a un sèguito di domande esatte che il giovine le indirizzasse, narrò
intera la sua storia d’amore, a voce bassissima, senza uno scatto,
mostrando solo dagli occhi l’indignazione profonda e il cordoglio che
i ricordi ancora agitavano in lei. — La famiglia Bracci era venuta
per ben cinque stagioni, senz’intervallo, a Cerro in campagna; e
negli ultimi tre anni aveva preso in affitto appunto quell’ala del
palazzo de Antoni ora abitata dagli Imberido. Quand’ella lo conobbe,
Federico era un giovinetto ancora imberbe, studente di Liceo, biondo,
roseo, paffuto, con due puri occhi celesti d’una rara chiarezza, con
un’anima così semplice come quella d’un fanciullo. Incominciarono a
giocare insieme spensieratamente e finirono per amarsi. Ella, ingenua
fantastica appassionata, s’invaghì perdutamente di lui, forse soltanto
perchè era il primo uomo che aveva saputo aprirle il cuore alla luce
della vita; provò per lui un sentimento irresistibile, esclusivo,
morboso, una specie di feticismo, di soggezione a un tempo umile ed
eroica; lo giudicò in ogni cosa perfetto; ne ornò e corpo e spirito
d’ogni grazia e d’ogni virtù. Perchè negarlo, oggi? Ella, durante quei
tre anni d’illusione, fu in verità molto felice; così obliosamente
felice che non potè nascondere a’ suoi stessi parenti la festa
dell’anima sua. E questi, che su le prime eransi mostrati non poco
ostili al suo nuovo legame, a mano a mano, persuasi dal contegno e più
dalla perseveranza dei due inamorati, parvero alfine accettare il fatto
compiuto con una certa benevola tolleranza. Dopo il secondo ritorno
dalla campagna in palazzo, a Milano, essi permisero anzi a Federico
di frequentare la loro casa; ed egli ben presto ne divenne non solo
assiduo, ma familiare. Ciò significava che anche i suoi genitori avevan
ragione di credere le sue intenzioni assolutamente serie e oneste,
non è vero? Quanto a lei, si sentiva a quel tempo così tranquilla e
fiduciosa nell’amor suo, che, se qualcuno le avesse detto di dubitare
di Federico, avrebbe risposto: «Di Dio piuttosto che di lui.» Oh, com’è
facile ingannarsi quando l’inganno ci è dolce!... E quanto sono indegni
gli uomini d’essere creduti e d’essere amati!... Un anno dopo ogni
rapporto tra loro era rotto, e per sempre.
— Ella ha dunque molto amato quel giovine? — chiese Aurelio sotto voce,
quasi con ansia, quand’ella tacque bruscamente senza dare un sol motivo
a quella separazione.
— Tanto, che non potrò mai più amare. Una delusione, come questa che
ho patita, basta a distruggere in un cuore ogni entusiasmo, ogni fede,
ogni confidenza, per sempre!
— Vuol dire che lo ama ancora? — egli mormorò.
Flavia non rispose; fece solo col capo un segno leggero di diniego.
— Certo, certo! Le pare?... — proruppe d’un tratto Luisa. — Flavia
s’ostina a negare, ma si capisce che lo ama solo a guardarla bene negli
occhi.
Mentre quelle memorie Flavia assembrava e raccontava con la voce
dolente, Aurelio, un po’ chino verso di lei, sembrava che seguisse
attentamente ogni sua parola, benchè di quando in quando fosse
distratto da qualche pensiero intimo che gli sorgeva spontaneo nella
mente. Egli in principio era stato colpito e maravigliato, sopra tutto
dall’aspetto e dal tono inconsolabili di lei. — Era dunque quella
medesima la creatura di gioja, che aveva empito in quel giorno i
silenzii del giardino con lo squillante suo riso? Era quella mesta, la
quale spargeva lacrime e fiori come sul sepolcro della propria anima,
la giovinetta spensierata ch’egli aveva sentita tutta trepida e ardente
palpitare tra le braccia? — Poi, a poco a poco, inavvertitamente era
stato dallo stesso racconto preso, commosso, attristato; era discesa
sul suo spirito, mentre Flavia narrava, una malinconia indefinibile,
quasi un senso di solitudine e di scoramento. In fine, quando Luisa
affermò che la cugina amava sempre quel giovine pocanzi sconosciuto
anche di nome, parve d’un tratto all’Imberido d’esser morso da un sordo
sentimento d’ostilità, da un’antipatia aspra e profonda contro di lui.
