L’annunzio d’una visita dello Zaldini, non ostante i suoi propositi di
solitudine, lo aveva messo lì per lì in un orgasmo di gioja infantile,
che si manifestava con una smania bizzarra e nuova di far romore a
ogni movimento, battendo forte i piedi su l’assito, spostando le sedie,
urtando bruscamente con le mani gli oggetti disposti su le tavole. La
immacolata chiarità della mattina di giugno, il sole che irrompendo
a traverso le tendine illustrava d’una trama aurea il pavimento, i
canti giulivi e il buon odore di resina e di fiori che venivan dal
giardino portati dal vento, tutte quelle vivaci apparenze accrescevano
la sua giocondità, infondevangli nello spirito riposato la luce e il
profumo della vasta campagna lussuriosa. — Finalmente avrebbe potuto
parlare, aprire la sua chiusa anima a una confidenza, comunicare i suoi
pensieri, da oltre un mese contenuti nel cerchio del suo intelletto, a
qualcuno simile a lui! Finalmente avrebbe potuto riattivar con l’amico
quello scambio di idee e di sentimenti, imposto come un bisogno dalla
nativa sociabilità della razza anche agli esseri superiori, per cui la
solitudine non è pure un tedio e un silenzio mortale!
Nell’attendere alle cure della persona, Aurelio, inconsapevole,
pregustava già il primo colloquio con lo Zaldini durante il tragitto da
Laveno a Cerro; pregustava le saporose novelle che questi gli avrebbe
recate da Milano, le discussioni vivaci che si sarebber presto accese
tra loro sopra uno dei temi preferiti. Il desiderio di ritrovarsi con
lui, desiderio che l’aspettazione del prossimo incontro aveva d’un
tratto eccitato, gli acuiva singolarmente il senso dell’amicizia,
gli rievocava d’innanzi oltre modo simpatica l’imagine dell’amico,
quale l’aveva visto ancora ignoto comparire nella redazione della
sua Rivista, due anni addietro. Da quel giorno che rara affinità
d’intendimenti e d’entusiasmi ambiziosi li aveva legati! E che lunghi
voli spirituali avevan tentati insieme nei loro sogni di grandezza e
di felicità! Tutte, tutte le ardenti questioni, che affannano oggidì
il pensiero umano, erano state sfiorate, discusse, talvolta anche
audacemente risolte nelle loro interminabili conversazioni notturne,
che spesso i primi chiarori dell’alba venivano ingrati a interrompere.
Ripensando ora alla vita fraterna ch’egli e lo Zaldini avevan condotta
in quei due ultimi anni a Milano, Aurelio si maravigliava d’essersi
potuto separare dall’assiduo compagno con tanta indifferenza,
e d’averlo potuto totalmente dimenticare durante quel mese di
villeggiatura. In verità, dal dì ch’egli era giunto a Cerro, quella
era la prima volta che il desiderio di lui si risvegliava, che le
memorie della loro lieta convivenza palpitavan vivaci dentro il suo
cuore. Perchè? Egli dunque non l’amava? E avrebbe potuto non rivederlo,
fors’anche mai più, senza un rimpianto del passato e quasi senza un
ricordo? Sì, era così; pur troppo doveva confessarlo, era così! Egli
sentiva che entrambi, non ostante la comunione di vita e d’abitudini,
eran rimasti estranei l’un per l’altro, come due viandanti, riuniti
dal caso, i quali avesser percorso discorrendo uno stesso cammino.
Egli sentiva che la propria anima, asservita a un Ideale superbo, era
infusibile, chiusa nel suo superbo mistero, incapace di sacrificio e
d’amicizia.
La consapevolezza di questa necessità psicologica fu per lui,
nella tenera disposizione in cui si trovava, una pena e quasi un
rimorso. Volle dunque troncar sùbito l’indagine, abbandonare le aride
considerazioni che minacciavan d’amareggiare la spontanea gioja di quel
risveglio. Appena fu vestito, uscì dalla sua camera, passò ad augurare
il buon giorno alla nonna, che pareva d’ottimo umore, e discese sul
greto dove Ferdinando, il vecchio barcajuolo, già l’aspettava.
