mentali; e pure sentiva in fondo a sè un gorgoglio di pensieri
ingiusti, un movimento cieco d’antipatia contro di lui, che a tratti
interrompeva o deviava lo stesso filo delle sue considerazioni.
Avveniva nel suo spirito, come sempre nei momenti di debolezza, un
dissidio aperto tra le idee e i sentimenti; le idee che objettivamente
cercavano d’analizzare un dato fenomeno per ricollegarlo allo schema
delle sue teorie generali; i sentimenti che s’appigliavano in vece agli
effetti immediati del fenomeno, degenerando in commozioni piacevoli o
ben più spesso dolorose, nel raffronto spontaneo delle altrui con le
sue proprie condizioni d’animo.
Già il giorno prima, durante la colazione, egli aveva provato un
movimento consimile d’antipatia per lo Zaldini; ma, più assorto nel suo
ragionamento, non l’aveva avvertito. Questa volta l’impulso fu più vivo
e definito poi ch’egli sùbito se ne accorse, e fu dall’intima scoperta
profondamente turbato e contristato.
Egli pensò, accelerando il passo: «Io non sono a bastanza forte se
mi lascio sorprendere da un sentimento così indegno di me! Invidiare
costui?! E perchè?... Forse ch’io sarei felice come lui se anche mi
sorridesse l’amor verace d’una donna?... L’Amore, sempre l’Amore,»
egli disse a voce bassa, sogghignando, «l’eterno inganno, l’incantesimo
della Natura bruta per conservar la razza, l’umiliante connubio di due
corpi che l’animalità più inconscia infiamma e fa delirare!» Pensò:
«Io ho rinunciato alle consolazioni dell’Amore, ho rinunciato alle
torbide gioje della folla, alle basse ebrietà del senso! Debbo potere
assisterne allo spettacolo senza rimpianti e anche senza sdegni.»
Era giunto Aurelio alla estrema punta del golfo, dove il pendìo
d’un tratto s’addolcisce e si spiana in ombrosi boschi di querce
e in fresche praterie, assiepate da bassi roghi, declinanti con
lenta ondulazione verso le rovine del Fortino. S’arrestò, udendo un
approssimarsi di voci femminili dalla parte di Cerro.
Alla svolta della strada un cane irsuto e nero s’avanzò primo,
scodinzolando, incontro a lui; poi, lentamente, seguirono una dietro
l’altra tre vacche corpulente, brucando sul terreno, fiutando a
intervalli l’aria, sbirciando in torno con i grandi occhi oscuri;
poi, improvvisamente, apparvero le due fanciulle che guidavan la
piccola mandria al pascolo. Usciron queste dal folto, ridendo forte e
rincorrendosi per il prato, inconsapevoli d’esser vedute: biondicce
entrambe, esili di forme, con le impronte delle privazioni sul viso
magro e pallido, ma così agili nelle movenze, così liete e spensierate
che ricordarono al giovine il giocondo mito pagano delle Driadi.
Egli non volle disturbare il loro giuoco leggiadro. Trovandosi presso
un muro diroccato, vi si nascose dietro rapidamente, e aspettò che le
fanciulle fosser passate. Il cane irsuto e nero, che lo aveva visto,
venne a fiutarlo con diffidenza, e, come rassicurato, riprese il suo
cammino, senz’abbajare; egli udì i passi grevi e cadenzati delle tre
bestie batter su i ciottoli della strada vicino a lui e allontanarsi.
Le risa delle fanciulle risonarono in fine più prossime, stridule,
acutissime, strozzate dall’affanno della corsa.
— Sì, sì: lo so, — una diceva, fuggendo: — Tonio è il tuo amoroso!
— Stupida! Stupida! — gridava l’altra che la rincorreva.
— Io lo so. Il mio fratellino m’ha detto d’avervi incontrati soli, sul
tardi, vicino al camposanto....
— Stupida! Non è vero!
— È vero! E m’ha detto che vi siete baciati....
— Non è vero!
— E che avete preso la strada dei monti....
— Stupida! Stupida! Se ti piglio....
Le grida si confusero, s’affievolirono, si spensero presto nel silenzio
del bosco.
