La discussione calorosa aveva lasciato l’Imberido in quello stato

d’accasciamento e quasi di desolazione, in cui egli sempre cadeva sotto

l’urto d’un’opinione altrui, altrettanto salda e inflessibile quanto

la sua. Mentre gli altri, già immemori di tutto, ciarlavano e ridevano

spensieratamente, egli riandava ancora, incerto e umiliato, il corso

della disputa inutile; e una folla di buoni argomenti taciuti, di nuove

risposte efficaci, sorgeva spontanea nel suo pensiero a offuscare le

cose che aveva dette, a dimostrargli l’imperizia della sua dialettica

e l’imprudenza delle sue affermazioni. Perché non aveva saputo rimaner

muto e impassibile alle frasi del giovine socialista? E perché,

anche affrontando una discussione, non aveva riflettuto, non aveva

considerato il valore e la qualità de’ suoi ascoltatori, non aveva

pesato bene le sue parole, prima di ribattere? — In vece egli s’era

lasciato miseramente trascinare dall’impeto de’ suoi sentimenti; aveva

parlato con rancore e non con serenità spassionata; aveva fatto, di

fronte a quegli estranei, la figura meschina d’un retrogrado rabbioso o

d’un volgare nemico della Luce!

Sopra tutto in causa di Flavia egli si rammaricava d’aver discorso in

tal modo. Nel fondo del suo spirito, un poco annebbiato dai vapori

del vino bevuto in copia, incominciava omai a trepidare un senso di

malinconia tenera e obliosa, quel bisogno d’abbandonarsi, di perdonare,

di fraternizzare che assale irresistibile all’inizio di un’ebrietà.

Guardando ora la fanciulla, Aurelio la trovava, nella semplicità della

sua bianca veste virginale, sovranamente incantevole; un soffio di

vaghe memorie gli passava a traverso la mente angustiata, inclinandola

insensibilmente a benevolenza verso di lei, riaccendendo a mano a

mano il fuoco assopito della sua simpatia. Ed egli, inconsapevole, si

stupiva d’aver potuto contrariare la bella creatura che gli splendeva

d’innanzi, e si rimproverava il suo contegno pertinacemente ostile e

scortese, e deplorava il suo indocile orgoglio che ogni dì più scavava

un abisso incolmabile tra le loro due vite. — Ma non era egli dunque

che la gittava deliberatamente tra le braccia del rivale? Non la voleva

egli così, estranea e nemica, divisa sempre da lui da un ostacolo

immane? Non era preferibile per il suo scopo quel dissidio aperto e

sincero a un’intesa lentamente insidiosa, a una domestichezza con lei

che avrebbe potuto generare la catastrofe temuta? — Oh, un suo sguardo

lusinghevole! Egli, certo, avrebbe in quel momento sacrificato il suo

sogno più caro per uno sguardo lusinghevole di lei, che fosse venuto a

traverso la mensa a ricercarlo!

Frattanto intorno a lui l’animazione aumentava. La fine del pranzo

generoso rendeva loquaci e ilari gli altri commensali, li accomunava

in un unico sentimento di benessere, di confidenza, d’espansiva

cordialità. Parlavan tutti insieme, e il frastuono delle voci alte

e delle risate rimbombava sotto la vòlta profonda: l’ingegnere, con

gli occhi sfavillanti e il naso purpureo, raccontava a donna Marta

un aneddoto procace, che pareva scandalizzasse l’anima candida

della sorella zitellona, in atto di turarsi le orecchie con le

mani; il Siena, acceso in viso, discorreva vivacemente con Flavia e

la signora Boris, prorompendo a tratti in ghigni gutturali, che lo

facevan torcere e rannicchiarsi su la sedia come all’impressione d’un

solletico ostinato; l’Ugenti in vece era divenuto patetico e nebuloso,

e declamava chino verso la bionda un’ardente poesia di passione,

sottolineandone i passaggi più teneri con certi sguardi estasiati,

tremuli nel vuoto, battendo con le lunghe braccia aperte il ritmo dei

versi sonanti.