La mattina era un po’ velata dalla parte delle Alpi: sopra la vetta
del Motterone una gran massa plumbea pendeva, sbrandellandosi verso
levante in tenui nubecole bianchicce. Qua e là, su le altre cime,
qualche fiocco disperso, alcuni lunghi nastri torbidi apparivano; e
il fondo della valle di Mergozzo era cupo, come polveroso, sprofondato
in un’ombra azzurrastra. Da settentrione un vento impetuoso scendeva,
suscitando un vasto scroscio rotto da sibili alterni e un tumulto di
ciuffi lattei al sommo delle onde.
Ferdinando dovette faticare assai per vincere la violenza di quel
vento, che soffiava diritto contro la prua. D’innanzi all’antico
fortino austriaco, che siede smantellato allo sbocco del golfo di
Laveno, il lago divenne, per il rimbalzo dei flutti, così fiero e
minaccioso che Aurelio stesso fu costretto a prendere i remi per venire
in ajuto del vecchio. Giunsero nel porto in ritardo di qualche minuto,
mentre già il treno irrompeva, fischiando, sotto la tettoja della
stazione.
L’Imberido discese rapidamente a terra, e s’avviò a passo sollecito
incontro all’ospite, che apparso per il primo su lo spiazzo, girava
intorno lo sguardo come stupito di non trovare alcuno a incontrarlo.
L’avvocato Luciano Zaldini, accuratamente raso, con due piccoli baffi
bruni a pena accennati, pareva più giovine d’Aurelio, sebbene questi
avesse qualche anno meno di lui. Era alto della persona e ben formato;
elegantissimo in ogni particolare dell’abito. Il suo viso, piuttosto
largo e carnoso, serbava ancora la freschezza dell’adolescenza, nella
soda pastosità della pelle, nello sguardo sempre un poco attonito, nel
riso ingenuo e pronto che scopriva di tra le labbra rosee una mirabile
dentatura d’una regolarità femminina.
— Oh, l’eremita!... — egli gridò, come vide Aurelio che gli
correva incontro. — Tu vedi in me Maometto che viene alla montagna,
semplicemente perchè la montagna non volle venire a lui.
— La montagna sta bene e non si muove, — l’altro rispose ridendo, e gli
stese ambo le mani con sincera espansione.
Durante il tragitto in barca, l’Imberido interrogò sùbito l’amico su le
sorti della Rivista.
— Va bene, molto bene, — rispose l’avvocato; — soltanto si lamenta
il tuo lungo silenzio. Io ho tentato, dopo il tuo ultimo articolo,
di trascinarti in una polemica; ho aspettato per una settimana la tua
replica, che mi pareva non potesse mancare; non venne! Perchè? Era una
domanda che ti volevo rivolgere fin d’allora, per lettera; poi le cure,
i fastidii, le donne.... Sai bene, io non sono un eroe della tua forza;
io pecco, come il savio, sette volte al giorno....
Scoppiò, così dicendo, in una risata sonora, e passò il braccio su le
spalle d’Aurelio con un gesto che gli era abituale.
— Che vuoi? — disse questi dopo una pausa; — tu mi movevi una questione
così stantìa che non valeva proprio la pena d’una risposta. Mi facevi
certi squarci di metafisica dottrinaria, degni tutt’al più d’un Mazzini
o, peggio, d’un mazziniano..... Il miglior servigio che ti potevo
rendere era di tacere: ho voluto essere, almeno una volta in mia vita,
generoso, e lo sono stato con te.
— Come? Come? Facevo squarci di metafisica, io?
— Eh, pur troppo! Mi parlavi di popolo, di diritti, di doveri, di
maggioranza, di uguaglianza, di fratellanza, che so io.... Il frasario
era un po’ retorico e antiquato, confessalo.....
— Per Dio! — gridò, riscaldandosi, lo Zaldini; — non hai dunque capito?
Io non me ne serviva se non per chiarezza. Bisogna pur farsi capire
anche da quelli, e sono i più, i quali si convincono e si convertono
solamente sotto il fascino di date parole e d’espressioni consacrate.
Ogni arma è buona per combattere il Nemico. E il sistema d’una larga
propaganda liberale mi sembra il migliore per richiamare a noi le
maggioranze che ci sfuggono.
— Ma chè! Le maggioranze? Lasciale dunque andare dove credono meglio,
le maggioranze! Tu devi persuaderti che non è a queste che noi dobbiamo
parlare né ora né mai. Noi siamo come gli scienziati che espongono
una questione: non si curano se la folla li capisce o non li capisce.
