E. A. BUTTI
L’INCANTESIMO
ROMANZO.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1897.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti, compreso in Isvezia e in Norvegia._
Tip. Fratelli Treves.
ALLA MEMORIA SACRA DELLA MAMMA
4 gennaio 1895.
I.
LA SIRENA.
Nota dell’Autore.
Le idee politiche e sociali, attribuite al protagonista di questo
romanzo, sono state attinte in gran parte dagli articoli che il
compianto conte Alberto Sormani pubblicò nella _Idea Liberale_.
Debbo anzi soggiungere che il concetto fondamentale dell’opera nacque
e si svolse in me sùbito dopo la morte del carissimo e nobilissimo
compagno, avvenuta nella estate dell’anno 1893, — morte che tante e
sì belle speranze troncò, disperdendo, per un oscuro capriccio del
Destino, una moltitudine di possibilità insolitamente lusinghiere.
Ne _L’Incantesimo_ non è la Morte che distrugge. Un altro gran fatto
della Vita esercita razione dissolvitrice su l’individuo, un altro
fatto elementare, generale e continuo — come la Morte — che agisce
forse con minore lestezza, ma certo con uguale intensità e altrettanta
efficacia.
Queste cose ho voluto dire, innanzi tutto per ricordare in fronte alla
mia opera il nome dell’amico perduto, che l’ha ispirata; e poi anche,
per mettere in guardia il lettore su la conclusione di questa prima
parte, conclusione che non è definitiva.
E. A. B.
I.
L’APPARIZIONE.
Una campanella acuta e stridula singhiozzò ostinatamente nel silenzio.
Il giovine conte Aurelio Imberido, allo squillo subitaneo, si scosse
con un moto brusco su la sedia a sdrajo, dov’era caduto in sopore
mentre studiava e meditava con un grosso volume di economia politica
tra le mani; fissò per un attimo, istintivamente, gli occhi ancor
torpidi su la pagina aperta del libro; poi lo scagliò d’un tratto
lontano, verso una tavoletta d’ebano già tutta ingombra di fascicoli e
di fogli scritti. Il libro cadde a terra in piatto, sollevando un romor
secco d’esplosione e un nuvolo di polvere.
Era l’ora del tramonto: dalle stecche delle persiane richiuse, un
livido chiarore penetrava a pena nella camera, come una triste luce
lunare. A poco a poco l’aria ambiente era andata imbrunendo durante
il sonno del giovine, e al richiamo della campanella questi con suo
ingrato stupore s’era trovato là disteso e immemore, avvolto in una
semioscurità che non gli permetteva più di distinguere i caratteri
del libro in lettura. Egli ebbe nel levarsi un gesto d’ira, quasi di
sdegno contro il suo frale organismo che gli aveva rubato per riposarsi
un tempo prezioso; e si diresse a passi concitati verso il vano del
balconcino.
Spalancò le persiane con violenza, e uscì fuori all’aperto. La stanza
da studio guardava a levante, incontro alla collina e al vecchio
giardino del palazzo dagli alti abeti, dai grandi cedri svettati,
dalle innumerevoli statue bianche. In quel chiuso paesaggio i rossori
del tramonto non mandavano un riflesso; ogni tinta vi si ammorbidiva,
assumendo tonalità viepiù discrete e quietanti.
Il cielo appariva già cupo, sebben non anche solcato da stella; le
piante nell’orto, le vigne serpeggianti lungo i lividi scaglioni,
le praterie presso i culmini parevan fresche e umide come dopo una
pioggia; soltanto, dietro la linea pacata dei colli, la nuda solitaria
piramide del Sasso del Ferro si slanciava verso l’azzurro, ancor rosea
e calda dell’ultimo bacio solare.
Aurelio, appoggiato con le braccia alla ringhiera, guardò la montagna
luminosa con uno sguardo corrucciato, in cui una punta d’invidia
pareva. Era pertinace il suo dispetto; egli non poteva perdonarsi
quelle due ore d’incoscienza, che il suo corpo aveva pur dritto
d’esigere dopo una notte insonne. La sua paradossale opposizione alle
leggi della Natura aveva sofferto un’altra piccola sconfitta: egli
s’era imposto di studiare fino all’ora del pranzo, e non l’aveva potuto
perché il sonno gli era piombato sopra d’improvviso, strappandolo alla
sua volontà. — Il giovine, com’era abituato dalla solitudine e dalla
vita contemplativa alle riflessioni larghe e sintetiche, pensò a questo
duello strano, disperante che la sua tempra di ribelle gli imponeva
anche contro l’Invincibile; e sorrise mestamente, non senza però un
certo fondo di simpatia e d’ammirazione per la sua bellicosa debolezza.
Aurelio Imberido contava a quel tempo venticinque anni o poco
più. Di statura media e alquanto esile, se non eran le sue forme
complessive quelle del perfetto tipo virile, aveva egli bensì una
testa singolarmente nobile, che sola bastava a designarlo come il
prodotto d’una razza superiore, diretta da secoli per una serie di
generazioni progressive verso le sommità della Specie. Il naso lungo,
profilato, regolarissimo, partiva dalla fronte estesa, alta e ben
lunata, disegnando una linea diritta, a pena un po’ prona su la fine;
la bocca era larga, sincera, senza pieghe malinconiche o amare; sotto
la breve barba nera a punta, il mento e l’arco dell’osso mascellare,
a bastanza sviluppati, chiudevano armonicamente ed energicamente
l’ovale del suo viso. Contrastavano con la forza e la purezza di
tutti i suoi lineamenti gli occhi e il color della pelle: gli occhi
piccoli e glauchi, che parevan coperti come da una tenue velatura
lattea, nel rossore delle palpebre e della cornea accese da un’ostinata
infiammazione; il color della pelle, ch’era femmineo, bianchissimo,
anzi pallido, d’un pallor tenero e unito senza irradiazioni rosee e
senza livide ombre.
Il portamento altero del capo, la foga del gesto, certi sguardi
profondi, investigatori, talvolta quasi molesti nella loro
velata fissità, l’uso assiduo d’abiti oscuri e di cappelli flosci
caratterizzavan così la sua persona, che vista una sola volta non si
poteva dimenticare mai più.
