balcone fino al suo letto, Aurelio non aveva avuto che un ricordo
confuso degli avvenimenti e delle commozioni della sera innanzi.
Il tremendo accesso d’asma della nonna sua, che l’aveva tenuto
un’eterna ora in cospetto della morte ad aspettare il rantolo estremo;
l’incontro fortuito con Flavia presso l’arsenale; le proprie spontanee
confidenze; le parole lusinghevoli di lei; la loro stretta di mano
eloquentissima nella solitudine del lago oscuro; l’ansietà che lo aveva
incalzato in vicinanza del palazzo al pensiero improvviso dell’avola,
dimenticata durante quel tempo; la sovreccitazione quasi febbrile di
gioja da cui era stato preso in vederla calma e assopita; e poi le
deliranti agitazioni nella sua camera, gli impeti alterni di tenerezza
e di rivolta, la vicenda vertiginosa delle risoluzioni e degli
scoraggiamenti, i magici sogni vissuti a occhi aperti d’avanti alla
maestà della notte, — tutto al risveglio gli era tornato in confuso
alla memoria dopo la prima stupefazione, trovandosi disteso sul letto,
nel sole mattutino, ancora interamente vestito e così stanco come dopo
una burrascosa notte di piaceri.
Un movimento brusco di dispetto contro sè medesimo lo aveva fatto
balzare a terra; lo aveva spinto con violenza a chiudere le imposte del
balcone, per ricacciare indietro quella luce invadente che gli dava una
specie di sbigottimento misto di rabbia e di molestia. Doveva esser
tardi: il giardino, visto come a traverso un cristallo leggermente
torbido, languiva già sotto un’afa opprimente; nella camera, spalancata
da parecchie ore al gran sole, si soffocava. Egli, dopo avere immerso a
più riprese il capo nell’acqua, era uscito immediatamente su la loggia
ancora in ombra, s’era trovato senza volerlo d’innanzi alla porta di
donna Marta, aveva aperto, era entrato.
La nonna, in un disordine fantastico, stava assisa alla specchiera,
e Camilla, in piedi dietro lei, era in atto di pettinarne le lunghe
trecce argentee. Ridevano entrambe così allegramente nell’ilare
splendore della mattina estiva, che il giovine, apparso su la soglia
in aspetto quasi funereo, aveva dovuto atteggiar sùbito il volto a un
sorriso di maraviglia e di simpatia.
Egli s’era seduto accanto alla vecchia, aveva ascoltato per la
centesima volta una delle molte barzellette tradizionali, ch’ella si
piaceva di raccontare nei momenti lieti e a seconda delle occasioni.
Era poi disceso al suo braccio in sala da pranzo, dove aveva atteso
pazientemente l’ora della colazione, temendo sempre di rimaner solo,
sperando di sottrarsi in compagnia di lei ai rimproveri e ai sarcasmi
che sentiva formicolare incessantemente in fondo al suo pensiero. In
fine, quando ella era salita di nuovo in camera per riposarsi, s’era
lanciato all’aperto, verso i boschi ombrosi della valle, poi su su per
la china aspra e solatìa finchè stanco, madido, accecato dal bagliore,
s’era lasciato cadere su l’erba al rezzo dei giovini castagni, presso
la sommità del colle arcigno.
Là, nella inerzia ristoratrice, udendo sopra il suo capo stormire le
fronde, contemplando con occhi piccoli la placida ridente distesa del
lago, egli rivisse, non più in confuso, lucidamente, pacatamente,
l’ora insidiosa delle confidenze, dei conforti e dei silenzii.
All’eccitazione enorme della notte era succeduta una languida apatia,
uno stato d’esaurimento sentimentale assai propizio alla riflessione
serena dei fatti e al giusto discernimento delle conseguenze e delle
prossime opportunità; le distrazioni della mattina avevan lasciato
calmare la rivolta morale, avevano estenuato negli inutili assalti
i rimproveri e i sarcasmi della sua coscienza irritata. Egli poteva
dunque giudicare e deliberare; egli poteva veder chiaro in sè e
intorno a sè, illuminare col fuoco della pura intelligenza l’errore
del jeri e gli smarrimenti possibili del domani; poteva discernere
ancora nettamente la mèta lontana, che s’era imposta, e rintracciare il
cammino più diritto per raggiungerla.
