La sua mente era stanca; la luce intensa del pomeriggio, che

s’insinuava a poco a poco tra i fusti sottili, aveva appesantite le sue

palpebre. Il giovine chiuse gli occhi, s’abbandonò con un moto lento,

supino su l’erba, sostenendosi il capo con le due mani intrecciate

dietro l’occipite.

Una gran calma si faceva dentro di lui: il suo pensiero, affaticato dal

lungo dibattito, ottuso dalla canicola, parve distendersi mollemente,

come il suo corpo, in un’inerzia sonnolenta. Qualche imagine vaga

e indistinta si rifletté per un attimo su lo sfondo rossastro delle

palpebre abbassate, si modificò, si trasformò, disparve. D’un tratto il

sembiante di Flavia, sorridente e con gli sguardi luminosi, si disegnò

ben chiaro nello spazio fantastico, e diede una sùbita accelerazione

ai palpiti del cuore. Alcune parole risonarono disperse nel silenzio

del suo cervello, come proferite all’orecchio di lui da una ben nota

voce femminea: «Ho amato e non amerò più.....» Poi, sùbito: «È vero:

gli assomiglia negli occhi, nella bocca, specialmente quando parla e

ride...» In fine: «L’avevo mal giudicato. Ella in vece è un uomo di

cuore, di molto cuore.....»

Egli si scosse con un movimento brusco di tutto il corpo, aperse

gli occhi, li fissò, abbacinati e come ciechi, d’innanzi a sè, sul

paesaggio inondato dal sole.

Il più piccolo romore non rompeva il sonno della natura: non un soffio

di vento, non un murmure d’acque, non una voce, non un latrato, non

un’eco di lavoro lontano.

Istintivamente, offesi dal chiarore, i suoi sguardi s’abbassarono verso

il suolo: a pochi passi da lui, su una zolla nuda tra i ciuffi arsi

dell’erbe, giaceva riverso il corpo esanime d’una grossa lucertola con

il capo schiacciato. La minuscola spoglia, abbandonata dal destino

in quel luogo deserto, attrasse l’attenzione del giovine. Egli

pensò, osservandola, alla fragilità di tutti gli organismi viventi,

all’inutilità d’ogni esistenza, al potere formidabile della Morte,

che nessuno risparmia, che ogni essere indifferentemente colpisce.

Contava egli nell’armonia dell’universo più di quella semplice creatura

inconscia, che il piede d’un fanciullo era bastato ad arrestare d’un

tratto nel suo cammino e a distruggere? Aveva egli una sorte diversa

dalla sua?

Una profonda mestizia l’invase. Egli sentì il tempo fluire

irreparabilmente, le cose disperdersi nella vanità dello spazio, le

ambizioni e i desiderii perire. Egli sentì che la vita è triste, e che

oltre la vita son tristi anche le speranze.

E una voce ammonitrice gli disse:

«Guardati dalla Chimera! Il tuo sogno è fastidioso, è stupido, è vano.

Affrèttati, giovine, a godere quello che la realità ti offre, prima che

le tenebre ti circondino.»

E la stessa voce sùbito dopo soggiunse:

«È vero che la vita è breve, e i suoi piaceri son caduchi e velenosi.

Perché dunque vivere di realità e non d’illusioni? Un giorno tutto

sarà nulla: che importerà allora se tu avrai goduto o avrai solamente

sognato?»

VIII.

UNA FESTA.

Da tre lunghi dì Aurelio Imberido non si faceva più vedere dalle

vicine. Chiuso nella sua camera quasi tutta la giornata, egli lavorava

con gran lena, si sprofondava nelle più gravi letture, dominava così

i suoi desiderii fino a illudersi d’essersene interamente liberato.

Ogni sera poi, sùbito dopo il pranzo, usciva dal palazzo prima che le

Boris avessero occupato il rialto, si dilungava in prolisse passeggiate

meditative su i colli circostanti, e, approfittando del plenilunio, non

rientrava in casa che a notte inoltrata, quando era ben sicuro di non

più incontrarle.

Il quarto giorno (era di domenica) donna Marta, che aveva già dato

qualche segno manifesto di mal umore, apparve inaspettatamente su la

soglia della sua stanza, mentr’egli stava a tavolino scrivendo, e gli

disse con accento imperioso che non ammetteva contradizioni:

— Scusa se ti disturbo. Bada che questa sera siamo invitati in casa

Boris. Non si può mancare, perché l’invito ci viene dall’ingegnere

medesimo e si tratta d’una festa di famiglia: del compleanno di Flavia.