Estremo discendente d’una famiglia aristocratica, che aveva dato
alla storia più nomi illustri di capitani e di diplomatici, il conte
Imberido dai primi anni di giovinezza aveva sentito il bisogno di
dominare, di farsi largo tra la folla, d’empire il mondo della sua
persona e delle sue virtù. La sua famiglia, un tempo doviziosissima,
aveva attraversato nell’ultimo secolo un periodo disastroso: le
rivoluzioni avevan sottratto gran parte delle antiche ricchezze all’avo
suo Gian Franco, morto gloriosamente in esilio dopo aver sacrificato
ai nuovi ideali democratici anche le tradizioni della sua stirpe,
sposando per amore la figlia d’un martire, povera e di modestissime
origini. Il padre suo Alessandro, superbo e sensuale, forse per
nascondere la sua ruina agli altri e a sè stesso, aveva sperperato in
lusso e in vizii il resto del patrimonio avito e quasi intera la dote
della moglie, un’assai nobile donna che il primo parto aveva condotta
irrimediabilmente al sepolcro. In fine anch’egli, ebete e distrutto,
s’era spento ancor giovine, lasciando nelle strettezze il figliuolo
poco più che trilustre e la vecchia madre sessantenne.
Aurelio rimase così, orfano e quasi miserabile, erede d’una secolare
tradizion di grandezza, in faccia all’avvenire fosco e minaccioso. Il
suo spirito si temprò nella sventura e nell’abbandono. Egli comprese
sùbito che lo studio, solamente lo studio nei tempi nostri avrebbe
potuto renderlo degno del suo nome e capace di riaccendere intorno a
questo una nuova aureola di superiorità e di potenza. Si nudrì adunque
di letture varie e profonde, esercitò il suo ingegno in ogni campo
dello scibile, sviluppò le sue preziose facoltà con le meditazioni più
acute e le ricerche più diligenti. E, sfuggendo ogni occasione di svago
e di riposo, s’appartò in una specie di chiostro intellettuale dove gli
echi del mondo non gli giungevan che affiochiti come voci sotterranee e
irreali.
Fu in una siffatta solitudine che si precisarono a poco a poco le
sue ingenite tendenze di dominatore: gli insegnamenti della filosofia
positiva e sopra tutto quelli della sociologia e dell’economia politica
gli aprirono un vasto orizzonte d’azione e di ridenti possibilità.
Eran le lotte della vita pubblica, che lo chiamavano, che promettevano
al suo sogno d’effettuarsi: per esse non avrebbe mancato, con la
sua intelligenza, la sua coltura e la sua forza morale, di togliersi
dall’oscurità in cui era immeritatamente caduto e divenire una persona
insigne, un condottiere d’uomini inermi, come già qualche suo avo era
stato d’uomini armati.
Uscì a vent’anni, gravido di scienza e d’illusioni, dalla sua
biblioteca, dove omai gli pareva di soffocare, e si gittò tosto
perdutamente nella mischia, tra la folla, alla dolorosa conquista
d’una gloria. La sua ingenua sincerità, la singolarità delle sue idee,
lo splendore della sua dottrina non tardarono ad attirare su lui
l’attenzione malevola di tutti quanti già combattevano nella lizza
politica, sciupati dal contagio popolare, corrotti dall’esperienza,
avvelenati da una vanità insodisfatta o dalle umili esigenze della vita
quotidiana. La Rivista di sociologia, ch’egli aveva fondata con quattro
o cinque coetanei trascinati dal vento del suo entusiasmo, fu accolta
da costoro con l’indifferenza beffarda che schiaccia senza toccare:
essi risero discretamente alle sue spalle, malignarono un poco sul suo
gran nome e su la sua povertà, lo giudicarono uno spirito eccentrico e
malfermo, poi continuarono tranquilli la loro via senza più curarsi di
lui o di quanto egli scrivesse.
Questo primo insuccesso tra le persone più autorevoli della città
non fece che spronare il giovine a proseguir la sua campagna con
maggior pertinacia e con miglior discernimento: abituato in solitudine
a giudicar tutto e tutti indipendentemente dall’opinione comune,
egli si sentì onorato dalla sorda ostilità e dal disdegno, che gli
venivan tributati da gente ambigua, spregevole, senza coltura e senza
convinzioni di sorta. E, più che non mai fiducioso nel suo programma
che sapeva fondato sopra solide affermazioni della scienza e della
filosofia, si diede ben tosto a ricercare altrove il suo pubblico di
seguaci e d’ammiratori.
Era una grande opera di restaurazione sociale ch’egli aveva meditata
e voleva pazientemente iniziare. — Gli statuti, le leggi, le formule
correnti e le teorie preferite nei tempi nostri minacciavano, secondo
lui, il progresso avvenire della Specie, poiché tendevano a soffocare
la lotta per l’esistenza, a rinnegare il principio ereditario, a
distribuire i diritti e i poteri e i beni con criterii astrattamente
numerici in opposizione agli esempii della Natura. Le torbide
condizioni della società contemporanea, abbandonata omai all’arbitrio
delle masse, dipendevano sopra tutto dall’acquiescenza quasi criminosa
delle classi superiori, che avevano piegato il capo sotto la violenza
o si eran morbosamente commosse alle declamazioni e ai sofismi della
democrazia. Rassegnati o apóstati, gli uomini che, affinando il corpo
ed elevando lo spirito con le più aspre discipline, avevan già tenuto
nelle loro mani i destini della razza, erano in atto d’abbandonare armi
e insegne a coloro, che una lunga servitù e una secolare ignoranza
rendevano indegni nonché di governare e di giudicare gli altri, anzi
di godere della stessa loro libertà d’azione e di pensiero. Occorreva
dunque risvegliare dal letargo o dal sogno quei nobili immemori della
loro storia; occorreva chiamare sollecitamente a raccolta tutti quelli
che si erano adattati al presente stato di cose, per debolezza, per
inerzia o per disdegno; occorreva ricostituire una nuova aristocrazia
battagliera con i resti dell’antica e i doviziosi e gli eletti, per
arrestare a forze riunite il cammino della barbarie plebea, ebra dei
successi ottenuti, bramosa di devastazioni e di rapine.
Con un programma così audace e insolente, esposto però con sottile
abilità, senza precipitazione e senza intemperanza di parole,
la Rivista dell’Imberido trovò alfine un pubblico di curiosi e
d’apprezzatori laddove appunto egli desiderava, tra le persone cólte e
facoltose, tra gli uomini di scienza, tra i filosofi, tra gli artisti.
La cerchia dei collaboratori venne man mano allargandosi; la polemica
con gli avversarii, sopra tutto socialisti, s’accese vivace e cortese;
uno scambio elevato d’idee si determinò tra i due campi, precisandone
gli intendimenti, lumeggiandone la profonda divergenza di principii,
preludendo pacificamente alla gran lotta che i tempi maturano e
l’avvenire dovrà decidere in favore degli uni o degli altri.
