mezza linea, d'un piede di diametro, entro ho versato un mastice
fuso composto di trementina, ragia, e cera, steso, e rassodato in una
superficie piana, e lucida. Ne ho parecchi altri, e più grandi, e più
piccoli di legno eziandio al cui fondo è incollata una laminetta di
piombo, e in cui ho versato ove zolfo, ove ceralacca, ed ove altri
mastici di varia composizione, ma l'indicato di sopra ch'io fo di tre
parti di trementina due di ragia, ed una di cera bollite insieme per
più ore, mescendovi in fine alquanto di minio, ad oggetto di avvivarne
il colore, l'ho trovato il più comodo, e il migliore. Fa l'officio di
armatura al di sopra un legno dorato della figura a un di presso d'uno
scudo di dieci pollici di diametro, e alto due all'incirca, piano nella
base che dee combaciare col mastice, alquanto convesso nei lati, o
sia nel contorno. Dal centro della concavità sorge un manico di vetro,
o meglio di ceralacca ben levigato, che ha gli spigoli (e ciò rileva
assai) smussati, e ritondati. Chiamerò dunque quest'armatura col nome
di _scudo_. Stimo superfluo l'avvertire, che mi attengo ordinariamente
ad uno scudo di legno dorato, perchè meno dispendioso, e più leggiero,
e manesco che uno di metallo sodo. Peraltro avendo in seguito pensato
a farne uno d'ottone tutto cavo interiormente a foggia di una scatola,
che serve per un altro apparato minore portatile in tasca, trovo che
m'offre in compenso non piccoli vantaggi, uno rilevante, che è quello
d'essere più forbito, e perciò di dissipar meno d'elettricità: gli
altri di sola appariscenza, e comodo, per atto d'esempio di render
sonore le scintille anche meno vive; e di poter racchiudere in esso
vari stromenti che vengono ad uso, come caraffe, manichi per isolare,
palle, fili ec.
Eccovi, Sig., tutto l'apparato —
Mettiamolo ormai alle prove, e veggiamo come gli effetti corrispondono
alle promesse. Carico mediocremente la lastra al modo ordinario
coll'ajuto della macchina, e ne provoco la scarica giusta il costume
toccando congiuntamente, o alternatamente _lo scudo_, e _il piatto_.
Allora alzando lo _scudo_ pel suo manico isolante, e riponendolo
sul mastice, con toccarlo alternatamente, siccome richiede la teoria
dell'_elettricità vindice_; e quando è alzato, e quando torna a posare
ne ho scintille tali, e sì vive (quelle segnatamente dell'innalzamento,
e più le succedenti alle prime due, o tre) che si spiccano, e dirigonsi
alla nocca del mio dito ad un pollice e mezzo, e talora più di
distanza, per nulla dire del venticello, e de' fiocchi di luce che
si manifestano sulle punte all'intervallo di più pollici, e degli
attraimenti de' corpicciuoli oltre allo spazio d'un piede. Che più? Con
quattro, o sei scintille cavate dallo _scudo_ elettrizzo fortemente un
_conduttore_ assai capace, un uomo isolato ec., con trenta in quaranta
di esse carico fortemente una caraffa; tutte queste operazioni io
fo, e replico finchè mi piace. Ma i segni illanguidiscono col tempo?
Nol niego, massimamente ove non si cessi di tormentar l'apparecchio
per lungo tratto, e a varie riprese. Dunque finalmente cesseranno del
tutto? Sì, ciò forse avverrà, ma non so dopo qual tratto di tempo. Ma
che direte se io dimostro che questa minacciata estinzione de' segni
si può prevenire, e riparare l'illanguidimento, e finanche ristorare il
primiero vigore con niun altro ajuto che quello delle deboli forze che
rimangono? M'affretto a spiegarvi per qual modo ciò si possa ottenere.