«Codesto indimenticabile sarà probabilmente un qualche uomo incolto
e dozzinale,» egli pensò; e, come il suo dispetto si volse da questo
all’inamorata, aggiunse sùbito, gittando a Flavia uno sguardo, pieno
d’irrisione e quasi di sprezzo: «Degno di lei, senza dubbio.»
Eran giunti alle prime case di Ceresolo, dove il sentiere si biforca,
e una viuzza scende alla antichissima chiesa e al lago, mentre l’altra
si dirige su tra i dirupi verso la borgata d’Arolo. Dovettero fare una
sosta nell’oscurità per aspettare le due donne, ch’eran rimaste molto
indietro e si udivan ridere da lontano nel silenzio.
Era discesa la notte; nel cielo, fitto di stelle, non appariva più
che un debole chiarore, una sottil zona di luce verdognola all’estremo
occidente.
Poichè il pendìo declinava non molto ripido in un denso ammanto di
robinie selvatiche, il Verbano, muto e vasto, era invisibile e dava
l’idea d’un largo abisso spalancato tra le due discoste catene di
monti. Si vedevan staccare, nerissimi su lo sfondo uniformemente bigio
del paesaggio, i profili secchi delle case e quelli ondulati degli
alberi più vicini.
— Che bujo, — esclamò Flavia, con la voce un po’ tremula, avvicinandosi
al giovine. — Ho quasi paura!...
— Di che, dunque? — egli chiese, ridendo.
— Di tutto e di nulla. Mi han sempre fatto un senso strano le
tenebre... Tu, Luisa, lo sai: io non ho mai potuto passar sola per una
stanza oscura...
E, con un gesto repentino, ella mise il suo braccio sotto quello
dell’Imberido.
Non dissero altro durante quell’aspettazione. Aurelio e Flavia,
addossati al muro, stettero, quasi con l’animo sospeso, ad ascoltare
i passi e le parole che s’avvicinavano lentamente; Luisa sedette su
un macigno e incominciò a cantare con un filo di voce tenuissimo la
romanza di Faust d’innanzi alla dimora di Margherita; poi, dopo poche
note, anch’ella, attediata, si tacque.
— Ebbene? Che fate? Siete stanchi? — domandò donna Marta, trovandoli
tutti e tre muti nelle tenebre. — E perchè questo silenzio?...
Flavia si sciolse sollecitamente dal braccio d’Aurelio e corse incontro
a sua madre, dicendo:
— Vi si aspettava per sapere se dobbiamo ritornare o se si procede fino
alla chiesa.
— Avanti! — ordinò la vecchia bruscamente.
— Avanti, — ripetè la signora Boris con la sua voce melliflua da
contralto.
Discesero insieme nello stesso ordine di prima.
La chiesa di Ceresolo siede sul colmo del promontorio che protegge
dalle tramontane la piccola baja di Reno, a capo d’uno spiazzo da
tempo immemorabile tappezzato d’alte erbe, recinto da un muricciuolo
quasi diruto. E il tramite per giungervi corre in mezzo a due siepi di
sambuchi, così abbandonato anch’esso che l’erba e i muschi vi hanno
liberamente messo radice tra gli apici della roccia. Così fitta era
quivi l’oscurità e insidiosa l’ineguaglianza del terreno che Aurelio si
volse più fiate ad avvertirne la nonna, la quale già protestava per la
mancanza d’una lanterna. Fortunatamente il percorso era breve, ed essi
usciron presto dall’ombra imprescrutabile in cui le siepi assai folte
avvolgevano il sentiero.
— Un po’ di riposo, adesso, — disse donna Marta, e si soffermò colta da
una sùbita ambascia.
