Aurelio, rimasto solo, balzò dal letto e s’affrettò a vestirsi.

L’annunzio d’una visita dello Zaldini, non ostante i suoi propositi di

solitudine, lo aveva messo lì per lì in un orgasmo di gioja infantile,

che si manifestava con una smania bizzarra e nuova di far romore a

ogni movimento, battendo forte i piedi su l’assito, spostando le sedie,

urtando bruscamente con le mani gli oggetti disposti su le tavole. La

immacolata chiarità della mattina di giugno, il sole che irrompendo

a traverso le tendine illustrava d’una trama aurea il pavimento, i

canti giulivi e il buon odore di resina e di fiori che venivan dal

giardino portati dal vento, tutte quelle vivaci apparenze accrescevano

la sua giocondità, infondevangli nello spirito riposato la luce e il

profumo della vasta campagna lussuriosa. — Finalmente avrebbe potuto

parlare, aprire la sua chiusa anima a una confidenza, comunicare i suoi

pensieri, da oltre un mese contenuti nel cerchio del suo intelletto, a

qualcuno simile a lui! Finalmente avrebbe potuto riattivar con l’amico

quello scambio di idee e di sentimenti, imposto come un bisogno dalla

nativa sociabilità della razza anche agli esseri superiori, per cui la

solitudine non è pure un tedio e un silenzio mortale!

Nell’attendere alle cure della persona, Aurelio, inconsapevole,

pregustava già il primo colloquio con lo Zaldini durante il tragitto da

Laveno a Cerro; pregustava le saporose novelle che questi gli avrebbe

recate da Milano, le discussioni vivaci che si sarebber presto accese

tra loro sopra uno dei temi preferiti. Il desiderio di ritrovarsi con

lui, desiderio che l’aspettazione del prossimo incontro aveva d’un

tratto eccitato, gli acuiva singolarmente il senso dell’amicizia,

gli rievocava d’innanzi oltre modo simpatica l’imagine dell’amico,

quale l’aveva visto ancora ignoto comparire nella redazione della

sua Rivista, due anni addietro. Da quel giorno che rara affinità

d’intendimenti e d’entusiasmi ambiziosi li aveva legati! E che lunghi

voli spirituali avevan tentati insieme nei loro sogni di grandezza e

di felicità! Tutte, tutte le ardenti questioni, che affannano oggidì

il pensiero umano, erano state sfiorate, discusse, talvolta anche

audacemente risolte nelle loro interminabili conversazioni notturne,

che spesso i primi chiarori dell’alba venivano ingrati a interrompere.

Ripensando ora alla vita fraterna ch’egli e lo Zaldini avevan condotta

in quei due ultimi anni a Milano, Aurelio si maravigliava d’essersi

potuto separare dall’assiduo compagno con tanta indifferenza,

e d’averlo potuto totalmente dimenticare durante quel mese di

villeggiatura. In verità, dal dì ch’egli era giunto a Cerro, quella

era la prima volta che il desiderio di lui si risvegliava, che le

memorie della loro lieta convivenza palpitavan vivaci dentro il suo

cuore. Perchè? Egli dunque non l’amava? E avrebbe potuto non rivederlo,

fors’anche mai più, senza un rimpianto del passato e quasi senza un

ricordo? Sì, era così; pur troppo doveva confessarlo, era così! Egli

sentiva che entrambi, non ostante la comunione di vita e d’abitudini,

eran rimasti estranei l’un per l’altro, come due viandanti, riuniti

dal caso, i quali avesser percorso discorrendo uno stesso cammino.

Egli sentiva che la propria anima, asservita a un Ideale superbo, era

infusibile, chiusa nel suo superbo mistero, incapace di sacrificio e

d’amicizia.

La consapevolezza di questa necessità psicologica fu per lui,

nella tenera disposizione in cui si trovava, una pena e quasi un

rimorso. Volle dunque troncar sùbito l’indagine, abbandonare le aride

considerazioni che minacciavan d’amareggiare la spontanea gioja di quel

risveglio. Appena fu vestito, uscì dalla sua camera, passò ad augurare

il buon giorno alla nonna, che pareva d’ottimo umore, e discese sul

greto dove Ferdinando, il vecchio barcajuolo, già l’aspettava.

