Un nuovo ordine di pensieri, più calmo ma non meno ingrato, si svolse

allora nel suo cervello: perchè sua nonna lo aveva tacciato di essere

l’amante di Camilla? Come, come aveva potuto imaginare una simile

assurdità? Non certo perchè egli, col suo contegno e anche con le sue

difese, le avesse mai dato un appiglio per sospettarlo. Non certo

perchè la possibilità di una siffatta tresca fosse una sola volta

balenata nella mente di lei che conosceva troppo bene le sue idee in

proposito e il suo rigido orgoglio e le sue «abitudini d’orso», come

celiando si compiaceva di chiamarle. Doveva esser dunque un’altra

intenzione nella calunnia sanguinosa. Or quale poteva essere questa

intenzione?... Era chiaro: ella lo aveva voluto affliggere, offendere,

umiliare, anche a prezzo d’una bugìa. Inviperita contro il nipote,

perchè era sorto in difesa altrui a ribattere le sue accuse, ella

aveva opportunamente usato di un argomento _ad hominem_ per liberarsi

con un sol colpo del molesto contradittore. Il fatto in sè non era

grave, ma pur troppo non era nuovo né raro: quasi ogni giorno, o per

un motivo o per un altro, ella trovava il modo di rivolgergli frasi

consimili, in cui sempre l’identico sprezzo insisteva, come una nota

tenuta a fondamento d’accordi diversi. Aurelio ne rammentava ora una

serie innumerevole; anche Aurelio rammentava che quelle frasi tendevan

tutte a colpirlo dove più delicata era la sua sensibilità: ne’ suoi

ideali, nelle sue predilezioni, nelle sue stesse virtù, nelle sue

stesse rinunzie. Si sarebbe detto ch’ella traesse dalle mortificazioni

a lui inflitte, una specie di strazio divinamente piacevole; o, meglio,

che una volontà superiore, in mano della quale ella non era se non lo

strumento doloroso, glie le suggerisse per uno scopo oscuro e fatale.

Ma, quale scopo?

«Ah, le donne! Le donne!» esclamò il giovine improvvisamente, tratto

come di consueto a generalizzare le sue considerazioni. «Madri,

sorelle, mogli, amanti, esse non si smentiscono mai, mai! Che cosa

sono per esse i nostri sogni, le nostre speranze, i nostri sacrifici,

la nostra coscienza, in somma tutta l’anima nostra? Nulla, meno che

nulla. Esse non comprendono che gli uomini comuni, mediocri, normali,

quegli uomini che lavorano indefessamente per vivere, generano

figliuoli, li allevano, e lasciano a questi il posto, quando il loro

malinconico cammino è giunto alla mèta. Gli altri tutti, sono per le

donne altrettanti mostri paurosi, che bisogna distruggere, redimere

o avvilire; ed esse li distruggono, li redimono o li avviliscono,

perchè tale è il loro dovere. Non hanno esse forse, nel misterioso

equilibrio della Natura, la missione di conservare le tradizioni della

razza? di mantenerla strettamente legata alle origini? d’impedire che

i caratterismi del tipo umano si perdano o si trasformino? Non sono

esse le sacre custodi della essenza prima di nostra Specie? Vigilare

affinchè questa non traligni, non strisci o non voli: ecco il segreto

potere della anima loro, ecco la base di tutta la loro psicologia.»

Egli soggiunse: «Liberi, liberi dunque bisogna essere dalla tirannia di

queste vilificatrici d’ogni personalità, di queste nemiche implacabili

d’ogni tendenza elevata e d’ogni slancio sublime! Liberi bisogna

essere, per divenire qualcuno e poter fare qualche cosa — prima della

morte!»

Egli si mosse, di nuovo; andò alla finestra, l’aperse, lasciò

ch’entrasse la trionfante luce del giorno.

Il giardino splendeva nel sole, con le sue bianche scalee, con le sue

statue bianche, come intagliate nel verde cupo della pineta. Il poggio,

sopra, aveva un chiarore metallico, come fosse tutto cosperso d’una

polvere d’oro.