Le due signore sedettero presso la chiesa sopra una pietra rettangolare
che pareva il coperchio d’un antico sarcofago; il giovine, poi ch’ebbe
accesa una sigaretta e scelto il punto d’onde la visuale era più
spaziosa, si pose un po’ discosto a cavalcione sul muricciuolo; Flavia
e Luisa, per iniziativa di questa, s’abbandonarono ridendo sul prato.
Dopo qualche momento non s’udì più nella gran calma delle cose che
il pispiglio ininterrotto delle due donne in un angolo dello spiazzo,
così sommesso che si confondeva con quello degli insetti nelle campagne
circostanti.
— Canta, Luisa! — disse allora Flavia, cui le memorie avevano infuso
una tenera mestizia.
La bionda tosto accondiscese; e la sua voce fluida e forte si levò nel
silenzio, come un zampillo d’acqua balza subitaneamente dalla sommità
d’una fontana muta al girar della chiave. Cantò ella ancora una melodia
del _Faust_, quella lenta e velata con cui s’apre la grande scena di
seduzione nel giardino di Margherita, al cader della notte:
_Laisse-moi contempler ton visage_....
Poi, come s’avvide che tutti l’ascoltavano intenti, ella proseguì;
e il suo canto divenne caldo e appassionato, a volte s’addolcì
come un sospiro, a volte ascese squillante come un grido, espresse
successivamente l’angosciosa gioja della rivelazione, un desìo
irresistibile di possesso, una disperata tenerezza, una smania oscura e
fatale d’abbandono e di voluttà.
Nella strana disposizione di spirito in cui Aurelio si trovava alla
fine d’una giornata per lui così diversa dalle altre, d’avanti a quei
luoghi solitarii e misteriosi, tra i profumi snervanti ch’esalavano
i prati e le acque, il canto di Luisa ebbe su lui un fascino nuovo
e possente. Egli riconobbe la musica; ricordò le commozioni provate
altra volta, udendola in un teatro; parvegli anche di riveder la
scena rischiarata come da una luce lunare, e la tranquilla casetta
tedesca mezza nascosta dal fogliame, e, in fondo, le due figure confuse
insieme in un amplesso violento, al davanzale della bassa finestra cui
la vergine s’era affacciata per mandare all’amante l’ultimo saluto.
Fu, come già allo spettacolo reale, novamente sedotto e inebriato da
quella magica finzione, alla quale l’arte dei suoni dava la sembianza
di cosa più che vera, eternamente bella; e, nell’incoscienza della
fascinazione, sentì sorgere e gonfiarsi dentro al cuore un desiderio
folle d’amare, di gioire, d’obliar tutto in un gran sogno di felicità,
di giuncare con i fiori più preziosi della sua anima privilegiata
il cammino della donna eletta, affinchè questa passando ignara li
calpestasse.
Quando Luisa si tacque dall’angolo dov’eran sedute le due signore
vennero applausi e approvazioni alla cantatrice: era donna Marta che,
suscitando l’ilarità della signora Boris, batteva calorosamente le mani
e gridava a tutta possa:
— Brava! Brava Luisa!... — con lo schietto, romoroso entusiasmo d’una
bambina.
L’Imberido, come si scotesse da un letargo, si passò più volte le
mani su gli occhi, stese neghittosamente le braccia, poi, facendo
eco debolmente alle approvazioni dell’avola, balzò con un salto dal
muricciuolo a terra.
Nell’immenso silenzio s’udì suonar l’ora alle chiese lontane di Stresa
e d’Intra: eran le nove e mezza. Un gran fuoco brillava su la vetta del
Motterone, che pareva un vulcano; una profonda oscurità si stendeva in
vece su tutti gli altri monti della riva opposta, fuorchè nelle borgate
distese lungo il lago.
— Si va? — chiese Flavia, alzandosi in piedi.
— Andiamo! — risposero insieme sua madre e donna Marta.
Nel ritorno, all’inizio del sentier tenebroso, Flavia passò sùbito il
braccio sotto quello d’Aurelio, e non si staccò più da lui che d’avanti
alla porta del palazzo. Quivi si salutarono senza parlare, quasi
commossi, stringendosi forte la mano.
