raro fenomeno di elettrizzarsi costantemente _in più_, il mastice di
quel mio grande Elettroforo. Io sono ben persuaso che voi non sarete
riuscito ad osservare il medesimo in qualunque maniera vi ci siate
preso. L'essere l'apparato grande, o piccolo punto non rileva; nè
io ho voluto insinuare che la grandezza mettesse quella differenza:
indicai solo che il mastice il quale mi presentava tale singolarità
era quello dell'apparato grande, sebbene ne fosse la composizione
simile agli altri mastici che adoperava. Era difatto così la cosa
riguardo agl'ingredienti, e manipolazione, ma io non poneva mente a un
accidente sopravvenuto durante la cottura del mastice, che ha dovuto
alterarlo: l'accidente fu che vi si appiccò la fiamma, e ne venne in
molta parte consumato: il residuo contrasse dell'abbruciato, o del
carbone di maniera che lascia sempre tinta la mano, o la carta quando
si stropiccia, e facilissimamente si sfregola. Dunque ho concluso
che da questa alterazione dipenda l'indole mutata nel mastice di
elettrizzarsi, cioè _positivamente_. Portando poi più addentro la
considerazione, ho preso a sospettare che codesta mutazione d'indole
derivi dal deterioramento della virtù di elettricità originaria, o
almen vi vada di paro: osservando che infatti cotesto mastice mezzo
bruciato aveva pochissima virtù di elettrizzarsi per istropicciamento:
laddove l'altro che costantemente contraeva per la via medesima
elettricità _in meno_, e fino stropicciato con lamine metalliche,
godeva di un'elettricità generosa. L'induzione per me felicemente si
estendeva ad altri corpi, i quali non meno che la resina affettano
l'elettricità difettiva, e sono i legni abbrustoliti. In questi
aveva osservato già, e scritto nel 3 Cap. della mia dissertazione
latina 1771, che i legni abbrustoliti di fresco, e a dovere, danno
a qualsivoglia corpo anche metallico con cui si strofinano, finchè
dura in quelli la massima virtù; ma che a misura che questa decade,
degradano anche dall'indole sua, e ricevono prima da alcuni metalli
solamente, poi da più, poi da tutti, e fin talvolta dal panno nero ec.
Or nella resina mi si spiega più largo il campo di questo passaggio.
Occupa un estremo il mastice, che ho veramente ottimo, il quale con
leggierissimo, e breve stropicciamento conseguisce una elettricità
affatto generosa; tien l'altro estremo quel mastice mezzo bruciato, dal
quale, sebbene stropicciato per una sì vasta estensione, qual è quella
di due piedi nell'apparato grande, appena ottengo una scintilluzza
(dico semplicemente stropicciato ch'eccita nello scudo una debolissima
scintilla, perchè poi infondendovi maggior forza d'elettricità con
altra macchina, o colla caraffa acquista non meno che il mastice
migliore; tutti i gradi di forza). Di mezzo a questi tengo altri
mastici, i quali convenientemente si elettrizzano per istropicciamento.
Parallelamente dunque a questa originaria virtù il primo affetta sì
fortemente l'elettricità _in meno_, che non consente di elettrizzarsi
_in più_ nemmeno dalla carta dorata, od altre foglie metalliche:
solamente coll'amalgama di mercurio ve lo costringo. Il secondo, o per
dir meglio l'ultimo in ordine alla virtù, è passato a mutar affatto
indole, e non che elettrizzarsi _in più_ per l'affritto di corpi
metallici, lo stesso fa con qualsivoglia corpo. I mezzani finalmente
_danno_ alla mano, carta nuda, panno, cuojo ec., e _ricevono_ dalla
carta dorata, foglie di stagno ec. L'induzione dunque, e l'analisi
vengono in conferma di quel mio sospetto circa il decadimento della
virtù, cagione del rovesciarsi l'indole nei corpi resinosi.
Ma credete voi che di queste osservazioni possa contentarmi?
