_....... voveasque sacellis_
_Exta: et candidula divini thomacula porci._
Tra le prose fiorentine vedi nella Cicalata IV, dove la porchetta ò
chiamata _porco deliziosissimo_. Difatti chi non esclamerà al solo
vedere la porchetta col Dott. Chimentelli. _Che Nepentisi! che panacea!
che pancresti! che giulebbi o manuscritti perlati!_
Le _porcilie piaculari_, tanto usate nei sacrifizi, non erano che
una porchetta un poco più tenera, la quale sventrata ed offerte le
viscere agli Dei, _extis porrectis_, cuocevasi per colezione o merenda
di quei non storditi sacerdoti.... I fratelli Arvali, che pure erano
persone nobili e delicate, ed erano dodici soltanto, e non sempre
tutti intervenivano al sacro epulo, in una giornata di maggio ogni anno
immolavano in un loro Luco, fuori di Roma, due porcelle piaculatorie,
e purgavano in tal guisa il sacro bosco. Verso il mezzogiorno, deposta
la protesta, così per colezioncina, per un semplice asciolvere, per
un jentacolo, che più tardi facevasi l’epulo grande, mangiavansi le
due grassoccie porcellette in porchetta, ed il sangue delle medesime
fritto. E l’autore anonimo di quest’opera arguta, che era canonico
e dotto bibliotecario di Rimini, aggiunge, «_Il sangue delle altre
vittime lo spargevan bene colla Patena sull’Ara, ma questo della
porcella se lo friggevano gloriosamente._»
Arnobio ci assicura di questi sacrifizi con quelle parole. — _Quæ est
enim causa, requiram, ut eadem rursus, ut ille Tauris Deus, hædis alius
honoretur, aut ovibus? Hic lactantibus porculis, alter intonsis agnis,
hic virginibus buculis, capris ille cornutis, hic sterilibus vaccis, at
ille incientibus scrofulis? Hic albentibus, ille tetris, alter feminei
generis, alter vero animantibus masculinis? etc._
È certo che oltre i sagrifizi porcini da noi altrove mentovati,
usavansi anche dopo parto felice. Plaut. Rud. A. 4. Sc. 6.; e per
ottenere buon raccolto. _Verris obliquum meditantis ictum Sanguine
donem._ Hor. L. 3. Od. 23.; ma più comunemente nelle alleanze, come
si disse, e come può vedersi in Varr. R. R. 2. 4., Liv. I. 9., e IX,
5., Virg. Æn. 12. v. 170, Homer. Illiad. 19. ecc. Anche a’ dì nostri,
ci assicura la _Bibliotheque Universelle_ di Ginevra (Juillet 1817.
p. 261.) i naturali dell’Isola di Vahoo sagrificano il porco al loro
Dio, e lo mangiano. Lo stesso si fa nell’Isola Tonga del Mar Pacifico
da que’ selvaggi per usi sacri, e nelle nozze, facendosi la porchetta,
che poi si distribuisce al popolo (Bibl. Un. Dec. 1817. p. 361.) A
proposito però del mangiare, di cui parla Marziale nella seguente nota,
è da osservarsi, che il porcello di un mese è buono a mangiarsi, e che
con uno di questi quel buon arnese di Nerone, per mezzo di una certa
femmina chiamata Locusta, avvelenò il di lui fratello Britannico, come
narra Svetonio.
Ateneo ci racconta che in alcuni luoghi sacrificavasi con porcelli
di latte; ma più bella la schicchera Porfirio il quale racconta
che Pittagora, e Pittagora era uomo di senno, non sacrificava mai
altri animali che porchette tenerissime. Oh andatevi a fidare di chi
dice che Pittagora non mangiava il porco! se le sacrificava le avrà
anche mangiate, perchè i sacrifizi, come sapete, vogliono essere
mangiati. Non mangiava bensì altre carni, ma quella del porcello
(cioè la porchetta) gustavala. Aul. Gell. Noct. Att. 4. 11. Che diremo
dunque di que’ Pittagorici che odiano il Porco? Ser Magiro mio, non
vi fidate di lasciare la vostra porchetta in luogo solitario, ove
potesse penetrare qualche Pittagorico. Lasciereste le pere in guardia
all’orso: e la porchetta andar potrebbe in visibilio. Del resto le
_Porcilie piaculari_, _o espiatorie_ si immolavano ad Aram, laddove
la _Vacca onoraria_ immolavasi ad Foculum. Alcuni credono che per Ara
s’intendesse l’altare del tempio, e per _Foculum_ l’altare domestico.
Altri credono che le Are fossero le are avanti ai lari nelle case,
ed il _Foculo_ fosse il fuoco istesso che ardeva nelle dimestiche
abitazioni in onore dei medesimi e che di qui ne sia nato il proverbio
_Dimicare pro aris et focis_.
Gli antichi stimavano impura ai sacrifizi la porcella che non avesse
compiti i cinque giorni, e Coruncano non voleva che fosse pura finchè
non era divenuta bidente, come ci assicura Plinio (L. 7. c. 51.).
