s’insinuava a poco a poco tra i fusti sottili, aveva appesantite le sue
palpebre. Il giovine chiuse gli occhi, s’abbandonò con un moto lento,
supino su l’erba, sostenendosi il capo con le due mani intrecciate
dietro l’occipite.
Una gran calma si faceva dentro di lui: il suo pensiero, affaticato dal
lungo dibattito, ottuso dalla canicola, parve distendersi mollemente,
come il suo corpo, in un’inerzia sonnolenta. Qualche imagine vaga
e indistinta si rifletté per un attimo su lo sfondo rossastro delle
palpebre abbassate, si modificò, si trasformò, disparve. D’un tratto il
sembiante di Flavia, sorridente e con gli sguardi luminosi, si disegnò
ben chiaro nello spazio fantastico, e diede una sùbita accelerazione
ai palpiti del cuore. Alcune parole risonarono disperse nel silenzio
del suo cervello, come proferite all’orecchio di lui da una ben nota
voce femminea: «Ho amato e non amerò più.....» Poi, sùbito: «È vero:
gli assomiglia negli occhi, nella bocca, specialmente quando parla e
ride...» In fine: «L’avevo mal giudicato. Ella in vece è un uomo di
cuore, di molto cuore.....»
Egli si scosse con un movimento brusco di tutto il corpo, aperse
gli occhi, li fissò, abbacinati e come ciechi, d’innanzi a sè, sul
paesaggio inondato dal sole.
Il più piccolo romore non rompeva il sonno della natura: non un soffio
di vento, non un murmure d’acque, non una voce, non un latrato, non
un’eco di lavoro lontano.
Istintivamente, offesi dal chiarore, i suoi sguardi s’abbassarono verso
il suolo: a pochi passi da lui, su una zolla nuda tra i ciuffi arsi
dell’erbe, giaceva riverso il corpo esanime d’una grossa lucertola con
il capo schiacciato. La minuscola spoglia, abbandonata dal destino
in quel luogo deserto, attrasse l’attenzione del giovine. Egli
pensò, osservandola, alla fragilità di tutti gli organismi viventi,
all’inutilità d’ogni esistenza, al potere formidabile della Morte,
che nessuno risparmia, che ogni essere indifferentemente colpisce.
Contava egli nell’armonia dell’universo più di quella semplice creatura
inconscia, che il piede d’un fanciullo era bastato ad arrestare d’un
tratto nel suo cammino e a distruggere? Aveva egli una sorte diversa
dalla sua?
Una profonda mestizia l’invase. Egli sentì il tempo fluire
irreparabilmente, le cose disperdersi nella vanità dello spazio, le
ambizioni e i desiderii perire. Egli sentì che la vita è triste, e che
oltre la vita son tristi anche le speranze.
E una voce ammonitrice gli disse:
«Guardati dalla Chimera! Il tuo sogno è fastidioso, è stupido, è vano.
Affrèttati, giovine, a godere quello che la realità ti offre, prima che
le tenebre ti circondino.»
E la stessa voce sùbito dopo soggiunse:
«È vero che la vita è breve, e i suoi piaceri son caduchi e velenosi.
Perché dunque vivere di realità e non d’illusioni? Un giorno tutto
sarà nulla: che importerà allora se tu avrai goduto o avrai solamente
sognato?»
VIII.
UNA FESTA.
Da tre lunghi dì Aurelio Imberido non si faceva più vedere dalle
vicine. Chiuso nella sua camera quasi tutta la giornata, egli lavorava
con gran lena, si sprofondava nelle più gravi letture, dominava così
i suoi desiderii fino a illudersi d’essersene interamente liberato.
Ogni sera poi, sùbito dopo il pranzo, usciva dal palazzo prima che le
Boris avessero occupato il rialto, si dilungava in prolisse passeggiate
meditative su i colli circostanti, e, approfittando del plenilunio, non
rientrava in casa che a notte inoltrata, quando era ben sicuro di non
più incontrarle.
Il quarto giorno (era di domenica) donna Marta, che aveva già dato
qualche segno manifesto di mal umore, apparve inaspettatamente su la
soglia della sua stanza, mentr’egli stava a tavolino scrivendo, e gli
disse con accento imperioso che non ammetteva contradizioni:
— Scusa se ti disturbo. Bada che questa sera siamo invitati in casa
Boris. Non si può mancare, perché l’invito ci viene dall’ingegnere
medesimo e si tratta d’una festa di famiglia: del compleanno di Flavia.
