Il Verbano sembrava allargarsi man mano ch’essi si scostavano

dalla riva e l’ombra cresceva: sembrava dileguarsi in una illusoria

lontananza, prolungarsi a mo’ d’un vasto e lento fiume livido che non

avesse per gli occhi nè principio nè fine. E nell’anima del giovine,

inclinata verso quell’unica presenza femminile come da un possente

desiderio di consorzio, era una strana eccitazione sentimentale,

ferveva come un incendio improvviso di tutte le sommità liriche.

Due o tre volte il nome di lei salì alle labbra d’Aurelio, e fu a

pena trattenuto dalla volontà. Due o tre volte i loro sguardi, ora

errabondi, s’incontrarono, parvero per un istante interrogarsi, e si

sfuggirono quasi intimiditi dalla loro reciproca audacia.

— Eccoci! Si fermi! Si fermi! — ella gridò d’un tratto, allungando le

mani verso quelle di lui per trattenergliele.

Aurelio, un po’ sgomento dall’atto e dal grido, abbandonò tosto i remi,

e si volse a riguardare, udendo dietro di sè un tonfo come di cosa

greve che si tuffasse.

Il navicello sorgeva prossimo a loro, con la sua massiccia e cupa

mole uscente dal piano lacustre, alla quale l’alto albero e la stanga

a poco a poco più larga del timone davano un aspetto fantasticamente

geometrico contro l’estrema luce del crepuscolo. Ritto su la sponda del

legno, un vecchio erculeo con le gambe ignude, col torso mezzo ignudo,

tutto ispido di peli grigiastri, moveva faticosamente, facendo tre

passi a ritroso, il gran remo scabro che a ogni spinta mandava stridi e

sibili come un cignale ferito. Di quando in quando s’arrestava, stanco

o affannato, e abbandonava il remo per tergere con l’avambraccio il

sudore che gli colava in copia dalla fronte bassa e rugosa.

Aurelio e Flavia stettero a osservare la sua manovra, intenti.

L’uomo dall’alto, durante una sosta, fece loro un saluto rispettoso,

togliendosi il cappello e agitandolo nell’aria. Entrambi risposero con

la voce, augurandogli a un tempo la buona sera.

— Poveretto! Come mi fa pena! — disse Flavia quasi tra sè, sinceramente

commossa.

L’Imberido, benchè fosse attentissimo a quell’ombra nera che oscillava

con la regolarità meccanica d’un ordigno, rimaneva affatto insensibile

a quegli sforzi senili; e, udendo Flavia impietosirsi, senza volerlo

sorrise.

Allora ella si rivolse a lui e, penetrandogli in fondo agli occhi con

uno sguardo grave di rimproveri:

— Perché quel sorriso? — gli chiese.

— Non so, veramente. Un’idea...

— Ah, capisco! — fece ella, senza cessare di fissarlo, con accento

d’irrisione. — Ricordo le sue parole là, su la spiaggia, ricordo

anche altri suoi discorsi... Ella (credo per ismania di singolarità)

s’è imposto lo scopo di conservarsi impassibile allo spettacolo delle

sofferenze umane!... Come potrebbe dunque aver compassione d’un povero

vecchio, che, non ostante la tarda età, deve continuare senza una

speranza di riposo quel lavoro da schiavo o da galeotto?

Aurelio, attonito, la guardò. Ella non aveva mai parlato così.