Ma il giovine non poteva appagarsi del successo di curiosità ottenuto
dal periodico, né della effimera nomea che gli davano i suoi articoli
succosi e cristallini. Egli voleva lasciare una traccia più notevole e
più duratura di sè; egli voleva organizzare in un libro il complesso
delle idee che spargeva disordinatamente e a seconda delle occasioni
nella Rivista.
Ottimo consiglio gli parve, poiché omai il periodico aveva conquistato
pubblico e fortuna, il ritrarsi dalla lotta viva, per qualche tempo;
molto più che la stagione calda incominciava, e la città era divenuta
intollerabile sotto un sole assiduo che fiaccava forza, volontà e
ingegno. Durante la sua assenza, i compagni senza difficoltà avrebber
potuto continuare l’opera da lui intrapresa, e al bisogno egli, anche
da lontano, li avrebbe sorvegliati e consigliati a dovere.
Dopo aver raccomandato la Rivista alla direzione d’uno de’ suoi più
ardenti collaboratori, il giovine avvocato Zaldini, egli, con un’enorme
cassa di libri e di carte, si ritirò in un piccolo villaggio del
Verbano, a Cerro, dove contava di passare l’estate e l’autunno in un
assoluto isolamento.
Il palazzo, di cui l’Imberido aveva preso a fitto soltanto l’ala
sinistra, era un antico monasterio divenuto più tardi dimora padronale.
Seduto maestosamente a mezzo del villaggio su un rialto erboso, esso
apriva le sue rade finestre e i suoi due rozzi balconi laterali a
una vista superba, di fronte alla massima estensione del lago, che
ivi s’ingolfa profondamente verso la valle del fiume Toce e le creste
del Sempione. Era un’architettura primitiva, quasi immutata dal tempo
in cui i monaci l’avevan costrutta: liscia, densa, disadorna nel suo
esterno, s’alleggeriva e s’aggraziava internamente dove un cortile
recinto da un doppio ordine di portici diceva ancora il gusto e la
possanza degli antichi proprietarii. Le stanze eran tutte a vólta,
semplicissime, ben quadrate, sebbene un po’ tenebrose per la scarsità
e l’angustia delle luci. A pian terreno un pertugio a mo’ di grotta
metteva in comunicazione il cortile col primo spianato d’un giardino
veramente mirabile.
Il palazzo confinava da una parte col letto d’un torrente sempre
gravido d’acque, dove i pallidi armenti scendevano al meriggio per
dissetarsi; dall’altra parte, con la piazza principale del Comune, una
ristretta superficie inclinata verso il lago, cui facevan corona alcuni
abituri addossati l’uno all’altro in disordine e l’umile prospetto
della chiesa parrocchiale. Il villaggio poi era quieto, muto, come
spopolato; un rifugio di pescatori insociabili, che parevan uscire
soltanto a vespro dalle dimore per mettere, su la riva già ottenebrata,
mobili profili neri, simili a fantasmi.
La campanella acuta e stridula squillò un’altra volta, anche più a
lungo nel silenzio. Aurelio, ch’era rimasto immobile al balconcino,
gli sguardi perduti nel vuoto, forse oppresso ancora dai residui
della sonnolenza, si scosse. Quel secondo richiamo era dedicato a
lui che, come d’abitudine, tardava a presentarsi alla mensa; ed egli,
dallo strappo vibrato, disuguale, sebbene un po’ debole, che moveva
la campana, riconobbe esser la nonna medesima che lo sollecitava.
Con un atto neghittoso si passò le mani su gli occhi, quasi si fosse
risvegliato in quel punto, rientrò a passo incerto nella camera già
invasa dall’ombra, raccattò il libro caduto a terra, e poi si risolse
non senza sforzo a discendere per il pranzo.
La mensa era preparata nel mezzo d’una gran sala umida e tetra a pian
terreno, assai più lunga che larga, le cui pareti tra le scrostature,
le livide macchie e le pallide emanazioni del salnitro mostravan qua
e là brani a pena decifrabili di pitture a fresco. Quella piccola
tavola rettangolare, così bianca nella bianca tovaglia su cui piombavan
concentrandosi di sotto al paralume opaco i raggi bronzei della
lampada, pareva fosforescente nella vasta oscurità del luogo.
Aurelio, dopo un breve indugio su la soglia, entrò.
Donna Marta, che stava già seduta al suo posto di fronte all’uscio e
mangiava, alzò il viso dalla scodella fumante per gittargli uno sguardo
gonfio di rimproveri. Era una vecchia donna d’oltre settant’anni,
magra, distrutta, rattrappita, pallida d’un pallor cereo, quasi orrida
nei lineamenti che l’età e l’indole impulsiva avevan devastati: un gran
naso aquilino, cartilaginoso, spiccava in maniera grottesca nel mezzo
della sua faccia; il mento, troppo forte e sporgente, faceva sì che il
labbro di sotto soverchiasse quello di sopra fin quasi a coprirlo; i
capelli grigi e copiosi, inanellati alla foggia antica, ondeggiavanle
a cernecchi intorno alle orecchie e su l’occipite con una triste
caricatura di giovinezza. Eppure ella non era fastidiosa nè ripugnante
a vedersi, specialmente se la si osservava con un poco d’attenzione
e di continuità. In fatti nel lampo degli occhi, due grandi occhi
nerissimi dilatati da una lunga malattia al cuore, e nel facile sorriso
che scopriva la dentatura ancor ricca, e nella mobilità vertiginosa
delle espressioni, donna Marta possedeva una specie di grazia
affascinante che accattivava la simpatia di chiunque la conoscesse.
— È almeno mezz’ora che t’aspetto! — ella brontolò sordamente,
fissandolo con la faccia scura. — Come sempre, mi son dovuta risolvere
a pranzar sola. Nessuno al mondo, per tua norma, non mi ha mai fatto
aspettar tanto: nè il tuo povero padre, nè il mio povero marito. Essi
però mi rispettavano, mentre tu non hai proprio alcun riguardo per
me!...
Era la solita occhiata minacciosa che lo riceveva quand’egli compariva
in ritardo su quella soglia; eran le solite parole aspre con le quali
s’inaugurava troppo spesso il pasto familiare. Senz’aprir bocca, con
un lieve sorriso benevolente su le labbra, il giovine sedette a tavola,
versò flemmaticamente la sua parte di zuppa nella scodella e incominciò
a mangiare.
