Finita la colazione, donna Marta, accusando un po’ di malessere,

si ritirò nella propria camera, e i due giovini vollero tentare una

passeggiata nei boschi circostanti. Ma l’ora non era propizia. Sul

lago, immoto e abbacinante, stagnava l’afa del meriggio; il sole, alto

nel cielo chiaro, lasciava cadere a perpendicolo i suoi raggi infocati,

che si slargavano in macchie rance su le praterie, correvano in accese

strisce lungo le viottole, s’immillavano come strali d’oro a traverso

il fogliame del castagneto, bollando d’innumerevoli cerchietti tremuli

la terra in ombra. Anche nel fitto del bosco la caldura, non mitigata

dal più lieve soffio d’aria, quasi inasprita dallo strepito incessante

delle cicale, era insoffribile. I due giovini furon costretti a

ritornar sùbito su i loro passi e rientrare in palazzo. Luciano,

oppresso dall’afa e dal travaglio della digestione un po’ faticosa,

andò a gittarsi sul letto e s’addormentò. Aurelio si chiuse nella

sua stanza, dove riprese tranquillamente i suoi studii, interrotti

dall’arrivo e dalla presenza dell’amico.

Non ne uscì che ai richiami iterati di Luciano dal giardino e a un

rabbioso squillo della campanella, dopo oltre cinque ore di continua

occupazione.

Entrando nella sala da pranzo, egli al primo sguardo s’avvide che la

nonna era di pessimo umore, probabilmente irritata contro di lui perchè

aveva lasciato solo l’ospite durante l’intero pomeriggio. Ella non levò

gli occhi dalla tavola quand’egli comparve, e rimase poi lungamente

muta, covando dentro lo sdegno che presto o tardi avrebbe dovuto

esplodere.

L’esca fu accesa innocentemente da Luciano, quando domandò all’Imberido

come avesse passato tutto quel tempo nella propria camera. Alla

risposta assai calma di questo:

— Ho lavorato, — la testa irosa della vecchia si rialzò con

impeto fulmineo. Un fiotto di parole aspre ruppe dalla sua bocca,

violentemente.

— Non potevi dunque aspettar domani?... Era proprio necessario che

tu continuassi oggi il tuo lavoro inutile e odioso?... L’amico tuo

è da tre ore che s’annoja, solo, aspettandoti! È venuto a cercarti:

eri chiuso a chiave, come se avessi avuto paura di farti sorprendere!

Si direbbe che tu abbia qualche mistero da nascondere in quelle tue

maledette stanze!... Io.... io, lo sai, mi sono ormai rassegnata: non

ci metto più piede, cascasse il mondo, e non te ne parlo più. Ma che tu

continui le tue abitudini d’orso, nascondendoti nella spelonca anche

quando abbiamo con noi un ospite venuto per te, questo poi no, non lo

sopporto e non lo sopporterò mai!...

Era l’antico rancore che le suggeriva le parole; quel rancore ch’ella

provava sopra tutto contro le occupazioni predilette del nipote, di

cui non riusciva a intender bene le mire e le ambizioni. Donna Marta,

uscita da una famiglia di borghesi intraprendenti, avrebbe voluto che

Aurelio, dappoichè non era più ricco, avesse esercitata una professione

lucrosa, approfittando della sua laurea in giurisprudenza e delle sue

attitudini oratorie. Gli studii e il lavoro di lui eranle per ciò più

intollerabili dell’ozio medesimo; e non poteva trascurare un’occasione

di rammentarglielo.

Mentre l’avola lo rimproverava, il giovine mangiava silenziosamente,

scambiando a intervalli un’occhiata con l’amico. E questi, un po’

confuso, cercava con una qualche uscita burlesca d’interrompere il

sermone o almeno di renderlo meno aspro e inquietante. Ella in vece

proseguiva così concitata, così convulsa che pareva dovesse da un

attimo all’altro rimanere senza respiro.