Quella visione, dopo lo sfogo benefico, gli ricondusse lo spirito

alta calma, gli ridiede la coscienza piena di sè stesso. Valeva forse

la pena di crucciarsi per quelle futili questioni? Non aveva egli

altro di meglio e di più serio da pensare o da fare? Egli richiuse le

persiane, e venne a sedersi d’avanti alla scrivania. Molti fogli vi

erano sparsi in disordine, quasi tutti vergati, per intero o in parte,

a caratteri grandi, decisi, piuttosto oblunghi, un po’ inclinati da

sinistra verso destra: le cancellature frequenti e risolute mettevano

sul nitor della carta vaste ombre oscure. Tra quella moltitudine di

fogli, dov’egli era solito d’abbozzare i suoi lavori o di fermare le

idee utili, emergevano qua e là alcuni grossi libri aperti e le pagine

fitte di qualche rivista nostrale o forestiera. Sul piano del palchetto

eran poi raccolti i frammenti delle sue tre opere in corso: un enorme

fascio di carte, chiuso in una custodia di pergamena su cui si leggeva

il titolo in inchiostro rosso: _L’avvenire delle società umane_; un

altro fascio meno voluminoso, rattenuto da un semplice foglio piegato

a mo’ di busta, sul quale era scritto: _La Morale dell’Evoluzionismo,

critiche all’opera di Erberto Spencer e conclusioni_; e infine un

terzo fascicolo, alquanto esiguo, con la dizione: _Socialismo e

Cristianesimo_.

Aurelio prese quest’ultimo dal palchetto della scrivania, e se lo

pose dinnanzi. Era uno studio sintetico e impressionante su le comuni

aspirazioni delle nuove idee sociali e della vecchia morale cristiana,

il quale tendeva a dimostrare come la fusione delle due teorie non

potesse esser lontana, e voleva mettere in guardia gli studiosi e i

pensatori contro le fatue lusinghe e i gravi conseguenti pericoli che

un siffatto connubio avrebbe portati con sè. L’Imberido s’era accinto

a scriverlo nell’ultimo mese passato a Milano, avendo intenzione di

pubblicarlo in diverse riprese su la sua Rivista; poi, siccome dal suo

arrivo a Cerro s’era immerso totalmente nella grande opera _L’avvenire

delle società umane_, lo aveva abbandonato, e, sebbene fosse già

presso a concludere, non s’era più dato pensiero per ultimarlo. In

quel momento, forse perchè ricordava le sollecitazioni che lo Zaldini

gli aveva fatte la mattina precedente, o perchè non si sentiva di

riprendere un lavoro troppo intenso e faticoso, Aurelio fu spinto

involontariamente a continuare il breve studio interrotto.

Egli sfogliò il fascicolo lentamente, scorrendo con lo sguardo su le

pagine, già fatte giallognole dal tempo, quasi volesse risvegliare la

memoria precisa di quanto aveva scritto. Come giunse alla interruzione,

indugiò alquanto per rileggere attentamente gli ultimi periodi; e li

rilesse a voce alta, ascoltandosi.

«E questi saranno gli estremi e i più fervidi adoratori di Cristo,

non forse molto dissimili da quelli che primi lo adorarono. Così

le Scritture saranno compite, e così la parabola terminerà com’era

incominciata.

«L’attacco sarà certo formidabile. Il fanatismo dà un coraggio che

le persone calme non hanno e non possono avere. Se dalla parte dei

Ribelli non ci sarà un soverchio equilibrio morale, ci sarà per

compenso il Genio nelle sue più acute manifestazioni. Uomini grandi,

uomini terribili sorgeranno in questa sollevazione disperata, da

questo ibrido connubio di misticismo e d’animalità: spiriti tumultuosi,

dotati d’un potere magnetico irresistibile, dominatori e affascinatori

delle masse, i quali troveranno vie insospettate per trascinarvi

perdutamente i cervelli e i cuori. E a questi s’uniranno con entusiasmo

tutti gli spostati dalle assurde e magiche idealità, e le anime guaste

dall’odio o dalla cupidigia, e i perpetui adolescenti, e i perversi e i

degenerati e i pazzi!