Alle sei precise tròvati abbasso: io ti aspetterò.
Gittato uno sguardo dominatore sul nipote, richiuse con uno strappo
brusco l’uscio e disparve.
Quando donna Marta al braccio d’Aurelio entrò nella sala dei Boris,
la conversazione vi ferveva animatissima. Il luogo era quasi oscuro:
dalle anguste finestre penetrava un chiaror pallido che lasciava in
ombra la maggior parte del vano; in quell’ombra irriconoscibili eran
sedute diverse persone, che all’apparire dei due invitati si alzarono,
interrompendo i loro discorsi.
L’ingegnere si fece incontro a essi, facendo un profondo inchino
cerimonioso e un gesto largo con le mani come per abbracciarli:
— Signora contessa, quale onore.... Signor conte, son ben lieto di
rivederla in casa mia...
Porse mollemente la destra alla vecchia signora e ad Aurelio che,
stringendola, provò di nuovo a quel contatto languido e passivo un
senso di ripugnanza, invincibile. Poi chiamò a sè gli altri invitati, e
fece le presentazioni.
— Donna Marta Imberido, il conte Imberido, suo nipote; l’avvocato
Maurizio Siena, il mio giovine amico Giorgio Ugenti.
Aurelio sorrise ironicamente, abbassando il capo d’avanti a due
giovinotti quasi imberbi, uno altissimo e sottile, l’altro basso e
tarchiato, che s’affrettarono a stringer la mano a sua nonna e a lui,
senza un atto di sussiego o di deferenza, con grande semplicità, come
tra camerati.
Donna Marta sedette sul divano insieme con Luisa; i quattro uomini
si fermarono a discorrere in mezzo della sala. L’Ugenti, il più alto,
biondo, con due esigui baffi su una bocca freschissima e un gran naso
cartilaginoso e arcuato in mezzo alla faccia oblunga, parlava del
gran caldo in città, delle sue occupazioni faticose, del desiderio,
per lui ineffettuabile, di passare una quindicina di giorni libero e
tranquillo alla campagna. L’altro, un tipo ebraico dall’espressione
penetrante e sarcastica, nerissimo d’occhi e di capelli e olivastro di
carnagione, asseriva in vece, sogghignando, che la città non è mai così
piacevole come in estate, quando la società elegante l’ha disertata e
le notti brevi son tepide come giorni di primavera senza la noja del
sole. Incerto tra i due, l’ingegnere ascoltava entrambi con visibile
compiacenza, e approvava a tratti indifferentemente or l’uno or l’altro
con un cenno rapido del capo, con un’interjezione ammirativa, con
qualche breve osservazione in cui si ripetevan sotto forma diversa le
stesse cose dette prima da’ suoi interlocutori.
Mentre i tre discorrevano, Aurelio, muto nel crocchio, considerava
con attenzione il padre Boris, che rivolto verso la finestra era in
piena luce. Il suo viso rugoso dai lineamenti grossolani, dalle labbra
sottili, dalle mascelle robuste, dalla fronte stretta, limitata da
una folta capigliatura setolosa, sarebbe parso quello d’un contadino,
se non fosse stato corretto da due fedine diplomatiche, a pena un po’
brizzolate alle estremità. Alto, ossuto, muscoloso, quell’uomo, non
ostante la potenza della sua complessione, aveva nei gesti, nelle
attitudini, nel suono della voce, sopra tutto negli sguardi, una
espressione così mite, umile o paurosa, che a poco a poco d’avanti
agli occhi dell’osservatore perdeva ogni apparenza di forza e di
salute. Sopra tutto i suoi sguardi eran degni di studio e d’attenzione
— pallidi sguardi obliqui e pietosi, che si volgevano in torno
pateticamente come per rassicurare, per confortare, per ammansare un
nemico o per procurarsi un complice; pallidi sguardi indulgenti, che
sembravan dire a chiunque si dirigevano: «Tranquillizzati: io non ti
voglio rovinare; io ti desidero amico; io non ti tradirò mai, se per
caso conoscerò un tuo fallo segreto; noi siamo fatti per intenderci
e per ajutarci a vicenda.» Il giovine, a ogni incontro de’ suoi con
quegli sguardi ambigui, sentiva crescer dentro l’ostilità sorda che
nudriva contro il Boris, come una specie d’antipatia di razza che glie
ne rendeva intollerabile perfino la vicinanza.