Non aveva mai osato contradirlo. Altre volte, quando egli le aveva

manifestato apertamente alcuna delle sue più crude idee sociali,

era rimasta silenziosa ad ascoltarlo, se anche non aveva fatto

cenno d’approvare. Ora da che proveniva quell’ardire, quel calore

di principii, quella voglia nuova e improvvisa di discussione? E

che significavano nella sua bocca i due epiteti di «schiavo» e di

«galeotto», riferiti per ironia a quel rozzo essere ignaro, come

per proclamarlo contro di lui uomo libero e suo pari? Chi le aveva

suggerito le parole ribelli, che non potevano essere il frutto d’una

semplice anima femminile? — Un dubbio attraversò fulmineo il pensiero

d’Aurelio: quelle eran le idee dell’Altro, dell’Indimenticabile,

dell’uomo a lui ignoto ch’ella aveva tanto amato un tempo e forse amava

ancora nel segreto del suo cuore, disperatamente. Certo, certo così

per analogia doveva ragionare in politica quel rètore dell’amore che,

dopo averle infocata la fantasia con un’abile comedia di passione e

d’entusiasmo, s’era da un giorno all’altro comodamente sottratto alle

responsabilità assunte, ripudiando senza scrupoli ogni sua promessa,

ogni suo giuramento, ogni suo impegno morale!

Il giovine ebbe da questo dubbio una specie di gelosia, una specie di

sordo furore vendicativo contro lo sconosciuto e per riflesso contro

la fanciulla che aveva parlato come in suo nome. Rispose dunque con la

voce aspra, contenendosi a stento:

— Signorina, quell’uomo non è soltanto immeritevole della mia

compassione; ne è anche indegno. La fatica per lui non è un dolore;

e le sue occupazioni, se pur sembran gravose, non son certo, anche

considerate come semplice consumo di forze, paragonabili..., ad

esempio, alle mie. Ed io non mi son mai compianto, nè so che altri mi

abbia compianto mai. D’altra parte le sofferenze dell’infima umanità

sono il risultato logico, necessario, anzi provvidenziale della

concorrenza per la vita tra gli individui di nostra specie. Io non

stimo dunque uomo sano, nè forte, nè ragionevole quello che non può

assisterne allo spettacolo senza commuoversi e cedere a un sentimento

di ribellione contro le leggi incommutabili dell’esistenza, che sono

anche quelle del progresso.

— Eppure, — ella insistette, — vi sono molti giovini còlti e d’ingegno

quanto lei, i quali si sono imposto come un ideale la redenzione

di quelle classi sofferenti, ch’ella chiama con disprezzo: l’infima

umanità...

— Quei giovini, — disse impetuosamente Aurelio, esagerando il suo

pensiero, quasi avesse avuto l’Altro per avversario nella discussione,

— quei giovini, se anche hanno ingegno e coltura come lei asserisce,

van pur sempre considerati come imbecilli morali, perchè sono o ingenui

o fiacchi o bugiardi. E il loro ideale per conseguenza non può essere

che un’utopia, una scempiaggine sentimentale o un inganno.

Flavia pareva che traesse dalla sua acredine crescente una sorta di

piacere maligno. Lo guardava fissamente, socchiudendo gli occhi alla

maniera dei miopi, e aveva su la bocca un sorriso quasi impercettibile,

come una lieve ombra agli angoli delle labbra che i denti di sotto

continuamente mordevano.

— Sentiamo dunque; — ella domandò ancora: — qual è, secondo lei,

l’ideale vero, l’ideale sano e onesto, il suo, insomma...?

— Ajutare l’opera fatale della Natura, senza pretendere di correggerla

e di rivederla. Favorire, per quanto ci è dato, il progresso d’un tipo

superiore nell’umanità, non curando la massa degli individui che la

compongono.

Confusa dalla concisione scientifica della formula, ella non potè

ostinarsi nella sua ironica opposizione, e dovette tacere per un

attimo, forse meditando un nuovo possibile attacco. In quel punto una

voce si levò, inaspettata, dietro di loro.

— Disturbo, forse?...

Era Luisa, che nel frattempo li aveva raggiunti e, fermatasi per

discrezione a qualche metro di distanza dalla lancia, li osservava con

la sua solita aria di maliziosa penetrazione.

— Ah, sei tu, Luisa? — disse Flavia, volgendosi a lei con un atto

brusco e inquieto. — Avvicìnati, dunque! Che fai?... Si parlava col

conte di politica, figùrati!...

