Finalmente la costruzione del nostro apparato vi offre il mezzo più

sicuro, e spedito di esplorare queste vicende medesime, ossia la specie

di elettricità in ogni caso. Abbiate un piccolissimo Elettroforo

(può essere non più grande di due pollici), con de' fili appesi

allo scudetto. Una volta sola che impressa ci abbiate l'elettricità

qualunque, ad ogni sollevamento dello scudo si rizzeranno, e

divergeranno i fili, e semprechè nota vi sia la specie d'elettricità

onde rimangono imbevuti, vi dinoteranno coi moti d'_attrazione_, o

di _ripulsione_ verso altro corpo elettrico, la specie di cui questo

gode. Più chiara, e decisiva ne sarà la prova, se due di cotai

piccoli Elettrofori vi abbiano alla mano, un de' quali porti scolpita

l'elettricità per _eccesso_, l'altro per _difetto_. Or questi, che

convenientemente all'uso loro io chiamo _Esploratori_, servono ben

meglio che i nastri di seta bianchi, e neri soliti ad usarsi per

tal uopo, i quali smarriscono presto la lor virtù, e ci obbligano

a stropicciarli tratto tratto: ciò che non accade di dover fare co'

primi, che non abbisognano d'altro maneggio per giorni, e settimane.

Diciamo or qualche cosa della superiorità riguardo alla _grandezza_,

o forza de' segni: e così diremo anche della facilità d'ottenerli

mercè di alcune cautele. In generale le scintille da un apparato di

mediocre capacità s'ottengono ben vive: e sono stato modesto anzichè

nò nel dire che emulavano quelle d'una competente macchina ordinaria.

Adunque un Elettroforo da tasca, qual è il descritto nelle figure, che

porta lo scudo del diametro di pollici cinque inglesi, mi dà scintille

alla distanza di due buoni diti, e talor più. Con un'altro, che fu

il primo da me costrutto di pollici otto, e tre quarti le ottengo

all'intervallo di più di tre diti; e da uno di pollici diciassette

vengono sì scuotenti, e fragorose, che son quasi insoffribili. Io

mi aspetto da uno che sto facendo costruire di più di due piedi di

diametro, effetti sovragrandi, e strepitosi, superiori a quelli della

miglior macchina ch'io mi abbia visto: giacchè mi s'ingrandiscono

smodatamente i segni in ragione che cresce la superficie. Eppure con

una superficie sì poco estesa, com'è quella di due pollici nel piccolo

Elettroforo che ho chiamato _esploratore_ i segni sono bastantemente

forti per manifestarsi con scintilluzze, e dare una carica sensibile ad

una piccola boccetta.

Ma ecco le attenzioni necessarie per averne sì grandiosi effetti: e

primamente riguardo alla costruzione. Egli è di troppo essenziale che

lo strato del mastice sia sottile; e il meglio è sempre che lo sia il

più che far si possa, salvo che la troppa sottigliezza non provochi

la scarica attraverso l'istesso mastice: perciò è da curar bene che

alcuna screpolatura non dia luogo ad una spontanea esplosione; e

l'orlo pure del piatto deve restare convenientemente distante dallo

scudo od essere coperto dal mastice, ad oggetto di permettere la più

forte carica, senza che se ne ecciti l'esplosione spontanea. La faccia

poi del mastice vuol essere sì piana, che benissimo vi s'adatti lo

scudo, piano esso pure nell'inferior faccia, però senz'ombra quasi

d'angolo, e ben ritondato nel contorno. Dico piano il mastice, sebbene

con la superficie alquanto scabra riesca con eguale, o forse miglior

esito; ma intendo che non v'abbiano ridossi, e grandi ineguaglianze,

onde lo scudo sia tenuto discosto da molti tratti di superficie. È

egli necessario l'avvertire, che se il mastice pel lungo uso si trova

insudiciato convien ripulirlo? Non si crederebbe quanto contribuisca

l'essere esso mondo, e scevro d'ogni lordura. Però giova assaissimo

tenerlo sempre ben custodito: e quando pur si vegga imbrattato (di che

anche s'accorge per un certo viscidume, se si stropiccia) raschiandolo

con una lama di coltello, e col far iscorrere per brevissima ora la

faccia di questo mastice sopra le brage, o entro la fiamma stessa, gli

vien tosto ridonata colla sua nitidezza l'ottima disposizione ad agire.