Una porta s’aperse. La signora Teresa entrò, dicendo a voce alta:
— Signori, la zuppa è in tavola.
Portava un abito pomposo da teatro, di tinta viva, quasi scollacciato,
tutto adorno di trine preziose, scintillante di vetri e d’ori. Flavia,
in una veste bianca semplicissima, la seguiva recando nella mano una
lucerna.
Si scambiarono saluti e augurii; l’ingegnere presentò agli Imberido una
sua sorella, esile e smunta, ch’era entrata nella stanza, inosservata,
dietro la signorina Boris; poi tutti, confusamente, si diressero verso
la sala da pranzo, conversando, ridendo, annusando il buon odore che
si propagava in torno dalla cucina contigua. Aurelio veniva ultimo al
fianco di Luisa. Questa, a un tratto, si appoggiò fortemente al suo
braccio e gli disse piano all’orecchio, indicandogli l’ebreo che li
precedeva:
— Vede? è un pretendente alla mano di Flavia! Chi sa che stasera non si
combini qualche cosa in famiglia!
Diede in una risatina acutissima, guardò bene il giovine negli occhi,
e lo lasciò bruscamente senz’altro aggiungere, correndo innanzi alla
conquista del suo posto.
La mensa, ben rischiarata dalle sedici fiamme di due alti candelabri
di bronzo, aveva un aspetto di gran lusso. L’argenteria copiosa e
massiccia, il vasellame miniato in oro, la finezza della biancheria
cifrata e frangiata, parlavano in vero della ricchezza degli ospiti,
ma rivelavano altresì, nella loro lucente e inestetica novità, la
recentissima fortuna di questi e il loro gusto volgare nel prediligere
i prodotti dell’industria moderna alle creazioni dell’arte. Nessuna
cosa memore, nessun oggetto singolare rompeva su quella tavola oblunga
la monotona uniformità di quegli utensili comuni, segnati da un marchio
esatto, fusi in cavi inesauribili o copiati da mani mercenarie, simili
in tutto a mille altri utensili offerti nelle vetrine delle botteghe
all’anonima richiesta dei passanti.
Sedettero intorno alla mensa l’ingegnere, tra donna Marta e Flavia,
poi in ordine l’avvocato Siena, la signora Teresa, Aurelio, Luisa,
l’Ugenti e in fine la sorella del Boris. Aurelio aveva quasi di fronte
Flavia e il pretendente, che lo guardava sotto le lenti da miope con
un’ostinazione pressochè offensiva.
Le conversazioni non tardarono a esser riprese con grande vivacità.
L’Ugenti, espansivo e ciarliero, aveva prima tenuti allegri i
commensali con i racconti delle sue prodezze infantili, che lo avevan
reso uno tra i più temuti e i più battuti fanciulli terribili; ora
il Siena, per contrasto, li annoiava tutti, narrando con pedanteria
curialesca e con una certa solennità di gesti e di parole il caso d’un
giovinetto perverso, che egli aveva in quell’anno difeso d’avanti al
tribunale per ferimento volontario d’un coetaneo e che, assolto per
merito suo, era stato poi rinchiuso in una casa di correzione. La sua
voce tra gutturale e nasale, regolata da una cantilena continua, a ogni
minima interruzione s’elevava bruscamente di tono e squillava come per
dominare un tumulto.
Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Flavia lo potrà amare?
potrà esser felice con un uomo simile?» E le parole maligne di Luisa
gli tornavano alla mente, riempiendogli l’animo di rancore e di
desolazione. Pensava: «È possibile ch’ella accetti? È possibile che
ella non sappia distinguere? ch’ella sia affatto indifferente tra me
e lui? che almeno, ricordandosi di me, non abbia un’esitazione prima
d’acconsentire?» Guardava ora la giovinetta, che pareva attentissima
al discorso dell’ebreo. Nulla sul suo viso che indicasse il più
tenue turbamento sentimentale, un passaggio di memorie, un assalto
di rimpianti, uno sforzo della volontà per nascondere agli estranei
l’intima sua inquietudine. Ella, che aveva riso con spontanea gajezza
ai racconti dell’Ugenti, ascoltava adesso seria seria la cantilena
prolissa e tediosa dell’altro, senza un moto d’impazienza, senza mai
rivolgere uno sguardo fuggevole a lui che fissandola lo chiedeva.