Quando il giovine si trovò solo nella sua stanza, una gioja pacata
e serena lo prese d’improvviso, come una sensazione assai gradevole
di riposo dopo uno sforzo coronato da esito felice. Egli ristette
qualche attimo sorridente e attonito nel bel mezzo della camera,
col lume acceso in pugno; guardò il cumulo disordinato delle sue
carte su la scrivania, e si compiacque, senza saper perchè, di sè
medesimo, dell’opera sua, del suo destino che gli pareva aperto e
chiaro come non mai. Nessun ricordo preciso di quel giorno era nella
sua coscienza: egli non pensava nè a Flavia, nè al racconto del suo
passato, nè al canto di Luisa, nè alla seduzione della musica amorosa;
pensava vagamente a cose incerte e nebbiose, infinitamente piccole o
infinitamente grandi, a tutto e a nulla. Si sentiva giovine, forte e
sicuro; ed era lieto di vivere.
D’un tratto si mosse. Depose il lume su la scrivania, come usava fare
tutte le sere; si sprofondò nel suo seggiolone d’avanti a questa; prese
risolutamente la penna, e stette un poco con la mano ferma, sospesa
su la pagina incompiuta dell’opera sua. Un soffio tenue di vento, come
una carezza fluida, entrava a intervalli dalla finestra, portando nella
stanza un odore acutissimo di gelsomini.
«Sono stanco,» egli pensò, senza stupore, senza rammarico: «scriverò
meglio domattina.»
Gittò la penna, si levò in piedi, e incominciò sùbito a spogliarsi.
VI.
PRIME NEBBIE.
— Via, conte, coraggio! Faccia un bel salto nel vuoto, — gridò
Flavia giù, dal giardino, ad Aurelio ch’era apparso in quel punto al
balconcino della sua camera, con un libro aperto nelle mani.
Le due giovinette stavano in piedi, col viso levato verso di lui, tra
due statue di ninfe seminude dai gesti raccolti e pudichi, d’avanti a
un denso cespuglio d’ortensie tutto ornato da pallidi corimbi di fiori.
— Io verrò a morire ai loro piedi, — rispose Aurelio per giuoco,
sporgendo il corpo dalla ringhiera come per misurare con lo sguardo
l’altezza.
— No; noi lo riceveremo tra le nostre braccia, — disse audacemente la
bionda; e scoppiò a rider forte, sbirciando la cugina che d’un tratto
si fece seria e abbassò gli sguardi al suolo.
Aurelio sorrise e si ritrasse. Nel tepor blando della sera, l’anima gli
si diffondeva nell’aria con la respirazione. Il vespero estivo aveva
una purità di cristallo; come una grande brage ardente sotto il cielo,
il poggio rosseggiava; tutte le cose sottostanti, penetrate d’ombra,
parevan sommerse in un terso liquido azzurro.
Egli, ancor dubbioso su ciò che avrebbe fatto, venne presso la
scrivania e vi lasciò cadere lentamente il libro che stava consultando.
Il pensiero che Flavia era là ad aspettarlo gli metteva nel petto un
palpito convulso. Provava, come sempre quando doveva andare incontro a
lei, quasi una necessità di sosta, di riposo, di raccoglimento, prima
di prendere una deliberazione; e rimaneva così, a lungo, con il corpo
e il pensiero inerti quasi in attesa d’un impulso esteriore. «Devo
andare? Devo rimanere?» si chiese alla fine; e parve a lui in quel
momento che non solo le convenienze lo consigliassero a trattenersi
nella sua camera, ma altresì la sua volontà e il suo desiderio.
«Discendere?» egli pensò. «E perchè? Forse che mi diverte codesta
compagnia? E non ho perduto già troppo tempo per causa loro? Dai
primi di giugno non ho scritto che una decina di cartelle, e anche
queste dovrò probabilmente rifare. Val dunque la pena ch’io ritardi il
compimento dell’opera mia per quelle donne? No, no, io non discendo. Io
non voglio discendere!»
