Ho dunque un piatto di stagno con l'orlo che rileva poco più d'una

mezza linea, d'un piede di diametro, entro ho versato un mastice

fuso composto di trementina, ragia, e cera, steso, e rassodato in una

superficie piana, e lucida. Ne ho parecchi altri, e più grandi, e più

piccoli di legno eziandio al cui fondo è incollata una laminetta di

piombo, e in cui ho versato ove zolfo, ove ceralacca, ed ove altri

mastici di varia composizione, ma l'indicato di sopra ch'io fo di tre

parti di trementina due di ragia, ed una di cera bollite insieme per

più ore, mescendovi in fine alquanto di minio, ad oggetto di avvivarne

il colore, l'ho trovato il più comodo, e il migliore. Fa l'officio di

armatura al di sopra un legno dorato della figura a un di presso d'uno

scudo di dieci pollici di diametro, e alto due all'incirca, piano nella

base che dee combaciare col mastice, alquanto convesso nei lati, o

sia nel contorno. Dal centro della concavità sorge un manico di vetro,

o meglio di ceralacca ben levigato, che ha gli spigoli (e ciò rileva

assai) smussati, e ritondati. Chiamerò dunque quest'armatura col nome

di _scudo_. Stimo superfluo l'avvertire, che mi attengo ordinariamente

ad uno scudo di legno dorato, perchè meno dispendioso, e più leggiero,

e manesco che uno di metallo sodo. Peraltro avendo in seguito pensato

a farne uno d'ottone tutto cavo interiormente a foggia di una scatola,

che serve per un altro apparato minore portatile in tasca, trovo che

m'offre in compenso non piccoli vantaggi, uno rilevante, che è quello

d'essere più forbito, e perciò di dissipar meno d'elettricità: gli

altri di sola appariscenza, e comodo, per atto d'esempio di render

sonore le scintille anche meno vive; e di poter racchiudere in esso

vari stromenti che vengono ad uso, come caraffe, manichi per isolare,

palle, fili ec.

Eccovi, Sig., tutto l'apparato —

Mettiamolo ormai alle prove, e veggiamo come gli effetti corrispondono

alle promesse. Carico mediocremente la lastra al modo ordinario

coll'ajuto della macchina, e ne provoco la scarica giusta il costume

toccando congiuntamente, o alternatamente _lo scudo_, e _il piatto_.

Allora alzando lo _scudo_ pel suo manico isolante, e riponendolo

sul mastice, con toccarlo alternatamente, siccome richiede la teoria

dell'_elettricità vindice_; e quando è alzato, e quando torna a posare

ne ho scintille tali, e sì vive (quelle segnatamente dell'innalzamento,

e più le succedenti alle prime due, o tre) che si spiccano, e dirigonsi

alla nocca del mio dito ad un pollice e mezzo, e talora più di

distanza, per nulla dire del venticello, e de' fiocchi di luce che

si manifestano sulle punte all'intervallo di più pollici, e degli

attraimenti de' corpicciuoli oltre allo spazio d'un piede. Che più? Con

quattro, o sei scintille cavate dallo _scudo_ elettrizzo fortemente un

_conduttore_ assai capace, un uomo isolato ec., con trenta in quaranta

di esse carico fortemente una caraffa; tutte queste operazioni io

fo, e replico finchè mi piace. Ma i segni illanguidiscono col tempo?

Nol niego, massimamente ove non si cessi di tormentar l'apparecchio

per lungo tratto, e a varie riprese. Dunque finalmente cesseranno del

tutto? Sì, ciò forse avverrà, ma non so dopo qual tratto di tempo. Ma

che direte se io dimostro che questa minacciata estinzione de' segni

si può prevenire, e riparare l'illanguidimento, e finanche ristorare il

primiero vigore con niun altro ajuto che quello delle deboli forze che

rimangono? M'affretto a spiegarvi per qual modo ciò si possa ottenere.