La mattina era un po’ velata dalla parte delle Alpi: sopra la vetta

del Motterone una gran massa plumbea pendeva, sbrandellandosi verso

levante in tenui nubecole bianchicce. Qua e là, su le altre cime,

qualche fiocco disperso, alcuni lunghi nastri torbidi apparivano; e

il fondo della valle di Mergozzo era cupo, come polveroso, sprofondato

in un’ombra azzurrastra. Da settentrione un vento impetuoso scendeva,

suscitando un vasto scroscio rotto da sibili alterni e un tumulto di

ciuffi lattei al sommo delle onde.

Ferdinando dovette faticare assai per vincere la violenza di quel

vento, che soffiava diritto contro la prua. D’innanzi all’antico

fortino austriaco, che siede smantellato allo sbocco del golfo di

Laveno, il lago divenne, per il rimbalzo dei flutti, così fiero e

minaccioso che Aurelio stesso fu costretto a prendere i remi per venire

in ajuto del vecchio. Giunsero nel porto in ritardo di qualche minuto,

mentre già il treno irrompeva, fischiando, sotto la tettoja della

stazione.

L’Imberido discese rapidamente a terra, e s’avviò a passo sollecito

incontro all’ospite, che apparso per il primo su lo spiazzo, girava

intorno lo sguardo come stupito di non trovare alcuno a incontrarlo.

L’avvocato Luciano Zaldini, accuratamente raso, con due piccoli baffi

bruni a pena accennati, pareva più giovine d’Aurelio, sebbene questi

avesse qualche anno meno di lui. Era alto della persona e ben formato;

elegantissimo in ogni particolare dell’abito. Il suo viso, piuttosto

largo e carnoso, serbava ancora la freschezza dell’adolescenza, nella

soda pastosità della pelle, nello sguardo sempre un poco attonito, nel

riso ingenuo e pronto che scopriva di tra le labbra rosee una mirabile

dentatura d’una regolarità femminina.

— Oh, l’eremita!... — egli gridò, come vide Aurelio che gli

correva incontro. — Tu vedi in me Maometto che viene alla montagna,

semplicemente perchè la montagna non volle venire a lui.

— La montagna sta bene e non si muove, — l’altro rispose ridendo, e gli

stese ambo le mani con sincera espansione.

Durante il tragitto in barca, l’Imberido interrogò sùbito l’amico su le

sorti della Rivista.

— Va bene, molto bene, — rispose l’avvocato; — soltanto si lamenta

il tuo lungo silenzio. Io ho tentato, dopo il tuo ultimo articolo,

di trascinarti in una polemica; ho aspettato per una settimana la tua

replica, che mi pareva non potesse mancare; non venne! Perchè? Era una

domanda che ti volevo rivolgere fin d’allora, per lettera; poi le cure,

i fastidii, le donne.... Sai bene, io non sono un eroe della tua forza;

io pecco, come il savio, sette volte al giorno....

Scoppiò, così dicendo, in una risata sonora, e passò il braccio su le

spalle d’Aurelio con un gesto che gli era abituale.

— Che vuoi? — disse questi dopo una pausa; — tu mi movevi una questione

così stantìa che non valeva proprio la pena d’una risposta. Mi facevi

certi squarci di metafisica dottrinaria, degni tutt’al più d’un Mazzini

o, peggio, d’un mazziniano..... Il miglior servigio che ti potevo

rendere era di tacere: ho voluto essere, almeno una volta in mia vita,

generoso, e lo sono stato con te.

— Come? Come? Facevo squarci di metafisica, io?

— Eh, pur troppo! Mi parlavi di popolo, di diritti, di doveri, di

maggioranza, di uguaglianza, di fratellanza, che so io.... Il frasario

era un po’ retorico e antiquato, confessalo.....

— Per Dio! — gridò, riscaldandosi, lo Zaldini; — non hai dunque capito?

Io non me ne serviva se non per chiarezza. Bisogna pur farsi capire

anche da quelli, e sono i più, i quali si convincono e si convertono

solamente sotto il fascino di date parole e d’espressioni consacrate.

Ogni arma è buona per combattere il Nemico. E il sistema d’una larga

propaganda liberale mi sembra il migliore per richiamare a noi le

maggioranze che ci sfuggono.

— Ma chè! Le maggioranze? Lasciale dunque andare dove credono meglio,

le maggioranze! Tu devi persuaderti che non è a queste che noi dobbiamo

parlare né ora né mai. Noi siamo come gli scienziati che espongono

una questione: non si curano se la folla li capisce o non li capisce.

