d’accasciamento e quasi di desolazione, in cui egli sempre cadeva sotto
l’urto d’un’opinione altrui, altrettanto salda e inflessibile quanto
la sua. Mentre gli altri, già immemori di tutto, ciarlavano e ridevano
spensieratamente, egli riandava ancora, incerto e umiliato, il corso
della disputa inutile; e una folla di buoni argomenti taciuti, di nuove
risposte efficaci, sorgeva spontanea nel suo pensiero a offuscare le
cose che aveva dette, a dimostrargli l’imperizia della sua dialettica
e l’imprudenza delle sue affermazioni. Perché non aveva saputo rimaner
muto e impassibile alle frasi del giovine socialista? E perché,
anche affrontando una discussione, non aveva riflettuto, non aveva
considerato il valore e la qualità de’ suoi ascoltatori, non aveva
pesato bene le sue parole, prima di ribattere? — In vece egli s’era
lasciato miseramente trascinare dall’impeto de’ suoi sentimenti; aveva
parlato con rancore e non con serenità spassionata; aveva fatto, di
fronte a quegli estranei, la figura meschina d’un retrogrado rabbioso o
d’un volgare nemico della Luce!
Sopra tutto in causa di Flavia egli si rammaricava d’aver discorso in
tal modo. Nel fondo del suo spirito, un poco annebbiato dai vapori
del vino bevuto in copia, incominciava omai a trepidare un senso di
malinconia tenera e obliosa, quel bisogno d’abbandonarsi, di perdonare,
di fraternizzare che assale irresistibile all’inizio di un’ebrietà.
Guardando ora la fanciulla, Aurelio la trovava, nella semplicità della
sua bianca veste virginale, sovranamente incantevole; un soffio di
vaghe memorie gli passava a traverso la mente angustiata, inclinandola
insensibilmente a benevolenza verso di lei, riaccendendo a mano a
mano il fuoco assopito della sua simpatia. Ed egli, inconsapevole, si
stupiva d’aver potuto contrariare la bella creatura che gli splendeva
d’innanzi, e si rimproverava il suo contegno pertinacemente ostile e
scortese, e deplorava il suo indocile orgoglio che ogni dì più scavava
un abisso incolmabile tra le loro due vite. — Ma non era egli dunque
che la gittava deliberatamente tra le braccia del rivale? Non la voleva
egli così, estranea e nemica, divisa sempre da lui da un ostacolo
immane? Non era preferibile per il suo scopo quel dissidio aperto e
sincero a un’intesa lentamente insidiosa, a una domestichezza con lei
che avrebbe potuto generare la catastrofe temuta? — Oh, un suo sguardo
lusinghevole! Egli, certo, avrebbe in quel momento sacrificato il suo
sogno più caro per uno sguardo lusinghevole di lei, che fosse venuto a
traverso la mensa a ricercarlo!
Frattanto intorno a lui l’animazione aumentava. La fine del pranzo
generoso rendeva loquaci e ilari gli altri commensali, li accomunava
in un unico sentimento di benessere, di confidenza, d’espansiva
cordialità. Parlavan tutti insieme, e il frastuono delle voci alte
e delle risate rimbombava sotto la vòlta profonda: l’ingegnere, con
gli occhi sfavillanti e il naso purpureo, raccontava a donna Marta
un aneddoto procace, che pareva scandalizzasse l’anima candida
della sorella zitellona, in atto di turarsi le orecchie con le
mani; il Siena, acceso in viso, discorreva vivacemente con Flavia e
la signora Boris, prorompendo a tratti in ghigni gutturali, che lo
facevan torcere e rannicchiarsi su la sedia come all’impressione d’un
solletico ostinato; l’Ugenti in vece era divenuto patetico e nebuloso,
e declamava chino verso la bionda un’ardente poesia di passione,
sottolineandone i passaggi più teneri con certi sguardi estasiati,
tremuli nel vuoto, battendo con le lunghe braccia aperte il ritmo dei
versi sonanti.
