CAPITOLO XIV.

_Digressione intorno alla quarta crociata[387]. — Conquiste

delle repubbliche italiane in Oriente._

[387] La prima crociata è quella di Gotifredo di Bouillon l'anno

1096; la seconda quella dell'Imp. Corrado e di Luigi VII, l'anno

1148; la terza quella di Federico Barbarossa, Filippo Augusto e

Riccardo cuor di leone l'anno 1189: ma di mezzo a queste grandi

spedizioni, altre armate crociate passarono in Oriente, motivo per

il quale alcuni storici chiamano la presente la quinta crociata. _N.

d. T._

Il pontificato d'Innocenzo III è famoso per le guerre sacre ch'egli

provocò, facendole promulgare dai predicatori. Mentre alcune armate

cattoliche soffocavano nelle province occidentali e presso gli Albigesi

i primi germogli dell'eresia e dello spirito d'indipendenza, altre

ugualmente condotte da predicatori cristiani sottomettevano al poter

papale il patriarca dell'Oriente, il più antico rivale della sede

romana, e la chiesa greca, che fino dalla metà del secolo XI i Latini

avevano colpita d'anatema siccome infetta d'eresia[388].

[388] Sentenza pronunciata contro i Greci il 16 luglio del 1054.

Vedi Collectio concil. _t. XI, p. 1457.-1460_.

Se la prima di queste guerre religiose richiamò a se un istante la

nostra attenzione, soltanto perchè Innocenzo III l'adoperò come

stromento per istabilire la sua monarchia temporale, e quel potere de'

papi che doveva alternativamente appoggiare le repubbliche ed

opprimerle; la seconda appartiene assai più, e direi quasi

essenzialmente alla nostra storia, poichè l'acquisto di Costantinopoli

non fu meno l'opera di Venezia, che degli altri Latini assieme riuniti;

e mentre questa fiera signora dell'Adriatico attaccava i Greci, Pisa li

difendeva, e finalmente le tre repubbliche marittime d'Italia ebbero

parte nella divisione dell'impero d'Oriente.

Ma questa spedizione di tanta importanza è stata già descritta da tutti

gli storici delle crociate, e da tutti quelli di Costantinopoli; e ciò

che più monta, da Gibbon[389]: e dopo che questo ammirabile scrittore ha

presentato drammaticamente, ma con tutta verità e con profonda

erudizione, il quadro di un'epoca della storia, difficile riesce, senza

dubbio, il richiamare sugli stessi avvenimenti l'attenzione del lettore.

Ciò null'ostante ho seguito l'esempio di Gibbon, attingendo, com'egli ha

fatto, agli scrittori originali, e non copiandoli: e la conquista di

Costantinopoli considerata sotto i rapporti che la legano alla storia

veneziana, si mostrerà in parte sotto un punto di veduta affatto nuovo.

[389] _Decline and fall of the Roman Empire c. 60.-61._

Dopo la fondazione di Costantinopoli il governo di questa capitale e del

suo impero era sempre stato puramente dispotico e non monarchico,

secondo il liberale significato dato dalle moderne nazioni a questo

vocabolo. Giammai veruno spirito di libertà, o nazionale o di corpo,

aveva per un solo istante fatto ostacolo ai criminosi arbitrj del poter

reale, nè pensato forse che si potesse tener in bilico il solo

onnipotente volere del governo. Abbiamo già osservato come gl'Italiani,

dopo avere scosso un'eguale potere, avevano fatto acquisto di nobili e

generose idee; mentre ai tempi d'Innocenzo III, un governo invariabile,

sempre regolare ed apparentemente incivilito esercitava già da otto

secoli l'uniforme sua influenza sui Greci. Il despotismo degl'imperatori

di Costantinopoli, sempre intero e sempre favorito da tutte le

circostanze, è una compiuta incontrastabile prova dei naturali e

necessarj effetti del più pessimo governo.

Infatti potrebbersi impugnare gli esempj delle torbide dinastie fondate

colla forza delle armi, perchè la violenza della loro origine trae

sempre seco un'eguale violenza, che l'accompagna finchè dura; perchè i

soldati che fecero il loro monarca possono ancora disfarlo; e perchè

finalmente la sovranità confidata una volta alla forza brutale, non può

giammai impiegarsi con discernimento al comune beneficio. L'autorità di

Cesare in Roma fu tutta militare; ma Costantino trasportando la sede

dell'impero nella sua nuova città, tolse lo scettro di mano ai soldati;

il despotismo greco fu una costituzione civile; e quando la corona fu

trasferita dall'una all'altra famiglia, lo fu per gl'intrighi del

palazzo, e non col mezzo de' clamori e dell'ammutinamento delle armate.

Potrebbesi pure impugnare l'esperienza d'una nazione barbara ed

ignorante, che giammai non avesse riflettuto intorno allo scopo delle

civili società, ed il di cui capo non avesse mai pensato che il suo

interesse è legato a quello del popolo. Ma i Bizantini avevano raccolta

la sapienza di tutto l'universo, l'immensa eredità della esperienza di

tutte le antiche repubbliche, di tutte le antiche monarchie. Erano tra

le loro mani i libri di tutti i filosofi greci e romani, e quelli delle

più moderne scuole apertesi ai tempi di Adriano e degli Antonini, colle

memorie delle dinastie dell'Asia e dell'Egitto, ch'ebbero regno nelle

stesse province del loro impero. Giammai altri despoti montarono sul

trono con maggiore facilità di riunire una più grande quantità di lumi.

Nè tutte queste cognizioni pratiche andarono neglette o perdute; il

dispotismo greco, per mezzo di felici e rare circostanze, si trovò al

possesso di un bel sistema di giustizia, di un bel sistema

d'imposizioni, i quali risparmiarono ai sudditi dell'impero molte

private sofferenze. La giurisprudenza di Giustiniano è forse, fino a'

nostri giorni, la più equa e meglio ordinata legislazione. Il sistema

delle imposte stendevasi a tutti i ranghi, ad ogni genere di ricchezze,

e procurava allo stato le maggiori entrate possibili, proporzionatamente

alle somme che pagavansi dai sudditi.

Niun governo può esistere indipendente dalle circostanze esteriori o

accidentali della nazione, ed i partigiani del despotismo potrebbero

confutare le conclusioni che si deducessero contro di loro coll'esempio

dell'impero greco, se questo impero fosse stato così vasto da non

permettere alcun legame tra i suoi abitanti, ristretto in modo di non

avere bastanti forze per difendersi; se fosse stato circondato da troppo

bellicose o troppo potenti nazioni per poter loro resistere; se i

cittadini avessero affatto perduto ogni carattere militare; se fossero

stati poveri in modo di non poter pagare le imposte; finalmente se una

nazionale inimicizia gli avesse alienati dal loro proprio governo. Ma

l'impero greco, quando si divise dall'occidentale, era più vasto, più

ricco e più popolato di quel che lo sia mai stato l'impero di Carlo

Magno, ed essendo le antiche conquiste di cui era formato andate in

dimenticanza, il corpo intero della nazione parlava lo stesso idioma, e

l'abitante della Siria risguardavasi come un cittadino della Tracia. I

successi ottenuti dalle barbare nazioni che lo attaccarono non devono

illuderci intorno alle loro forze, che tutte insieme non pareggiavano la

popolazione o la ricchezza del solo impero greco; la loro arte militare,

la loro disciplina, le loro armi non erano altrimenti paragonabili a

quelle de' Romani; tra le varie orde di barbari che uscirono dalla

Tartaria, dalla Persia, o dall'Arabia per movere guerra ai Greci, non

eravi alcun popolo che possedesse quel valore fermo ed ostinato, che i

Galli ed i Germani opposero invano alle romane legioni. Non eravi alcun

popolo abbastanza istrutto delle cose politiche per sapere trattare

alleanze, e combinare contro Costantinopoli una pericolosa colleganza;

veruno che tentasse di corrompere i sudditi dell'Impero e di eccitare la

ribellione nel suo seno; veruno che coll'esempio di un prospero governo,

o per mezzo de' principj sui quali si fondasse, facesse crollare i

fondamenti dell'autorità de' Cesari. Il valore militare era, a dir vero,

quando si divise lo stato di Roma, già venuto meno per la lunga durata

del precedente despotismo; ma in sul cominciare di questo despotismo,

era ancora nel suo pieno vigore; ed anche dopo Costantino, le legioni

romane, capitanate da Giuliano, mostrarono che l'antico valore non era

spento. Finalmente il ritorno della sovrana autorità tra le mani dei

Greci, era per essi come una vittoria nazionale, che doveva attaccarli

al loro monarca. Tutto prometteva all'Impero greco una costante

prosperità, se il despotismo era mai capace di renderla stabile.

Non è qui bisogno di tener dietro alla vergognosa storia de' monarchi di

Costantinopoli ed ai deboli intrighi della loro corte, per sapere a qual

punto di avvilimento questo governo, tanto favorito dalle circostanze,

aveva ridotta la razza umana: basta osservare cosa fosse l'Impero greco

quando i crociati risolsero di conquistarlo; senza armate, senza flotte,

senza tesori, senza coraggio, senza talenti; non contava un solo

generale che avesse saputo meritarsi la stima de' soldati, quantunque

l'Impero si trovasse sempre impegnato in guerre civili e straniere. Nel

lungo corso di dieci secoli non produsse una sola opera scientifica o

letteraria che s'innalzasse al di sopra della mediocrità, sebbene siansi

sempre più o meno coltivate le lettere, e che i Greci fossero

intimamente persuasi d'essere i soli al mondo capaci di scrivere, e che

senza di loro tutti i popoli da essi chiamati barbari sarebbero

condannati a perpetua obblivione[390]. Ogni energia era talmente spenta

ch'erano perfino cessate le dispute religiose; ed i sofisti greci non si

occupavano più delle interminabili loro controversie; e dopo l'ottavo

secolo niuna nuova eresia aveva turbata la tranquillità di quella

Chiesa[391]. Un'altra prova di questo indebolimento è che i Greci

avevano rinunciato ad ogni commercio straniero, malgrado la superiorità

delle loro ricchezze, malgrado i sommi vantaggi de' loro porti e delle

loro posizioni, e malgrado l'esclusivo possesso lungo tempo conservato:

erano i repubblicani d'Italia, che stabilitisi tra di loro, ne facevano

tutto il traffico. I Greci contenti del commercio spicciolato e delle

manifatture che non richiedevano l'occupazione d'alcuna facoltà

dell'anima, e dove gli uomini potevano agire come semplici macchine,

abbandonavansi ad una profonda mollizie. I piaceri sensuali ed il riposo

erano i soli oggetti dei loro desiderj: essi ignoravano perfino

l'esistenza del punto d'onore, ed erano diventati insensibili alla

vergogna[392]. Questo carattere nazionale verrà bastantemente sviluppato

quando li vedremo alle mani coi Latini.

[390] Niceta quando fu presa Costantinopoli non volle più scrivere

la storia, per vendicare la sua patria offesa dai barbari, e perchè

il loro nome non passasse alla posterità. _Nicetas Choniates in

Murzuflum, c. 6. Edit. Venet. p. 307. a_

[391] _Gibbon decline and fall, c. 54. ad init._

[392] _Nicetas Chron. Constant. status. p. 309. a b_

Le cronache delle città marittime d'Italia ci somministrano poche

notizie intorno alle colonie stabilite dai loro cittadini in

Costantinopoli o in altre città dell'Oriente: queste colonie

governavansi da se medesime, nominavano i propri ufficiali senza

riceverli dalla metropoli; e qualunque si fossero la popolazione e la

ricchezza loro, non potevano ritenersi appartenenti allo stato. Quindi

gli storici nazionali diedero pochissima importanza alle guerre de'

privati veneziani e pisani nell'altra estremità dell'Europa, comechè le

conseguenze che ne derivarono siano ai nostri tempi risguardate con

sorpresa; mentre le continue guerre de' Pisani e dei Genovesi, che hanno

più che altro l'aria di pirateria, attiravano potentemente tutta

l'attenzione delle loro città.