Egli aveva fatto l’abitudine a queste brusche accoglienze. Egli
d’altra parte sapeva che l’umore dell’avola non poteva avere stabilità
e tra poco ella medesima si sarebbe dimenticata d’essere in urto con
lui. In quel cervello bizzarro le idee, le imagini, le volizioni si
rincorrevano con una singolare rapidità, senza un nesso determinato,
per un principio di degenerazion nervosa che la rendeva intollerante
di qualunque stato fisso dello spirito. Tacere adunque, in aspettazione
della prossima crise psichica, era ancora il miglior sistema per vivere
in concordia e in armonia con lei.
Un silenzio seguì. Fu donna Marta che parlò prima; e parlò amabilmente
con la sua voce chiara e giovenile dei momenti buoni, che tanto
contrastava con la decrepitezza della sua figura.
— Aurelio, sai dunque la gran novità?
— Che novità? — domandò il giovine, sorridendo.
— Eh, càspita, sono arrivati i nostri vicini, or fa una mezz’ora.
È stata una festa per questo paese! Cerro è tutto in fermento: la
spiaggia d’avanti al palazzo sembra un magazzeno di casse, di cassette,
di bauli, di valige! Tu vedessi: la popolazione vi si è riversata
in massa per assistere allo sbarco, per prender parte all’opera
di sgombero che continua ancora. E il ricevimento degli ospiti
fu clamoroso, addirittura trionfale: ò visto alcune contadine che
sventolavano i fazzoletti, mentre i monelli grandi e piccini gittavano
in aria i berretti, urlando a squarciagola: «Evviva, evviva!» Ti
garantisco: una scena curiosa che mi à divertita più che a teatro!
La vecchia parlava assai forte, alternando le intonazioni basse della
voce con le acute, sottolineando le frasi con certi gesti enfatici
che la mettevan tutta scompostamente in agitazione. A ogni tratto però
era costretta a interrompersi per riprendere il fiato; e lo sforzo era
visibilmente penoso.
— E perché tanto chiasso per alcuni villeggianti che arrivano? — chiese
Aurelio con un’aria d’indifferenza. — Per noi non si è fatto niente di
simile, mi pare.
— Càspita, si capisce! Tutti li conoscono qui in paese: sono ormai
dieci anni che vengono a passar l’estate e l’autunno a Cerro. E poi
l’ingegnere, lo sai, è amministratore di tutte le possessioni che ha
nei dintorni la marchesa de Antoni. Qui anzi lo si chiama senz’altro:
il Padrone.
— Il Padrone! — ripetè il giovine con un sogghigno amaro, rivedendo
d’innanzi a sè la figura imbelle e servile dell’ingegner Boris.
— Sicuro. Questa buona gente non ha mai visto e conosciuto che lui: se
ha ricevuto del danaro fu dalle sue mani; se ne ha consegnato fu nelle
sue mani. È naturale che lo si creda il proprietario e lo si chiami
così.
— Naturalissimo, — egli soggiunse per troncare il discorso.
La notizia dell’arrivo inaspettato l’aveva turbato e reso un po’
perplesso. Egli non conosceva le abitudini de’ suoi vicini, e temeva
che queste potessero in qualche modo disturbarlo o distoglierlo dalle
sue occupazioni. Aveva voluto esser solo, libero, sottratto agli
strepiti e agli svaghi: per ciò solamente s’era risolto a lasciare non
senza rimpianti la città e a ritirarsi in campagna. Anzi, nel prendere
a fitto una metà del palazzo di Cerro, l’Imberido s’era particolarmente
informato di coloro che avrebbero abitato l’altra metà, e aveva saputo
che la famiglia dell’ingegnere vi sarebbe venuta molto tardi, amando
di passare i mesi caldi dell’anno su l’alta montagna, in Engadina o nel
Tirolo. «Verremo probabilmente in principio di settembre, tutt’al più,
se la stagione non sarà buona, alla fine d’agosto,» gli aveva detto
l’ingegnere medesimo nell’accomiatarlo. Or come mai, proprio quest’anno
per la prima volta, egli anticipava così il suo arrivo a Cerro?
Aurelio, ch’era rimasto per alcuni momenti assorto e pensieroso, si
rivolse d’un tratto a donna Marta, con gli occhi accesi da un primo
lampo di curiosità:
— Sono qui soltanto per pochi giorni, non è vero?
— Chè, ti pare? — ella rispose. — Avrebber portata tanta roba per pochi
giorni? Io credo che si fermeranno tutta la stagione.
— Ma no.... Se l’ingegnere, quando lo vidi l’ultima volta a Milano,
m’assicurò che non sarebber venuti fino a settembre....
— Si vede che han cambiato di parere, — concluse donna Marta con
sicurezza; — ed io certo non me ne lamento. Tutt’altro! In questo paese
maledetto, dove m’hai relegata, morivo di tedio e di tristezza: sempre
sola, sempre sola, sempre sola.... Essi mi terranno almeno un po’ di
compagnia. Son persone assai per bene, e, a quanto pare, simpatiche,
espansive, allegre....
Ella seguitò così per molto tempo a parlare dei nuovi arrivati, con
quella sua loquela colorita e asmatica, che incatenava l’attenzione e
insieme faceva pena. — Questa famiglia Boris, a quanto ella asseriva,
si componeva in tutto di tre persone: l’ingegnere, sua moglie — una
bella donna ancora, bruna, elegante sebbene un po’ pingue —, e la loro
figliuola di vent’anni o poco più, bruna anch’essa come la madre e
singolarmente graziosa: alla descrizione minuta, che donna Marta faceva
di lei, una imperfettibile figurina da oleografia. Il suo nome era
Flavia, ella l’aveva sentita chiamare ripetutamente da’ suoi parenti.
Insieme con loro i Boris avevano anche condotta un’altra giovinetta, —
una nipote, un’amica di Flavia o, forse, un’istitutrice? — della quale
la vecchia non aveva notato che il color dei capelli, e diceva ch’era
bionda, d’una biondezza pallida, cinerea, quasi bianca.