Egli si domandò freddamente: «Che avviene dunque in me? Che vado
facendo da un mese a questa parte? Come e perchè mi trovo tanto mutato
in poco tempo? Sono io infermo? E il mio male è un male fisico, o non
piuttosto un male della volontà, dell’intelligenza, del sentimento?»
Era inutile negarlo; egli si trovava veramente mutato, così mutato
che a stento riusciva a riconoscersi; si trovava pieno d’inquietudini
dianzi sconosciute, d’ansietà misteriose, di desiderii inafferrabili,
incerto, svogliato, indifferente a tutte le cose che prima lo
appassionavano, incapace d’uno sforzo mentale come d’un qualunque atto
d’energia. Da più d’un mese egli trascinava una vita desolante, senza
ordine, senza idee, senza occupazioni, che simile non avrebbe mai
supposto di poter tollerare; e, non ostante l’immenso vuoto, i giorni
volavano, si disperdevano nel nulla con una rapidità portentosa. Pareva
che fosse sopravvenuta in lui un’altra personalità nel luogo della sua
propria, una personalità primitiva, elementare, che poteva pascersi
di semplici sensazioni, svolgersi naturalmente senza il sostegno
d’un’idealità o d’un’ambizione, accettare oscuramente l’umiltà della
sua essenza, creata per uno scopo a lei inconoscibile.
Malato di corpo egli certo non era. Al contrario, godeva una salute
nuova, non mai avuta, resistente a ogni fatica fisica, a ogni più
grave trambusto morale: il suo sangue fluiva libero e gagliardo nelle
vene; i suoi muscoli s’irrobustivano; il suo viso, di solito pallido
e sfiorente, sfoggiava vivacità di coloriti, freschezza di carni,
limpidità di sguardi, ch’egli sùbito dopo l’adolescenza aveva perdute.
Assolutamente, doveva riconoscerlo, non era mai stato così bene come
in quel tempo; non mai s’era sentito così sano, così forte, così
leggero. E l’aspetto esterno quanto l’interno benessere escludevano
quei disturbi al sistema nervoso, ch’egli tante volte aveva addotti,
illudendosi, a giustificazione della sua inerzia spirituale. «Ma
dunque, non poteva esserne questa stessa la causa?» egli si domandò.
«Il suo mutamento di carattere, d’abitudini, di tendenze non dipendeva
forse da quell’insperato ritorno della salute, da quel soverchio
rigoglio di giovinezza, da quella specie di tarda primavera che gli
fioriva di nuovo maravigliosa nelle fibre?»
Egli sorrise, scotendo malinconicamente il capo. — Ohimè, no, no,
non era più il tempo d’illudersi: colpevole è quell’illusione che può
per altri divenire un inganno! — Egli ben sapeva che la vita oziosa e
spensierata di quei giorni non conseguiva dalla salute, ma piuttosto
questa da quella. Egli sapeva che altra era la causa vera di tutte
quante le novità che l’occupavano: omai dopo le commozioni della
sera precedente, dopo gli strani turbamenti dell’ultima notte, essa
gli appariva più che possibile, necessaria, evidente, irrefutabile.
Bisognava però proferire la gran parola; bisognava riconoscere la
grande cosa; bisognava confessare coraggiosamente la propria fragilità:
«Egli amava; egli, al meno, stava per amare!»
Nessuna confessione sarebbe stata per Aurelio Imberido più grave e più
incresciosa di questa. Nelle sue teorie di filosofia pratica, l’Amore
rappresentava una degradazione, una vilificazione della personalità,
un’indegna rinuncia della propria superiorità di vita e di pensiero;
l’Amore era la funzione bruta e immonda, comune a tutti gli esseri
vivi, che indicava chiaramente l’ignominia delle nostre Origini, — che
rammentava il Passato bestiale, la lenta evoluzione della putredine
terrestre verso un progresso apparente, verso un perfezionamento
relativo e inutile delle Specie, legate pur sempre alle basse necessità
dell’esistenza, sempre sottoposte alle leggi incommutabili che regolano
il trasmutare della materia organica. Egli negava risolutamente ogni
elevazione morale nell’Amore: avendo a lungo meditato su i libri di
storia e su le opere d’arte, s’era convinto che tutte le più celebrate
passioni erotiche avevan distrutto e non mai edificato, erano state la
ruina d’uomini insigni e di stirpi gloriose, avevano sparso in torno
l’infelicità, la sventura, la morte. E, osservando quotidianamente i
casi comuni della vita, aveva appreso che il sentimento dell’amore,
cantato dai poeti, magnificato dalle masse, non era in verità se non
il desiderio tantalico dell’amplesso, un impulso veemente verso l’atto
finale, una fiamma selvaggia e divoratrice che l’indugio rinfocava e
il possesso come per incanto spegneva, coprendone pietosamente con le
ceneri l’ardore fittizio dei sonanti vocaboli, delle vane promesse, dei
propositi generosi e sublimi.