Si volse; e vide ancora dal balcone spalancato il poggio igneo ai
riflessi del tramonto. Imaginò le fanciulle in basso, nel memore
giardino, tra le due statue goffe, d’avanti ai frutici fioriti. Esse
certamente l’aspettavano ancora, immobili al loro posto, e fors’anche,
aspettandolo, discorrevano di lui. Un’acuta curiosità lo punse: di
sapere come potessero averlo giudicato quelle due ragazze frivole e
astute; di conoscere il sentimento diverso ch’egli aveva suscitato in
ciascuna di esse. Rivolse prima la sua attenzione a Luisa, poi la portò
sùbito su Flavia, di cui si soffermò a indagare con più sottile arte il
pensiero.
Quella creatura così bella e così mesta gli ispirava un sentimento
di fiducia e quasi di protezione, irresistibile. Appena da un mese
l’aveva conosciuta; e solamente da una ventina di giorni egli aveva
incominciato a vivere con lei in una certa domestichezza, qualche ora
ogni giorno. Eppure, in così breve lasso di tempo, egli aveva già fatto
un’abitudine della sua compagnia, e, quando gli mancava, ne sentiva
come un rimpianto. Espansiva, ciarliera, propensa a parlar di sè
stessa, Flavia a poco a poco gli aveva confidato le sue memorie, le sue
speranze, i suoi crucci intimi. Ed egli, da prima indifferente e quasi
ostile, aveva appreso a poco a poco ad ascoltarla con un certo piacere,
a vivere nel ristretto mondo intimo di lei, senza provare angustie o
insofferenze.
Così, lentamente, cedendo per gradi insensibili alla seduzione di quei
colloquii insidiosi, dopo avere accolto amabilmente le confidenze di
Flavia, egli medesimo aveva anche incominciato ad aprirle un poco il
suo mistero, a renderla in qualche modo partecipe de’ suoi pensieri
e delle sue ambizioni. E, come s’era accorto ch’ella lo ascoltava con
un’attenzione profonda, gli occhi fissi ne’ suoi immobilmente, e che
spesso altresì lo approvava con rapidi cenni del capo, aveva posto
un’assidua cura nel mostrare a lei il suo valore, la larghezza della
sua coltura, la forza del suo carattere, la sottilità del suo ingegno.
E un orgoglio enorme gli aveva sollevato tutto l’essere, quando ella un
giorno aveva detto con accento di convinzione a lui, che taceva stanco
dopo un lungo discorso:
— Ah, come la invidio, conte! A lei è riserbato certamente un alto
destino. Ella possiede il segreto di dire le cose più astruse e
complicate in una forma così limpida, così piana ch’io stessa, donna e
ignorante come sono, riesco a intenderle e a persuadermene.
Nessun elogio già mai, nessun augurio eragli parso più dolce, più
veritiero, più incoraggiante. Ed egli ora, ritto presso la scrivania,
ripensava a quelle parole e si gonfiava novamente d’orgoglio.
Ma un’ansietà lo stringeva quanto più i minuti fuggivano. Lo urgeva
un’inquietudine confusa, come un bisogno di movimento e di respiro
libero, come un’impazienza che gli saliva su dal fondo del cuore e
gli occupava, annebbiando, il cervello. Altre volte in quei giorni
era stato assalito da una commozione simile; altre volte aveva dovuto
d’un tratto, sotto la spinta misteriosa, interrompere il suo sereno
lavoro, a mezzo d’un periodo che pure aveva già tutto concretato nella
mente e avrebbe potuto compire in un attimo; altre volte, senza saper
come nè perchè, s’era trovato fuori della sua camera, ramingo nel
parco solitario o su la spiaggia, come alla ricerca di qualche cosa
ignota!...
Aurelio lanciò uno sguardo in dietro verso il poggio: parvegli che
il rossore al sommo fosse impallidito; parvegli che nel cielo qualche
luce brillasse. Era un inganno questo, ma egli vide veramente qualche
luce brillare nel cielo. — Quanto tempo era passato? Le due fanciulle
l’aspettavano forse ancora in giardino? Imaginavano esse, — imaginava
Flavia il motivo di quel lungo indugio?