Ad essi basta d’esser compresi dalle aristocrazie intellettuali,
poichè son queste che hanno e avranno in qualunque tempo il monopolio
delle verità. Per il volgo tanto vale un buon ragionamento quadrato
quanto un pessimo sofisma; se questo poi gli promette la felicità e
la potenza, il volgo approva il secondo e respinge con indignazione il
primo. Gli è per tal motivo che le maggioranze saràn sempre ingannate
e sempre oppresse; e che le loro effimere vittorie, siccome son fuori
della logica delle cose, non apporteranno mai, alla chiusa dei conti,
se non a un nuovo assetto sociale, governato ancora dalle minoranze
aristocratiche più intelligenti e più forti.
L’Imberido pronunciò queste parole con la sua voce calda ed eguale che
non mutava a traverso le più aspre discussioni, sottolineandole a pena
con un leggero sorriso. Quando finì, l’amico, che lo aveva attentamente
seguito, annuendo a tratti col capo, lo guardò tra attonito e
maravigliato, e disse:
— E perchè tutte queste belle cose non le hai scritte e non me le hai
mandate a Milano per la Rivista?
— Perchè le avevo già accennate qua e là in altri miei articoli, e a me
non piace di ripetermi.
Il vento, che soffiava ora favorevole, un po’ scemato di forza
per l’approssimare della calma meridiana, faceva proceder la
barca più leggera, come scivolasse su le onde. Dalle cime i vapori
erano scomparsi: una serenità umida rendeva l’aria d’una singolare
trasparenza, accentuava i rilievi e le tinte del paesaggio maestoso.
Sul promontorio di Pallanza e su la breve elevazione dell’Isola Madre,
le varie forme degli alberi si distinguevano nette e precise, uscendo
dallo sfondo uniforme dei dossi più lontani. Le cave del granito
intorno a Baveno biancheggiavano fastidiose al sole, simili a immani
volute di neve.
— Guarda, — soggiunse Aurelio, indicando con un gesto circolare il
lago, — conosci tu un paese più dolce di questo?
— Davvero, è superbo. Si direbbe che una lunghissima città si distenda
su quella riva, infinitamente.
— E da questa parte, in vece, tu non vedi un’abitazione; il bosco è
profondo e deserto a perdita d’occhio. Io conosco tutti i sentieri che
corrono sotto quelle vòlte di verzura; ve ne ha d’incantevoli, dove la
solitudine ti appar così grave, che li diresti segnati non dall’uomo,
ma dall’oscuro capriccio della terra. Camminando a traverso quei boschi
silenziosi, sopra tutto nel crepuscolo, tu ti senti un altro essere,
nato come in tempi assai remoti, vivente una vita primordiale, il quale
presagisca per una misteriosa divinazione la civiltà dell’età nostra.
Io, vedi, ho provato in questo mese le più bizzarre transposizioni
dello spirito; ho bevuto alle sorgenti della vita le più pure essenze;
ed ora mi pare d’esser così forte, così compatto, così sicuro di me e
del mio destino, come da molti, molti anni non mi sentivo. Credi?
Luciano lo fissava, trasognato. Gli domandò:
— E sei sempre stato solo?
— Sempre.
— Non conosci dunque nessuno? Non ci sono altri villeggianti qui a
Cerro?
— Ci sono, ma non li conosco; e non li voglio conoscere.
— Ti annojerai pure, qualche volta?
— No, mai....
L’amico tacque, meditabondo; e ritornò a guardare con occhio invido
laggiù, all’altra riva, dove una città lunghissima si distendeva
infinitamente nella gloria bionda del sole.
A una svolta, inaspettato nel verde del castagneto, il villaggio
tranquillo apparve.
— Ecco l’eremo! — esclamò Aurelio con gioja, indicando il palazzo allo
Zaldini.
Donna Marta, al riparo d’un largo ombrello nero, era discesa su la
spiaggia a incontrarli, e sventolava un fazzoletto in segno di saluto.
Ella accolse l’ospite con molta cordialità; lo ringraziò d’esser
venuto a portare un ricordo delle consuetudini urbane in quella plaga
abbandonata, che aveva reso il nipote oltre modo rozzo e scortese;
anche, gli domandò amabilmente notizie della Rivista, benché avesse
sempre avuto per questa creazione d’Aurelio una speciale antipatia.