— Quando l’ingegnere se ne sarà andato, poiché certo la sua professione
lo richiamerà presto in città, rimarranno le signore; e con queste,
grazie a Dio, si potrà scambiare qualche parola, passare un po’
di tempo piacevolmente. Tu mi hai trascinata per un capriccio in
quest’eremo, e poi non ti sei più ricordato di me, come proprio non
esistessi. Ti sei segregato nella tua stanza, il cui accesso mi fu
_perfino_ vietato, e chi t’à visto, t’à visto!.... Sai? Se i Boris
non arrivavano, io pensava già di ritornarmene a Milano, e al più
presto!.... anche sola. Da vero non c’è una ragione perchè io vecchia
e malata m’abbia sempre a sacrificare per te che sei giovine e stai
bene. Ho poco da vivere, caro mio; e, quel poco, non lo voglio sciupare
stupidamente in tanta malinconia e tanta noja, per farti piacere.....
La voce di donna Marta a poco a poco ritornava irosa: l’astio
inguaribile contro il nipote, astio che aveva le radici in un profondo
attaccamento affettivo, spuntava di nuovo nelle sue parole. Tutte le
accuse accumulate su di lui rompevan di nuovo dal suo cuore, esacerbato
dalla malattia e dalle acute esigenze senili alle quali Aurelio non
sapeva spesso corrispondere. «Oh, ella lo capiva bene! Quell’arrivo
inaspettato non gli andava a genio: egli avrebbe preferito di lasciarla
morir di tedio in un deserto piuttosto che sopportare un piccolo,
problematico disturbo! Sicuro; egli non si smentiva mai, mai: era
sempre quello stesso egoista che non si curava di nulla e di nessuno,
tanto meno poi di lei, povera vecchia inferma! Ma dove aveva dunque il
cuore? dove l’aveva?»
Il giovine taceva, e il suo ostinato mutismo stuzzicava la collera
dell’avola. Ella infatti seguitava, affannosamente, alzando viepiù
la voce, rimescolando nel passato le colpe e le mancanze e le
trascuratezze del nipote. E incominciava già a intenerirsi su la
propria sorte sventurata, a spargere anche qualche lacrima per amaro
conforto delle sue diuturne sofferenze.
Aurelio intanto, con gli occhi bassi su la mensa, senz’ascoltare
quel fiotto intempestivo di rimproveri, meditava in preda a un sordo
turbamento su le conseguenze possibili d’una siffatta vicinanza. —
C’eran dunque due giovini donne tra i nuovi arrivati al palazzo? Le
avrebbe egli conosciute? Avrebbe forse dovuto vederle ogni giorno per
casa, conversare con loro, accompagnarle nelle passeggiate, sacrificare
in somma una certa parte del suo tempo prezioso per non incorrere nella
taccia di scortese e d’incivile? Tutto ciò lo sgomentava, quasi come
l’aspettazione d’una probabile avversità. E non era tanto l’idea (già
per lui così grave) del tempo disperso, d’un ozio obbligatorio, che più
l’angustiava: era anzi quella d’un’assidua domestichezza con la Donna,
con questo essere inferiore e ammaliante ch’egli non conosceva per
pratica ma aveva teoricamente giudicato come il più terribile nemico
della personalità, il dèmone simbolico della Specie che distrugge
l’individuo.
Fin da giovinetto egli aveva appreso a valutare la fatale potenza
della Sirena: la prima apparizion femminea su la soglia della sua anima
era stata causa d’una commozione così profondamente paurosa, ch’egli
n’aveva avuto mòzzo il respiro e il cuore squassato. D’allora in poi
l’istinto animale di fuggire, di nascondersi, di sottrarsi con un
mezzo vile a un fascino misterioso, l’aveva sempre tenuto e dominato,
ogni qual volta gli fosse occorso di trovarsi al cospetto d’una donna
giovine e piacente. Questa selvatica timidità — forse l’effetto d’un
temperamento eccessivo, forse piuttosto la resultante di due correnti
psichiche in opposizione — rappresentava certamente un lato debole,
il più debole del suo carattere; ma egli si compiaceva, in vece,
d’interpretarla come una forza, anzi come una virtù. Con uno di quegli
artificii maliziosi, che l’uomo usa a sua intima giustificazione,
Aurelio Imberido si giudicava migliore e superiore degli altri, perchè
(fuggendo la donna) egli sapeva vivere senza di lei e poteva evitare i
guai e gli errori di cui son prodighe le relazioni amorose.
Facile inganno, poichè realmente non aveva ancor messo alla prova del
fuoco la sua presunta virtù. Ora l’occasione di saggiarla era venuta,
ed egli, ostinato nella sua arte d’illudersi, preparava già un piano
per iscansare abilmente questa occasione. Egli pensava: «Io non mi
farò vedere nelle ore pericolose! rimarrò chiuso ermeticamente nella
mia camera; se sarò costretto a conoscerle, farò loro intendere dal
principio che non si può assolutamente contare su la mia compagnia,
perchè io sono molto occupato e non debbo essere distratto.» Anche,
pensava: «In fine la mia bella libertà vale un lievissimo sacrificio
d’amor proprio: mi chiamino orso, mi credano scortese e incivile. Che
mi fa della loro opinione? dell’opinione di due femmine!»
— Tu non mi dài ascolto, Aurelio; — proruppe d’un tratto donna Marta;
— tu non ti degni più di sentire nè anche quello che dico!.... Ebbene
bada, Aurelio: la mia pazienza ha un limite! Se un’altra volta, appena
suonata la campana, non discendi sùbito, io faccio immediatamente i
miei bauli, e me ne torno sola a Milano!
Queste parole furon proferite a voce alta e squillante, con tragica
solennità, nel silenzio della gran sala piena d’ombre e di mistero.
Strappato per forza alle sue meditazioni, il giovine dovette ascoltarle
tutte quante con attenzione, e su l’inizio anche con una certa inquieta
curiosità. Come però intese il senso della minaccia, un lieve sorriso
involontariamente gli increspò le labbra: quell’inaspettata ripresa
finale del primo argomento di rimprovero parve a lui una specie di
ritornello con cui l’avola volesse chiudere esteticamente la sua irosa
canzone.
Il pranzo era terminato. Aurelio si levò in piedi, e disse con voce
assai carezzevole:
— Via, mamma, un po’ di calma! Tu ti riscaldi senza motivo: lo sai che
ti fa male!
Quindi, tranquillamente, uscì dalla stanza.
Gli parve, rivarcando la soglia, d’udire dietro di sè uno scoppio di
singulti. Rimase un po’ incerto, titubante se dovesse ritornare presso
la nonna, o se in vece fosse meglio lasciarla sola ad acquetarsi.
Preferì quest’ultimo consiglio. A passi rapidi attraversò l’anticamera
buja e il cortile, i cui portici nella semioscurità sembravano avere
una profondità singolare; e uscì dal palazzo sul rialto erboso, dove si
lasciò cader di peso sopra uno dei sedili di granito ch’erano ai canti
della porta incastrati nel muro.