Già da molto tempo, i Veneziani, siccome più vicini alla Grecia, avevano

ottenuti grandissimi vantaggi commerciando colla medesima; e per

compensare i beneficj di cui godevano, somministravano le loro flotte

agl'imperatori di Costantinopoli per valersene nelle guerre di mare; ma

da cinquant'anni in qua questa buona armonia erasi non poco alterata. I

Veneziani troppo fidando al proprio coraggio, non dissimulavano il loro

disprezzo per la viltà greca, e vendicavansi colle armi alla mano de'

più leggeri insulti che loro fossero fatti.

Dopo l'assedio di Corcira, nel quale i Greci ed i Veneziani avevano

combattuto assieme sotto gli stessi stendardi, Manuele Comneno fu

costretto di calmare la subita collera degli ultimi con umilianti

sommissioni[393]. Ciò era accaduto del 1152, ma nel 1169 lo stesso

imperatore, irritato senza dubbio da recenti offese, li fece tutti

imprigionare nel medesimo giorno, assicurandosi delle loro proprietà in

tutti i porti de' suoi stati. Non furono tardi i Veneziani a

vendicarsene, devastando con una flotta di cinquanta galee l'Eubea, Chio

ed altre isole, e forzando l'imperatore a domandare la pace, ed a

promettere in compenso de' beni confiscati che non poteva restituire, il

pagamento di ragguardevole somma. Una grande popolazione umiliata da un

pugno di gente non può non sentire per questi valorosi un odio eguale al

terrore che la comprese. Quantunque i Veneziani, stabiliti a

Costantinopoli ed in tutto l'Impero, avessero stretti legami di famiglia

coi Greci, e sembrassero diventati loro concittadini, il solo loro nome

li rendeva in faccia al popolo un oggetto di odio; talchè ogni

rivoluzione di corte, ogni sedizione popolare, poteva essere il segno

d'un massacro. Quando Andronico, l'anno 1183, cacciò dal trono Alessio

Comneno, figliuolo di Manuele[394], i Veneziani furono attaccati

all'impensata, saccheggiati e costretti a salvarsi colla fuga: del 1187

sotto il regno d'Isacco Angelo[395] furono nuovamente attaccati; e da

quest'epoca fino al 1201 gl'insulti del popolo e le violenti esazioni

degli ufficiali del governo moltiplicarono ogni giorno i titoli di

malcontento e l'odio reciproco delle due nazioni. I negozianti pisani

seppero approfittare delle disposizioni in cui trovavansi i Greci verso

i Veneziani, per soppiantarli nel commercio di Costantinopoli; e la loro

colonia fu in breve la più ricca perchè non si rifiutarono di venire

frequentemente alle mani coi Veneziani onde mantenersi cari al governo

greco che li ricolmava di favori[396].

[393] _Nicetas Chron. in Manuel. Comment. l. II, c. 5. Edit. Venet.

Scrip. Byzant. p. 45. — Joan. Cinnami Hist. l. VI, c. 10, p. 128. t.

XI._

[394] _Nicet. in Alex. Manuel. Comnen. filium c. 11. p. 138._

[395] _Id. in Isaacium Angelum l. II, c. 10. p. 203._

[396] _Nicetas in Alexium lib. III, cap. 8. et 9. p. 280._

Il trono di Costantinopoli era a quest'epoca occupato da un usurpatore.

Dopo i principi della casa Comnena ch'eransi fatti ammirare come

superiori assai ed ai loro predecessori ed ai loro sudditi, la Grecia

era stata da prima governata da un debole fanciullo, ultimo erede di

questa stirpe; poi da un feroce tiranno, Andronico; e dopo questi dal

debole Isacco Angelo, ch'era stato in fine balzato dal trono da suo

fratello, privato della vista e posto in carcere: ma ciò che facilmente

non accaderà giammai altrove, l'usurpatore non aveva nè maggiori talenti

ne più coraggio di quello ch'egli aveva spogliato della porpora; ed il

secondo Alessio Angelo, nelle delizie del suo palazzo, non occupavasi,

in sull'esempio di suo fratello, che de' suoi piaceri e delle assurde

predizioni degli astrologi.

Tale era, l'anno 1198, lo stato dell'Oriente quando Innocenzo III

facendo predicare la crociata da Folco di Nuelly pose in moto la maggior

parte de' baroni francesi per riconquistare il santo Sepolcro. Tebaldo,

conte di Champagne, Luigi, conte di Blois, Baldovino, conte di Fiandra,

Ugo, conte di san Paolo, Simone, conte di Monfort, e Goffredo, conte di

Perche, potevano risguardarsi come i capi dell'intrapresa[397]. Essendo

morto Tebaldo avanti che la loro armata potesse porsi in cammino, i

crociati, in un'assemblea tenuta a Soissons, nominarono loro condottiero

Bonifacio di Monferrato, fratello di quel marchese Corrado che aveva

così valorosamente difeso Tiro contro Saladino.

[397] _Geoffroy de Villehardovin_, Della conquista di

Costantinopoli, _in Script. Byzant. Edit. Venet. t. XX, p. 1_. —

Doutreman, _Costantinopolis Belgica, lib. II, p. 88_, dà un catalogo

di tutti i più illustri crociati. Rispetto agl'Italiani per altro è

assai mancante.

Dopo ciò i crociati risolvettero l'anno 1201 di passare in Palestina o

in Egitto per la via di mare, e cercarono di fare coi Veneziani un

trattato di sussidio e d'alleanza. Enrico Dandolo allora duca, o doge di

Venezia, offrì ai loro ambasciatori in nome della repubblica di fornire

tanti bastimenti da trasporto, chiamati _usceri_ o _palandre_, quanti

bastassero per quattro mila cinquecento cavalli, e nove mila scudieri;

vascelli per quattro mila cinquecento cavalieri, e venti mila uomini

d'infanteria; le provvigioni per tutte queste truppe per nove mesi, e

cinquanta galee armate per iscortarli su quelle coste in cui il servizio

di Dio e della cristianità li chiamerebbe[398]. Domandavano in compenso,

che i crociati avanti d'imbarcarsi pagassero ottantacinque mila marche

d'argento e dividessero coi Veneziani a parti eguali tutte le conquiste

che farebbero.

[398] _Villehard. c. 13 e 14, p. 4. — Andreæ Danduli Chron. Venet.

l. X, c. 3, p. 28. Scrip. Rer. It. t. XII, p. 320. — Ibid. in

instrumentum Conventionis p. 323._

Ma prima che queste condizioni, accettate dai crociati, potessero

risguardarsi come convenute, era necessario d'avere l'assenso, prima di

sei savj e della quarantia, consigli fin a que' tempi stabiliti in

Venezia per temperare l'autorità dei dogi; poi del popolo medesimo che

non aveva per anco rinunciato ad ogni ingerenza governativa. Polche

Dandolo ebbe il parere de' suoi consiglieri, e preparati gli animi del

popolo, riunendo per sezioni, prima duecento, poi fino mila cittadini,

adunò l'assemblea generale composta di due mila e più persone nella

chiesa di san Marco, e sulla vicina piazza. Colà dovevano essere

introdotti sei deputati della più alta nobiltà francese che venivano ad

umiliarsi innanzi ad un popolo di mercanti per implorarne l'assistenza.

Uno di loro, Goffredo di Villehardovin, maresciallo di Champagne, lasciò

scritta in vecchio francese una relazione di quest'ambasceria e di tutta

la spedizione; eccone il racconto[399]:

[399] Non è questo il testo medesimo di Villehardovin, e nemmeno può

dirsi una traduzione; devo dunque render conto delle fatte

mutazioni. Villehardovin terminò la sua storia avanti il 1213. Per

la maggior parte de' Francesi il linguaggio di quel tempo non è più

intelligibile; non pertanto non sarebbe stato prezzo dell'opera il

citarlo se non ne conservavo il gusto originale, ed il suo

andamento. Credetti di poter farlo intendere senza mutarlo, e

sostituendo la moderna all'antica ortografia, le presenti desinenze

e conjugazioni alle sue, che avvicinano egualmente l'italiano ed il

gallese; conservando per altro tutti i medesimi vocaboli, a meno di

pochi affatto inintelligibili, e lo stesso ordine nelle frasi.

«Il doge, poi ch'ebbe riuniti i suoi concittadini, disse loro, che

ascoltassero la messa dello Spirito Santo, e pregassero Dio a

consigliarli sull'inchiesta loro fatta dai messaggieri; e ciò fecero

assai di buon grado. Finita la messa, il doge invitò i messaggieri

affinchè pregassero il popolo umilmente ad approvare questa convenzione.

Vennero i messaggieri alla chiesa, e furono curiosamente osservati assai

da molta gente che prima non gli avevano così veduti. Goffredo di

Villehardovin prese a parlare, com'era concertato ed assentito dagli

altri messaggieri, e disse: Signori, i più alti e potenti baroni di

Francia ne spedirono a voi; essi vi chiedono mercè: abbiate compassione

di Gerusalemme caduta in servitù de' Turchi; e vogliate in onore di Dio

accompagnarli, e vendicare la vergogna di Gesù Cristo. Essi fecero

scelta di voi, perchè sanno che verun altro popolo marittimo è potente

come voi ed il vostro popolo: c'imposero di gettarci ai vostri piedi, e

di non rialzarci che allorquando avrete determinato d'avere pietà di

Terra santa oltre mare. — Intanto i sei messaggieri inginocchiavansi ai

loro piedi piangendo; ed il doge e tutti gli altri gridarono ad una

voce, stendendoci le mani: noi l'approviamo, noi l'approviamo[400].

[400] _Villehard. c. 16-17, p. 5._

»Nel susseguente anno i crociati ottennero da Innocenzo III

l'approvazione di questa convenzione fatta coi Veneziani[401]; ma mentre

la repubblica soddisfece dal canto suo scrupolosamente agli obblighi

suoi, molti de' crociati vi mancarono vergognosamente. I sudditi del

conte di Fiandra, invece di seguirlo, presero la strada del mare, e,

passando in Siria colle loro proprie navi, non si unirono più all'armata

crociata; il vescovo d'Autun, Guiche conte di Forest, ed altri molti

andarono a Marsiglia per procurarsi il passaggio sopra vascelli

mercantili[402]; di modo che i crociati, che incominciarono ad arrivare

a Venezia dopo la Pentecoste, ed ai quali fu ceduta l'isola di san

Nicola di Lido, non arrivarono al numero che si era supposto, e quando

si venne a riscuotere da cadauno di loro la capitazione convenuta, cioè

due marche per uomo, e quattro per ogni cavallo[403], si fu ancora assai

lontani dal compire le ottanta mila marche convenute, tanto più che

molti dicevano di non poter pagare il loro passaggio, sicchè i loro

baroni ricevevano di costoro quello che potevano averne. I conti di

Fiandra, di Blois, di san Paolo, il marchese Bonifacio, ed i loro amici

vollero sagrificare quanto avevano, e mandarono al doge tutto il loro

vasellame; ma malgrado questo generoso sagrificio mancavano tuttavia

trentaquattro mila marche al compimento del pattuito prezzo[404].

[401] _Vita Innocentii III, c. 84, apud Script. Rer. Ital t. III, p.

526._

[402] _Villehard. § 25-26, p. 9._ — _Rhamnusius de Bello Costante l.