L'induzione è ancor troppo poco estesa: d'altra parte io la vorrei
confermata colla sintesi; e voglio dire che niente ho per istabilito
finchè non giunga a comporre a mia posta de' mastici che abbian
l'un'indole, e di que' che abbiano l'altra, col solo mezzo di
differenziarne la qualità, ossia virtù. Dirovvi per ora che mi ci
sono provato, e in qualche parte con esito. Ho preso lo spediente
per deteriorare la qualità del mastice, di meschiarvi del carbone
messo in polvere. Il carbone, come si sa, è un corpo conduttore poco
meno che i metalli: per questo lo scelsi, e dirollo pure, per veder
d'accostarmi all'alterazione che dovette ricevere quel mio mastice,
che fu in preda qualche tempo alle fiamme. Il resultato fu che
una certa dose di carbone meschiata all'altro mio mastice d'ottima
condizione lo deteriorò d'assai, e lo ridusse difatti a _ricevere_
dalle foglie metalliche a cui prima _dava_. Non potei però giammai
ottenere che ricevesse dalla mano, carta nuda, panno ec., e in somma
che mutasse affatto indole come il mastice mezzo bruciato. Provai
dunque ad appiccarvi la fiamma, e lasciarlo in buona parte consumare;
ma nemmeno con questo mi riuscì. Accrebbi la dose del carbone; ma
allora non si elettrizzò più nè per _eccesso_, nè per difetto. I
tentativi fatti adunque non finiscono di appagarmi: non depongono però
contro la concepita idea. Anzi mi resta ancor luogo a credere che il
mastice alterato a segno di non vestir più sensibile elettricità per
lo stropicciamento, abbia di poco oltrepassato il segno che cercava:
può anche non averlo oltrepassato, ed essersi elettrizzato realmente
_in più_, ma così debolmente che non ne abbia avuti segni sensibili: i
quali segni sono forse sensibili soltanto nel grande apparato per esser
tanta la superficie stropicciata.
LETTERA
_Al Sig. GIUSEPPE KLINKOSCH._
_R. Consigliere, Pubblico e Primario Professore di Anatomia
nell'Università di Praga, e Membro della Reale Società delle Scienze di
Gottinga._
Maggio 1776.
Ho ricevuto alcune settimane sono sotto coperta a me diretta, e marcata
dell'officio di Praga uno scritto tedesco, che tratta in parte del
mio _Elettroforo perpetuo_. Siccome ho fermo nell'opinione, essere
l'autor medesimo, che abbia voluto obbligarmi coll'inviare a me questa
operetta; così mi credo permesso di trasmettergli io pure alcuni
fogli italiani da me pubblicati l'anno scorso in un'Opera periodica
concernenti il medesimo Elettroforo. Non senza difficoltà ho io potuto
intendere, Signore, cotesto vostro tedesco, attesa la poca cognizione,
che ho di cotal lingua; di che mi duole pur assai. Se voi trovaste
mai la medesima difficoltà rispetto al mio italiano, starebbero tra
di noi le cose pari. Se non che io voglio pur procurare di rendermi,
o più scusabile, o ben anche più benemerito di voi, accompagnando i
fogli impressi con alcuna cosa scritta di mia mano, e alla meglio che
mi verrà fatto in una lingua, che non è la vostra nè la mia, ma che
saravvi senza dubbio più famigliare che l'italiana[37].
Non mi sorprende punto, Signore, che voi stimiate dover diffalcar
molto da quel merito, e vanto dell'_Elettroforo_, che il volgo de'
Fisici, siccome voi dite, troppo precipitosamente gli ha accordato.
L'ammirazione, che molti ne presero ha oltrepassato, e quello ch'io
poteva a buon dritto pretendere, e ciò che avrei mai potuto sperare.