Ad essi basta d’esser compresi dalle aristocrazie intellettuali,

poichè son queste che hanno e avranno in qualunque tempo il monopolio

delle verità. Per il volgo tanto vale un buon ragionamento quadrato

quanto un pessimo sofisma; se questo poi gli promette la felicità e

la potenza, il volgo approva il secondo e respinge con indignazione il

primo. Gli è per tal motivo che le maggioranze saràn sempre ingannate

e sempre oppresse; e che le loro effimere vittorie, siccome son fuori

della logica delle cose, non apporteranno mai, alla chiusa dei conti,

se non a un nuovo assetto sociale, governato ancora dalle minoranze

aristocratiche più intelligenti e più forti.

L’Imberido pronunciò queste parole con la sua voce calda ed eguale che

non mutava a traverso le più aspre discussioni, sottolineandole a pena

con un leggero sorriso. Quando finì, l’amico, che lo aveva attentamente

seguito, annuendo a tratti col capo, lo guardò tra attonito e

maravigliato, e disse:

— E perchè tutte queste belle cose non le hai scritte e non me le hai

mandate a Milano per la Rivista?

— Perchè le avevo già accennate qua e là in altri miei articoli, e a me

non piace di ripetermi.

Il vento, che soffiava ora favorevole, un po’ scemato di forza

per l’approssimare della calma meridiana, faceva proceder la

barca più leggera, come scivolasse su le onde. Dalle cime i vapori

erano scomparsi: una serenità umida rendeva l’aria d’una singolare

trasparenza, accentuava i rilievi e le tinte del paesaggio maestoso.

Sul promontorio di Pallanza e su la breve elevazione dell’Isola Madre,

le varie forme degli alberi si distinguevano nette e precise, uscendo

dallo sfondo uniforme dei dossi più lontani. Le cave del granito

intorno a Baveno biancheggiavano fastidiose al sole, simili a immani

volute di neve.

— Guarda, — soggiunse Aurelio, indicando con un gesto circolare il

lago, — conosci tu un paese più dolce di questo?

— Davvero, è superbo. Si direbbe che una lunghissima città si distenda

su quella riva, infinitamente.

— E da questa parte, in vece, tu non vedi un’abitazione; il bosco è

profondo e deserto a perdita d’occhio. Io conosco tutti i sentieri che

corrono sotto quelle vòlte di verzura; ve ne ha d’incantevoli, dove la

solitudine ti appar così grave, che li diresti segnati non dall’uomo,

ma dall’oscuro capriccio della terra. Camminando a traverso quei boschi

silenziosi, sopra tutto nel crepuscolo, tu ti senti un altro essere,

nato come in tempi assai remoti, vivente una vita primordiale, il quale

presagisca per una misteriosa divinazione la civiltà dell’età nostra.

Io, vedi, ho provato in questo mese le più bizzarre transposizioni

dello spirito; ho bevuto alle sorgenti della vita le più pure essenze;

ed ora mi pare d’esser così forte, così compatto, così sicuro di me e

del mio destino, come da molti, molti anni non mi sentivo. Credi?

Luciano lo fissava, trasognato. Gli domandò:

— E sei sempre stato solo?

— Sempre.

— Non conosci dunque nessuno? Non ci sono altri villeggianti qui a

Cerro?

— Ci sono, ma non li conosco; e non li voglio conoscere.

— Ti annojerai pure, qualche volta?

— No, mai....

L’amico tacque, meditabondo; e ritornò a guardare con occhio invido

laggiù, all’altra riva, dove una città lunghissima si distendeva

infinitamente nella gloria bionda del sole.

A una svolta, inaspettato nel verde del castagneto, il villaggio

tranquillo apparve.

— Ecco l’eremo! — esclamò Aurelio con gioja, indicando il palazzo allo

Zaldini.

Donna Marta, al riparo d’un largo ombrello nero, era discesa su la

spiaggia a incontrarli, e sventolava un fazzoletto in segno di saluto.

Ella accolse l’ospite con molta cordialità; lo ringraziò d’esser

venuto a portare un ricordo delle consuetudini urbane in quella plaga

abbandonata, che aveva reso il nipote oltre modo rozzo e scortese;

anche, gli domandò amabilmente notizie della Rivista, benché avesse

sempre avuto per questa creazione d’Aurelio una speciale antipatia.