Varrone (de R. R. l. 2. c. 4.) dice che vi vogliono dieci giorni perchè
sia pura. Per me credo che _pura_ e _buona_ presso questi signori fosse
sinonimo. Comunque sia, a noi poco importa di tutto ciò. Dunque, punto.
Catone poi insegna la formula colla quale invocavansi gli Dei, o le Dee
in simili congiunture dicendo: _O Dio, o Dea, cui è sacro questo bosco,
ti prego con questo espiatorio Porco, ecc._: E nel Carme lustrico
dice, _Priusquam Porcum foeminam immolabis, Jano struem commoveto sic;
Jane Pater te hac strue bonas preces precor, uti sis volens propitius
mihi, liberisque meis, domo, familiaeque meae_. Poi si offriva il
vino. Qui poi la parola strues è sinonima di Libum. Vedasi Festo, e la
Cornucopia del Perotti. Vedansi parimenti i medesimi sulla _Porca_,
secondo i tempi in cui sacrificavasi, ora detta _Porca praecidaria o
praecidanea_, ora _succedanea_. Eravi poi l’uso d’immolare piuttosto
vittime maschie agli Dei maschi, e vittime femmine alle Dee femmine, e
lo stesso usavasi col Porco, ma non sempre questo rito era osservato
con rigore. I Porci destinati al sacrifizio appellavansi _Porci
Sacres_, o _Sacrivi_. Vedi Varrone de R. R., e Plauto Menaechm. A. 2
Sc. II.
I Porci del Medio Evo erano anche regaglie, o _exenia_, che dai Coloni
dovevansi ai Padroni. Vedete la lettera 64 del lib. X. di S. Greg.
M., ed i Papiri di Monsig. Marini, note al Papiro 34 pag. 234, e note
al Papiro 133. Etelstano Re d’Inghilterra dava buoni prosciutti agli
affamati (ex Tom. I. Concil. Britan. Concil. Grateleanum), e ne fece
una legge nell’anno 928. Queste erano regaglie, o canoni più belli ed
utili assai che non furono nel Medio Evo, e nei bassi tempi i Canoni
_trium quartorum Polastris, fogatias duas, duo brachia candelarum,
unam bonam quartam vacce, unam spallam carnium, unum turdum, medietatem
quarte partis unius turdi, unam bonam tortocraeam, quatrinos tres, tria
petia ficorum, duos tertios medii Caponis pinguis, fumum Caponis cocti,
medie once cere nove, unam unctiam piperis, unam bonam casciatam,
ficas restas tres, turta munda, unum par caponorum grassorum_, ed
altri simili, o del canone di quattro reste di fichi, o dodici porri,
che vedonsi nel Codice Bavaro edizione di Monaco del 1810 pag. 72, o
dell’ala di Cappone che una famiglia pagava in Piemonte a non so qual
luogo, come seco lui confabulando, mi assicurò il celebre Ab. Denina;
o di un piatto di neve pagato altrove, come può vedersi nel libro
_Les ruines de Port-Royal des Champes_. Vedasi anche il Muratori,
_Dissertazione_ XXXVI _sopra le Antichità Italiane_.
Anche ai tempi dei Romani si esigevano Porci dai possessori da
distribuirsi ai Soldati, come può vedersi in Cassiodoro lib. XII.
ep. 14., e dalla L. 2. del Codice Teodosiano _de erogat. milit. an._
Davasi anche ai Tribuni ed altri militari strutto, lardo, ecc. Ad
Aureliano, prima che fosse Imperatore, mentre era Tribuno, Valeriano
assegnò _porcellum dimidium_. Mengotti Commerc. de’ Romani. Anche le
contribuzioni pagavansi dal Popolo in generi e porcina.
L’uso delle porcellette di latte o bimestri come piacevano ad Orazio,
si è conservato ancora oggidì nel Lazio e nella Sabina. Ai tempi di
Roma per banchetti e nozze adoperavansi le porche le più tenere e
saporose per farle in porchetta all’uso nostro e riuscire così, al dire
del buon Varrone, il boccone più buono che gli Iddii abbiano concesso
per banchettare. Quanto all’età doveva passare i sei mesi e quasi
toccare l’anno. Osservavasi quando la porca cominciava dal dorso al
capo avere le setole divise, nel qual caso chiamavansi _porci biseti_,
o _delici_ e talora anche _verri_, ed in questo caso erano stimati
eccellenti alla grand’opera. Per avere poi la carne di dette porche
saporosa, le ingrassavano, e chiamavanle poscia così ingrassate _eximii
porci_.
Vi ricorderete quando Automedonte nel libro IX dell’_Iliade_ d’Omero,
allorchè Achille ricevè gli ambasciatori del Campo Acheo, si mise a
fare un abbondante cucina, e tra le altre cose, come traduce il Monti:
.... il pingue saporoso tergo
Di saginato porco
e poco dopo:
A rosolar sul fuoco i _saginati_
Lombi suini....