Aurelio pensò, vedendo accanto a lei il Boris: «Ella è la figlia
di quell’uomo basso e volgare. Qual maraviglia se ne ha ereditato
gli istinti e le ambizioni? Il pretendente deve esser ricco, avaro
e laborioso: ecco tre ragioni formidabili per non rifiutarlo.» Egli
considerò a più riprese, alternativamente, il padre e la figliuola,
cercandone le rassomiglianze. In verità costui, non ostante la rozza
semplicità del sembiante, poteva ben dirsi la maschera deforme di
lei: aveva la medesima fronte angusta, lo stesso color grigio degli
occhi, un’analoga struttura del capo; perfino la bocca grande e quasi
sdentata rammentava quella bellissima della erede nel colorito acceso
della pelle, nel sorriso, specialmente in una certa piega amara,
che si formava nei momenti d’attenzione a un angolo delle labbra.
Erano entrambi dello stesso sangue, discesi per linea diretta l’una
dall’altro, frutti successivi d’un medesimo albero, le cui radici
s’affondavano in un terreno incolto e malnoto; dovevan dunque agire
entrambi sotto identici impulsi, correre verso una mèta comune,
desiderare un unico destino!
«Ma perchè m’occupo tanto di lei?» egli si domandò d’un tratto. «Che
mi fa s’ella sposa quell’ebreo pedante a preferenza d’un qualunque
altro? Io, certo, non la sposerò mai. Dunque?» Cercò di sottrarsi in
qualche modo al pensiero molesto che lo perseguitava, di cancellare
dalla memoria la confidenza insidiosa della bionda. Volse perciò in
giro uno sguardo indagatore ai suoi commensali: notò che l’ingegnere
e sua sorella portavan spesso il coltello alla bocca, se ne servivano
per scalcare il pesce, non indugiavano per semplicità a metter le
dita sul piatto; anche notò che la sorella in distrazione s’asciugava
talvolta le labbra e il mento col lembo della tovaglia. S’accorse,
osservando bene il giovine Ugenti, che questo teneva appeso alla catena
dell’orologio un distintivo a lui ben noto, la medaglietta d’argento
con l’effigie di Carlo Marx, l’apostolo del Socialismo. S’accorse
che il Siena aveva le unghie lunghe, adunche, non ben polite. Un
senso istintivo di molestia, d’insofferenza, quasi di soffocazione,
quel senso che assale spesso nelle strette d’una calca, si diffuse
rapidamente nel suo essere, parve salirgli alla gola e stringerla a
forza, rendendogli impossibile di trangugiare un sol boccone di più.
Egli si sentiva male tra quella gente diversa da lui; si sentiva
assolutamente isolato, poichè anche sua nonna, in quell’ambiente ch’era
già stato il suo, s’era a poco a poco dimenticata delle abitudini
apprese, s’era confusa con gli altri e discorreva ora animatissimamente
con la sorella del Boris, come si discorre soltanto con una sua simile.
La signora Teresa si volse a lui e gli disse per la decima volta:
— Perchè non mangia? Perchè non beve?
Egli rispose:
— Grazie, ne ho a bastanza. Io mangio sempre poco....
— Ma se non ha mangiato niente! Via, conte, si faccia coraggio!....
Prenda ancora qualche cosa, almeno per farmi piacere.
E gli afferrò il piatto, glie lo riempì di nuovo fino all’orlo.
Il pranzo era interminabile. L’ingegnere, un po’ acceso dalle abondanti
libazioni, proponeva ora una gita in compagnia sul Motterone per una
delle domeniche successive; e il Siena, sempre freddo e solenne, si
scusava di non poter parteciparvi in causa delle sue occupazioni, salvo
che non la si rimandasse almeno di due settimane.
— Ah, — gridò d’un tratto l’Ugenti; — non vorrei poi che coincidesse
proprio col giorno delle elezioni, perchè in tal caso dovrei mancar io,
e ne sarei desolatissimo.
— E che ti fa se ci sono le elezioni? — chiese ridendo il Boris.
