giovine crebbe, si trasformò, divenne un’ebrezza tenera e imaginosa,
una specie di spasimo spirituale, misto di temenza e di gaudio. Egli
sentiva il cuore gonfio e convulso, sentiva affluire a fiotti il
sangue al cervello, sentiva l’anima ammorbidirsi e sciogliersi come
fusa da un calore supremo. L’angosciosa mobilità del suo pensiero
s’acquetava; pareva che tutto il suo mondo interiore si dissolvesse in
guisa di nebbia e vanisse rapidamente, disperso da una raffica, nelle
profondità d’un cielo oscuro come quello che si schiudeva sopra il suo
capo. Alcune frasi liriche, inaspettate, si abbozzavano a intervalli
nella sua mente, illuminandola con la fugacità frenetica di lampi:
«Oh, dimenticare tutto, tutto, tutto... Fuggire lontano, molto lontano
dagli uomini in un paese vergine, selvaggio, primaverile... Esser solo,
forte e libero in cospetto della Bellezza... Amare, inebriarsi d’amore,
vivere e morire in un’estasi sublime senza pensieri, senza rimpianti,
senza dolore...» Era il gran Sogno che incominciava, il Sogno
dell’eterna passione umana. Era un desiderio fatale d’integrazione, di
struggimento, di creazione che lo accendeva, ch’esaltava la sua anima
per modo che ogni imagine vi si riproduceva alterata sotto forma di
poesia. E i frammenti del carme immortale continuavano a succedersi
dentro di lui, abbaglianti e sonori, sempre più tenebrosi e sempre più
incantevoli, spontanee polle d’Arte scaturite dai più densi misteri
della Vita.
Gli passava da presso la Felicità, ed egli udiva bene nel silenzio
della notte il rombo delle sue ali; egli sentiva l’aria scossa e
turbata dall’eterna Chimera proteiforme, dietro a cui gli uomini volan
travolti, come foglie nel vento d’un traino impetuoso.
— Rallenti, ci siamo, — disse Flavia con la voce spenta.
Quando ebber lasciata la barca, Aurelio, quasi dimentico di lei, ascese
solo in corsa la spiaggia verso il palazzo. Si vedevano ancora tra
i fusti sottili dei salici e dei gàttici tremolare sinistramente le
fiamme della processione, che s’allontanava salmodiando verso Ceresolo.
Sul rialto eran sedute, in aspettazione di Flavia, la signora Boris e
Luisa.
— La mamma? — chiese Aurelio, trafelato dalla corsa, senza lasciarle
parlare.
— È rientrata, sarà una mezz’ora, — rispose la signora Boris: — non si
sentiva bene..
«Lo sapevo! Lo sapevo!» gridò una voce nel cuore del giovine. Ed egli,
senza salutare, si volse, attraversò velocemente il cortile, salì gli
scalini a due a due tra le tenebre, si trovò con il respiro strozzato
dall’affanno d’avanti alla porta della camera di sua nonna.
Aperse, dopo una breve pausa.
La stanza era avvolta in una penombra bronzea e oscillante. Il gran
letto pareva nel mezzo un catafalco funebre, alto com’era e senza
sporgenze nè a capo nè a piedi; e in torno era un vuoto di squallore.
Sul comodino una candela tutta consunta mandava fumigando gli ultimi
bagliori a scatti, come palpiti d’anima moribonda.
Su le prime Aurelio credette che donna Marta fosse già discesa,
dimenticando di spegnere il lume. Poi, d’improvviso, egli la vide là
distesa, supina sul letto, ancor tutta vestita e con gli occhi chiusi,
forse assopita, forse svenuta, forse forse...!
Gittò un’esclamazione rauca, congiungendo le mani in atto di stupore
e quasi di preghiera. Si precipitò verso di lei, mormorando tra i
singhiozzi:
— Mamma! Mamma! Mamma!
VII.
AL BIVIO.
Era l’ora più calda del giorno.
Aurelio aveva esplorato i sentieri che corrono su la collina tra Cerro
e Laveno, quei sentieri a pena praticabili che, già un tempo comodi e
spaziosi, servirono ai soldati d’Austria per salire al forte, piantato
su la vetta e ora interamente distrutto.