«Con queste bandiere, con queste reclute, con questi capitani, la

parte inferiore della Umanità insorgerà contro la superiore, tenterà

lo sforzo supremo per arrestare il fenomeno fatale della civiltà e

dell’evoluzione. Chi trionferà nel gigantesco cimento?»

Così il manoscritto bruscamente s’interrompeva.

Aurelio Imberido, dopo esser rimasto alcuni minuti pensieroso, fissando

lo spazio d’avanti a sè, prese con un atto improvviso la penna, e

continuò.

IV.

L’ALBERO DEL BENE E DEL MALE.

Il dì successivo, Aurelio, avendo concluso l’articolo, discese in

giardino, e s’inoltrò nella pineta per cercare ombra e riposo.

Era un pomeriggio sereno, d’una serenità incandescente, caldo ma

temperato da qualche soffio d’aria. Per tutto quel giorno egli sapeva

che non avrebbe ripreso la penna, come sempre quando terminava un

lavoro o una determinata parte di lavoro; e, libero e sodisfatto di sè,

seguiva distrattamente i sentieri tortuosi sotto l’ampio padiglione

verde, guardandosi d’intorno, aspirando la diffusa fragranza delle

resine riscaldate dal sole, ascoltando rapito il fruscìo alterno del

vento tra le fronde o il susurro d’un ruscello nascosto.

Nella pineta era una luce pacata e raccolta, come in un tempio. Per

il denso intrico, che formavano i rami, premendosi, intrecciandosi,

confondendosi nella loro antica e tenace espansione, ogni lembo di

cielo veniva occultato. Una parete opaca si distendeva a similitudine

d’un velario sopra la terra; e solo, a traverso gli interstizii

dei tronchi, un chiarore aureo o rancio o verde, a fasci nettamente

visibili, s’insinuava, quel chiarore innaturale che lascian cadere

nell’ombra le finestre a vetri variopinti. Un sentimento mistico e

solenne emanava dal luogo, come da un santuario a pena illuminato,

saturo di vapori d’incenso.

Tra quei profumi, in quella pace, il giovine camminava a rilento,

senza un pensiero, abbandonandosi al fascino che gli veniva dalle

apparenze esteriori. Tutto assorto nella ottusa contemplazione, egli si

perdeva ad accompagnar con lo sguardo il volo d’un insetto nell’aria

o il viluppo appassionato dell’edera intorno a un fusto impassibile:

s’arrestava ogni tratto attonito per ammirare qualche cespo di

ciclamini o di violette sbucante come per prodigio dalle cavità del

tufo. Lo spettacolo d’un ragno in atto d’avvolgere la preda nel suo

sudario mortale lo tenne fermo lungo tempo, sospeso, attratto, commosso

quasi fosse al cospetto d’una rappresentazione tragica. E il suo

spirito si mantenne così semplice durante l’osservazione del minuscolo

conflitto per la Vita, ch’egli non sentì altro impulso se non quello

d’intervenire a favore del debole, predestinato al sacrificio, contro

il forte che pure esercitava il suo pieno diritto all’esistenza.

D’improvviso una voce acuta risonò dietro le sue spalle.

— Buon giorno!

Egli si volse bruscamente. La bionda Luisa, che discendeva in corsa

sul medesimo sentiere con un gran mazzo di fiori in pugno, lo aveva

raggiunto senza ch’egli si fosse accorto della sua presenza.

— Buon giorno, signorina! — egli rispose, arrossendo un poco.

Ella s’era fermata vicino a lui, e lo fissava con quegli occhi

chiarissimi e ardenti, in cui la luce pareva concentrarsi come nel

fuoco d’una lente.

— Bella giornata, oggi, — ella disse sùbito, poi che Aurelio immobile

d’avanti a lei non accennava a continuare.

— Bella, davvero.

— E che delizioso rifugio è questa pineta! Io ci passerei la vita....

L’estate qui dentro è dolce come un autunno.

— Se non erro, ella è stata a raccolta, signorina....?

— Sì, di fiori, — interruppe Luisa con vivacità; — di fiori selvaggi,

come piacciono a me. Ma adesso bisogna che torni a casa e in fretta,

perchè l’ora del pianoforte è già scoccata e la zia è severissima....