Quando fu sicuro di non esser veduto, Aurelio uscì dal nascondiglio,
e riprese la sua via a passo più veloce, quasi volesse sottrarsi al
fascino della scena inaspettata. Le parole audaci di quelle fanciulle,
il suono delle loro voci, i loro scoppii nervosi d’ilarità, quella
fuga ninfale su l’erba fiorente tra i fusti muscosi delle querce,
gli avevan dato un senso d’ebrezza, che non gli era del tutto ignoto
e lo sgomentava. Dentro di lui la scena aveva risvegliato il ricordo
d’un’altra somigliante: la prima improvvisa apparizione di Flavia e
di Luisa su la scalea marmorea, negli estremi chiarori del vespero, e
la fantastica fuga nella pineta. Anche la commozione provata allora
rassomigliava assai a quella da cui si sentiva posseduto in questo
momento: una specie d’alterazione indefinibile, una violenza di cose
soffocate, come un vaneggiamento leggero che non gli permetteva di
distinguer nettamente dentro né intorno a sè. Ma questa volta la
commozione era men chiara, più complessa, più aspra: pareva avvelenata
da alcunchè di sgradevole e quasi di doloroso.
«L’Amore, sempre l’Amore!» egli si ripeteva cercando di dominare la
strana inquietudine dello spirito, mentre camminava a grandi passi tra
le siepi arborescenti della via. E le due visioni l’accompagnavano
ostinate e moleste, come un profumo troppo forte che lo avesse
investito.
Più d’una volta rimase.
Nulla omai si moveva nella selva: saliva il romore delle onde morte
sul greto, simile a un lento respiro affannoso; e qualche fronda alta
stormiva.
Ah, quella solitudine e quel silenzio e quella mitezza di clima e di
paese! Ah, l’implacabile educazione dell’eterna Natura, che seducendo
ordina e impera!
«Io sono infelice!» mormorò d’un tratto il giovine, arrestandosi
attonito, girando gli occhi intorno a sè per le vòlte capricciose
del bosco, dove il sole irrompeva a fasci, a sprazzi, a scintille,
dispensatore di vivido oro su le foglie polite e su i rami vellutati di
muschi e di licheni. La frase gli era misteriosamente sgorgata dalle
viscere profonde, ed egli l’aveva detta senz’averne coscienza, per un
bisogno irresistibile quasi di liberazione. Non l’anima sua l’aveva
suggerita; aveva parlato in lui l’oscuro Genio della Specie; ed era,
la sconsolata frase, una delle innumeri espressioni di lamento delle
creature che si senton sole e sterili e vane, il grido d’angoscia che
l’Avvenire strappa a queste reclamando le sue vittime in pericolo di
non essere. Non diversamente il cervo solitario gitta al silenzio della
foresta il suo triste bramito; non diversamente dall’eccelse vette
degli alberi l’usignuolo, alato poeta della notte, piange e chiama la
compagna lontana e sconosciuta.
Aurelio alzò lentamente le spalle, parve riflettere un poco; poi
ripetè una seconda volta, con tutt’altro accento: «Io sono infelice!»
Sogghignò, per irridere a sè medesimo, e riprese al passo concitato di
prima il suo cammino.
Il sentiere, dopo essere alquanto disceso, usciva alfine dalla
boscaglia e costeggiava la spiaggia del lago, a pena protetto da una
siepe di mori prugnoli che i fanciulli avevan qua e là abbattuta. Il
sole lo inondava tutto di luce, un bel sole estivo non ancora alto, non
ancora cocente, sospeso in un cielo opalino, d’una singolare purità.
Una calma estatica teneva il lago; avevan le acque tal lucidezza che
ripetevan con perfetta similitudine qualunque imagine. Le montagne
della riva di Piemonte, popolate di villaggi, s’ergevan nette, gaje,
luminose, come spiccando da un tersissimo specchio.
Uscendo dall’ombra a quella luce suprema, parve al giovine di sottrarsi
a un malefizio e di riprendere d’un tratto la sua personalità. Il
turbamento s’acquetò; il suo cuore riprese a pulsare con la regolarità
consueta; le torbide visioni, che lo avevano occupato, a poco a poco
si dissiparono; ed egli potè novamente impadronirsi del governo del suo
pensiero. Senza indugio, per natural reazione dello spirito violentato,
egli sentì il bisogno di formular da capo il suo grande principio di
condotta, d’enunciare a sè stesso il programma della sua vita com’egli
voleva che fosse, d’affermare con una sintesi stringente la solidità
del suo piano e la forza della sua volontà.