Le bottiglie del vino di Sciampagna, recate per i brindisi, suscitarono
un’acclamazione entusiastica, un grido unanime d’esultanza. Sembrò
quasi che un vento di frenesia passasse d’improvviso nella sala da
pranzo, esagitando le fiamme delle candele, scotendo le sedie e gli
oggetti sparsi in disordine su la tavola. Le fanciulle e donna Marta
applaudirono; Maurizio e Giorgio si levarono d’un balzo in piedi, per
disputarsi con comico accanimento l’onore di stapparle. Come i calici
furon tutti ricolmi del dolce vino propiziatorio, l’Ugenti con un atto
risoluto impugnò il suo bicchiere, lo sollevò alto sopra il capo e
incominciò a parlare.
Il fumo delle sigarette si dilatava omai su le teste, striando l’aria
di tenui strati azzurrognoli, continuamente mobili. L’afa nella stanza
chiusa si faceva sempre più sensibile e opprimente; un odore acre
di vivande e di vini saliva a ondate dalla mensa, intollerabile. Il
giovine socialista, la fronte imperlata di sudore, proseguiva il suo
discorso con una foga enfatica di gesti e d’accenti, esaltando le virtù
e le attitudini della donna, illustrandone l’alta missione morale,
profetizzandole un avvenire glorioso in una società meno egoistica
e più giusta della presente. E gli altri, d’un tratto ammutoliti,
lo guardavano attoniti, stupefatti, senz’ascoltarlo, nell’attesa
impaziente d’una conclusione.
Quand’egli s’interruppe a mezzo d’un periodo per riprender fiato, un
applauso formidabile risonò sotto la vòlta e i calici simultaneamente
s’alzarono per brindare. Il Siena, nell’immenso strepito, urlò con
tutte le forze de’ suoi polmoni:
— Evviva dunque la signorina Flavia! Alla sua salute, alla sua
felicità, all’esaudimento delle sue speranze!
Gli evviva echeggiarono, mentre i calici s’incrociavano, battevan forte
l’un contro l’altro, tintinnando.
Flavia abbandonò prima il suo posto, s’avvicinò a suo padre, poi
a sua madre, e, strettoli tra le braccia, li baciò ripetutamente
sul viso, assai commossa: aveva gli occhi lucidi, un rossor vivo
cosparso su le guance delicate. Così accesa e come trasfigurata,
stretta nella semplice veste bianca, ella emanava dalla persona un
fascino irresistibile, l’incanto sublime della Vergine, quell’acuto
profumo di poesia e di candore, che infiamma l’imaginazione, inebria
i sensi e abolisce ogni volontà. Aurelio, il quale muto e immobile
l’accompagnava con gli sguardi, si sentiva languire d’ammirazione e
di desiderio. Non mai gli era parsa così leggiadra e così nobile di
forme e d’espressione! Non mai gli era parsa così degna d’essere amata,
d’esser preposta a supremo scopo d’un’esistenza mortale! Ella non era
più la fanciulla, ch’egli ben conosceva: era il simbolo della grazia,
l’incarnazione tipica dell’Eterna Bellezza, era l’Unica, era l’Eletta,
era la Dea. — Oh, uno sguardo, un solo sguardo lusinghevole di lei!
Egli avrebbe sacrificato tutta la sua vita per uno sguardo lusinghevole
di lei, che fosse venuto in quel momento solenne a ricercarlo!
Ma la giovinetta pareva che lo avesse affatto dimenticato, pareva che
ignorasse la sua presenza alla festa familiare: tremante di commozione,
guardava fisa il padre o la madre con occhi pieni di gratitudine e
d’affetto, e non si stancava di scoccare su le loro guance quei baci
sonori, che avevano nell’anima del giovine un’eco spasimosa.
Quando la signora Teresa si levò e uscì dalla stanza, Aurelio anche si
mosse: fece qualche passo verso la finestra quasi cercando un soffio
d’aria libera, poi, vedendosi inosservato, infilò pianamente la porta e
riparò solo nel salotto.
Si lasciò cader di peso sul divano. Si prese il capo fra le palme, con
atto disperato. Un ardore molesto gli infocava le tempia. Il cuore gli
pulsava in petto con una violenza non mai avuta. I fumi del vino si
spandevan torbidi e foschi intorno a lui, annebbiandogli la visione
delle cose, dandogli a intervalli il senso ingrato della vertigine. —
Egli si sentiva solo, affranto e desolato: egli soffriva terribilmente,
e nessuno era presso di lui a confortarlo! Il suo dolore si dissipava
inutile e indifferente nell’impassibilità dello spazio, come quello
d’un qualunque bruto ferito a morte in una foresta!... Egli, certo,
avrebbe potuto spegnersi così, senza che un’anima buona fosse accorsa
in suo aiuto, senza turbare con il suo gemito indistinto la gioja
romorosa di coloro che gli eran vicini!....