Ma non ancora per queste considerazioni astratte Aurelio Imberido
temeva e respingeva l’Amore: era in vece per l’influenza malefica
ch’esso esercita su gli uomini d’intelletto, su i lottatori per
l’Ideale, in ispecial modo su quei Pochi capaci di belle imprese
e di superbi disegni. Caduti nel dominio della passione, sorpresi
dal primo brivido della sacra febbre, questi come gli altri tutti
dimenticano facilmente la loro missione, i loro doveri, i loro scopi;
divengono indifferenti a ogni lusinga gloriosa, ribelli a qualunque
fatica e a qualunque arduo tentativo; non vedon più con i loro occhi
mortali che l’Oggetto unico onde dipende omai la loro salvezza o la
loro perdizione. Da quel punto lo spettacolo del mondo s’eclissa;
l’esistenza diventa per essi un’azione continua e affannosa; i loro
pensieri e i loro fatti non tendon più se non al successo sessuale,
all’egoistica conquista del Piacere. E gli Eletti, dalle altitudini
a cui s’eran levati, retrocedono precipitando verso le bassure
originarie, smarriscono ingegno e volontà, vanno a confondersi
fatalmente con gli infimi, occupati a vivere, a godere, a conservare
per proprio diletto la Specie che non deve finire.
Quante ascensioni interrotte! quante carriere sviate o infrante!
quante energie disperse! quante primavere gelate! Quanti fiumi,
gonfii da fecondare immense contrade, s’inaridirono sul seno della
Donna, nudo, morbido, cocente come le sabbie d’un deserto! Questa,
l’eterna Sirena, non comprese e non ammirò mai gli esseri superiori,
o troppo forti o troppo belli: li umiliò, disamandoli, e, amandoli, li
distrusse. Così, inconscia, compì nei secoli la sua terribile missione
espiatrice, ridendo, scherzando, cercando per giuoco la voluttà e la
prole; e non ebbe pure un palpito di riconoscenza o di pietà per le
sue grandi Vittime, quando le vide, già prossime a entrare nel paradiso
conquistato, accontentarsi ancora del misero destino comune e avviarsi,
per amore di lei, verso le Terre dell’Oscurità e della Morte!
Queste profonde cose il giovine ripensava in confuso, vagando con
gli sguardi sul calmo paesaggio lacustre, pieno di luce e di gajezza.
Alcune vele quadrate apparivano qua e là, dirette verso settentrione,
così tarde da sembrare immobili. Un piroscafo presso Intra lanciava
nell’aria un’enorme colonna di fumo nero, che si torceva in grosse
spire senza dissolversi. Le nevi del Sempione, in fondo alla valle
velata, erano pallidamente celesti e parevan fondersi nell’orizzonte.
«Ed io amo!» egli esclamò d’un tratto, interrompendo il corso delle
idee generali: «io, al meno, sto per amare!» Se pure la grande
passione, che inebria i sensi e offusca l’intelletto, non era peranco
scoppiata, i sintomi precursori, manifestatisi in lui, non eran dubbii
e l’annunziavano vicina; e alla stregua di quei sintomi il morbo
doveva esser fatale! — Occorreva dunque trovar sùbito un rimedio per
prevenirlo in tempo, per arrestare il progresso dell’infezione, per
riacquistare al più presto la sua salute morale e la sua incolumità. Ma
quale, quale rimedio?
Il più sicuro era ineffettuabile: egli non poteva lasciar la villa
senza la nonna sua, ed era certo che questa non l’avrebbe seguíto,
anzi che avrebbe contrastato il suo proposito con tutte le forze.
E, rimanendo, come avrebbe egli potuto evitare ogni occasione di
ritrovo con le signore Boris e specialmente con Flavia, che forse ora,
desiderandolo, lo avrebbe cercato? — E pure questo era necessario e
doveroso: necessario per la sua pace e per il suo avvenire; doveroso
verso la giovinetta, che poteva illudersi su le sue intenzioni e
soffrire immeritatamente per la sua debolezza.