È cosa troppo nota che si può caricar una lastra per mezzo d'un'altra

lastra, o caraffa già caricata, col compartire a quella la carica di

questa. Or bene, io non cerco di più; imperciocchè se col mio scudo,

allora pure che non mi dà se non scintille deboli, giungo a caricare

anche debolmente una caraffa, posso contare d'avere in questa caraffa

un ristoratore dell'elettricità indebolita, e di portarvi una vera

aggiunta eccitandone la scarica, o sia compartendola alla superficie

del mastice. E così adoperando non m'inganno, col badar bene però di

applicare al mastice non già l'uncino della caraffa, se questo ha

ricevuto la carica dallo scudo, ma sibbene la pancia, o la base; e

vice versa, se questa ha toccato lo scudo. Per poi viemeglio riuscir

nel mio intento non iscarico la caraffa in un colpo sopra la faccia

armata del suo scudo, ma gradatamente con una scintilla per volta, o

(che è d'un bel tratto più efficace) portando a combaciamento la base,

o l'uncino della caraffa colla faccia nuda del mastice, e scorrendovi

sopra per tutto, onde imprimere, dirò così, ad ogni punto la competente

porzioncella di carica. Per tal modo e con tale attenzione trovo più

spediente di elettrizzare il mio apparecchio ben anche la prima volta,

senza applicarlo immediatamente alla macchina per mezzo solamente d'una

caraffa carica; e se vaghezza mi prende di far senza interamente d'ogni

macchina, e nulla prenderne ad imprestito, ci riesco con pochissima

pena usando un leggiere stropicciamento di mano, o panno, o carta, o

(che è meglio) pelliccia fina, e bianca sulla faccia del mastice ancor

vergine, col quale strofinamento produco primamente, e in un attimo

una discreta elettricità, che messa poi a profitto mercè il replicare

una, o due fiate l'artificio già descritto di caricare un caraffino, e

rinfondere la carica sulla superficie del mastice, arriva in brevissimo

tempo al sommo di vivacità.

Se mi chiedete dopo quanto intervallo di tempo faccia mestieri

di ricorrere a cotale industre modo di ravvivare l'elettricità

moribonda, perchè non si perda del tutto, vi dirò non aver io

fissata, nè potersi per avventura fissare regola alcuna. Sono però

in grado d'assicurarvi che dopo il corso non già d'ore, o di giorni

(soprattutto se l'apparecchio si lasci buona parte del tempo in riposo,

e ben custodito, sicchè si mantenga asciutta, e pura la faccia del

mastice) ma d'intere settimane l'elettricità non vi verrà mai meno,

solo che vi prendiate la cura di replicare due, o tre volte il giuoco

della caraffa. Non debbo quì lasciar di suggerire che in luogo d'una

caraffa di vetro torna forse più comodo un cannoncino di rame, o latta

intonacato di cera lacca, o mastice, e armato acconciamente, a cui

avvegnachè tocchi minor quantità di carica, ciò non ostante perchè

l'acquista prestissimo, serve perciò meglio, e quello che più monta,

teme assai meno l'umidità dell'aria.

Non so finir di parlare dell'artificio di risvegliar l'elettricità

languente col rifondere, e ritorcere contro di se stessa quella poca

che rimane, e sì ricondurla al grado massimo d'intensione, senza dire

che sebbene tal ritrovamento non sia altro più che una conseguenza

della teoria, che appunto me lo ha fatto tosto immaginare, sembra

però oltre modo maraviglioso a chi non sente ben addentro in così

fatte cose, e senza confessare ch'io stesso ne andai pieno di gioja

tostochè vidi il fatto risponder pienamente all'idea concepita, non

meno per la bella armonia, che ravvisai co' principj come per la

novità sorprendente che ne risultava unita al vantaggio di poter,

ove che fosse, col mio semplice apparato passarmela senza il corredo

della macchina, e produrre ciò nonostante lo spettacolo della più viva

elettricità, e con quel solo destarla egualmente viva in altri apparati

senza fine (la qual industria mi richiamò tosto alla mente quella onde

andiamo debitori a Voi Inglesi di calamitare fortissimamente l'acciajo

senza calamita), e sì anche perchè io veniva a giustificare l'aggiunto

di un nuovo vocabolo, che non senza esitazione aveva destinato a

questa fatta di elettricità, il che ora senza scrupolo, e a tutto

rigor di termine sento di poter fare, chiamandola elettricità _Vindice

indeficiente_. Che se a voi non dispiacesse, ardirei pure imporre un

nome al mio picciolo apparecchio, e sarebbe quello di _Elettroforo

perpetuo_.

Or vi dirò che ho immaginato di inalberare sulla sommità dello scudo

un asta di ferro contro le nuvole, di maniera che abbia ad involare e

concepir in seno del fuoco elettrico di colassù.