Si è tenuto in conto di una scoperta mia propria quello, ch'io fui ben
lontano dall'attribuirmi, val a dire un nuovo genere di Elettricità,
ossia una nuova maniera di eccitarla. Si può vedere per altro, ch'io
faceva intendere assai chiaro col primo annunzio che uscì del mio
nuovo apparecchio nella _Scelta d'Opuscoli_ di Milano per il mese
d'Agosto, e più apertamente ancora colla lettera al D. _Priestley_ in
data de' 10 Giugno, pubblicata in appresso nella medesima _Scelta_,
ch'io non avea fatto altro più, che tener dietro, e dar risalto a un
ramo di Elettricità, che già era noto sotto il nome di _Elettricità
Vindice_. Tanto non vien egli indicato dai termini stessi, onde ho
cognominata l'elettricità del mio apparato _Vindice indeficiente_? Ma
poi anche in termini più formali mi esprimeva nella succennata lettera
a _Priestley_: basta vederne il secondo paragrafo, ove, dopo avergli
detto, che i fatti ch'io era per riferire appartengono all'_Elettricità
Vindice_; e che egli da ciò immaginerebbe tosto, che si tratta
d'una _lastra isolante vestita_, e _snudata a vicenda della sua
armatura_, vengo a spiegare in qual maniera sono riuscito coll'ajuto
d'un'_armatura_ più conveniente, e col surrogare alle consuete lastre
di cristallo altre di resinosa materia a rendere cotesta elettricità di
una forza stupenda, e di una durevolezza ancor più maravigliosa.
Ma non solamente ho io fatta menzione dell'_Elettricità Vindice_
nel modo che si è veduto: ho parlato eziandio della teoria di essa,
e fatto caso delle sue leggi come di già stabilite. Ho detto in un
luogo: _siccome richiede la teoria dell'Elettricità Vindice_: sul
fine poi della lettera mi trattengo a parlare d'una contrarietà di
sentimenti tra me, e il Padre _Beccaria_ sul conto dell'elettricità
dell'_armatura_ in virtù della _scarica_, e per l'atto dello
_snudamento_; e mi argomento di comprovare con nuovi fatti quella
mia opinione avanzata già in una lettera latina al medesimo Padre
_Beccaria_ impressa fin dall'anno 1769, nella quale molto mi occupava a
sviluppare cotesto principio dell'_Elettricità Vindice_.
Egli è dunque fuor d'ogni dubbio e contrasto, ch'io era ben lungi
dal pretendere alla scoperta della sovente menzionata _Elettricità
Vindice_, od a quelle sue leggi già conosciute, e stabilite; comechè io
volgessi in mente già da gran tempo, ed or più di proposito mi studj
di riformarne alcuna, anzi pure un de' precipui capi della teoria.
Che se poi alcuni, come voi dite, mi hanno gratuitamente attribuito
un merito, e una lode, che per nulla ragione mi si devono, e contro
cui io protesto, a chi dovrassene far carico? a me non già. D'uopo
è però convenire, che molte persone dovettero formare appunto quel
giudizio, che ne formarono, attesochè le sperienze dell'_Elettricità
Vindice_ lungi ben erano dall'essere famigliari: infatti il numero
di coloro, che aveanle viste non è già grande, e assai più scarso si
troverà di chi le avesse da se stesso eseguite compitamente sopra le
consuete lastre di vetro; non essendo il riuscir di questa maniera
sì agevole, bensì frutto di somma diligenza, e destrezza, concesso
soltanto alla mano de' più esperimentati. Ora tostochè comparve il mio
apparato, i di lui effetti tanto più grandi, e sorprendenti, quanto
facili ad ottenersi, dovettero colpire, e fermar gli occhi di tutti:
il nome imponente di _Elettroforo Perpetuo_ concorse pur anche a far
crescere quella specie di stordimento; infine l'amore del nuovo, e
del maraviglioso indusse a credere, che tutto lo fosse, di sorte che
accoppiando all'invenzione del nome, e dell'apparato quella puranco del
genere di elettricità, venne così indistintamente attribuita ogni cosa
al medesimo autore.