— Caro ingegnere, la disciplina del partito esige la mia presenza. Se
ciascuno s’astenesse per una causa o per un’altra fidandosi del voto
dei correligionari, nessuno naturalmente voterebbe, e gli avversarii,
i cari borghesi, trionferebbero in eterno. Nel caso presente poi si
tratta d’una grande battaglia; e la vittoria sarà certo strepitosa per
noi socialisti purchè si vada tutti compatti alle urne.
Il Boris rise del suo riso blando, pieno d’indulgenza, e disse scotendo
il capo:
— E quando bene avrete vinto?....
— Avremo un deputato di più al Parlamento: saremo su la via di diventar
maggioranza e di imporre le nostre leggi anche a chi non le vuole.
— Lei crede? — chiese l’Imberido con sottile ironia.
— Fermamente, — rispose serio e convinto il giovine, volgendosi a lui
senza rancore. — Noi siamo i trionfatori del domani, poiché la nostra
idea va guadagnando, ogni dì più, terreno e potenza.
— Dica meglio: la loro retorica, perché l’idea è piuttosto astrusa
e complicata e non si presta troppo ad adattarsi nelle teste ottuse
in cui la si vorrebbe trapiantare. Ma ammettiamo pure che sia l’Idea
che trionfi, ammettiamo pure che i socialisti si conquistino tutti
i cinquecento seggi del Parlamento; io nego sempre che i loro sogni
febbrili possano per questo semplice fatto divenire realtà, come
nego che l’êra della felicità universale abbia a essere mercè loro
inaugurata.
— E perché, di grazia? — domandò l’Ugenti sempre con grande cortesia.
— Perché l’avvento del Socialismo non esige soltanto una riforma
economica e sociale, già un poco fantastica com’è quella che si
propone; ma sopra tutto una riforma delle anime e delle coscienze.
Esige un’umanità diversa dalla nostra, rinnovata dalle fondamenta;
esige l’abolizione assoluta di tutti gli istinti e i sentimenti che
animano o muovono gli uomini sul nostro povero pianeta. Questo, almeno
che io sappia, non si può ottenere né con la ragione né con la forza: e
non lo si otterrà, mi creda, nemmeno con una legge votata all’unanimità
dal suo Parlamento di socialisti.
L’Ugenti che, mentre Aurelio parlava, continuava a scrollare il capo in
atto di diniego, s’alzò bruscamente in piedi per rispondere con maggior
forza a’ suoi argomenti. Il Siena però, attento e impassibile al suo
posto, lo prevenne.
— Io non sono socialista, — egli disse con la sua voce nasale, con
il suo accento cattedratico — o almeno non sono collettivista nel
senso etimologico della parola. L’abolizione della proprietà privata
è, secondo me, una riforma ineffettuabile. Ma, ciò non ostante, mi
guardo bene dal giudicare il Socialismo con la severità sdegnosa e
con l’antipatia manifesta con cui il signor Imberido lo condanna. Lo
spettacolo delle sofferenze umane, delle ingiustizie sociali non mi può
lasciare inerte, estraneo, indifferente a osservarle o a giustificarle.
Io considero quindi le nuove teorie come il risultato ancora imperfetto
d’una ricerca nobile e generosa per alleviare le une e per rimediare
alle altre. Sotto questo aspetto, bisogna riconoscerlo, il Socialismo è
un’idea altamente rispettabile, che merita l’appoggio di tutti i buoni
e il soccorso di tutti gli intelligenti.
L’Ugenti, ch’era rimasto ritto in piedi, approvò romorosamente; il
Boris stesso annuì col capo, sorridendo; Flavia, che aveva fatto cenni
palesi d’assentimento a ogni pausa dell’avvocato, battè in fine le
mani e gridò con trasporto, guardando per la prima volta negli occhi
l’Imberido:
— È vero! È vero!
Allora un’esasperazione subitanea prese Aurelio. L’antipatia fisica,
che provava contro l’avvocato pedante, il pensiero geloso che Flavia
fosse per appartenergli, il rancore, che avevan mosso in lui quelle
approvazioni concordi e specialmente l’esclamazione entusiastica della
giovinetta, lo fecero sussultare su la sedia e atteggiare il viso a
un’espressione amara di disprezzo e di sarcasmo. Egli disse con la voce
aspra e altezzosa:
— Questa è appunto la parte retorica del Socialismo, alla quale
accennavo pocanzi e che costituisce tutto il suo fascino e tutta la
sua virtù. Ma la retorica è sempre stata retorica; e con le vuote
promesse, con le false lusinghe, con le descrizioni fantastiche d’un
meccanismo sociale imperfettibile, non si ha, no, il diritto di mettere
a soqquadro il mondo intero, d’aizzare le masse brute alla ribellione,
di preparare al prossimo avvenire giorni criminosi di stragi, di rapine
e di vandalismi....