Ho trovato che passandolo sopra la fiamma di una candela, quella sottil

patina di che è lordo s'imbianca, e s'annebbia come fa l'alito sulla

faccia di uno specchio, e tosto come questa sparisce, lasciandovi la

maggior lucentezza. Ecco dunque un mezzo facilissimo di raccomodare il

mastice guasto o imbrattato, senza fonderlo tutto di bel nuovo.

Riguardo al maneggio dell'apparato, se la giornata non è del tutto

favorevole bisogna asciugar bene al fuoco, o al sole non già tanto il

mastice, che, come s'è detto da principio, poco o nulla teme l'umido,

ma la boccetta, e il manico isolante: ed è più spediente ancora in

luogo di regger lo scudo per il bastoncino di ceralacca, alzarlo con

cordicelle di seta asciutte, e monde, e piuttosto lunghe. Come abbiam

già toccata l'importanza di tener lungi dalla faccia del mastice

la polvere, e i peli, si vuol aggiungere che importa finanche di

nascondere i manichetti perchè essi pure a poca distanza rubano molto;

il tener discoste le vesti ec. Quando poi occorre d'indurre primamente

l'elettricità sul mastice collo stropiccío della mano, è più necessaria

la cautela di far rientrare i manichetti (fig. 5); e necessarissimo è

che essa mano sia ben asciutta: altrimenti varrà meglio lo strofinare

con carta, panno, e singolarmente con velluto bianco; ma trovandosi

quella asciutta, io prometto che il solo scorrere velocemente sulla

faccia del mastice colla palma due, o tre volte senza premerla con

forza, basterà perchè abbiate tosto dallo scudo la scintilla quasi d'un

dito.

Dopo tutto questo che ho detto de' vantaggi del mio Elettroforo, non ho

pena a confessare, che le macchine ordinarie ben grandi, e ben eseguite

ne' tempi _favorevolissimi_ giungono più presto a caricare un quadro di

ampia superficie, od una batteria, per la ragione che il fuoco vi cola

incessantemente: laddove nel nuovo apparecchio spiccando le scintille

con quella interruzione, che porta l'abbassare, e rialzar lo scudo, più

tardi ci si perviene. Ho detto ne' tempi favorevolissimi: perchè poi

sono gli effetti dell'Elettroforo sì vivi anche ne' tempi men propizj,

che vuolsi bene spesso preferire un simile apparato che sia grande,

per l'oggetto pure di caricare quadri, e batterie, alla macchina di

vetro ordinaria, da cui le molte volte si pena a cavar partito. Oltre

di che io credo non sarà difficile col tempo immaginare de' mezzi per

ottenere cotesto necessario accostamento, e discostamento dello scudo

più speditamente, e con un moto uniforme, e con minor incomodo. Dirò

anche che sto per metter mano ad un meccanismo assai semplice onde

venirne a capo. Una molla, che al premere della mano, od al girar d'una

cordicella o staffa, alzi, ed abbassi lo scudo, promette di dispensarmi

da molta parte d'incomodo. Oppure in altra forma lo scudo portato da

un pendolo, cui dia moto una ruota, e un peso, e che vada a baciare a

destra, e a sinistra due piatti, ossia faccie di mastice elettriche, e

così andando, e venendo incontri nel mezzo da salutare con le scintille

un conduttore, o la caraffa, mi rappresenta un doppio apparato, che per

la ragione della celerità de' movimenti potrà darmi effetti molto più

che duplicati.

Ma infine io dichiaro col miglior cuore che non ho l'abilità di riuscir

bene in simili costruzioni meccaniche; che d'altra parte non è questo

il mio scopo principale; e che per quanto io tenga conto, e lo tengano

tutti quelli, innanzi a cui ho mostrate in esteso l'esperienze, dei

comodi che ne offre l'Elettroforo, io valuto assai più i lumi che mi si

vanno svolgendo su diversi punti della teoria elettrica: intorno a che

pubblicherò fra non molto le mie osservazioni già in parte comunicate

al Signor Dottor Priestley[35].