La spiaggia, d’avanti a lui, era quasi deserta: soltanto l’ombra nera
di qualche pescatore spiccava laggiù presso le barche, di tra i fusti
dei salici, sul lucido riflesso dell’acqua. Non una voce, non un
passo, non uno strepito turbavano il vasto silenzio crepuscolare, che
il fioco anelito dell’onda morta scandeva regolarmente con un ritmo
lento e strascicato. Un lezzo fatuo di pesci e d’alghe fracide saliva
a intervalli dal lago, come una respirazione nauseosa, corrompendo
il profumo delle erbe aromatiche ancor calde di sole e il buon odor
cereale della paglia raccolta a fasci d’oro su l’aja comune.
Nel vespero sereno un estremo chiarore profilava tuttora nettamente
le cime dei monti: prima la linea continua e dolcemente ascensionale
del Motterone, poi il gran dorso gibboso dell’Eyenhorn, poi i picchi
arcigni delle Alpi bianche per neve, poi il pizzo di Proman e la brusca
elevazion dentata della Zeda che declinava novamente verso settentrione
fino a nascondersi dietro il ceppo brunastro delle casupole di Cerro.
Su tutto il paesaggio, sul cielo, su la terra, sul lago si distendeva
uno strato di vapore violaceo, come un fitto velo che ne modificasse
e offuscasse le tinte e i rilievi. A traverso quel velo, la riviera
opposta appariva quasi piana, senza promontorii e senza insenature:
la costa di Stresa, la curva del golfo, le isole Borromee, la punta
di Pallanza sembravan tutte su una linea sola, ininterrotta, ch’era
quella chiara dell’acqua, battuta dall’ultima luce occidentale.
Solamente l’acuta gola di Mergozzo, aperta incontro a Cerro, si vedeva
inabissarsi verso le lontananze dell’orizzonte: e il suo aspetto era
nebuloso, fantastico, sinistro, così sommersa nel vapor violaceo tanto
più denso quanto lo spazio cresceva.
Aurelio, il corpo rilassato su la rigida pietra, la testa appoggiata
per inerzia alla muraglia, fu preso da uno strano senso di stanchezza
e di malinconia al cospetto del paesaggio cupo e grandioso. Avveniva
dentro di lui una di quelle rarissime crisi d’abbattimento, che tal
volta piegavano e vincevano la sua forte fibra di lottatore. Durante
siffatte crisi il suo spirito, che le consuete astrazioni avevan
momentaneamente abbandonato, si smarriva in lente fantasie, cui le
sensazioni delle cose esteriori imponevan come una triste tonalità
minore. Alcuni pensieri insoliti in lui, alcune sepolte aspirazioni
della prima adolescenza, alcuni lontani ricordi del padre morto o
dell’avola vigilante con materna sollecitudine su la sua fragilità
infantile, passavano lievemente in quelle fantasie, a similitudine
di spettri esili e confusi, volanti verso una porta misteriosa.
Senza potersene rendere una ragione, egli si lasciava vincere e
intenerire dalle memorie. Egli sentiva nel fondo della sua anima
levarsi un grido spasimoso: egli sentiva arrivare dalle intime energie
dell’essere un impulso irresistibile verso qualche cosa oscura ma
supremamente necessaria alla sua vita. Ogni suo più ardente desiderio,
ogni sogno, ogni ideale pareva s’avviluppasse nel lugubre sudario
dell’indifferenza: la gloria era vana, l’umanità era trista, l’avvenire
incommutabile o non meritevole d’esser commutato. Uno scontento immane
del mondo e di sè stesso, un tragico bisogno di riposo finivano per
impadronirsi di tutte le sue facoltà; ed egli rimaneva come soffocato
nella stretta di tanta desolazione, deplorando le sue fatiche e le sue
ambizioni, anelando inutilmente a un Bene, ch’era la Morte ma poteva
anche esser l’Amore.
La strana crise sentimentale incominciò questa volta dal ricordo della
scena incresciosa con donna Marta e di quello scoppio di singulti che
gli era parso d’udire varcando la soglia della stanza. Da parecchi
giorni egli sopportava senz’alcun commovimento dell’animo le periodiche
esplosioni di mal umore che l’avola sfogava a preferenza contro di lui:
— un po’ per freddezza, un po’ per abitudine, un po’ per la convinzione
ch’esse fossero conseguenza irrimediabile e inevitabile della lenta
degenerazione ond’era esasperata l’indole di lei. Appena lo sfogo era
esausto o appena egli riusciva con un qualunque mezzo a sottrarsene,
Aurelio dimenticava sùbito le parole amare e non c’era caso che
ritornasse sopra queste con la memoria. Quella sera in vece, come
si trovò solo sul rialto del palazzo d’innanzi al lago silenzioso, i
ricordi del pranzo non tardarono a risorgere nel suo pensiero, più vivi
ed eloquenti degli stessi fatti reali.
Allora un’onda impetuosa di tenerezza, di pietà, di simpatia gli gonfiò
il petto, improvvisamente. L’imagine della nonna, della sua seconda
madre, ischeletrita dal morbo, disfatta dalla vecchiaja, dilaniata
da continue angosce, gli si presentò d’avanti agli occhi dell’anima,
come un’allucinazione. — Le stimate del dolore erano omai impresse
indelebilmente sul povero viso, ch’egli aveva veduto tante volte
curvarsi su di lui, con tanta bontà, con sì amoroso struggimento, nei
dì lontani! Certo: ella soffriva veramente durante quegli scoppii di
collera ingiusta contro di lui; ed egli poteva rimanere impassibile e
quasi irridere alle sue sofferenze! La nonna, la sua seconda madre si
logorava di giorno in giorno, consumava in futili querimonie l’estreme
energie, andava piegando a poco a poco verso la fossa; ed egli non
sapeva trovar nulla in sè per renderle meno triste l’agonia, per
infondere un’ultima gioja in quell’anima moribonda!
La sua coscienza morale era profondamente rimorsa da queste idee;
il cuore era lacerato a sangue dalla tetra previsione. Aurelio si
sentiva legato all’avola da un vincolo indissolubile d’affetto; alla
morte di lei si vedeva già solo e perduto nel mondo, come un viandante
affaticato in una steppa senza confine. Un bisogno intenso d’appoggio,
di compagnia, di convivenza familiare palpitava dentro di lui. Gli
passavan nello spirito, in forma di sentimento vago, alcune afflizioni
del tempo trascorso, che parevagli dovessero rinnovarsi ingigantite
nell’avvenire. L’imagine della nonna sorgeva da tutte quelle memorie,
come un simbolo consolatore. La stessa imagine ondeggiava su quelle
aspettazioni, come un vacuo fantasma cui avrebbe inutilmente invocato
nelle ore dolorose.