Le bottiglie del vino di Sciampagna, recate per i brindisi, suscitarono

un’acclamazione entusiastica, un grido unanime d’esultanza. Sembrò

quasi che un vento di frenesia passasse d’improvviso nella sala da

pranzo, esagitando le fiamme delle candele, scotendo le sedie e gli

oggetti sparsi in disordine su la tavola. Le fanciulle e donna Marta

applaudirono; Maurizio e Giorgio si levarono d’un balzo in piedi, per

disputarsi con comico accanimento l’onore di stapparle. Come i calici

furon tutti ricolmi del dolce vino propiziatorio, l’Ugenti con un atto

risoluto impugnò il suo bicchiere, lo sollevò alto sopra il capo e

incominciò a parlare.

Il fumo delle sigarette si dilatava omai su le teste, striando l’aria

di tenui strati azzurrognoli, continuamente mobili. L’afa nella stanza

chiusa si faceva sempre più sensibile e opprimente; un odore acre

di vivande e di vini saliva a ondate dalla mensa, intollerabile. Il

giovine socialista, la fronte imperlata di sudore, proseguiva il suo

discorso con una foga enfatica di gesti e d’accenti, esaltando le virtù

e le attitudini della donna, illustrandone l’alta missione morale,

profetizzandole un avvenire glorioso in una società meno egoistica

e più giusta della presente. E gli altri, d’un tratto ammutoliti,

lo guardavano attoniti, stupefatti, senz’ascoltarlo, nell’attesa

impaziente d’una conclusione.

Quand’egli s’interruppe a mezzo d’un periodo per riprender fiato, un

applauso formidabile risonò sotto la vòlta e i calici simultaneamente

s’alzarono per brindare. Il Siena, nell’immenso strepito, urlò con

tutte le forze de’ suoi polmoni:

— Evviva dunque la signorina Flavia! Alla sua salute, alla sua

felicità, all’esaudimento delle sue speranze!

Gli evviva echeggiarono, mentre i calici s’incrociavano, battevan forte

l’un contro l’altro, tintinnando.

Flavia abbandonò prima il suo posto, s’avvicinò a suo padre, poi

a sua madre, e, strettoli tra le braccia, li baciò ripetutamente

sul viso, assai commossa: aveva gli occhi lucidi, un rossor vivo

cosparso su le guance delicate. Così accesa e come trasfigurata,

stretta nella semplice veste bianca, ella emanava dalla persona un

fascino irresistibile, l’incanto sublime della Vergine, quell’acuto

profumo di poesia e di candore, che infiamma l’imaginazione, inebria

i sensi e abolisce ogni volontà. Aurelio, il quale muto e immobile

l’accompagnava con gli sguardi, si sentiva languire d’ammirazione e

di desiderio. Non mai gli era parsa così leggiadra e così nobile di

forme e d’espressione! Non mai gli era parsa così degna d’essere amata,

d’esser preposta a supremo scopo d’un’esistenza mortale! Ella non era

più la fanciulla, ch’egli ben conosceva: era il simbolo della grazia,

l’incarnazione tipica dell’Eterna Bellezza, era l’Unica, era l’Eletta,

era la Dea. — Oh, uno sguardo, un solo sguardo lusinghevole di lei!

Egli avrebbe sacrificato tutta la sua vita per uno sguardo lusinghevole

di lei, che fosse venuto in quel momento solenne a ricercarlo!

Ma la giovinetta pareva che lo avesse affatto dimenticato, pareva che

ignorasse la sua presenza alla festa familiare: tremante di commozione,

guardava fisa il padre o la madre con occhi pieni di gratitudine e

d’affetto, e non si stancava di scoccare su le loro guance quei baci

sonori, che avevano nell’anima del giovine un’eco spasimosa.

Quando la signora Teresa si levò e uscì dalla stanza, Aurelio anche si

mosse: fece qualche passo verso la finestra quasi cercando un soffio

d’aria libera, poi, vedendosi inosservato, infilò pianamente la porta e

riparò solo nel salotto.

Si lasciò cader di peso sul divano. Si prese il capo fra le palme, con

atto disperato. Un ardore molesto gli infocava le tempia. Il cuore gli

pulsava in petto con una violenza non mai avuta. I fumi del vino si

spandevan torbidi e foschi intorno a lui, annebbiandogli la visione

delle cose, dandogli a intervalli il senso ingrato della vertigine. —

Egli si sentiva solo, affranto e desolato: egli soffriva terribilmente,

e nessuno era presso di lui a confortarlo! Il suo dolore si dissipava

inutile e indifferente nell’impassibilità dello spazio, come quello

d’un qualunque bruto ferito a morte in una foresta!... Egli, certo,

avrebbe potuto spegnersi così, senza che un’anima buona fosse accorsa

in suo aiuto, senza turbare con il suo gemito indistinto la gioja

romorosa di coloro che gli eran vicini!....