Risalì quindi con loro verso il palazzo, chiacchierando animatamente,

con insolita festività. Come però il suo respiro era rantoloso e

l’ascesa l’opprimeva, ella dovette sostare due volte anelando, e alfine

appoggiarsi al braccio del nipote per raggiungere il sommo del rialto.

— Come ti senti oggi, mamma? — le chiese Aurelio, impensierito.

— Così, così... non troppo bene; soffro un poco d’asma.... stanotte non

ho chiuso occhio....

Soggiunse sùbito rivolta allo Zaldini, sorridendo:

— Sono i maledetti acciacchi dell’età mia. Non c’è di che stupirsene. A

settant’anni battuti la vita è già un prodigio.

E parlò d’altro.

Su la porta del palazzo avvenne un subitaneo incontro: le signore Boris

uscivano per la passeggiata mattutina. Dal giorno del loro arrivo,

Aurelio non le aveva più vedute, quantunque l’avola fosse già entrata

con esse in amichevoli rapporti. Flavia, assai leggiadra nell’abito

roseo, veniva prima, la testa alta, il seno proteso nell’erezione

leggermente arcuata della persona; a fianco l’una dell’altra,

susseguivan poi, in silenzio, la biondissima, un viso esangue e

capriccioso illuminato da due chiari occhi procaci, e la madre, solenne

e trionfante della sua pingue maturità e della sua bellezza ostinata.

Si salutarono, passando. Donna Marta e il nipote entrarono sotto il

peristilio. Luciano, che pareva molto maravigliato di quelle presenze,

si fermò un attimo, involontariamente, su la porta per riguardare le

tre donne, mentre discendevano a passo lento gli scalini del rialto,

incerte ancora su la via da percorrere. Udì le due fanciulle che

mormoravan tra loro alcune parole e ridevano; le vide aprire al sole

gli ombrelli variopinti, e rivolgersi indietro verso la madre per

consultarla. Come i suoi sguardi s’incontraron con quelli di Flavia,

egli sùbito si ritrasse, un po’ confuso della distrazione, e raggiunse

gli ospiti i quali non s’eran peranco avveduti del suo breve indugio.

— Conduci l’amico tuo in camera. Egli avrà bisogno di ravviarsi un

poco, — disse donna Marta al nipote. — Ricordatevi: fra mezz’ora la

colazione è pronta.

Quando i due giovani furon soli su le scale, Luciano non potè più

contenere la sua maraviglia per la piacevole apparizione. Egli inseguì

Aurelio che lo precedeva, gli cinse con un braccio il fianco, lo scosse

con forza e gli susurrò all’orecchio scherzosamente:

— Ah, impostore! Tu chiami dunque un eremo, questo?! Ma questo è il

giardino d’Armida.... con la differenza che Armida era sola e qui è

bene accompagnata. Ah, ora capisco perchè non ti sei mai fatto vivo in

questo mese; ora capisco l’incanto delle viottole perdute nel bosco;

ora so bene a che sorgenti hai bevuto le pure essenze della vita! Se

non ti dà ombra la mia concorrenza, son pronto anch’io a ritirarmi dal

mondo per far l’eremita con te. Mi vuoi? Di’: mi vuoi?

Rideva pazzamente. E anche Aurelio rideva; ma gli scrosci giocondi

di Luciano contrastavano assai col suo ghigno fioco, un po’ beffardo.

Egli pensava: «Costui non vede la felicità che nei piaceri meno nobili

del senso e del sentimento; l’Idea per l’opposto lo lascia freddo,

stupefatto, tutt’al più curioso. E non può assolutamente capacitarsi

che alcuno, migliore di lui, abbia a trovare in Essa il più alto

godimento della vita! La donna, sempre la donna! Sopra ogni pensiero

pende nel suo cervello, come un torbido astro, l’imagine del connubio

immondo. Egli è lo schiavo sottomesso della sua carne: il basso istinto

della generazione lo domina tutto e ne inquina ogni facoltà fisica e

morale. Posso io dunque esser l’amico d’un uomo simile?»

Giunsero nella camera destinata all’ospite, una camera, come tutte le

altre, spaziosa, squallida, forse un po’ più chiara perchè prospiciente

il lago. Aurelio sedette su una vecchia poltrona, e Luciano, mezzo

svestito, interruppe la sua celia per refrigerarsi il capo e le mani in

una tinozza piena d’acqua.