Impeti subitanei di collera sorgevano nel suo spirito a ogni scoppio
d’ilarità nella stanza contigua; supremi abbattimenti lo prendevano
appena l’ira cessava. E intanto un desiderio folle si faceva strada tra
le tenebre di quel tumulto selvaggio dell’anima, usciva a poco a poco
dal caos delle imagini oscure, si rischiarava, splendeva, scintillava
come astro solitario in un cielo tempestoso: il desiderio di Flavia,
d’una parola benevola di lei, d’una sua carezza su la fronte accesa,
d’uno di quei baci inebrianti, ch’ella aveva pocanzi prodigati con
tanto trasporto a’ suoi parenti. — Oh, perchè ella non veniva? perchè
tardava tanto? Non sapeva ella forse ch’era là, solo, triste, afflitto
da un’angoscia senza nome, ad aspettarla? E la sua pietà, sempre sì
docile all’appello dei sofferenti, non si risvegliava dunque per la
prima volta al suo grido disperato di soccorso?
Un passo leggero che s’avvicinava lo fece sussultare di sgomento e di
giubilo. Egli non respirava più: il suo sangue pareva si fosse d’un
tratto arrestato nelle vene. Era lei? Certo, era lei; doveva esser lei.
La gioja ineffabile del suo cuore non poteva ingannarlo. Egli l’aveva
invocata; ella, ecco, accorreva. — Oh, caderle ai piedi e morire!....
Qualcuno era entrato nel salotto.
Aurelio tolse con lento atto il viso alterato e livido dalla stretta
delle mani, e guardò d’innanzi a sè, come un sonnambulo strappato
repentinamente al suo sogno.
— Signor Aurelio, che cos’ha? — disse spaurita Luisa, avvicinandosi a
lui con vivacità.
Egli continuava a fissarla senza parlare. — Ohimè, l’ultima speranza
andava miseramente tradita. Il mondo non aveva più luce! La sua
vita non aveva più scopo! L’inganno era mortale e palese: un riso
acuto, a lui ben noto, si levò nella stanza vicina e venne a colpirlo
d’improvviso come un’irrisione del Destino.
Luisa sedette al suo fianco, gli prese amorevolmente la mano.
— Signor Aurelio, per carità risponda: si sente male? Ha bisogno di
qualche cosa? Risponda!
— Grazie, signorina, grazie! — egli riuscì a mormorare, rialzando il
capo — Non è nulla: un po’ d’emicrania....
— Faceva forse troppo caldo nella sala da pranzo. Io stessa non ne
poteva più! Vuole che apra le finestre? L’aria libera le farà bene.
Vuole che le ordini qualche cosa di caldo? Vuole che chiami donna
Marta?....
Ella parlava concitatamente, assai commossa, con una specie d’affanno
appassionato nella voce e nel respiro. E intanto gli stringeva forte
la mano, e lo guardava con gli occhi inumiditi, gonfii di pietà e
di tenerezza. «Non è lei! Non è lei! Non è lei!» ripeteva spasimando
l’anima del giovine, mentre quelle dolci parole si disperdevano vane e
sciupate, come semi sparsi sopra un terreno sterile. — Oh, fosse stata
Flavia, la consolatrice! Su la Terra non vi sarebbe stato un uomo più
divinamente felice di lui!
— Grazie, è inutile, signorina, — disse Aurelio, levandosi d’improvviso
in piedi. — Proverò a uscire, proverò a far due passi nel cortile....
Grazie!
Studiando il passo, senza più rivolgersi, s’avviò verso la porta.
L’aperse. Vide le tenebre spalancate d’innanzi a sè; vi si gittò
perdutamente come in un abisso.
IX.
IL SOGNO.
E il gran Sogno fatalmente si svolse.