L’Ugenti fece l’atto d’interromperlo.
— I socialisti — egli continuò risoluto — con qualche proposta
generica, che basta un ragionamento infantile a dimostrare insensata,
s’atteggiano evangelicamente a redentori della umanità, e chiamano
in tanto alla riscossa gli ignoranti e i barbari, adulandoli,
solleticandone gli appetiti, rinfocolandone le ambizioni. Ora, sanno
essi se al momento critico questa gente, come sarà padrona del campo,
non li abbandonerà sghignazzando ai loro sogni malati? Possono essi
garentire dell’onestà, della buona fede, dell’obedienza illuminata dei
loro numerosi gregarii? E sono in fine sicuri di poter costruire, sopra
una rivoluzione dei più torbidi elementi sociali, quel monumento di
giustizia, d’equità, di benessere, del quale non son peranco riusciti a
tracciare un piano convincente nei loro libri e nelle loro discussioni
teoriche? Caro signore, — egli soggiunse, volgendosi con un moto brusco
all’avvocato, — di fronte al disastro, che ne minaccia, io intendo
in vece che tutti i buoni e tutti gli intelligenti s’accordino tra
loro per combattere questi rètori pericolosi con ogni arma, con ogni
possibile repressione.
Il socialista e l’avvocato proruppero insieme in una protesta veemente
— il primo balzando di nuovo in piedi, sollevando le lunghe braccia
alte sul lungo corpo sottile; l’altro agitandosi convulsamente su la
sedia, torturandosi con la mano gli esigui baffi neri.
— Le persecuzioni non ci fanno paura! — urlava l’Ugenti stentoreamente.
— Ben vengano le persecuzioni! Esse hanno sempre spianato la via
alle idee nuove; le violenze e gli abusi di potere non fanno se non
inasprire l’opinione pubblica contro le classi dominanti e affrettare
i moti rivoluzionarii. Un anno di dispotismo val quanto mezzo secolo
guadagnato per il trionfo della nostra causa....
— La libertà di pensiero non può essere conculcata in un regime
democratico, — declamava Maurizio Siena, alzando la voce per dominare
quella dell’Ugenti; — essa è una conquista intangibile del nostro
secolo di scienza e di progresso. Gli uomini d’ordine hanno il sacro
dovere di rispettarla....
Parlavano insieme, e le loro parole giungevano confuse all’orecchio
dell’Imberido. Flavia e Luisa, che su le prime avevano protestato,
ridevano ora allegramente del tumulto improvviso. Soltanto il Boris,
sempre tranquillo e sorridente, affermava in silenzio col capo,
ammiccando però con gli occhi stretti e come riconoscenti a colui che
aveva proclamato forte lo sterminio dei disturbatori.
— Basta! — gridò d’un tratto la signora Teresa; e, per richiamar
l’attenzione, percosse ripetutamente con la lama del coltello il suo
bicchiere.
— Basta con la politica! — fece eco donna Marta, che a più riprese
aveva rimproverato il nipote con gli sguardi.
— Voi ci stordite.... Parliamo d’altro, per carità! Si stava
concertando una bella passeggiata in compagnia sul Motterone. Quando
la si fa, dunque? Con le vostre chiacchiere non si verrà mai a una
conclusione!
I due giovini, che gridavano insieme, s’interruppero a mezzo d’una
frase, si guardarono in torno come stupefatti di trovarsi presenti a
un convito ospitale, e scoppiarono insieme a ridere, scusandosi con
le donne per la loro vivacità inopportuna. L’Imberido aggiunse le
sue scuse a quelle de’ suoi avversarii; e la conversazione fu ripresa
senz’altro sul tema meno eccitante dell’escursione in montagna.
Questa fu stabilita per domenica quindici «tempo ed elezioni
permettendo», secondo la espressione finale dell’ingegnere.
— Mi raccomando a lei, — mormorò Luisa all’orecchio d’Aurelio; — faccia
venire anche il signor Zaldini. È così simpatico!