L’altura recava ancora le tracce del vandalismo militare, che per
lungo periodo vi aveva regnato: nessuna coltivazione su quel pendìo
dolce e terrigno dove sarebber potuti prosperare al bacio d’un sole
benefico le viti e i frumenti; allignavano in vece tra l’intrico delle
viottole sabbiose, l’erbe e gli arbusti selvatici, cespugli di ginepro
e di timo, ciuffi di ginestre, folti tappeti di muschio e di menta,
spandendo in torno l’odore aspro e aromatico delle altitudini alpestri.
Non una macchia d’alberi d’alto fusto sorgeva a perdita d’occhio su i
fianchi del colle arcigno, a romperne con l’ombra la radura solatìa:
così gli antichi dominatori lo avevan voluto nudo e libero, come una
rocca, contro le insidie nemiche. Solamente in alto, presso la sommità,
una novella vegetazione di castagni era da pochi anni cresciuta,
e ondeggiava docile al vento su i ruderi della trista tirannide
straniera.
Dopo aver girovagato a lungo e senza scopo per la collina, Aurelio
Imberido, oppresso dalla caldura, s’era rifugiato al rezzo tenue di
quella selva adolescente, in un punto pittoresco di fronte al lago. Ora
immobile e distratto, con gli occhi smarriti nella luce, riposava il
corpo affaticato, steso su l’erba come sopra un giaciglio.
Da qualche giorno quella era la sua vita: i luoghi circostanti non
avevan più segreti per lui; egli aveva percorso ogni sentiere, era
penetrato nel più fitto delle boscaglie, aveva scoperto le vallucce
più nascoste, asceso i pendii più ripidi, superato i passi più ardui.
Un bisogno istintivo di moto, di distrazione, di stordimento lo
spingeva all’aperto appena si trovava solo, d’avanti al suo lavoro
divenutogli omai più che impossibile, intollerabile. Qualunque sforzo
della volontà, qualunque freno della ragione rimanevano irriti contro
l’inquietudine che ferveva nelle profondità del suo essere. Egli
doveva uscire di casa e camminare; egli doveva fuggire sè stesso per
ritrovarsi a ogni sosta, a ogni svolta della via e riprender da capo
disperatamente la sua inutile fuga.
In quei giorni le relazioni tra le due famiglie in palazzo eran
divenute più strette e più cordiali; omai si poteva dire che donna
Marta e le signore Boris vivessero in una specie di comunione
familiare, ritrovandosi sùbito dopo i pasti, facendo le medesime
passeggiate, trascorrendo insieme i pomeriggi più caldi nella frescura
del cortile o in giardino al rezzo della pineta, e le lunghe serate
sul rialto in vista del lago e del tramonto. Aurelio non era sempre
in compagnia delle donne. Pareva anzi che cercasse di sfuggirle,
di sottrarsi ai loro inviti, di tenersi estraneo più che poteva
a qualunque maggiore intrinsechezza con le vicine. Ogni sera però
regolarmente compariva sul rialto e rimaneva a conversare con esse fino
al momento in cui tutte si ritiravano nei loro appartamenti.
Le gite in barca s’eran ripetute soltanto per due volte, prendendovi
parte anche le madri, e poi, interrotte da una giornata piovosa, non
erano state più riprese; si eran fatte in vece alcune brevi passeggiate
a Ceresolo, verso il Fortino o verso Mombello, ma ben presto si era
dovuto rinunciare anche a queste per la salute di donna Marta, afflitta
in quei giorni da una recrudescenza oscura de’ suoi mali. Si passavan
dunque i lenti vesperi estivi invariabilmente d’avanti al palazzo, come
nei primi tempi, le giovini distese su l’erba dello scalere e le madri
sedute nelle loro poltroncine sul piano del rialto; e l’abitudine di
quel ritrovo e l’immobilità prolungata rendevan ciarliere le quattro
donne, favorivano il fluido e vano chiacchiericcio femminile, lasciando
il giovine muto e come dimenticato nel suo angolo a contemplare con
occhi spenti l’immutabile paesaggio e a ruminare dentro di sè propositi
vani di liberazione.