Sorrise lievemente, socchiudendo a pena le palpebre ma senza

distogliere gli sguardi dagli occhi del giovine. Poi, chinando il capo

in segno di saluto, con un atto assai leggiadro:

— Con permesso, — soggiunse; e riprese in corsa la sua strada.

Prima d’oltrepassare il gomito del sentiere, si volse ancora verso di

lui per gridargli:

— Se s’inoltra appena un po’ nella pineta, trova Flavia.... A rivederla!

E, così dicendo, la giovinetta scomparve.

Aurelio, che non aveva avuto il tempo di rispondere, era rimasto

fermo e attonito, con gli occhi inerti, alla svolta della viottola.

Quell’incontro gli era stato insolitamente gradito. Sorpreso dalla

comparsa subitanea della fanciulla, egli aveva prodigato a questa la

stessa benevolenza curiosa e quasi tenera, che gli abondava in quel

momento nello spirito e aveva espansa su le mute manifestazioni del

bosco. Le poche parole scambiate non avevan potuto certo risvegliare

in lui un’idea o un sentimento nuovo, diverso da quello ond’era invaso.

Avevan parlato della beltà del giorno, della pineta ospitale, di fiori,

delle cose miti e piacevoli, al cui incanto l’anima sua dolcemente si

concedeva. E la frase, che Luisa gli aveva gittata da lontano, era

giunta fino a lui senza che potesse afferrarne bene il significato.

Egli a pena l’intuì, ripensandoci. Ebbe un attimo di perplessità:

doveva seguitare e farsi incontro a Flavia? Doveva retrocedere ed

evitarla? Inconsciamente il suo pensiero rifuggì da ogni indagine

sul senso esatto della frase, si ribellò a qualunque sforzo a fin di

prendere una risoluzione. Egli proseguì per inerzia la sua passeggiata

contemplativa nel bosco, dove il silenzio era tornato quasi più grave e

più vasto che prima non fosse.

Passò la grotta artificiale, irta di stalattiti superbe, onde

alcune gocce perennemente cadevano su la terra fradicia; arrivò al

crocicchio dei due sentieri che tagliavan la pineta nelle due direzioni

principali; s’arrestò un poco d’avanti all’erma che dominava il luogo,

un gran busto nudo di donna su cui l’assidua carezza del tempo era

passata, corrodendo e levigando il sembiante, ma lasciando rigidi e

intatti i seni, come gonfii d’un desiderio immortale. Procedette poi a

passo più spedito verso l’altura, quasi lo chiamasse, da quell’ombra,

il vivido raggio di sole che illuminava a traverso un pertugio la

sommità del sentiere.

Flavia era là, sola nella luce. Saliva lentamente l’erta d’un

prato contiguo alla pineta. Al di là l’orto incominciava, tutto

lussureggiante di piante pallide, da cui si vedevan pendere i frutti

ancora acerbi o alcuni grappoli vermigli di ciliege. Sopra l’orto, il

poggio coltivato a vigneti s’elevava in una succession di scaglioni

petrosi, intorno ai quali le viti avevan disegnato come un greve

merletto verde.

Ella saliva quella distesa inclinata su cui l’erba cresceva foltissima

e intonsa con una maravigliosa chioma di fioretti d’oro. La sua

persona, un po’ curva in avanti, appariva dal ginocchio in su tra

la verzura profonda, lasciando dietro di sè un mobile solco di fili

prosternati. A volte rimaneva per cogliere con la mano un fiore

sopreminente; a volte s’inchinava alquanto verso il suolo, e scrutava

assorta i misteri di quella selva minuta. Come più s’allontanava,

ella facevasi più lenta, indugiando a ogni passo sul pendìo lubrico ed

erto, arrestandosi, col capo levato in alto, per fissare l’orto o il

poggio solatìo, quasi fosser la mèta del suo cammino. Quando fu presso

al limite estremo, improvvisamente le forze le mancarono, ed ella,

mettendo un piccolo grido, si volse e s’abbandonò tutta quanta, distesa

su l’erba come su un letto.