Impeti subitanei di collera sorgevano nel suo spirito a ogni scoppio

d’ilarità nella stanza contigua; supremi abbattimenti lo prendevano

appena l’ira cessava. E intanto un desiderio folle si faceva strada tra

le tenebre di quel tumulto selvaggio dell’anima, usciva a poco a poco

dal caos delle imagini oscure, si rischiarava, splendeva, scintillava

come astro solitario in un cielo tempestoso: il desiderio di Flavia,

d’una parola benevola di lei, d’una sua carezza su la fronte accesa,

d’uno di quei baci inebrianti, ch’ella aveva pocanzi prodigati con

tanto trasporto a’ suoi parenti. — Oh, perchè ella non veniva? perchè

tardava tanto? Non sapeva ella forse ch’era là, solo, triste, afflitto

da un’angoscia senza nome, ad aspettarla? E la sua pietà, sempre sì

docile all’appello dei sofferenti, non si risvegliava dunque per la

prima volta al suo grido disperato di soccorso?

Un passo leggero che s’avvicinava lo fece sussultare di sgomento e di

giubilo. Egli non respirava più: il suo sangue pareva si fosse d’un

tratto arrestato nelle vene. Era lei? Certo, era lei; doveva esser lei.

La gioja ineffabile del suo cuore non poteva ingannarlo. Egli l’aveva

invocata; ella, ecco, accorreva. — Oh, caderle ai piedi e morire!....

Qualcuno era entrato nel salotto.

Aurelio tolse con lento atto il viso alterato e livido dalla stretta

delle mani, e guardò d’innanzi a sè, come un sonnambulo strappato

repentinamente al suo sogno.

— Signor Aurelio, che cos’ha? — disse spaurita Luisa, avvicinandosi a

lui con vivacità.

Egli continuava a fissarla senza parlare. — Ohimè, l’ultima speranza

andava miseramente tradita. Il mondo non aveva più luce! La sua

vita non aveva più scopo! L’inganno era mortale e palese: un riso

acuto, a lui ben noto, si levò nella stanza vicina e venne a colpirlo

d’improvviso come un’irrisione del Destino.

Luisa sedette al suo fianco, gli prese amorevolmente la mano.

— Signor Aurelio, per carità risponda: si sente male? Ha bisogno di

qualche cosa? Risponda!

— Grazie, signorina, grazie! — egli riuscì a mormorare, rialzando il

capo — Non è nulla: un po’ d’emicrania....

— Faceva forse troppo caldo nella sala da pranzo. Io stessa non ne

poteva più! Vuole che apra le finestre? L’aria libera le farà bene.

Vuole che le ordini qualche cosa di caldo? Vuole che chiami donna

Marta?....

Ella parlava concitatamente, assai commossa, con una specie d’affanno

appassionato nella voce e nel respiro. E intanto gli stringeva forte

la mano, e lo guardava con gli occhi inumiditi, gonfii di pietà e

di tenerezza. «Non è lei! Non è lei! Non è lei!» ripeteva spasimando

l’anima del giovine, mentre quelle dolci parole si disperdevano vane e

sciupate, come semi sparsi sopra un terreno sterile. — Oh, fosse stata

Flavia, la consolatrice! Su la Terra non vi sarebbe stato un uomo più

divinamente felice di lui!

— Grazie, è inutile, signorina, — disse Aurelio, levandosi d’improvviso

in piedi. — Proverò a uscire, proverò a far due passi nel cortile....

Grazie!

Studiando il passo, senza più rivolgersi, s’avviò verso la porta.

L’aperse. Vide le tenebre spalancate d’innanzi a sè; vi si gittò

perdutamente come in un abisso.

IX.

IL SOGNO.

E il gran Sogno fatalmente si svolse.