— Vede, Zaldini? — diceva ora rivolta all’ospite: — è sempre così. Io

vivo assolutamente sola. Non lo posso più vedere che a colazione e a

pranzo, e spesso debbo anche aspettarlo a tavola inutilmente!... Come

non bastassero le tristi figure che son costretta a fare dovunque, per

colpa sua!... Ella non crederà, Zaldini: io non sono ancora riuscita

a persuaderlo ch’egli è in dovere di presentarsi alle signore nostre

vicine. Esse, naturalmente, sanno che c’è; desiderano di conoscerlo;

m’hanno anzi pregata di condurlo meco in casa loro, e non una sola

volta han ripetuto la preghiera! Io, che debbo dire? Che posso fare? È

una vergogna! Una scortesia incredibile e ingiustificabile!... Ma chi

lo fa capire a un ostinato di quella forza?...

— È verissimo! — interruppe d’un tratto lo Zaldini, parendogli questo

un buon appiglio per deviare il tema del discorso, e insieme per

mettere nell’impiccio lo schivo amico. — Perchè dunque t’ostini a star

lontano da quelle signore? Hai paura forse di perdere i tuoi sonni

tranquilli, conoscendole?

— No. Ho paura di perdere il mio tempo, che è ben peggio, — mormorò

sordamente Aurelio.

— Ma chè, ti pare? Non c’è bisogno di rimaner con loro da mattina

a sera e da sera a mattina. M’imagino ch’esse medesime non te lo

permetterebbero. Una mezz’ora al giorno in loro compagnia, credo però

che la potresti passare senza sacrificio.

Donna Marta, già un po’ più calma, intervenne.

— Io non chiedo tanto da lui, — ella disse. — Desidero solamente

ch’egli non scappi quando le incontra nel cortile o per via, e che

venga una sola volta con me a salutarle. Poi lo lascio libero di

rintanarsi dove e come gli piaccia.

— Dunque?! — esclamò Luciano, allargando comicamente le braccia, e

fissandolo con uno sguardo penetrante, pieno di sottintesi maliziosi.

Aurelio, stretto dalle due parti, si difendeva debolmente; mormorava

seccato timide frasi, in cui il diniego si diluiva in giustificazioni,

in desiderii di lavoro, di libertà, di quieto vivere. Alla fine, come

l’angustiava maggiormente quel diverbio che non l’idea stessa d’esser

presentato alle signore Boris, acconsentì.

— Bene! — gridò trionfalmente lo Zaldini, quand’egli ebbe pronunciato

il «sì» strappatogli a forza dalla sua insistenza. — Allora la solenne

presentazione del _monstrum_ avvenga questa sera medesima. Così

avrò anch’io la fortuna di conoscerle, ciò che desidero con tutto il

trasporto dell’anima mia.

Il ritrovo serale di donna Marta con le signore Boris era il piano del

rialto d’avanti alla porta del palazzo. Le ragazze usavano accoccolarsi

su l’erba molle del pendío, le due donne si facevan portare le

poltroncine dall’interno; e la conversazione si prolungava finchè il

tramonto era esausto e le tenebre occupavano intense la valle del lago.

Quella sera, quando donna Marta apparve su la soglia col nipote e con

l’ospite, le vicine eransi già accampate e chiacchieravan giocondamente

tra loro, ridendo forte. Quelle risa fecero su Aurelio un’impressione

singolare: gli ricordarono vagamente voci conosciute. Quali?

— L’avvocato Luciano Zaldini, — disse la vecchia; poi, accennando

Aurelio, soggiunse con un accento diverso, un po’ sarcastico: — E

questo è mio nipote, l’invisibile.