Egli sedeva di solito su la lastra di granito infissa nel muro,
dietro le due signore; qualche volta, per incitazione di donna Marta,
discendeva fin sul margine dello scalere, e si collocava sempre a
fianco di Luisa, deliberatamente. Tra lui e Flavia, dopo la loro gita
in barca, pareva che per ragioni occulte fosse scoppiato un sordo
contrasto, un dissidio profondo delle anime che li teneva lontani,
inconciliabili, sdegnosi o paurosi d’un avvicinamento. In quei convegni
crepuscolari, essi non si rivolgevan mai direttamente la parola se
non costretti dalla necessità; non si fissavan mai negli occhi, o
almeno ciascuno dei due cessava di guardar l’altro appena i loro
sguardi s’incontravano; non si stringevan mai la mano per saluto nè
all’arrivo nè alla separazione. Il contegno gelido e quasi ostile di
Flavia era certo per Aurelio una tortura senza nome; ma, nei momenti di
riflessione, egli lo sapeva intendere e giustificare con il suo stesso
contegno altrettanto freddo e sostenuto. Ciò che più l’angustiava e
l’irritava era in vece la loquacità spontanea di lei, la facilità con
la quale ella prendeva parte alla scipita conversazione generale, la
festività imperturbabile delle sue parole e de’ suoi atteggiamenti.
Questo egli non sapeva comprendere; questo non sapeva scusare: questo
offuscava costantemente la sua ragione, come un’offesa brutale e
ingiusta ch’ella ogni sera gli lanciasse in viso.
Quando si trovava solo nella sua camera già occupata dalla notte,
la ribellione del suo spirito prorompeva alfine senza ritegno. Egli
sentiva crescere il suo dispetto contro Flavia e crescere la sua
umiliazione per la passività colpevole con cui si prestava a quel
martirio quotidiano; sentiva che un atto d’energia si richiedeva
senz’indugio per distruggere il fascino maligno che lo dominava e
riconquistare l’indipendenza e la serenità necessarie al suo lavoro.
Non gli pareva ormai più possibile di continuare una vita simile; ed
egli, come i giorni passavano senza rimedio, si rivoltava contro sè
medesimo, ricercava dentro, con una smania puerile, le cause di quella
sua nuova debolezza, i motivi d’un turbamento così grave delle sue
facoltà.
Una ripugnanza suprema gli si levava dalle radici dell’essere, al solo
pensiero ch’egli potesse amare quella creatura frivola e sdegnosa;
che dovesse un giorno invocare da lei la pace perduta, la forza di
sopportare un’esistenza affatto diversa dal suo sogno. — No, non
l’amava, non l’avrebbe mai amata. Volgendo ora a Flavia il fuoco della
sua mente, provava egli forse un movimento di simpatia intellettuale
o morale per lei, un fremito passaggero di tenerezza, il più tenero
desiderio di sensualità? No, non provava nulla di tutto ciò; egli si
sentiva il cuore arido e gelato come non mai. La sua inerzia dolorosa
doveva aver dunque ben altre origini; ma quali, quali? — Nel più
forte dell’incertezza, per allontanarsi vie più dall’ipotesi temuta,
egli s’indugiava allora a esaminare con maggior pacatezza lo stato
delle cose e dell’anima sua, a indagare dentro e fuori di sè tutte le
cause possibili del male ond’era afflitto; e a mano a mano riusciva a
illudersi con le più umili supposizioni, ora riversandone la colpa su
la nonna che insisteva per volerlo trascinare con sè, ora imaginando
un’infermità del suo sistema nervoso che l’assiduo studio e l’intensità
delle concezioni dovevano avere affranto e debilitato.
Esaurita l’indagine, gli pareva d’esser calmo e libero d’ogni timore:
voleva coricarsi e dormire, ma un impulso cieco lo spingeva d’un
tratto verso il balcone, dov’egli rimaneva lungamente immobile e ritto
nell’oscurità, ad ascoltare commosso il gorgoglio delle acque nel
giardino o il grido querulo dei gufi nelle altitudini della pineta.
Oh, quelle notti tepide, senza luna, che abissi riflettevano
nell’anima del giovine, china per la prima volta su gli abissi sacri
del Divenire! Il cielo fecondo, scintillante d’astri, talvolta a pena
attraversato da un’ala di nebbie, spiegava sul suo capo un poema di
gioja e di passione; la campagna muta e nera spingeva verso di lui
un profumo inebriante di fiori e di resine, il vasto alito della
vegetazione in atto di crescere e di moltiplicarsi; il vento, che a
tratti esagitava le tenebre, gli accarezzava la fronte, gli mormorava
all’orecchio parole divine, rotti sospiri, gridi giubilanti, tutta la
sublime sinfonia della Voluttà che il mistero delle notti protegge
e consacra. In quel viluppo d’apparenze incantevoli egli a grado a
grado s’obliava, si semplificava, smarriva ogni facoltà di critica e
d’analisi, ogni vanità e ogni timore: si sarebbe detto che l’essere
primordiale e selvatico si risvegliasse in lui, uscisse libero, fresco,
infantile dalla spoglia artificiale che l’opprimeva. E questo essere
si sentiva languire nella solitudine, spasimava di desiderio, agognava
febbrilmente a utilizzare la sua fugace giovinezza, a crescere, a
fiorire, a concedersi e a possedere, in un immenso slancio verso la
felicità che integra e che crea. E l’imagine di Flavia, della Donna
conosciuta e vicina, gli si levava nel pensiero, sorgeva alta e fulgida
come un sole nel cielo del suo Destino.