Vi ho reso conto, Signore, dei sommi capi delle mie scoperte, se tali

pur sono, tralasciando tutto il dettaglio de' varj tentativi, e le

molte riflessioni che mi ci han condotto, o spuntate ne sono, e che

però riservo per un'altra Lettera, o per la Memoria, che vi dissi

da principio aver in animo di pubblicare. Questo solo vi anticipo,

che tutto tende a confermare quella mia sentenza che mi argomentai

già di venir persuadendo nella Dissertazione _De vi attractiva ignis

electrici_ etc. 1769, cioè, che le elettricità delle lastre, non si

estinguono realmente, e interamente per la scarica, come ha preteso

il P. Beccaria, e persiste anche in oggi a volere[34], ma perseverano

lunga pezza ad esservi in parte aderenti, inducendo, perchè abbia luogo

un certo quale equilibrio, l'elettricità contrarie nelle respettive

_armature_; onde vengono per tal modo a contrappesarsi; onde le

adesioni d'esse armature alle facce della lastra; onde finalmente lo

sbilancio della separazione, i segni ec. Quell'eccellente Professore di

Torino è portato in conseguenza del suo opinare ad accagionar la luce

che spunta trallo disgiungimento d'indurre una nuova elettricità sulla

faccia della lastra che si snuda, a spese dell'armatura: io accuso

questi discorrimenti di luce di portare non già l'_inducimento_ di

una nuova, ma all'opposito un vero _dissipamento_ delle due contrarie

elettricità; della prima cioè impressa, e tuttor'affitta alla faccia

isolante, e dell'opposta indotta nell'armatura per l'antecedente

scarica: e sì seguendo quelle strisce di luce, e contemplandole

attentamente, dalle circostanze in cui si mostrano, o nò, o

crescono, o scemano, dalla figura, da tutto in somma ricavo argomenti

evidentissimi, e palpabili, che il mio sospetto è pur vero. E per

addurne una, od altra prova: se altrimenti andasse la bisogna, a grado

cioè del Padre Beccaria, non dovrebbe l'ordinaria armatura di foglie

metalliche dispiegare, e in se stessa, e nella faccia della lastra

che lascia nuda, elettricità maggiore, che non quando fa l'ufficio

d'armatura il mio scudo? tanto maggiore, io dico, quanto le strisce di

luce ch'eccita quella nell'atto del divellerla sono più copiose delle

strisce ch'eccita codesto scudo? Ma appunto succede il contrario: e

a questo singolarmente è dovuta la prestante eccellenza del mio scudo

sopra le solite armature, dall'aprir esso lo sfogo a minor luce, che è

quanto dire a minor dissipamento.

Diciam più: se la luce che compare trallo disgiungimento fosse quella

dell'elettricità, che la faccia snudata rivendica a se, o vogliam

dire ripete dall'armatura, giusta il sentimento dell'avversario, non

so vedere perchè non dovesse provocarne molto di più di questa luce

quando s'alza l'armatura, senza tenerla isolata, che non quando s'alza

isolata; giacchè nel primo caso ne è la capacità senza limiti. Eppure

punto, o poco di luce appare alzando lo scudo non isolato, nello stato

cioè che potrebbe più fornirne; e grandi strisce ne spicciano alzandolo

isolato. Dunque non è la faccia snudata che muova questa luce,

perchè cerchi ricuperare la sua antica elettricità a spese diremmo

dell'armatura; nè questa obbedisce altrimenti alle sollecitazioni di

quella; ma a se stessa obbedisce, cioè a quella forza di dissipare quel

soverchio di elettricità propria, di cui è insofferente, e che perciò

scappa massimamente dagli angoli.

Io non ho fatto più sperienze sull'aria....