I due giovini s’inchinarono. Le donne abbassarono il capo con

grazioso sussiego: soltanto la bionda aperse la bocca a un fuggevole

sogghigno, che sembrò all’Imberido un’acuta puntura di spillo. Dopo la

presentazione, l’avola andò ad accomodarsi nella sua poltroncina che

era già pronta accanto alla signora Boris; Aurelio s’abbandonò come

stanco sul sedile di granito accosto al muro, e Luciano rimase ritto in

piedi d’innanzi alle due giovinette.

Il vespero non era perfettamente sereno: alcune masse plumbee di vapore

offuscavano l’occidente, anticipando la mezz’ombra del crepuscolo. Su

lo spiazzo, di solito deserto, ferveva un’animazione quasi febbrile;

molte femmine, su la riva, aspettavano ansiose le barche delle

filandaje, di ritorno per la festa del domani dagli opificii d’Intra

e di Pallanza: nel prato, tra i salici e i gattici sottili, quattro

o cinque bambine tutte bionde giocavan silenziosamente, ammontando i

ciottoli del greto.

I discorsi incominciaron sùbito vivacissimi tra le donne e lo Zaldini.

Si parlava, con grande volubilità, delle cose più varie e disparate:

di abitudini di campagna, del caldo in città, di comuni conoscenze, di

futili avvenimenti che parevan degni di memoria sol per il nome noto

delle persone che vi avevan preso parte. E i comenti, le osservazioni,

le sentenze spuntavano di quando in quando a mezzo di quei discorsi —

comenti ingenui, vane osservazioni, sentenze plateali a base di luoghi

comuni e di frasi fatte. Aurelio, rimasto fuori del crocchio ciarliero

delle donne che gli volgevan le spalle, taceva e osservava in preda a

un tedio schiacciante. Quella conversazione gli sembrava intollerabile;

non poteva capacitarsi come l’amico suo vi si frammescolasse con tanta

spontaneità di piacere. Certi scatti subitanei d’ilarità giungevano

a lui più ingrati che il soffio d’un lezzo nauseoso; certe uscite,

che l’obbligavan per poco all’attenzione, riempivano il suo spirito

d’insofferenza, sì ch’egli doveva far forza contro sè stesso per non

allontanarsi da quel posto di tortura.

— Gli uomini son leggeri come farfalle, — udì sentenziare la bionda,

fissando i suoi chiari e cupidi occhi in quelli di Luciano.

— Io, se per caso prendo marito, voglio che....

— Ma se è sempre così: l’uomo si stanca presto della sua casa, della

moglie, dei bambini, e allora...

— No, no, credi a me, Luisa; io lo dico sempre: è assai meglio rimaner

zitelle fin che si può.... Si è sempre in tempo per fare il salto nel

bujo!....

Luciano, difendendo il suo sesso dalle accuse femminili, rispondeva

gravemente, discuteva con calore gli argomenti più sciupati, accusava

a sua volta la donna di leggerezza e di crudeltà; solamente a

intervalli si permetteva qualche facezia arguta e sottile che sollevava

d’improvviso le proteste di tutto il crocchio.

In tanto Aurelio, infastidito da quelle ciarle insulse, erasi distratto

a poco a poco nella ottusa contemplazione della scena. Le barche,

che avevano tragittate le filandaje, giungevano ora confusamente,

ondeggiando, presso il lido. Sul riflesso livido dell’acqua i cerchii,

spogli delle tende, si disegnavan neri e lugubri, come costole d’immani

scheletri ribaltati; e i profili indecisi delle fanciulle, strette e

pigiate tra quei cerchii, avevano una mobilità informe, che pareva un

brulichìo. Cantavano alcune un canto malinconico, all’unisono, seguendo

il ritmo grave dei remi nell’acqua. Quando giungevano a una cadenza,

le altre tutte sposavano le loro voci a quelle poche, e un lungo grido

saliva per l’aria, simile a un appello desolato di naufraghi. Poi

susseguiva una pausa, qualche riso incontenuto, un ululo impaziente

di salutazione alle donne che aspettavano, e il canto incominciava di

nuovo, flebile e basso.