Giusto è bene, che per rivendicare il merito a chi è dovuto, io
venga spogliato di quello che mal mi conviene; ed io con pieno animo
acconsento a questo, e mi fo sollecito ancora di contribuirvi. Guardimi
per tanto il Cielo, ch'io muova lamento contro di voi, Signore, perchè
impreso abbiate di farlo; debbo e voglio anzi sapervene grado: solo
mi credo permesso di porvi sott'occhio che non si son fatte da voi le
parti in tutto giuste, perciocchè attribuito avete al Padre _Beccaria_
ben più di quello, che non gli si compete, ponendo l'_Elettricità
Vindice_ in vista di scoperta tutta sua. Epino dietro il celebre
sperimento de' Gesuiti di Pekino, Symmer con le sue calze di seta,
Cigna con una serie di sperienze analoghe prodigiosamente combinate,
e variate, e in gran parte nuove hanno aperta questa bella carriera,
nella quale entrato il Padre _Beccaria_ vi ha fatto di vero i più gran
progressi, giugnendo a stabilire delle leggi semplici, e luminose.
Parlo di alcune di queste leggi ossia canoni, non già di tutte, e
nullamente delle sue Teorie, cui ho avuto sempre in mira di oppugnare
rispetto ad uno de' precipui capi (ciò che anche mi provai di fare
nella lettera latina menzionata), e cui mi applico presentemente più di
proposito a riformare, come già accennai.
Ritornando ora al mio apparato, mi pare aver lasciato abbastanza
intendere, che io ne riduco tutta la novità, per quanto è della
sua costruzione, alla miglior foggia d'_armatura_, ed allo _strato
resinoso_ sostituito alla lastra di vetro: quanto poi sia degli
effetti, all'_intensità_ costante dei segni elettrici, e vera
_perennità_ di essi: ciò che vale ad esprimere per se solo il
nome di _Elettroforo perpetuo_. Non deggio però dissimulare le
opposizioni, che intorno a ciò sò essermi state fatte; e sono: che
la disposizione propria dei corpi resinosi ben più che del vetro a
ritenere l'elettricità, è stata osservata, e conosciuta gran tempo
prima di me da Grey, Du-fay, Epino ec.: che quest'ultimo inoltre in
compagnia di Wilke ci avea dato l'esempio di un vero _Elettroforo_ con
quel bellissimo esperimento dello zolfo fuso in una coppa di metallo,
ond'egli traeva i segni elettrici sì dal recipiente, come dal corpo di
zolfo, ogni volta che ne li disgiungeva: e ciò anche dopo settimane, e
mesi.
Nulla io ho a ridire riguardo a questa anteriorità di tempo; ciò che
posso assicurare si è, che non son già io partito dalle sperienze di
Wilke o d'Epino (delle quali non era nemmanco informato) per giugnere
alla costruzione del mio apparato; bensì partii da quelle, che si
faceano comunemente per la _Vindice Elettricità_ servendosi di lamine
di vetro: quì veramente io seguiva le sperienze di Beccaria ad oggetto
di confutare, come ho sopra indicato, un fondamento della sua teoria; e
così dietro ai miei principj fui condotto primieramente a dar una forma
più convenevole all'_armatura_, onde ottenere valida, e intiera forza
d'elettricità[38]; e ben tosto a sostituire le resine al vetro acciò mi
si mantenessero più durevoli i segni; richiamandomi allora come io mi
era già assicurato della disposizione singolare, che hanno questi corpi
di conservare tenacemente l'elettricità impressa; e rivolgendo pure in
mente le idee, onde io mi era argomentato di spiegare questa tenacità
medesima in una lettera al Dr. Priestley fino dal Maggio del 1772[39].
Del rimanente pare non si possano metter in confronto i piccoli saggi
di Epino, e di Wilke sopra lo zolfo, e altre resine fuse, col mio
_Elettroforo_ per conto della grandezza degli effetti. E forse che gli
si vorranno paragonare le sperienze di Beccaria colle sue lastre di
cristallo vestite di sottili lamine metalliche? Ognuno, io credo, ha
dovuto riconoscere la superiorità a questo riguardo del mio apparato:
voi, Signore, sì, voi medesimo la riconoscete, e mi fate l'onor di
dire, che gli amatori me ne deggiono saper grado. Grado dunque mi
sapranno (tal'è la mia lusinga) della costruzione d'un apparecchio
così semplice, che tien luogo d'una buona macchina per tutte le
sperienze ordinarie, col quale anzi si possono diversificare di più
maniere, e facilissimamente; apparecchio, che può farsi tanto piccolo
da esser portatile in tasca, oppur grande a qual si voglia segno, onde
averne effetti superiori a quelli di qualunque altra macchina, di cui
l'attività malgrado i tempi, e l'aria men propizia poco, o punto vien
a perdere; che infine (e questo è il massimo suo pregio) può conservar
per sempre l'elettricità, una volta impressavi, cioè a dire senza
che faccia mestieri ricorrere ad un novello stropicciamento, o ad
elettricità straniera.