È cosa troppo nota che si può caricar una lastra per mezzo d'un'altra
lastra, o caraffa già caricata, col compartire a quella la carica di
questa. Or bene, io non cerco di più; imperciocchè se col mio scudo,
allora pure che non mi dà se non scintille deboli, giungo a caricare
anche debolmente una caraffa, posso contare d'avere in questa caraffa
un ristoratore dell'elettricità indebolita, e di portarvi una vera
aggiunta eccitandone la scarica, o sia compartendola alla superficie
del mastice. E così adoperando non m'inganno, col badar bene però di
applicare al mastice non già l'uncino della caraffa, se questo ha
ricevuto la carica dallo scudo, ma sibbene la pancia, o la base; e
vice versa, se questa ha toccato lo scudo. Per poi viemeglio riuscir
nel mio intento non iscarico la caraffa in un colpo sopra la faccia
armata del suo scudo, ma gradatamente con una scintilla per volta, o
(che è d'un bel tratto più efficace) portando a combaciamento la base,
o l'uncino della caraffa colla faccia nuda del mastice, e scorrendovi
sopra per tutto, onde imprimere, dirò così, ad ogni punto la competente
porzioncella di carica. Per tal modo e con tale attenzione trovo più
spediente di elettrizzare il mio apparecchio ben anche la prima volta,
senza applicarlo immediatamente alla macchina per mezzo solamente d'una
caraffa carica; e se vaghezza mi prende di far senza interamente d'ogni
macchina, e nulla prenderne ad imprestito, ci riesco con pochissima
pena usando un leggiere stropicciamento di mano, o panno, o carta, o
(che è meglio) pelliccia fina, e bianca sulla faccia del mastice ancor
vergine, col quale strofinamento produco primamente, e in un attimo
una discreta elettricità, che messa poi a profitto mercè il replicare
una, o due fiate l'artificio già descritto di caricare un caraffino, e
rinfondere la carica sulla superficie del mastice, arriva in brevissimo
tempo al sommo di vivacità.
Se mi chiedete dopo quanto intervallo di tempo faccia mestieri
di ricorrere a cotale industre modo di ravvivare l'elettricità
moribonda, perchè non si perda del tutto, vi dirò non aver io
fissata, nè potersi per avventura fissare regola alcuna. Sono però
in grado d'assicurarvi che dopo il corso non già d'ore, o di giorni
(soprattutto se l'apparecchio si lasci buona parte del tempo in riposo,
e ben custodito, sicchè si mantenga asciutta, e pura la faccia del
mastice) ma d'intere settimane l'elettricità non vi verrà mai meno,
solo che vi prendiate la cura di replicare due, o tre volte il giuoco
della caraffa. Non debbo quì lasciar di suggerire che in luogo d'una
caraffa di vetro torna forse più comodo un cannoncino di rame, o latta
intonacato di cera lacca, o mastice, e armato acconciamente, a cui
avvegnachè tocchi minor quantità di carica, ciò non ostante perchè
l'acquista prestissimo, serve perciò meglio, e quello che più monta,
teme assai meno l'umidità dell'aria.
Non so finir di parlare dell'artificio di risvegliar l'elettricità
languente col rifondere, e ritorcere contro di se stessa quella poca
che rimane, e sì ricondurla al grado massimo d'intensione, senza dire
che sebbene tal ritrovamento non sia altro più che una conseguenza
della teoria, che appunto me lo ha fatto tosto immaginare, sembra
però oltre modo maraviglioso a chi non sente ben addentro in così
fatte cose, e senza confessare ch'io stesso ne andai pieno di gioja
tostochè vidi il fatto risponder pienamente all'idea concepita, non
meno per la bella armonia, che ravvisai co' principj come per la
novità sorprendente che ne risultava unita al vantaggio di poter,
ove che fosse, col mio semplice apparato passarmela senza il corredo
della macchina, e produrre ciò nonostante lo spettacolo della più viva
elettricità, e con quel solo destarla egualmente viva in altri apparati
senza fine (la qual industria mi richiamò tosto alla mente quella onde
andiamo debitori a Voi Inglesi di calamitare fortissimamente l'acciajo
senza calamita), e sì anche perchè io veniva a giustificare l'aggiunto
di un nuovo vocabolo, che non senza esitazione aveva destinato a
questa fatta di elettricità, il che ora senza scrupolo, e a tutto
rigor di termine sento di poter fare, chiamandola elettricità _Vindice
indeficiente_. Che se a voi non dispiacesse, ardirei pure imporre un
nome al mio picciolo apparecchio, e sarebbe quello di _Elettroforo
perpetuo_.
Or vi dirò che ho immaginato di inalberare sulla sommità dello scudo
un asta di ferro contro le nuvole, di maniera che abbia ad involare e
concepir in seno del fuoco elettrico di colassù.