I, p. 27._

[403]

I Veneziani avevano domandato per 4500 cavalli,

4 marchi lir. 18,000

Per i loro cavalieri, 2 marchi » 9,000

Per due scudieri per cavallo, nove mila scudieri,

2 marchi » 18,000

Per venti mila pedoni, 2 marchi » 40,000

——————————

Totale N. 85,000

Perchè i Veneziani fecero sempre le loro monete con argento purissimo,

valuto il marco cinquanta lire, e la totale somma lir. 4,250,000 lire

francesi, lo che è ben lontano dal formare un prezzo esorbitante.

[404] _Villehard. § 30._

»Allora il duca parlò ai suoi popoli, e disse loro: Signori, queste

genti non possono pagarci: quanto hanno fin qui pagato, noi l'abbiamo

tutto guadagnato in forza della convenzioni cui essi non sono in istato

di soddisfare; ma il nostro diritto rigorosamente voluto non sarebbe di

loro aggradimento, e noi ed il nostro paese ne saremmo biasimati assai.

E bene invitiamoli dunque ad un nuovo accordo. Il re d'Ungheria si tiene

a torto Zara in Schiavonia, che è una delle più forti città del mondo, e

che, per quanto noi faremo, non potremo mai riavere senza l'ajuto di

questa gente. Ricerchiamoli di andare a conquistarla per noi, e noi

faremo loro rilascio delle 34,000 marche di cui ci vanno debitori,

finchè Dio permetta a noi ed a loro di guadagnarle insieme. L'accordo

venne proposto in questi termini; e fu impugnato assai da coloro che

desideravano che l'armata si disperdesse: ma infine l'accordo fu fatto

ed approvato.

»S'adunarono allora, in un giorno di domenica, nella chiesa di san Marco

tutto il popolo della città e la maggior parte de' baroni e dei

pellegrini. Avanti che incominciasse la messa solenne, il duca di

Venezia, che avea nome Andrea Dandolo, montò in pulpito, e parlò al

popolo in questo modo: Signori, voi siete associati alla miglior gente

del mondo, e pel più importante affare che altri uomini intraprendessero

mai: io sono ormai vecchio e debole, ed avrei bisogno di riposo, essendo

mal disposto di corpo; ma vedo che niuno saprebbe governarvi e condurre

al par di me, che sono il vostro doge. Se volete acconsentire ch'io

prenda l'insegna della croce per custodirvi e dirigervi, e che mio

figlio faccia le mie veci, e custodisca la terra, anderò a vivere ed a

morire con voi e coi pellegrini.

»E quand'ebbero ciò udito; Sì, gridarono tutti ad una sola voce, noi vi

preghiamo da parte di Dio che la prendiate, e che venghiate con noi.

»Ebbero allora grande compassione il popolo della terra, ed i

pellegrini, e furono versate molte lagrime perchè quest'uomo prode aveva

sì grande motivo di rimanersene, perchè vecchio, perchè, quantunque

avesse begli occhi in testa, non perciò vedeva egli punto, avendo

perduta la vista per una ferita avuta nel capo[405]. Mostrava egli gran

cuore. Ah quanto male gli rassomigliavano coloro ch'eransi diretti ad

altri porti per sottrarsi al pericolo. Così scese egli dal pulpito, ed

andò avanti all'altare, e postosi in ginocchio, versando molte lagrime,

gli fu cucita la croce sul suo grande cappello di cotone, perchè voleva

che tutti la vedessero. Ed i Veneziani cominciarono a crociarsi questo

giorno in molta abbondanza»[406].

[405] Lo storico Andrea Dandolo, uno de' suoi discendenti, dice

soltanto che aveva la vista debole, _et visu debilis. Lib. X, c. 3,

p. XXX, p. 322_. Ducange nelle sue _Osservazioni sopra

Villehardovin_, N.º 204, assicura che a tal epoca aveva

novantaquattro anni, e novantasette quando morì l'anno 1205. Nè

Villehardovin, nè Andrea Dandolo non indicano, parlando della sua

vecchiaja, una così straordinaria età.

[406] _Villehard. § 32-33._ È questo il vocabolo inglese _plenty_,

abbondanza, che trovasi frequentemente in Villehardovin; e ne

abbiamo fatto _pluralità_.

In questo frattempo il figlio del detronizzato imperatore Isacco, che

chiamavasi Alessio, avendo avuto modo di fuggire da Costantinopoli sopra

una nave pisana, e di salvarsi in Italia, mandò i suoi deputati a

Venezia per sollecitare i crociati ad ajutarlo a risalire sul trono de'

suoi padri. Questo giovane principe aveva già visitata la corte di Roma,

ed aveva cercato il favore del papa, ma questi era stato prevenuto

dall'imperatore Alessio suo zio, il quale aveva spediti ad Innocenzo III

ambasciatori di alto rango con grandiosi regali, e pregatolo a mandare

alcuni legati a visitare il suo Impero[407]. Era stato intavolato un

trattato tra Alessio, il patriarca di Costantinopoli e Roma, ed il papa

aveva potuto lusingarsi di ricondurre i Greci all'ubbidienza, cui questi

avevano già ridotti i Latini. Perciò quando da una parte il giovane

Alessio gli chiese protezione, e dall'altra il vecchio Alessio gli

scrisse nuovamente per pregarlo a non dare ajuto al fuggiasco che non

era assistito da verun titolo ereditario, perchè non era porfirogeneta,

ossia nato in tempo che suo padre era sul trono, e perchè l'impero era

elettivo: Innocenzo rispose in modo di richiamare a sè medesimo la

decisione di questo affare, credendo di potere con una sentenza disporre

a modo suo dell'Impero d'Oriente: quindi ordinò che i crociati non

prendessero veruna parte nelle contese de' Cristiani, ed incaricò il

cardinale di san Marcello di assumere in nome del sacro Collegio le

informazioni relative a questa nuova causa[408]. Il giovane Alessio che

non tardò ad avvedersi che poco poteva ripromettersi dalla mediazione

del papa, passò in Germania presso il re Filippo di Svevia, competitore

di Ottone IV, il quale avendo sposata sua sorella, cercò con tutti i

mezzi di raccomandarlo caldamente ai crociati[409].

[407] _Gesta Innocentii III, c. 61. p. 507 e seguenti._

[408] _Ib._

[409] La moglie di Filippo era quella principessa greca ch'era stata

promessa a Guglielmo, figlio di Tancredi, e caduta in mano di Enrico

IV nella presa di Palermo. _Conrad. Ab. Usperg. Ch. p. 304._

Intanto la flotta, poi ch'ebbe caricate tutte le macchine di guerra

necessarie ad un assedio, fece vela da Venezia il giorno 8 di ottobre, e

giunse in faccia a Zara il 10 novembre, vigilia di san Martino[410].

Quantunque assai forte questa città si lasciò sgomentare dalla potenza

dell'armata che veniva per intraprenderne l'assedio, e dopo cinque

giorni i cittadini si arresero al doge salve le vite, ed il saccheggio

della città fu diviso tra i confederati. Ma la stagione era ormai troppo

avanzata, perchè una flotta di crociati potesse giugnere sicura in

Egitto, e prese a Zara i quartieri d'inverno.

[410] _Villehardovin c. 39-44, p, 13-14. — Dandolus in Chron. lib.

X, c. 3, p. XXVII, p. 321._ Stando a Ramnusio questa flotta era

composta di 420 vascelli, cioè 50 galee armate, 240 navi da

trasporto a vela quadrata, e cariche di truppe, 70 vascelli carichi

di viveri e di macchine, e 120 uscieri pei cavalli. _De Bello Const.

l. I, p. 33._

Durante tale dimora i baroni francesi ricevettero lettere del pontefice,

colle quali loro rinfacciava aspramente la presa d'una città cristiana,

ed il profano uso che avevano fatto delle loro armi, mentre che in forza

de' voti emessi omai non appartenevano che a Gesù Cristo: gli avvertiva

poi, che se non si pentivano e non si affrettavano di restituire al re

d'Ungheria tutto quanto avevano tolto ai suoi sudditi, sarebbero colpiti

dalla scomunica già sospesa sul loro capo[411].

[411] _Vita Innocentii III, c. 87, p. 529._

I Veneziani avevano fino da que' tempi adottata, rispetto alla santa

sede, quella ferma ma rispettosa politica, colla quale seppero

conservare verso la medesima una indipendenza che non conobbero le altre

potenze cattoliche. Anche prima quando il cardinale Marcello erasi

portato a Venezia per prendere, col titolo di legato, il comando della

flotta crociata, gli avevano fatto sapere che, se era venuto come

predicatore cristiano, si farebbero gloria di riceverlo; ma che, se

intendeva di esercitare sopra di loro un'autorità temporale, non

potevano accoglierlo sulla flotta[412]. Dopo aver avuta quest'ambasciata

il cardinale erasene tornato a Roma. Le nuove minacce del papa non gli

smossero punto, e piuttosto che sottomettersi, lasciaronsi scomunicare.

I baroni francesi erano più spaventati per le minacce del papa; onde

spedirongli quattro deputati per ottenere d'essere riconciliati colla

Chiesa[413]. Ma mentre cercavano di calmarlo colla loro sommissione,

impegnavansi, contro l'espresso suo divieto, in un trattato col giovane

Alessio, che per più lungo tempo ancora doveva tener lontane le loro

armi dalla guerra sacra.

[412] _Ib._

[413] _Villehardovin c. 53-54, p. 17._

L'anno 1203 il principe greco erasi portato a Zara presso i crociati;

gli aveva commossi col racconto delle proprie sventure e di quelle di

suo padre, e più ancora colle offerte onde seppe abbellire la sua

narrazione. Prometteva di ridurre l'Impero di Costantinopoli

all'ubbidienza della Chiesa romana, di dividere tra crociati duecento

venti mila marche d'argento, di mandare a sue spese in Egitto dieci mila

uomini[414] (che _Villehardovin_ chiama sempre terra di Babilonia[415])

quando egli non possa recarvisi personalmente, e di mantenere

perpetuamente cinquecento cavalieri alla custodia di Terra santa.

[414] _Villehard. c. 46, p. 15. — Dandol. l. X, c. 3, p. 28._

[415] Dal nome di Babilonia d'Egitto, una delle tre città che

formano riunite il Cairo. Veggasi Guglielmo di Tiro _l. XIX, c. 13,

p. 963_, che sempre, da buon critico, e da buon geografo, esamina i

nomi de' paesi.

I Francesi erano già ben disposti a favore del giovane principe, che

invocava, presso di loro, l'alleanza di sua famiglia con quella di Luigi

il giovane[416]. I Veneziani d'altra parte abbracciavano con piacere

un'occasione di vendicarsi dei torti ricevuti dai Greci, e di far loro

provare il proprio potere: e gli uni e gli altri poi parvero sopra tutto

mossi dalla considerazione che per conquistare la Siria era prima

necessario d'essere padroni delle coste di uno dei due paesi limitrofi,

l'Egitto, o l'Asia minore[417]. I più principali signori dell'armata, il

marchese Bonifacio di Montferrat, il conte Baldovino di Fiandra, il

conte Luigi di Blois, ed il conte Ugo di san Paolo, accettarono,

d'accordo col doge, le condizioni loro offerte dal giovane Alessio; ma i

cardinali legati del papa abbandonarono i crociati, e passarono in

Cipro, poi nella Siria, piuttosto che prendere parte alla spedizione

contro la Grecia[418]; ed un gran numero di baroni, tra i quali il conte

di Monforte, dopo aver dichiarato di non volere imbarazzarsi in

un'intrapresa che offendeva il papa, si separarono dall'armata.

[416] Agnese figlia di Luigi VII aveva sposato Alessio Comneno, ed

in seguito Andronico imperatore di Costantinopoli: non era questi un

parentado assai vicino.