— Di politica?! — ripeté la bionda, incredula, scoppiando a ridere.

Quindi, con un gesto semplice, riprese nelle mani il remo a due pale, e

si diresse verso la lancia. Era soffusa d’una tenue fiamma su le gote,

e anche aveva l’espressione un poco alterata.

Disse il giovine, mentr’ella s’avvicinava:

— Sa, signorina Luisa? ho scoperto in sua cugina certe tendenze

rivoluzionarie ch’ero ben lungi dal sospettare.

— Eh, che vuole? — fece ella, spensieratamente. — Noi siamo tutte

repubblicane..., almeno fin che troviamo un re che ci governi!

La notte sopraggiungeva, placida notte senza nube, che un ricordo di

sole e una promessa di luna inondavan di timide trasparenze glauche.

Dalle convalli, rinfrescate dall’ombra precoce, qualche soffio d’aria

incominciava ora a discendere verso il lago, che a tratti rabbrividiva

e s’accapponava come epidermide delicata al solletico d’una piuma.

Quasi tutte le grosse barche, che ne macchiavano il piano, erano state

assorbite dall’oscurità. Solo il navicello più vicino si scorgeva

ancora distintamente a una decina di metri innanzi, dove s’era fermato,

e, nella speranza di raccogliere que’ soffii dispersi, aveva inalberata

l’alta vela quadrangolare. Ma questa per il contrasto delle correnti

non poteva gonfiarsi, e si udiva a intervalli sbattere con colpi secchi

e reiterati, come applausi.

Luisa s’accostò alla lancia fino ad afferrarne il bordo con la mano.

Ella pareva molto nervosa, in uno stato d’irritazione allegra,

di facile e spontanea mordacità. Pareva che nudrisse dentro un

dispetto acidulo contro i due, che l’avevan lasciata sola in dietro.

Specialmente contro Flavia ella si compiaceva d’incrudelire: sapeva

trovar per lei parole piene di sottile veleno; sapeva cogliere nel

discorso fatuo e vago ogni occasione propizia per rivolgerle allusioni

velate, che la facevano a volte impallidire, a volte arrossire fino

alla radice dei capelli.

Quando ritornarono, ella, senz’avvertire nè la cugina nè il giovine,

si diede improvvisamente a vogare con tutte le sue forze come per una

gara, e in pochi momenti, sopravanzandoli, scomparve alla loro vista

nelle tenebre.

— Luisa! — chiamò una volta Flavia, seccata.

Poi, non ottenendo risposta alcuna, si volse ad Aurelio, che s’era

lanciato a inseguirla, e gli disse:

— Non so che abbia stasera quella sciocca! Sembra impazzita!... La

lasci andare!... Non s’affatichi inutilmente!... Tanto, non la si

perde....

Rimasero, così, di nuovo soli, su la barca invisibile, in mezzo al lago

deserto e bujo. Ma l’incanto primo era stato disperso, e la solitudine

omai era vana. Persisteva tra loro un distacco, un sentimento di

diffidenza e quasi d’ostilità, che la loro discussione aveva mosso e

poi la presenza e i sarcasmi di Luisa avevano esacerbito. Erano omai

due esseri distinti, separati, infusibili. E lo stesso silenzio, che

prima li aveva accomunati, ora in vece li rendeva viepiù estranei l’uno

per l’altra.