Egli si domandò costernato: «A che combattere? In che sperare? Perchè
ostinarmi a vivere, quando ugualmente dovrò morire?»
Così la crise d’abbattimento incominciò; così lo scontento immane di
sè stesso e del mondo, il tragico bisogno di riposo s’impadronirono di
tutte le sue facoltà. La testa del giovine piegò lentamente sotto il
peso dei tristi pensieri involontarii; gli sguardi caddero al suolo,
e vi rimasero lungamente fissi, vitrei, acuiti, come penetrandone i
misteri.
In tanto su la spiaggia, d’avanti al rialto del palazzo, passarono,
di ritorno dai pascoli, le vacche cornute e corpulente, a una a una,
in lunga schiera, barcollando, gittando a tratti nell’aria i tremuli
e sordi muggiti; passarono le pallide pecore, strette e confuse in
gruppo, mute, quasi invisibili sul fondo grigio della terra; passarono
ultimi, salendo dal greto, i pescatori tardivi, recando su le spalle
le pertiche prolisse, le fiocine dentate, gli staggi dalle reti ancora
sgrondanti. Tutti, animali e uomini, scomparvero successivamente dalla
parte del villaggio, dove li chiamava al riposo lo squillo lento e
monotono dell’Ave Maria; e il vasto spiazzo fino al lago rimase affatto
deserto, inanimato, come assopito nell’ombra, in aspettazione della
notte imminente.
Su l’opposta riviera apparvero man mano le luci: Intra, la prima,
scintillò per vivaci fiammelle, disposte a intervalli regolari lungo
la costa; un gran faro d’oro s’accese su la punta di Pallanza e
rischiarò d’un riflesso ondulato l’acqua cupa; altri lumi dispersi
tremolarono qua e là, a Stresa, a Baveno, su i fianchi selvosi del
Motterone, laggiù, lontanamente, nei malinconici abituri di Feriolo.
In alto, quasi presso la vetta della Zeda, ben profilata ancora sul
cielo verdognolo, un enorme fuoco divampò d’un tratto, s’allargò come
un incendio di foresta; poi rapidamente declinò, si ridusse a un punto
rossastro nell’oscurità, si spense.
Quando gli ultimi tocchi dell’Ave Maria caddero inerti e flosci nel
silenzio crepuscolare, Aurelio, sorpreso dall’apparizione di quei
lumi annunziatori della notte, volle scuotersi dal suo accasciamento e
uscire da quella specie di sogno tormentoso. La crise era sul finire;
uno sforzo mediocre di volontà bastava a dissiparne i molesti residui.
Egli d’un balzo s’alzò in piedi, e rientrò nel palazzo. Attraversò il
cortile vuoto e bujo a testa alta, con quel piglio ardito e imperioso,
che talvolta la vision della folla gli suggeriva; si mise su per la
scala ottenebrata; percorse a passi rapidi il breve tratto di loggia
fino alla porta delle sue stanze; ne schiuse i battenti quasi con
violenza; entrò.
Dal balcone spalancato penetrava l’estremo pallore del giorno morto; in
quel pallore i mobili non avevan più tinte, spiccavan neri e angolosi,
simili a ombre più che a oggetti reali. La brezza, che saliva dalla
prossima valle, faceva stormire dolcemente la pineta nel giardino,
agitava gli apici d’alcune fronde di glicina arrampicate lungo la
ringhiera, irrompeva fin nella stanza, suscitando deboli fruscii nelle
carte sparse su la tavola centrale. Di quando in quando al soffio
alterno le tende paonazze si gonfiavano con un largo moto d’espansione,
come un respiro profondo.
Trovandosi nel luogo prediletto, Aurelio riacquistò totalmente la
serenità e la sicurezza consuete dello spirito. S’arrestò, estasiato
dal subitaneo benessere che tutto lo invase, in mezzo alla stanza.
Era ben quello il rifugio sacro agli studii, il tempio delle superbe
ambizioni e delle speranze immortali. Da quell’umil rifugio egli,
come un’aquila destinata ai trionfi, avrebbe preso il gran volo per
il mondo popoloso, alle battaglie del progresso umano, alla conquista
della gloria. Che cosa omai avrebbe potuto arrestarlo? Quale forza
terrena sarebbe riuscita a opporsi all’impeto del suo ingegno e della
sua volontà? Egli si sentiva giovine, sano, energico, incorrotto
anzi incorruttibile dalle avversità e dalle passioni: egli si sentiva
veramente un Eletto fra i suoi simili.
Allargò le braccia vittoriosamente, le stese ritte sopra il capo
orgoglioso, agitò le mani nell’aria, sorridendo trasfigurato dalla
gioja al suo destino, ch’era scritto in alto, molto in alto nei misteri
azzurri del cielo. «Chi, chi può dunque mutare il destino?» egli disse
a voce spiegata, in atto di sfida.
Un acuto scroscio di risa, d’una insolente gajezza, si levò in quel
punto dal parco silenzioso. Alle risa successe una pausa, un susurro di
voci femminili a pena sensibile; poi le risa ricominciaron da capo, più
forti, più gioconde, irrefrenabili. Aurelio, che aveva già dimenticato
l’arrivo dei vicini annunziatogli dall’avola durante il pranzo, fu
sorpreso da quell’insolito strepito nella calma imperturbata della
campagna. Spinto dalla curiosità, e un poco dal dispetto che quel riso
importuno aveva mosso in lui, s’affacciò al balcone per osservare chi
dunque osava disturbarlo nel suo rifugio.
Sopra una delle scalee marmoree, che adducevano al secondo spianato
pensile del giardino e alla pineta, stavan ritte, appoggiandosi con
una squisita grazia signorile alla balaustrata, due giovini donne
assai eleganti nel chiaro costume estivo. Le loro persone uscivan
tutte intere, ben definite dal candore del marmo: entrambe, alte
ugualmente, apparivano snelle, di forme molto leggiadre, con gli omeri
un po’ sostenuti e la cintola strettissima sopra i fianchi leggermente
arcuati. Una, roseo vestita, era bruna di capelli, e gli si presentava
di fronte, con gli occhi e i denti illuminati dal riso; l’altra in un
attillato abito celeste, volgendogli le spalle, mostrava una splendida
capigliatura bionda, raccolta in un denso intreccio su l’occipite. E
nulla superava la grazia di quel gruppo fiorente di giovinezza, sul
bianco della scalea, nella luce favolosa del crepuscolo.