Risalì quindi con loro verso il palazzo, chiacchierando animatamente,
con insolita festività. Come però il suo respiro era rantoloso e
l’ascesa l’opprimeva, ella dovette sostare due volte anelando, e alfine
appoggiarsi al braccio del nipote per raggiungere il sommo del rialto.
— Come ti senti oggi, mamma? — le chiese Aurelio, impensierito.
— Così, così... non troppo bene; soffro un poco d’asma.... stanotte non
ho chiuso occhio....
Soggiunse sùbito rivolta allo Zaldini, sorridendo:
— Sono i maledetti acciacchi dell’età mia. Non c’è di che stupirsene. A
settant’anni battuti la vita è già un prodigio.
E parlò d’altro.
Su la porta del palazzo avvenne un subitaneo incontro: le signore Boris
uscivano per la passeggiata mattutina. Dal giorno del loro arrivo,
Aurelio non le aveva più vedute, quantunque l’avola fosse già entrata
con esse in amichevoli rapporti. Flavia, assai leggiadra nell’abito
roseo, veniva prima, la testa alta, il seno proteso nell’erezione
leggermente arcuata della persona; a fianco l’una dell’altra,
susseguivan poi, in silenzio, la biondissima, un viso esangue e
capriccioso illuminato da due chiari occhi procaci, e la madre, solenne
e trionfante della sua pingue maturità e della sua bellezza ostinata.
Si salutarono, passando. Donna Marta e il nipote entrarono sotto il
peristilio. Luciano, che pareva molto maravigliato di quelle presenze,
si fermò un attimo, involontariamente, su la porta per riguardare le
tre donne, mentre discendevano a passo lento gli scalini del rialto,
incerte ancora su la via da percorrere. Udì le due fanciulle che
mormoravan tra loro alcune parole e ridevano; le vide aprire al sole
gli ombrelli variopinti, e rivolgersi indietro verso la madre per
consultarla. Come i suoi sguardi s’incontraron con quelli di Flavia,
egli sùbito si ritrasse, un po’ confuso della distrazione, e raggiunse
gli ospiti i quali non s’eran peranco avveduti del suo breve indugio.
— Conduci l’amico tuo in camera. Egli avrà bisogno di ravviarsi un
poco, — disse donna Marta al nipote. — Ricordatevi: fra mezz’ora la
colazione è pronta.
Quando i due giovani furon soli su le scale, Luciano non potè più
contenere la sua maraviglia per la piacevole apparizione. Egli inseguì
Aurelio che lo precedeva, gli cinse con un braccio il fianco, lo scosse
con forza e gli susurrò all’orecchio scherzosamente:
— Ah, impostore! Tu chiami dunque un eremo, questo?! Ma questo è il
giardino d’Armida.... con la differenza che Armida era sola e qui è
bene accompagnata. Ah, ora capisco perchè non ti sei mai fatto vivo in
questo mese; ora capisco l’incanto delle viottole perdute nel bosco;
ora so bene a che sorgenti hai bevuto le pure essenze della vita! Se
non ti dà ombra la mia concorrenza, son pronto anch’io a ritirarmi dal
mondo per far l’eremita con te. Mi vuoi? Di’: mi vuoi?
Rideva pazzamente. E anche Aurelio rideva; ma gli scrosci giocondi
di Luciano contrastavano assai col suo ghigno fioco, un po’ beffardo.
Egli pensava: «Costui non vede la felicità che nei piaceri meno nobili
del senso e del sentimento; l’Idea per l’opposto lo lascia freddo,
stupefatto, tutt’al più curioso. E non può assolutamente capacitarsi
che alcuno, migliore di lui, abbia a trovare in Essa il più alto
godimento della vita! La donna, sempre la donna! Sopra ogni pensiero
pende nel suo cervello, come un torbido astro, l’imagine del connubio
immondo. Egli è lo schiavo sottomesso della sua carne: il basso istinto
della generazione lo domina tutto e ne inquina ogni facoltà fisica e
morale. Posso io dunque esser l’amico d’un uomo simile?»
Giunsero nella camera destinata all’ospite, una camera, come tutte le
altre, spaziosa, squallida, forse un po’ più chiara perchè prospiciente
il lago. Aurelio sedette su una vecchia poltrona, e Luciano, mezzo
svestito, interruppe la sua celia per refrigerarsi il capo e le mani in
una tinozza piena d’acqua.