Le barche approdarono. Accorsero in torno le femmine, chiamando,

interrogando, stendendo le avide mani verso le figliuole, che sapevan

fornite del gruzzolo, con un trasporto folle di cupidigia. Si formò un

gruppo compatto, multicolore, strepitante d’avanti alle prue cariche

come d’un denso grappolo vivo. Le filandaje, il capo avvolto negli

scialletti chiari, un canestro appeso al braccio, si contrastavano il

passo, si sospingevan con i gomiti, cadevano a una a una nelle braccia

delle aspettanti, con la bocca aperta a un vacuo sorriso di trionfo.

Le prime discese dalle barche, vogliose d’uscire, avevan determinato

nella ressa una corrente; alcune compagnie si dirigevan già a passo

sollecito, disperdendosi, verso il villaggio. A poco a poco il gruppo

s’assottigliò: lo spiazzo arsiccio si macchiò per qualche istante di

capannelle silenziose che s’affrettavano al povero desco familiare.

E la solitudine consueta riprese il suo dominio severo, nella lenta

mestizia del crepuscolo.

Aurelio seguì con un pietoso sguardo, finchè disparvero, le

miserabili, che la vicina festa e il riposo d’un giorno bastavano

a esilarare. Splendeva su quelle anime semplici e inconsapevoli il

raggio dell’eterna Consolazione: le loro vite, condannate a un perenne

sacrificio, attingevan certo a una qualche miracolosa sorgente la

forza di resistere alle fatiche diuturne, alla monotonia accasciante

delle abitudini, alle umiliazioni, alle privazioni, agli stenti, agli

strazii. E la sorgente del miracolo non poteva esser se non l’Amore,

la sacra febbre di tutti i nati, quella che perpetuava la loro razza

di bruti dolorosi, su le campagne frustate dal sole, nelle fabbriche

attossicate dal fumo, negli squallidi ricoveri del gelo e della fame!

«Perchè? Perchè?» si domandò il giovine, angosciosamente.

Una voce prossima lo trasse d’improvviso dalla sua meditazione.

— Conte, — disse Flavia, piegando indietro il viso verso lui; — ci

scusi se le volgiamo poco amabilmente le spalle. La colpa non è nostra:

è lei che ha scelto quel posto....

Soggiunse poi con un sorriso a pena accennato, socchiudendo le palpebre

alla maniera dei miopi:

— Se lei volesse avvicinarsi un poco a noi.... Io e Luisa invochiamo

la sua autorevole protezione contro gli attacchi ingenerosi dell’amico

suo.

— Eccomi, — rispose Aurelio, alzandosi, fulminato da un’occhiata

imperativa dell’avola.

Lo Zaldini, dimentico omai d’ogni sussiego urbano, s’era disteso

su l’erba del pendìo accanto a Luisa, e le parlava a mezza voce,

concitatamente, mentre la fanciulla, tutta scossa dal riso,

arrovesciava indietro la testina capricciosa, scoprendo la gola liscia

d’un candor d’alabastro, e protendendo le delizie dei seni rigidi e

forti in una pulsazione inebriante. Quand’ella rideva, il giovine per

un minuto ammutoliva, intesi l’occhio e l’animo a raccogliere il dolce

frutto della sua malizia.

Aurelio s’avanzò, come un automa spinto da una volontà esteriore, e

venne a sedersi presso la signorina Boris.

— Ah, così va bene! — gridò allegramente Luciano, vedendolo accostarsi;

— ti giuro che non è cosa agevole tener testa da solo contro due

avversarie gentili, belle ma spietate. Io stava per arrendermi, ed era

una triste e umiliante necessità per un uomo di battaglia com’io sono.

Ora, _viribus unitis_, spero che le sorti della tenzone muteranno.

Si volse di nuovo a Luisa, e riprese sùbito il suo discorso interrotto,

a bassa voce. Flavia, con un cenno cortese e incoraggiante del capo,

domandò all’Imberido:

— Ella lavora molto, non è vero?