ARTICOLI DI TRE LETTERE[36]

_Scritte al Sig. Canonico FROMOND._

Como 26 Ottobre 1775.

Aspetto con impazienza le osservazioni vostre sulla migliore struttura

dell'Elettroforo. Intanto vi darò io nuova della riuscita di quello

che ho ultimamente terminato di legno del diametro poco meno di due

piedi. In questi due ultimi giorni che spira una forte tramontana

ho ottenuto scintille a dieci, dodici, ed anche quattordici diti

trasversi: v'immaginate com'erano guizzanti. Per averle di questa forma

presento non più la nocca, ma la punta del dito. Sovente in luogo della

scintilla esce dal dito un grandissimo fiocco, collo scoppiettar in

seguito di più scintille succedentisi. È tale la forza, e la copia del

fuoco, che le punte metalliche affatto ottuse, come d'una chiave, anzi

l'anello di essa, e fin le palle, se non sono affatto grosse, fanno

appunto l'officio di punte, e gettano il fiocco. Che più? Tre sole

scintille dello scudo caricano una mezzana caraffa a dare una scossa

penosa; e dieci in dodici la sopraccaricano a segno di scaricarsi

spontaneamente.

Como 14 Novembre 1775.

Vi ho detto già come pensava d'or in avanti di costruire l'apparato

portatile, per avere in un egual volume assai maggiore capacità. In

luogo di stendere il mastice sopra un piatto, lo stendo nella cavità

d'un emisfero, dando poi allo scudo la stessa conveniente figura. Trovo

anche meglio dell'emisfero divisato un cono troncato, che può essere

lungo benissimo d'un palmo, e largo quanto porta l'apertura della

tasca: un'altro cono ch'entri nella cavità del primo mi fa l'ufficio

di scudo, e può chiudere in seno una boccia di discreta capacità, e

l'uno, e l'altro facendoli di latta, oppur lastra di rame, ottone ec.,

e tutto insieme porta poco peso, e men imbarazzo. Ma io non voglio

curarmi tanto di questi apparati portatili, nè dell'eleganza, quanto

della grandiosità degli effetti, di cui fan pompa i grandi: sicchè mi

tratterrò a parlare dell'apparato mio massimo.

Ho dunque tralle mani il grande Elettroforo del diametro di quasi due

piedi che ho fatto terminare tosto che ripatriai. L'attività di questo

è veramente sorprendente. Basta dire che ottengo non di rado scintille

a dieci, dodici, e più diti trasversi: scintille che appajono in

vaghissima forma guizzanti emulatrici appunto del telo di Giove. Per

averle tali elettrizzo il mastice per eccesso, e presento allo scudo

alzato la punta del dito, ovver facendomi ribrezzo, l'anello d'una

chiave, da cui ora balza la scintilla lunga come dissi, e guizzante,

or una serie di scintillette crepitanti succedonsi, or ne spiccia

con leggier sibilo un lunghissimo fiocco. Una canna spaccata della

lunghezza di due braccia vestita nella parte convessa di carta dorata

raschiata con pelle di pesce rappresenta ancor meglio, e nella maggior

estensione il balenar vivissimo della folgore su tra le nubi, mentre è

percossa tutta, o per gran tratto almeno, ad ogni scintilla che riceva

dallo scudo, da una, o più striscie di luce verde-lucenti. Finalmente

una caraffa di mediocre capacità in quattro, o sei volte che io faccia

giuocar lo scudo, riceve una carica, che mi scuote validamente.