Ma l’incanto dell’Ombra e del Silenzio finiva: sopraggiungevan la
stanchezza, lo snervamento, il bisogno fisico di mobilità e di luce.
Il giovine si scoteva, si ritirava dal balcone, rientrava nella camera
a passi incerti, con gli occhi umidi e tardi, con il cuore oppresso
come da un peso immane. E il noto ordine dei mobili, la rossastra
fiamma della candela, la tavola coperta di libri e di fogli dissipavan
gli ultimi residui del sogno inutile, richiamandolo tosto all’amara
realità della sua vita, alla consapevolezza del suo triste ideale, de’
suoi rimpianti, de’ suoi vani propositi di liberazione e di lavoro.
Egli, affranto e disperato, si gittava sul letto e invocava dal sonno,
dall’unico consolatore dei deboli e degli inetti, il riposo d’un’ora,
l’oblìo mortale di sè stesso e del mondo.
Così i giorni succedevano ai giorni senza rimedio, senza novità, senza
mutamenti; e luglio in tanto era venuto e inoltrava, un luglio torrido
e polveroso, essiccato da un chiarore feroce, petrificato dall’assidua
bonaccia dell’aria e dell’acqua, immobili come cristalli.
A rompere la torbida monotonia di questo periodo, un dubbio nuovo
e inatteso era piombato d’improvviso la sera innanzi nell’anima
dell’inerte, scotendone la volontà, svegliandone la coscienza,
illuminandone la ragione. Non era stato che un attimo, un lampo, uno
di quei bagliori fuggevoli che incendiano per poco l’oscurità e si
spengono; ma in quell’attimo la latebra d’un’altra anima s’era svelata
a’ suoi sensi, e un dubbio era sòrto, il dubbio dolce e tremendo d’una
grande cosa ch’egli non aveva avuto il tempo di desiderare, prima di
conoscere e di temere. Aveva forse traveduto? Era stata un’illusione?
era stato un inganno o un giuoco? Non importava. La cosa era possibile,
se anche non certa. E la sola possibilità valeva per lui, che non aveva
saputo presupporla, quanto una rivelazione.
La sera innanzi donna Marta, assalita durante il pranzo da uno de’
suoi più fieri accessi d’asma, non s’era potuta presentare al solito
convegno vespertino d’avanti al palazzo. Dopo esser rimasto per una
lunga ora ad assisterla e a confortarla durante il parossismo della
crise, Aurelio l’aveva lasciata in custodia di Camilla ed era disceso,
per volontà della nonna stessa, a giustificare presso le vicine
l’assenza di lei. Le signore Boris, consigliate dall’insolita caldura
del tramonto o stanche forse d’aspettare, avevano abbandonato il luogo
di ritrovo per fare un breve giro in barca nelle vicinanze; si vedeva
in fatti, su lo specchio lucido delle acque a un centinaio di metri
dalla riva, la lancia dalla banderuola azzurra, che volgendo la poppa
s’allontanava sempre più.
Un po’ seccato dal contrattempo, egli stava già per rientrare in casa
quando d’un tratto una voce forte dalla parte dell’arsenale, la voce di
Flavia lo aveva chiamato.
— Come qui, signorina? — egli aveva chiesto, confuso e intimorito di
trovarsi solo con lei dopo tanti giorni.
— Ohimè! aspetto da dieci minuti Ferdinando, ch’è in baldoria
all’osteria della Pace. Ho mandato sua moglie a cercarlo, ma sembra
ch’egli non abbia intenzione di scomodarsi per me questa sera!...
Volevo seguir la mamma col mio nuovo sandalino, ch’è stato messo in
acqua jeri per la prima volta... Un capolavoro d’eleganza, vedrà!..