Aurelio, in vederle, le riconobbe. Rammentò le descrizioni dell’avola;
rammentò ancora i molesti pensieri e i disegni di prudenza che l’arrivo
imprevisto di quelle fanciulle aveva in lui suscitati. Volle sùbito
ritrarsi, ma una strana compiacenza gli impedì di muoversi: i suoi
sguardi rimasero fermi come incantati dall’estetica apparizione.
Mentr’egli così la contemplava, un turbamento pànico e pur dolce si
veniva man mano impossessando del suo spirito assorto e maravigliato;
assomigliava questo turbamento alla leggera ebrietà che dà il dolce
vino spumante, mettendo tra i sensi e le cose una specie di velo
sentimentale, malinconico o giocondo, continuamente trepido. Al
giovine pareva di sognare. Passavano in fatti dentro di lui, come in
un sogno, impetuosamente, confusamente ricordi di scene o di letture
lontane, nebbiose imagini romantiche, fremiti fuggevoli di desiderio,
di curiosità o di speranza. Tutto ciò nasceva e si svolgeva per una
forza spontanea di fantasia, senza ch’egli potesse averne coscienza; e
le fibre della sua anima tremavan tutte, come fascio di corde sottili
strappate insieme da un plettro.
D’un tratto un nuovo scoppio fragoroso di risa salì dal parco. La
fanciulla bruna con un movimento repentino si volse, si diede a correre
all’impazzata su per la scalea, e, giunta al sommo, s’internò agile e
veloce nella pineta. Un roseo tremolìo illuminò per un attimo l’ombra
nera del bosco.
— Flavia! Flavia! — l’altra chiamò nel silenzio, ferma al suo posto,
attonita di quella fuga improvvisa.
Nessuno rispose. Solamente un’eco lontana ripetè il nome, come un
gemito indistinto.
Allora anche la bionda si mosse, ascese rapida i gradini marmorei, e
scomparve in corsa tra i pini, dietro la compagna.
Il giardino apparve deserto, muto, misterioso, con le sue piante
cupe e i bianchi fantasmi delle statue mutilate, ritte su gli stalli
invisibili.
— Flavia! Flavia! — s’udì ancora chiamar da lungi, per l’ultima volta.
Aurelio, che aveva seguíto avido con gli occhi le due fanciulle fino
al limite del bosco, quando più non le vide, fu preso da un desiderio
cieco e selvaggio di scendere al basso precipitosamente, d’inseguirle,
di raggiungerle come prede nel folto, dove già la notte doveva esser
profonda.
II.
L’INCONTRO.
— Signorino, un telegramma! — gridò Camilla con la vocina esile e
acuta, entrando impetuosamente nella camera.
Aurelio che, stanco dal lavoro protratto a tarda notte, s’era
riaddormentato dopo aver sorbito alle sei del mattino la solita tazza
di caffè, si levò di scatto a sedere sul letto, fissando gli occhi
spalancati in viso alla fantesca.
— Un telegramma?... Per me?! — egli domandò, stupito.
— Sì, per lei, — rispose Camilla; e, avvicinatasi a lui, gli stese
la busta gialla, sottolineando l’atto con un fatuo sorriso, un poco
ironico.
Poi, sùbito, soggiunse:
— Favorisca di firmare la ricevuta. Il fattorino è giù che aspetta.
— Non posso già scrivere con le mani, — egli borbottò nervosamente.
A passi brevi, dimenando leggermente l’anca, ella attraversò la
camera, prese dal tavolino una penna, che intinse più volte, con lenta
diligenza nel calamajo; ritornò poi senza scomporsi presso il letto, e
la porse ad Aurelio con un gesto assai leggiadro.
Egli, ansioso di leggere, cominciava a indispettirsi per l’indugio.
— Che ore sono? — chiese con la voce aspra.
— Le otto, signorino. Anzi, le otto e mezza.
— Va bene. Prendi, — concluse Aurelio, dopo aver firmato; e le porse la
ricevuta, congedandola con un brusco accenno del capo.
Quando la fantesca fu uscita, il giovine rimase ancora un poco con
la busta chiusa tra le mani. Chi aveva dunque bisogno di lui? Egli
viveva solo, staccato da ogni consorzio grande o piccino, senz’alcuna
comunanza di negozio e senza stretti vincoli di parentela o d’amicizia.
Quale notizia importante poteva giungere fino al suo sconosciuto
ritiro, e con un mezzo così imperioso?
Non potendo trovare una risposta plausibile, si risolse ad aprire il
foglio e leggere lo scritto misterioso. Un sorriso gli passò negli
occhi alle prime parole; con un subitaneo movimento di contrarietà, e
d’impazienza, egli gittò il telegramma a pie’ del letto, e s’attaccò
con tutta la sua forza al cordone del campanello.
— Vengo, signorino! Vengo sùbito, — s’udì gridare Camilla da lontano,
acutamente, mentre lo squillo furioso durava ancora.
Come però tardava a comparire, Aurelio dovette suonare una seconda
volta, anche più forte e più a lungo, per sollecitarla. Finalmente ella
entrò nella camera, tutta accesa in viso come avesse fatto una corsa a
perdifiato, le ciocche della fronte scomposte e riversate all’indietro,
il respiro frequente e affannoso.
— Che vuole? Che comanda?.... Mio Dio, signorino, un po’ di pazienza!
stavo arricciando i capelli alla signora.... Non potevo tralasciare
d’un tratto; ella sa come la signora s’inquieta per un nonnulla!...
Eccomi. Che vuole?
Disse queste frasi interrottamente, anelando, accomodandosi con le mani
le ciocche volanti, senza lasciargli il tempo di sfogare il suo mal
umore per l’involontario ritardo.
— Via, spìcciati! Avverti prima la mamma che oggi avremo un ospite con
noi. Poi corri immediatamente a chiamare Ferdinando perchè m’accompagni
in lancia a Laveno. Dobbiamo essere alla stazione per le nove e mezza.
Non c’è tempo da perdere. Hai capito?
— Perfettamente, — rimbeccò la giovinetta, tutta ilare d’essere
sfuggita a un rabbuffo che s’aspettava. E con insolita lestezza si
diresse alla camera di donna Marta, ch’era all’altro capo del portico.