Vi ho reso conto, Signore, dei sommi capi delle mie scoperte, se tali
pur sono, tralasciando tutto il dettaglio de' varj tentativi, e le
molte riflessioni che mi ci han condotto, o spuntate ne sono, e che
però riservo per un'altra Lettera, o per la Memoria, che vi dissi
da principio aver in animo di pubblicare. Questo solo vi anticipo,
che tutto tende a confermare quella mia sentenza che mi argomentai
già di venir persuadendo nella Dissertazione _De vi attractiva ignis
electrici_ etc. 1769, cioè, che le elettricità delle lastre, non si
estinguono realmente, e interamente per la scarica, come ha preteso
il P. Beccaria, e persiste anche in oggi a volere[34], ma perseverano
lunga pezza ad esservi in parte aderenti, inducendo, perchè abbia luogo
un certo quale equilibrio, l'elettricità contrarie nelle respettive
_armature_; onde vengono per tal modo a contrappesarsi; onde le
adesioni d'esse armature alle facce della lastra; onde finalmente lo
sbilancio della separazione, i segni ec. Quell'eccellente Professore di
Torino è portato in conseguenza del suo opinare ad accagionar la luce
che spunta trallo disgiungimento d'indurre una nuova elettricità sulla
faccia della lastra che si snuda, a spese dell'armatura: io accuso
questi discorrimenti di luce di portare non già l'_inducimento_ di
una nuova, ma all'opposito un vero _dissipamento_ delle due contrarie
elettricità; della prima cioè impressa, e tuttor'affitta alla faccia
isolante, e dell'opposta indotta nell'armatura per l'antecedente
scarica: e sì seguendo quelle strisce di luce, e contemplandole
attentamente, dalle circostanze in cui si mostrano, o nò, o
crescono, o scemano, dalla figura, da tutto in somma ricavo argomenti
evidentissimi, e palpabili, che il mio sospetto è pur vero. E per
addurne una, od altra prova: se altrimenti andasse la bisogna, a grado
cioè del Padre Beccaria, non dovrebbe l'ordinaria armatura di foglie
metalliche dispiegare, e in se stessa, e nella faccia della lastra
che lascia nuda, elettricità maggiore, che non quando fa l'ufficio
d'armatura il mio scudo? tanto maggiore, io dico, quanto le strisce di
luce ch'eccita quella nell'atto del divellerla sono più copiose delle
strisce ch'eccita codesto scudo? Ma appunto succede il contrario: e
a questo singolarmente è dovuta la prestante eccellenza del mio scudo
sopra le solite armature, dall'aprir esso lo sfogo a minor luce, che è
quanto dire a minor dissipamento.
Diciam più: se la luce che compare trallo disgiungimento fosse quella
dell'elettricità, che la faccia snudata rivendica a se, o vogliam
dire ripete dall'armatura, giusta il sentimento dell'avversario, non
so vedere perchè non dovesse provocarne molto di più di questa luce
quando s'alza l'armatura, senza tenerla isolata, che non quando s'alza
isolata; giacchè nel primo caso ne è la capacità senza limiti. Eppure
punto, o poco di luce appare alzando lo scudo non isolato, nello stato
cioè che potrebbe più fornirne; e grandi strisce ne spicciano alzandolo
isolato. Dunque non è la faccia snudata che muova questa luce,
perchè cerchi ricuperare la sua antica elettricità a spese diremmo
dell'armatura; nè questa obbedisce altrimenti alle sollecitazioni di
quella; ma a se stessa obbedisce, cioè a quella forza di dissipare quel
soverchio di elettricità propria, di cui è insofferente, e che perciò
scappa massimamente dagli angoli.
Io non ho fatto più sperienze sull'aria....