Il padre Boris era ritornato a Milano; gli ospiti eran partiti. La

solita pace regnava nel palazzo antico, mentre in torno l’opera alacre

degli agricoltori ferveva, ornando i campi rasati d’accese frange

d’oro, empiendo la purezza degli spazii di strepito giulivo. Dall’alba

all’imbrunire, le canzoni della mietitura, disperse di qua e di là

su i colli ubertosi, ondeggiavan nel silenzio, e davano all’orecchio

che le ascoltava un senso di vastità singolare; il buon odor cereale

e l’olezzo del fieno fresco imbalsamavano alternativamente l’aria,

assumendo negli aridi meriggi intensità quasi d’essenze. La festa

dell’ultima ricolta si celebrava così sotto il sole benefico d’agosto,

tra gli inni, tra i profumi, tra i colori smaglianti, in una semplicità

solennemente primitiva di riti e di costumi. E gli inni eran d’amore, e

i profumi eran di vita, e i colori eran di gioja.

Aurelio, dal balconcino della sua camera o nel parco o durante le

peregrinazioni su le colline circostanti, assisteva al grandioso

spettacolo, commosso, attonito, maravigliato. Non mai come in quei

giorni egli s’era sentito così posseduto dal fascino della Natura

feconda; non mai come in quei giorni s’era sentito legato da vincoli

così stretti alla grande madre Terra. Egli, atomo d’un tutto, pareva

fondersi e confondersi tra quelle manifestazioni vaste e benigne,

dimentico d’ogni cosa, conscio soltanto della sua piccolezza e

della sua vanità in un mondo attivo e produttivo, dove la vita si

svolgeva gloriosamente sopra una distesa senza confini. Il suo corpo

illanguidito dalla canicola, il suo spirito ottuso dal desiderio, si

sottraevano ogni dì più al dominio della ragione e della volontà. Egli

non poteva più fermare a lungo la sua attenzione su i soggetti dei

propri studii: appena faceva uno sforzo mediocre d’applicazione, una

stanchezza dianzi sconosciuta gli pesava sul cervello, ed egli doveva

arrestarsi d’un tratto nel suo lavoro, come chi si trovi d’improvviso

su la soglia d’una stanza buja. Passava perciò lunghe ore nell’inerzia

più assoluta, distratto, vuoto, come estatico, seguendo con l’orecchio

il ritmo d’un qualche canto campestre, o accompagnando con gli

sguardi il fumo d’una sigaretta che si smarriva sottilmente nell’aria

cristallina.

Una moltitudine di sensazioni minute, spontanee, incoscienti componeva

in quei giorni l’esistenza materiale di lui. Il suo essere era simile

a una pagina bianca su cui una penna segnasse a caso piccoli segni

indecifrabili: si difformava e s’alterava continuamente alla minima

impressione d’un soffio, d’un profumo, d’un suono, d’un bagliore.

D’avanti a un prato raso di fresco, macchiato dai cumuli più smorti

del fieno, d’avanti a un campo popolato di spigolatrici chine in fila

su le glebe, d’avanti a un albero carico di frutti, al gorgheggio

d’un uccello tra il fogliame d’una siepe, alla voce d’un bambino in

una cascina solitaria, egli si soffermava attento e turbato, come al

cospetto d’un fatto straordinario o d’una cosa supremamente mirabile.

Le imagini delle sembianze esteriori si succedevano per tal modo

inattese nella sua mente, senz’ordine e senza logica, convertendosi in

idee fuggevoli, in confuse astrazioni, in pallidi raziocinii che non

duravano un attimo e si disperdevano. E sotto questa sorta di velario

sensibile e sempre mutabile, ch’era come la superficie della sua

anima, una calda corrente di tenerezza passava, profonda, invisibile,

violenta, — il bisogno istintivo e fatale di pace, di felicità,

d’amore.

Dalle campagne, illustrate magnificamente dal sole, animate dall’opera

umana, gli veniva assai di sovente l’esempio seduttore: era la

Terra stessa, sgravata, nuda e come distesa per un nuovo amplesso

ferace, la quale descriveva alla sua fantasia con muto languido atto

l’insuperabile voluttà del creare; era quella gente umile e travagliata

da ogni tristizia, che gli gittava sul viso l’alito ardente della

sacra febbre, il soffio infocato dell’immortale desiderio. Talvolta,

percorrendo le viottole perdute, egli aveva sorpreso, nascosto in una

macchia, qualche ruvido idillio; talvolta aveva sentito nel silenzio,

dietro una fitta cortina arborea, il susurro di due voci diverse,

interrotto a tratti dai baci; talvolta aveva visto nei campi, integre

nella luce, due alte figure, prossime e sole, esprimere con gli

sguardi l’impazienza della loro mutua simpatia. Il giovine osservava e

ascoltava con l’avidità d’un sitibondo che oda il croscio d’un’acqua

sotterranea. E torbide visioni gli si levavano nello spirito, mentre

un’angoscia soffocante agitava tutti gli elementi della sua sostanza;

poichè egli intendeva di trovarsi in fine d’innanzi al segreto del suo

scontento e della sua fragilità.