«La vita è breve», egli pensava; «occorre affrettarsi. Occorre
sviluppare la propria individualità in tutta la sua potenza; allargarla
fin dove le resistenze esterne lo concedono; giungere possibilmente
fino al punto lontano che gli occhi del pensiero vedono e segnano come
una mèta. Ecco dunque il dovere: non distoglier mai lo sguardo da quel
punto; non deviare mai dal diretto cammino che conduce a quel punto.»
— Poichè il Destino non aveva voluto ch’ei possedesse terre, servi e
cavalli, doveva per altra più ardua via (ed Esso glie ne aveva fornito
i mezzi e le attitudini), raggiungere un alto fine vitale. Gli uomini
della sua stirpe, anche nei tempi meno propizii, non erano stati a
nessuno secondi: l’avolo suo Gian Franco, nell’amor della patria;
il padre Alessandro, nello splendore del fasto e dell’eleganza. E
lo sventurato esule, morto nelle prigioni dello Spielberg, sognando
in una estrema visione profetica l’Italia liberata, doveva nel mondo
delle ombre tendere pietoso la mano al figliuolo demente che, negli
anni torpidi della pace, aveva cercato di salvare il lustro del Nome,
sacrificandogli la fortuna e la salute. Egli veniva terzo: egli,
povero e oscuro, sentiva pur sempre nel sangue lo stesso sfrenato
orgoglio, che aveva già trascinato in turbini diversi le anime de’ suoi
maggiori. Compire e coronare l’opera iniziata dall’avolo, ecco il suo
grande disegno; ed egli, per affrettare l’evento favorevole, sognava
a sua volta, per la patria ormai risorta e già minacciata da ruina, un
dominio d’uomini nobili e possenti, che ne rialzassero e assicurassero
le sorti maravigliose, mostrando al mondo l’indistruttibile
preminenza del più puro sangue latino. «Un popolo fedele, guidato da
un’aristocrazia degna, attiva e sapiente», egli pensava, «ha nell’età
nostra, tra popoli inquieti retti dal malgoverno plebeo, tutte le
probabilità di trionfare e d’imporsi.»
E Aurelio Imberido si sentiva pronto e capace di mettersi alla testa
d’un’agitazione schiettamente aristocratica nel grigio e turbolento
diluvio delle odierne democrazie. Egli, libero da ogni giogo, forte
d’un’antica eredità d’ambizioni, sorretto da una vasta dottrina
positiva, avrebbe trovato, nella lotta viva contro i preconcetti
politici e morali del tempo, il mezzo più sicuro e più nobile per dare
alla sua esistenza un particolare significato e uno scopo superiore;
per estendere la sua personalità oltre i limiti ristretti e oscuri
che s’impongono ai più; per divenire un uomo, nel senso più alto
della parola, e tentare anche l’erta della Grandezza. «Combattere per
un’idea, o, sia pure, per un sogno,» diceva l’Imberido: «ecco l’opera
che sola affranca dall’umiltà delle nostre origini, e fa men grave la
coscienza della nostra vita precaria.» Ma, perché potesse egli attuare
il suo programma, era necessario che ad esso consacrasse intera la
propria attività, era necessario che facesse a sua volta una rinunzia
suprema: non certo quella vile dell’individualità e d’ogni sano impulso
agonistico, che le presenti ambigue tendenze spirituali tristamente
sembrano esaltare; ma bensì quell’altera rinunzia d’ogni sentimento
volgare e d’ogni timida fede e d’ogni morbosa pietà, che inizia l’uomo
all’esercizio delle più feconde virtù e lo dirige sicuro alla prova
delle imprese più memorabili.