Aurelio pensava, considerando con occhio intento e freddo la sua

compagna, muta e accigliata di fronte a lui: «Come è bassa e angusta

codesta fronte! La sua intelligenza dev’esser chiusa in cerchii di

ferro come una botte vuota. Costei non potrà mai avere un pensiero suo,

che sia generato dal sangue suo, nudrito dall’ingegno suo, cresciuto

e fortificato da una sua meditazione. Ella è andata raccattando fino

a oggi, dalle frivole letture e dalle conversazioni degli uomini che

l’hanno avvicinata, un certo corredo d’idee frammentarie e d’opinioni

sparse; e talvolta, ripetendole, se ne serve, ma esclusivamente a

profitto del suo giuoco sentimentale; poichè un giuoco è quasi sempre

la vita d’una donna, almeno fino al giorno in cui essa giocando

diventa madre. In verità costei riserba tutta la sua indifferenza

e fors’anche un poco di disprezzo alle occupazioni dell’intelletto;

un lampo di convinzione, d’entusiasmo o di mera curiosità non ho mai

visto illuminare il suo sguardo, quando ella parla di cose astratte o

generali. Che cosa sono per lei gli altissimi voli e le maravigliose

penetrazioni del pensiero contemporaneo? Che cosa, la scienza, l’arte,

la filosofia? Che parte prende ella mai ai grandi rivolgimenti della

società moderna? Con quale ansiosa sospension d’animo, con quali

speranze o con quali timori scruta nell’avvenire il destino della

sua razza? Ohimè, il suo mondo è così ristretto che, solo allargando

le braccia, ella ne può toccare i confini! E al di là per lei è il

mistero; peggio, è un mistero che non l’impensierisce e non l’attira!»

Pensava: «Come, come ho potuto perdere il mio tempo in compagnia d’una

creatura sì semplice e sì vana? Come ho potuto confidare a lei sia pure

una minima parte del mio pensiero? Probabilmente, ella non m’ha mai

ascoltato, quando m’approvava; ella ha finto di prestarmi orecchio e

d’intendermi, soltanto per rendermisi piacevole, per tenermi vicino,

per affascinarmi o per burlarsi di me. Come, come dunque non ho inteso

sùbito il giuoco e non ho saputo sventarlo?»

— A che pensa? — ella chiese.

— A nulla. Cioè.... a lei, signorina.

Ella ridomandò:

— A me? Male, non è vero?

— No.... Perchè dovrei pensar male di lei? Nè bene nè male.

Si guardarono un attimo, scrutandosi. Poi ciascuno parve di nuovo

concentrarsi in sè stesso. D’improvviso Flavia scoppiò in una risata

sonora.

Aurelio domandò, stupito:

— Che cosa è avvenuto? Perchè ride?

— Ah, un ricordo! M’è tornato alla mente il nostro primo colloquio,

quella sera, sul rialto.

— Ebbene?

— Sa che l’espressione della sua faccia, quando mi si è dichiarato

nemico delle donne, è stata assai buffa? Io ho dovuto fare una gran

forza su me stessa per rimaner seria....

Aurelio ebbe un vivo sussulto, a queste parole. Esse in fatti parevano

confermare le sue considerazioni, avvalorare il dubbio che la ragazza

avesse sempre sostenuto una parte con lui, per farsene beffe. Egli

lasciò per un istante i remi e disse, piano, con l’amarezza nella voce:

— È strano! Nessuno certo l’avrebbe potuto sospettare! Si vede ch’ella

sa fingere molto bene, signorina!

Flavia tornò a ridere. Poi domandò:

— Ora vorrei da lei una confessione; ma vorrei che me la facesse

seriamente, con tutta la sincerità, senza riguardi per me o per il suo

amor proprio.... M’intende?

— Dica....

— È ancora un nemico delle donne, lei?

Il giovine, che si sentiva corrodere da un sordo rancore e incitare

come da una smania di vendetta, rispose forte, sfidandola con lo

sguardo:

— Schiettamente, più che non mai.

La risposta era stata sincera, ma egli sùbito si pentì d’averla

proferita. Per un’oscura divinazione imaginò l’effetto ch’essa avrebbe

avuto in quel momento, dopo i loro discorsi, nell’anima di Flavia. E

in mezzo alla sua momentanea avversione per lei, provò una specie di

brivido interno, un brivido insieme di paura e di dolore, al pensiero

d’aver reso irrimediabile il loro dissidio, d’aver distrutto in sè per

tal mezzo ogni speranza di prossima conciliazione.