_AGGIUNTA_
Avendo pensato che il nuovo apparecchio oltre la sorprendente
singolarità de' segni indeficienti, di cui si è venuto ragionando,
offre altri non meno reali che speciosi vantaggi, sì per la mira
d'illustrare per eccellente modo la teoria elettrica, sì per lo scopo
di condurre con l'ultima agevolezza ogni maniera di sperienze, i quali
vantaggi hanno obbligato a dar a quello la preferenza sopra ogn'altro
apparato non dirò me solo, cui l'amore di un bel ritrovamento potrebbe
di leggieri aver sedotto, ma alcuni eziandio che da principio si
mostravan ritrosi a concederli questa superiorità; e considerando
d'altra parte che la descrizione da me datane ristretta ne' limiti
d'una lettera, e all'intelligenza de' più esperti elettrizzatori,
potrà per avventura far nascere desiderio a taluno non versatissimo,
il quale amasse pure, di ricrear se ed altri con siffatte dilettevoli
sperienze rese omai sì domestiche e comuni, d'avere sott'occhio il
disegno de' pezzi, e il giuoco che loro si fa eseguire, ho pensato di
far cosa grata esponendo nelle seguenti figure sotto diversi aspetti,
e combinazioni tutto ciò che compone uno de' miei comodi apparati
portatili, e quanto esso offre su due piedi a vedere di singolare. AA
(fig. 1) è _il Piatto_, o sia una lastra d'ottone lavorata al torno con
l'orlo ben rotondato prominente nella faccia superiore una mezza linea
all'incirca, in cui è contenuta la stiacciata di ceralacca, o mastice
B, nella inferiore sporgente una buona linea, o più pell'uopo che si
dirà. CC è lo _Scudo_ di legno dorato, o d'ottone cavo, senz'angoli,
e ben forbito, che si apre a foggia di scatola, e contiene i vari
pezzi che hanno da venire ad uso. E è il _manico isolante_, cioè un
bastoncino di vetro intonacato di ceralacca, armato nell'estremità
di due cappelletti d'ottone _ff_ (fig. 2), uno fatto a vite con cui
si ferma a un bottone lavorato per questo nel centro della faccia
superiore dello scudo CC, e l'altro che termina in un anello, per cui
si regge alzandolo (fig. 2,3).
Nella figura 1. sta il piatto AA, o meglio il mastice armato del suo
scudo CC ricevendo l'elettricità, o sia la carica dalla catena O di una
macchina ordinaria; indi se ne eccita la _scarica_ dalla mano AD che
tocca congiuntamente il _piatto_, e lo _scudo_. (fig. 2.) Una mano alza
per mezzo dell'anello _f_ del manico E, lo scudo CC; e l'altra mano
X ne trae una lunga scintilla: e ciò ognora che si leva lo scudo dopo
averlo posato, e poi toccato.
La stessa fig. 2 mostra come elettrizzato una volta un solo apparato,
se ne possa avvivar un altro, o quanti altri ne aggrada: dando cioè
replicatamente le scintille dello scudo alzato ad un filo, od uncino
d'ottone K sporgente da un altro scudo, che posa sul suo mastice.
Fatto ciò, e mutando mano voi potete con questo secondo, e collo stesso
processo rinvigorir la forza nel primo, e così via via reciprocamente.
(Fig. 3). L'operazione indicata è simile a quella della figura
precedente, tranne che si fanno spiccare le scintille dallo scudo
CC verso l'uncino I della caraffa armata G, la quale perciò viene a
caricarsi. La mano D sta in atto di toccare il _piatto_ in A, e lo
_scudo_ in C ogni volta che posi, e di ritirare da questo il dito
qualor s'alza. La caraffa poi si scarica coll'_arco conduttore_ T, o si
adopra per la scossa ec.
(Fig. 4). Colla caraffa stessa caricata nel modo surriferito si ravviva
l'elettricità, che per avventura si fosse indebolita. S'impugna dalla
mano L per la pancia G, si posa sulla faccia nuda del mastice B. Indi
lasciata la pancia si trasporta la mano L a reggerla pell'uncino I, e
così dimenandola si viene a scorrere sopra tutta la faccia B fin presso
l'orlo del piatto AA, senza però toccarlo: dopo di che si rimette lo
scudo, si scarica toccando ec.
(Fig. 5). Senza poi togliere ad imprestito alcuna straniera elettricità
basta ad imprimerla la prima volta sulla faccia del mastice ancor
vergine B, un leggiero strofinamento colla palma della mano. Questo
v'imprime elettricità di _difetto_, e tale pure ve l'eccita lo
strofinare con panno, carta ec.; ma strofinando con carta dorata
sorge spesso (non però sempre) elettricità di _eccesso_. I segni che
s'ottengono col solo strofinamento sono alquanto deboli, è vero;
tuttavia essendo capaci di caricare alcun poco la caraffa, eccovi
pronto il mezzo di avvivarli col giuoco di sopra mentovato della stessa
caraffa.