Il padre Boris era ritornato a Milano; gli ospiti eran partiti. La
solita pace regnava nel palazzo antico, mentre in torno l’opera alacre
degli agricoltori ferveva, ornando i campi rasati d’accese frange
d’oro, empiendo la purezza degli spazii di strepito giulivo. Dall’alba
all’imbrunire, le canzoni della mietitura, disperse di qua e di là
su i colli ubertosi, ondeggiavan nel silenzio, e davano all’orecchio
che le ascoltava un senso di vastità singolare; il buon odor cereale
e l’olezzo del fieno fresco imbalsamavano alternativamente l’aria,
assumendo negli aridi meriggi intensità quasi d’essenze. La festa
dell’ultima ricolta si celebrava così sotto il sole benefico d’agosto,
tra gli inni, tra i profumi, tra i colori smaglianti, in una semplicità
solennemente primitiva di riti e di costumi. E gli inni eran d’amore, e
i profumi eran di vita, e i colori eran di gioja.
Aurelio, dal balconcino della sua camera o nel parco o durante le
peregrinazioni su le colline circostanti, assisteva al grandioso
spettacolo, commosso, attonito, maravigliato. Non mai come in quei
giorni egli s’era sentito così posseduto dal fascino della Natura
feconda; non mai come in quei giorni s’era sentito legato da vincoli
così stretti alla grande madre Terra. Egli, atomo d’un tutto, pareva
fondersi e confondersi tra quelle manifestazioni vaste e benigne,
dimentico d’ogni cosa, conscio soltanto della sua piccolezza e
della sua vanità in un mondo attivo e produttivo, dove la vita si
svolgeva gloriosamente sopra una distesa senza confini. Il suo corpo
illanguidito dalla canicola, il suo spirito ottuso dal desiderio, si
sottraevano ogni dì più al dominio della ragione e della volontà. Egli
non poteva più fermare a lungo la sua attenzione su i soggetti dei
propri studii: appena faceva uno sforzo mediocre d’applicazione, una
stanchezza dianzi sconosciuta gli pesava sul cervello, ed egli doveva
arrestarsi d’un tratto nel suo lavoro, come chi si trovi d’improvviso
su la soglia d’una stanza buja. Passava perciò lunghe ore nell’inerzia
più assoluta, distratto, vuoto, come estatico, seguendo con l’orecchio
il ritmo d’un qualche canto campestre, o accompagnando con gli
sguardi il fumo d’una sigaretta che si smarriva sottilmente nell’aria
cristallina.
Una moltitudine di sensazioni minute, spontanee, incoscienti componeva
in quei giorni l’esistenza materiale di lui. Il suo essere era simile
a una pagina bianca su cui una penna segnasse a caso piccoli segni
indecifrabili: si difformava e s’alterava continuamente alla minima
impressione d’un soffio, d’un profumo, d’un suono, d’un bagliore.
D’avanti a un prato raso di fresco, macchiato dai cumuli più smorti
del fieno, d’avanti a un campo popolato di spigolatrici chine in fila
su le glebe, d’avanti a un albero carico di frutti, al gorgheggio
d’un uccello tra il fogliame d’una siepe, alla voce d’un bambino in
una cascina solitaria, egli si soffermava attento e turbato, come al
cospetto d’un fatto straordinario o d’una cosa supremamente mirabile.
Le imagini delle sembianze esteriori si succedevano per tal modo
inattese nella sua mente, senz’ordine e senza logica, convertendosi in
idee fuggevoli, in confuse astrazioni, in pallidi raziocinii che non
duravano un attimo e si disperdevano. E sotto questa sorta di velario
sensibile e sempre mutabile, ch’era come la superficie della sua
anima, una calda corrente di tenerezza passava, profonda, invisibile,
violenta, — il bisogno istintivo e fatale di pace, di felicità,
d’amore.
Dalle campagne, illustrate magnificamente dal sole, animate dall’opera
umana, gli veniva assai di sovente l’esempio seduttore: era la
Terra stessa, sgravata, nuda e come distesa per un nuovo amplesso
ferace, la quale descriveva alla sua fantasia con muto languido atto
l’insuperabile voluttà del creare; era quella gente umile e travagliata
da ogni tristizia, che gli gittava sul viso l’alito ardente della
sacra febbre, il soffio infocato dell’immortale desiderio. Talvolta,
percorrendo le viottole perdute, egli aveva sorpreso, nascosto in una
macchia, qualche ruvido idillio; talvolta aveva sentito nel silenzio,
dietro una fitta cortina arborea, il susurro di due voci diverse,
interrotto a tratti dai baci; talvolta aveva visto nei campi, integre
nella luce, due alte figure, prossime e sole, esprimere con gli
sguardi l’impazienza della loro mutua simpatia. Il giovine osservava e
ascoltava con l’avidità d’un sitibondo che oda il croscio d’un’acqua
sotterranea. E torbide visioni gli si levavano nello spirito, mentre
un’angoscia soffocante agitava tutti gli elementi della sua sostanza;
poichè egli intendeva di trovarsi in fine d’innanzi al segreto del suo
scontento e della sua fragilità.