Alle sei precise tròvati abbasso: io ti aspetterò.

Gittato uno sguardo dominatore sul nipote, richiuse con uno strappo

brusco l’uscio e disparve.

Quando donna Marta al braccio d’Aurelio entrò nella sala dei Boris,

la conversazione vi ferveva animatissima. Il luogo era quasi oscuro:

dalle anguste finestre penetrava un chiaror pallido che lasciava in

ombra la maggior parte del vano; in quell’ombra irriconoscibili eran

sedute diverse persone, che all’apparire dei due invitati si alzarono,

interrompendo i loro discorsi.

L’ingegnere si fece incontro a essi, facendo un profondo inchino

cerimonioso e un gesto largo con le mani come per abbracciarli:

— Signora contessa, quale onore.... Signor conte, son ben lieto di

rivederla in casa mia...

Porse mollemente la destra alla vecchia signora e ad Aurelio che,

stringendola, provò di nuovo a quel contatto languido e passivo un

senso di ripugnanza, invincibile. Poi chiamò a sè gli altri invitati, e

fece le presentazioni.

— Donna Marta Imberido, il conte Imberido, suo nipote; l’avvocato

Maurizio Siena, il mio giovine amico Giorgio Ugenti.

Aurelio sorrise ironicamente, abbassando il capo d’avanti a due

giovinotti quasi imberbi, uno altissimo e sottile, l’altro basso e

tarchiato, che s’affrettarono a stringer la mano a sua nonna e a lui,

senza un atto di sussiego o di deferenza, con grande semplicità, come

tra camerati.

Donna Marta sedette sul divano insieme con Luisa; i quattro uomini

si fermarono a discorrere in mezzo della sala. L’Ugenti, il più alto,

biondo, con due esigui baffi su una bocca freschissima e un gran naso

cartilaginoso e arcuato in mezzo alla faccia oblunga, parlava del

gran caldo in città, delle sue occupazioni faticose, del desiderio,

per lui ineffettuabile, di passare una quindicina di giorni libero e

tranquillo alla campagna. L’altro, un tipo ebraico dall’espressione

penetrante e sarcastica, nerissimo d’occhi e di capelli e olivastro di

carnagione, asseriva in vece, sogghignando, che la città non è mai così

piacevole come in estate, quando la società elegante l’ha disertata e

le notti brevi son tepide come giorni di primavera senza la noja del

sole. Incerto tra i due, l’ingegnere ascoltava entrambi con visibile

compiacenza, e approvava a tratti indifferentemente or l’uno or l’altro

con un cenno rapido del capo, con un’interjezione ammirativa, con

qualche breve osservazione in cui si ripetevan sotto forma diversa le

stesse cose dette prima da’ suoi interlocutori.

Mentre i tre discorrevano, Aurelio, muto nel crocchio, considerava

con attenzione il padre Boris, che rivolto verso la finestra era in

piena luce. Il suo viso rugoso dai lineamenti grossolani, dalle labbra

sottili, dalle mascelle robuste, dalla fronte stretta, limitata da

una folta capigliatura setolosa, sarebbe parso quello d’un contadino,

se non fosse stato corretto da due fedine diplomatiche, a pena un po’

brizzolate alle estremità. Alto, ossuto, muscoloso, quell’uomo, non

ostante la potenza della sua complessione, aveva nei gesti, nelle

attitudini, nel suono della voce, sopra tutto negli sguardi, una

espressione così mite, umile o paurosa, che a poco a poco d’avanti

agli occhi dell’osservatore perdeva ogni apparenza di forza e di

salute. Sopra tutto i suoi sguardi eran degni di studio e d’attenzione

— pallidi sguardi obliqui e pietosi, che si volgevano in torno

pateticamente come per rassicurare, per confortare, per ammansare un

nemico o per procurarsi un complice; pallidi sguardi indulgenti, che

sembravan dire a chiunque si dirigevano: «Tranquillizzati: io non ti

voglio rovinare; io ti desidero amico; io non ti tradirò mai, se per

caso conoscerò un tuo fallo segreto; noi siamo fatti per intenderci

e per ajutarci a vicenda.» Il giovine, a ogni incontro de’ suoi con

quegli sguardi ambigui, sentiva crescer dentro l’ostilità sorda che

nudriva contro il Boris, come una specie d’antipatia di razza che glie

ne rendeva intollerabile perfino la vicinanza.