A quelle sollecitazioni della Natura imperiosa, il cuore pareva

gli divenisse gonfio e convulso; il sangue gli affluiva a fiotti al

cervello; l’anima gli si ammorbidiva e si scioglieva come fusa da

un calore supremo. Alcune frasi liriche, inaspettate, s’abbozzavano

nel suo pensiero, illuminandolo con la fugacità frenetica di lampi:

«Avere una donna propria, un’amante.... Smarrire ogni senso nella

contemplazione de’ suoi sguardi inamorati.... Perdersi con lei

in quelle selve folte e mute, che ammantano le valli.... Amare,

amare molto, fino alla stanchezza, fino all’esaurimento, fino alla

distruzione, fino alla morte!» Era il gran Sogno che si svolgeva,

il Sogno dell’eterna passione vitale. Era una brama indomabile

d’integrazione, di struggimento, di congiunzione che lo accendeva,

ch’esaltava la sua anima per modo che ogni imagine vi si riproduceva

alterata sotto forma di poesia. Omai egli si sentiva languire nella

solitudine, spasimava di desiderio, agognava febbrilmente a utilizzare

la sua effimera giovinezza, a crescere, a fruttare, a concedersi e a

possedere, in un immenso slancio verso la Voluttà che integra e che

crea. E l’imagine di Flavia, della Donna conosciuta e vicina, gli

sorgeva alta e fulgida nella mente come un sole nel cielo del suo

Destino.

Dalla sera del pranzo in casa Boris, nuovi impulsi eran sopravvenuti

a spingere irresistibilmente il giovine verso la fanciulla: innanzi

tutto, la gelosia viva contro il pretendente noto e disprezzato; poi,

la curiosità di sapere s’ella accettava quest’uomo e se accettandolo

lo amava; in fine, l’ambizione virile di contenderla a questo, di

strappargliela, di trionfare su lui con le proprie qualità e i proprii

meriti. L’impresa gli si presentava oltremodo facile e d’esito quasi

sicuro: il rivale era partito, era lontano, probabilmente senza alcun

rapporto epistolare con Flavia; e non sarebbe riapparso a Cerro che

tra una quindicina di giorni al più presto. Durante la sua assenza,

egli era bene il padrone incontrastato della situazione: avrebbe

potuto agevolmente insinuarsi nelle grazie di lei, vincerne le solite

ritrosie, cancellarle dalla memoria gli ingrati residui del loro breve

passato. Sarebbe certo riuscito, con la sua esperienza psicologica e le

virtù della sua persona, a insignorirsi del cuore ancor titubante della

giovinetta, e a scacciarne ogni altra imagine, ogni altro ideale, ogni

estranea speranza. Non era ella forse già sul punto di cedere, prima

ch’egli avesse deliberato d’evitarla e di fuggirla? E quella sera sul

lago deserto, quando gli aveva stretto con tanta effusione la mano,

non aveva ella confessato in modo indubbio la sua nascente simpatia

per lui? Bastava dunque ch’egli si riaccostasse con una mossa abile

a Flavia; bastava che sapesse riprendere il filo degli avvenimenti

da quell’ultimo tenero colloquio avuto con lei in solitudine, ed era

sicuro che ogni causa di dissidio sarebbe d’un tratto venuta a mancare

ed egli l’avrebbe avuta di nuovo pienamente in suo potere.