Ma se la nonna o l’abitudine o la sorte lo avessero ricondotto presso
di lei? Se si fosse trovato un’altra volta solo con lei in uno di
quei momenti di tristezza e d’abbandono, in cui non si risponde dei
proprii atti e delle proprie parole? Se la catena fosse ribadita un
giorno, inaspettatamente, con una frase, con un gesto, in sèguito
a un movimento repentino e concorde delle due anime già pronte a
fondersi? Ciò non era fuori della possibilità: il cammino degli
uomini non è quasi mai segnato dai grandi fatti, preparati di lunga
mano e pazientemente voluti; ma dai piccoli episodii imprevisti,
dalle circostanze sempre mutevoli, dalle risoluzioni subitanee e
inconsiderate, che impongon poi serie responsabilità e provocano, come
dirette conseguenze, gli avvenimenti più gravi e decisivi della vita!
In tal caso, egli da un momento all’altro si sarebbe trovato di fronte
a un fatto compiuto, all’irreparabile, all’oscuro problema dell’amor
casto, della passione corrisposta e insodisfatta, al bivio spinoso
della conquista estrema o dell’estrema rinuncia!
Lentamente, trascinato dall’ardore dell’imaginazione, egli si diede a
esaminare questa possibilità, come già si fosse avverata; a sviscerare
con sottile analisi il problema, per ricercarne tra le varie soluzioni
quella che sola avrebbe salvato insieme il suo Ideale e la tranquillità
della sua coscienza. Pensava: «Io potrei sempre fuggirla, anche più
tardi, anche quando fosse sopravvenuto un accordo esplicito tra noi:
la partenza dalla villa mi separerebbe necessariamente da lei, e il
tempo e la lontananza sanerebbero poi ogni ferita. Ma, secondando in
questo modo gli eventi, non commetterei un’azione obliqua e sleale?
Non mi farei complice d’un inganno consapevolmente, volontariamente,
colpevolmente?» Aurelio si rammentò di quell’Altro, del primo adoratore
di Flavia, il quale aveva agito precisamente così ed egli aveva con
tanta severità giudicato; ed ebbe un moto di rivolta morale contro sè
stesso, contro il suo pensiero che s’era per un istante compiaciuto
nella certezza d’una comoda liberazione. «Ah, no, no! Io questo
non farò mai! Non mi sottrarrò mai per paura o per calcolo alle
responsabilità assunte! Io sono diverso, sostanzialmente diverso da
codesta gente borghese, che pecca per debolezza e si rinfranca per
viltà. Altro sangue scorre nelle mie vene; e altra legge presiede alla
mia condotta. Se un giorno per disgrazia dovessi trovarmi legato a
Flavia da una promessa, da una semplice confessione d’amore, saprei
senza dubbio sopportarne con dignità qualunque conseguenza... Ma qual
conseguenza? «Flavia era zitella, in quella età nella quale tutte
le speranze e tutte le forze della donna tendono a toglierla dalla
casa paterna per creare una casa propria, per ottenere da un nuovo
stato l’indipendenza di sè stessa e la direzione d’una famiglia. Ogni
intesa sentimentale con lei presupponeva dunque una conclusione unica
e necessaria; egli, confidandole il suo amore, si sarebbe moralmente
obbligato a darle il suo nome, a chiamarla compagna della sua vita,
a consacrarle intero il suo avvenire; egli, salvo casi imprevedibili,
avrebbe dovuto sposarla!
«Sposarla?!» egli esclamò stupefatto dal suono stesso della parola,
levandosi d’un tratto a sedere. Ed ebbe una specie di sussulto intimo
istintivo, simile a quello che si prova talvolta quando, camminando
distratti per le vie, ci sembra d’udire improvvisamente il rullo
minaccioso d’un carro dietro le spalle e ci si avvede poi, rivolgendoci
spauriti, che il carro passa senza nostro pericolo dall’opposto lato
della strada. Aurelio sorrise sùbito del suo stupore ingiustificato
e del suo atto repentino: la sola enunciazione della cosa gli parve
così enorme e quasi così assurda che assunse, nel suo spirito calmo e
sereno, aspetto ridicolo.
«Che cosa buffa, la vita!» egli si disse, sogghignando e scotendo
il capo: «Sposarla?! In verità, basterebbe quest’unica prospettiva a
tenermi recluso nella mia camera per un anno intero!»