Ecco dunque ove mette capo tutta la mia pretesa alla novità: egli è
d'aver inventato, o (se questo ancora sembra troppo forte) perfezionato
cotal apparato al segno di riunire tutti gli accennati vantaggi,
e ridotto a grandissimo comodo per tutti. Infatti quanti di questi
apparati veduti non si sono sparsi, e moltiplicati in poco tempo? Tanto
già non succedette cogli apparecchi di Epino, di Cigna, di Beccaria,
che pur qualcuno, invidioso forse della considerazione, e grido, che si
acquistò il mio Elettroforo, non cessa per anco di porgli incontro.
Ho nominato Cigna, perchè se v'ha persona, che si sia portata più
vicina alle sperienze mie sull'_Elettroforo_, e, dirò così, vi abbia
preluso, egli è desso Sig. Cigna. È certo almeno, ch'ei pervenne avanti
di me a caricare la caraffa per mezzo dell'elettricità _vindice_, o
_simmeriana_, com'egli amò appellarla: e ciò ricevendo nel pomo della
caraffa la scintilla di una lamina di piombo tenuta con fili di seta
isolata, allorchè dopo avervi applicato, ed accostato ben davvicino
un nastro fortemente elettrizzato, e dopo aver toccata col dito essa
lamina, ne ritirava bruscamente il nastro, replicando poi tante volte
questo giuoco, quante bastassero scintille ad una tal carica.
Ma non è meno certo, che con un simile apparecchio non si può sperare
di caricare una boccia che debolmente, e ciò anche con molta pena,
ed imbarazzo, laddove nulla v'ha di più facile che il caricarla
convenientemente, e ad ogn'ora coll'_Elettroforo_, e sì anche con uno
da tasca.
Mi cade ora a proposito di domandare, se un tal nome, che conviene
tanto propriamente al mio apparecchio, e che è stato comunemente
addottato, converrebbe di pari a quello di Cigna, o a quel d'Epino, o
alle lastre del P. Beccaria. Accordiamolo loro pure: sicuramente però,
che quest'altro termine di _perpetuo_, il qual compete a tutto rigore
al mio _Elettroforo_, niuno pensa tampoco di appropriarlo a qualsisia
degli altri. Sfido tutti gli elettrizzanti, se alcun d'essi con lastre
di cristallo, o con calze di seta applicate a laminette sottili di
metallo può perpetuare l'elettricità, anzi solo mantenerla, senza
nuovo strofinamento, o senza prenderne altronde in imprestito, a molti
giorni. Vi si giugnerebbe, ne son ben d'accordo, colla coppa, e massa
di zolfo d'Epino, mercè il giuoco di caricar la boccetta, e portarne
indi il fondo a scorrere sulla faccia stessa dello zolfo: al qual
giuoco però nè esso, nè alcun altro ha giammai pensato, avendolo io,
per confessione degli stessi miei oppositori, e ritrovato, ed insegnato
il primo.
Non è già poco per me, che essi faccian caso di questo giuoco della
boccetta, intantochè ne apporta la perpetuità dei segni elettrici:
s'eglino ristringono a ciò tutto il merito della mia scoperta, e i
pregi dell'_Elettroforo_, non me ne chiamerò scontento, quantunque
vi sia apparenza almeno, che io potessi pretendere a qualche cosa di
più. Ella è finalmente questa perennità dei segni, e cotesto giuoco
singolare della boccetta, che ho fatto tanto valere, e su cui ho più di
tutto appoggiato ne' miei primi scritti.