(Fig. 7). Il piatto AA è sorretto da una colonnetta di vetro E,
intonacata di ceralacca, impiantata, o fermata a vite nel piedistallo
ossia scatola di legno PP (che serve poi a rinchiudere tutto
l'apparato), e fermata pure a vite a un dado, o bottone che risalta
dal centro della faccia inferiore di esso piatto (e questa è la ragione
per cui l'orlo inferiore del piatto debbe sporgere alquanto più, come
si è di sopra avvertito, a fine cioè che il bottone non impedisca
quando si vuol far posare il piatto piano e fermo). Questo piatto così
_isolato_ porta una punta ottusa N inserita in uno de' forellini _s
s s_ praticati a tal oggetto sì nell'orlo del piatto, come attorno
allo scudo, e un'altra verghetta metallica terminante in palla Q,
a cui viene presentata a qualche pollice di distanza la punta M. Lo
scudo CC porta pure inserita una punta N nel mentre che un'altra M
gli vien presentata dall'opposto lato. Ogni volta adunque che s'alza
nella debita forma lo scudo CC (ben inteso che non si ometta mai la
solita alternativa dei toccamenti allora che posa) si manifestano
due _fiocchi_, e due _stellette_: un _fiocco_ dalla punta M contro la
palla Q del piatto, ed una _stelletta_ sulla punta N che sporge dal
piatto medesimo: vice versa il _fiocco_ spicca dalla punta N attenente
allo scudo, e la _stelletta_ compare sulla punta M che guarda esso
scudo. Questo avviene allorquando l'elettricità impressa sul mastice
sia _difettiva_, quale cioè la suole eccitare lo strofinamento della
mano ec. Qualora sia _eccessiva_, mutan tutti luogo i _fiocchi_, e
le _stellette_, comparendo appunto a rovescio. (fig. 8) In somma è
la stessa che la fig. 7, ma rovesciata. Lo scudo CC è sorretto in
luogo del piatto AA dalla colonna isolante E fermata sul piedestallo
PP, ed esso scudo porta la verghetta armata di palla Q, le scintille
della quale in tempo che s'alza il piatto AA pel manico E vibrate
vivissimamente contro l'uncino I della caraffa G la caricano, mentre
che esso piatto pure eccita scintille in A dalla nocca d'un dito, e può
caricare contrariamente un'altra caraffa.
Non debbo lasciare di far osservare che si può supplire all'incomodo
di toccar colla mano lo scudo ogni volta che si è posato, con un
mezzo facilissimo. Basta inserire nell'orlo del piatto A fig. 2 in un
de' forellini _s_ un fil d'ottone terminante in una picciola palla,
ripiegato in modo sopra la faccia del mastice, che detta pallina venga
a toccare lo scudo CC quando si posa: così siegue da se la scarica.
La fig. 6 rappresenta il fondo, e il coperchio della scatola di legno
PP destinata a chiudere tutto l'apparato, per portarselo in tasca.
Questa scatola poi medesima serve come di base, o piedestallo a portare
la colonnetta isolante E fig. 7 e 8: al qual fine nel centro del
coperchio si è praticato un buco _y_ atto a ricevere la vite _f_ di
detta colonnetta E. Serve pure essa scatola coll'ajuto di quattro piedi
isolanti _zz_, ch'entrano a vite sotto il di lei fondo, di sgabello,
su cui può montare una persona per essere elettrizzata ec. Allorquando
s'ha a chiudere tutto l'apparecchio, si nascondono questi piedi in un
cogli altri bastoncini isolanti, colla caraffa, le verghe puntate,
l'arco conduttore ec. in seno allo scudo; esso scudo poi col piatto
si racchiude in cotesta scatola di legno: ed ecco assettato, e riposto
tutto.
Benchè dalle figure quì espresse rilevinsi abbastanza i comodi, e i
vantaggi che offre questo apparato sopra ogn'altro, gioverà toccarne
quì ancor di passaggio alcuni, accompagnandoli con poche avvertenze
intorno al maneggio di cotesto Elettroforo.