— Lei, conte?! — esclamò Flavia turbata ma sorridente, poichè vide il

giovine fermo allo sbocco della viottola; e s’alzò di scatto a sedere.

Aurelio senz’aprir bocca la salutò, levandosi il cappello.

— È venuto a sorprendermi, eh?

— Confesserò — egli rispose — che senza volerlo sono stato spettatore

di tutta l’ascensione.

— Male, assai male! Doveva avvertirmi della sua presenza...

— L’avrei desiderato, ma come fare? Potevo prendermi la libertà di

chiamarla per nome?

Ella gridò, ridendo:

— Gran che!.... Del resto non occorreva: bastava tossire, tossire con

molta violenza.... Io, che ho buon cuore, mi sarei sùbito impensierita

per la sua salute e naturalmente, volgendomi, l’avrei scoperto....

— È vero! Mi scusi.. non ci ho pensato!

Risero entrambi. Ella così forte che un’eco lontana rispose; e agitò

le mani, e battè l’una contro l’altra palma in un fresco trasporto di

giocondità.

— Non è indiscrezione domandare dov’era mai diretta per sì mali passi

la signorina? — chiese Aurelio.

— Non so precisamente. Ero stanca di star là giù seduta a lavorare:

e m’è nata la cattiva ispirazione di salire verso l’orto a traverso

questo prato.

— Ah, ella vien fin qui a passare le ore calde della giornata?

— Sì, noi lavoriamo quasi sempre all’aria aperta. Si vuole avere il

gran cielo per testimonio che l’ozio non è tra le nostre abitudini...

Come può vedere, quello è appunto il nostro laboratorio, quando almeno

il tempo ce lo consente.

Il giovine si volse verso il punto che Flavia indicò. All’ombra degli

ultimi abeti del bosco, in una specie di nicchia verde, era disteso

su l’erba un ampio scialle a mo’ di tappeto, tutto coperto di scatole,

scatolette, astucci, astuccini, cestelli, e d’una infinità di gomitoli

colorati; due telaretti per ricamo e due sediuole portatili compivano

quell’improvvisato luogo di lavoro.

— È un rifugio da poeti, questo! — disse Aurelio, rivolgendosi a lei.

— Dove, per buona ventura, poesie non se ne fanno, e né pure se ne

leggono mai! Io odio cordialmente i versi e i verseggiatori.... Non è

per caso tra questi, signor Imberido?

— No, signorina, pur troppo!

— Pur troppo?...

— Sì, perché vorrei esser poeta.

— E a che pro?

— A che pro...?! — ripeté il giovine, fissandola, un po’ impacciato.

La domanda l’obbligava a una lunga esplicazione e non agevole. Egli

ammirava profondamente le opere estetiche: tra tutte le arti, la

poesia e la musica eran quelle che prediligeva come le più perfette

espressioni della bellezza ideale. Pensava anzi che l’arte fosse, con

la filosofia, l’eccelsa fioritura della mente umana, un privilegio

degli spiriti eletti, un titolo tra i più validi e più legittimi nelle

nuove aristocrazie intellettuali. Per lui l’artista era un uomo nobile,

e uomo nobile non poteva essere chi rimaneva estraneo e chiuso al

fascino del bello, alle pure ebrezze dell’intelligenza. Queste cose

egli avrebbe voluto esprimere, e le parole gli salirono spontaneamente

alle labbra. Ma invece rispose:

— Per celebrar le sue lodi, signorina!

Ella lo guardò, come se dalla pausa avesse indovinato i suoi pensieri e

dubitasse della sincerità di quella risposta. Quindi, per non insistere

su l’argomento in cui sentiva esser tra loro una discordia d’opinioni,

domandò:

— E lei, dove andava da queste parti?

— Io? Non so... Verso l’alto, come sempre... Perchè a me piace salire,

continuamente salire... La montagna m’attira con una prodigiosa

potenza. Quando mi metto per una via che tende in su, non posso più

fermarmi, proseguo come un automa sospinto da un’energia ignota,

accelero il passo man mano che l’erta si fa più scoscesa, non rimango

se non ho superato un culmine. Non so perchè: questa strana sensazione

d’ansia e di piacere, l’ho provata dalla prima volta che ho visto la

montagna, quando ero ancor bambino.