L’Imberido, che fin allora non aveva aperto bocca, si volse
d’improvviso al compagno e gli domandò:
— Tu credi dunque ch’io conosca quelle signore? Ebbene oggi è stata la
prima volta che le ho salutate.
Luciano levò il viso, che grondava da tutte le parti, e lo guardò con
un’espressione singolare d’incredulità.
— Veramente, — ribattè Aurelio sorridendo.
— Dopo oltre un mese di convivenza nella stessa casa?
— Se non dopo un mese, dopo dieci giorni da che sono arrivate.
— Ah, son soltanto dieci giorni.... La cosa è già men grave. Ma, in
tal caso, guàrdati: è l’avvenire che si presenta irto di pericoli, —
insinuò l’avvocato, fissando burlescamente l’amico.
Aurelio scosse la testa, e inarcò le labbra in atto sdegnoso.
— Non credo e non temo, — egli mormorò; — sarà questione di
temperamento, come tu m’hai detto tante volte; ma è così: le donne mi
tentano poco.
— Anche idealmente?
— Ancor meno. Come femmine, via, quando l’estro mi tortura, so ben dove
trovarle col minor dispendio di tempo e di pazienza. Ma, come donne,
che vuoi? io le stimo davvero troppo inferiori ed estranee a me perchè
me ne debba occupare.
— E pure son così divertenti! — esclamò Luciano, scoppiando in una gran
risata.
— Divertenti?... Forse. Ma gli è appunto perchè son tali che non fanno
al mio caso. Io non sento alcun bisogno di divertirmi; la vita nostra
è troppo breve per concedere uno svago a chi s’è prefisso qualche
scopo di là dalla vita stessa e all’infuori degli umili sodisfacimenti
corporali, che son comuni alle bestie come agli uomini. E poi l’amore è
un giuoco troppo assorbente e troppo pericoloso. Si sa come comincia;
non si può sapere come finisce!... E quasi sempre finisce male....
molto male, quand’anche finisce!...
Parlava piano, gravemente, con una leggera intonazion malinconica.
Come ogni volta che l’anima gli si schiudeva a una confidenza, il suo
sguardo velato, in cui la luce esterna pareva rifrangersi, naufragava
mobilissimo nello spazio quasi cercando un ideal punto d’appoggio.
Anche l’amico, vinto dalla suggestione delle sue parole, erasi fatto
d’un tratto serio e meditabondo.
Tacquero.
Sopra di loro il tragico soffio della coscienza vitale passò. Liete o
tristi, legate al senso o all’idea, schiave degli impulsi elementari o
delle più squisite ansietà del pensiero, le vite loro e le altre tutte
avevano una medesima sorte, spezzavansi contro lo stesso ostacolo, si
dissolvevan come gocce nel gran fiume inarrestabile dell’umanità. E, su
quel tumultuar d’esistenze perdute, sospinte verso una foce misteriosa,
il torso della Sirena emergeva, terribilmente bello, simbolo eterno di
fecondità, lusinga ammonitrice d’una Forza suprema che voleva la vita e
contro la quale ogni ribellione era follìa.
I due giovini ebbero insieme, durante il lungo silenzio, la confusa
visione di questa imagine, la torbida consapevolezza della vanità
d’ogni cosa per le loro individualità effimere, condannate a una
breve comparsa su la Terra, e poi, dopo aver procreato, a dileguarsi
fatalmente nel nulla. Il comune destino li affratellò; la vertigine
del tempo li spinse l’un verso l’altro, quasi per sorreggersi a
vicenda su l’orlo della tenebrosa voragine che avevano scandagliata.
Istintivamente si guardarono negli occhi con un’espressione profonda
di simpatia e d’incoraggiamento; sorrisero l’uno all’altro; parvero
attingere in quello sguardo e in quel sorriso il provvido oblio
dell’Abisso, la fiducia nelle proprie forze, il sacro desiderio di
vivere, di combattere o di godere.
Aurelio si levò in piedi di scatto, come si sottraesse a un incubo, e
disse a voce spiegata:
— Veramente si han troppe cose da fare....
Poi soggiunse, alzando il capo con quel suo atto d’orgoglio e quasi di
jattanza:
— Ma siamo giovini: le faremo. Non è vero?