_AGGIUNTA_

Avendo pensato che il nuovo apparecchio oltre la sorprendente

singolarità de' segni indeficienti, di cui si è venuto ragionando,

offre altri non meno reali che speciosi vantaggi, sì per la mira

d'illustrare per eccellente modo la teoria elettrica, sì per lo scopo

di condurre con l'ultima agevolezza ogni maniera di sperienze, i quali

vantaggi hanno obbligato a dar a quello la preferenza sopra ogn'altro

apparato non dirò me solo, cui l'amore di un bel ritrovamento potrebbe

di leggieri aver sedotto, ma alcuni eziandio che da principio si

mostravan ritrosi a concederli questa superiorità; e considerando

d'altra parte che la descrizione da me datane ristretta ne' limiti

d'una lettera, e all'intelligenza de' più esperti elettrizzatori,

potrà per avventura far nascere desiderio a taluno non versatissimo,

il quale amasse pure, di ricrear se ed altri con siffatte dilettevoli

sperienze rese omai sì domestiche e comuni, d'avere sott'occhio il

disegno de' pezzi, e il giuoco che loro si fa eseguire, ho pensato di

far cosa grata esponendo nelle seguenti figure sotto diversi aspetti,

e combinazioni tutto ciò che compone uno de' miei comodi apparati

portatili, e quanto esso offre su due piedi a vedere di singolare. AA

(fig. 1) è _il Piatto_, o sia una lastra d'ottone lavorata al torno con

l'orlo ben rotondato prominente nella faccia superiore una mezza linea

all'incirca, in cui è contenuta la stiacciata di ceralacca, o mastice

B, nella inferiore sporgente una buona linea, o più pell'uopo che si

dirà. CC è lo _Scudo_ di legno dorato, o d'ottone cavo, senz'angoli,

e ben forbito, che si apre a foggia di scatola, e contiene i vari

pezzi che hanno da venire ad uso. E è il _manico isolante_, cioè un

bastoncino di vetro intonacato di ceralacca, armato nell'estremità

di due cappelletti d'ottone _ff_ (fig. 2), uno fatto a vite con cui

si ferma a un bottone lavorato per questo nel centro della faccia

superiore dello scudo CC, e l'altro che termina in un anello, per cui

si regge alzandolo (fig. 2,3).

Nella figura 1. sta il piatto AA, o meglio il mastice armato del suo

scudo CC ricevendo l'elettricità, o sia la carica dalla catena O di una

macchina ordinaria; indi se ne eccita la _scarica_ dalla mano AD che

tocca congiuntamente il _piatto_, e lo _scudo_. (fig. 2.) Una mano alza

per mezzo dell'anello _f_ del manico E, lo scudo CC; e l'altra mano

X ne trae una lunga scintilla: e ciò ognora che si leva lo scudo dopo

averlo posato, e poi toccato.

La stessa fig. 2 mostra come elettrizzato una volta un solo apparato,

se ne possa avvivar un altro, o quanti altri ne aggrada: dando cioè

replicatamente le scintille dello scudo alzato ad un filo, od uncino

d'ottone K sporgente da un altro scudo, che posa sul suo mastice.

Fatto ciò, e mutando mano voi potete con questo secondo, e collo stesso

processo rinvigorir la forza nel primo, e così via via reciprocamente.

(Fig. 3). L'operazione indicata è simile a quella della figura

precedente, tranne che si fanno spiccare le scintille dallo scudo

CC verso l'uncino I della caraffa armata G, la quale perciò viene a

caricarsi. La mano D sta in atto di toccare il _piatto_ in A, e lo

_scudo_ in C ogni volta che posi, e di ritirare da questo il dito

qualor s'alza. La caraffa poi si scarica coll'_arco conduttore_ T, o si

adopra per la scossa ec.

(Fig. 4). Colla caraffa stessa caricata nel modo surriferito si ravviva

l'elettricità, che per avventura si fosse indebolita. S'impugna dalla

mano L per la pancia G, si posa sulla faccia nuda del mastice B. Indi

lasciata la pancia si trasporta la mano L a reggerla pell'uncino I, e

così dimenandola si viene a scorrere sopra tutta la faccia B fin presso

l'orlo del piatto AA, senza però toccarlo: dopo di che si rimette lo

scudo, si scarica toccando ec.

(Fig. 5). Senza poi togliere ad imprestito alcuna straniera elettricità

basta ad imprimerla la prima volta sulla faccia del mastice ancor

vergine B, un leggiero strofinamento colla palma della mano. Questo

v'imprime elettricità di _difetto_, e tale pure ve l'eccita lo

strofinare con panno, carta ec.; ma strofinando con carta dorata

sorge spesso (non però sempre) elettricità di _eccesso_. I segni che

s'ottengono col solo strofinamento sono alquanto deboli, è vero;

tuttavia essendo capaci di caricare alcun poco la caraffa, eccovi

pronto il mezzo di avvivarli col giuoco di sopra mentovato della stessa

caraffa.