Flavia ascoltò grave e attenta, or corrugando e ora spianando la

fronte, tenendo lo sguardo fisso su di lui, ma non ne’ suoi occhi. D’un

tratto si levò ritta in piedi, e disse a mezza voce, così che a pena

egli la intese:

— Su via, dunque, mi dia un saggio della sua abilità d’alpinista. Mi

raggiunga... Andiamo!

Le semplici parole, che parevan dette per giuoco, ebbero

dall’intonazione e dal gesto un significato profondo. Egli non potè

resistere all’invito; s’abbandonò a quel tenue incanto; si lasciò

trascinare da quella voce di donna che lo chiamava discretamente a sè.

Un desiderio oscuro l’assalì: di mostrare la sua vigoria fisica, di

rivelare in uno slancio leonino la sua giovinezza agile e forte. Si

sarebbe detto che l’essere originario, primordiale, selvatico, avesse

avuto in lui un brusco risveglio, fosse uscito libero e fresco dalla

spoglia artificiale che l’opprimeva. Egli ascese in corsa il pendìo

ripido del prato, giunse in un attimo a fianco della fanciulla, si

fermò sicuro d’avanti a lei, rattenendo il respiro per non tradire la

commozione del cuore, per ostentarne la regolarità dei palpiti anche

dopo uno sforzo supremo.

— Bene! Bravo! — ella approvò seriamente, senza sorridere, con

sincerità; poi, soggiunse cambiando tono ed espressione: — Ed ora che

si fa? Dove andiamo?

— Dove andiamo? Dove vuole, signorina.

— Nell’orto?

— Nell’orto.

— Forse non c’è mai stato?

— In fatti, mai.

— Io le farò da guida, — concluse la fanciulla; e s’incamminò spigliata

d’avanti a lui.

Portava un abito grigio, sobrio e attillato, che avvinceva strettamente

il suo torso e scendeva diritto lungo i fianchi, ritraendo a ogni

movimento le forme eleganti della persona. Nessuna guarnizione su

quell’abito; un sol nastro serico d’un color di lilla pallido le girava

intorno alla cintola assai sottile, e ricadeva dalle reni in due lunghe

bande volanti fin quasi a terra. In capo aveva un cappellaccio di

paglia dalle tese larghe e convesse, su cui risaltavan due tulipani

scarlatti in un ciuffo di foglie e di spighe; e in mano, a guisa di

mazza, un ombrellino di raso iridescente, orlato d’una trina bianca.

Aurelio la seguiva da presso, guardandola con curiosità intenta, ma

immemore e spensierato come un fanciullo. Entrarono così nell’orto,

uno dietro l’altra, senza parlare, tenuti entrambi da una specie di

stupefazione dolce, da una specie di torpore, sotto la sferza del sole.

Un gran viale, cosparso di ghiaia fina e quasi candida, tagliava a

mezzo il pianoro dove il vecchio frutteto prosperava. Da ambe le parti,

equidistanti e regolari, altri viali più angusti vi affluivano in

una perfetta simmetria di linee parallele. Nei rettangoli intermedii

gli alberi crescevan poderosamente sopra un suolo grasso e ubertoso,

piantati in ordine sparso, bene esposti alla luce, diritti e sani,

come assistiti nel loro sviluppo da una mano sollecita. Alcuni, troppo

carichi, avevan sostegni obliqui sotto i rami più oppressi dal peso;

alcuni, ancora esili e malfermi, si vedevan protetti da una custodia di

piuoli confitti nel terreno, trattenuti da cerchii di ferro. E v’erano

albicocchi, peri, pruni, mandorli, superbi d’una innumerevole prole di

globuli gialli o verdi; alcuni noci giganteschi dal fogliame smorto,

dal fusto smorto, dai malli smorti, come scolorati dalla soverchia

illuminazione; fichi enormi e serpentini, che parevano celare a fatica

il loro scheletro mostruoso nel manto delle vaste foglie triforcute; e

una moltitudine di peschi fragili, seminudi, maturanti al sole i grossi

frutti penduli e vellutati.