La preoccupazione di questo disegno astuto, la speranza ambigua di

poter contrastare al rivale quel bene a cui egli volontariamente

aveva rinunciato, permanevano costanti nel fondo della sua anima,

dove l’azione della coscienza non giunge che a lunghi intervalli e

sotto forma di rimproveri fievoli e inerti. A volte, com’era tratto

a riflettere su qualche atto preciso dalla sua vita indisciplinata,

Aurelio riusciva bene a intendere la bieca intenzione del suo piano,

la slealtà de’ suoi propositi di conquista; riusciva a intendere

ch’egli agiva sotto l’impulso d’un sentimento invido e geloso e che

di là della vittoria sul rivale egli non vedeva e non considerava mai

la conseguente necessità d’una riparazione verso la fanciulla. Allora

aveva momenti terribili di rammarico e di rivolta morale: come un

peccatore credente che si confessi, egli esagerava il rilievo della

sua colpa, e giurava a sè medesimo di mutar linea di condotta, e

s’imponeva, convinto d’eseguirle, penitenze e rinunce esemplari. Ma il

vento della passione si riversava fulmineo sul suo capo, dissipando

in un colpo le nebbie momentanee delle riflessioni, dei rimorsi e

dei buoni proponimenti. Quella specie di sovreccitazione inconscia e

impaziente, ch’era in quei giorni lo stato abituale del suo spirito,

s’impossessava novamente di lui. Egli ricominciava a sognare, a correre

verso la mèta oscura, contro la quale si sentiva spinto come da una

volontà estranea alla sua, a inebriarsi di frasi sonore, di morbide

fantasticherie, d’imaginose aspettazioni di felicità.

Per tre giorni egli non poté avvicinar Flavia se non alla presenza

delle altre signore, in giardino o sul rialto. Nell’impossibilità

di parlarle da solo a sola, d’investigare il mistero dell’anima sua,

Aurelio sofferse veramente torture senza nome. Seduto un po’ lontano

dal crocchio, come per il passato, egli rimaneva intere ore fermo e

silenzioso al suo posto di guardia, osservando con occhi distratti

le cose circostanti o fingendo d’ascoltare i discorsi interminabili

delle quattro donne. Nulla nel suo aspetto che indicasse un turbamento,

un’angustia, la più leggera impazienza; eppure dentro di lui ferveva

una continua tempesta d’idee oblique e di sentimenti dolorosi. Talvolta

era una malinconia profonda, che lo prendeva durante quei ritrovi, come

un desiderio tragico di riposo e di morte; talvolta era un’irritazione

maligna, come una smania di vendetta e di crudeltà contro la fanciulla

che pareva incurante di lui, o contro le estranee che gli paralizzavano

ogni tentativo; talvolta in vece era un senso gelido di apatia e di

malessere, che gli rendeva intollerabili e quasi odiose tutte quelle

donne e tutte quelle ciance.

Flavia d’altra parte, forse consapevole del suo nuovo valore e delle

mutate intenzioni del giovine, sembrava che si piacesse di fomentare

la sua ansietà e d’esasperare per gusto felino i nascosti tormenti del

suo cuore. Sempre appostata accanto alla madre o alla cugina, non gli

si rivolgeva che assai di rado, e solo per indirizzargli fuggevolmente

un’insipida domanda o per lanciare qualche frizzo mordace contro le

sue teorie su la donna e su la società. In verità, ella poteva dirsi

maestra nell’arte d’usare l’ironia e il sarcasmo: sapeva cogliere ogni

più vaga occasione nel discorso comune per colpire direttamente dove

voleva; sapeva dare a una semplice frase un senso recondito e affatto

diverso dal letterale, con un gesto, con un atteggiamento del viso,

con un’inflessione della voce; sapeva trovare l’epiteto pungente e

cortese, che, mentre passa per gli astanti inosservato, fa impallidire

colui al quale si rivolge. E i suoi dileggi maliziosi venivan sempre

accompagnati dal sorriso più dolce e più benigno.

Sotto le sferzate subitanee che lo ferivano nel più vivo della sua

sostanza, Aurelio, costretto a tacere o a ricercare una difesa blanda

e rispettosa, fremeva di rabbia e di dolore; ma provava anche, al

risveglio de’ suoi istinti pugnaci, un sollievo particolare, una

specie di scossa violenta e non disaggradevole, come chi esca da una

camera afosa all’aria gelata della via. Più che le irrisioni, più che

gli scherni, più che le ingiurie, egli aborriva il contegno freddo e

indifferente di Flavia: eran la gioconda loquacità di lei, la calma

imperturbabile della sua faccia, sopra tutto il suo riso schietto e

squillante che provocavano in lui i più lividi rancori, le più fosche

idee, i più desolati abbandoni, spingendolo talvolta fin sul confine

della demenza.

L'incantesimo · 第 12 / 23 段