A questo luogo non posso lasciar di manifestare, che non fui già
soddisfatto del conto, che rende dell'_Elettroforo_ la lettera
dell'_Ab. Iacquet_[40], nella quale niente trovo detto di questa
importante operazione della boccetta, sia ad oggetto di rianimare per
se stessa l'elettricità indebolita, ed innalzarla al più alto grado
d'intensità, sia per renderla realmente perpetua. Egli però nulla
verisimilmente veduto avea di quanto erasi da me scritto, e pubblicato,
e non conosceva l'Elettroforo, che sul rumore pervenutogliene, e dietro
alcune poche sperienze di fresco da lui fatte. Non so attribuire
ad altra cagione che questa, da una parte la confidenza, con cui
parla di qualche fenomeno come fosse da lui scoperto, dall'altra il
silenzio tenuto riguardo a tante altre sperienze, di cui io avea dato
il dettaglio. Non vi si parla punto della maniera di animare un con
l'altro una serie di Elettrofori; nè della facilità di cambiare a
talento, ossia rovesciare l'elettricità sullo strato resinoso: niuna
parola della sua mirabile tenacità, che regge non che a dispetto
d'un'aria vaporosa, ma all'insulto dell'alito della bocca; nulla del
mezzo singolare di spegnerla cotesta ostinata elettricità ec. Torno
a dire, non son punto soddisfatto del ragguaglio, che il Sig. _Ab.
Iacquet_ si è accinto a dare del mio Elettroforo, comechè egli ne abbia
molto innalzato il pregio, dichiarandolo _un nuovo apparecchio, che
stordisce i più abili Elettrizzanti_. Riconosco che questa espressione
è alquanto esagerata: e apprendo da voi, Sig., che lo stordimento non
fu, nè è di tutti, conciossiachè abbiate saputo tenervene voi così
in guardia, che preso non ne rimaneste. Avete fatto ancor più: sorto
siete colla vostra lettera stampata a fare svenir cotesto abbagliante
stupore dagli occhi pure dei prevenuti; e io non dubito punto, che
la riputazion grande di cui godete, non abbia prodotto l'effetto
preteso, e forse, chi sa? oltre il giusto. Non intendo quì parlare
della scoperta dell'_Elettricità vindice_: ho abbastanza palesato
sopra ciò i miei sentimenti, cioè, che ben lungi di dolermi con voi
d'alcun torto, ho occasione anzi d'esservi tenuto. Mi lagno soltanto
di ciò, che questo vostro scritto tende di più a diminuire il pregio
dell'_Elettroforo_, preso anche in qualità di semplice apparecchio,
o stromento, giacchè ne lo fa comparire senza il corredo de' suoi più
singolari vantaggi: mi lagno, dico, unicamente dello scritto, non già
di voi, Signore, cui fo la giustizia di credere, che non avete voi
cercato di celare questi vantaggi, ma che non li conoscevate per anco,
giudicato avendo dell'Elettroforo dietro la lettera di Vienna, e un
piccol numero di sperienze.
Or dunque, Signore, io mi prometto da voi un giudizio più favorevole,
quando ricavate abbiate delle notizie più complete da questa parte di
descrizione accompagnata da alcune figure, che vi trasmetto, e dopo
che ripetute avrete da voi medesimo le mie sperienze più capitali.
Sono in vero impaziente d'intendere ciò che sarete per dire di quel
giuoco singolare della boccetta per rianimare l'elettricità languente,
ritorcendola a modo di dire contro se stessa; e della durazione
perpetua dei segni, che per tal mezzo si viene a procurare.