Una porta s’aperse. La signora Teresa entrò, dicendo a voce alta:

— Signori, la zuppa è in tavola.

Portava un abito pomposo da teatro, di tinta viva, quasi scollacciato,

tutto adorno di trine preziose, scintillante di vetri e d’ori. Flavia,

in una veste bianca semplicissima, la seguiva recando nella mano una

lucerna.

Si scambiarono saluti e augurii; l’ingegnere presentò agli Imberido una

sua sorella, esile e smunta, ch’era entrata nella stanza, inosservata,

dietro la signorina Boris; poi tutti, confusamente, si diressero verso

la sala da pranzo, conversando, ridendo, annusando il buon odore che

si propagava in torno dalla cucina contigua. Aurelio veniva ultimo al

fianco di Luisa. Questa, a un tratto, si appoggiò fortemente al suo

braccio e gli disse piano all’orecchio, indicandogli l’ebreo che li

precedeva:

— Vede? è un pretendente alla mano di Flavia! Chi sa che stasera non si

combini qualche cosa in famiglia!

Diede in una risatina acutissima, guardò bene il giovine negli occhi,

e lo lasciò bruscamente senz’altro aggiungere, correndo innanzi alla

conquista del suo posto.

La mensa, ben rischiarata dalle sedici fiamme di due alti candelabri

di bronzo, aveva un aspetto di gran lusso. L’argenteria copiosa e

massiccia, il vasellame miniato in oro, la finezza della biancheria

cifrata e frangiata, parlavano in vero della ricchezza degli ospiti,

ma rivelavano altresì, nella loro lucente e inestetica novità, la

recentissima fortuna di questi e il loro gusto volgare nel prediligere

i prodotti dell’industria moderna alle creazioni dell’arte. Nessuna

cosa memore, nessun oggetto singolare rompeva su quella tavola oblunga

la monotona uniformità di quegli utensili comuni, segnati da un marchio

esatto, fusi in cavi inesauribili o copiati da mani mercenarie, simili

in tutto a mille altri utensili offerti nelle vetrine delle botteghe

all’anonima richiesta dei passanti.

Sedettero intorno alla mensa l’ingegnere, tra donna Marta e Flavia,

poi in ordine l’avvocato Siena, la signora Teresa, Aurelio, Luisa,

l’Ugenti e in fine la sorella del Boris. Aurelio aveva quasi di fronte

Flavia e il pretendente, che lo guardava sotto le lenti da miope con

un’ostinazione pressochè offensiva.

Le conversazioni non tardarono a esser riprese con grande vivacità.

L’Ugenti, espansivo e ciarliero, aveva prima tenuti allegri i

commensali con i racconti delle sue prodezze infantili, che lo avevan

reso uno tra i più temuti e i più battuti fanciulli terribili; ora

il Siena, per contrasto, li annoiava tutti, narrando con pedanteria

curialesca e con una certa solennità di gesti e di parole il caso d’un

giovinetto perverso, che egli aveva in quell’anno difeso d’avanti al

tribunale per ferimento volontario d’un coetaneo e che, assolto per

merito suo, era stato poi rinchiuso in una casa di correzione. La sua

voce tra gutturale e nasale, regolata da una cantilena continua, a ogni

minima interruzione s’elevava bruscamente di tono e squillava come per

dominare un tumulto.

Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Flavia lo potrà amare?

potrà esser felice con un uomo simile?» E le parole maligne di Luisa

gli tornavano alla mente, riempiendogli l’animo di rancore e di

desolazione. Pensava: «È possibile ch’ella accetti? È possibile che

ella non sappia distinguere? ch’ella sia affatto indifferente tra me

e lui? che almeno, ricordandosi di me, non abbia un’esitazione prima

d’acconsentire?» Guardava ora la giovinetta, che pareva attentissima

al discorso dell’ebreo. Nulla sul suo viso che indicasse il più

tenue turbamento sentimentale, un passaggio di memorie, un assalto

di rimpianti, uno sforzo della volontà per nascondere agli estranei

l’intima sua inquietudine. Ella, che aveva riso con spontanea gajezza

ai racconti dell’Ugenti, ascoltava adesso seria seria la cantilena

prolissa e tediosa dell’altro, senza un moto d’impazienza, senza mai

rivolgere uno sguardo fuggevole a lui che fissandola lo chiedeva.