Così il giovine, meditando sotto il sole benefico, si tracciava
novamente la prediletta linea di condotta, e ritrovava a poco a poco la
sua volontà adamantina e insieme con questa il geloso tesoro delle sue
speranze di gloria. L’opera futura, ch’egli avrebbe dovuto compire, gli
si veniva per tal modo disegnando e precisando dentro al pensiero nelle
sue diverse possibili estrinsecazioni, — opera di franca propaganda
per mezzo del libro, del giornale, della parola, anche, se fosse
occorso, dell’azione diretta. E le due formule rigorose su cui poggiava
l’edificio della sua concezione riscintillavano d’avanti a lui, come
fossero incise a lettere di fuoco dovunque il suo sguardo cadeva.
«L’umanità resta e progredisce, non ostante ogni scempio più doloroso
de’ suoi individui.» E l’altra: «L’unico ideale degno d’un uomo
intelligente è l’aspirazione a un’umanità superiore, a un’evoluzione
della Specie spinta più che sia dato verso il cielo. Fermarsi a rendere
felici quelli che esistono non è e non può essere che un ingenuo e vano
desiderio sentimentale.»
Un improvviso entusiasmo l’assalì. Dov’erano omai tutti gli
sbigottimenti e le ansie e le fosche imagini che lo avevano prima
oscurato? Dov’erano gli obliqui desiderii e i disgusti e le insidiose
memorie? Egli non si ricordava più di nulla. Il suo spirito erasi
liberato dai fantasmi, aveva disperso le nebbie che l’attorniavano.
Pareva che un altro principio di vita fosse entrato in lui; pareva che
qualcuno fosse uscito da lui, segretamente, e avesse portato seco il
triste fardello dei dubbii, degli scoramenti, delle debolezze. Egli
riacquistava la fiducia in sè stesso.
A capo alto e raggiante nel viso, Aurelio rientrò in Cerro. Sotto
l’arco caliginoso, che sta in guisa di porta all’inizio del villaggio,
trovò Camilla, frettolosa, tutta rossa e con gli occhi gonfii, la quale
gli venne in contro singhiozzando, coprendosi la faccia col fazzoletto.
— Che c’è di nuovo? — egli chiese stupito.
— La signora.... La signora.... — balbettò a stento la ragazza, e non
potè continuare, interrotta come fu da uno scoppio di pianto.
— La signora?... Ebbene?... Che è avvenuto?...
Aurelio cominciava a inquietarsi. Sempre in timore per la salute
della nonna, egli supponeva già ch’ella avesse avuto un attacco più
atroce del suo male; e un leggero tremito aveva per il corpo e nella
voce, mentre interrogava la cameriera che muta e a viso coperto gli
singhiozzava d’innanzi.
Poi che questa non accennava ancora a rispondere, egli richiese più
vivamente, quasi con ira:
— Ebbene?... Che è avvenuto?.... Parla in nome di Dio!
— Io non ho colpa.... Io non ho fatto nulla.... Pretendeva che avessi
percosso il bambino del guardiano, e non era vero.... Non era vero,
glie lo giuro, signor Aurelio! Il bambino è caduto per caso.... Io non
l’ho visto cadere.... E la signora m’ha licenziata in malo modo....
— Ah, è per questo che piangi? — fece Aurelio, senza lasciarla
continuare, dopo aver tratto un gran respiro.
Ella affermò a pena, col capo.
— Sempre la stessa storia! — mormorò il giovine, stringendosi nelle
spalle. Poi si rivolse ancora a lei: — E dove te ne andavi or ora con
tanta fretta?
— Andavo a Laveno.
— A Laveno? E per che fare?
— Per cercarmi un posto....
— Così sùbito?!.. Via, non far sciocchezze, Camilla! Adesso torna a
casa: avrai tempo più tardi per pensare ai fatti tuoi.
E s’incamminò, sorridendo con un poco d’amarezza, verso il palazzo.
Presso la porta il guardiano, un vecchio robusto e sanguigno dalla
folta capigliatura grigiastra e dagli occhi di volpe, era seduto sopra
una delle lastre di granito infisse nella parete, intento ad affilare
il falcetto, e fischiava allegramente.
— Olà, Giuseppe! — gli gridò Aurelio, salendo i gradi del rialto. — È
vero che il vostro piccino s’è fatto male?
— Oh, signor conte, una cosa da nulla! Il monellaccio è ruzzolato
mentre correva per il cortile.... Che vuole? Non può stare un momento
quieto! Lo si sorveglia tutto il santo giorno; ma non serve. Egli sa
trovar sempre il momento buono per farne qualcuna delle sue!...