Ella aveva anche soggiunto sorridendo:
— Le confesso però che non mi sento totalmente sicura nella mia nuova
imbarcazione.... Se lei volesse avere la bontà d’accompagnarmi, mi
farebbe proprio un favore.... C’è sempre l’altro sandolino a sua
disposizione, quello di Luisa.
Il vecchio barcajuolo era apparso in quel punto, sbuffando e
barcollando, e Aurelio passivamente l’aveva seguita.
Erano usciti così dalla darsena, al fianco l’uno dell’altra su i
due legni minuscoli, oblunghi e puntuti come spole. Il vespero era
inoltrato; ogni rossore sopra le Alpi era spento; il lago, livido
e vasto, stagnava; in mezzo al lago, lontanissima in apparenza, la
macchia della lancia spiccava informe, nera, immota, simile a un
piccolo scoglio emergente dal lividore.
Poichè Flavia taceva, Aurelio, intenerito dalla mesta serenità del
paesaggio e dai residui delle ansie recenti, aveva incominciato a
parlare del male di donna Marta, delle sue apprensioni per la frequenza
di quei minacciosi accessi d’asma che avrebber potuto una volta o
l’altra soffocarla. Stimolato poi dall’atteggiamento confortevole
della compagna, egli aveva continuato a discorrere, con un insolito
abbandono, di sè stesso, della sua misantropia, del suo attaccamento
esclusivo alla nonna, ch’era stata per lui più che una madre, tutto,
tutto; aveva dato in fine libero sfogo al più recondito e doloroso
suo pensiero, descrivendo le conseguenze terribili della sventura che
gli sovrastava: la solitudine del domani, le incertezze d’un avvenire
irto di difficoltà e di privazioni, senza il conforto d’un affetto,
senza un appoggio, senza una casa. E a poco a poco s’era commosso,
i glauchi occhi velati gli eran divenuti lucidi e tremanti, due
lacrime improvvise erano apparse di tra le palpebre, gli avevan rigato
incontenibili le guance.
Flavia, ascoltandolo con un’attenzione intensa, fissava su lui uno
sguardo carico di maraviglia e di pietà, non senza una sottil punta
d’ironia. Due volte solamente aveva fatto un cenno di diniego col capo,
quand’egli le aveva espresso il dubbio che la nonna morisse; poi era
rimasta ferma e silenziosa ad assaporare il gusto delle sue parole,
come avesse temuto con un gesto, con un’interruzione di risvegliare la
sua diffidenza e di turbare l’inconscia sincerità della confessione.
Quando in fine Aurelio s’era taciuto, sollevato dallo sfogo ma un po’
vergognoso della sua commozione, ella aveva parlato, lentamente, con la
voce grave, guardando il vuoto d’innanzi a sè, avendo su la fronte una
lunga ruga pensosa tra ciglio e ciglio.
— Come vuol bene a sua nonna! — aveva detto. — Io non avrei mai
supposto un sentimento così profondo in lei: l’avevo giudicato male,
e lo confesso. Io la credeva freddo, indifferente, incapace d’amare,
un po’ per egoismo e molto per orgoglio. Quei pochi discorsi che
abbiamo avuti insieme, mi avevano fatto supporre ch’ella fosse uno di
quegli uomini forti che sdegnano qualunque affetto, qualunque legame,
qualunque sacrificio, per meglio riuscire al proprio scopo. Ella in
vece è tutt’altro, ella è un uomo di cuore, di molto cuore...
Aveva soggiunto, dopo una pausa:
— Grazie; grazie, signor Aurelio, d’avermi creduta degna di conoscerla
e di poterla apprezzare.
Ed eran proceduti, senz’altre parole, verso le lontananze che
l’oscurità incominciava ad assorbire, ambedue diversamente turbati:
Aurelio sentendo piovere su l’anima il refrigerio di quell’elogio
impreveduto; Flavia assaporando ancora la dolcezza di quelle
imprevedute confidenze. E le due vite, disgiunte sempre da un ostacolo
immane, s’eran protese con tutte le forze loro una incontro all’altra.
Ella d’un tratto aveva lasciato il remo, mormorando:
— Sono stanca!
Egli pure, nello stesso attimo, aveva cessato di vogare e s’era fermato
accanto a lei, come vinto da un accasciamento improvviso.