— Grazie di tanta franchezza! — esclamò Flavia, stringendosi nello

scialle, distogliendo con un moto sdegnoso il suo sguardo da quello di

lui.

Su l’atto egli non trovò il modo di mitigare l’asprezza della frase,

togliendole almeno ogni significazione personale; e, nella necessità

di sopportarne tutte le conseguenze, riprese il remeggio in silenzio,

con un’energia maggiore, come gli tardasse omai che la riva fosse

raggiunta.

La notte aveva già disteso il suo mantello bigio sul lago; la riviera

di Piemonte scintillava di fiamme minute, in lunga fila; le creste più

alte, quelle del Motterone e dello Zeda, si vedevan rischiarate dalla

luna sorgente.

Allora la malinconia lo assalì; uno scontento amaro di sè stesso e

del mondo si levò dalle profondità del suo spirito e vi si diffuse

come una nebbia. Il ricordo del suo lavoro lento, interminabile,

che da più giorni progrediva a pena tra difficoltà sempre crescenti;

l’imagine dell’avola debole, decrepita, malata; la previsione d’una

solitudine senza fine; il terrore d’un’esistenza diversa dal suo

sogno, sacrificata alle necessità corporali, oppressa forse da un giogo

ignobile; tutte le sue tristezze, tutte le sue paure gli passaron di

nuovo a traverso la mente con una rapidità fulminea, a similitudine

di spettri esili e confusi volanti verso una porta piena d’ombra. In

vano egli tentò di ribellarsi a quella dominazione di fantasmi neri;

in vano cercò in sè un pensiero gradevole, una speranza o un desiderio

che potesse sottrarlo ad essi. Il proposito di rimettersi assiduamente

al lavoro lo riempì di tedio e di freddo. L’imaginazione d’un possibile

avvenire di gloria si trasformò subitamente in una visione certa di

morte. — A che avrebber dunque servito i suoi studii, le sue fatiche,

le sue opere? E che cosa avrebbe potuto fare egli, solo sconosciuto

povero fiacco, contro l’onda immane dei preconcetti, degli appetiti,

delle ambizioni d’una folla innumerevole?

Egli era scoraggito, deluso, vinto; il suo sogno sfumava; la sua vita

non aveva più scopo; egli si vedeva fuggito da tutti, dannato a un

isolamento perenne tra uomini nemici o estranei a lui. Chi dunque lo

amava? Chi lo avrebbe soccorso, malato o miserabile, quando la nonna

sua fosse scomparsa? E a che farmaco miracoloso avrebbe egli chiesto la

forza nuova per tollerare un’esistenza simile a un esilio?

Alcune parole disperate risonarono dentro di lui, acute come un

grido: «Mio Dio, come mi sento stanco di vivere!» Esse gli eran

misteriosamente scaturite dalle viscere profonde, ed egli le aveva

pensate senz’averne coscienza, come inconsapevole le avrebbe urlate

al silenzio in un momento di supremo abbandono. Non l’anima sua le

aveva suggerite; aveva parlato in lui l’oscuro Genio della Specie; e

la vana invocazione non era se non una delle innumeri espressioni di

lamento delle creature che si senton sole e sterili e inutili, il grido

d’angoscia che la tirannica Natura strappa a queste, reclamando le vite

del domani in pericolo di non essere.