Si spandeva all’aria da quella possente coltura di piante fruttifere un

odor caldo e salubre, molto simile a un alito vivo. Qua e là qualche

vaso di limone o d’arancio, disposto su i margini dei viali, mesceva

alla fragranza diffusa dei grandi alberi il profumo penetrante de’

suoi fiori, come un artificio d’eleganza e di seduzione in una bocca

di donna. E dovunque era silenzio, silenzio profondo; nella pineta, nel

prato, nell’orto, sul poggio, nel cielo.

— Com’è ben tenuto questo frutteto! — esclamò Aurelio, guardando in

torno pieno di maraviglia.

— È l’unica parte del giardino che non fu trascurata dopo la morte del

vecchio marchese. Il guardiano Giuseppe vive in su questa comodamente

con la sua numerosa famiglia. Perciò prodiga qui tutte le sue

attenzioni, impiega tutto il suo tempo; io credo che l’ami più di sua

moglie, più de’ suoi stessi figliuoli.... E ne è geloso, geloso fino

alla manìa, — ella soggiunse, ridendo forte. — Se il pover uomo sapesse

che ora noi gli abbiamo invaso il territorio, chi sa in che pena

starebbe!...

— Non sospetterà certo che noi gli si voglia rubare....

— Sospetta di tutto e di tutti....

— Ritorniamo dunque indietro, — propose Aurelio, seriamente.

— E perchè?.... Se a me piace di venir qui, soltanto perché so che

Giuseppe non lo desidera....

— È una cattiveria questa, signorina!

— No, un capriccio.

— Ma se ci scopre?...

— Peggio per lui!... Non sarebbe poi la prima volta ch’egli mi trova

nel suo orto, sola o accompagnata....

Aggiunse anche, facendosi grave, guardando fissa il giovine:

— D’altra parte noi pure abbiamo un certo diritto su queste frutta,

perché il luogo non è suo e noi lo teniamo in affitto senza alcuna

riserva della padrona.

A queste parole egli ebbe entro di sè un moto ostile contro la

fanciulla, una specie di disgusto istintivo, come fosse stato colpito

da un suono discorde o sgradevole. Ma Flavia non gli lasciò il tempo

di ricercare le intime cause, di rendersi ragione d’un tal sentimento.

Ritornata ilare e leggera, gli susurrò sotto voce all’orecchio, con

un’espressione infantile di malizia e di gioja:

— Ormai le ciliege son mature!..

— Ebbene? — chiese il giovine, senza comprendere.

— Ebbene: se son mature, si possono mangiare.

— Naturalmente, — egli confermò, non potendo trattenere un sorriso.

— E perché non le mangiamo?...

Aurelio indietreggiò d’un passo.

— Come? Come?! Vorrebbe....

— Rubare, certo: rubare!

— Ah, questo poi no! Io mi ribello, o meglio mi ritiro. Non voglio

esser complice d’un furto, e nè pure spettatore....

— Ella sarebbe dunque capace di farmi un affronto simile?... Vorrebbe

lasciarmi qui sola in lotta con gli elementi? Abbandonare una donna in

un momento difficile?... Non sarebbe soltanto scortesia, signor conte;

sarebbe viltà....

Parlava forte e solenne, interrotta a ogni frase da un urto d’ilarità

incontenibile. E in quell’atteggiamento emanava da tutta la persona una

grazia così semplice e schietta che sedusse e maravigliò il giovine,

quasi una rivelazione inaspettata.

— Vede come sono alte?... e come sono belle!

Ella gli mostrava un ciliegio venerabile dal tronco alto e robusto, su

cui i grappoli vermigli rampollavano con sovrana abondanza e levava la

mano verso i frutti desiderati, ridendo, comunicandogli a poco a poco

la sua giocondità fanciullesca.

— Ci deve essere una scala di mia conoscenza nel frutteto, — ella

disse, girando in torno lo sguardo per iscoprirla. Poi, d’un tratto,

gridò trionfante: — Eccola! Eccola!

E si diresse in corsa verso un pilastrello poco discosto, a cui una

lunga scala era appoggiata.

L'incantesimo · 第 5 / 23 段