[417] _Villehardovin c. 47._

[418] _Epist. Inn. III l. VI, epist 47. — Oderic. Rayn. 1203, § 9,

p. 87._

Già da lungo tempo sapevansi a Costantinopoli i maneggi del giovane

Alessio, ed inoltre la risoluzione dei crociati, onde ebbero tempo di

prepararsi a respingere il loro attacco. Di tutti i paesi d'Europa la

Grecia è quella che invita più fortemente i suoi abitanti alla

navigazione. In ogni tempo le numerose sue isole gli somministrarono

esperti marinaj; ed anco a quest'epoca Costantinopoli divideva con

Venezia l'impero del mare: era dunque a supporsi che una flotta greca

venisse ad aspettare i crociati alla bocca dell'Adriatico, per

impedirgli di avvicinarsi alle coste dell'Impero. Ma l'imperatore aveva

affidato il comando delle sue flotte a Michele Strufuos suo cognato,

uomo bassamente avido, che aveva venduto perfino le ancore, i cordaggi e

le vele dell'arsenale della marina; talchè nell'istante della guerra non

trovaronsi sui cantieri vascelli lunghi proprj alla guerra[419]. Per

farne di nuovi, le vaste foreste delle due coste della Propontide

avrebbero somministrato il legname necessario; ma gli eunuchi del

palazzo avevano prese in custodia quelle foreste, e non permettevano che

si atterrassero le piante dei boschi consacrati alla caccia ed ai

piaceri del loro signore[420].

[419] Si assicura che i Greci avevano avuto poco prima sui cantieri

di Costantinopoli 1,600 vascelli di guerra. _Constant. Belg. l. II,

c. 9, p. 145._

[420] _Nicetas Choniates in Alexio l. III, c. 9, p. 286._

Si sarebbero pure potuti prendere altri mezzi di difesa; perciocchè ai

crociati, ritardati dalla quantità delle palandre, vascelli necessarj al

trasporto d'un'intera armata, era impossibile di giugnere a

Costantinopoli senza dar fondo più volte per procurarsi i viveri e

rifare i cavalli dagl'incomodi del mare. Se le coste dell'Impero fossero

state preparate ad una vigorosa resistenza; se le munizioni ed i viveri

fossero stati trasportati nell'interno, l'attacco sarebbesi reso così

difficile, che il grosso partito de' crociati contrarj a

quest'intrapresa sarebbero in più occasioni stati ascoltati ed avrebbero

fatto rivolgere la flotta verso Terra santa, primo oggetto della loro

spedizione. Ma i crociati approdarono ad Epidamno o Durazzo, ove invece

d'incontrare opposizione, vi furono amichevolmente accolti dagli

abitanti, che giurarono fedeltà al giovane Alessio[421]; approdarono di

nuovo a Corcira, e vi riposarono tre settimane, non travagliati da altra

opposizione che da quella di molti crociati che volevano ad ogni modo

prendere la strada di Terra santa, ma che furono alla fine contenuti.

Ebbero eguale accoglimento a Capo Maleo, a Negroponte, ad Andros, ad

Abido, ed ovunque presero terra: l'imperatore non aveva preparata veruna

resistenza; ed il popolo mancava di energia per supplire all'inerzia del

sovrano.

[421] _Villehard. c. 56 e seguenti._

Finalmente i Latini, sempre secondati da un vento favorevole, arrivarono

il giorno 23 giugno, vigilia di san Giovanni, a tre leghe da

Costantinopoli in faccia ad un'abbazia di santo Stefano, di dove la

città mostravasi tutta intera al loro sguardo[422]. «La gente de'

navigli, galee ed usceri presero porto, ed ancorarono i loro vascelli.

Ora potete ben credere che molti, che mai non lo avevano veduto,

guardavano Costantinopoli, e non potevano credere trovarsi più ricca

città in tutto il mondo. Quando videro le alte sue mura, e le ricche

torri che tutta la chiudevano all'intorno, e que' ricchi palazzi e

quelle alte chiese, delle quali ve n'erano tante che niuno avrebbelo

creduto se non le avesse vedute cogli occhi proprj in tutta la lunghezza

e larghezza della città, che di tutte le altre era sovrana; sappiate che

non eravi persona tanto ardita cui non battesse il cuore; nè ciò deve

recare maraviglia, giacchè non fu mai fatta sì grande impresa....

Ciascuno osservava le proprie armi, pensando che ogni soldato ne avrebbe

in breve avuto bisogno.»

[422] _Villehard. c. 66, p. 22._

Colà dove il Bosforo di Tracia sbocca nella Propontide o mar di Marmora,

apresi un golfo profondo e s'allarga dalle coste d'Europa: i Greci danno

a questo golfo il nome di Chrysocheras, o pure di corno di Bisanzo. Tra

questo golfo e la Propontide è posto Costantinopoli sopra un triangolo

bagnato da due bande dal mare. Il muro settentrionale della città

stendesi lungo la riva del mare di Marmora sopra uno spazio di tre mila

tese; un altro muro presso a poco della stessa lunghezza va a nord-ovest

lungo il golfo Chrysocheras che tien luogo di porto: là dove si

riuniscono questi due muri e dove il triangolo si termina in punta

all'imboccatura del Bosforo di Tracia, è oggi posto il serraglio; ed

all'altra estremità del muro settentrionale verso il fondo del porto era

fabbricato il palazzo di _Blacherna_ degl'imperatori greci. Un doppio

muro che scende dal nord a mezzogiorno, chiude la città all'ovest, e

taglia la sola comunicazione che ha colla terra. Dall'altra banda del

golfo trovansi al nord della città e sempre sulle coste d'Europa i

sobborghi di Pera e di Galata: e sotto di questo il golfo non ha più di

cento tese di larghezza; nel qual luogo appunto è chiuso con una catena

onde assicurare i vascelli che trovansi nell'interno del porto. Di

faccia alla punta di Costantinopoli sull'altra costa del Bosforo

appartenente all'Asia trovasi la piccola città di Crisopoli, oggi

chiamata Scutari; più a mezzogiorno, e sulla stessa Propontide quella di

Calcedonia[423].

[423] Veggansi le piante ed i disegni di Costantinopoli, della

Propontide e del Bosforo in _Banduri Imperium Orientale, t. II, p.

I_.

I crociati sbarcarono prima a Calcedonia; poi passarono a Scutari, e si

riposarono nove giorni nei giardini e palazzi dell'imperatore[424].

Intanto i Greci spiegarono la loro cavalleria sulla spiaggia di Pera in

faccia a quella dei Latini. I crociati, poi ch'ebbero rinfrescate le

loro truppe e cavalli, unironsi a parlamento a cavallo in mezzo al campo

per risolvere intorno al modo che terrebbero nell'attacco: divisero la

loro piccola armata in sei corpi, o battaglie, e quando i vescovi ebbero

esortati i soldati a confessarsi ed a fare testamento, perchè non

potevano sapere quando Iddio disporrebbe delle loro vite, i cavalieri

salirono sulle loro palandre a canto ai loro cavalli sellati e disposti

alla battaglia. Le galee rimorchiarono le palandre fino alla spiaggia

d'Europa, e quando furono vicine alla riva, i cavalieri lanciaronsi in

mare col caschetto in testa e la sciabla in mano, stando nell'acqua fino

alla cintura; e loro tennero dietro i loro sergenti ed arcieri. Tostochè

i Greci armati ed a cavallo sulla riva se li videro vicini[425], benchè

di numero superiori assai, fuggirono a briglia sciolta, senza abbassare

la lancia, di modo che i Latini non incontrarono più difficoltà per fare

scendere a terra i loro cavalli.

[424] _Villehard. c. 69-81, p. 22 e seg._

[425] _Villehard. c. 82, p. 24._

La testa della catena che chiudeva il porto, era difesa dalla torre di

Galata[426], di cui i Latini intrapresero l'assedio. Nella vegnente

notte i Greci fecero una sortita per sorprendere gli assedianti; ma

coll'ordinaria loro viltà si posero in fuga tostochè i Latini dieder

mano alle armi: alcuni s'annegarono volendo gettarsi nelle loro barche,

altri rincularono con tanto precipizio nella torre di Galata, che non si

avvisarono di chiudere le porte, e la fortezza fu presa da coloro che

gl'inseguivano. La catena venne rotta all'istante, e la flotta veneziana

entrò trionfante in porto. Alcune delle galee greche che vi si erano

poste in sicuro furono prese; altre si mandarono a picco sulla riva

opposta a Costantinopoli, ove i marinai le abbandonarono e si diedero

alla fuga.

[426] _Nicetas Choniates in Alexium l. III, c. 10, p. 287._

Alla estremità del porto due fiumi, il Barbisse ed il Cidaro, riuniti in

un solo letto, passano sotto un ponte detto Pietra forata, che poteva

essere lungo tempo difeso; i Greci lo tagliarono, non lasciando

sull'opposta riva alcuna guardia. Per accostarsi dalla banda di terra

alle mura delle città, l'armata doveva fare un giro del golfo, ed

attraversare il ponte. S'impiegò un giorno ed una notte a rifare il

ponte, e grandissima fu la maraviglia de' crociati nel vedere che niuno

veniva ad impedirne il lavoro; ben sapendo che ad ogni crociato la città

poteva opporre venti uomini abili alle armi[427]. Rifatto il ponte, i

crociati vennero ad accamparsi in faccia al palazzo di Blancherna.

Strana maniera di formare un assedio, non potendo guardare che una sola

porta della città.

[427] Villehardovin dice duecento, ciò che deve credersi assai

esagerato. Dice altrove che v'erano quattrocento mila uomini in

Costantinopoli, d'altra parte l'armata crociata sembra che fosse

ridotta alla metà del suo primitivo numero, e per l'assenza di

coloro che mai non giunsero a Venezia, e non pagarono il prezzo

convenuto, e per la diserzione di molti. Può dunque ritenersi di

sedici mila uomini, cioè dieci mila fanti, due mila cavalli e

quattro mila sergenti, senza contare i Veneziani. Tre mesi dopo

Villehardovin fa montare i crociati a 200,000 uomini compresi i

Veneziani, _c. 153. p. 42_.

I Veneziani desideravano che s'attaccasse la città dalla banda del mare

per mezzo di scale e ponti levatoj posti sui loro vascelli: ma i

Francesi rappresentarono che «non saprebbero così bene adoperarsi in

mare, come in terra quando avevano i loro cavalli e le loro armi[428]» e

fu convenuto che si attaccherebbe la città dalla banda di terra e di

mare, combattendo le due nazioni sopra l'elemento a ciascuno più

confacente per mostrarvi il proprio valore. Frattanto la posizione de'

Francesi era assai pericolosa: non passava notte che non fossero cinque

o sei volte obbligati di prendere le armi; e quantunque respingessero

ogni volta con vantaggio gli attacchi dei Greci, non osavano

allontanarsi quattro tiri d'arco dal campo per procurarsi le vittovaglie

che incominciavano a mancare; avevano bensì farine e carni salate per

tre settimane, ma non avevano di carni fresche che quelle de' cavalli

che ammazzavano.