L’Imberido, che fin allora non aveva aperto bocca, si volse

d’improvviso al compagno e gli domandò:

— Tu credi dunque ch’io conosca quelle signore? Ebbene oggi è stata la

prima volta che le ho salutate.

Luciano levò il viso, che grondava da tutte le parti, e lo guardò con

un’espressione singolare d’incredulità.

— Veramente, — ribattè Aurelio sorridendo.

— Dopo oltre un mese di convivenza nella stessa casa?

— Se non dopo un mese, dopo dieci giorni da che sono arrivate.

— Ah, son soltanto dieci giorni.... La cosa è già men grave. Ma, in

tal caso, guàrdati: è l’avvenire che si presenta irto di pericoli, —

insinuò l’avvocato, fissando burlescamente l’amico.

Aurelio scosse la testa, e inarcò le labbra in atto sdegnoso.

— Non credo e non temo, — egli mormorò; — sarà questione di

temperamento, come tu m’hai detto tante volte; ma è così: le donne mi

tentano poco.

— Anche idealmente?

— Ancor meno. Come femmine, via, quando l’estro mi tortura, so ben dove

trovarle col minor dispendio di tempo e di pazienza. Ma, come donne,

che vuoi? io le stimo davvero troppo inferiori ed estranee a me perchè

me ne debba occupare.

— E pure son così divertenti! — esclamò Luciano, scoppiando in una gran

risata.

— Divertenti?... Forse. Ma gli è appunto perchè son tali che non fanno

al mio caso. Io non sento alcun bisogno di divertirmi; la vita nostra

è troppo breve per concedere uno svago a chi s’è prefisso qualche

scopo di là dalla vita stessa e all’infuori degli umili sodisfacimenti

corporali, che son comuni alle bestie come agli uomini. E poi l’amore è

un giuoco troppo assorbente e troppo pericoloso. Si sa come comincia;

non si può sapere come finisce!... E quasi sempre finisce male....

molto male, quand’anche finisce!...

Parlava piano, gravemente, con una leggera intonazion malinconica.

Come ogni volta che l’anima gli si schiudeva a una confidenza, il suo

sguardo velato, in cui la luce esterna pareva rifrangersi, naufragava

mobilissimo nello spazio quasi cercando un ideal punto d’appoggio.

Anche l’amico, vinto dalla suggestione delle sue parole, erasi fatto

d’un tratto serio e meditabondo.

Tacquero.

Sopra di loro il tragico soffio della coscienza vitale passò. Liete o

tristi, legate al senso o all’idea, schiave degli impulsi elementari o

delle più squisite ansietà del pensiero, le vite loro e le altre tutte

avevano una medesima sorte, spezzavansi contro lo stesso ostacolo, si

dissolvevan come gocce nel gran fiume inarrestabile dell’umanità. E, su

quel tumultuar d’esistenze perdute, sospinte verso una foce misteriosa,

il torso della Sirena emergeva, terribilmente bello, simbolo eterno di

fecondità, lusinga ammonitrice d’una Forza suprema che voleva la vita e

contro la quale ogni ribellione era follìa.

I due giovini ebbero insieme, durante il lungo silenzio, la confusa

visione di questa imagine, la torbida consapevolezza della vanità

d’ogni cosa per le loro individualità effimere, condannate a una

breve comparsa su la Terra, e poi, dopo aver procreato, a dileguarsi

fatalmente nel nulla. Il comune destino li affratellò; la vertigine

del tempo li spinse l’un verso l’altro, quasi per sorreggersi a

vicenda su l’orlo della tenebrosa voragine che avevano scandagliata.

Istintivamente si guardarono negli occhi con un’espressione profonda

di simpatia e d’incoraggiamento; sorrisero l’uno all’altro; parvero

attingere in quello sguardo e in quel sorriso il provvido oblio

dell’Abisso, la fiducia nelle proprie forze, il sacro desiderio di

vivere, di combattere o di godere.

Aurelio si levò in piedi di scatto, come si sottraesse a un incubo, e

disse a voce spiegata:

— Veramente si han troppe cose da fare....

Poi soggiunse, alzando il capo con quel suo atto d’orgoglio e quasi di

jattanza:

— Ma siamo giovini: le faremo. Non è vero?