Aurelio pensò, vedendo accanto a lei il Boris: «Ella è la figlia

di quell’uomo basso e volgare. Qual maraviglia se ne ha ereditato

gli istinti e le ambizioni? Il pretendente deve esser ricco, avaro

e laborioso: ecco tre ragioni formidabili per non rifiutarlo.» Egli

considerò a più riprese, alternativamente, il padre e la figliuola,

cercandone le rassomiglianze. In verità costui, non ostante la rozza

semplicità del sembiante, poteva ben dirsi la maschera deforme di

lei: aveva la medesima fronte angusta, lo stesso color grigio degli

occhi, un’analoga struttura del capo; perfino la bocca grande e quasi

sdentata rammentava quella bellissima della erede nel colorito acceso

della pelle, nel sorriso, specialmente in una certa piega amara,

che si formava nei momenti d’attenzione a un angolo delle labbra.

Erano entrambi dello stesso sangue, discesi per linea diretta l’una

dall’altro, frutti successivi d’un medesimo albero, le cui radici

s’affondavano in un terreno incolto e malnoto; dovevan dunque agire

entrambi sotto identici impulsi, correre verso una mèta comune,

desiderare un unico destino!

«Ma perchè m’occupo tanto di lei?» egli si domandò d’un tratto. «Che

mi fa s’ella sposa quell’ebreo pedante a preferenza d’un qualunque

altro? Io, certo, non la sposerò mai. Dunque?» Cercò di sottrarsi in

qualche modo al pensiero molesto che lo perseguitava, di cancellare

dalla memoria la confidenza insidiosa della bionda. Volse perciò in

giro uno sguardo indagatore ai suoi commensali: notò che l’ingegnere

e sua sorella portavan spesso il coltello alla bocca, se ne servivano

per scalcare il pesce, non indugiavano per semplicità a metter le

dita sul piatto; anche notò che la sorella in distrazione s’asciugava

talvolta le labbra e il mento col lembo della tovaglia. S’accorse,

osservando bene il giovine Ugenti, che questo teneva appeso alla catena

dell’orologio un distintivo a lui ben noto, la medaglietta d’argento

con l’effigie di Carlo Marx, l’apostolo del Socialismo. S’accorse

che il Siena aveva le unghie lunghe, adunche, non ben polite. Un

senso istintivo di molestia, d’insofferenza, quasi di soffocazione,

quel senso che assale spesso nelle strette d’una calca, si diffuse

rapidamente nel suo essere, parve salirgli alla gola e stringerla a

forza, rendendogli impossibile di trangugiare un sol boccone di più.

Egli si sentiva male tra quella gente diversa da lui; si sentiva

assolutamente isolato, poichè anche sua nonna, in quell’ambiente ch’era

già stato il suo, s’era a poco a poco dimenticata delle abitudini

apprese, s’era confusa con gli altri e discorreva ora animatissimamente

con la sorella del Boris, come si discorre soltanto con una sua simile.

La signora Teresa si volse a lui e gli disse per la decima volta:

— Perchè non mangia? Perchè non beve?

Egli rispose:

— Grazie, ne ho a bastanza. Io mangio sempre poco....

— Ma se non ha mangiato niente! Via, conte, si faccia coraggio!....

Prenda ancora qualche cosa, almeno per farmi piacere.

E gli afferrò il piatto, glie lo riempì di nuovo fino all’orlo.

Il pranzo era interminabile. L’ingegnere, un po’ acceso dalle abondanti

libazioni, proponeva ora una gita in compagnia sul Motterone per una

delle domeniche successive; e il Siena, sempre freddo e solenne, si

scusava di non poter parteciparvi in causa delle sue occupazioni, salvo

che non la si rimandasse almeno di due settimane.

— Ah, — gridò d’un tratto l’Ugenti; — non vorrei poi che coincidesse

proprio col giorno delle elezioni, perchè in tal caso dovrei mancar io,

e ne sarei desolatissimo.

— E che ti fa se ci sono le elezioni? — chiese ridendo il Boris.