— Molto, — rispose Aurelio gravemente.

— Troppo, forse...?

— No, non mai troppo. Io vengo in campagna soltanto per lavorare. Le

distrazioni della città mi rendono affatto incapace d’un’occupazione

continuata e severa.

— Le distrazioni della città...?

— Sì. Ho tante conoscenze a Milano; e queste, non lo crederà, mi fanno

perder tempo in discussioni e in ritrovi. Sopra tutto, gli amici.

— Proprio gli amici...? — chiese Flavia, con un’intonazione insinuante

e così modulata che pareva l’inizio d’una melodia.

Aurelio la fissò stupito negli occhi, e corrugò la fronte.

— Non capisco, — egli disse, dopo una breve pausa di raccoglimento.

Ella ripetè con la stessa voce:

— Proprio gli amici, o non piuttosto...... le amiche?

— Ah, — esclamò il giovine, inarcando le labbra a un’espressione amara,

quasi di sdegno; — m’avvedo che sarà bene per entrambi che faccia

sùbito una dichiarazione aperta e leale, quantunque non molto gentile:

io sono misogine.

— Misogine?.... — fece Flavia, che a sua volta non comprese. — Che cosa

vuol dunque dire: misogine?

— Ohimè, signorina: la parola può essere oscura, ma il significato n’è

fin troppo chiaro! Vuol dire: nemico delle donne.

Nel proferire queste parole, egli non ebbe un’inflession carezzevole

di voce; parlò come un maestro che spieghi la lezione a un allievo

indifferente. S’aspettava un mutamento subitaneo di contegno in

lei: ch’ella s’offendesse e cessasse d’interrogarlo, o almeno che,

rinunciando a ogni inchiesta sentimentale, passasse con la leggerezza

propria delle femmine a tutt’altro discorso. Ella in vece s’accontentò

di guardarlo attentamente, e parve a lui di sorprendere in quello

sguardo anche un lampo di simpatia.

— L’han dunque fatto molto patire le donne per renderselo così avverso?

— ella chiese, scrutandolo sempre negli occhi.

— Affatto.

— Ella non ha mai amato, forse?

— Mai, signorina.

— Proprio: mai?

— Mai, le dico.

— Lei beato! — esclamò Flavia, e abbassò gli sguardi come oppressa da

un assalto di memorie tristi.

Successe un silenzio.

Il dì moriva assai dolcemente: rampollavan le stelle a una a una

dalla cupola del cielo, e le luci dalle ombre ugualmente fosche delle

pendici; l’ultimo chiaror tramontano agonizzava al sommo delle vette,

e il suo riflesso, attraversando il lago, giungeva a illividire

il prospetto roseo del palazzo e i volti degli astanti. Un gregge

attardato passava su la riva. I belati rompevan lamentevoli la calma

della sera.

Maravigliato dall’esclamazione dolente della fanciulla, Aurelio

incominciava a esser morso da una sottile curiosità. Egli fu primo a

parlare.

— Me beato, ha detto..... E perchè?

— Perchè la invidio.

— M’invidia perchè..... non ho mai amato?

— Sì. E non soltanto l’invidio, ma anche sinceramente l’ammiro, e

faccio voti per lei ché possa sempre dire così.

Una strana commozione suscitavan nel giovine le parole e

l’atteggiamento inaspettati di Flavia. Blandito nella sua vanità d’uomo

puro, egli piegava a poco a poco verso lei, in un languido abbandono di

gratitudine e di compassione. La coscienza della sua incorruttibilità

sembrava trarre da quell’elogio e da quell’augurio una conferma

misteriosamente persuasiva, come da un sortilegio; ed egli si concedeva

fiducioso e docile alla lusinga, assaporandone il venefico succo con la

improntitudine d’un fanciullo goloso.