Il suo pensiero, abituato alle gravi meditazioni, parve sdegnare
l’argomento che non era a bastanza serio e positivo; si distrasse
per qualche istante nella contemplazione delle cose remote, del
lento declinare dei colli dalla parte d’Arona, dove il lago sembrava
allargarsi infinitamente come un mare morto. Il vento cessava: le
barche calavano le vele a una a una, malinconicamente, e prendevan
da lontano l’apparenza d’insetti bizzarri che camminassero a passi
faticosi sul piano delle acque. Il piroscafo, ingrandito dalla
vicinanza, entrava fischiando nella baja di Laveno.
Di nuovo però, dopo la percezione della pace circostante, Aurelio,
(proprio come chi abbia temuto un pericolo anche imaginario), fu tratto
a mano a mano, senza volerlo, a costruire compiutamente quella vaga
possibilità e a considerarla con riflessione, quasi fosse già sul
punto d’effettuarsi. — Chi era dunque costei? Egli la conosceva da poco
tempo e poco la conosceva: era per lui un’estranea, un’ignota piombata
d’improvviso nella sua esistenza per impadronirsi d’una parte del suo
essere, per contendergli la libertà del suo tempo, forse per troncare
il filo del suo destino. Nelle ore che aveva vissute con lei, ella gli
era bene apparsa sotto le forme esteriori più lusinghevoli, ma nulla
gli aveva rivelato dell’anima sua, de’ suoi gusti, de’ suoi istinti,
de’ suoi desiderii, della sua intima essenza. Era ella buona? era
sincera? era pura? Non celava forse, sotto la dolcezza del sembiante e
l’innocenza degli sguardi, la vergogna o la smania insodisfatta d’un
fallo, la maligna curiosità della donna indifferente o la terribile
leggerezza della donna vana, desiosa di lusso, di piaceri, di licenza?
Aveva veramente amato quell’Altro? Cedeva ora di nuovo alla passione,
o la fingeva per giuoco e per vanità? Era dunque capace d’amare, di
sacrificarsi, di comprendere e d’offrirsi? — Egli non sapeva nulla,
nulla! E quel lembo stesso del suo passato, che gli aveva voluto
scoprire, lasciava l’adito a mille supposizioni diverse, non rendeva se
non più oscuro e inquietante il mistero della sua bellezza.
E la sua famiglia? Era essa degna d’imparentarsi con lui? I Boris
erano d’infima origine: insòrti solo da pochi anni dal torbido gregge
degli umili, essi erano giunti rapidamente all’agiatezza e forse omai
all’opulenza per le vie tortuose della speculazione e dell’intrigo.
Il padre Boris, che portava il titolo d’ingegnere senza esercitarne
la professione, era notissimo in Milano come amministratore d’alcune
grandi famiglie e come iniziatore di parecchie imprese più o meno
fortunate. Coinvolto nei più gravi disastri finanziarii, che avevano
scosso negli ultimi tempi la metropoli lombarda, egli n’era sempre
uscito senz’onta e senza danno, acquistando anzi, a traverso le stesse
disavventure della sua instancabile avidità, reputazione e stima sempre
maggiori. Ora al sommo della possanza, egli ambiva a divenire un uomo
pubblico, a conquistare un posto autorevole, a insediarsi comodamente
al Comune tra i degni rappresentanti del Popolo che lavora e che
soffre. Attivo, astuto, intraprendente, egli poteva dirsi il tipo
perfetto della nuova classe dominatrice, che sa sfruttare con esperta
mano il giovine albero della libertà; egli era veramente l’incarnazione
della odierna borghesia trionfante, sorretta da un egoismo feroce,
capace di qualunque simulazione, prosternata fino a terra d’innanzi
all’altare dell’Oro.
Per un uomo simile, il matrimonio dell’unica figliuola con un nobile
d’illustri origini, sarebbe stato certo il coronamento d’un gran
sogno, il trionfo più insigne di sua vita. Con ogni probabilità,
in quel giorno, avrebbe in fine aperto i forzieri gelosi, dov’era
andato accumulando il frutto della sua perspicacia, e dai lastrici,
pazientemente battuti anche negli anni della fortuna, si sarebbe
compiaciuto di veder trascorrere in cocchio per le vie popolose la
contessa sua figlia, rifulgente di beltà e d’orgoglio. — Ma poteva
egli, Aurelio Imberido, accettare un contratto di quel genere? Poteva
vendere il suo nome alla vacua ambizione d’un plebeo arricchito? Ed era
certo che Flavia lo avrebbe sposato per lui e non per la vanità, comune
a tutte le femmine, di divenire la moglie d’un nobile?