A quelle sollecitazioni della Natura imperiosa, il cuore pareva
gli divenisse gonfio e convulso; il sangue gli affluiva a fiotti al
cervello; l’anima gli si ammorbidiva e si scioglieva come fusa da
un calore supremo. Alcune frasi liriche, inaspettate, s’abbozzavano
nel suo pensiero, illuminandolo con la fugacità frenetica di lampi:
«Avere una donna propria, un’amante.... Smarrire ogni senso nella
contemplazione de’ suoi sguardi inamorati.... Perdersi con lei
in quelle selve folte e mute, che ammantano le valli.... Amare,
amare molto, fino alla stanchezza, fino all’esaurimento, fino alla
distruzione, fino alla morte!» Era il gran Sogno che si svolgeva,
il Sogno dell’eterna passione vitale. Era una brama indomabile
d’integrazione, di struggimento, di congiunzione che lo accendeva,
ch’esaltava la sua anima per modo che ogni imagine vi si riproduceva
alterata sotto forma di poesia. Omai egli si sentiva languire nella
solitudine, spasimava di desiderio, agognava febbrilmente a utilizzare
la sua effimera giovinezza, a crescere, a fruttare, a concedersi e a
possedere, in un immenso slancio verso la Voluttà che integra e che
crea. E l’imagine di Flavia, della Donna conosciuta e vicina, gli
sorgeva alta e fulgida nella mente come un sole nel cielo del suo
Destino.
Dalla sera del pranzo in casa Boris, nuovi impulsi eran sopravvenuti
a spingere irresistibilmente il giovine verso la fanciulla: innanzi
tutto, la gelosia viva contro il pretendente noto e disprezzato; poi,
la curiosità di sapere s’ella accettava quest’uomo e se accettandolo
lo amava; in fine, l’ambizione virile di contenderla a questo, di
strappargliela, di trionfare su lui con le proprie qualità e i proprii
meriti. L’impresa gli si presentava oltremodo facile e d’esito quasi
sicuro: il rivale era partito, era lontano, probabilmente senza alcun
rapporto epistolare con Flavia; e non sarebbe riapparso a Cerro che
tra una quindicina di giorni al più presto. Durante la sua assenza,
egli era bene il padrone incontrastato della situazione: avrebbe
potuto agevolmente insinuarsi nelle grazie di lei, vincerne le solite
ritrosie, cancellarle dalla memoria gli ingrati residui del loro breve
passato. Sarebbe certo riuscito, con la sua esperienza psicologica e le
virtù della sua persona, a insignorirsi del cuore ancor titubante della
giovinetta, e a scacciarne ogni altra imagine, ogni altro ideale, ogni
estranea speranza. Non era ella forse già sul punto di cedere, prima
ch’egli avesse deliberato d’evitarla e di fuggirla? E quella sera sul
lago deserto, quando gli aveva stretto con tanta effusione la mano,
non aveva ella confessato in modo indubbio la sua nascente simpatia
per lui? Bastava dunque ch’egli si riaccostasse con una mossa abile
a Flavia; bastava che sapesse riprendere il filo degli avvenimenti
da quell’ultimo tenero colloquio avuto con lei in solitudine, ed era
sicuro che ogni causa di dissidio sarebbe d’un tratto venuta a mancare
ed egli l’avrebbe avuta di nuovo pienamente in suo potere.