Dopo la descrizione succinta, che voi quì vedete nei fogli stampati, ho
fatto un gran numero di sperienze, le quali somministrano molto lume
per la teoria delle _Atmosfere_, e dell'_Elettricità vindice_, che ho
pubblicate in parte, e in più gran parte riservo per la Memoria, che
ho promesso. Amerei pure farvene parte, se i limiti di una lettera
me lo permettessero: per angusti però che siano vuò farmi luogo a
comunicarvi un'osservazione, che concerne direttamente la costruzione
dell'Elettroforo. Con tutta la buona fede deggio confessar un inganno
da me preso. Ho inculcato in più d'un luogo, che lo strato resinoso
debba essere sottile, in difetto di che non agirebbe di lunga mano così
bene: in vero io riguardava ciò come il più essenziale alla grandezza
degli effetti; m'ingannai. Non mi rincresce la confessione d'un errore,
massime che a rinvenir sul giusto m'insegnarono le sperienze d'un
Principe illuminato, che in mezzo alle cognizioni estese in ogni genere
di utili, e sublimi scienze, e a quella più difficile di governare,
nutre un gusto particolare per le naturali cose e sa trovar de' momenti
da consecrare ai trattenimenti di Fisica, e che non ha poco contribuito
a dar grido, e voga al mio Elettroforo, per mezzo d'uno che ne inviò al
Sig. Ingen-housz. Egli è dunque provato, e costante, che la spessezza
di più linee, e fin d'alcuni pollici nello strato resinoso non toglie
all'Elettroforo di agire vigorosissimamente, come io avea avanzato;
sebbene poi, a dir tutto, una minore spessezza sia preferibile per
altri riguardi e sono: primieramente che uno strato sottile, oltre
l'uso come _Elettroforo_, può servire di un buon _Quadro Magico_, vale
a dire ricevere una grande carica, e dare una violenta esplosione; ciò
che uno strato troppo grosso non giugne mai a fare, com'è noto per i
principj delle _cariche_. Per un medesimo principio lo strato sottile
vi offrirà lo spettacolo della comparsa dei segni elettrici dalla parte
del _piatto_, o lastra inferiore tenendola isolata, pressochè tanto
vivi quanto quelli che dà lo _scudo_ ossia lastra superiore; ma se lo
strato di resina sia assai grosso, il giuoco del _piatto_ verrà meno in
tutto, o in parte della forza. Da ultimo quello che ancor più merita
d'essere considerato si è, che la virtù di ritenere l'elettricità è
minore in uno strato grosso, che in un sottile; in un di questi potrete
trovar elettricità ancor inerente dopo tre o quattro mesi senza averla
mai in tutto quell'intervallo rianimata, come ho io esperimentato,
laddove in quelli non vi si manterrà un mese. Del rimanente per quanto
riguarda le sperienze ordinarie dell'_Elettroforo_, lo strato di resina
grosso può servir a un dipresso egualmente, col vantaggio anzi di non
essere così soggetto a screpolare: le scintille che darà lo _scudo_
sollevato saranno abbastanza forti per mettere in vista l'errore, in
che io son caduto avanzando il contrario, e di cui ho avuto già luogo
a disingannarmi, ed or l'ho di ritrattarmi, e ne godo, come anche godrò
di farlo pubblicamente.
Ho l'onore di essere ec.
SOPRA LA CAPACITÀ
DEI CONDUTTORI ELETTRICI
_e sulla commozione che anche un semplice Conduttore è atto a dare
eguale a quella della boccia di Leyden_
_LETTERA_
AL SIGNOR DE SAUSSURE
DEI CONDUTTORI ELETTRICI[41]
Da molto tempo io mi era proposto di lavorare a un'Opera
sull'Elettricità, in cui avrei ridotto la massima parte de' fenomeni
all'azione, e giuoco delle _atmosfere elettriche_. Molte altre
occupazioni, e ricerche di genere diverso me ne hanno distolto: non
ne ho però deposto il pensiero. Ma perchè io vedo che la cosa potrà
andare in lungo, e Voi già mostraste desiderio, o Signore, che io vi
facessi parte delle mie idee, ed osservazioni, ho pensato intanto di
soddisfarvi in qualche maniera, staccando dal resto questa particella
che può in certo modo stare da se; le altre cose tutte essendo così
legate, che non potrebbero una senza l'altra, e senza l'intiero
complesso, essere, nè spiegate a dovere, nè abbastanza intese.
§. 1. _Della capacità dei Conduttori Elettrici._