— E, dica, signorina, — riprese Aurelio a voce più fioca: — ella dunque

ha molto sofferto per invidiare con tanto ardore un passato arido e

freddo come il mio?

— Oh, molto sofferto! — assentì Flavia, abbassando le palpebre su

gli occhi scintillanti. E, a frasi sommesse e concitate, recitò il

suo lamento, il viso contratto, gli sguardi smarriti nel vuoto, come

parlasse a sè medesima: — Io fui molto, molto disgraziata!... Se

sapesse che triste esperienza ho già fatta io della vita!... Tutte le

mie belle illusioni furon distrutte!... I miei più puri sentimenti,

calpestati e infranti!... Ah, bisogna nascere senza il cuore per

esser felici! O almeno averlo perduto per sempre.... L’amore è una

menzogna...

Aurelio l’ascoltava con lo stesso piacere che si prova ascoltando una

musica. Delle frasi sconsolate di Flavia egli non percepiva che il

suono, un suono dolce, vellutato, a cadenze malinconiche verso le note

gravi. E in tanto la guardava fisso, attratto per la prima volta dalle

mirabili fattezze di quel viso impallidato da un acre ricordo e dalla

luce crepuscolare.

Era un viso ovale, forse un poco esiguo per quel corpo troppo snello

e troppo allungato. I lineamenti, d’una irregolarità gustosa a pena

sensibile a un qualche osservatore paziente, avevano quell’espressione

complessa di fragilità e insieme di resistenza morale, che rivela bene

spesso l’indole femminilmente decisa ed equilibrata. Un’ombra tenera,

leggerissimamente violetta, le circondava gli occhi che volgevano

un’iride grigia, profonda, cerchiata di nero; maravigliosi occhi, a

cui l’anima pareva affacciarsi, ora triste, ora gioconda, ora calma,

ora agitata, con una singolare mobilità. La bocca, piuttosto larga e

sinuosa, era d’una chiarezza affascinante: mentre ella parlava, di tra

le labbra un po’ smorte e la chiostra dei denti, appariva a scatti la

punta umida della lingua, come un bagliore. E nulla superava la dovizia

della sua chioma, densa e castagna, disposta su la finissima testa a

guisa d’un caschetto di lucido rame.

Donna Marta e la signora Boris conversavano animatamente tra loro; la

voce di Luciano era divenuta un bisbiglio indistinto, e le risa della

bionda s’eran fatte più rade e gutturali, quasi spasmodiche.

Flavia continuava:

— Ora son guarita. Guarita come si può essere da una ferita indelebile!

Ho fatto una mala esperienza e questa mi servirà per l’avvenire;

è l’unico vantaggio che n’ho avuto, e naturalmente non voglio

perderlo. Chi batterà di nuovo alla porta del mio cuore, la troverà

irreparabilmente chiusa, anzi murata. Tanto peggio per colui!

— Ella vuol dunque, con un sistema penale di nuovo genere, infliggere

al secondo la punizione dovuta al primo, non è vero? — domandò celiando

l’Imberido.

— No, conte. Ho perdonato a _lui_; imagini se voglio vendicarmi su

un altro!... Del resto gli uomini son tutti uguali: essi, creda, non

soffrono che nella loro vanità. Quando sanno di non esser posposti a

nessuno, accettano indifferenti qualunque ripulsa.... Io sarò sorda

e muta per essi: ecco tutto. E, chi sa? Forse così potrò ancora esser

felice, — ella soggiunse con un debole sorriso.

— Io glie lo auguro di tutto cuore, signorina.

La notte era discesa. D’innanzi, lo spiazzo giaceva oscuro

nell’abbandono. I gattici e i salici presso il ruscello stormivano

dolcemente al soffio continuo della valle. A Stresa alcuni razzi

colorati salivan nelle tenebre, vi si spegnevano con certi rombi cupi,

che gli echi ripercotevano qua e là lungamente. E il villaggio lontano

appariva a ogni accensione, come devastato da fantastici fuochi.