[428] _Villehard. c. 84, p. 26._

In così difficile posizione ogni ritardo diventava fatale. I preparativi

per l'attacco trovaronsi ultimati il decimo giorno, e fu tosto risoluto

l'assalto[429]. I Francesi avevano sei battaglioni: a due affidarono la

custodia del campo, e condussero gli altri quattro all'assalto. Da una

parte cercarono di rompere la muraglia percuotendola col montone,

dall'altra applicarono due scale ad un barbacane o ridotto avanzato

posto presso al mare, col mezzo delle quali salirono sulle mura circa

quindici cavalieri nel luogo detto la scala imperiale; ma furono colà

incontrati dai Varangiani armati di scuri, che Villehardovin dice

Inglesi e Danesi, e dagli ausiliarj Pisani, che la loro rivalità coi

Veneziani teneva attaccati all'imperatore[430], e furono respinti con

perdita. In questo frattempo il doge di Venezia aveva disposta la sua

flotta sopra una sola linea lungo le mura, da cui scacciava i difensori

con frequenti scariche delle sue petriere e colle frecce degli arcieri,

che posti sui ponti in mezzo all'alberatura dominavano le mura. Pure

«sappiate che le galee non osavano prender terra. Ora potete udire le

strane prodezze. Il duca di Venezia vecchio, gottoso, cieco, venne tutto

armato sulla prora della sua galea, facendo portare innanzi a lui il

gonfalone di san Marco, e gridava ai suoi di porlo a terra, o ch'egli

farebbe giustizia dei loro corpi. Allora fecero che la galea prendesse

terra, e saltando fuori, portano innanzi a lui il gonfalone di san Marco

verso la città.» Tutti i Veneziani vedendo la manovra della galea del

doge, slanciansi dietro a lui; piantano sulle mura il gonfalone di san

Marco, e venticinque torri cadono in loro potere.

[429] Il 17 luglio 1203. _Nicet. in Alex. l. III, p. 228._

[430] Εἰ καί προς τῶν ἐπικȣρων Ρωμαίοις Πίσσάτων, καί των

πελεκύρων Βαρβάρων γεοναιότερον ἀπεκρούθησαν. _Nicet. Choniates

ann. l. III, p. 288._

La città sembrava omai presa, ed il doge aveva già mandato ad avvisare

l'armata francese ch'era padrone di un gran numero di torri da cui non

poteva essere sloggiato. Ma quando tentò d'avanzarsi nel soggetto

quartiere, un vasto incendio che i Latini attribuiscono ai Greci, i

Greci ai Latini, lo fermò, obbligandolo a rinchiudersi in quella parte

delle fortificazioni di cui erasi prima impadronito. Intanto

l'imperatore Alessio spinto dai rimproveri del popolo che lo accusava di

avere aspettato il nemico presso le mura, fece sortire da tre porte le

sue truppe ad un miglio e mezzo da quella di Blancherna; e s'avanzò alla

loro testa contro l'armata francese, con intenzione d'avvilupparla. I

Francesi disposero i sei battaglioni innanzi alle fortificazioni del

loro campo; i sergenti ed i scudieri a piedi si posero dietro la groppa

de' cavalli, gli arcieri e frombolieri in sul davanti. Eravi un

battaglione composto di più di duecento cavalieri, che avendo perduto il

loro cavallo erano forzati di combattere a piedi. L'armata francese era

collocata in maniera che non poteva attaccarsi che di fronte; ed ebbe

l'avvedutezza di non moversi, giacchè avanzandosi nel piano, sarebbe

stata avviluppata dalla infinita gente contro cui doveva battersi.

Avevano i Greci per lo meno sessanta battaglioni, ognuno de' quali era

più numeroso di quelli dei Francesi, i quali avanzaronsi lentamente in

ben disposta ordinanza fino a tiro di freccia. Quando il doge Dandolo fu

avvertito che i suoi alleati erano impegnati in così disuguale

battaglia[431], ordinò alla sua gente di ritirarsi e di abbandonare le

torri che avevano prese, dichiarando di voler vivere o morire coi

crociati. Fece dunque avvicinare le sue galee all'armata, e scese egli

stesso il primo alla testa di tutti i Veneziani non necessari al

servigio de' vascelli. Malgrado questo rinforzo, se Alessio avesse avuto

il coraggio di attaccare i Latini, o avesse permesso di farlo a Lascari

suo genero che gliene faceva istanza, probabilmente gli avrebbe

oppressi[432]; ma tosto che gli arcieri ebbero scaramucciato un poco di

tempo, Alessio fece suonare la ritirata, e tornò verso la città senza

battersi, con grandissima maraviglia de' Latini. «E sappiate che Dio non

liberò mai da maggior pericolo niuno, come in questo giorno l'armata de'

crociati; e sappiate che non vi fu alcuno tanto ardito che non ne

risentisse estrema gioja.»

[431] _Villehard. 93, p. 29._

[432] _Nicetas Choniates in Alexium l. III., p. 289._

La notte del giorno medesimo in cui Alessio aveva mostrata la sua

potenza e la sua viltà, risolse di fuggire. Di che datane parte ad

alcuni de' suoi più fedeli, e facendo portare sopra un vascello una

ragguardevole somma in oro, le pietre preziose, le perle e gli ornamenti

della corona, vi si recò egli stesso con sua figlia Irene, e nella prima

vigilia della notte si fece trasportare a Debeltos[433]. E per tal modo

questo principe perdette per viltà se stesso e la patria. La Grecia

aveva avuto altri tiranni, a petto ai quali Alessio era un buon re.

Niceta terminando la storia del suo regno gli accorda ancora qualche

elogio, facendone il paralello coi suoi predecessori. «Grandi erano,

egli dice, la sua dolcezza e la sua clemenza; egli non faceva cavar gli

occhi, non mutilare le membra, nè compiacevasi della carnificina degli

uomini, e durante il suo regno nessuna matrona vestì per sua colpa

l'abito di lutto.»

[433] _Nicetas Choniates in Alexium l. III, p. 289._

Tosto che seppesi in palazzo la fuga dell'imperatore, l'eunuco

Costantino, prefetto del tesoro, riunì i Varangiani e gli ausiliari per

impegnarli a salutare imperatore Isacco suo fratello che si trasse

allora di prigione per rimetterlo sul trono[434]. Nella mattina vegnente

Alessio ed i crociati ricevettero gli ambasciatori del nuovo imperatore,

che invitava il giovane principe a tornare in Costantinopoli,

manifestandogli la rivoluzione accaduta in favore di suo padre. A tale

notizia riunironsi il doge di Venezia ed i baroni, e prima di lasciar

partire il loro protetto, spedirono quattro messaggieri, uno de' quali

fu il nostro storico Villehardovin, onde ottenere da Isacco la conferma

del trattato convenuto con suo figliuolo[435].

[434] _Nicet. in Isaacum, et Alex. Angelos § 1. p. 291._

[435] _Villehard c. 95.-96, p. 30._

Allorchè il vecchio imperatore conobbe le promesse del figliuolo, si

pose a gridare dolorosamente essere tanto considerabili, che non sapeva

come soddisfarvi. Pure, soggiunse, i servigi che voi ci rendeste sono

ancora più grandi, e quando vi donassimo tutto il nostro impero, non

sareste meglio compensati di quello che meritiate. Dopo breve disamina

confermò con una carta autenticata col suo suggello le promesse del

giovane Alessio. Dopo ciò questo principe, accompagnato dai baroni

latini, entrò con magnifico apparato in città; e coloro che il giorno

innanzi si risguardavano come i più fieri nemici di Costantinopoli,

furono festeggiati quali suoi liberatori.

L'imperatore assegnò gli alloggi all'armata crociata ne' due sobborghi

di Pera e di Galata, pregando i Latini di voler tenere le loro truppe

dall'altro lato del golfo di[436] Chrysocheras, onde evitare che

l'animosità nazionale si risvegliasse e che qualche contesa tra i suoi

sudditi ed i suoi alleati non ponesse in pericolo la capitale o i suoi

ospiti.

[436] _Nicetas Choniates in Isaac. et Alex. § I. pag. 292._

Infatti la collera de' Greci contro i Latini non poteva rimanere lungo

tempo nascosta; esauriti erano i tesori dell'Impero, ed il pagamento di

duecento mila marche promesse dal giovine Alessio non poteva eseguirsi

senza inudite vessazioni. Si confiscarono i beni dei partigiani

dell'ultimo imperatore; l'imperatrice Eufrosina sua moglie, ch'egli,

fuggendo, aveva dimenticata in palazzo, fu spogliata; si spogliarono le

chiese e le stesse immagini de' santi delle argenterie[437]; ma a fronte

di questi sacrilegi che rivoltavano il popolo, l'argento raccolto non

bastava per soddisfare i Latini. Pure si fece un primo pagamento, ed i

baroni diedero ad ogni soldato crociato quanto aveva sborsato pel suo

passaggio.

[437] _Ib. p. 293._

L'insubordinazione de' Latini era un secondo motivo di odio ancora più

potente che le estorsioni cagionate dalla loro avarizia. I Pisani, per

l'intromessione del giovane Alessio, eransi riconciliati coi Veneziani,

ed i Fiamminghi, altro popolo commerciante, strinsero più intrinseca

amicizia coi cittadini delle due città. Unendo uno spirito di mercantile

gelosia ai loro pregiudizj religiosi, risolsero insieme di saccheggiare

il quartiere de' Saraceni in Costantinopoli, e discacciare questi

mercadanti infedeli da una città che volevano intieramente sottomettere

alla Chiesa. Attraversarono lo stretto senza difficoltà, non essendovi

guardia che avesse ordine d'impedirlo, ed attaccarono improvvisamente i

Saraceni, che, malgrado la sorpresa, si difesero valorosamente,

assistiti dai Greci delle vicine contrade. Per forzarli a cedere, i

Fiamminghi posero fuoco alle case più vicine[438], e ben tosto un

secondo incendio più terribile del primo divorò un terzo della città,

attraversandola da un mare all'altro. Otto giorni le fiamme si andarono

dilatando, occupando talvolta quasi un miglio di larghezza. Dopo tale

disastro tutti i Latini che da lungo tempo erano domiciliati in

Costantinopoli, ed erano più di quindici mila, abbandonarono le antiche

loro abitazioni e si salvarono presso i crociati in Galata.

[438] _Villehard. § 107.-108, p. 33._

L'odio de' Greci attaccavasi pure al giovane Alessio, che veniva

risguardato come l'autore di tanti disastri, e caduto in sospetto di

volere, giusta le sue promesse, atterrare la religione, e ridarli sotto

il giogo del pontefice di Roma[439]. Gli rinfacciarono come una viltà la

sua domestichezza coi Latini, dicendo che questo principe macchiava

l'illustre e glorioso nome d'imperatore romano quando entrava nelle

tende dei barbari con poco seguito, quando partecipava ai loro giuochi,

alle loro crapule, e quando permetteva a mercadanti insolenti di porre

sul suo capo la berretta di lana, mentre essi a vicenda ornavansi del

suo diadema fregiato d'oro e di pietre.

[439] _Nicetas, § 3. p. 295._

Infatti Alessio niente ometteva di tutto ciò che poteva conciliargli

l'affetto dei Latini; egli aveva da loro ottenuta la promessa di

prolungare il loro soggiorno a Costantinopoli fino al prossimo mese di

marzo, ed a tale condizione erasi obbligato di tenere l'armata

provveduta di viveri, e di pagare le spese de' vascelli veneti.

All'epoca del grande incendio di Costantinopoli, il giovane Alessio

erasi avanzato nella Tracia, accompagnato dal marchese di Monferrato e

da Enrico fratello del conte di Fiandra[440] per ricevere il giuramento

di fedeltà dalle città poste lungo la costa del Bosforo, e per

sottomettere quelle che si ostinassero a riconoscere l'autorità di suo

zio il vecchio Alessio. Quando il principe ritornò per la festa di san

Martino, dopo una campagna abbastanza gloriosa, trovò l'odio de' Greci

cresciuto a dismisura per il recente infortunio. D'altra parte i Latini

diventavano diffidenti; lagnavansi che il pagamento loro promesso non si

facesse più sollecitamente, nè volevano ammettere per iscusa del ritardo

i troppo legittimi motivi dell'incendio della città e della guerra

manifestatasi coi Valacchi e coi Bulgari. Trovarono che l'imperatore

affettava con loro un orgoglio che prima non manifestava; e prendendo

improvvisamente un partito violento, spedirono sei deputati, tre baroni

e tre veneziani per isfidarlo nel suo palazzo.