(Fig. 7). Il piatto AA è sorretto da una colonnetta di vetro E,

intonacata di ceralacca, impiantata, o fermata a vite nel piedistallo

ossia scatola di legno PP (che serve poi a rinchiudere tutto

l'apparato), e fermata pure a vite a un dado, o bottone che risalta

dal centro della faccia inferiore di esso piatto (e questa è la ragione

per cui l'orlo inferiore del piatto debbe sporgere alquanto più, come

si è di sopra avvertito, a fine cioè che il bottone non impedisca

quando si vuol far posare il piatto piano e fermo). Questo piatto così

_isolato_ porta una punta ottusa N inserita in uno de' forellini _s

s s_ praticati a tal oggetto sì nell'orlo del piatto, come attorno

allo scudo, e un'altra verghetta metallica terminante in palla Q,

a cui viene presentata a qualche pollice di distanza la punta M. Lo

scudo CC porta pure inserita una punta N nel mentre che un'altra M

gli vien presentata dall'opposto lato. Ogni volta adunque che s'alza

nella debita forma lo scudo CC (ben inteso che non si ometta mai la

solita alternativa dei toccamenti allora che posa) si manifestano

due _fiocchi_, e due _stellette_: un _fiocco_ dalla punta M contro la

palla Q del piatto, ed una _stelletta_ sulla punta N che sporge dal

piatto medesimo: vice versa il _fiocco_ spicca dalla punta N attenente

allo scudo, e la _stelletta_ compare sulla punta M che guarda esso

scudo. Questo avviene allorquando l'elettricità impressa sul mastice

sia _difettiva_, quale cioè la suole eccitare lo strofinamento della

mano ec. Qualora sia _eccessiva_, mutan tutti luogo i _fiocchi_, e

le _stellette_, comparendo appunto a rovescio. (fig. 8) In somma è

la stessa che la fig. 7, ma rovesciata. Lo scudo CC è sorretto in

luogo del piatto AA dalla colonna isolante E fermata sul piedestallo

PP, ed esso scudo porta la verghetta armata di palla Q, le scintille

della quale in tempo che s'alza il piatto AA pel manico E vibrate

vivissimamente contro l'uncino I della caraffa G la caricano, mentre

che esso piatto pure eccita scintille in A dalla nocca d'un dito, e può

caricare contrariamente un'altra caraffa.

Non debbo lasciare di far osservare che si può supplire all'incomodo

di toccar colla mano lo scudo ogni volta che si è posato, con un

mezzo facilissimo. Basta inserire nell'orlo del piatto A fig. 2 in un

de' forellini _s_ un fil d'ottone terminante in una picciola palla,

ripiegato in modo sopra la faccia del mastice, che detta pallina venga

a toccare lo scudo CC quando si posa: così siegue da se la scarica.

La fig. 6 rappresenta il fondo, e il coperchio della scatola di legno

PP destinata a chiudere tutto l'apparato, per portarselo in tasca.

Questa scatola poi medesima serve come di base, o piedestallo a portare

la colonnetta isolante E fig. 7 e 8: al qual fine nel centro del

coperchio si è praticato un buco _y_ atto a ricevere la vite _f_ di

detta colonnetta E. Serve pure essa scatola coll'ajuto di quattro piedi

isolanti _zz_, ch'entrano a vite sotto il di lei fondo, di sgabello,

su cui può montare una persona per essere elettrizzata ec. Allorquando

s'ha a chiudere tutto l'apparecchio, si nascondono questi piedi in un

cogli altri bastoncini isolanti, colla caraffa, le verghe puntate,

l'arco conduttore ec. in seno allo scudo; esso scudo poi col piatto

si racchiude in cotesta scatola di legno: ed ecco assettato, e riposto

tutto.

Benchè dalle figure quì espresse rilevinsi abbastanza i comodi, e i

vantaggi che offre questo apparato sopra ogn'altro, gioverà toccarne

quì ancor di passaggio alcuni, accompagnandoli con poche avvertenze

intorno al maneggio di cotesto Elettroforo.

Quanto ai vantaggi, non ci arrestiamo più al massimo e solenne, che

è la durevolezza, anzi meglio perennità dei segni: se n'è detto già

abbastanza a suo luogo. Unicamente si vuol far notare, che sebbene

la costanza nel mastice a ritenere l'elettricità impressa regga agli

attacchi dell'umido, e fino alla prova insolente di alitarvi sopra a

larga bocca; pure sviene, e si dissipa quasi in un subito ogni virtù,

tentata dalle _punte_ la superficie di esso mastice: e ciò per tal

modo, che scorrendovi sopra senza notabile strofinamento, e dirò così,

leccandola con un fiocco di fili, o carta d'oro, ed anche solamente

con una spazzola, con un pezzo di lana ec., tutta l'elettricità viene

a smarrirsi. Questa debole disposizione mi torna talvolta a comodo.