Quanto ai vantaggi, non ci arrestiamo più al massimo e solenne, che
è la durevolezza, anzi meglio perennità dei segni: se n'è detto già
abbastanza a suo luogo. Unicamente si vuol far notare, che sebbene
la costanza nel mastice a ritenere l'elettricità impressa regga agli
attacchi dell'umido, e fino alla prova insolente di alitarvi sopra a
larga bocca; pure sviene, e si dissipa quasi in un subito ogni virtù,
tentata dalle _punte_ la superficie di esso mastice: e ciò per tal
modo, che scorrendovi sopra senza notabile strofinamento, e dirò così,
leccandola con un fiocco di fili, o carta d'oro, ed anche solamente
con una spazzola, con un pezzo di lana ec., tutta l'elettricità viene
a smarrirsi. Questa debole disposizione mi torna talvolta a comodo.
Qualora non so che farmi dell'elettricità d'un apparato, e cerco
d'aver il mastice siccome fosse vergine, non ho che a stendere bene il
mio fazzoletto sopra la faccia di quello; ed ecco spenta ogni virtù.
All'incontro ognor che voglia conservata l'elettricità per giorni,
o settimane, ho cura di non permettere che panno, o tela, od altro
chicchessia irto di peli venga a scorrere od applicarsi sulla faccia
del mastice; e mi tengo fino in guardia, che i miei manichetti in
qualche parte non mi tradiscano. Ma con tutte queste attenzioni toglier
non posso, che la polvere, e i peli sottilissimi, che d'ogni parte
accorrono attratti dalla faccia elettrica, non vadano di mano in mano a
portare notabile illanguidimento ai segni, in ragion che dura il giuoco
di alzare ed abbassar lo scudo: sicchè è pur mestieri per ottenerli del
tutto vivaci ricorrere di tempo in tempo al maneggio della caraffa ec.
Tuttavia il decadimento non è tale, che non si mantengano a dispetto
di tormentar di continuo l'apparato, e senza l'artificio di ravvivarli,
per ore e giorni.
Non è per la sola durevolezza e vera _indeficienza_ dei segni, che
il nostro elettroforo ottiene sicuramente il primo vanto; ma per
la _grandezza_ eziandio di questi, e per la _qualità_. Per qualità
intendo e la natura dell'_elettricità vindice_ in genere, che non
è propriamente la stessa dell'elettricità ordinaria, di quella cioè
che muove immediatamente dallo stropicciare, e a questa sola cagione
risponde; e intendo più in particolare le vicende dell'elettricità non
già più di natura, ma di specie soltanto contraria, com'è d'_eccesso_,
e di _difetto_, le quali in tante forme, e quasi con niun particolar
maneggio si manifestano a un tempo, come si è veduto nella fig. 7 e
8, in cui già di per se danno i segni vivaci, e continui sì il piatto,
che lo scudo, questo _contrariamente_ a quello: laddove nelle macchine
ordinarie, sebben si preparino con i _cuscini isolati_, compajono è
vero le due elettricità opposte; ma durando l'isolamento dei cuscini,
ben presto ammutoliscono quasi del tutto i segni nella catena.
Il cambiar poi tosto nella contraria l'elettricità sì de' _cuscini_ che
della _catena_ non è tanto agevol cosa nelle macchine usuali: anzi se
queste, com'è di solito, portano il disco di vetro liscio, non è mai
che si ecciti altra elettricità che di _difetto_ negli _strofinatori_,
qualunque essi siano, e di _eccesso_ nella _catena_; se poi il disco
sia di zolfo, potrem bene elettrizzare or nell'una, or nell'altra
maniera, ma è mestieri per ciò cangiare di _strofinatori_. L'apparato
nostro non abbisogna d'altro per mutar le vicende de' segni, che di
compartir sopra il mastice la carica della caraffa da quella banda
che la ricevette dallo scudo (es. gr. nella fig. 4 va impugnata la
pancia G della boccia, e visitato il mastice coll'uncino I). A tal uopo
gioverà aver prima distrutta, mediante l'applicazione del fazzoletto,
l'elettricità vecchia del mastice.
Ma queste vicende delle contrarie elettricità riescono poi affatto
graziose usando di un Elettroforo per animarne un'altro, come nella
fig. 2; e più avendovene una serie: giacchè se il primo era elettrico
per _eccesso_ dà al secondo l'elettricità per _difetto_, e questo
secondo porta novellamente carica d'_eccesso_ al terzo; e così
adoperando di seguito, il quarto diventa elettrico come il secondo, il
quinto come il primo, e il terzo ec. Alzando poi ad un tempo due scudi
vicini, vale a dire contrariamente elettrizzati, ne spicca la scintilla
del doppio più forte coerentemente alla teoria.