Marco Apicio aveva inventato un modo particolare di ingrassamento.
Costui prendeva la porca femmina e dopo due giorni d’inedia castravala,
poscia cominciava l’ingrassamento che durava quaranta giorni e questo
lo faceva con fichi secchi. Finalmente quando era ben grassa, dava
alla vittima una gran bevanda di acqua melata, e così la faceva morire
subitamente di ripienezza.
Il canonico Luigi Nardi dà per l’etimologia del _Porcus Troianus_:
Avevano ben ragione di chiamarlo con tale nome; poichè siccome il
Cavallo Trojano, che pure fu inventato da un cuoco greco di nome Epeo,
era gravido d’armi e d’armati, così le loro _porchette_ avevan l’anima
di eccellentissimi ingredienti composti, che formavano un assai buono e
badiale ripieno. Ecco perchè le chiamavano _Porcus Troianus_.
Nel _Porcus Troianus_ vi mettevano per entro, i Romani, oltre il pepe,
gli aromati, sali e le altre cose di rubrica, dei tordi, beccafichi
arrostiti, rossi d’uova, salsiccia, vulve abbocconate o trinciate, e
qualche volta dei crostacei, o a dir meglio dei frutti marini come
ostriche, pettini e simili. Udito Macrobio: _turdi assi, ficedule,
vitelli ovorum, et ostrea, et petinis, lucanica, vulvae concisae_,
ecc. Le _vulvae concisae_ però, cavate dalle porcelle stesse erano il
miglior boccone e di cui facevasi dai Romani la più squisita e ghiotta
pietanza, che avessero, ed il descrivere la quale troppo lungo sarebbe,
rimettendo gli amatori dell’antichità a Plinio, a Marziale, a Macrobio
ed altri, contentandomi di accennare la stima che ne facevano i due
celebri poeti Orazio e Giovenale. Il primo così si esprime:
_Nil milius turdo, nil vulva dulcius ampla._
Ed il secondo:
_Qui meminit calidae sapiat quid vulva culinae._
Non solo i Romani, ma anche gli Etruschi, gli antichissimi Greci ebbero
l’uso di immolar le porchette nelle nozze, assicurandoci Varrone che
la porca uccidevasi non solo nella alleanza de’ Regi, ma eziandio dai
Magnati di Etruria in principio dello loro nozze, nelle quali moglie
e marito immolavano la porca; dagli antichissimi popoli del Lazio
prima dei Romani; e Varrone ne rende le doppie ragioni. La prima
perchè dovevasi la Porca immolare nelle alleanze, _e lo sposalizio
è l’alleanza legittima e perpetua di un maschio con una femmina_,
definizione che Baldo istesso non saprebbe migliorare; la seconda per
la ragione mistica di sua fecondità. Auguravasi così alla sposa che
fosse feconda; ed immolavasi come animale alla Cipria Dea assai devoto:
_Mactatabur Porca non modo quia omnium animalium maxime in Venerem
prona est, sed etiam ut nupta in suscipiendis liberis foecunda esset ut
scropha, quæ olim inventa est sub ilicibus_, la quale fece tanti figli
in una volta, come dice Virgilio:
_........... Ingens inventa sub ilicibus Sus_
_Triginta capitum foetus enixa._
I Romani pertanto come gli Argivi ed i Re, e potenti dell’Etruria,
nelle nozze a Venere dea della voluttà la porca sacrificavano,
come altri la sacrificavano alla sorocchia di Giove, cioè a Giunone
Iugale, nel cingere la Zona alle nuove spose, per significare l’amore
coniugale ove fu anche appellata la porchetta _Sacrificium Nuptiale_
ed io scommetterei (dice sempre il dotto canonico) un _pescennio
nigro_ che l’uso di chiamare oggidì _le Nozze_ il giorno, in cui si
mangian le primizie del porco frescamente ucciso, deriva da questi
sacrifizi nuziali antichi, indispensabili a tutti gli sposalizii. Se
poi questa porchetta fosse la famosa nuziale pietanza detta _Nuptialis_
o _Nuptialicus_, su cui si son rotte lo teste tanti antiquari, a me non
appartiene il definirlo, benchè inclini a crederlo.
«Fastosi andar dobbiamo noi, che nei nostri paesi (dice il canonico
riminese) conservata abbiamo un eroica vivanda, che altrove comunemente
non usasi e che nulla ha di comune coll’antica napoletana porchetta o
con quella della soppressa famosissima bolognese _birrichinaglia_[18],
ma che è totalmente antica, totalmente nobile, totalmente nostra
propria....»
Fu Enea il primo che ai Lari sagrificò la scrofa coi figli, al dire
di Dionigi di Alicarnasso presso il Grenovio T. vii. col. 165. Furono
anche detti perciò Lares Grundiles. Orazio (III. 23):
_Si thure placaris, et horna_
_Fruge Lares, avidaque Porca_