Nè crediate già che effetti cotanto strepitosi abbian luogo solamente

ne' tempi all'elettricità molto propizj: gli ho ottenuti di poco minori

in questi ultimi giorni di nebbia, e pioggia incessante, mercè la sola

attenzione di asciugare le lunghe cordicelle di seta, con cui alzo

lo scudo. Nè pur temiate che lasciando l'apparato in riposo, e senza

ravvivarlo per molte ore, o per alcun giorno, vada a cader di molto la

forza: dopo due, o tre dì io ricavo ancora scintille tali, che il dito

non può soffrirle che con pena, e con dieci, o dodici di esse porto una

discreta carica alla boccetta: così poi volendola metter a profitto

col bel giuoco di rifonderla sul mastice, ottengo tosto la massima

intensione. A finirla, non v'è più da dubitare, che col mio apparato

non si possano creare, ed avere ad ogni ora, e ne' tempi singolarmente

men propizj, effetti di gran lunga superiori a quelli della miglior

macchina a globo, o a disco. A buon conto io posso fare il mio

piatto di metallo, o di legno _magnitudine quantalibet ad effectus

quantoslibet_, come diceva il P. Beccaria, vantando il suo tavolino

fulminante.

Due sono solamente gl'inconvenienti che s'incontrano, volendosi far

l'apparato di una smisurata grandezza: uno intrinseco, e sostanziale,

l'altro estrinseco, e accidentale. Il primo è che crescendo in ragione

dell'ampiezza della superficie la forza della carica, della scarica,

e quella pure della scintilla, che tende a balzar dallo scudo mentre

s'alza, il mastice ne vien tosto in alcun sito spezzato, o fuso, salvo

che non sia di una comoda spessezza; ma che? la spessezza maggiore

toglie molto della capacità della carica, e quindi anche della forza

dell'elettricità permanente (dico elettricità _permanente_ non più

_vindice_, perchè l'idea che ci porta il termine _vindice_ è meno al

fatto, ed alla teoria confacente per non dire assolutamente erroneo,

come avrò luogo di provare in altro tempo). Il secondo inconveniente

riguarda l'incomodo nell'usare di un apparato assai grande. Per nulla

dire, che convien tenersi col braccio allungato, e col corpo, e vesti

discoste nell'alzar lo scudo, pur troppo devo sentire, che il peso di

questo, sebben sia di legno inargentato, stanca potentemente, e che

m'impedisce di alzarlo, ed abbassarlo, come vorrei, con celerità.

Quanto però all'incomodo nel far agire cotesto scudo, penso di potervi

agevolmente portar riparo: tra gli altri presidj quello mi propongo

di un vette, o che verrà più opportuno, di alcune carrucole. Questo

ingegno mi porrà in istato di vincere il peso con poca forza, e di

far giuocar lo scudo standomi ad una comoda distanza, e con tutto agio

della persona. Esso scudo poi ho già pensato a farlo dieci volte più

leggiero che quel di legno: e vuol essere di tela stesa a foggia de'

nostri quadri sopra una cornice, ma questa ritonda (meglio anche della

cornice di legno s'impiegherebbe un larghissimo collare di vimini che

riuscirebbe, e più leggiero, e men soggetto a gettarsi) di tela dissi,

in tal maniera stesa, e poscia inargentata. Avrà questa, oltre la

leggierezza, un altro considerabilissimo vantaggio di adattarsi bene, e

sempre a combaciamento colla faccia del mastice assoggettata, e per la

propria pieghevolezza, e per virtù dell'adesione elettrica.

Con tali espedientissimi sussidj io potrò costruire, e render

maneggevole anche ad un uomo solo un apparato grande di sette,

otto, e più piedi. Immaginatevi una tavola grande come quella per

il giuoco del Bigliardo, ma rotonda, foderata convenientemente di

latta, o di rame con sopra steso bene in piano un mastice nero, e

lucente siccome specchio: vedetevi indosso posato un bel coperchio a

_plat-fond_ inargentato, o dorato, pendente da quattro capi di corda

di seta che terminano poi uniti in un solo a un congegno di carrucole,

e guidato nel salire, e scendere da due altre corde di seta fisse

verticalmente, che giuocano in altre due girelle annesse a due parti

estreme, ed opposte di esso coperchio, o scudo: ecco l'uomo a qualche

passo dalla tavola, che col tirar una fune pendente, quasi in atto di

suonar le campane, fa che suonino invece scintille fragorosissime, e

fischino fiammelle, e getti di luce a tutti i lati a distanza di più

palmi contro i varj conduttori ad arte, o a caso d'intorno disposti:

dite, non è quel coperchio l'idea d'una nuvola fulminante? Non vi fa

terrore l'accostarvi? Eppur io, dato bando ad ogni spavento, amo anzi

pronosticare utili cose, e vantaggiose, e mi compiaccio raffigurar ivi

quella camera per la Medicina elettrica che vorrebbe il Sig. Priestley

istituita. Ne vaneggio io già decantando così grandi, e strepitosi

gli effetti d'un così vasto apparato: oso predirli tali, incoraggito,

e quasi rassicurato dall'azione di quello, sopra cui sto attualmente

sperimentando, il quale sebben non giunga ancora a due piedi di

diametro, è mirabile il vedere di quanto lungo tratto si lascia

addietro tutti gli altri apparati di circa un piede, o minori.

Ma la spessezza del mastice per tanta estensione di superficie

richiesta, che notai per primo, e intrinseco inconveniente mi dà ancor

molto a pensare. Se non che ho fondamento di credere che una linea, e

mezza, o poco più sia per essere sufficiente per qualunque ampiezza, e

il fondamento riposa sopra delle prove che ho fatte a quest'oggetto.

Altronde per prove similmente fatte mi risulta che tale spessezza di

una linea, e mezza (sebbene si diminuisca di molto la virtù della mezza

linea in sù) porta ancora una carica abbastanza forte.

Ho detto che io estimo poter bastare per qualunque grande apparato

l'altezza nel mastice d'una linea, e mezza: intendo però che questo sia

dappertutto unito, e sodo sopra un piano similmente eguale, e liscio,

che non abbia screpolature, nè vi si coprano sotto dei vacui, o bolle

d'aria. Ma come emendar quelle, e purgarlo affatto di queste? Non è

difficil cosa il venirne a capo. Steso bene, e rassodato nella vostra

tavola il mastice, scorretevi sopra dappertutto, senza però toccarlo,

con un largo, e grosso ferro rovente. In un subito vi si apriranno

sulla superficie innumerabili buchi, i quali per forza dell'istesso

calore di lì a poco si riempiranno, e spariranno. Non basta, avviene

spesso che adoperando l'apparato, e tormentandolo, salti fuori quà, e

là una magagna, per cui avete ad ogni tratto una esplosione spontanea.

Allora conviene andar in cerca colla lanterna del sito, ove s'asconde

il vizio: e la lanterna è una boccia ben carica con cui scorrendo

sopra, una scintilla che scappi furtivamente vi avverte a pelo di ciò

che dovete correggere col vostro ferro rovente.

Como 21 Dicembre 1775.

Ho provato a far lo scudo, giusta quanto avea divisato, con una tela

stesa su d'una cornice. Ho scelto la tela incerata, e senza punto

inargentarne la faccia stessa incerata che guarda, e bacia il mastice,

mi sono contentato di vestire di foglia d'argento la faccia che resta

scoperta, e il contorno della cornice. Trovo che questo scudo giuoca

ottimamente, e corrisponde a tutta l'aspettazione mia. Dapprima avendo

pensato che l'argentatura alla faccia che tocca il mastice era per lo

manco inutile, credei il meglio non vestire di foglia metallica che

il contorno della cornice da cui si cavano le scintille ec. Ma poi

m'avvidi ben presto che essendo la tela incerata conduttore pochissimo,

buono, a stento, e lentamente dismetteva ella il suo nativo fuoco

in ragione che l'eccesso del mastice lo esigeva, o _viceversa_: ciò

era chiaro da vedere che toccando col dito, con catenella lo scudo

posato, toccandone dico l'orlo inargentato, una piccola scintilla

si estraeva: indi a qualche momento tornando a toccare, un'altra

piccola scintilla; e così successivamente per alcuni minuti. Da ciò ne

risultava, che alzando lo scudo dopo consumata dirò così la scarica,

cioè dopo estratta tutta quella serie di scintillette, vibravasi

scintilla fragorosissima guizzante ec. ma alzando esso scudo dopo un

sol toccamento, la scintilla non ne sortiva che men forte di molto.