— Ragazzi, fa fresco. Rientriamo, — ammonì donna Marta, levandosi in

piedi.

III.

I FANTASMI E LE IDEE.

Dopo avere accompagnato l’amico alla stazione, Aurelio Imberido

ritornava solo, a passi solleciti, verso casa lungo la viottola

alpestre, che costeggiando il lago s’inerpica su per i dirupi

scoscesi, quasi impercettibile tra le fittissime macchie dei noccioli

e dei castagni. La mattina era monda, soffusa di luce, dominata dal

silenzio. Su i giovini rami le foglie scintillavano al sole, ancor

madide di rugiada. Di tratto in tratto un merlo si levava strepitando

da una frasca, passava come una freccia nera a traverso il sentiero,

scompariva sùbito nel verde. Poco appresso lo si udiva gittare un

fischio da lontano, come un saluto di scherno.

Tra i prestigi mattutini Aurelio percorreva la via solitaria, chiuso e

indifferente al maraviglioso paesaggio che gli si spiegava d’innanzi.

Com’era solito nelle sue passeggiate meditative, egli avrebbe voluto

concentrarsi tutto per riafferrare il corso delle sue idee, interrotto

da quella serata e da quella mattinata d’ozio obbligatorio; egli

avrebbe voluto raccogliere la mente sul tema del suo lavoro, per

poterlo riprendere dove l’aveva lasciato il giorno innanzi, appena

di ritorno a casa. Ma ogni sforzo di volontà era inutile; l’imagine

dell’amico, i ricordi dell’incontro con le signore Boris, i discorsi

fatti con Flavia gli s’imponevano con insistenza, rievocati dall’ultimo

colloquio con lo Zaldini.

Questi, durante l’intero tragitto in barca e nella lunga aspettazione

della partenza a Laveno, non gli aveva parlato se non della bionda

Luisa, comunicandogli il suo dialogo sommesso della sera prima,

confidandogli le speranze ch’egli nudriva d’un prossimo accordo

sentimentale con lei. E si sarebbe detto dall’espressione del suo volto

che la Felicità gli avesse sorriso dagli occhi di quella fanciulla, una

felicità piena e senza fine alla quale egli correva incontro come a una

madre. Ancora dal finestrino della carrozza, quando il treno era già

in moto, egli aveva voluto sporgere un’altra volta il capo per ripetere

all’amico d’aspettarlo presto, ché non avrebbe tardato a farsi rivedere

in Cerro, dove omai tendevano ansiosamente tutti i suoi desiderii.

Ripensando ora a quelle parole e all’espressione con cui erano state

proferite, Aurelio provava un senso di turbamento, d’inquietudine e

quasi di rancore al quale invano cercava di sottrarsi. — Lo Zaldini,

quella mattina, non si era mostrato più gajo e più vivace del giorno

precedente; soltanto, una nuova cagion d’esultanza aveva preso il

posto d’onore dentro all’animo suo, ed egli, nella perpetua vicenda

di illusioni gradevoli cui fatalmente propendeva, l’aveva accolta come

l’unica, come la precipua origine del suo benessere ostinato. Per tal

modo egli ora credeva d’amare, sperava d’esser riamato, edificava su

le basi di questo amore imaginario un ipotetico avvenire di gioja; e in

siffatto sogno trovava l’energia salutare che lo avrebbe sorretto fino

all’aurora d’un altro sogno. Con ogni probabilità il sogno presente

sarebbe stato effimero; egli non sarebbe più ritornato a Cerro; avrebbe

tra poco dimenticato e la bionda Luisa e la casa ospitale. Non importa:

nella sua sostanza era radicato il prisco senso gaudioso della vita; e

tutte le realità come tutte le illusioni dovevansi offrire a servigio

della sua letizia.

L'incantesimo · 第 3 / 23 段