— Caro ingegnere, la disciplina del partito esige la mia presenza. Se

ciascuno s’astenesse per una causa o per un’altra fidandosi del voto

dei correligionari, nessuno naturalmente voterebbe, e gli avversarii,

i cari borghesi, trionferebbero in eterno. Nel caso presente poi si

tratta d’una grande battaglia; e la vittoria sarà certo strepitosa per

noi socialisti purchè si vada tutti compatti alle urne.

Il Boris rise del suo riso blando, pieno d’indulgenza, e disse scotendo

il capo:

— E quando bene avrete vinto?....

— Avremo un deputato di più al Parlamento: saremo su la via di diventar

maggioranza e di imporre le nostre leggi anche a chi non le vuole.

— Lei crede? — chiese l’Imberido con sottile ironia.

— Fermamente, — rispose serio e convinto il giovine, volgendosi a lui

senza rancore. — Noi siamo i trionfatori del domani, poiché la nostra

idea va guadagnando, ogni dì più, terreno e potenza.

— Dica meglio: la loro retorica, perché l’idea è piuttosto astrusa

e complicata e non si presta troppo ad adattarsi nelle teste ottuse

in cui la si vorrebbe trapiantare. Ma ammettiamo pure che sia l’Idea

che trionfi, ammettiamo pure che i socialisti si conquistino tutti

i cinquecento seggi del Parlamento; io nego sempre che i loro sogni

febbrili possano per questo semplice fatto divenire realtà, come

nego che l’êra della felicità universale abbia a essere mercè loro

inaugurata.

— E perché, di grazia? — domandò l’Ugenti sempre con grande cortesia.

— Perché l’avvento del Socialismo non esige soltanto una riforma

economica e sociale, già un poco fantastica com’è quella che si

propone; ma sopra tutto una riforma delle anime e delle coscienze.

Esige un’umanità diversa dalla nostra, rinnovata dalle fondamenta;

esige l’abolizione assoluta di tutti gli istinti e i sentimenti che

animano o muovono gli uomini sul nostro povero pianeta. Questo, almeno

che io sappia, non si può ottenere né con la ragione né con la forza: e

non lo si otterrà, mi creda, nemmeno con una legge votata all’unanimità

dal suo Parlamento di socialisti.

L’Ugenti che, mentre Aurelio parlava, continuava a scrollare il capo in

atto di diniego, s’alzò bruscamente in piedi per rispondere con maggior

forza a’ suoi argomenti. Il Siena però, attento e impassibile al suo

posto, lo prevenne.

— Io non sono socialista, — egli disse con la sua voce nasale, con

il suo accento cattedratico — o almeno non sono collettivista nel

senso etimologico della parola. L’abolizione della proprietà privata

è, secondo me, una riforma ineffettuabile. Ma, ciò non ostante, mi

guardo bene dal giudicare il Socialismo con la severità sdegnosa e

con l’antipatia manifesta con cui il signor Imberido lo condanna. Lo

spettacolo delle sofferenze umane, delle ingiustizie sociali non mi può

lasciare inerte, estraneo, indifferente a osservarle o a giustificarle.

Io considero quindi le nuove teorie come il risultato ancora imperfetto

d’una ricerca nobile e generosa per alleviare le une e per rimediare

alle altre. Sotto questo aspetto, bisogna riconoscerlo, il Socialismo è

un’idea altamente rispettabile, che merita l’appoggio di tutti i buoni

e il soccorso di tutti gli intelligenti.

L’Ugenti, ch’era rimasto ritto in piedi, approvò romorosamente; il

Boris stesso annuì col capo, sorridendo; Flavia, che aveva fatto cenni

palesi d’assentimento a ogni pausa dell’avvocato, battè in fine le

mani e gridò con trasporto, guardando per la prima volta negli occhi

l’Imberido:

— È vero! È vero!

Allora un’esasperazione subitanea prese Aurelio. L’antipatia fisica,

che provava contro l’avvocato pedante, il pensiero geloso che Flavia

fosse per appartenergli, il rancore, che avevan mosso in lui quelle

approvazioni concordi e specialmente l’esclamazione entusiastica della

giovinetta, lo fecero sussultare su la sedia e atteggiare il viso a

un’espressione amara di disprezzo e di sarcasmo. Egli disse con la voce

aspra e altezzosa:

— Questa è appunto la parte retorica del Socialismo, alla quale

accennavo pocanzi e che costituisce tutto il suo fascino e tutta la

sua virtù. Ma la retorica è sempre stata retorica; e con le vuote

promesse, con le false lusinghe, con le descrizioni fantastiche d’un

meccanismo sociale imperfettibile, non si ha, no, il diritto di mettere

a soqquadro il mondo intero, d’aizzare le masse brute alla ribellione,

di preparare al prossimo avvenire giorni criminosi di stragi, di rapine

e di vandalismi....