Allora fu dunque che mi volsi al ripiego di vestir di foglia metallica

la faccia tutta esterna della tela: così la scarica si fa sensibilmente

tutta in un sol toccamento, non impedendola guari la poca spessezza

della tela che prima l'impediva coll'estension sua. Del resto torno

a dire, il dare una superficie metallica alla faccia che guarda il

mastice, è inutile senz'altro, anzi può essere per alcun riguardo

di nocumento. In prima l'estrema mobilità del fluido elettrico ne'

corpi metallici, e qualche picciola prominenza che si trovi in detta

faccia inferiore, dà facilmente luogo a qualche disperdimento: si

provoca più fortemente l'elettricità inerente nel mastice a tradursi

per quella: non così però una superficie quasi coercente, qual è

quella dell'incerata nuda. D'altra parte poi un simile scudo, che non

affaccia metallo alla superficie del mastice, nè minaccia di romperlo,

o fonderlo colla scintilla nel venir alzato, nè sopra posandovi, e

ricevendo la carica, provoca sì facilmente per qualche sopraggiunta

screpolatura al mastice medesimo l'esplosione spontanea, come

d'ordinario addiviene cogli scudi sin quì usati, per poco che s'incalzi

la carica.

Giacchè siamo sul punto di sopprimere la superficie metallica ad

oggetto di toglier massimamente il luogo all'esplosioni spontanee,

non debbo lasciare di farvi parte d'alcune altre mie osservazioni, e

avanzamenti circa la pratica, e la teoria dell'Elettroforo. Ho dunque

sospettato che non fosse necessario, che il mastice steso venisse

sopra un metallo: e basterà bene, io mi dicea, che sia steso sopra

un corpo non isolante. Ho provato dunque a versare il mastice sopra

un disco di legno nudo, e sopra uno di cartone: ed ho veduto difatti

che si hanno i segni quasi egualmente forti di quando adoperasi un

piatto di metallo. Noto solamente che facendo un Elettroforo di legno

grande non può farsi la scarica che lentamente (presso a poco come

ho osservato nel caso dello scudo non vestito di metallo in ambe

le facce) mercecchè il fuoco che si dismette dalla faccia superiore

ossia dallo scudo non può tostamente restituirsi per entro al legno

non molto permeabile, e condursi alla faccia inferiore del mastice, o

_viceversa_. Del resto dando tempo che ciò effettuar si possa, veggo

che il legno si presta ottimamente a tutti gli effetti. Si potrebbe

anche rimediare al difetto che nasce da questa lentezza, versando sì

il mastice sopra tavole di legno nudo, ma coprendo poi di metallo il

di sotto delle tavole medesime, le quali vorrebber essere grosse sol di

poche linee. Ma la fermezza di esse? Mi pare che queste sottili tavole

così guernite si potrebbero indi assoggettare a un gran tavolo fermo,

e sodo. Ma a che però, mi dite; un tale macchinamento? Per istendere

il mastice sul legno nudo, anzichè sul metallo? Appunto: giacchè per

questo modo verremo (ciò che mi era proposto a principio) a dare niun

luogo più alle esplosioni spontanee: e sì potremo stendere senza timore

di questo il nostro mastice molto più sottile; che importa pur tanto

per la miglior riuscita. Eccovi, Amico, un nuovo indirizzo per la

costruzione di quel tremendo Elettroforo che vorrei pur veder eseguito:

ecco le correzioni che ho potuto immaginare tanto riguardo allo

scudo, quanto riguardo al piatto, o disco. Saranno queste le ultime?

Non so. Ma non le chiamate perciò inutili: sono sempre passi che

portano all'ingrandimento, e i dati fin quì non furono mai senza alcun

progresso.

Collezione dell'opere del Cavaliere Conte Alessandro Volta - Tomo I, Parte I · 第 8 / 17 段