Il dubbio che questa, avendo dato al suo ritardo una causa diversa,
potesse giudicarlo scortese o immemore di lei, l’accorò profondamente.
Si sovvenne in quel punto d’esser rientrato senza salutare, senza pur
rispondere con un rifiuto giustificato all’invito confidenziale; ebbe
contro sè stesso un moto di rimprovero e di rabbia, vivissimo. Pensò:
«Ora bisogna discendere, almeno per iscusarmi presso di loro.»
E si mosse.
Nel giardino non trovò nessuno: per un’istintiva curiosità, s’inoltrò
fin nel mezzo dello spianato; volle riconoscere il luogo preciso
dov’eran già le giovinette, tra le due ninfe marmoree, d’avanti al
cespo florido d’ortensie; e qui lo ferì un profumo strano e complesso,
indefinibile, che non poteva esser quello d’un fiore e gli sollevò il
ricordo come d’un vago sentimento lontano.
Dov’erano esse? Stanche d’aspettarlo, eran rientrate in casa? Eran
uscite dal palazzo? Ritornò su i suoi passi; attraversò la grotta
e il cortile senza incontrar nessuno. Aveva un bisogno smanioso di
cercarle, di vederle, d’interrogarle; temeva sopra tutto che Flavia
fosse indispettita contro di lui; pensava che, solamente presentandosi
in quella medesima sera, sarebbe riuscito a cancellare l’impressione
sgradevole in lei lasciata.
Come uscì sul rialto, la vide finalmente abbasso, presso le barche, in
compagnia di Luisa.
Entrambe gli sorrisero. Disse la bionda, accennandogli con la mano
d’avvicinarsi:
— Ci scusi: siamo discese senz’aspettarlo..... Venga! Venga giù! Noi
andiamo a fare un giro sul lago.
Egli discese verso di loro, sorridendo. E una mirabile mutazione
avvenne nel suo interno, poichè i sospetti, che fino a quel minuto lo
avevano oppresso, ora precipitavano all’imo, dileguavano, cedevano il
luogo alla certezza salutare che nulla era ancor sòrto a turbare i suoi
buoni rapporti con Flavia.
Ella, curva fin quasi a terra, era occupata a sciogliere il nodo della
fune che assicurava la lancia a un grosso anello confitto al suolo; ed
essendo la fune un poco umida, la premeva inutilmente con le piccole
mani, e s’affannava, e sbuffava, e s’accendeva nello sforzo vano. Tutto
in essa, veramente, nell’atteggiamento del corpo e nell’espressione del
viso, era fragile e infantile, e crebbe nel giovine quel sentimento di
superiorità generosa, come di simpatia tutelante che provava sempre al
cospetto di lei.
— Ah, mio Dio, non ci riesco! — mormorò Flavia, ergendosi con un
moto lento, guardando con occhi impietositi le sue palme arrossate e
graffiate dall’asperità della canapa. Poi soggiunse rivolta ad Aurelio,
mostrandogliele: — Guardi le mie povere mani!
— Tenterò io, se permette: le mie sono meno gracili e meno belle, —
egli disse, sorridendo.
Senza durar molta fatica, sciolse il nodo e porse il capo della fune
alla fanciulla.
Il lago era calmo, liscio come una lastra d’acciajo. Una luce incolore
e bassa, la luce dei pigri crepuscoli estivi, si rifletteva sul piano
delle acque, che parevan più chiare del cielo, e lasciava in un’ombra
dilavata i fianchi selvosi delle montagne. Alcune grosse barche da
trasporto, provenienti dal mercato d’Arona, spiccavan nere come ebano
in alto lago; e i loro alberi, spogli di vela, disegnavan con le corde
dell’antenna legate a poppa, immani triangoli sul chiarore.
— Poveretti! — disse Flavia malinconicamente, osservando le barche
quasi ferme. — È sabato, ed essi non hanno un fil di vento che li ajuti
a ritornare a casa!
— Non mi sembra il caso di compiangerli, — notò il giovine, tra serio
e scherzoso: — il vento li ajuta già fin troppo; ed è bene in vece
ch’essi esercitino anche un poco l’unica virtù che posseggono: la forza
dei loro muscoli.