Qualora non so che farmi dell'elettricità d'un apparato, e cerco

d'aver il mastice siccome fosse vergine, non ho che a stendere bene il

mio fazzoletto sopra la faccia di quello; ed ecco spenta ogni virtù.

All'incontro ognor che voglia conservata l'elettricità per giorni,

o settimane, ho cura di non permettere che panno, o tela, od altro

chicchessia irto di peli venga a scorrere od applicarsi sulla faccia

del mastice; e mi tengo fino in guardia, che i miei manichetti in

qualche parte non mi tradiscano. Ma con tutte queste attenzioni toglier

non posso, che la polvere, e i peli sottilissimi, che d'ogni parte

accorrono attratti dalla faccia elettrica, non vadano di mano in mano a

portare notabile illanguidimento ai segni, in ragion che dura il giuoco

di alzare ed abbassar lo scudo: sicchè è pur mestieri per ottenerli del

tutto vivaci ricorrere di tempo in tempo al maneggio della caraffa ec.

Tuttavia il decadimento non è tale, che non si mantengano a dispetto

di tormentar di continuo l'apparato, e senza l'artificio di ravvivarli,

per ore e giorni.

Non è per la sola durevolezza e vera _indeficienza_ dei segni, che

il nostro elettroforo ottiene sicuramente il primo vanto; ma per

la _grandezza_ eziandio di questi, e per la _qualità_. Per qualità

intendo e la natura dell'_elettricità vindice_ in genere, che non

è propriamente la stessa dell'elettricità ordinaria, di quella cioè

che muove immediatamente dallo stropicciare, e a questa sola cagione

risponde; e intendo più in particolare le vicende dell'elettricità non

già più di natura, ma di specie soltanto contraria, com'è d'_eccesso_,

e di _difetto_, le quali in tante forme, e quasi con niun particolar

maneggio si manifestano a un tempo, come si è veduto nella fig. 7 e

8, in cui già di per se danno i segni vivaci, e continui sì il piatto,

che lo scudo, questo _contrariamente_ a quello: laddove nelle macchine

ordinarie, sebben si preparino con i _cuscini isolati_, compajono è

vero le due elettricità opposte; ma durando l'isolamento dei cuscini,

ben presto ammutoliscono quasi del tutto i segni nella catena.

Il cambiar poi tosto nella contraria l'elettricità sì de' _cuscini_ che

della _catena_ non è tanto agevol cosa nelle macchine usuali: anzi se

queste, com'è di solito, portano il disco di vetro liscio, non è mai

che si ecciti altra elettricità che di _difetto_ negli _strofinatori_,

qualunque essi siano, e di _eccesso_ nella _catena_; se poi il disco

sia di zolfo, potrem bene elettrizzare or nell'una, or nell'altra

maniera, ma è mestieri per ciò cangiare di _strofinatori_. L'apparato

nostro non abbisogna d'altro per mutar le vicende de' segni, che di

compartir sopra il mastice la carica della caraffa da quella banda

che la ricevette dallo scudo (es. gr. nella fig. 4 va impugnata la

pancia G della boccia, e visitato il mastice coll'uncino I). A tal uopo

gioverà aver prima distrutta, mediante l'applicazione del fazzoletto,

l'elettricità vecchia del mastice.

Ma queste vicende delle contrarie elettricità riescono poi affatto

graziose usando di un Elettroforo per animarne un'altro, come nella

fig. 2; e più avendovene una serie: giacchè se il primo era elettrico

per _eccesso_ dà al secondo l'elettricità per _difetto_, e questo

secondo porta novellamente carica d'_eccesso_ al terzo; e così

adoperando di seguito, il quarto diventa elettrico come il secondo, il

quinto come il primo, e il terzo ec. Alzando poi ad un tempo due scudi

vicini, vale a dire contrariamente elettrizzati, ne spicca la scintilla

del doppio più forte coerentemente alla teoria.

Collezione dell'opere del Cavaliere Conte Alessandro Volta - Tomo I, Parte I · 第 7 / 17 段