— Oh tu, di certo, — rispose umilmente lo Zaldini; — io? Io farò quel
che potrò. E tutto sarà per il meglio, come sempre.
Discendendo le scale, Aurelio mise il suo braccio sotto il braccio
dell’amico, con familiarità insolita. Sentivano entrambi il bisogno di
parlar di cose leggere, futili, impersonali: a richiesta dell’Imberido,
Luciano spiegò i progressi notevoli fatti dalla Rivista in quegli
ultimi tempi, gli comunicò il numero delle copie che si stampavano,
il crescente afflusso d’abbonati in amministrazione, il reddito netto
dell’impresa che prometteva tra non molto di coprire il disavanzo
ridotto omai a una cifra lievissima. Durante la colazione, essendo
poi venuti a discorrer di Cerro, Aurelio narrò la storia della sua
fondazione, che risale soltanto al secolo XVII nell’anno memorabile
della più cruda pestilenza; anche, narrò la curiosa leggenda del
cimitero villàtico, sòrto — a quanto si dice — sopra il campicello
recinto dove un famoso bandito di nome Polidoro aveva sepolto i resti
delle sue vittime numerose.
Luciano l’ascoltava con un’espression forzata d’attenzione, gli occhi
incantati ne’ suoi, la testa un po’ inclinata dalla sua parte, quasi
per meglio afferrare il senso delle parole che gli sfuggiva; di quando
in quando però, senza volerlo, si distraeva, sembrava concentrarsi
profondamente in sè stesso, si rivolgeva con un moto improvviso a
donna Marta per lodare con qualche frase ammirativa il gusto di una
vivanda, la freschezza dell’acqua, l’eccellenza del vino paesano, un
vinetto limpido, leggero, un poco acidulo. Egli assumeva una specie di
solennità cogitabonda d’avanti a una mensa; assaporava sapientemente,
con una palese volontà di godere; pareva che s’obbligasse a pensare ciò
che sentiva, per una raffinata arte di sensualità.
Quando assaggiò una gran pasta dolce, che donna Marta aveva
preannunciata come una squisita ghiottornia, egli non potè più
contenersi, e l’allegro entusiasmo scoppiò.
— Signora mia, — egli proruppe; — mi permetta di farle le mie più
vive congratulazioni: questa focaccia è un miracolo di bontà, è il
capolavoro delle focacce. Ella deve assolutamente insegnarmene la
ricetta; io poi la comunicherò a mia sorella Maria, la quale sta per
divenire, mercè mia, una cuciniera di prim’ordine. Perchè, signora, io
mi sono imposto un compito da padre previdente: non potendo fare altro
per essa, vado preparandole una dote di sapienza gastronomica, che
la renderà senza dubbio assai preziosa e invidiata tra le ragazze da
marito.
Rideva a tratti, in così dire; e anche donna Marta rideva, mentre
lo incitava a rifornire il piatto, rapidamente sgombro, del dolce
prelibato. E le targhe zuccherine succedevano alle targhe e scomparivan
tra le risa nella bocca vorace.
Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Ecco: egli è beato; ha
già dimenticato i nostri discorsi di poc’anzi, e senza serbarne la
minima traccia amara nello spirito. È bastata una semplice sensazione
gradevole per infondergli dentro la gioja di vivere; è bastato un
fatto organico inferiore per ridargli la piena sodisfazione di sè
medesimo. Ogni inquietudine cerebrale è stata vinta e dispersa in
lui dal piacer bruto di nutrirsi!...» Egli l’osservava, soggiacendo
contro l’amico all’invidia istintiva che ognuno prova al cospetto
d’un essere più felice; ma l’invidia era incosciente, assumendo
dentro di lui la fallace parvenza d’un sentimento neutro, quasi d’una
fredda curiosità scientifica. Avveniva assai di sovente ch’egli
s’ingannasse nell’interpretare i suoi moti interni; l’abitudine
continua dell’astrazione e lo sforzo di formular verbalmente i suoi
pensieri distoglievano facilmente la sua attenzione dalle intime cause
psicologiche che originavano il lavorío mentale. Per tal modo i suoi
sentimenti rimanevan quasi sempre oscuri, impenetrabili, sottratti a
ogni freno e a ogni vigilanza della volontà.