— Vuole che andiamo a vederli da vicino? — chiese ella, come non avesse
udito le parole di lui, fattasi d’un tratto ilare e vivace, grazie a
quella sua speciale facilità di mutar pensieri, umore ed espressioni,
la quale aveva già più volte stupefatto l’Imberido.
E, senza aspettar risposta, si guardò intorno per il lido deserto con
impazienza visibile.
— Dov’è andata mia cugina?
— Era con lei quando son disceso, non è vero? — domandò Aurelio.
— Non si rammenta? È stata Luisa a chiamarla.... Oh, eccola! La vede?
La giovinetta correva rapidamente lungo il greto verso il piccolo
arsenale, dove Ferdinando nella morta stagione occupava il suo tempo a
costruire barche che poi in estate noleggiava ai villeggianti. I suoi
capelli biondi s’erano in parte disciolti e si levavano a guisa di
lingue ignee nel vento della corsa, sì che pareva in lontananza che la
sua testa fiammeggiasse.
— Luisa! Luisa! — chiamò Flavia a voce alta. — Dove corri? Non vieni?
— Andate avanti piano! — ella rispose, senz’arrestarsi, volgendo a
pena il capo per farsi intendere: — vado a prendere il sandalino. Vi
raggiungo sùbito sùbito. Andate avanti!
E disparve, valicando leggera il molo che proteggeva la darsena di
Ferdinando.
Flavia entrò risoluta nella lancia, dicendo al giovine:
— Andiamo noi soli!
Aurelio, per la lunga dimora fatta sul lago, era un forte ed
espertissimo vogatore. La lancia, spinta da’ suoi colpi di remo, tagliò
l’acqua velocemente, e s’avanzò diritta come una freccia verso una
delle grandi barche al largo.
Ambedue tacquero a lungo; ambedue avevan gli sguardi fissi nel vuoto,
instancabilmente; ambedue parevano ascoltare ansiosi, quasi aspettando
una qualche alta rivelazione dal gorgoglio sonoro delle ondette che si
movevano intorno al legno.
Un turbamento invincibile, misto di gioja e di confusione, teneva
Aurelio, da che si trovava, per un caso insperato e inaspettato, solo
con Flavia su quel piccolo schifo perduto nelle acque, a quell’ora
estrema del giorno, in quella luce moribonda. Provava un bisogno
intenso di parlare; ma le parole, che gli si affollavano senza nesso
alle labbra, erano impronunciabili. Sentiva un desiderio quasi doloroso
di guardare la sua compagna, d’osservarla bene e lungamente nel viso;
ma i suoi occhi non potevano staccarsi dalla banderuola azzurra che
sventolava a poppa. Avrebbe voluto almeno provocare una sua parola,
udirne il suono della voce; ma ella, come lui, pareva tenuta astratta e
silenziosa da un incantesimo.
— Luisa è comparsa? La vede? — chiese alfine Flavia con accento
pigro, dispiacendole perfino di volgere indietro il capo, nello stato
d’attonitaggine in cui era caduta.
Aurelio ebbe un sussulto: fissò un attimo interrogativamente
la compagna, come non avesse compreso; poi diresse gli sguardi
al villaggio, e parvegli di vedere agitarsi sul lago, d’innanzi
all’arsenale, una piccola forma oscura. Era certamente Luisa che veniva
a raggiungerli.
— Sì, la vedo: ella viene, — disse.
— È ancora molto lontana?
— Sì, parecchio... Vuol forse che l’aspettiamo? — domandò con
un’alterazione indefinibile nella voce e negli occhi.
Ella rimase alquanto pensierosa, quasi incerta. Poi rispose bruscamente:
— È inutile. Andiamo pure avanti. L’aspetteremo più tardi, laggiù!
Ritacquero. Aurelio, grato in cuor suo a Flavia, d’aver voluto
prolungare il fascino di quell’assoluta solitudine tra le acque,
riprese a vogare con lena anche più vigorosa, quasi cercasse di fuggire
a un molesto inseguitore.