Aurelio pensò alla rovina economica e sociale di tante magnifiche
schiatte, private nell’ultimo secolo d’ogni potestà, scomparse
lentamente nelle tenebre per lasciare il posto ai nuovi venuti; pensò
alla sua stessa famiglia, già un poco corrotta nel sangue, piombata
nell’indigenza, forse vicina a scomparire per sempre con lui dalla
faccia della terra. E per un istante l’idea d’un figliuolo, d’un erede,
d’un continuatore occupò tutta la sua mente; fece tacere in lui ogni
scrupolo morale, ogni timore, ogni objezione dell’amor proprio. Non
aveva egli un dovere da adempiere verso i suoi maggiori, che gli avevan
trasmesso un nome glorioso e un’impronta profonda di superiorità? Non
era egli in obbligo di conservare quel nome e quell’impronta alle
generazioni venture? E perchè dunque non avrebbe seguito l’esempio
di tanti suoi pari, i quali, spogliati dei loro averi e delle loro
attribuzioni, s’erano risollevati, accettando un’alleanza di sangue con
quegli stessi che li avevano sopraffatti?
«Ah, no, no!» egli gridò d’un tratto, in una ribellione di tutta la
sua coscienza. Quei suoi pari egli aveva sempre disapprovati; li aveva
anche condannati ne’ suoi scritti come i più acerrimi nemici della
tradizione aristocratica; poichè, portando un nome superbo, lo avevano
esautorato e avvilito, mercanteggiandolo, cedendolo su la piazza al
maggiore offerente. I figli di costoro, se pure potevan chiamarsi
per forma i legittimi discendenti di stirpi illustri, avevan però
nelle loro vene un sangue spurio, eran bastardi creati da un connubio
ineguale, espulsi da un alvo plebeo, cresciuti in un ambiente corrotto.
La nobiltà non aveva più alcuna ragion d’essere, se non cercava di
mantenersi immune dal contagio borghese, se non sapeva conservarsi
estranea e indifferente al trionfo fittizio dei finanzieri e dei
bottegai. Questi eran riusciti a usurparne le ricchezze? la nobiltà,
per riconquistarle innanzi tempo, non doveva, no, cedere ad essi il più
sicuro de’ suoi privilegi: quello del nome e del sangue.
Così l’Imberido aveva crudamente asserito in uno degli ultimi articoli
pubblicati su la Rivista, che tante discussioni e tante critiche aveva
sollevate tra i suoi stessi ammiratori. Ora, che valore avrebbero
poi avuto la sua parola e il suo apostolato, quand’egli avesse in tal
guisa trasgredito alle sue massime sociali? E con che severità l’atto
contradittorio sarebbe stato giudicato, non solo dagli avversarii, ma
dai medesimi suoi amici? Certo, tutto il suo piano sarebbe d’un colpo
crollato sotto il peso della diffidenza e del ridicolo, e le macerie
avrebbero sepolto per sempre il suo decoro e la sua ambizione. Sarebbe
in sèguito bastata la ricchezza a compensarlo di tanta perdita? E
avrebbe egli potuto sopportare un’esistenza da parassita gaudente
nella casa d’un estraneo? Ahimè, egli non avrebbe durato un mese in
una condizione simile: con il suo orgoglio e con la sua ombrosità,
in ogni sguardo della moglie o del suocero avrebbe letto un tacito
rinfacciamento, un’affermazione di padronanza su di lui, un’intenzione
di sindacato su le sue azioni, assolutamente intollerabili. Egli,
per sottrarsi alla tortura umiliante dei sospetti e dei rimproveri,
sarebbe andato ben presto alla ricerca d’un guadagno, d’una qualunque
occupazione proficua, del più umile degli impieghi. E così la sua vita
si sarebbe consumata inutilmente in opere ingrate e ingloriose, al
contatto di gente diversa da lui, tra i rimpianti implacabili d’un bel
sogno volontariamente distrutto.
«No!» egli esclamò, concludendo quel sèguito serrato di considerazioni.
«Io non mi credo degno d’una tal sorte! Io non mi voglio trovare
nella necessità morale di sacrificarmi! Suprema jattura sarebbe per
me s’io sposassi Flavia: io debbo dunque fin d’ora evitarla, fuggirla,
dimenticarla.»