— Oh tu, di certo, — rispose umilmente lo Zaldini; — io? Io farò quel

che potrò. E tutto sarà per il meglio, come sempre.

Discendendo le scale, Aurelio mise il suo braccio sotto il braccio

dell’amico, con familiarità insolita. Sentivano entrambi il bisogno di

parlar di cose leggere, futili, impersonali: a richiesta dell’Imberido,

Luciano spiegò i progressi notevoli fatti dalla Rivista in quegli

ultimi tempi, gli comunicò il numero delle copie che si stampavano,

il crescente afflusso d’abbonati in amministrazione, il reddito netto

dell’impresa che prometteva tra non molto di coprire il disavanzo

ridotto omai a una cifra lievissima. Durante la colazione, essendo

poi venuti a discorrer di Cerro, Aurelio narrò la storia della sua

fondazione, che risale soltanto al secolo XVII nell’anno memorabile

della più cruda pestilenza; anche, narrò la curiosa leggenda del

cimitero villàtico, sòrto — a quanto si dice — sopra il campicello

recinto dove un famoso bandito di nome Polidoro aveva sepolto i resti

delle sue vittime numerose.

Luciano l’ascoltava con un’espression forzata d’attenzione, gli occhi

incantati ne’ suoi, la testa un po’ inclinata dalla sua parte, quasi

per meglio afferrare il senso delle parole che gli sfuggiva; di quando

in quando però, senza volerlo, si distraeva, sembrava concentrarsi

profondamente in sè stesso, si rivolgeva con un moto improvviso a

donna Marta per lodare con qualche frase ammirativa il gusto di una

vivanda, la freschezza dell’acqua, l’eccellenza del vino paesano, un

vinetto limpido, leggero, un poco acidulo. Egli assumeva una specie di

solennità cogitabonda d’avanti a una mensa; assaporava sapientemente,

con una palese volontà di godere; pareva che s’obbligasse a pensare ciò

che sentiva, per una raffinata arte di sensualità.

Quando assaggiò una gran pasta dolce, che donna Marta aveva

preannunciata come una squisita ghiottornia, egli non potè più

contenersi, e l’allegro entusiasmo scoppiò.

— Signora mia, — egli proruppe; — mi permetta di farle le mie più

vive congratulazioni: questa focaccia è un miracolo di bontà, è il

capolavoro delle focacce. Ella deve assolutamente insegnarmene la

ricetta; io poi la comunicherò a mia sorella Maria, la quale sta per

divenire, mercè mia, una cuciniera di prim’ordine. Perchè, signora, io

mi sono imposto un compito da padre previdente: non potendo fare altro

per essa, vado preparandole una dote di sapienza gastronomica, che

la renderà senza dubbio assai preziosa e invidiata tra le ragazze da

marito.

Rideva a tratti, in così dire; e anche donna Marta rideva, mentre

lo incitava a rifornire il piatto, rapidamente sgombro, del dolce

prelibato. E le targhe zuccherine succedevano alle targhe e scomparivan

tra le risa nella bocca vorace.

Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Ecco: egli è beato; ha

già dimenticato i nostri discorsi di poc’anzi, e senza serbarne la

minima traccia amara nello spirito. È bastata una semplice sensazione

gradevole per infondergli dentro la gioja di vivere; è bastato un

fatto organico inferiore per ridargli la piena sodisfazione di sè

medesimo. Ogni inquietudine cerebrale è stata vinta e dispersa in

lui dal piacer bruto di nutrirsi!...» Egli l’osservava, soggiacendo

contro l’amico all’invidia istintiva che ognuno prova al cospetto

d’un essere più felice; ma l’invidia era incosciente, assumendo

dentro di lui la fallace parvenza d’un sentimento neutro, quasi d’una

fredda curiosità scientifica. Avveniva assai di sovente ch’egli

s’ingannasse nell’interpretare i suoi moti interni; l’abitudine

continua dell’astrazione e lo sforzo di formular verbalmente i suoi

pensieri distoglievano facilmente la sua attenzione dalle intime cause

psicologiche che originavano il lavorío mentale. Per tal modo i suoi

sentimenti rimanevan quasi sempre oscuri, impenetrabili, sottratti a

ogni freno e a ogni vigilanza della volontà.

L'incantesimo · 第 2 / 23 段