L’Ugenti fece l’atto d’interromperlo.

— I socialisti — egli continuò risoluto — con qualche proposta

generica, che basta un ragionamento infantile a dimostrare insensata,

s’atteggiano evangelicamente a redentori della umanità, e chiamano

in tanto alla riscossa gli ignoranti e i barbari, adulandoli,

solleticandone gli appetiti, rinfocolandone le ambizioni. Ora, sanno

essi se al momento critico questa gente, come sarà padrona del campo,

non li abbandonerà sghignazzando ai loro sogni malati? Possono essi

garentire dell’onestà, della buona fede, dell’obedienza illuminata dei

loro numerosi gregarii? E sono in fine sicuri di poter costruire, sopra

una rivoluzione dei più torbidi elementi sociali, quel monumento di

giustizia, d’equità, di benessere, del quale non son peranco riusciti a

tracciare un piano convincente nei loro libri e nelle loro discussioni

teoriche? Caro signore, — egli soggiunse, volgendosi con un moto brusco

all’avvocato, — di fronte al disastro, che ne minaccia, io intendo

in vece che tutti i buoni e tutti gli intelligenti s’accordino tra

loro per combattere questi rètori pericolosi con ogni arma, con ogni

possibile repressione.

Il socialista e l’avvocato proruppero insieme in una protesta veemente

— il primo balzando di nuovo in piedi, sollevando le lunghe braccia

alte sul lungo corpo sottile; l’altro agitandosi convulsamente su la

sedia, torturandosi con la mano gli esigui baffi neri.

— Le persecuzioni non ci fanno paura! — urlava l’Ugenti stentoreamente.

— Ben vengano le persecuzioni! Esse hanno sempre spianato la via

alle idee nuove; le violenze e gli abusi di potere non fanno se non

inasprire l’opinione pubblica contro le classi dominanti e affrettare

i moti rivoluzionarii. Un anno di dispotismo val quanto mezzo secolo

guadagnato per il trionfo della nostra causa....

— La libertà di pensiero non può essere conculcata in un regime

democratico, — declamava Maurizio Siena, alzando la voce per dominare

quella dell’Ugenti; — essa è una conquista intangibile del nostro

secolo di scienza e di progresso. Gli uomini d’ordine hanno il sacro

dovere di rispettarla....

Parlavano insieme, e le loro parole giungevano confuse all’orecchio

dell’Imberido. Flavia e Luisa, che su le prime avevano protestato,

ridevano ora allegramente del tumulto improvviso. Soltanto il Boris,

sempre tranquillo e sorridente, affermava in silenzio col capo,

ammiccando però con gli occhi stretti e come riconoscenti a colui che

aveva proclamato forte lo sterminio dei disturbatori.

— Basta! — gridò d’un tratto la signora Teresa; e, per richiamar

l’attenzione, percosse ripetutamente con la lama del coltello il suo

bicchiere.

— Basta con la politica! — fece eco donna Marta, che a più riprese

aveva rimproverato il nipote con gli sguardi.

— Voi ci stordite.... Parliamo d’altro, per carità! Si stava

concertando una bella passeggiata in compagnia sul Motterone. Quando

la si fa, dunque? Con le vostre chiacchiere non si verrà mai a una

conclusione!

I due giovini, che gridavano insieme, s’interruppero a mezzo d’una

frase, si guardarono in torno come stupefatti di trovarsi presenti a

un convito ospitale, e scoppiarono insieme a ridere, scusandosi con

le donne per la loro vivacità inopportuna. L’Imberido aggiunse le

sue scuse a quelle de’ suoi avversarii; e la conversazione fu ripresa

senz’altro sul tema meno eccitante dell’escursione in montagna.

Questa fu stabilita per domenica quindici «tempo ed elezioni

permettendo», secondo la espressione finale dell’ingegnere.

— Mi raccomando a lei, — mormorò Luisa all’orecchio d’Aurelio; — faccia

venire anche il signor Zaldini. È così simpatico!

L'incantesimo · 第 11 / 23 段