[440] _Villehard. § 105.-106. p. 33._

Villehardovin fu anche in questa occasione del numero dei messaggieri,

ma fu Coesnon di Bethuns, che giunto alla presenza dei due imperatori,

dell'imperatrice e di tutta la corte, portò la parola; «Sire, egli

disse, siamo venuti a voi per parte dei baroni dell'armata, e per parte

del duca di Venezia: sappiate ch'essi vi rinfacciano il bene che vi

hanno fatto... Voi gli avete giurato, voi e vostro padre, di osservare

le convenzioni; essi hanno la vostra carta; ma voi non la osservaste

come avevate obbligo di fare. Noi vi abbiamo più volte domandato, e vi

domandiamo oggi in presenza di tutti i vostri baroni..... Se voi lo

fate, ne sarete allora stimato assai; se non lo fate, sappiate che d'ora

innanzi non vi tengono più nè per signore nè per amico. Al contrario

essi procacceranno in ogni maniera il loro vantaggio, e ve lo mandano

essi a dire, imperciocchè non faranno male nè a voi, nè ad altri finchè

v'abbiano sfidato; ch'essi non commisero giammai tradimento, e ne' paesi

loro non sì costuma di farlo. Voi avete ben inteso quanto v'abbiamo

detto, e voi vi consiglierete come vi piacerà[441].»

[441] _Villehard. § 112 p. 35._

Dopo tale sfida che parve ai Greci il colmo dell'audacia, i sei

messaggieri saltarono sui loro cavalli e sortirono dalla città,

senz'essere fermati, quantunque poco mancasse che non venissero

massacrati dal popolo. Dopo ciò accaddero varie scaramucce tra le due

nazioni; i Greci tentarono invano di metter fuoco alla flotta latina,

spingendole in mezzo diciassette navi incendiarie, che furono

allontanate dal coraggio e dalla destrezza de' marinaj veneziani.

Una guerra di scaramucce facevasi non pertanto quasi contro la volontà

dei due imperatori, che temevano i Latini, e cercavano di mitigarne il

malcontento. Alcune bande di cittadini andavano a battersi coi crociati,

ma senza capo, o senza che la corte permettesse che verun personaggio di

riguardo vi prendesse parte. Il solo Alessio duca, di soprannome

Mourzoufle, che aveva sposata una figlia del vecchio Alessio Angelo, e

ch'era decorato della dignità di protovestiario, eccitava i cittadini a

vendicare il vilipeso onor greco, e mettevasi alla loro testa. In un

incontro sulle rive del Balbissè, e presso al ponte di pietra forata, di

cui voleva vietarne il passaggio ai Latini, diede prove di grandissimo

valore, e corse pericolo d'essere fatto prigioniero. Il confronto della

sua condotta con quella dei due imperatori riscaldava sempre più contro

di loro lo sdegno del popolo. Il figlio, malgrado le offese de' Latini,

mostravasi ancora ligio ai medesimi, e veniva accusato di volere

introdurre in palazzo le loro truppe. Stando ad una lettera di Baldovino

a suo padre[442], sembra infatti che fosse entrato in trattati su

quest'oggetto. Il padre non aveva presso di se che astrologi e monaci

impostori che promettevangli di fargli in breve ricuperare la vista, e

di rendere il suo regno più glorioso che quello d'ogni altro imperatore

d'Oriente. Infine la nazione si risolve a scuotere il vergognoso giogo

che l'opprime.

[442] _Gesta Innoc. III, § 92. p. 534._ Villehardovin non pertanto

non parla di questi trattati.

Il 25 gennajo del 1204 il senato fu costretto di radunarsi coi

principali del clero nel tempio di santa Sofia, e per ubbidire al popolo

decretò l'elezione di un nuovo imperatore; ma tutti gli uomini d'una

rispettabile famiglia rifiutavano questo pericoloso onore di mano in

mano che veniva loro presentato; il popolaccio, affollato alle porte,

domandò furibondo un nuovo monarca per rimpiazzare questa famiglia

avvilita che più non sapeva sopportare, e fece successivamente designare

coloro che vedeva più riccamente vestiti; e volevansi forzare ad

accettare colla spada alla mano, ma tutti si rifiutavano. Pure mentre in

mezzo a tanto tumulto un patrizio più degli altri ardito osava

d'accettare la corona, Mourzoufle, corrotto l'eunuco prefetto del

tesoro[443], persuase col di lui mezzo ai Varangiani che formavano la

guardia, che il marchese Bonifacio stava per introdurre i Latini nel

palazzo per rimpiazzarli, e si assicurò in tal modo del loro

attaccamento; in seguito persuase i due imperatori a nascondersi per

sottrarsi ai rivoltosi; ed avendoli egli stesso mostrato un

nascondiglio, li fece colà incatenare, e ben tosto uccidere.

[443] _Nicetas Chon. in Isaac. et Alex. § 4.-5._

Il ritratto di Mourzoufle non fu fatto che dai suoi nemici. Egli spogliò

lo storico Niceta della carica di grande _logotheta_ per darla ad un suo

parente. Villehardovin divise le passioni dei crociati che si eressero

in vendicatori dei detronizzati imperatori; e Baldovino, nella sua

lettera ad Innocenzo III, ingrandisce i delitti dell'usurpatore per

giustificarsi d'averlo spogliato. Ad ogni modo Mourzoufle mostrò nella

sua breve e penosa amministrazione più talenti ed energia de' suoi

predecessori. Per rifare il tesoro, ch'egli aveva affatto spogliato,

fece rendere conto dell'amministrazione loro a quelli ch'erano stati

decorati della dignità di sebastocratoro, o di Cesaro, ed impiegò il

danaro che ne ritrasse a far costruire degli appoggi interni alle mura,

ed a guarnire le torri di gallerie di legno. Armato di sciabla e di

mazza, risvegliava il coraggio dei soldati, conducendoli egli stesso ai

combattimenti, e sorprendendo i nemici che si allontanavano dal campo

per foraggiare[444]. Ma quella troppo avvilita nazione non era più

capace, a fronte del suo esempio, di sentire patriottismo. Gli stessi

parenti di Mourzoufle non sapevano perdonargli il pensiero di volerli

togliere alla loro vita molle ed effeminata, i grandi lo detestavano

come un soldato rozzo e mezzo barbaro, ed il popolo che mostrava

d'amarlo, l'abbandonava vilmente nel pericolo. Baldovino, conte di

Fiandra, erasi reso padrone di Filea sul mar nero, ov'erasi recato per

procurar viveri all'armata: Mourzoufle l'attese all'uscita d'un bosco

con un corpo di truppe assai superiore; ma quando i suoi soldati videro

avvicinarsi i Latini, fuggirono, lasciando il loro generale quasi

solo[445]. In questa circostanza una miracolosa immagine della Vergine

che serviva di stendardo agl'imperatori, ed alla quale credevasi

attaccata la salute dello stato, cadde in potere de' nemici.

[444] _Nicetas Choniat. in Murzuflum § I, 299.-300._

[445] _Villehard. § 118, 119. p. 37._

Se dobbiamo prestar fede a Niceta, Mourzoufle cercò allora di venire a

trattati; e così consigliati dal doge, i crociati offrirono la pace a

condizione di pagare loro una ragguardevole taglia. Mourzoufle non

accettò l'offerta, e l'improvviso attacco d'un corpo di cavalleria

latina ruppe la conferenza[446].

[446] Essi domandarono cinquanta centinaja d'oro, che dietro il

calcolo di Gibbon sono 50,000 libbre pesanti d'oro, ossiano

48,000,000 di franchi.

I Francesi non vollero esporsi soli ad attaccare la città dalla banda di

terra, come avevan fatto nel primo assedio, conoscendo che avevano a

fare con un nemico assai più attivo d'Alessio; accettarono quindi di

battersi sulle galere veneziane, che si disposero nuovamente per

l'assalto, collocando le scale lungo le antenne. Le due armate

consumarono il rimanente dell'inverno nel prepararsi all'attacco ed alla

difesa: finalmente il giovedì 8 aprile del 1104 i Latini fecer salire i

cavalli sopra le palandre, che divisero in sei flottiglie, assegnandone

una ad ogni battaglione francese: le galere erano poste tra i vascelli

di trasporto e le palandre, e la linea di battaglia occupava quasi un

mezzo miglio in faccia al quartiere che stendevasi dal palazzo di

Blancherna fino al monastero d'Evergete; ed era questa la parte della

città ch'era stata consumata dall'incendio. L'imperatore fece alzare il

suo padiglione in mezzo alle rovine, ed aspettò l'attacco.

Il venerdì mattina la flotta attraversò il canale, e diede principio

all'attacco: i vascelli s'avvicinarono tanto alle mura, che quelli che

stavano sui ponti potevano ferire colle loro spade le guardie delle

torri. I Latini gettaronsi sulle mura in più luoghi, ma ogni torre era

superiore di forze alla galera che l'attaccava; altronde tutte le galee

che formavano la linea, non essendo ugualmente avanzate, le pietre e i

dardi lanciati da quelle sul di dietro riuscivano egualmente dannosi ai

nemici ed agli amici, onde furono costretti a ritirarsi dopo aver

perduta assai gente.

La sera i crociati unironsi in una chiesa per deliberare sul modo di

continuare l'assedio. Molti Francesi proposero di uscire dal porto, e di

attaccare la città dalla parte di mezzogiorno per il Bosforo, o la

Propontide, perchè da questo lato Mourzoufle non aveva fiancheggiate le

mura di torri, nè assicurate con sostegni per di dentro; ma i Veneziani

che conoscevano meglio il mare, opposero che la corrente del Bosforo

batteva contro le mura a mezzogiorno, e respingeva tutti i vascelli che

vogliono avvicinarsi da quella banda[447]. Fu perciò seguito il

consiglio del doge di differire l'attacco fino al lunedì seguente; di

legare intanto i vascelli due a due, affinchè ogni torre venisse

assalita da due navi, e che si rinnovasse l'attacco nello stesso luogo.

[447] _Villehard. § 126. p. 39._

Il lunedì mattina 12 aprile, la flotta crociata attraversò nuovamente il

canale, ed attaccò le mura. Durante il mattino i Greci resistettero con

coraggio; ma a mezzogiorno un gagliardo vento del nord spingeva i

vascelli crociati contro il muro, e ne facilitò l'abbordaggio. I

vascelli dei vescovi di Troies e di Soissons chiamati il _Paradiso_ ed

il _Pellegrino_[448], ch'erano legati assieme, abbassarono i primi le

loro scale sulla torre ch'essi combattevano; e nello stesso tempo un

Francese ed un Veneziano lanciaronsi sulle mura[449]: e ben tosto gli

altri vascelli accostaronsi egualmente. Furono all'istante prese quattro

torri, ed atterrate tre porte, ed i Latini non solo s'impadronirono di

questa parte delle mura, ma ancora di tutto il quartiere ch'era stato

incendiato, e dello stesso padiglione di Mourzoufle; il quale, obbligato

di fuggire, si rinchiuse nel palazzo di Boucolèon. In seguito

approfittando dell'oscurità della notte vicina corse tutto il rimanente

della città eccitando gli abitanti a prendere le armi[450]. Egli loro

rappresentava che i Latini chiusi entro le loro mura, in mezzo a strade

di cui non conoscevano le sinuosità, potevano facilmente essere oppressi

dall'immensa superiorità del loro numero; che l'intera loro fortuna,

l'onore delle consorti, la vita stessa cadevano in potere del nemico, se

non facevano un generoso sforzo per metterle in sicuro; che si

ricordassero che andavano ad incontrare minori pericoli combattendo, di

quelli che li minacciavano sottomessi che si fossero al nemico. Ma

Mourzoufle parlava a gente che un lunghissimo despotismo aveva privata

d'ogni energia, a gente cui la certezza della morte non bastava a

rendere valorosa. Essi erano almeno quattrocento mila, ed i crociati

francesi e veneziani non arrivavano ai trenta mila. Pure rifiutarono di

combattere, e Mourzoufle, disperato, rientrò nel suo palazzo di

Blancherna[451], e prese con lui Eudossia sua moglie, ed Eufrosina sua

cognata, moglie del vecchio Alessio, montò sopra una barca, e

s'allontanò da una città che voleva la propria ruina.