— Voi, Giuseppe, eravate presente quando è caduto?
— Sicuro! Era anch’io in cortile con lui.... Fortuna volle che questa
volta non si sia fatto quel male che avrebbe potuto! Una leggera
ammaccatura su la testa.... cosa da nulla, le dico, signor conte.
— Tanto meglio! — concluse il giovine e, salutato il guardiano, entrò
risoluto in casa.
La sala da pranzo, con le persiane chiuse, era avvolta in una
mezz’ombra glauca, appena rotta qua e là da alcune lamine sottili
di sole, a traverso le quali i pulviscoli dell’aria si vedevano
incessantemente roteare. In un angolo, presso l’ultima finestra, donna
Marta era seduta, come d’abitudine, sul suo seggiolone d’avanti al
tavolino da lavoro tutto ingombro di fili, di gomitoli, di ritagli, di
minuti arnesi muliebri.
Il giovine s’avvicinò lentamente a lei. Ella, il capo arrovesciato su
la spalliera, le mani penzolanti dai bracciuoli, giaceva abbandonata
e inerte, come affranta da un immane sforzo; e ansimava. I suoi
lineamenti alterati dalla collera e dal dolore avevano l’immobilità,
la rigidezza, il pallor d’un cadavere: e gli occhi, quei grandi
occhi giovenili, saettavano in giro sguardi sinistri, all’ombra delle
sopracciglia irte e aggrottate.
— Mamma, che hai? Sei così pallida... — mormorò il giovane con la voce
dolce, quando le fu presso.
— Che ho? — ella proruppe. — Sono stanca, capisci? Non ne posso
più! Finirò per commettere una follia, se si continua così. Intanto
t’avverto che ho messo alla porta quella tua serva esemplare, ed era
tempo, per Dio!
— Tu l’hai messa alla porta...?
— E come! L’avessi sentita...! Che lingua! M’ha risposto in un tal tono
che per poco non m’ha spinta all’estremo di cacciarla a ceffoni!..
E tutta la colpa è tua, perchè sei stato tu a non volere ch’io me ne
liberassi a Milano, prima di partire per la campagna.
— Ma infine, mamma: che è successo? Che cosa ha fatto costei?
— Ah, che cosa ha fatto?... Ha percosso a sangue il povero piccino del
guardiano...
— Non è vero, — asserì Aurelio con la stessa voce dolce, fissando
l’avola negli occhi.
Ella ebbe un sussulto repentino. Quasi per un prodigio, parve che il
suo corpo esanime ritornasse d’un tratto alla vita. Si levò ritta a
sedere e, affrontando violentemente lo sguardo di lui:
— Come, non è vero? — gli gridò con tutta la sua forza. — Oseresti
anche smentirmi per difendere quella sguajata?!
— Mamma, via, non arrabbiarti così, — Aurelio s’affrettò a soggiungere
in tono anche più blando, persuasivo: — non è proprio il caso. Parliamo
un poco con calma. Si tratta d’assodare un fatto; non di discutere.
Ora tu affermi, che Camilla ha battuto quel bambino. Lo affermi forse
perchè l’hai sentito piangere. Ebbene, credimi, t’inganni: il guardiano
stesso, ch’era presente, m’ha assicurato che suo figlio è caduto mentre
correva nel cortile. E nota che Camilla non l’ha visto neanche cadere!
Donna Marta ascoltò queste parole, contenendo a stento l’ira che le
bolliva dentro. In verità, ella era così certa della sua supposizione
che ogni più valida prova negativa non sarebbe riuscita a insinuarle
la punta d’un dubbio. Abituata sin dai tempi di suo marito a un imperio
incontrastato su tutti quanti l’avvicinavano, resa anche più irritabile
dai nervi impoveriti di sangue, ella non poteva ormai tollerare una
contradizione, sotto qualunque forma le venisse rivolta; e s’adombrava,
e inviperiva, e perdeva, nello sdegno per l’offesa, ogni senso d’equità
e di misura. Quando poi l’opposizione contro di lei partiva proprio
da suo nipote, che ella considerava come un vassallo per tema di dover
sopportare come un padrone, la rivolta del suo spirito indisciplinato
era così folle e veemente che l’ultimo bagliore di ragione andava nel
tumulto miseramente perduto.