La notte era discesa: su le acque il chiarore del crepuscolo s’era
ristretto intorno ai due piccoli schifi come un cerchio cinerino;
al di là l’ombra aveva avvolto ogni cosa in una nebbia azzurra,
imperscrutabile. La lancia lontana, in quella nebbia, era scomparsa.
I due giovini s’eran trovati così, soli e come perduti in una
immensità, vicinissimi sebbene ancor divisi da una sottil lingua
liquida, da un abisso. Non si guardavano, non parlavano, non avevan
cercato d’accostarsi, immobili entrambi su i loro legni immobili. Ma
una virtù misteriosa li aveva sospinti dolcemente uno verso l’altra,
li aveva insensibilmente approssimati, aveva fatto sì che l’abisso
tra loro si chiudesse e le due spole natanti, attraendosi a vicenda
e scivolando silenziose su l’acqua, giungessero fino a combaciare.
All’urto lieve dei legni, essi s’erano scossi sorridendo, s’eran
guardati negli occhi con un’espressione infinitamente lusinghevole; e
Flavia aveva levato con atto pigro una mano dal grembo, aveva preso in
pugno i due bordi perchè di nuovo non si staccassero.
Qualche minuto d’oblio supremo era passato sopra di loro nel crepuscolo
deserto. — Esisteva una Umanità? Esistevano altri esseri su la Terra?
Non eran plaghe sconosciute e inospiti quelle che si stendevano
nell’ombra, oltre il cerchio ancor luminoso che avvolgeva le barche
come un cerchio di magìa? Non bastavan forse le loro due vite per
animare tutto il creato? — Certo, Aurelio aveva avuto in quel breve
lasso di tempo la ferma persuasione d’un’assoluta solitudine intorno
a loro, il sentimento netto e definitivo della loro sufficienza in
un’assoluta solitudine. E, inconscio e risoluto, provando il bisogno
imperioso d’unirsi all’altra creatura superstite d’un mondo inutile
e distrutto, di sentirla, di mescolarsi perdutamente con lei, aveva
posata la sua su la gracile mano femminile che, spontanea al contatto,
s’era rivolta, quasi per offerirsi tutta quanta al suo desiderio.
Oh, quella lunga stretta concorde, che solco vivo di passione aveva
lasciato su le loro palme! E che grande rivelazione era stata più tardi
per il giovine, ingenuo e sensibile ancora come un adolescente!
Rientrando in casa, egli, dopo essere passato da donna Marta e
averla trovata calma e dormente, era corso nella sua camera, vi si
era richiuso a chiave, aveva spalancato i battenti del balcone per
esalare alfine liberamente in un gran sospiro la piena interna della
sua esaltazione, trattenuta fino a quel punto dal pensiero della
nonna sofferente. Che notte, quella! Che notte! Egli non ne ricordava
una simile in vita, nè credeva che fosse possibile di superarne
una più agitata e più folle! Egli aveva riso, aveva pianto, aveva
percorso volte infinite in su e in giù la vasta camera, era rimasto
ore intere immobile sul balcone, ascoltando il tumulto del suo cuore
sul fremito immenso della campagna tenebrosa. Da scoppii d’entusiasmo
indescrivibili, in cui tutta l’anima sua s’era lanciata a volo verso il
cielo, era piombato subitaneamente in prostrazioni supreme, in mortali
desolazioni, durante le quali la terra non gli era parsa a bastanza
profonda per nascondere la sua miseria. Aveva visto a vicenda le più
fulgide speranze dissolversi in paurose ansietà, i dubbii più laceranti
trasformarsi per prodigio in ebre, impazienti aspettazioni di gioja.
Mille volte egli s’era detto: «Bisogna fuggire, non più avvicinarmi a
lei, non più vederla, mai, mai!» Mille volte s’era chiesto: «Perchè non
vado ora a battere alla sua porta e non la chiamo sùbito a me?» E tre
parole, tre sole parole — un canto, un poema — non avevan mai cessato
di ripetersi nel suo cervello sopra i timori, sopra le speranze, su i
propositi di rinuncia, su i propositi di conquista: «Ella m’ama! Ella
m’ama! Ella m’ama!»
Che mutamento era dunque avvenuto in lui durante il breve letargo,
in cui era caduto ai primi chiarori dell’alba con il dolce nome
ancora impresso su le labbra? Per qual segreto processo il gran
fuoco divampato quella notte nella sua anima, s’era così rapidamente
consunto, ed egli, risvegliandosi, non aveva trovato se non un gran
cumulo di cenere arida e fredda?