[448] _Balduin. Ep. ad pontif. De Gestis Innoc. III, p. 535._

[449] _Villehard. § 128. p. 40._

[450] _Bald. ad pont. Inn. III, § 92. p. 535._

[451] _Nicetas Chon. in Murzuflum, c. 2. p. 301._

Due nobili greci, Teodoro Lascari e Teodoro Duca, il primo de' quali era

destinato a far risorgere l'Impero d'Oriente, sforzaronsi ancora, dopo

la partenza di Mourzoufle, di riunire in diversi quartieri della città

le truppe scoraggiate, e di condurle alla battaglia; ma non vi

riuscirono, e furono anch'essi costretti a procacciarsi salvezza colla

fuga. Durante la notte i Latini per assicurarsi dagli attacchi, cui

vedevano d'essere esposti, avevano posto fuoco ai più vicini quartieri;

e questo terzo incendio dilatandosi con furore distruggeva un'altra

parte della città. La vegnente mattina, quando aspettavansi di dover

combattere, e che dietro i loro calcoli supponevano doversi impiegare

almeno un mese per sottomettere tutti i palazzi e tutte le chiese che

potevano essere facilmente ridotti in fortezze, si videro venire

all'incontro processioni di preti e di donne, che, portando innanzi a

loro croci ed immagini, domandavano grazia per la loro città.

Costantinopoli era presa, ed un pugno di crociati aveva atterrato il

trono dei padroni dell'Oriente.

Per sorprendente che fosse questa vittoria, non superava però

l'ambizione e le speranze de' Latini. Mentre trovavansi ancora nel

sobborgo di Galata, avanti al primo assalto, avevano di già tra di loro

fatto un trattato di divisione di tutto l'Impero d'Oriente[452]. Il

saccheggio della città di Costantinopoli formava il primo articolo del

trattato. Avevano convenuto di mettere in comune tutto il bottino che

farebbero sui Greci, di prendere prima su quest'ammasso le somme ancora

dovute ai Veneziani, ed i sussidj loro promessi dal giovane Alessio;

indi di dividere il rimanente in parti eguali tra i crociati e le truppe

della repubblica. Erasi inoltre convenuto che i Veneziani

conserverebbero in tutte le province dell'Impero, che omai ritenevansi

per conquistate, tutti i privilegi di cui godevano in tempo de' monarchi

greci: convennero di conservare il titolo ed il potere imperiale, e di

decorarne un principe latino, assegnandogli però soltanto per patrimonio

un quarto dell'Impero, ed un quarto della capitale; riservandosi di

dividere tra di loro gli altri tre quarti: che l'elezione

dell'imperatore farebbesi nel seguente modo; sei baroni francesi e sei

veneziani dovevano essere nominati dall'armata, e questi farebbero la

scelta di un successore ad Augusto ed a Costantino.

[452] Veggasi questo trattato nelle note alla cronaca di Dandolo, p.

326.

La presa di Costantinopoli chiamò ben tosto i crociati a realizzare così

vasto progetto. Incominciarono da quello del saccheggio, e la città fu

senza riserva abbandonata alla brutalità de' soldati vincitori. Le

lagnanze di Niceta, e l'esultanza di Villehardovin ci danno tutta

l'estensione di questo disastro. La profanazione e l'insulto

accompagnarono il saccheggio; e mentre i Latini si vantavano che _dopo

il cominciamento de' secoli non fu mai tanto guadagnato in una città_,

la capitale dell'Oriente fu ridotta in tale stato di avvilimento e di

miseria da cui non si potè mai più rilevare. I templi non furono più

risparmiati delle case private; i calici, i crocifissi, le teche delle

reliquie furono levate e divise da mani barbare, e s'introdussero nelle

chiese i cavalli ed i muli per caricarne le spoglie. Le stesse passioni

religiose incitavano alla profanazione delle chiese scismatiche[453].

Una prostituta ebbe l'impudenza di porsi a sedere sulla sede del

patriarca, e danzava e cantava in mezzo ai soldati ubbriachi per

insultare il culto de' Greci. Questi stessi soldati scorrevano in

seguito la città conquistata, vestiti d'abiti pomposi, che avevano tolti

a uomini o a donne della corte, e portando sulle loro teste penne

d'airone, le sole armi dei vinti Greci.

[453] _Nicetas Choniates in Murzuflum. § 4. p. 303._

Mentre i Latini esalavano con pubblici insulti il loro sdegno, che i

soldati svergognavano le matrone, le fanciulle e perfino le vergini

consacrate agli altari; la loro condotta nell'interno delle case non era

meno odiosa. «Lo stesso giorno, dice Niceta, in cui fu presa la città, i

soldati errando per le strade incominciarono ad introdursi nelle case,

ove, dopo essersi impadroniti di tutto quanto loro veniva alle mani, si

facevano ad interpellare i padroni sul conto delle ricchezze che

potessero avere nascoste: agli uni strappavano il segreto a forza di

percosse, ad altri ingannandoli colle promesse, a tutti spaventandoli

colle minacce. Ma tutto ciò che i Greci possedevano, tutto quello che

manifestavano, tutto quello che presentavano ai loro ospiti, era preso:

giammai non si ebbe di loro compassione; giammai non si permetteva di

dividere l'alloggio, i viveri, i beni che pur erano poc'anzi suoi. Erano

senza umanità scacciati dalle loro case[454].»

[454] _Nicetas Choniates Constantini status, § 2. p. 310._

In fatti quasi tutti i nobili, i ricchi, coperti di miseri cenci,

smagrati e deboli, coll'impronta in volto de' sofferti patimenti,

sortirono a piedi dalla città piangendo la loro patria, la loro fortuna

e spesso una figlia nubile, o una giovane sposa loro rapita; e perchè la

condizione loro fosse ancora più crudele, trovavansi sulla strada

esposti agl'insulti de' più abbietti loro concittadini; e questo era

pure un altro indizio della _disorganizzazione_ sociale. Il popolaccio

di Costantinopoli, geloso dei senatori e dei ricchi, invece di unirsi

con loro per difendere la patria, compiacevasi di vederli sventurati; e

la gente di contado, ugualmente cieca, si rallegrava della rovina d'una

capitale che gli aveva dominati tanti secoli[455]. «A noi, scrive

Niceta, altra volta membri del senato, attribuiscono la perdita della

città; essi non temono l'occhio perspicace del Signore; essi che

tradirono noi e la patria, non si vergognano di tanta falsità. Qual vi

può essere oggetto più compassionevole che il delirio e la sventura di

questi uomini stupidi, che non solo non pregano per il ristabilimento

della città, ma che accusano Dio di lentezza, perchè non abbia

sovvertiti assai più presto e noi e la città ed in maniera ancor più

terribile, perchè abbia dilazionata la nostra morte, e mostrato ne' suoi

giudizj il suo amore per gli uomini? Questo popolo non dovrebb'essere

commosso per simpatia de' nostri mali? Noi più non abbiamo città, non

case, non alimenti per vivere; noi che prima eravamo illustrati dalle

nostre ricchezze e dal nostro potere.» Difatti Niceta, sortendo colla

sua famiglia da Costantinopoli, aveva trovato nella Tracia le stesse

disposizioni; di già i paesani riandando le passate memorie, che ne'

lontani secoli in differente governo dava alla Grecia maggior gloria,

volgevano in ridicolo la nudità e la mendicità de' fuorusciti,

chiamandola eguaglianza repubblicana[456].

[455] _Nicetas Choniates in Balduin. Flandrum § II. p. 340._

[456] Ισοπολιτειαν. _Nicetas Const. Status, § 5. p. 313._

Quantunque siavi luogo a credere che molta parte del bottino si mettesse

in comune, pure quando coll'ammasso totale furono pagati i Veneziani, e

che questi ebbero la metà loro spettante, rimase pei Francesi la somma

di 500,000 marche d'argento. Era questo ben più di quanto sarebbe

abbisognato per dissipare la burrasca che da lungo tempo minacciava

Costantinopoli[457].

[457] _Villehard. § 135. p. 42._ In un'altra edizione leggesi

400,000; la maggiore delle due somme equivale a ventiquattro

milioni, con cinquanta mila marche, o due milioni quattrocento mila

dovute ai Veneziani, e la parte di questi, fa montare a 50,400,000

il valor totale del bottino diviso. Altrettanto probabilmente era

andato a profitto particolare. I tre incendj che avevano consumata

più di mezza la città, avevano distrutte altrettante e più

ricchezze, e nella profusione che seguiva il saccheggio, i più

preziosi effetti avevano talmente perduto di valore, che il profitto

de' Latini non equivaleva forse al quarto di quanto costava ai

Greci. E per tal modo Costantinopoli avanti di essere attaccata

possedeva probabilmente per 690,000,0000 di ricchezze.

L'armata crociata passò in seguito ad eleggere l'imperatore. Sei baroni

francesi e sei veneziani furono scelti per farla a norma della

precedente convenzione. Assicurasi che uno de' Francesi indicò come

degno dell'impero il doge Dandolo, di cui ricordò le imprese; ma un

vecchio veneziano, Pantaleone Barbo, prese subito la parola, e facendo

sentire che il primo magistrato di una repubblica libera non poteva

essere nello stesso tempo capo d'una monarchia, diede il suo voto a

Baldovino conte di Fiandra, ed ottenne subito per lui il voto de' suoi

colleghi[458].

[458] _Rhamnusius l. III, p. 136 citato nelle osservazioni

sull'istoria di Villehard. p. 155_, nomina i Veneziani, Vitale

Dandolo, Ottone Querini, Bertuccio Contarini, Pantaleone Barbo e

Giovanni Baseggio. _Dand. in Chron. l. X, c. 3. p. 35. p. 330._

La sola capitale era stata sottomessa, e la debole armata de' crociati,

perduta in mezzo d'un vasto Impero, lungi dal potersi lusingare di

conquistarlo, doveva aspettarsi d'essere oppressa tosto che si

dividerebbe. Pure il consiglio dei Latini si occupò della divisione

delle province fra i conquistatori, ed assegnò in feudo ad ogni

guerriero città di cui appena sapeva il nome. Si eressero in regno per

il marchese di Monferrato Tessalonica e la Tessaglia; l'Acaja fu divisa

in ducati e principati, nomi feudali che feriscono l'orecchio associati

a vocaboli greci; le province dell'Asia furono egualmente assegnate a

coloro che dovevano conquistarle; ma i Latini non vi ottennero mai uno

stabilimento. Malgrado l'anarchia cui la caduta di Costantinopoli dava

in preda tutto l'Oriente, e quantunque i Greci, in cambio di sostenersi,

si trovassero divisi tra sette oppure otto piccoli tiranni, che tutti

pretendevano alla dominazione dell'Impero[459], i crociati non erano

certo in istato di fare conquiste, meno poi di conservarle: le loro

spedizioni nella Tracia e nella Grecia non ad altro servirono che a

disvelarne la debolezza; e la guerra che loro dichiarò Giovaniccio re

de' Bulgari[460] e de' Valacchi li ridusse ben tosto alle ultime

estremità, accrescendo in pari tempo le sofferenze e la miseria de'

sudditi greci. Ma dopo l'assedio così gloriosamente condotto dai

Veneziani, l'Oriente diviene straniero alla nostra storia; e la rapida

decadenza e la totale caduta dell'Impero de' Latini rientrano nella

storia di Costantinopoli. Ciò che soltanto deve ancora occuparci è il

frutto che i Veneziani ottennero dalle loro conquiste.