— Tu dunque l’hai vista? — ella disse, mordendosi le labbra. — Tu hai
parlato con lei?...
— Sì, mamma. Ho parlato anche con lei.
— Capisco. Hai voluto ricever l’imbeccata!... E, come sempre, hai
preferito credere a una serva che non a me...
— Oh, Dio, mamma... — esclamò Aurelio, che cominciava a impazientirsi.
— Se debbo parlarti schietto, ti dirò che non ho creduto né all’una
né all’altra. Si trattava di sapere se una cosa fosse avvenuta o
no. Capirai bene che non era il caso di far distinzioni di grado o
d’autorità o di merito tra le persone che contendevano. Ho ricorso alle
testimonianze e mi son persuaso che non era avvenuta. Vuoi forse che ti
affermi ora il contrario, per compiacerti?
Donna Marta ebbe un sogghigno, e disse con sarcasmo feroce, sillabando
quasi le parole:
— Peccato davvero che tu non abbia fatto l’avvocato.... ma non di
queste cause, s’intende!... All’enfasi che metti nel difendere la tua
protetta, si direbbe...
— Che cosa? — interruppe con forza Aurelio, guardandola fissamente.
— Oh! Oh! Credi forse di farmi paura con quegli occhi?
— Ti prego di spiegarti, mamma. Che hai voluto dire?
Ella non rispose sùbito; alzò sdegnosamente le spalle, mentre il
sogghigno di prima le ritornava anche più mordente su le labbra. Il
giovine fece un passo avanti, e ridomandò quasi per violenza:
— Via, rispondi, mamma. Lo esigo! Che hai voluto dire?
— Ebbene: ho voluto dire che al tono, con cui tu ora mi parli, si
crederebbe che costei sia la tua amante!
Aurelio illividì. Benchè alla prima reticenza avesse già imaginato
il pensiero dell’avola, l’enunciazione aperta e brutale di questo
lo colpì atrocemente quasi un colpo di maglio nel mezzo del petto.
Insulto più grave non gli si sarebbe, no, potuto scagliare; egli, il
puro, il casto, l’insensibile era d’un tratto accusato d’amoreggiare
trivialmente con la propria cameriera. Il giovine non ebbe tempo per
riflettere; sentì il soffio ingiurioso passar su la fronte, e la vista
gli si ottenebrò.
— Come sei volgare! — disse sordamente, stringendo i pugni e
atteggiando il volto a un’espressione di profondo dispregio. Poi, per
non aggiungere altro, con un moto subitaneo volse le spalle a donna
Maria, e uscì correndo dalla stanza.
Udì dietro di sè un urlo soffocato, quindi un fiotto impetuoso di
parole aspre, terribili: «Infame! Infame! Egli osa anche insultarmi! A
questo si doveva giungere... Io vado via sùbito... Caschi il mondo, non
mi vedrà più...!» Attraversò in fretta il cortile, ascese rapidamente
le scale, entrò nella propria camera e vi si rinchiuse a due mandate di
chiave, come se la vecchia avesse potuto inseguirlo con le sue minacce.
Poi che fu solo, sottratto alla presenza impositrice dell’avola, nel
luogo dedicato agli studii, la sua eccitazione, invece di scemare,
aumentò. Tutti i pensieri, che già durante la scena eran passati per
la sua mente, gli tornarono alla memoria; tutte le parole che per
prudenza o per rispetto aveva dovuto reprimere, tutte incominciarono
di nuovo a fluirgli alle labbra con insolita irruenza. Ed egli, con
una specie di amaro sorriso interiore, si piacque di ricostruire il
diverbio, aggiungendo quello che avrebbe voluto dire, i ragionamenti
e le objezioni e le proteste sdegnose, senza più blandizie, senza più
eufemismi, senza rispetto o prudenza alcuna.
Così rievocò l’intera scena, accompagnando le parole con una mimica
vivace, percorrendo la camera per il lungo e per il largo a grandi
passi. Quando però giunse all’ingiuria, che l’avola gli aveva lanciata,
ristette perplesso, come se ne avesse afferrato per la prima volta il
senso preciso; e la risposta violenta, che poc’anzi aveva taciuta, non
venne.