La preoccupazione di questo disegno astuto, la speranza ambigua di
poter contrastare al rivale quel bene a cui egli volontariamente
aveva rinunciato, permanevano costanti nel fondo della sua anima,
dove l’azione della coscienza non giunge che a lunghi intervalli e
sotto forma di rimproveri fievoli e inerti. A volte, com’era tratto
a riflettere su qualche atto preciso dalla sua vita indisciplinata,
Aurelio riusciva bene a intendere la bieca intenzione del suo piano,
la slealtà de’ suoi propositi di conquista; riusciva a intendere
ch’egli agiva sotto l’impulso d’un sentimento invido e geloso e che
di là della vittoria sul rivale egli non vedeva e non considerava mai
la conseguente necessità d’una riparazione verso la fanciulla. Allora
aveva momenti terribili di rammarico e di rivolta morale: come un
peccatore credente che si confessi, egli esagerava il rilievo della
sua colpa, e giurava a sè medesimo di mutar linea di condotta, e
s’imponeva, convinto d’eseguirle, penitenze e rinunce esemplari. Ma il
vento della passione si riversava fulmineo sul suo capo, dissipando
in un colpo le nebbie momentanee delle riflessioni, dei rimorsi e
dei buoni proponimenti. Quella specie di sovreccitazione inconscia e
impaziente, ch’era in quei giorni lo stato abituale del suo spirito,
s’impossessava novamente di lui. Egli ricominciava a sognare, a correre
verso la mèta oscura, contro la quale si sentiva spinto come da una
volontà estranea alla sua, a inebriarsi di frasi sonore, di morbide
fantasticherie, d’imaginose aspettazioni di felicità.
Per tre giorni egli non poté avvicinar Flavia se non alla presenza
delle altre signore, in giardino o sul rialto. Nell’impossibilità
di parlarle da solo a sola, d’investigare il mistero dell’anima sua,
Aurelio sofferse veramente torture senza nome. Seduto un po’ lontano
dal crocchio, come per il passato, egli rimaneva intere ore fermo e
silenzioso al suo posto di guardia, osservando con occhi distratti
le cose circostanti o fingendo d’ascoltare i discorsi interminabili
delle quattro donne. Nulla nel suo aspetto che indicasse un turbamento,
un’angustia, la più leggera impazienza; eppure dentro di lui ferveva
una continua tempesta d’idee oblique e di sentimenti dolorosi. Talvolta
era una malinconia profonda, che lo prendeva durante quei ritrovi, come
un desiderio tragico di riposo e di morte; talvolta era un’irritazione
maligna, come una smania di vendetta e di crudeltà contro la fanciulla
che pareva incurante di lui, o contro le estranee che gli paralizzavano
ogni tentativo; talvolta in vece era un senso gelido di apatia e di
malessere, che gli rendeva intollerabili e quasi odiose tutte quelle
donne e tutte quelle ciance.
Flavia d’altra parte, forse consapevole del suo nuovo valore e delle
mutate intenzioni del giovine, sembrava che si piacesse di fomentare
la sua ansietà e d’esasperare per gusto felino i nascosti tormenti del
suo cuore. Sempre appostata accanto alla madre o alla cugina, non gli
si rivolgeva che assai di rado, e solo per indirizzargli fuggevolmente
un’insipida domanda o per lanciare qualche frizzo mordace contro le
sue teorie su la donna e su la società. In verità, ella poteva dirsi
maestra nell’arte d’usare l’ironia e il sarcasmo: sapeva cogliere ogni
più vaga occasione nel discorso comune per colpire direttamente dove
voleva; sapeva dare a una semplice frase un senso recondito e affatto
diverso dal letterale, con un gesto, con un atteggiamento del viso,
con un’inflessione della voce; sapeva trovare l’epiteto pungente e
cortese, che, mentre passa per gli astanti inosservato, fa impallidire
colui al quale si rivolge. E i suoi dileggi maliziosi venivan sempre
accompagnati dal sorriso più dolce e più benigno.
Sotto le sferzate subitanee che lo ferivano nel più vivo della sua
sostanza, Aurelio, costretto a tacere o a ricercare una difesa blanda
e rispettosa, fremeva di rabbia e di dolore; ma provava anche, al
risveglio de’ suoi istinti pugnaci, un sollievo particolare, una
specie di scossa violenta e non disaggradevole, come chi esca da una
camera afosa all’aria gelata della via. Più che le irrisioni, più che
gli scherni, più che le ingiurie, egli aborriva il contegno freddo e
indifferente di Flavia: eran la gioconda loquacità di lei, la calma
imperturbabile della sua faccia, sopra tutto il suo riso schietto e
squillante che provocavano in lui i più lividi rancori, le più fosche
idee, i più desolati abbandoni, spingendolo talvolta fin sul confine
della demenza.