il cui segreto non avrebbe mai
sospettato di poter conoscere. E per occupare i suoi ozii agitati, si
fece mandare dalla città diversi libri di liriche, che lesse per la
prima volta, fremendo, esaltandosi, spasimando, quasi gli rivelassero
nel loro linguaggio poetico e ardente l’ardore e la poesia de’ suoi
sentimenti inesprimibili.
Alte idee, in vero, sorgevan nella sua intelligenza, mentr’egli compiva
inconscio la profonda metamorfosi. «Perché non debbo io amare?» egli
si domandava. «Perché questa rinuncia, questa mortificazione, questa
restrizione? Non sono io giovine? Non son forse degno del supremo
godimento della vita? L’attimo è fuggevole; e dopo l’attimo vengono
ininterrotte le tenebre del nulla. Posso io sacrificare questo attimo
a un avvenire, di cui non avrò mai più visione, nè coscienza? Posso
io ragionevolmente opprimere e disconoscere i diritti di questa carne
mortale, che _forse_ è tutta quanta la mia sostanza?» Egli anche
pensava: «Io ho saputo fino a oggi trionfare de’ miei sensi, per esser
libero e consacrarmi interamente alla preparazione d’una vasta coltura
e d’una chiara comprensione della vita. E per trionfare de’ miei sensi,
ho giudicato l’Amore un’inferiorità, una bruttura, un pericolo. Ma se
mi fossi ingannato? Se le commozioni dell’Amore, ch’io non ho voluto
conoscere, fossero diverse da quelle che ho supposte, e rafforzassero
in vece il carattere e sollecitassero l’ingegno alle imprese
memorabili?»