Aurelio guardò istintivamente la sua compagna. Ella s’era levata

d’improvviso in piedi e fissava con intensità un punto lontano d’avanti

a sè. Il suo corpo svelto ed eretto, con le braccia un poco allargate

nello sforzo di tener fermo il governo del legno, si disegnava

sul piano cupamente glauco delle acque e pareva ingigantito. Una

trepidazione continua rendeva incerte le linee di quell’alta figura

gorgónea, cui il vento della corsa agitava i capelli alquanto scomposti

e le pieghe ampie della veste. E partiva dal suo sguardo vitreo e

fosforescente un bagliore magnetico, qualche cosa insieme di procace e

d’imperioso, come una sfida, come un invito muto e fatale al giovine

che lo scrutava. «Io ti potrei soccorrere,» gli dicevan quegli occhi

che non lo guardavano. «Io ti potrei amare. Io ti veglierei malato e

seguirei fedele i tuoi passi nell’esilio. Io, io sola saprei trovare

il farmaco che tu cerchi e te lo porgerei con queste mani carezzevoli

in una coppa illibata. Ma tu dovrai esser mio, appartenermi tutto,

struggerti tutto tra le mie braccia, esser per me lo schiavo che

lavora e che mi nutre col profitto del suo lavoro. Che mi fanno le

tue ambizioni? Che mi fa il tuo sogno? Io non vedo in te che l’uomo

predestinato a generare i miei figli e a rendermi agevole e dolce la

vita.»

E Aurelio, leggendo in quegli occhi le parole dell’Incantesimo,

pensava al corso degli anni venturi, a sè medesimo legato ai polsi da

una catena ferrea con quella creatura mediocre e assorbente, pensava

alla povera casa sempre sudicia, romorosa, devastata dalla barbarie

infantile, ingombra forse di ribelli, forse d’indegni, forse d’intrusi.

E poichè le parole avevan pur sempre su lui un fascino irresistibile,

simile all’attrazione vertiginosa che sale dagli abissi, egli andava

ripetendo a sè stesso: «Diffida e guàrdati! Non credere! Non illuderti!

Ella non ti amerà mai; ella non accetterà mai di dividere la tua sorte

malinconica! Per lei, come per tutti gli altri, tu non sei che un

estraneo.» Ma questi pensieri, ben lungi da confortarlo, aggravavano in

vece il suo scoramento, rendevan più vasto e più squallido il deserto

intorno alla sua solitudine.

— Osservi! — disse Flavia d’un tratto, sempre ritta e attenta,

accennando con la mano un punto dietro le spalle di lui. — Che c’è

laggiù? Che cosa sono quei lumi? Osservi!

Aurelio si volse.

Un’ombra densa premeva sul villaggio, ormai non molto lontano. In

quell’ombra la spiaggia e gli abituri erano invisibili, e soltanto le

poche case intonicate si distinguevano a pena, come pallori incerti.

Presso la chiesa, raccolte in gruppo, molte fiammelle tremolavano,

acute e distinte, diffondendo in torno un’aureola rossastra.

— Che sarà? — ella ridomandò, attonita, volgendosi al giovine.

— Forse un funerale.

— A quest’ora?

— Forse una funzione... Certo: è una funzione. Non vede? Si muove.

Le fiammelle in fatti si movevano. Fu dapprima un’agitazione

disordinata, come un incrociarsi rapido e confuso di tutte quelle luci

in un piccolo spazio; poi alcune di esse si staccarono dal gruppo

e discesero fantasticamente, ondulando e sussultando, la scala del

tempio. Le altre seguirono a poco a poco, mentre quelle prime, disposte

in ischiera, s’allontanavano, e ben presto una lunga processione di

fiamme doppie si sviluppò serpeggiante per l’oscurità del piazzale.

Allora Aurelio s’accorse che una campana rintoccava.

— Sente? — egli disse a Flavia. — Che squilli lenti, lugubri...

— È un’agonia, senza dubbio. Qualcuno muore laggiù, e quelle torce

seguono il Viatico!

Ella aggiunse dopo una pausa:

— Mio Dio, che tristezza! — e si lasciò ricadere su i cuscini come

morta di fatica.