[459] _Gregor. Arcopolita Hist. c. 4.-9.-etc. Hist. Byzant._

[460] Il nome di Bulgari leggermente alterato da Villehardovin

coll'ommissione d'una sola vocale, ne disvela l'origine d'un epiteto

ingiurioso, che ai tempi delle crociate era nome d'una nazione, ma

d'una nazione rispettabile e feroce.

Il trattato di divisione che doveva farli padroni d'un quarto e mezzo

dell'Impero, giusta il titolo che lungo tempo portarono, è pervenuto

fino a noi[461]; ma i nomi greci sfigurati da barbari geografi, sono a

stento riconoscibili; nè il possesso fu abbastanza lungo perchè tale

geografia potesse rettificarsi[462]. Distinguiamo però tra le province e

le città date loro in dominio Lacedemone, Diracchio, Rodosto, Agios,

Potamos, Gallipoli, Egine, Zacinto, Cefalonia; ma pare che molte città e

province fossero dimenticate dai redattori del trattato di divisione,

che non le conoscevano. L'isola di Candia era stata assegnata al

marchese di Monferrato, Bonifacio, re di Tessalonica; ma egli la cambiò

coi Veneziani con terre più vicine alla sua capitale; e quest'isola che

prese il titolo di regno, diventò in appresso uno de' più importanti

possedimenti della repubblica[463].

[461] _In notis ad Chron. And. Danduli p. 328._

[462] Rannusio, _De Bello Constan. l. IV, p. 162_, si sforza di

rettificare e spiegare questa divisione dell'Impero.

[463] Il cambio fu convenuto il 12 agosto 1204. _Hist. de Costant.

sous les emp. Franc. par Dufresne Ducange, l. I._

Giammai alcuna nazione aveva intraprese conquiste meno proporzionate

alle sue forze. La repubblica di Venezia non possedeva propriamente

allora che la città ed il dogado, e la sua popolazione non doveva

oltrepassare le 200,000 anime. Vero è che da più anni aveva fatte alcune

conquiste in Dalmazia ed in Istria; ma non aveva mai incorporate alla

nazione queste province suddite; e lungi dal potervi trovare generali e

soldati per le sue armate, era in necessità di spedirvi magistrati e

guarnigioni veneziane per contenerli. Frattanto la recente divisione gli

accordava per lo meno sette in otto mila leghe quadrate di territorio e

sette in otto milioni di sudditi. Venezia che ancora non aveva potuto

stendere la sua autorità sulla vicina Padova, ebbe il carico non solo di

sottomettere un paese che poteva solo formare un potente regno, ma

inoltre di difenderlo contro i Turchi, i Bulgari, i Valacchi, e forse

contro i medesimi Latini di Costantinopoli e di Tessalonica, se veniva a

nascere tra loro qualche gelosia.

Dopo una breve deliberazione, la repubblica provò il vivo e profondo

sentimento della sua debolezza. Il senato dichiarò che rinunciava a

conquiste lontane che avrebbero esaurita la nazione, e che non avrebbe

in verun modo potuto conservare; e del 1207 pubblicò un editto che

accordava a tutti i cittadini veneziani il permesso di armare a proprie

spese vascelli di guerra, e di sottomettere per loro conto le isole

dell'Arcipelago e le città greche poste sulle spiagge[464]. Con

quest'editto cedeva loro la proprietà delle conquiste in feudo perpetuo,

riservandosene soltanto la protezione. I mercanti veneziani ne

approfittarono, ed aprendo il loro cuore a nuova ambizione, intrapresero

la conquista delle terre abbandonate. Nella storia di queste guerre

private si mostrano sempre il piccolo numero degli assalitori e la viltà

de' Greci vinti. Con questo titolo Marco Dandolo e Giacomo Viaro

fondarono il ducato di Gallipoli, Marco Sannuto quello di Nasso, il

quale era composto delle isole di Nasso, Paros, Melos ed Erinea, e si

conservò fino al 1570 in cui fu tolto dai Turchi al XXI duca. Marino

Dandolo sottomise l'isola d'Andros; Andrea e Gerolamo Ghisi quelle di

Teone, Micone e Soiros; Pietro Zustinian e Domenico Micheli quelle di

Ceos, Filocolo Navagero quella di Lemnos ch'ebbe il titolo di gran

ducato.

[464] _Dufresne du Cange Hist. de Costant. l. II. — Rhamnus. de

Bello Costant. l. VI, p. 272._

D'altra parte i Genovesi vollero pur fare qualche conquista in paesi

quasi abbandonati al primo occupante. Armarono cinque vascelli rotondi e

venti galee, ed andarono a fondare uno stabilimento nell'isola di Creta

o Candia[465]; ma ne furono ben tosto scacciati dai Veneziani.

S'impadronirono ancora di Modone e Corone nella Morea, poi dell'isola di

Corfù. Pareva che la Grecia bastar dovesse a saziare i desiderj delle

repubbliche marittime d'Italia; ma non potendo i Veneziani soffrire che

i loro emuli vi avessero alcun principato, le spogliarono delle loro

conquiste.

[465] _Nicet. Choniat. in Bald. Flandrum § 10. p. 337._ Gli Annali

di Genova parlano di tali conquiste, come di affari privati d'Enrico

conte di Malta, cittadino genovese, ch'erasi reso padrone di Malta,

che gli serviva per esercitare la pirateria. _Ogerius Panis Contin.

Caffari An. Genuen. l. IV, ad an. 1206, 1209, p. 394.-400._

Se la divisione dell'Impero greco, distruggendo le ricchezze, la

popolazione, ed ogni avanzo della potenza di queste province, le diede

in preda alle invasioni di tutti i barbari del Nord e dell'Oriente; se

dobbiamo considerarla come la principal cagione della distruzione di

quest'Impero operata dai Turchi due secoli e mezzo dopo, ed accusarla

perciò di aver distrutta la civiltà, le lettere e la filosofia in un

paese, che, malgrado la sua corruzione, dava loro asilo; troveremo che

tanti mali non furono compensati dalla limitata potenza reale aggiunta

alla repubblica di Venezia. La saviezza e la moderazione del senato

impedirono che i tesori e la popolazione dello stato andassero a

seppellirsi in lontane province, come vi si perdettero tanti battaglioni

di crociati, e tante nobili famiglie francesi. Ma l'ambizione de'

particolari, cui si abbandonò così vasto campo, costò pure alla nazione

una parte importante de' suoi capitali, e le braccia di molti soldati.

Il commercio e la navigazione che formavano la principale forza dello

stato, furono da molti abbandonati per dedicarsi ad intraprese

cavalleresche; e poco mancò che la divisione di questa preda non mutasse

il carattere nazionale. Probabilmente il governo dispotico delle

province conquistate riuscì dannoso alla capitale, che non tardò a

sentirne gli effetti; per ultimo Venezia perdette ne' Greci utili

alleati che formavano una barriera contro i Musulmani, la di cui

vicinanza costò poscia a Venezia tante ricchezze e tanto sangue. Essa

non conservò lungo tempo le città e province di terra ferma; ma tenne le

isole quattro secoli, che furono cagione di continue guerre coi Turchi.

In tal maniera adunque tutta la gloria acquistata in questa maravigliosa

impresa fu a caro prezzo comperata colle lagrime e la miseria de' popoli

sottomessi, e coll'indebolimento e la corruzione de' vincitori[466].

[466] Congedandomi per lungo tempo dagli storici bizantini,

soggiugnerò alcune osservazioni intorno a quelli di cui ho fatto uso

in questo capitolo. Abbiamo avuta la fortuna di poter esaminare

quattro ragguardevoli autori, quasi tutti contemporanei, cadauno de'

quali scrisse con opposte mire per quattro differenti nazioni.

Niceta, senatore di Costantinopoli, e _grande logoteta_ dell'Impero,

rifugiatosi a Nicea dopo la ruina della sua patria, scrisse la

storia degl'imperatori de' suoi tempi dalla morte d'Alessio Comneno

fino al Baldoino di Fiandra. A fronte della inopportuna sua

eloquenza, della ricercatezza dello stile, e forse anco delle sue

esagerazioni, vuol essere annoverato tra i buoni storici di

Costantinopoli. Le particolari sue sventure, aggiunte a quelle della

sua patria, rendono ancora più interessante la sua storia. Rispetto

a questo storico, ed agli altri che hanno scritto in altre lingue,

mi sono fatto un preciso dovere di esaminare il testo originale, e

di non citare che le mie traduzioni. I miei lettori conoscono oramai

sufficientemente le azioni, il carattere e lo stile di Goffredo

_Villehardovin_, lo storico francese della crociata. Questo valoroso

soldato, l'amico del venerabile Dandolo, e del marchese-re

Bonifacio, nella spartizione dell'Impero orientale fu fatto

maniscalco della Romelia, come prima lo era della Sciampagna: ebbe

in feudo Messinopoli e Masianopoli nel regno di Tessaglia, e suo

nipote dello stesso nome, giunto in Grecia dopo la presa di

Costantinopoli, conquistò il principato dell'Acaja che trasmise alla

sua discendenza. Anche i Veneziani hanno in quest'epoca il loro

storico. È questi Andrea Dandolo discendente del vincitore di

Costantinopoli, e doge anch'egli due secoli dopo. Non abbagliato

dalla gloria della sua patria o della famiglia, riferisce

imparzialmente i più importanti avvenimenti: ma questa sua scipita

imparzialità, che ne fa essere forastieri in Venezia come nella

Grecia, è un difetto forse più spiacevole che le appassionate

esagerazioni di Niceta. La storia di Dandolo viene arricchita da

importanti note, da diplomi e trattati riferiti per intero. Per

ultimo, rispetto alla storia della crociata, l'anonimo autore della

vita d'Innocenzo III ci mette sott'occhio tutto quanto può favorire

gl'interessi degli ecclesiastici. Nel precedente capitolo ci siamo

frequentemente valsi di questa vita, pubblicata la prima volta da

Stefano Baluzio, la quale non arriva che all'anno undecimo

d'Innocenzo. Forse l'autore morì prima del suo eroe: ad ogni modo

sparse molta luce su questo pontificato, e contiene molti documenti

originali, e fra gli altri le lunghe lettere che Baldovino

imperatore di Costantinopoli scrisse al papa per giustificare la sua

conquista e la sua elezione.

Ho citati pochi altri scrittori greci e latini, dai quali ho presi

vari fatti, poichè non volli abusare della sofferenza de' miei

lettori citando nomi di scrittori affatto inutili alla mia storia.

Nel quinto tomo della storia di Francia del Duchesne trovansi

riportate alcune lettere scritte da Costantinopoli dal conte Ugo di

san Paolo e dallo stesso Baldovino, le quali, sebbene nulla

aggiungano di particolare ai fatti raccontati da altri storici, ne

interessano per rispetto di coloro che le scrissero. _Histor.

Francor. Script. t. V, p. 272.-283._ Due moderni scrittori

Rahmnusius, _de Bello Constantinopolitano_, e d'Outreman,

_Constantinopolis Belgica_, cercarono nelle voluminose loro opere di

dare maggiore risalto, il primo alla gloria veneta, l'altro alla

fiamminga.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16) · 第 13 / 22 题