«Che tristezza! Che tristezza!» ripeté l’anima del giovine, facendo

eco. E il ricordo della nonna, della sola persona ch’egli amava e dalla

quale era amato, risorse vivido, risplendette come una stella solitaria

sul cielo opaco della sua mestizia. Un’onda di tenerezza impetuosa

gli gonfiò il petto a quel ricordo sòrto per una secreta associazion

d’idee dopo la funebre visione; tutte le fibre del suo cuore vibrarono

concordemente al sacro nome di Madre. Oh, era quello l’essere caro,

l’essere indimenticabile, a cui egli era legato da un’intera vita

di solidarietà; era quella la creatura di consolazione, di conforto,

d’infinita benevolenza sul seno della quale avrebbe potuto senza viltà

e senza pericolo riposare il capo stanco.

Un desiderio ansioso lo prese: di correre a lei, di stringerla tra le

braccia, di coprirne di baci il povero volto cereo, vizzo, emaciato.

Tutta la sua affettuosità, sempre oppressa da un pertinace proposito

d’indifferenza, si slanciò in quel momento di debolezza sentimentale

verso colei ch’era stata la sua vera madre, verso colei ch’egli aveva

appreso ad amare ne’ suoi giorni più tenebrosi.

«Oh, mamma! mamma!...»

Come un bambino smarrito egli invocava l’assente, ripetendone il nome

nel pensiero. E i rintocchi, che udiva battere ostinati dietro le

spalle, gli infondevano una temenza oscura, quasi il presentimento

d’una notizia triste che l’aspettava insidiosa là su la spiaggia.

Disse Flavia, osservando sempre intenta il corteo delle fiaccole:

— Passano ora il ponte; vanno verso Ceresolo. Chi sa dove abita il

moribondo?

Soggiunse poi con la voce più fioca, come parlasse tra sè:

— La morte! Ecco ciò che tutti ci uguaglia!...

Aurelio, alzando gli occhi verso la fanciulla, ebbe un fremito

profondo. Quelle parole precisavano la causa del suo sgomento. Oh sì,

era la Morte ch’egli temeva; era il fantasma della Morte che projettava

una prolissa ombra nera nella sua mente. La Morte poteva da un momento

all’altro precipitarsi di nuovo nella sua casa, cui aveva già tanto

devastata, e annientare in un colpo tutto il suo bene. Sua nonna era

per essa una facile preda, una vittima pronta; bastava un debole soffio

perchè si spegnesse la fiamma di quell’esistenza, che ogni giorno più

si vedeva infievolire e attenuarsi, consunta dall’età e dal male.

Egli non avrebbe potuto far nulla per contendere alla Distruzione

la vita della sua cara; egli, quando fosse scoccata l’ora fatale,

avrebbe dovuto assistere impotente spettatore al lugubre dramma, che

gli toglieva senza colpa e senza ragione l’ultimo conforto. — Ma che

sarebbe poi stato di lui? E come, solo, avrebbe vissuto nella casa

squallida e severa, che le imagini de’ suoi maggiori, appese alle

pareti, rendevan simile a una critta foderata di lapidi?

Gli occhi di Flavia parvero leggergli nel pensiero e rispondere alle

sue domande angosciose. Fissi su lui, intorbiditi come da un velo di

pietà e di tristezza, essi ricantavano ora più forte il poema della

seduzione, essi ripetevan con maggiore eloquenza il dolce invito alla

Gioja! «Perchè t’affliggi, giovine?» dicevano quegli occhi di donna:

«Perchè non domandi alla vita quel bene, quell’unico bene ch’essa

largisce liberalmente a tutti i nati? Guardami: io son colei che

potrebbe confortarti nella sventura; io son colei che potrebbe prendere

il posto di quella che sta per lasciarti. Amami, sacrificami il tuo

inutile orgoglio, ed io ti allieterò la casa squallida e severa con la

mia beltà e la mia giovinezza.»

L'incantesimo · 第 8 / 23 段